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La moderna officina meccanica nasce nell’Ottocento con l’introduzione delle macchine a vapore per generare la forza motrice necessaria a muovere i macchinari utensili, oggi rimpiazzate da motori elettrici. Descrizione dei vari tipi di officina meccanica Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Falegnameria, Fucina e Metallurgia. L’officina accoglie banchi da lavoro, piani di riscontro, strumenti di misura, attrezzi, utensili a mano, macchine utensili, minuteria metallica, bulloneria, viteria e altro a seconda dell’indirizzo lavorativo cui è orientata: per meccanica pesante, di precisione, automobilistica, ferroviaria, nautica, ecc. Vi lavorano operai e tecnici specializzati tra cui congegnatori, disegnatori, fresatori, tornitori, lappatori, meccanici. È organizzata in vari reparti tra cui quelli per i posti di lavoro, per le macchine utensili, per i magazzini del materiale. Ogni posto di lavoro dispone di un banco di lavoro con la morsa e l’attrezzatura necessaria. Gli ambienti moderni sono climatizzati e regolamentati da severe norme di sicurezza e dispongono di dispositivi di protezione individuale. Dotazione dell’officina Strumenti di misura Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Teoria della misura, metodologia di misura e strumenti di misura da officina. La metrologia è di massima importanza in officina e usa essenzialmente strumenti di misura basati sui sistemi metrico e imperiale. Le unità più impiegate per la misura delle distanze sono il millimetro e il pollice e, soprattutto nella meccanica di precisione, le loro frazioni; per la misura degli angoli usa il grado. La metodologia di misura è varia ma impiega soprattutto il calibro il micrometro ed il comparatore; altri strumenti sono utilizzati per compiti specifici o di nicchia. Misura di un dado esagonale con il calibro a corsoio e nonio Il calibro è uno strumento alquanto versatile e rappresenta per il meccanico ciò che rappresenta il regolo calcolatore per l’ingegnere. Con esso si misurano soprattutto diametri, anche superiori alla massima apertura dello strumento; in tal caso si misura la corda sottesa dal massimo arco abbracciato dai becchi in modo che il suo punto medio tocchi l’asta, poiché la distanza tra l’asta e la punta dei becchi è nota dai parametri costruttivi del calibro allora si può calcolare il diametro con semplici proporzioni geometriche a partire dalla misura della corda. Si può anche risalire al peso di una barra tonda di ferro, poiché sul retro dell’asta è quasi sempre stampigliata una tabella dei pesi per metro e l’indice del corsoio punta in questa tabella al peso che corrisponde a una barra del diametro misurato tra i becchi e lunga un metro; oppure al diametro della punta da usare per praticare il foro da filettare a un certo diametro, grazie a una seconda tabella stampigliata sull’asta; oppure leggere il peso specifico di vari materiali sulla tabella stampigliata sul corsoio. Gli angoli si misurano con il goniometro e con la barra sinusoidale. Per misure precise si preferisce il goniometro con alidada e nonio. Per la verifica degli angoli retti si usa la squadretta metallica. Il passo delle filettature si misura con il contafiletti. Si procede per tentativi cercando quale lamina intagliata del contafiletti si adatta perfettamente con la filettatura da misurare; la misura del passo è stampigliata sulla lamina. Misure più accurate delle filettature si eseguono con il calibro per filetti oppure con il micrometro a punte intercambiabili e capruggine, che permette di conoscere il diametro medio del filetto e il diametro del nocciolo della vite. Usa due contropunte, la prima è la punta conica che si adatta alla gola del filetto, la seconda è la capruggine che si adatta alla cresta del filetto. Per conoscere il profilo del filetto e per misurazioni molto precise si usano i calibri per filettature, a tampone e ad anelli filettati. Verifica di ovalità Verifica di planarità Per le distanze differenziali tra oggetti si usa il comparatore. Esiste in vari tipi e ha molteplici impieghi, tra cui il controllo della regolarità delle superfici, della perpendicolarità, della rotondità, del parallelismo. In sostanza misura con la precisione del centesimo di millimetro lo spostamento dell’asta di comando che può essere a deflessione o a compressione, anche detta tastatore, alla quale si possono collegare diversi accessori (di solito aste) a seconda del tipo di misura da compiere. I comparatori minimetri a tastatore possono raggiungere la precisione del micron e si usano soprattutto montati su stativi per misurare la rugosità delle superfici. La velocità di rotazione e il numero dei giri compiuti da un albero si misurano con il tachimetro e il contagiri, accoppiando il loro alberino all’albero in rotazione tramite giunto elastico, di solito in gomma. La lettura si esegue su quadrante a lancetta per i modelli meccanici, su visore per i modelli elettronici. Per le pressioni dei fluidi si usano manometri per gas e per liquidi. Quando serve una misura campione si ricorre ai blocchetti di riscontro, parallelepipedi di acciaio a facce perfettamente parallele e levigate disponibili in serie di misure adatte a comporre, sovrapponendoli, una grande varietà di misure campione. L’assortimento standard completo è composto da 112 pezzi. I loro valori nominali si riferiscono di solito alla temperatura di 20 °C. Servono soprattutto per la taratura di altri strumenti. Misure di estrema precisione di superfici superpulite e ottiche possono eseguirsi in ambienti puliti con interferometri in luce laser e microscopi a forza atomica. Utensili e attrezzi a mano Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: attrezzi e utensili da officina. Attrezzi e utensili d’officina Ogni officina ha ampia dotazione di attrezzi e utensili di varie misure (metriche, imperiali, ecc.) a seconda degli scopi che si prefigge. Sono raccolti e organizzati per tipologia d’uso e riposti in armadi, cassettiere, carrelli per lavoro, oppure appesi alle pareti su apposite rastrelliere porta utensili. Alcuni, come la morsa, sono fissati al banco di lavoro; altri, come il paranco, sono ancorati al soffitto. Gli utensili si usano a mano con perizia ed esperienza indossando opportuni indumenti di protezione (tuta, guanti, occhiali, scarpe di sicurezza) per ridurre i rischi d’infortunio. Il risultato del loro impiego dipende in gran parte dall’abilità e dall’esperienza. Alcuni utensili abbisognano di manutenzione periodica, per esempio oliatura e ingrassaggio, affilatura, taratura; altri hanno parti soggette a rapida usura e vanno sostituite spesso, come le lame dei taglierini e dei seghetti; altri ancora possono impiegarsi solo in ambienti speciali, per esempio in camera pulita o sotto vuoto. In ogni caso attrezzi e utensili vanno maneggiati con cura e rispetto.

. Il termine paradiso possiede due significati: il primo indica, nella tradizione biblica, quel luogo primordiale dove Dio collocò l’uomo appena creato (Genesi, 2); il secondo indica, nell’ambito delle teologie fondate sull’interpretazione dei testi biblici, quel luogo, celeste o terrestre, dove verranno destinati gli uomini da Dio giudicati come “giusti”. Nel significato traslato della seconda accezione, con il termine “paradiso” si rendono termini di altre lingue, e di altre religioni, che indicano analoghe credenze in un luogo felice, post-mortem, riservato a coloro che hanno condotto una vita da “giusti”. Indice 1 Origine del termine “paradiso” 2 Il mito sumerico di Dilmun, il “paradiso” come luogo primordiale 3 La nozione iranica del garō.dəmāma (Casa del canto): il “paradiso” come luogo, post mortem, riservato ai giusti 4 Le nozioni di “paradiso” nell’ebraismo biblico, del Secondo Tempio e rabbinico 4.1 Il mito biblico di Eden, il “paradiso terrestre” 4.2 Le dottrine ebraiche inerenti all’aldilà 5 Nel cristianesimo 6 Il paradiso islamico 7 Nell’induismo 8 Note 9 Voci correlate 10 Altri progetti 11 Collegamenti esterni Origine del termine “paradiso” Il termine italiano “paradiso” (così come l’inglese paradise, il francese paradis, il tedesco paradies e lo spagnolo paraíso) viene dal latino ecclesiastico paradīsus, a sua volta adattamento dal greco biblico παράδεισος (parádeisos), nell’intenzione di rendere il termine ebraico גן (gan, “giardino”) ovvero “giardino [dell’Eden]”[1]. Il termine greco antico παράδεισος deriverebbe dal ricostruito medio iranico, *pardēz[2], mentre è correlato all’attestato antico iranico, precisamente avestico[3], pairidaēza, dove tuttavia non possiede alcun significato religioso, indicando il “recinto”, derivando in quella lingua da pairidaēz (murare intorno, circondare con mura), quindi da paìri (intorno) + daēz (accumulare). All’avestico pairidaēza sono correlati i ricostruiti antico persiano *paridaida e il medo *paridaiza. La prima attestazione del termine è quindi l’avestico pairidaēza, di conseguenza la prima attestazione di questo stesso termine – anche se con significato diverso da quello d’uso oggi – la si riscontra in due passaggi nello Yu(va)tdēvdāt contenuto nell’Avestā: (AE) «aêtadha hê aête mazdayasna ainghå zemô pairi-daêzãn pairi-daêzayãn, hvarethaêibyô pascaêta âstayañta aête ýôi mazdayasna vastraêibyô pascaêta âstayañta aête ýôi mazdayasna draêjishtôtemaêshvaca niuruzdôtemaêshvaca aêtå hvarethå hvaratu aêtå vastrå vanghatu vîspem â ahmât ýat hanô vâ zaururô vâ pairishtâ-xshudrô vâ bavât.» (IT) «Lì, sul quel posto, gli adoratori di Mazdā erigeranno un recinto; ivi egli si stabilirà con cibo, ivi egli si stabilità con abiti, ivi con il cibo peggiore e gli abiti consunti. Di quel cibo egli continuerà a vivere, quegli abiti egli indosserà, allora essi lo lasceranno vivere fino a che egli non raggiungerà l’età di uno hana, o di uno zaurura, o di un pairišta-khšudra.» (Avestā, Yu(va)tdēvdāt (anche Vidēvdāt o Vendidad), 3, 18-19; traduzione di Arnaldo Alberti, in Avestā, Torino, Utet, 2008, p.447) (AE) «êtadha hê aête mazdayasna ainghå zemô pairi-daêzãn pairi-daêzayãn hvarethaêibyô pascaêta âstayañta aête ýôi mazdayasna vastraêibyô pascaêta âstayañta aête ýôi mazdayasna.» (IT) «Su quel posto gli adoratori di Mazdā erigeranno un divisorio che circoscriva uno spazio, l’armešt-gāth, nel quale si porrà il cibo per la donna e i suoi abiti» (Avestā, Yu(va)tdēvdāt (anche Vidēvdāt o Vendidad), 5, 49; traduzione di Arnaldo Alberti, in Avestā, Torino, Utet, 2008, p.465) Il termine di ambito iranico pairidaēza/*paridaida, partendo dall’originario significato di “recinto”, “luogo recintato”, indica quindi quei giardini, o meglio parchi, privati e cintati, propri dei sovrani dell’Impero achemenide, i quali ne ereditarono l’uso dagli Assiri[4]. Tali pairidaēza consistevano in una parte coltivata a giardino e in un’altra lasciata selvaggia, riserva di caccia per i re. Nei testi in lingua greco antica è attestata l’esistenza di tali “giardini” persiani (il testimone più antico è in Wilhelm Dittenberge, Sylloge Inscriptionum Graecarum, 2), mentre la loro prima descrizione è in Senofonte (430/425-355 a.C.) Economico (IV, 20 e sgg.), presente in altre opere dello stesso autore (cfr. ad esempio Anabasi, I, 2,7). (GRC) «[20] οὗτος τοίνυν ὁ Κῦρος λέγεται Λυσάνδρῳ, ὅτε ἦλθεν ἄγων αὐτῷ τὰ παρὰ τῶν συμμάχων δῶρα, ἄλλα τε φιλοφρονεῖσθαι, ὡς αὐτὸς ἔφη ὁ Λύσανδρος ξένῳ ποτέ τινι ἐν Μεγάροις διηγούμενος, καὶ τὸν ἐν Σάρδεσι παράδεισον ἐπιδεικνύναι αὐτὸν ἔφη. [21] ἐπεὶ δὲ ἐθαύμαζεν αὐτὸν ὁ Λύσανδρος ὡς καλὰ μὲν τὰ δένδρα εἴη, δι᾽ ἴσου δὲ τὰ πεφυτευμένα, ὀρθοὶ δὲ οἱ στίχοι τῶν δένδρων, εὐγώνια δὲ πάντα καλῶς εἴη, ὀσμαὶ δὲ πολλαὶ καὶ ἡδεῖαι συμπαρομαρτοῖεν αὐτοῖς περιπατοῦσι, καὶ ταῦτα θαυμάζων εἶπεν: ἀλλ᾽ ἐγώ τοι, ὦ Κῦρε, πάντα μὲν θαυμάζω ἐπὶ τῷ κάλλει, πολὺ δὲ μᾶλλον ἄγαμαι τοῦ καταμετρήσαντός σοι καὶ διατάξαντος ἕκαστα τούτων: [22] ἀκούσαντα δὲ ταῦτα τὸν Κῦρον ἡσθῆναί τε καὶ εἰπεῖν: ταῦτα τοίνυν, ὦ Λύσανδρε, ἐγὼ πάντα καὶ διεμέτρησα καὶ διέταξα, ἔστι δ᾽ αὐτῶν, φάναι, ἃ καὶ ἐφύτευσα αὐτός. [23] καὶ ὁ Λύσανδρος ἔφη, ἀποβλέψας εἰς αὐτὸν καὶ ἰδὼν τῶν τε ἱματίων τὸ κάλλος ὧν εἶχε καὶ τῆς ὀσμῆς αἰσθόμενος καὶ τῶν στρεπτῶν καὶ τῶν ψελίων τὸ κάλλος καὶ τοῦ ἄλλου κόσμου οὗ εἶχεν, εἰπεῖν: τί λέγεις, φάναι, ὦ Κῦρε; ἦ γὰρ σὺ ταῖς σαῖς χερσὶ τούτων τι ἐφύτευσας; [24] καὶ τὸν Κῦρον ἀποκρίνασθαι: θαυμάζεις τοῦτο, [ἔφη,] ὦ Λύσανδρε; ὄμνυμί σοι τὸν Μίθρην, ὅτανπερ ὑγιαίνω, μηπώποτε δειπνῆσαι πρὶν ἱδρῶσαι ἢ τῶν πολεμικῶν τι ἢ τῶν γεωργικῶν ἔργων μελετῶν ἢ ἀεὶ ἕν γέ τι φιλοτιμούμενος.» (IT) «20. Inoltre, si dice che lo stesso Ciro, quando Lisandro[5] si recò da lui portandogli i doni degli alleati, lo accolse con amicizia e gli mostrò anche il paradiso di Sardi[6], come rivelò una volta lo stesso Lisandro a un ospite di Megara. 21. Poiché Lisandro rimase meravigliato della bellezza degli alberi, piantati a distanza regolare in filari dritti, con angoli ben disegnati, e dei molti e gradevoli profumi che li accompagnavano mentre passeggiavano, disse con stupore: “Ciro, io ammiro tutto ciò per la sua bellezza, ma molto di più apprezzo chi ha progettato e disposto tutto per te”. 22. Udito ciò, Ciro se ne compiacque e disse: “Lisandro, sono io che ho progettato e disposto tutto questo; e ci sono anche alberi che ho piantato personalmente”. 23. E Lisandro racconta di aver detto, guardandono e notando la bellezza delle sue vesti, il profumo, e la bellezza delle collane, dei bracciali e di tutto il resto che indossava: “Cosa stai dicendo, Ciro? Davvero tu, con le tue mani, hai piantato qualcuna di queste piante?”. E Ciro rispose: 24. “Lisandro, ti meravigli di questo? Ti giuro su Mitra[7] che, quando sto bene, non mi siedo mai a cena prima di aver sudato per essermi dedicato all’addestramento militare o ai lavori agricoli, o per essermi dato da fare in qualche cosa.» (Senofonte, Economico, IV, 20-24; traduzione di Livia De Martinis, in Senofonte Tutti gli scritti socratici. Milano, Bompiani, 2013, pp. 707-711) Il termine, di origine iranica, entra nelle lingue semitiche con l’accadico pardēsu già col significato di “giardino”, “parco”[8]; mentre il suo diretto corrispondente in ebraico lo si riscontra invece nella bibbia in lingua ebraica, ad esempio con il termine פרדס (pardês), per sole tre volte: Neemia, 2,8; Qoèlet, 2,5; Cantico dei Cantici, 4,13, avente qui, tuttavia, il significato di “frutteto”, o “bosco”; successivamente il termine verrà utilizzato anche nella letteratura rabbinica (cfr., ad esempio, nel Talmud, Ḥagigah 14b, dove tuttavia già acquisisce implicitamente il significato di “luogo di beatitudine celestiale

il diavolo Diavolo Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. Jump to navigationJump to search Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Diavolo (disambigua). Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Diavoli” rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Diavoli (disambigua). Niente fonti! Questa voce o sezione sugli argomenti creature leggendarie e religione non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. Commento: Pochissime note, abbondano solo i passi biblici. Puoi migliorare questa voce aggiungendo citazioni da fonti attendibili secondo le linee guida sull’uso delle fonti. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento. Il diavolo Lucifero immobilizzato al centro del Cocito, enorme lago ghiacciato situato sul fondo dell’Inferno della Divina Commedia. Illustrazione di Gustave Doré. Con diavolo (definito anche demonio o maligno) si vuole indicare, nella religione, una entità spirituale o soprannaturale malvagia, distruttrice, menzognera o contrapposta a Dio, all’angelo, al bene e alla verità. Indice 1 Origine del termine 2 Nelle religioni 2.1 Zoroastrismo 2.2 Induismo 2.3 Buddhismo 2.4 Ebraismo 2.5 Giudaismo ellenistico 2.6 Cristianesimo 2.7 Islam 2.8 Bahaismo 2.9 Neopaganesimo 2.10 Movimento New Age 2.11 Satanismo 2.12 Politeismo 3 Nelle tradizioni culturali 3.1 Demoni 3.2 Titoli 4 Altri demoni affini 5 Nell’arte 5.1 Letteratura 5.2 Cinema 6 Curiosità 7 Note 8 Bibliografia 9 Voci correlate 10 Altri progetti 11 Collegamenti esterni Origine del termine Il termine “diavolo” deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (V secolo d.C.) del termine greco Διάβολος, diábolos, (“dividere”, “colui che divide”, “calunniatore”, “accusatore”; derivato dal greco -διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia “attraverso” bàllo “getto, metto”[1], indi getto, caccio attraverso, trafiggo, metaforicamente anche calunnio[2]). Nell’antica Grecia διάβολος era un aggettivo denotante qualcosa, o qualcuno, calunniatore e diffamatorio; fu usato nel III secolo a.C. per tradurre, nella Septuaginta, l’ebraico Śāṭān[3] (“avversario”, “nemico”, “colui che si oppone”[4], “accusatore in giudizio”, “contraddittore”[5]; reso negli scritti cristiani come Satanas e qui inteso come “avversario, nemico di Dio”). Il termine “demònio” deriva dal latino tardo daemonium, traslitterazione del greco δαιμόνιον, daimónion, (sempre dal greco δαιμόνιος, daimónios, “appartenente agli dèi”, “che è in rapporto con un δαίμων”, “ammirabile”, “sorprendente”[6]) e quindi collegato a δαίμων, dáimōn[7], il cui significato originario in lingua greca è quello di demone, entità soprannaturali “neutre”, cioè che potevan essere sia benevole sia malevoli. Solo col cristianesimo assunse esclusivamente un significato negativo. Infatti tale termine greco nel Nuovo Testamento è presente sia con l’originale senso neutro di ‘divinità'[8], che con quello di angelo caduto[9]. Già nella Septuaginta, e in altre traduzioni dall’ebraico al greco, tale termine occorreva ad indicare l’ebraico שְׂעִירִ֖ים (śe’îrîm: capre selvatiche, →satiri, capre demoni), צִיִּים֙ (siyyim: dimoranti del deserto, bestie selvatiche), אֱלִילִ֑ים (‘elilim: idoli), שֵּׁדִים֙ (šēdîm, shedim: spiriti tutelari, idolo[10]), גָּד (Gad: nome ebreo di un dio della Fortuna)[8] e יָשׁ֥וּד (yâšûd: devastare, il devastatore)[11]. Nelle religioni Zoroastrismo Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Angra Mainyu. Angra Mainyu (avestico) o Ahreman e Arimane (pahlavico) o Ahriman (fārsì) è, nella religione mazdeista, il nome dello spirito malvagio guida di una schiera di “demòni” indicati come daēva. Angra Mainyu (“Spirito del Male”) è lo spirito malvagio e distruttore, l’avversario di Spenta Mainyu (“Santo Spirito”; pahlavico Spentomad) lo spirito santo del Bene e guida degli “angeli” indicati come Ameša Spenta. L’origine di Angra Mainyu è dibattuta dagli studiosi. Alcuni lo intendono una creatura spirituale celeste del Dio unico creatore Ahura Mazdā e a lui successivamente ribellatasi per libera scelta. «La teologia di Zarathustra non è ‘dualista’ in senso stretto, poiché Ahura Mazdā non è messo a confronto con un ‘anti-dio’; l’opposizione si esplicita, all’origine tra i due Spiriti. D’altra parte è più volte sottintesa l’unità tra Ahura Mazdā e lo Spirito SAnto (Y.,43:3; ecc.). Insomma il Bene e il Male, il santo e il demone procedono entrambi da Ahura Mazdā, ma poiché Angra Mainyu ha scelto liberamente la sua natura e la sua vocazione malefica, il Signore non può essere considerato responsabile della comparsa del Male.» (Mircea Eliade. Zarathustra e la religione iranica in Storia delle credenze e delle idee religiose vol.I. Milano, Rizzoli, 2006, pag.331 pag.337) «Non è necessario attribuire ad Ahura Mazdā la paternità dello Spirito Distruttore. Come ha suggerito Gershevitch, basta pensare che il Signore Saggio abbia generato lo Spirito, probabilmente sotto forma di due Spiriti (diremmo noi); ma questi si sono differenziati soltanto- e qui sta il punto fondamentale- per loro libera scelta» (Jacques Duchesne-Guillemin. L’Iran antico e Zoroastro in Storia delle religioni (a cura di Henri-Charles Puech) vol.2. Bari, Laterza, 1977, pag. 146) Altri studiosi lo intendono invece come un essere originario contrapposto fin dall’inizio dei tempi al Dio unico Ahura Mazdā[12]. «Come si è detto, è certamente il dualismo -un dualismo eminentemente etico- il tratto più caratteristico ed originale del pensiero di Zoroastro. Esso ne completa, quasi giustificandola sul piano logico, la visione tendenzialmente monoteistica. […] In realtà l’insegnamento gathico dev’essere propriamente definito dualistico nella sua ispirazione di fondo: esso si presenta come un “monoteismo dualistico” in cui il potere divino è limitato, per così dire, dalla presenza del Male su un piano che precede e trascende quello della vita materiale, che da tale presenza è a sua volta pesantemente e drammaticamente condizionata.» (Gherardo Gnoli. Le religioni dell’antico Iran e Zoroastro in Giovanni Filoramo (a cura di) Storia delle religioni vol.1 Le Religioni antiche. Bari, Laterza, 1994, pag.400) Studiosi[13] ritengono che la figura di Angra Mainyu sia equivalente alla figura abramitica di Satana; Nella più antica religione Mazdeista infatti, Angra Mainyu era l’angelo caduto che scelse liberamente la sua natura e la sua vocazione malefica, divenendo un’entità malvagia e distruttrice, guida di una schiera di angeli malvagi che si trascina con sé (chiamati Daeva) e contrapposti al Dio unico (chiamato Mazda) che viene assistito dai suoi 7 angeli del bene (spiriti santi il cui capo è Spenta Mainyu e gli altri 6 sono chiamati Ameša Spenta), e nello stesso identico modo nella successiva religione ebraica Satana era l’angelo caduto, divenendo un’entità malvagia, guida di una schiera di angeli malvagi che si trascina con sé (chiamati Demoni) e contrapposti al Dio unico (chiamato Yhwh) che viene assistito dai suoi 7 angeli del bene (con Michele alla guida di altri 6) evidenziando il fin troppo ovvio spunto che la popolazione ebraica aveva tratto nel periodo dopo il ritorno dall’esilio in Babilonia (VI secolo a.C.). Induismo A differenza del Cristianesimo, dell’Islam, e dello Zoroastrismo, l’Induismo non riconosce alcuna forza o entità malvagia principale come il Diavolo in opposizione a Dio. L’Induismo riconosce però che esseri ed entità differenti (ad esempio, gli Asura) possano compiere atti malvagi, sotto il dominio temporaneo del guṇa chiamato tamas, e causare sofferenze agli uomini. Le guna rajasica e tamasica del Maya sono considerate molto vicine al concetto abramitico, ovvero come le porzioni diaboliche dell’Illusione Definitiva chiamata “Prakriti”. Una rappresentazione di ciò è il concetto di Advaita (non-dualismo) dove non si distinguono il bene ed il male ma semplicemente differenti livelli di comprensione. D’altra parte nell’Induismo, che dà assai spazio al contrappunto, esiste anche la nozione di dvaita (dualismo) in cui c’è un’interazione tra le tendenze buone e quelle malvagie.[14] Un’Asura importante è Rahu le cui caratteristiche sono simili a quelle del Diavolo Tuttavia, gli Indù, e i Vaishnava in particolare, credono che un avatar di Vishnu si incarni per sconfiggere il male quando raggiunge la sua massima potenza. Il concetto di Guṇa e Karma spiegano inoltre il male come un grado, piuttosto che come l’influenza di un diavolo. Per essere più specifici, la filosofia Indù indica che l’unica cosa esistente (Verità) è il Dio Onnipotente. Così, tutte le tendenze degli asura sono inferiori e la maggior parte esiste solamente come illusione nella mente. Gli Asura sono anche persone differenti in cui cattive motivazioni ed intenzioni (tamas) hanno temporaneamente soppiantato quelle buone (Sattva). Esseri diversi come siddha, gandharva, yaksha ed altri vengono considerati entità a differenza dell’umanità, ed in qualche modo sono superiori agli uomini. Nell’Ayyavazhi, ufficialmente un ramo dell’Induismo prominente a Tamil Nadu (uno Stato meridionale nell’India con retaggio Dravidiano), i seguaci, a differenza di molte altre correnti dell’Induismo, credono in una figura simile a Satana, Kroni. Kroni, secondo gli Ayyavali è la manifestazione primordiale del male e si manifesta in svariate forme, come ad esempio, Rāvaṇa, Duryodhana ecc., in diverse epoche o yuga. Di contro a questa manifestazione del male, i credenti della religione ayyavaliana credono che Dio, come Vishnu si manifesti nei Suoi avatar quali Rāma e Krishna per sconfiggere il male. Infine, Ekam con lo spirito (lo spirito assunto da Narayana solo per incarnarsi nel mondo) Nārāyaṇa si incarna nel mondo come Ayya Vaikundar per distruggere la manifestazione ultima di Kroni, Kaliyam. Kroni, lo spirito di Kali Yuga viene considerato onnipresente in questa epoca e si crede sia una delle ragioni per cui i seguaci dell’Ayyavalismo, come la maggior parte degli Indù, ritengano che l’attuale yuga, Kali Yuga, sia così degradata. Buddhismo Una figura simile a quella del diavolo nel Buddismo è Mara. Egli è un tentatore, che ha tentato anche Gautama Buddha cercando di sedurlo con la visione di bellissime donne che, in varie leggende, sono spesso riconosciute come le figlie di Mara. Mara personifica l’incapacità, la “morte” della vita spirituale. Egli cerca di distrarre gli uomini dal praticare una vita spirituale rendendo il noioso allettante o facendo sì che il negativo sembri positivo. Un’altra interpretazione di Mara è che lui rappresenti i desideri che sono nella mente di un uomo impedendo che questo veda la verità. In un certo senso quindi Mara non è un essere indipendente ma una parte dello stesso essere di una persona che deve essere sconfitta. Ebraismo Nell’Ebraismo non esiste il concetto di diavolo come nel Cristianesimo o nell’Islam. In ebraico, il termine biblico ha-satan (שָׂטָן) significa “l’avversario”[15] o l’ostacolo, o anche “l’accusatore in giudizio, contraddittore”[5] (sottolineando così che Dio viene visto come il Giudice finale). Nel Libro di Giobbe (Iyov), ha-satan è la qualifica, non il nome proprio, di un angelo sottomesso a Dio: egli è il capo-accusatore della corte divina. Nell’Ebraismo ha-satan non è malvagio, ma piuttosto indica a Dio le cattive azioni ed inclinazioni dell’umanità. Essenzialmente ha-satan non ha potere a meno che gli umani non compiano azioni malvagie. Dopo che Dio fa notare la devozione di Giobbe, ha-satan chiede il permesso di mettere alla prova la sua fede. A quest’uomo retto vengono sottratte la famiglia, le proprietà, ed in seguito, la salute, ma rimane ancora pieno di fede verso Dio. Alla fine di questo libro Dio appare come un mulinello d’aria, spiegando a tutti che la giustizia divina è imperscrutabile. Nell’epilogo vengono restituiti a Giobbe i suoi averi ed egli ha una seconda famiglia per “rimpiazzare” la prima che era deceduta. Nella Torah, ha-satan viene menzionato diverse volte. L’occasione principale è durante l’incidente del vitello d’oro: come fonte dell’inclinazione malvagia del popolo, o yetser harah, è responsabile per la costruzione da parte degli Israeliti del vitello d’oro mentre Mosè era sul Monte Sinai a ricevere la Torah da Dio. Nel libro delle Cronache, ha-satan incita Davide ad un censimento illegale. Di fatto, il Libro di Isaia, Giobbe, Qoelet e Deuteronomio hanno tutti passi in cui a Dio viene attribuito l’esercizio del controllo sovrano sul bene e sul male. Gli Esseni vedono il mondo come terreno di lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre, teorizzando la magia angelica. Nel Libro dei Giubilei le teorie sulle schiere angeliche, sui nomi degli angeli, sulle loro funzioni, hanno un posto di rilievo. Soprattutto, nella loro teologia, agli angeli è riservato un ruolo importante nella guerra contro i figli delle tenebre, capeggiati da Belial.[16] Giudaismo ellenistico La versione dei Settanta utilizza la parola diabolos al posto di ha-satan in due casi, entrambi riguardanti gli esseri soprannaturali: Giobbe 1:6 “Or accadde un giorno, che i figliuoli di Dio vennero a presentarsi davanti all’Eterno, e il diavolo venne anch’egli in mezzo a loro.” Zaccaria 3:1 “Poi il Signore mi fece veder Giosuè, sommo sacerdote, che stava ritto in piè davanti all’Angelo del Signore; e il diavolo stava alla sua destra, per essergli contra, come parte avversa.” Ma quando la parola ebraica satan si riferisce ad un essere umano, è trascritta (σαταν), e non tradotta (διάβολος): 1 Re 11:23 “Iddio suscitò un altro satan (σαταν) a Salomone: Rezon, figliuolo d’Eliada, ch’era fuggito dal suo signore Hadadezer, re di Tsoba.” Questa distinzione si riscontra in altri testi ebraici. Cristianesimo Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Lucifero e Satana. San Volfango e il diavolo di Michael Pacher Secondo la dottrina cattolica il diavolo è noto anche con il nome di Satana e talvolta come Lucifero, sebbene la maggior parte degli studiosi riconoscano che il riferimento in Isaia 14,12 a Lucifero, o la Stella del Mattino, sia in relazione al re babilonese[17]. La teologia cattolica lo descrive come un essere che odia la creazione e tutta l’umanità operando con menzogne e false promesse affinché l’essere umano rinunci alla sua figliolanza divina, al suo legame con Dio. Altri Cristiani (ad esempio i cristadelfiani) pensano che il diavolo nella Bibbia si riferisca figurativamente al peccato e alla tentazione umani e a qualsiasi sistema umano in contrapposizione a Dio. Nel cattolicesimo il diavolo viene identificato con il serpente nel Giardino dell’Eden, con il dragone nell’Apocalisse di Giovanni[18], e con il tentatore dei Vangeli[19]. È menzionato più frequentemente nei Vangeli, specialmente in riferimento alla forza trainante dietro la crocifissione di Cristo. Sulla personalità e azione del diavolo è interessante quanto il dott. Gabriele Amorth, esorcista ufficiale della Chiesa cattolica, ricava dalle sue esperienze dirette: da esse, e da analoghe presentazioni di altri autori, emerge il pensiero cattolico circa il diavolo: essere personale che influisce nella vita di ogni uomo[20][21][22][23]. Il diavolo è uno spirito che tiene incatenati agli inferi le persone che sono in stato di peccato mortale infatti Gesù dice “chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie con me disperde” 12, 30. Le persone che perseverano in questo stato fino alla morte sono condannate al supplizio eterno ([1] parte 3,articolo 8, sezione 4 versetto 1861) e vengono punite per sempre dal diavolo e dai suoi seguaci all’inferno (San Tommaso D’Aquino, Summa Teologica, supp. III, argomento 97). Al diavolo è stato dato un potere enorme in questo mondo principalmente sulla morte (Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 1: DS 1511) 2,14, secondo le parole di San Giovanni: “Tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” 5,19. Il Signore infatti si è incarnato proprio per distruggere le opere del Maligno 3,8. Il demonio preferisce agire nell’ombra senza farsi scovare perché appena viene scovato e individuato il suo potere può essere facilmente indebolito o annullato[24]. Per fare ciò il suo modo di operare preferito è la tentazione, la quale si presenta agli occhi dell’uomo sempre come una cosa attraente e “desiderabile per acquistare saggezza” 3,6. Infatti essendo uno spirito può manifestarsi in parole, pensieri o atti contrari alla legge di Dio e all’insegnamento di Gesù (San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 71, a. 6: Ed. Leon. 7, 8-9). Nella maggior parte dei casi preferisce lasciare le sue vittime libere di operare nel mondo per spargere la zizzania mentre perseguita e tenta particolarmente quelli che si sono decisi per Dio e per i suoi comandamenti come spiega San Giovanni nelle sue lettere. Sull’origine del diavolo nelle credenze cristiane compie una disamina non cristiana lo storico francese Georges Minois nel suo saggio Le diable[25]. Minois sottolinea che l’immagine del diavolo è indissolubilmente legata al concetto di “agonismo cosmico” e “divino”. L’idea cristiana di diavolo è erede, secondo Minois, di numerosi attributi di altre religioni del vicino Oriente. Miti agonici erano presenti in area egizia (il dio Seth contro il dio Horus), babilonese (Gilgameš contro il mostro Huwawa, il dio Marduk contro il mostro Tiāmat nell’Enûma Eliš) e nella religione cananea (il dio Baal contro il dio infero Mot). Sono presenti pure elementi greco-romani: la lotta di Zeus e di suo figlio Dioniso, forze vitali, contro i Titani di Crono, divoratore dei propri figli; Eracle contro l’Idra, e Teseo contro il Minotauro. Il predecessore del diavolo ebraico-cristiano è, per Minois, Angra Mainyu (pahlavico Ahrimane) che, con il suo esercito malefico di demonii (daeva), era il principio del male nel Mazdeismo (Zoroastrismo) iranico e quindi persiano. Nell’Antico Testamento c’era un Satana accusatore ed oppositore, non una maligna potestà[26]. La concezione cambiò sotto l’influsso di testi della letteratura apocalittica non canonica dell’Ebraismo che trattava anche di una rivolta degli angeli contro Dio (Libro dei Custodi, Libro dei Giganti, Visione di Enoch, Libro di Enoch, Libro dei Giubilei, Libro di Adamo). Anche la comunità ascetico-monastica degli Esseni di Qumram, i “figli della luce”, si considerava artefice della vittoria imminente su Satana. Le due forze cosmiche rivali, il Bene ed il Male, si preparano allo scontro escatologico finale che porterà alla vittoria del bene. Sia nelle sette apocalittiche dell’Ebraismo sia nella comunità di Qumram è evidente l’influsso del dualismo metafisico iranico del Mazdeismo: Ahura Mazdā, dio del Bene e della Verità, contro Angra Mainyu, principio del Male e della Menzogna. «È all’interno di questa confusa letteratura che il diavolo, qualunque sia il suo nome – Satana, Belial, Mastema, Semihazaz, ecc.- acquista le caratteristiche che gli sono proprie nel Nuovo Testamento: angelo caduto, per lussuria o superbia, che si è fatto nemico di Dio e dell’uomo, che egli cerca di mettere contro il suo Creatore, e che sparge il male ovunque» (Georges Minois. Op. cit., p. 24) Il diavolo dunque, quasi assente nell’Antico Testamento, si affermò nel Cristianesimo. Egli ha antenati dalla Mesopotamia, dalla Persia e dalla Grecia. Nell’Ebraismo l’idea di un avversario del diavolo si fece strada dopo l’esilio a Babilonia e i contatti con i Persiani. Un testo degli Esseni recita: “Dall’angelo della tenebra deriva ogni aberrazione […], gli spiriti come lui sono intenti a far cadere i figli della luce”. Gli Esseni formularono per primi un concetto di Inferno. Scrive di loro lo storico Giuseppe Flavio : ” Alle anime cattive assegnano una grotta buia e tempestosa, piena di supplizi infiniti”. Il già citato Libro di Enoch in ambiente ebraico parla per la prima volta di angeli ribelli a Dio. Sant’Agostino rifiutò questo libro che invece fu pienamente accolto da Tertulliano, Origene e dal filosofo Giustino. Quest’ultimo, riecheggiando il Libro di Enoch, ma anche Genesi 6,4, scrisse: “Gli angeli trasgredirono agli ordini di Dio, si accoppiarono con donne generarono figli, cioè i cosiddetti demoni”. La teologia cristiana mantenne l’idea che Satana fosse un ex angelo, rifacendosi ad un passo del profeta Isaia (14. 12): “Tu, portatore di luce, figlio dell’aurora, perché sei caduto dal cielo?”. Il “portatore di luce” diventò Lucifero. L’idea che il demonio abitasse sottoterra non era così diffusa presso i primi cristiani. San Paolo scrive (Efesini, 2: 2): “principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli” e, più oltre, aggiunge (Efesini, 6: 12): ” spiriti del Male che abitano nelle regioni celesti”. Soprattutto influssi della cultura dei Greci e dei Romani trasferirono Satana agli Inferi: l’Ade dei Greci, ad esempio, di cui c’è un cenno nel Fedone di Platone e poi nell’Odissea (XI libro) quando Ulisse scende nell’Ade per incontrare l’indovino Tiresia. Nel Tardo Medioevo Satana diventò una figura orripilante, mostruosa e paurosa, dai tratti orrendamente bestiali come negli affreschi di Giotto (Cappella degli Scrovegni) e del Beato Angelico o nella descrizione dantesca della Divina Commedia (Inferno XXXIV, vv.37- 60). Tratti animaleschi del diavolo medioevale richiamano altre divinità pagane: il celtico Cernumnos, con palchi ramificati da cervo; l’etrusco Tuchulcha, con becco ricurvo, ali da avvoltoio e serpenti al posto di capelli; ed in particolare il dio greco Pan, selvaggio, terrificante (anche per le sue urla) e dedito ai piaceri sessuali della carne (con un grande fallo, era rappresentato dedito alla masturbazione, alla bisessualità e alla violenza sessuale). Nel 1215, durante il Concilio Lateranense IV, la Chiesa emanò il documento Firmiter che elencava princìpi dottrinali. Uno di essi recitava: “Il diavolo e gli altri demoni sono stati creati buoni da Dio, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi. L’uomo ha poi peccato per suggestione del demonio”.[27] La interpretazione della figura e del ruolo del diavolo fu una delle origini delle “eresie” cristiane; come ad esempio nel bogomilismo che, in sintesi, riteneva che Dio avesse due figli: Satanael (il diavolo), il primogenito, e Michele (l’Arcangelo). Satanael si ribellò al padre e si trasformò in una creatura malvagia la quale, una volta cacciata dal regno dei cieli, creò l’inferno e la terra, cercando nel contempo, di generare l’uomo: non riuscendovi chiese aiuto al padre che soffiò l’anima nel corpo inanimato. Così ormai padrone dell’uomo per aver creato la sua parte materiale, Satanael permise ad Adamo di colonizzare la terra. Islam

La più bella del mondo. All’inizio della serata Benigni, pronuncia alcune battute sull’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dichiarando assurdo il fatto che egli avesse deciso di candidarsi per la sesta volta alle elezioni dal 1994. Dopo aver parlato di Berlusconi, Benigni passa a pronunciare qualche battuta sul presidente Mario Monti sbeffeggiando la sua serietà in politica riguardo ai numerosi tagli che ha fatto all’Italia e riguardo all’IMU, per poi introdurre gli articoli della Costituzione Italiana. Prima di leggere i principi, Benigni traccia brevemente la storia dell’Italia dal periodo della Grande guerra (1915 – 1918) quando entrò in conflitto in Europa per il possesso delle terre che da tanti anni erano in mano agli altri stati quali l’Austria fino alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945, descrivendone gli orrori peggiori. La lettura dei 12 principi fondamentali della Costituzione e la canzone di Piovani Servendosi di un leggio sul quale è posta la Costituzione, Benigni inizia a leggere ciascun articolo lodandone ed esaltandone la bellezza, dichiarando agli italiani di aver deciso di scrivere tali principi per costituire una rinascita dalla fine disastrosa della Seconda guerra mondiale. Prima di iniziare la lettura del primo articolo Benigni tiene a citare alcuni nomi dei politici che hanno contribuito alla realizzazione dei principi: Alcide De Gasperi, Giuseppe Saragat, Giuseppe Raimondi, Benedetto Croce, Giulio Andreotti. Incominciando a leggere i passi più importanti di ciascun articolo, Benigni cerca di rendere il discorso più sciolto possibile e di far penetrare il più maggiormente possibile i temi caratterizzanti della Costituzione nelle menti del pubblico. Inoltre Benigni cita alcune frasi di alcuni articoli che sono state prese da fondazioni di grande importanza come l’ONU per la loro suggestività. Oltre ad esaltare tali principi, Benigni pronuncia anche inettive contro il governo corrente che a causa delle riforme e delle leggi impedisce alla stragrande maggioranza di lavoratori di svolgere senza precarietà e difficoltà il proprio impiego, oppure dichiara che molti dei principi contenuti negli articoli sono andati moralmente perduti. Benigni dichiara che l’Italia è stata sempre in difficoltà a causa delle spaccature che vi sono tra i vari abitanti delle regioni e delle totale assenza di unità e uguaglianza tra persone in base alla razza, genere, religione e situazione personale o sessuale. Particolare è il suo discorso riguardo alla discriminazione della donna e alla sua triste condizione che ancora oggi non è stata risolta visti i numerosi e recenti maltrattamenti subiti da molte persone di sesso femminile da parte dei coetanei. Benigni dunque, facendo anche numerosi riferimenti al fascismo per spiegare le difficili e disastrose condizioni del popolo italiano prima della scrittura della Costituzione nel 1947 ed entrata in vigore nel 1948, intende comunicarci che la presente fu scritta da persone che miravano avanti verso un futuro migliore, per risorgere dalle ceneri della guerra, e che quindi tali principi devono continuare ad essere rispettati perché in quegli articoli sono riportati i principi cardini per lo sviluppo di un’intera comunità. Dopo aver concluso la lettura degli articoli della Costituzione, Benigni termina lo spettacolo cantando la canzone principale della colonna sonora del suo film La vita è bella composta e suonata in tale occasione da Nicola Piovani, per ritrasportare lo spettatore nel clima freddo ma pieno di speranza della situazione europea nel periodo degli anni 1939 – 1945 e successivamente in quello della liberazione degli ebrei da Auschwitz e del mondo dal conflitto mondiale. Infatti chi canta i versi della canzone di Piovani è Giosuè, il figlio di Benigni che nel film era uno dei pochi sopravvissuti di un campo di sterminio, simbolo della rinascita e della speranza. Ascolti

I proverbi del mese CALENDARIO PROVERBI PER MESE Anno 1991 Anno 1992 Anno 1993 Anno 1994 Anno 1995 Anno 1996 Anno 1997 Anno 1998 Anno 1999 Anno 2000 Anno 2001 Anno 2002 Anno 2003 Anno 2004 Anno 2005 Anno 2006 Anno 2007 Anno 2008 Anno 2009 Anno 2010 Anno 2011 Anno 2012 Anno 2013 Anno 2014 Anno 2015 Anno 2016 Anno 2017 Anno 2018 Anno 2019 Anno 2020 PASQUA ECLISSI SOLARI STAGIONI ECLISSI LUNARI ONOMASTICI PROVERBI PER MESE PIANETI: MERCURIO VENERE MARTE GIOVE SATURNO URANO NETTUNO PLUTONE PROVERBI DI GENNAIO Gennaio ingenera, febbraio intenera (marzo imboccia). Chi vuole un buon agliaio, lo ponga di gennaio. Gennaio secco, lo villan ricco. Gennaio e febbraio mettiti il tabarro. Ogni gatta ha il suo gennaio. Gennaio e febbraio, empie o vuota il granaio. A mezzo gennaio, metti l’operaio. A mezzo gennaio, mezzo pane e mezzo pagliaio. Sant’Antonio (17 gennaio), gran freddura, San Lorenzo gran caldura, l’uno e l’altro poco dura. Per San Bastiano (20 gennaio), sali il monte e guarda il piano; se vedi molto, spera poco; se vedi poco, spera assai. Sant’Agnese (21 gennaio), il freddo è per le siepi. La neve di gennaio diventa sale, e quella d’aprile farina. Gennaio fa il ponte e febbraio lo rompe. Guardati dalla primavera del gennaio. Quando canta il pigozzo (picchio) di gennaio, tieni a mano il pagliaio. Gennaio forte tutti i vecchi si auguran la morte. PROVERBI DI FEBBRAIO Se febbraio non febbreggia, marzo campeggia. Sant’Agata (5 febbraio), conduce la festa a casa. Gennaio e febbraio mettiti il tabarro. Chi vuol di vena un granajo lo semini di febbraio. Se di febbraio corrono i viottoli, empie di vino e olio tutti i ciottoli. Per San Valentino (14 febbraio), primavera sta vicino. Se febbraio non isferra, marzo mal pensa. Gennaio e febbraio, empie o vuota il granaio. Febbraio asciutto erba per tutto. Gennaio ingenera, febbraio intenera (marzo imboccia). A San Mattia (24 febbraio) la neve per la via. Febbraio febbraietto, mese corto e maledetto. Febbraio corto (o Ferraiuzzo) peggior di tutti. PROVERBI DI MARZO Marzo o buono o rio, il bue all’erba e il cane all’ombra. L’acqua di marzo è peggio delle macchie ne’ vestiti. Al primo tuon di marzo escon fuori tutte le serpi. Se febbraio non isferra, marzo mal pensa. La nebbia di marzo non fa male, ma quella d’aprile toglie il pane e il vino. Se febbraio non febbreggia, marzo campeggia. Chi nel marzo non pota la sua vigna, perde la vendemmia. Marzo alido, aprile umido. Di marzo, chi non ha scarpe vada scalzo, e chi le ha, le porti un altro po’ più in là. Mezzo gennaio, il sole nel pagginaio; mezzo ferriere, morto è chi non rinviene; mezzo marzo, chi non rinviene è morto affatto. Marzo asciutto, e april bagnato, beato il villan c’ha seminato. Marzo tinge, april dipinge, maggio fa le belle donne, e giugno fa le brutte carogne. Di marzo, ogni villan va scalzo. Se marzo butta erba, aprile butta merda. Marzo ha comprata la pelliccia a sua madre, e tre giorni dopo e’ l’ha venduta. Quando marzo marzeggia, april campeggia. Gennaio ingenera, febbraio intenera, marzo imboccia. Marzo molle, grano per le zolle. Quando marzo va secco, il gran fa cesto e il lin capecchio. Marzo non ha un dì come l’altro. PROVERBI DI APRILE La prim’acqua d’aprile vale un carro d’oro con tutto l’assile. Aprile, ogni giorno un barile. La neve di gennaio diventa sale, e quella d’aprile farina. Chi fila grosso, si vuol maritar tosto; chi fila sottile, si vuol maritar d’aprile. A’ cinque d’aprile, il cucco dee venire; se non viene a’ sette o agli otto, o ch’è preso o che è morto. La nebbia di marzo non fa male, ma quella d’aprile toglie il pane e il vino. A’ cinque d’aprile, il cucco dee venire; se non viene a’ sette o agli otto, o ch’è preso o che è morto. D’aprile ogni goccia un barile. Alte o basse nell’aprile son le pasque. D’aprile piove per gli uomini e di maggio per le bestie. Aprile cava (o esce) la vecchia dal covile. Chi pon cavolo d’aprile, tutto l’anno se ne ride. D’aprile, va il villano e il gentile. Aprile aprilone, non mi farai por giù il pelliccione. Aprile fa il fiore e maggio si ha il colore. Aprile e conti per lo più son traditori. Aprile, esce la vecchia dal covile; e la giovane non vuole uscire. Fidarsi alla buona stagione d’aprile, è come fare i conti innanzi l’oste. Aprile carciofaio, maggio ciliegiaio. Aprile e maggio son la chiave di tutto l’anno. Gli uomini sono aprile quando fanno all’amore, dicembre quando hanno sposato. Quando San Giorgio (23 aprile), viene in Pasqua, per il mondo c’è gran burrasca. L’acqua d’aprile, il bue ingrassa, il porco uccide, e la pecora se ne ride. A San Marco (25 aprile) il baco a processione. San Marco evangelista, maggio alla vista. D’aprile non ti scoprire. Aprile temperato non è mai ingrato. Aprile, dolce dormire. Marzo alido, aprile umido. Aprile suol esser cattivo da principio o al fine. PROVERBI DI MAGGIO Aprile e maggio son la chiave di tutto l’anno. Aprile fa il fiore e maggio si ha il colore. Val più un’acqua tra aprile e maggio, che i buoi con il carro. Maggio ortolano (cioè acquoso), molta paglia e poco grano. Chi fugge maggio, non fugge calende. San Niccolò di Bari (6 maggio), la festa degli scolari. Maggio fresco e casa calda, la massaia sta lieta e balda. Se maggio va fresco va ben la fava e anco il formento. Chi pota di maggio e zappa d’agosto, non raccoglie né pane né mosto. Se maggio è rugginoso, l’uomo è uggioso. D’aprile piove per gli uomini e di maggio per le bestie. Quando imbrocca d’aprile, vacci col barile; quando imbrocca di maggio, vacci per assaggio; quando imbrocca di giugno, vacci col pugno. Signor di maggio dura poco. Aprile carciofaio, maggio ciliegiaio. Fango di maggio, spighe d’agosto. Marzo tinge, april dipinge, maggio fa le belle donne, e giugno fa le brutte carogne. Il lino per San Bernardino (20 maggio) vuol fiorire alto o piccino. Nel mese di maggio fornisciti di legna e di formaggio. Maggio asciutto ma non tutto, gran per tutto; maggio molle, lin per le donne. Per sant’ Urbano (25 maggio) il frumento è fatto grano (o ha granito). Quando piove per San Filippo (26 maggio) il povero non ha bisogno del ricco. Maggio giardinaio non empie il granaio. Tra maggio e giugno fa il buon fungo. PROVERBI DI GIUGNO Tra maggio e giugno fa il buon fungo. Di giugno levati il cuticugno. A San Barnabà (11 giugno) la falce al prà, o piglia la falce, e in Maremma va. Se marzo non marzeggia, giugno non festeggia (oppure april mal pensa). Quando piove il giorno di San Vito (15 giugno) il prodotto dell’uva va sempre fallito. Marzo tinge, april dipinge, maggio fa le belle donne, e giugno fa le brutte carogne. Quando imbrocca d’aprile, vacci col barile; quando imbrocca di maggio, vacci per assaggio; quando imbrocca di giugno, vacci col pugno. Per San Piero (29 giugno), o paglia o fieno. PROVERBI DI LUGLIO Chi vuole un buon rapuglio, lo semini in luglio. D’aprile non ti scuoprire, di maggio vai adagio, di giugno cavati il codigugno, e se non pare tòrnatelo a infilare; di luglio vattene ignudo. Fino a Santa Margherita (20 luglio) il gran cresce nella bica. Per Santa Maria Maddalena (22 luglio) si taglia la vena. Per Santa Cristina (24 luglio), la sementa della saggina. Luglio dal gran caldo, bevi ben e batti saldo. PROVERBI DI AGOSTO Agosto ci matura il grano e il mosto. Per il Perdon (2 agosto) si pone la zappa in un canton. Fango di maggio, spighe d’agosto. Chi pota di maggio e zappa d’agosto, non raccoglie né pane né mosto. Il sol d’agosto, inganna la massara nell’orto. Chi dorme d’agosto, dorme a suo costo. Agosto, moglie mia non ti conosco. Se vuoi la buona rapa, per Santa Maria (15 agosto) sia nata. Ogni uccello, d’agosto è beccafico. Chi non ha pane lavorato, agosto diventa maggio. Quando piove d’agosto, piove miele e piove mosto. Chi vuole aver del mosto, zappi le viti d’agosto. Poco vino vendi al tino; assai mosto serba a agosto. La prim’acqua d’agosto, il caldo s’è riposto. Alla prim’acqua d’agosto pover’omo ti conosco (ovvero il caldo s’è riposto). La prim’acqua d’agosto rinfresca il bosco. Di settembre e d’agosto, bevi il vin vecchio e lascia stare il mosto. Alla prim’acqua d’agosto, cadono le mosche; quella che rimane, morde come cane. Chi va all’acqua d’agosto, non vuol bere il mosto . Mostrano gli alberi nell’agosto quel che daranno poi di frutto. Poco mosto, vil d’agosto. PROVERBI DI SETTEMBRE Di settembre e d’agosto, bevi il vin vecchio e lascia stare il mosto. Se piove per San Gorgonio (9 settembre), tutto l’ottobre è un demonio. Quando la cicala canta in settembre, non comprare grano da vendere. Per Santa Croce (14 settembre), pane e noce. Alla Madonna di marzo si scopano, e alla Madonna di settembre si trovano. Chi lavora di settembre, fa bel solco e poco rende. Settembre, l’uva e il fico pende. A San Mattè (21 settembre) l’uccellator salta in piè. Brache, tela e meloni,di settembre non son più buoni. Per San Cosimo e Damiano (26 settembre), ogni male fia lontano. A San Michele (29 settembre) il calore va in cielo. Per San Michele la giuggiola nel paniere. PROVERBI DI OTTOBRE A Santa Reparata (8 ottobre) ogni oliva inoliata. D’ottobre il vino nelle doghe. Da San Gallo (16 ottobre) ara il monte e semina la valle. Per San Gallo para via e non fai fallo. O molle o asciutto, per San Luca (18 ottobre) semina. San Luca il tordo trabuca. A San Simone il ventaglio si ripone; a Ognissanti, manicotto e guanti. Per San Simone la nespola ripone. PROVERBI DI NOVEMBRE A San Simone il ventaglio si ripone; a Ognissanti, manicotto e guanti. A San Martino (11 novembre) ogni mosto è vino. Il mese di bruma (cioè novembre), dinanzi mi scalda, e di dietro mi consuma. Se di novembre tuona, l’annata sarà buona. Per San Clemente il verno mette un dente (23 novembre). Per Santa Caterina (25 novembre), la neve alla collina. Per Santa Caterina (25 novembre), la neve sulla spina. Per Sant’Andrea piglia il porco per la sèa (setola); se tu non lo puoi pigliare, fino a Natale lascialo andare. PROVERBI DI DICEMBRE Per Sant’Ansano (1 dicembre), uno sotto e uno in mano. Gli uomini sono aprile quando fanno all’amore, dicembre quando hanno sposato. Da Santa Lucia a Natale il dì allunga un passo di cane. Dicembre piglia e non rende. Dicembre, davanti t’agghiaccia e di dietro t’offende (o viceversa). Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. San Tommè (29 dicembre), cresce il dì quando il gallo alza un piè.

Piccione viaggiatore sul tetto di una casa Il piccione viaggiatore è una varietà del piccione domestico (Columba livia domestica) derivato dal piccione selvatico orientale, selezionato geneticamente per la sua abilità di ritrovare la strada di casa da distanze molto elevate. Il piccione viaggiatore ha un innato senso di orientamento[1] che gli permette di tornare al proprio nido sfruttando il fenomeno della magnetoricezione.[2] Voli sino a 1.800 chilometri sono stati registrati in competizione colombofile.[3] La loro velocità media in volo su moderate distanze (600 km) è di circa 80 chilometri all’ora. Grazie alle sue capacità di orientamento e di viaggiare lontano in passato fu utilizzato per portare messaggi da un luogo all’altro ed il termine che indicava questi messaggi è colombigramma[4]. Indice 1 Impiego nella storia 2 Note 3 Bibliografia 4 Altri progetti 5 Collegamenti esterni Impiego nella storia L’uso del piccione viaggiatore fu fondamentale durante la storia ed il suo primo impiego risale ad oltre 3.000 anni fa quando già veniva adoperato da Egiziani e Persiani.[5] Nell’antichità era il principale mezzo di comunicazione ad alta priorità: per le civiltà greco-romane era il sistema adoperato per comunicare informazioni importanti come ad esempio i nomi dei vincitori dei giochi olimpici, fino ai confini dell’impero. Il suo utilizzo però non si limita soltanto a secoli fa, infatti in seguito con l’invenzione del telegrafo e più tardi anche del telefono, durante la Grande Guerra la maggior parte degli eserciti faceva affidamento sui moderni mezzi di comunicazione, ma ciò aveva degli svantaggi: i sistemi di allora potevano facilmente smettere di funzionare, essere manomessi od intercettati. Per risolvere questo problema l’esercito italiano fece un largo uso dei pennuti, tanto da creare delle vere e proprie colombaie mobili per permettere di mettere in comunicazione le truppe operanti in prima linea con i comandanti che si trovavano in aree più riparate. Le colombaie mobili si suddividevano fra autocolombaie, consistenti in speciali carri automobili attrezzati con dispositivi di una vera e propria colombaia avente la capacità da 90 a 100 colombi e colombaie rimorchio, ovvero costituite da carri a due ruote con gomme pneumatiche. Quest’ultime erano attrezzate da colombaie ed erano capaci di contenere da 100 a 120 colombi.[6] L’imprevedibilità di questa scelta dell’adoperare i piccioni viaggiatori in guerra fu talmente vantaggiosa che questi vennero riadoperati anche nella seconda guerra mondiale: fu infatti una colomba chiamata “Paddy” che il 6 giugno 1944, riuscendo a beffarsi dei falchi tedeschi e attraversando oltre 230 miglia, portò per prima notizie agli alleati riguardo allo sbarco in Normandia. L’impresa del pennuto, compiuta in meno di cinque ore, fu talmente eclatante che alla sua morte nel 1954 fu ricordato e premiato in una cerimonia speciale e più tardi, nel 2005, gli fu dedicato un film d’animazione.[7] Note ^ Andrew Blechman, Pigeons-The fascinating saga of the world’s most revered and reviled bird., St Lucia, Queensland, University of Queensland Press, 2007, ISBN 978-0-7022-3641-9 (archiviato dall’url originale il 12 gennaio 2008). ^ Wendell Levi, The Pigeon, Sumter, S.C., Levi Publishing Co, Inc, 1977, p. 82, ISBN 0-85390-013-2. ^ Charles Walcott, Pigeon Homing: Observations, Experiments and Confusions (PDF), in Journal of Experimental Biology, vol. 199, Pt 1, 1996, pp. 21–27, PMID 9317262. URL consultato il 4 gennaio 2008. ^ Italia. Esercito. Comando supremo. Ufficio tecnico, Norme per la compilazione e trasmissione dei colombigramma, Esercito italiano. 8. Armata. Sezione cartografica, 1918. ^ Come si utilizzavano i piccioni viaggiatori?, in Focus.it. URL consultato il 20 gennaio 2018. ^ L’impiego dei piccioni viaggiatori nella Prima Guerra Mondiale (PDF), su ordiniveterinaripiemonte.it. ^ Il piccione che beffò i falchi di Hitler – Corriere della Sera, su www.corriere.it. URL consultato il 20 gennaio 2018.

La fatica di vivere. Amare la vita attraverso la fatica è penetrarne il segreto più profondo. (Khalil Gibran) Se una cosa non ti è costata nessuna fatica, vuol dire che l’hai fatta male. (Dan Brown) Un uomo felice è colui che durante il giorno per il suo lavoro, e la notte per la fatica, non ha il tempo di pensare alle sue cose. (Gary Cooper) La fatica è il miglior cuscino. (Benjamin Franklin) La fatica non è mai sprecata: soffri ma sogni. (Pietro Mennea) Lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla. (Pierre de Coubertin) Proprio nello sforzo enorme e coraggioso di vincere la fatica riusciamo a provare, almeno per un istante, la sensazione autentica di vivere. Raggiungiamo la consapevolezza che la qualità del vivere non si trova in valori misurabili in voti, numeri e gradi, ma è insita nell’azione stessa, vi scorre dentro. (Haruki Murakami) Le piccole fatiche quotidiane, nel loro insieme e nella loro predisposizione a essere sommate, immettono nel mondo molta più energia delle azioni eroiche; anzi l’impresa eroica appare addirittura minuscola, come un granello di sabbia che, con enorme illusione, viene posto sulla cima di un monte. (Robert Musil) L’uomo è nato per conquistare a fatica ogni centimetro di terreno. Nato per lottare, nato per morire. (Charles Bukowski) Dio ci vende tutti li beni a prezzo di fatica. (Leonardo da Vinci) La fatica perseverante e la continua applicazione sono il cibo del mio spirito; quando comincerò a riposare e a rallentare il mio lavoro, allora cesserò anche di vivere. (Francesco Petrarca) Affaticarsi e lottare contro gli ostacoli rappresenta per l’uomo un bisogno come lo è per la talpa lo scavare. L’inazione determinata dal soddisfacimento totale, connesso a un godimento costante, sarebbe per lui insopportabile. (Arthur Schopenhauer) Non c’è nulla di così faticoso come sostenere l’eterno peso di un compito non concluso. (William James) Le difficoltà rafforzano la mente, come la fatica rafforza il corpo. (Lucio Anneo Seneca) Se la fatica restasse sempre nella mente e nei muscoli, nessuno la accetterebbe. Ma se la guardi come passaggio necessario alla rigenerazione, allora diventa una cosa divina. (Paolo Rumiz) Non bisogna lasciare che la fatica entri nel cuore. Può darsi che la fatica controlli il tuo corpo, ma fai del tuo cuore una cosa tua. (Haruki Murakami) Chissà se gli scrittori fanno la stessa fatica. Non credo. Non mi affatica suonare per ore, potrei andare avanti all’infinito. Il proprio mestiere è quello che si fa senza fatica. (Alessandro Baricco) Sia le lacrime che il sudore sono bagnati e salati, ma il loro impatto è molto diverso. Con le lacrime ti procuri la simpatia, con il sudore fai dei progressi. (Jesse Jackson Jr.) Che cosa è la vita? Il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso, e quivi inevitabilmente cadere. (Giacomo Leopardi) Non è il carico che ti spezza, è il modo in cui lo porti. (Lena Horne) L’italiano non lavora, fatica. (Leo Longanesi) C’è un ideale assai diffuso in Italia: guadagnar molto faticando poco. Quando questo è irrealizzabile, subentra un sottoideale: guadagnar poco faticando meno. (Giuseppe Prezzolini) Le banconote sono la carta assorbente del sudore del mondo. (Ramón Gómez de la Serna) Dovunque tu vada sarai sempre in salita e controvento. (Arthur Bloch, Prima Legge del Ciclismo) La fatica non è causata dal lavoro, ma dalla preoccupazione, dalla frustrazione e dal risentimento. (Dale Carnegie) Molte volte al giorno mi rendo conto di quanto la mia stessa vita esteriore ed interiore sia costruita sulla fatica dei miei consimili, sia i vivi che i morti, e che devo applicarmi con sollecitudine per restituire quanto ho ricevuto e tuttora ricevo. (Albert Einstein) II pane più saporito è quello che si guadagna col proprio sudore. (Proverbio) La lode arriva solo dopo che la fatica le ha aperto la strada. (Publilio Siro) La fatica puramente fisica, purché non sia eccessiva, tende a essere una causa di felicità; favorisce un sonno quieto e profondo e un buon appetito e dà gusto ai piaceri possibili nei giorni di vacanza. Ma quando è eccessiva diventa un male assai grave. (Bertrand Russell) La ripetizione di piccoli sforzi otterrà più dell’uso occasionale di grandi talenti. (Charles Spurgeon) Tutta la crescita dipende dall’attività. Non c’è sviluppo fisico o mentale senza sforzo, e lo sforzo significa lavoro. (Calvin Coolidge) Sisifo non morirà di fatica, ma di noia (Valeriu Butulescu) Subito dopo essere vivi, la fatica più grossa è fare del sesso. (Andy Warhol) Il lavoro non è per gli uomini, è per i ciucciarielli. Anche una fatica, magari, può dar gusto qualche volta, purché non sia un lavoro. Una fatica oziosa può riuscire utile e simpatica, ma il lavoro, invece, è una cosa inutile, e mortifica la fantasia. (Elsa Morante) Fatica da bestia fa crescere il mucchio, ma rende triste la vita. (Epicuro) Con un colpo di fortuna spesso si ottiene quello che non si è ottenuto con la fatica. (Esopo) La vita è una tale fatica, bambino. È una guerra che si ripete ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano un prezzo crudele. (Oriana Fallaci) Maledetto sia il suolo per causa tua!