Autore: giuliozignani

Venere

Annunci

la preghiera

Il Papa: “La preghiera non è rifugiarsi in un mondo ideale, pregare è lottare”

591

Papa Francesco canonizza sette Beati
Foto: Martha Calderon CNA

PreviousNext

FacebookTwitterGoogle+PinterestAddthis

La Chiesa Cattolica annovera nell’albo dei Santi altre sette personalità. Papa Francesco infatti ha canonizzato stamane in Piazza San Pietro i Beati Salomone Leclercq, Giuseppe Sánchez del Río, Manuel González García, Lodovico Pavoni, Alfonso Maria Fusco, Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero ed Elisabetta della Santissima Trinità Catez.

Nell’omelia il Papa sottolinea, commentando le Letture domenicali, l’importanza della preghiera. I nuovi Santi  – osserva Francesco – “hanno raggiunto la meta, hanno avuto un cuore generoso e fedele, grazie alla preghiera: hanno pregato con tutte le forze, hanno lottato, e hanno vinto”.

Per questo motivo è necesario pregare. Ad esempio come Mosè “uomo di Dio, uomo di preghiera”. Mosè prega con Aronne e Cur e questo – aggiunge il Pontefice – va a significare come la preghiera richieda l’impegno “di sostenerci l’un l’altro. La stanchezza è inevitabile, a volte non ce la facciamo più, ma con il sostegno dei fratelli la nostra preghiera può andare avanti, finché il Signore porti a termine la sua opera”.

Non si resta perseveranti nella fede senza pregare. “Ma non una preghiera sporadica, altalenante, bensì fatta come Gesù insegna nel Vangelo di oggi: pregare sempre, senza stancarsi mai. Questo è il modo di agire cristiano: essere saldi nella preghiera per rimanere saldi nella fede e nella testimonianza”. Il rischio di stancarsi esiste ma bisogna aver presente che “non siamo soli, facciamo parte di un Corpo! Siamo membra del Corpo di Cristo, la Chiesa, le cui braccia sono alzate giorno e notte al Cielo grazie alla presenza di Cristo Risorto e del suo Santo Spirito. E solo nella Chiesa e grazie alla preghiera della Chiesa noi possiamo rimanere saldi nella fede e nella testimonianza”.

La preghiera ha in se un mistero ed è quello – dice il Papa – di “gridare, non stancarsi, e, se ti stanchi, chiedere aiuto per tenere le mani alzate. Questa è la preghiera che Gesù ci ha rivelato e ci ha donato nello Spirito Santo. Pregare non è rifugiarsi in un mondo ideale, non è evadere in una falsa quiete egoistica. Al contrario, pregare è lottare, e lasciare che anche lo Spirito Santo preghi in noi. E’ lo Spirito Santo che ci insegna a pregare, che ci guida nella preghiera, che ci fa pregare come figli”.

“I santi – conclude Papa Bergoglio – sono uomini e donne che entrano fino in fondo nel mistero della preghiera. Uomini e donne che lottano con la preghiera, lasciando pregare e lottare in loro lo Spirito Santo; lottano fino al limite, con tutte le loro forze, e vincono, ma non da soli: il Signore vince in loro e con loro. Anche questi sette testimoni che oggi sono stati canonizzati, hanno combattuto la buona battaglia della fede e dell’amore con la preghiera. Per questo sono rimasti saldi nella fede, con il cuore generoso e fedele. Per il loro esempio e la loro intercessione, Dio conceda anche a noi di essere uomini e donne di preghiera; di gridare giorno e notte a Dio, senza stancarci; di lasciare che lo Spirito Santo preghi in noi, e di pregare sostenendoci a vicenda per rimanere con le braccia alzate, finché vinca la Divina

Giove (astronomia)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Jump to navigationJump to search

Giove
Jupiter and its shrunken Great Red Spot.jpg

Giove fotografato dal telescopio spaziale Hubblenel 2014

Stella madre Sole
Classificazione Gigante gassoso
Parametri orbitali
(all’epoca J2000.0[1][N 1])
Semiasse maggiore 778 412 027 km
5,203 363 01 UA
Perielio 740 742 598 km
4,951 558 43 UA
Afelio 816 081 455 km
5,455 167 59 UA
Circonf. orbitale 4 888 000 000 km
32,674 UA
Periodo orbitale 4 333,2867 giorni
(11,863 892 anni)
Periodo sinodico 398,88 giorni
(1,092 073 anni)[2]
Velocità orbitale 12,446 km/s (min)
13,056 km/s (media)
13,712 km/s (max)
Inclinazione orbitale 1,304°[2]
Eccentricità 0,048 392 66
Longitudine del
nodo ascendente
100,55615°
Argom. del perielio 274,19770°
Satelliti 79
Anelli 4
Dati fisici
Diametro equat. 142 984 km[3][N 2]
Diametro polare 133 709 km[3]
Schiacciamento 0,06487 ± 0,00015[3]
Superficie 6,1418738571 × 1010 k[N 2][4]
Volume 1,43128 × 1024 [2][N 2]
Massa
1,89819 × 1027 kg[2][N 2]
Densità media 1,326 × 103 kg/m³[2][N 2]
Acceleraz. di gravità in superficie 23,12 m/s²
(2,358 g)[2][N 2]
Velocità di fuga 59,5 km/s[2]
Periodo di rotazione 0,413 538 021 d
(9 h 55 min 29,685 s)[5]
Velocità di rotazione
(all’equatore)
12 580 m/s
Inclinazione assiale 3,131°[2]
A.R. polo nord 268,057° (17h 52m 14s)[3]
Declinazione 64,496°[3]
Temperatura
superficiale
110 K (−163 °C) (min)
152 K (−121 °C) (media)
Pressione atm. 20 – 200 kPa[6]
Albedo 0,522[2]
Dati osservativi
Magnitudine app. −1,61[2] (min)
−2,60[2] (media)
−2,808[2] (max)
Magnitudine app. -1,6 e -2,94
Diametro
apparente
29,8″[2] (min)
44,0″[2] (medio)
50,1″[2] (max)

Giove (dal latino Iovemaccusativo di Iuppiter) è il quinto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole e il più grande di tutto il sistema planetario: la sua massacorrisponde a 2 volte e mezzo la somma di quelle di tutti gli altri pianeti messi insieme.[7] È classificato, al pari di SaturnoUrano e Nettuno, come gigante gassoso.

Giove ha una composizione simile a quella del Sole: infatti è costituito principalmente da idrogeno ed eliocon piccole quantità di altri composti, quali ammoniacametano ed acqua.[8] Si ritiene che il pianeta possegga una struttura pluristratificata, con un nucleosolido, presumibilmente di natura rocciosa e costituito da carbonio e silicati di ferro, sopra il quale gravano un mantello di idrogeno metallico ed una vasta copertura atmosferica[9] che esercitano su di esso altissime pressioni.[10]

L’atmosfera esterna è caratterizzata da numerose bande e zone di tonalità variabili dal color crema al marrone, costellate da formazioni cicloniche ed anticicloniche, tra le quali spicca la Grande Macchia Rossa.[11] La rapida rotazione del pianeta gli conferisce l’aspetto di uno sferoideschiacciato ai poli[3] e genera un intenso campo magnetico che dà origine ad un’estesa magnetosfera;[12] inoltre, a causa del meccanismo di Kelvin-Helmholtz, Giove (come tutti gli altri giganti gassosi) emette una quantità di energia superiore a quella che riceve dal Sole.[10][13][14]

A causa delle sue dimensioni e della composizione simile a quella solare, Giove è stato considerato per lungo tempo una “stellafallita”:[15] in realtà solamente se avesse avuto l’opportunità di accrescere la propria massa sino a 75-80 volte quella attuale[N 3][16]il suo nucleo avrebbe ospitato le condizioni di temperatura e pressione favorevoli all’innesco delle reazioni di fusionedell’idrogeno in elio, il che avrebbe reso il sistema solare un sistema stellare binario.[17]

L’intenso campo gravitazionale di Giove influenza il sistema solare nella sua struttura perturbando le orbite degli altri pianeti[18] e lo “ripulisce” da detriti che altrimenti rischierebbero di colpire i pianeti più interni.[19] Intorno a Giove orbitano numerosi satelliti[20] e un sistema di anelli scarsamente visibili;[10] l’azione combinata dei campi gravitazionali di Giove e del Sole, inoltre, stabilizza le orbite di due gruppi di asteroidi troiani.[21]

Il pianeta, conosciuto sin dall’antichità, ha rivestito un ruolo preponderante nel credo religioso di numerose culture, tra cui i Babilonesi, i Greci e i Romani, che lo hanno identificato con il sovrano degli dei.[22] Il simbolo astronomico del pianeta (♃) è una rappresentazione stilizzata del fulmine, principale attributo di quella divinità.

Osservazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Giove.

Giove appare ad occhio nudo come un astro biancastro molto brillante a causa della sua elevata albedo.[2] È il quarto oggetto più brillante nel cielo, dopo il Sole, la Luna e Venere[23] con cui, quando quest’ultimo risulta inosservabile, si spartisce il ruolo di “stella del mattino” o “stella della sera”.[24] La sua magnitudine apparente varia, a seconda della posizione durante il suo moto di rivoluzione, da −1,6 a −2,8, mentre il suo diametro apparente varia da 29,8 a 50,1 secondi d’arco.[2]

Il periodo sinodico del pianeta è di 398,88 giorni, al termine dei quali il corpo celeste inizia una fase di moto retrogrado apparente, in cui sembra spostarsi all’indietro nel cielo notturno rispetto allo sfondo delle stelle “fisse” eseguendo una traiettoria sigmoide. Giove, nei 12 anni circa della propria rivoluzione, attraversa tutte le costellazioni dello zodiaco.[25]

Giove fotografato da un telescopio amatoriale. Si notano tre dei quattro satelliti medicei: a destra Io, a sinistra Europa (più interno) e Ganimede. Si nota anche la sua caratteristica più peculiare: la Grande Macchia Rossa.

Il pianeta è interessante da un punto di vista osservativo in quanto già con piccoli strumenti è possibile apprezzarne alcuni caratteristici dettagli superficiali. I periodi più propizi per osservare il pianeta corrispondono alle opposizioni e in particolare alle “grandi opposizioni”, che si verificano ogni qual volta Giove transita al perielio. Queste circostanze, in cui l’astro raggiunge le dimensioni apparenti massime, consentono all’osservatore amatoriale, munito delle adeguate attrezzature, di scorgere più facilmente gran parte delle caratteristiche del pianeta.[26]

Un binocolo 10×50 o un piccolo telescopio rifrattore consentono già di osservare attorno al pianeta quattro piccoli punti luminosi, disposti lungo il prolungamento dell’equatore del pianeta: si tratta dei satelliti medicei.[27] Poiché essi orbitano abbastanza velocemente intorno al pianeta, è possibile notarne i movimenti già tra una notte e l’altra: il più interno, Io, arriva a compiere tra una notte e la successiva quasi un’orbita completa.[28]

Un telescopio da 60 mm permette già di osservare le caratteristiche bande nuvolose[29]e, qualora le condizioni atmosferiche siano perfette, anche la caratteristica più nota del pianeta, la Grande Macchia Rossa che però è maggiormente visibile con un telescopio di 25 cm di apertura che consente di osservare meglio le nubi e le formazioni più fini del pianeta.[30]

Il pianeta risulta osservabile non solo nel visibile, ma anche ad altre lunghezze d’ondadello spettro elettromagnetico, principalmente nell’infrarosso. L’osservazione a più lunghezze d’onda si rivela utile soprattutto nell’analisi della struttura e della composizione dell’atmosfera[31][32] e nello studio delle componenti del sistema di Giove.[33]

Storia delle osservazioni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Giove § Storia.

Per la sua caratteristica luminosità il pianeta è ben conosciuto sin dai primordi dell’umanità.

Una delle prime civiltà a studiare i moti di Giove e degli altri pianeti visibili ad occhio nudo (MercurioVenereMarte e Saturno) fu quella assirobabilonese. Gli astronomi di corte dei re babilonesi riuscirono a determinare con precisione il periodo sinodico del pianeta; inoltre, si servirono del suo moto attraverso la sfera celeste per delineare le costellazioni zodiacali.[22] La scoperta negli archivi reali di Ninive di tavolette recanti precisi resoconti di osservazioni astronomiche e il frequente rinvenimento di parti di strumentazioni a probabile destinazione astronomica, come lenti di cristallo di rocca e tubi d’oro (datati al I millennio a.C.), indussero alcuni archeoastronomi a ipotizzare che la civiltà assira fosse già in possesso di un “prototipo” di cannocchiale, con il quale si ritiene sia stato possibile osservare anche Giove.[34]

Ritratto di Galileo Galilei dipinto nel 1636 da Justus Sustermans.

Anche i cinesi, noti per la raffinatezza delle loro tecniche astronomiche, riuscirono a ricavare in maniera precisa i periodi sinodici ed orbitali dei pianeti visibili ad occhio nudo.[35] Nel 1980 lo storico cinese Xi Zezong ha annunciato che Gan De, astronomo contemporaneo di Shi Shen, sarebbe riuscito ad osservare almeno uno dei satelliti di Giove già nel 362 a.C. a occhio nudo, presumibilmente Ganimede, schermando la vista del pianeta con un albero o qualcosa di analogo.[36][37][38] Bisognerà però attendere il XVII secolo prima che l’esistenza dei satelliti di Giove sia appurata da Galileo Galilei, che, nel 1610, scoprì i quattro satelliti medicei: IoEuropa, Ganimede e Callisto;[39][40] fu però Simon Marius, che si attribuì la paternità della scoperta dei satelliti, alimentando in questo modo una fiera diatriba con Galileo,[41][42] a conferire nel 1614 i nomi mitologici attualmente in uso a ciascuno di essi.[42]

Nell’autunno del 1639 l’ottico napoletano Francesco Fontana, diffusore del telescopio a oculare convergente (kepleriano), testando un telescopio di 22 palmi di sua produzione scoprì le caratteristiche bande dell’atmosfera del pianeta.[43]

Negli anni sessanta del XVII secolo l’astronomo Gian Domenico Cassini, scoprì la presenza di macchie sulla superficie di Giove e che il pianeta stesso ha la forma di uno sferoide oblato. L’astronomo riuscì poi a determinarne il periodo di rotazione,[44] e nel 1690 scoprì che l’atmosfera è soggetta a una rotazione differenziale;[10] egli è inoltre accreditato come lo scopritore, assieme, ma indipendentemente, a Robert Hooke, della Grande Macchia Rossa.[45][46] Lo stesso Cassini, assieme a Giovanni Alfonso Borelli, stese precise relazioni sul movimento dei quattro satelliti galileiani, formulando dei modelli matematici che consentissero di prevederne le posizioni. Tuttavia nel trentennio 16701700, si osservò che, quando Giove si trova in un punto dell’orbita prossimo alla congiunzione col Sole, si registra nel transito dei satelliti un ritardo di circa 17 minuti rispetto al previsto. L’astronomo danese Ole Rømer ipotizzò che la visione di Giove non fosse istantanea (conclusione che Cassini aveva precedentemente respinto[44]) e che dunque la luce avesse una velocità finita (indicata con c).[47]

Vista animata di Giove. Queste foto sono state scattate nel corso di ventotto giorni nel 1979 dalla sonda Voyager 1 mentre si avvicinava al pianeta.

Dopo due secoli privi di significative scoperte, il farmacista Heinrich Schwabe disegnò la prima carta completa di Giove, comprendente anche la Grande Macchia Rossa, e la pubblicò nel 1831.[45][48] Le osservazioni della tempesta hanno permesso di registrare dei momenti in cui essa appariva più debole (come tra il 1665 e il 1708, nel 1883 ed all’inizio del XX secolo), ed altri in cui appariva rinforzata, tanto da risultare molto ben evidente all’osservazione telescopica (come nel 1878).[49]

Nel 1892 Edward Emerson Barnard scoprì, grazie al telescopio rifrattore da 910 mm dell’Osservatorio Lick, la presenza attorno al pianeta di un quinto satellite, battezzato Amaltea.[50][51]

Nel 1932 Rupert Wildt identificò, analizzando lo spettro del pianeta, delle bande di assorbimento proprie dell’ammoniaca e del metano.[52] Sei anni dopo furono osservate, a sud della Grande Macchia Rossa, tre tempeste anticicloniche che apparivano come dei particolari ovali biancastri. Per diversi decenni le tre tempeste sono rimaste delle entità distinte, non riuscendo mai a fondersi pur avvicinandosi periodicamente; tuttavia, nel 1998, due di questi ovali si sono fusi, assorbendo infine anche il terzo nel 2000 e dando origine a quella tempesta che oggi è nota come Ovale BA.[53]

Nel 1955 Bernard Burke e Kenneth Franklin individuarono dei lampi radio provenienti da Giove alla frequenza di 22,2 MHz;[10] si trattava della prima prova dell’esistenza della magnetosfera gioviana. La conferma giunse quattro anni dopo, quando Frank Drake ed Hein Hvatum scoprirono le emissioni radio decimetriche.[10]

Nel periodo compreso tra il 16 e il 22 luglio 1994 oltre 20 frammenti provenienti dalla cometa Shoemaker-Levy 9 collisero con Giove in corrispondenza del suo emisfero australe; fu la prima osservazione diretta della collisione tra due oggetti del sistema solare. L’impatto permise di ottenere importanti dati sulla composizione dell’atmosfera gioviana.[54][55]

Missioni spaziali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Esplorazione di Giove.

Sin dal 1973 numerose sonde automatiche hanno visitato il pianeta, sia come obiettivo di studio, sia come tappa intermedia, per sfruttarne il potente effetto fionda per ridurre la durata del volo verso le regioni più esterne del sistema solare.[56] I viaggi interplanetari richiedono un grande dispendio energetico, impiegato per provocare una netta variazione della velocità della sonda nota come delta-v (Δv).[56] Il raggiungimento di Giove dalla Terra richiede un Δv di 9,2 km/s,[57] confrontabile con il Δv di 9,7 km/s necessario per raggiungere l’orbita terrestre bassa.[56] L’effetto fionda consente di modificare la velocità del veicolo senza consumare combustibile.[57]

Missioni con sorvolo ravvicinato (fly-by)[modifica | modifica wikitesto]

Elenco delle missioni fly-by
Sonda Data del massimo
avvicinamento
Distanza minima
Pioneer 10 3 dicembre 1973 200 000 km[58][59]
Pioneer 11 4 dicembre 1974 34 000 km[58][60]
Voyager 1 5 marzo 1979 349 000 km[61]
Voyager 2 9 luglio 1979 722 000 km[62]
Ulysses 8 febbraio 1992 450 000 km[63]
4 febbraio 2004 120 000 000 km[64]
Cassini 30 dicembre 2000 10 000 000 km[65][66]
New Horizons 28 febbraio 2007 2 304 535 km[67]

Dal 1973 diverse sonde hanno compiuto sorvoli ravvicinati (fly-by) del pianeta. La prima fu la Pioneer 10, che eseguì un fly-by di Giove nel dicembre del 1973, seguita dalla Pioneer 11 un anno più tardi. Le due sonde ottennero le prime immagini ravvicinate dell’atmosfera, delle nubi gioviane e di alcuni suoi satelliti, la prima misura precisa del suo campo magnetico; scoprirono inoltre che la quantità di radiazioni in prossimità del pianeta era assai superiore a quella attesa. Le traiettorie delle sonde furono utilizzate per raffinare la stima della massa del sistema gioviano, mentre l’occultazione delle sonde dietro il disco del pianeta migliorò le stime del valore del diametro equatoriale e dello schiacciamento polare.[25][68]

Un’immagine del pianeta ripresa dalla Pioneer 10 il 1º dicembre 1973dalla distanza di 2 557 000 km NASA

Sei anni dopo fu la volta delle missioni Voyager (1 e 2). Le due sonde migliorarono enormemente la comprensione di alcune dinamiche dei satelliti galileiani e dell’atmosfera di Giove, tra cui la conferma della natura anticiclonica della Grande Macchia Rossa e l’individuazione di lampi e formazioni temporalesche; le sonde permisero inoltre di scoprire gli anelli di Giove e otto satelliti naturali, che si andarono ad aggiungere ai cinque già noti. Le Voyagerrintracciarono la presenza di un toroide di plasma ed atomi ionizzati in corrispondenza dell’orbita di Io, sulla cui superficie furono scoperti numerosi edifici vulcanici, alcuni dei quali nell’atto di eruttare.[25]

Nel febbraio del 1992 raggiunse Giove la sonda solare Ulysses, che sorvolò il pianeta ad una distanza minima di 450 000 km (6,3 raggi gioviani).[63] Il fly-by fu programmato per raggiungere un’orbita polare attorno al Sole, ma fu sfruttato per condurre studi sulla magnetosfera di Giove. La sonda non aveva telecamere e non fu ripresa alcuna immagine.[64]

Nel 2000 la sonda Cassini, durante la sua rotta verso Saturno, sorvolò Giove e fornì alcune delle immagini più dettagliate mai scattate del pianeta.[66] Sette anni dopo, Giove fu raggiunto dalla sonda New Horizons, diretta verso Plutone e la fascia di Kuiper.[69] Nell’attraversamento del sistema di Giove, la sonda misurò l’energia del plasma emesso dai vulcani di Io e studiò brevemente ma in dettaglio i quattro satelliti medicei, conducendo anche indagini a distanza dei satelliti più esterni Imalia ed Elara.[70]

La missione Galileo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sonda Galileo.

Rappresentazione artistica della NASA che mostra la sonda Galileo nel sistema di Giove.

La prima sonda progettata per lo studio del pianeta è stata la Galileo, entrata in orbita attorno a Giove il 7 dicembre del 1995 e rimastavi oltre 7 anni, compiendo sorvoli ravvicinati di tutti i satelliti galileiani e di Amaltea. Nel 1994, mentre giungeva verso il pianeta gigante, la sonda ha registrato l’impatto della cometa Shoemaker-Levy 9.[71][72]

Nel luglio del 1995 è stato sganciato dalla sonda madre un piccolo modulo-sonda, entrato nell’atmosfera del pianeta il 7 dicembre;[72] il modulo ha raccolto dati per 75 minuti, penetrando per 159 km prima di essere distrutto dalle alte pressioni e temperature dell’atmosfera inferiore (circa 28 atmosfere – ~2,8 × 106 Pa, e 185 °C – 458 K)[73]. La stessa sorte è toccata alla sonda madre quando, il 21 settembre 2003, fu deliberatamente spinta verso il pianeta a una velocità di oltre 50 km/s, per evitare qualsiasi possibilità che in futuro potesse collidere con il satellite Europa e contaminarlo.[72]

La missione Juno[modifica | modifica wikitesto]

La NASA ha progettato una sonda per lo studio di Giove da un’orbita polare; battezzata Juno, fu lanciata nell’agosto 2011 ed è arrivata nei pressi del pianeta a luglio 2016.[74]Juno ha scoperto 8 vortici uguali al polo nord disposti ai vertici di un’ottagono, con al centro un nono vortice, e 5 vortici uguali al polo sud disposti come i vertici di un pentagono, con al centro un sesto vortice.[75]

Missioni future[modifica | modifica wikitesto]

La possibile presenza di un oceano di acqua liquida sui satelliti Europa, Ganimede e Callisto ha portato ad un crescente interesse per uno studio ravvicinato dei satelliti ghiacciati del sistema solare esterno.[76] L’ESA ha studiato una missione per lo studio di Europa denominata Jovian Europa Orbiter (JEO);[77] il progetto della missione è stato però implementato da quello della Europa Jupiter System Mission (EJSM), frutto della collaborazione con la NASA e studiato per l’esplorazione di Giove e dei satelliti, il cui lancio è previsto attorno al 2020.[78] La EJSM è costituita da due unità, la Jupiter Europa Orbiter, gestita e sviluppata dalla NASA, e la Jupiter Ganymede Orbiter, gestita dall’ESA.[79]

Parametri orbitali e rotazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Parametri orbitali di Giove.

La rotazione di Giove; da notare il transito di Io sulla superficie del pianeta (10 febbraio 2009).

Giove orbita ad una distanza media dal Sole di 778,33 milioni di chilometri (5,202 UA)[1][N 1] e completa la sua rivoluzione attorno alla stella ogni 11,86 anni; questo periodo corrisponde esattamente ai due quinti del periodo orbitaledi Saturno, con cui si trova dunque in una risonanza di 5:2.[80] L’orbita di Giove è inclinata di 1,31º rispetto al piano dell’eclittica; per via della sua eccentricità pari a 0,048, la distanza tra il pianeta e il Sole varia di circa 75 milioni di chilometri tra i due apsidi, il perielio(740 742 598 km) e l’afelio(816 081 455 km).[1][N 1] La velocità orbitalemedia di Giove è di 13 056 m/s (47 001 km/h), mentre la circonferenza orbitale misura complessivamente 4 774 000 000 km.

L’inclinazione dell’asse di rotazione è relativamente piccola, solamente 3,13º, e precede ogni 12 000 anni;[81] di conseguenza, il pianeta non sperimenta significative variazioni stagionali, contrariamente a quanto accade sulla Terra e su Marte.[82]

Poiché Giove non è un corpo solido, la sua atmosfera superiore è soggetta ad una rotazione differenziale: infatti, la rotazione delle regioni polari del pianeta è più lunga di circa 5 minuti rispetto a quella all’equatore. Sono stati adottati tre sistemi di riferimento per monitorare la rotazione delle strutture atmosferiche permanenti. Il sistema I si applica alle latitudini comprese tra 10º N e 10º S; il suo periodo di rotazione è il più breve del pianeta, pari a 9 h 50 min 30,0 s.[5] Il sistema II si applica a tutte le latitudini a nord e a sud di quelle del sistema I; il suo periodo è pari a 9 h 55 min 40,6 s.[5] Il sistema III fu originariamente definito tramite osservazioni radio e corrisponde alla rotazione della magnetosfera del pianeta; la sua durata è presa come il periodo di rotazione “ufficiale” del pianeta (9 h 55 min 29,685 s[5]);[83] Giove quindi presenta la rotazione più rapida di tutti i pianeti del sistema solare.[5]

L’alta velocità di rotazione è all’origine di un marcato rigonfiamento equatoriale, facilmente visibile anche tramite un telescopio amatoriale; questo rigonfiamento è causato dall’alta accelerazione centripeta all’equatore, pari a circa 1,67 m/s², che, combinata con l’accelerazione di gravità media del pianeta (24,79 m/s²), dà un’accelerazione risultante pari a 23,12 m/s²: di conseguenza, un ipotetico oggetto posto all’equatore del pianeta peserebbe meno rispetto ad un corpo di identica massaposto alle medie latitudini. Queste caratteristiche conferiscono quindi al pianeta l’aspetto di uno sferoide oblato, il cui diametro equatoriale è maggiore rispetto al diametro polare: il diametro misurato all’equatore supera infatti di 9 275 km il diametro misurato ai poli.[3][84]

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Formazione di Giove.

Dopo la formazione del Sole, avvenuta circa 4,6 miliardi di anni fa,[85][86] il materiale residuato dal processo, ricco in polveri metalliche, si è disposto in un disco circumstellare da cui hanno avuto origine dapprima i planetesimi, quindi, per aggregazione di questi ultimi, i protopianeti.[87]

Giove in formazione all’interno della nebulosa solare.

La formazione di Giove ha avuto inizio a partire dalla coalescenza di planetesimi di natura ghiacciata[88][89] poco al di là della cosiddetta frost line, una linea oltre la quale si addensarono i planetesimi costituiti in prevalenza da materiale a basso punto di fusione;[90] la frost line ha agito da barriera, provocando un rapido accumulo di materia a circa 5 UA dal Sole.[90][91]L’embrione planetario così formato, di massa pari ad almeno 10 masse terrestri (M),[88][92] ha iniziato ad accrescere materia gassosa a partire dall’idrogeno e dall’elio avanzati dalla formazione del Sole e confinati nelle regioni periferiche del sistema dal vento della stella neoformata.[89][90] Il tasso di accrescimento dei planetesimi, inizialmente più intenso di quello dei gas, proseguì sino a quando il numero di planetesimi nella fascia orbitale del proto-Giove non andò incontro a una netta diminuzione;[89] a questo punto il tasso di accrescimento dei planetesimi e quello dei gas dapprima raggiunsero valori simili, quindi quest’ultimo iniziò a predominare sul primo, favorito dalla rapida contrazione dell’involucro gassoso in accrescimento e dalla rapida espansione del confine esterno del sistema, proporzionale all’incremento della massa dal pianeta.[89] Il proto-Giove cresce a ritmo serrato sottraendo idrogeno dalla nebulosa solare e raggiungendo in circa mille anni le 150 M e, dopo qualche migliaio di anni, le definitive 318 M.[90]

Il processo di accrescimento del pianeta è stato mediato dalla formazione di un disco circumplanetario all’interno del disco circumsolare; terminato il processo di accrescimento per esaurimento dei materiali volatili, ormai andati a costituire il pianeta, i materiali residui, in prevalenza rocciosi, sono andati a costituire il sistema di satellitidel pianeta,[91][93] che si è infoltito a seguito della cattura, da parte della grande forza di gravità di Giove, di numerosi altri corpi minori.[94]

Conclusa la sua formazione, il pianeta ha subito un processo di migrazione orbitale:[95][96] il pianeta infatti si sarebbe formato a circa 5,65 UA, circa 0,45 UA (70 milioni di chilometri) più esternamente rispetto ad oggi,[92] e nei 100 000 anni successivi, a causa della perdita del momento angolare dovuta all’attrito con il debole disco di polveri residuato dalla formazione della stella e dei pianeti, sarebbe man mano scivolato verso l’attuale orbita,[92] stabilizzandosi ed entrando in risonanza 5:2 con Saturno.[97] Durante questa fase Giove avrebbe catturato i suoi asteroidi troiani, originariamente oggetti della fascia principale o della fascia di Kuiper[98] destabilizzati dalle loro orbite originarie e vincolati in corrispondenza dei punti lagrangiani L4 ed L5.[99]

Caratteristiche chimico-fisiche[modifica | modifica wikitesto]

Composizione[modifica | modifica wikitesto]

Composizione Atmosferica[100]
Idrogeno molecolare (H2) 89,8 ± 2,0%
Elio (He) 10,2 ± 2,0%
Metano (CH4) ~0,3%
Ammoniaca (NH3) ~0,026%
Deuteruro di idrogeno (HD) ~0,003%
Etano (C2H6) 0,0006%
Acqua (H2O) 0,0004%
Ghiacci
Ammoniaca
Acqua
Idrosolfuro di ammonio (NH4SH)

L’atmosfera superiore di Giove è composta in volume da un 88-92% di idrogeno molecolare e da un 8-12% di elio.[100][101]Queste percentuali cambiano se si tiene in considerazione la proporzione delle masse dei singoli elementi e composti, dal momento che l’atomo di elio è circa quattro volte più massiccio dell’atomo di idrogeno; l’atmosfera gioviana è quindi costituita da un 75% in massa di idrogeno e da un 24% di elio, mentre il restante 1% è costituito da altri elementi e composti presenti in quantità molto più esigue.[100][101] La composizione varia leggermente man mano che si procede verso le regioni interne del pianeta, date le alte densità in gioco; alla base dell’atmosfera si ha quindi un 71% in massa di idrogeno, un 24% di elio e il restante 5% di elementi più pesanti e composti: vapore acqueo,[102] ammoniaca, composti del siliciocarbonio e idrocarburi (soprattutto metano ed etano),[103] acido solfidriconeonossigenofosforo e zolfo.[104] Nelle regioni più esterne dell’atmosfera sono inoltre presenti dei consistenti strati di cristalli di ammoniaca solida.[8][101][103]

Le proporzioni atmosferiche di idrogeno ed elio sono molto vicine a quelle riscontrate nel Sole e teoricamente predette per la nebulosa solare primordiale;[105] tuttavia le abbondanze dell’ossigeno, dell’azoto, dello zolfo e dei gas nobili sono superiori di un fattore tre rispetto ai valori misurati nel Sole;[100] invece la quantità di neon nell’alta atmosfera è pari in massa solamente a 20 parti per milione, circa un decimo rispetto alla sua quantità nella stella.[106] Anche la quantità di elio appare decisamente inferiore,[107] presumibilmente a causa di precipitazioni che, secondo le simulazioni, interessano una porzione abbastanza profonda dell’atmosfera gioviana in cui il gas condensa in goccioline anziché mescolarsi in modo omogeneo con l’idrogeno.[108] Le quantità dei gas nobili di peso atomico maggiore (argonkriptonxenoradon) sono circa due o tre volte quelle della nostra stella.[100]

Massa e dimensioni[modifica | modifica wikitesto]

Il maggior volume per una massa fredda
Giove

Giove possiede il maggior volume per una massa fredda: i dati teorici indicano che se il pianeta fosse più massiccio avrebbe dimensioni minori. Infatti, a basse densità della materia come quelle del pianeta, l’oggetto è mantenuto tale da forze di natura elettromagnetica: gli atomi interagiscono tra loro formando dei legami. Se la massa è piuttosto grande, come quella di Giove, la gravità al centro del corpo è talmente elevata che la materia è ionizzata: gli elettroni degli orbitali sono strappati all’attrazione dei loro nuclei e sono liberi di muoversi, rendendo impossibile la formazione di legami.[109][N 4] Pertanto, l’incremento di gravità dovuto all’aumento di massa non è più esattamente controbilanciato e il pianeta subisce una contrazione. Un ulteriore aumento di massa provoca la degenerazione degli elettroni, costretti a occupare il livello quantico ad energia più bassa disponibile.[109] Gli elettroni obbediscono al principio di esclusione di Pauli;[110] di conseguenza sono di norma obbligati a occupare una banda piuttosto vasta di livelli a bassa energia. In questa circostanza, quindi, le strutture atomiche sono alterate dalla crescente gravità, che costringe tale banda ad allargarsi, sicché la sola pressione degli elettroni degeneri manterrebbe in equilibrio il nucleo contro il collasso gravitazionale cui sarebbe naturalmente soggetto.[111]

Giove è il pianeta più massiccio del sistema solare, 2 volte e mezzo più massiccio di tutti gli altri pianeti messi insieme;[7] la sua massa è tale che il baricentro del sistema Sole-Giove cade esternamente alla stella, precisamente a 47 500 km (0,068 R) dalla sua superficie. Il valore della massa gioviana (indicata con MJ) è utilizzato come raffronto per le masse degli altri pianeti gassosi ed in particolare dei pianeti extrasolari.[111]

In raffronto alla Terra, Giove è 317,938 volte più massiccio, ha un volume 1 319 volte superiore ma una densità più bassa, appena superiore a quella dell’acqua: 1,319 × 10³ kg/m³ contro i 5,5153 × 10³ kg/m³ della Terra. Il diametro è 11,2008 volte maggiore di quello terrestre.[23][25]

Confronto tra le dimensioni di Giove (in un’immagine ripresa dalla sonda Cassini) e della Terra. NASA

Giove si comprime di circa 2 cmall’anno.[14] Probabilmente alla base di questo fenomeno sta il meccanismo di Kelvin-Helmholtz: il pianeta compensa, comprimendosi in maniera adiabatica, la dispersione nello spazio del calore endogeno. Questa compressione riscalda il nucleo, incrementando la quantità di calore emessa; il risultato è che il pianeta irradia nello spazio una quantità di energia superiore a quella che riceve per insolazione,[10][13][14] con un rapporto emissione/insolazione stimato in 1,67 ± 0,09.[13] Per queste ragioni, si ritiene che, appena formato, il pianeta dovesse essere più caldo e grande di circa il doppio rispetto ad ora.[112]

Giove ha il maggior volume possibile per una massa fredda. Tuttavia i modelli teorici indicano che se Giove fosse più massiccio avrebbe un diametro inferiore a quello che possiede attualmente (si veda il box al lato). Questo comportamento varrebbe fino a masse comprese tra 10 e 50 volte la massa di Giove; oltre questo limite, infatti, ulteriori aumenti di massa determinerebbero aumenti effettivi di volume e causerebbero il raggiungimento di temperature, nel nucleo, tali da innescare la fusione del deuterio (13MJ) e del litio (65MJ): si forma così una nana bruna.[113][114][115] Qualora l’oggetto raggiungesse una massa pari a circa 75-80 volte quella di Giove[16][116] si raggiungerebbe la massa critica per l’innesco di reazioni termonucleari di fusione dell’idrogeno in elio, che porterebbe alla formazione di una stella, nella fattispecie una nana rossa.[113] Anche se Giove dovrebbe essere circa 75 volte più massiccio per essere una stella, il diametro della più piccola stella sinora scoperta, AB Doradus C, è solamente il 40% più grande rispetto al diametro del pianeta.[10][115]

Struttura interna[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Struttura interna di Giove.

Diagramma che illustra la struttura interna di Giove.

La struttura interna del pianeta è oggetto di studi da parte degli astrofisici e dei planetologi; si ritiene che il pianeta sia costituito da più strati, ciascuno con caratteristiche chimicofisiche ben precise. Partendo dall’interno verso l’esterno si incontrano, in sequenza: un nucleo, un mantello di idrogeno metallico liquido,[117] uno strato di idrogeno molecolare liquido, elio ed altri elementi, ed una turbolenta atmosfera.[118] Secondo i modelli astrofisici più moderni e ormai accettati da tutta la comunità scientifica, Giove non possiede una crosta solida; il gas atmosferico diventa sempre più denso procedendo verso l’interno e gradualmente si converte in liquido, al quale si aggiunge una piccola percentuale di elio, ammoniacametanozolfoacido solfidrico ed altri composti in percentuale minore.[118] La temperatura e la pressione all’interno di Giove aumentano costantemente man mano che si procede verso il nucleo.[118]

Al nucleo del pianeta è spesso attribuita una natura rocciosa, ma la sua composizione dettagliata, così come le proprietà dei materiali che lo costituiscono e le temperature e le pressioni cui sono soggetti, e persino la sua stessa esistenza, sono ancora in gran parte oggetto di speculazione.[119] Secondo i modelli, il nucleo, con una massa stimata in 14-18 M,[88] sarebbe costituito in prevalenza da carbonio e silicati, con temperature stimate sui 36 000 K e pressioni dell’ordine dei 4500 gigapascal (GPa).[10]

La regione nucleare è circondata da un denso mantello di idrogeno liquido metallico[14][117], che si estende sino al 78% (circa i 2/3) del raggio del pianeta ed è sottoposto a temperature dell’ordine dei 10 000 K e pressioni dell’ordine dei 200 GPa.[10] Al di sopra di esso si trova un cospicuo strato di idrogeno liquido e gassoso, che si estende sino a 1000 km dalla superficie e si fonde con le parti più interne dell’atmosfera del pianeta.[9][10][84]

Atmosfera[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Atmosfera di Giove.

Animazione del movimento delle nubi di Giove, ottenuta tramite molteplici riprese della sonda Galileo. NASA

L’atmosfera di Giove è la più estesa atmosfera planetaria del sistema solare;[100][102] manca di un netto confine inferiore, ma gradualmente transisce negli strati interni del pianeta.[9]

Dal più basso al più alto, gli stati dell’atmosfera sono: troposferastratosferatermosfera ed esosfera; ogni strato è caratterizzato da un gradiente di temperatura specifico.[120] Al confine tra la troposfera e la stratosfera, ovvero la tropopausa, è collocato un sistema complicato di nubi e foschie costituito da stratificazioni di ammoniaca, idrosolfuro di ammonio ed acqua.[102]

Nubi e bandeggio atmosferico[modifica | modifica wikitesto]

Marte

Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui
Questa è una voce in vetrina. Clicca qui per maggiori informazioni

Marte (astronomia)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Jump to navigationJump to search

Marte
OSIRIS Mars true color.jpg

Un’immagine a colori reali di Marte scattata dalla sonda Rosetta nel 2007

Stella madre Sole
Scoperta 1534 a.C.
Classificazione Pianeta terrestre
Parametri orbitali
(all’epoca J2000)
Semiasse maggiore 227 936 637 km
1,52366231 UA[1]
Perielio 206 644 545 km[2]
1,38133346 UA
Afelio 249 228 730 km[2]
1,66599116 UA
Circonf. orbitale 1 429 000 000 km
9,553 UA
Periodo orbitale 686,9600 giorni[2]
(1,8808 anni)
Periodo sinodico 779,96 giorni
(2,135 anni)[2]
Velocità orbitale 21,972 km/s (min)
24,077 km/s (media)
26,499 km/s (max)
Inclinazione
sull’eclittica
1,85061°
Inclinazione rispetto
all’equat. del Sole
5,65°
Eccentricità 0,09341233
Longitudine del
nodo ascendente
49,57854°
Argom. del perielio 286,46230°
Satelliti 2
Anelli 0
Dati fisici
Diametro equat. 6804,9 km[1][2]
Diametro polare 6754,8 km[2]
Schiacciamento 0,00589[2]
Superficie 1,448 × 1014 [1]
Volume 1,6318 × 1020 [1]
Massa
6,4185 × 1023 kg[1]
Densità media 3,934 g/cm³[1]
Acceleraz. di gravità in superficie 3,69 m/s²
(0,376 g)
Velocità di fuga 5 027 m/s[1]
Periodo di rotazione 1,025957 giorni
(24 h 37 min 23 s)
Velocità di rotazione
(all’equatore)
241,17 m/s
Inclinazione assiale 25,19°[2]
A.R. polo nord 317,68143° (21 h 10 min 44 s)[1]
Declinazione 52,88650°[1]
Temperatura
superficiale
133 K (−140 °C) (min)
210 K (−63 °C)[1](media)
293 K (20 °C) (max)
Pressione atm. 6,36 mbar[2]
Albedo 0,15[1]
Dati osservativi
Magnitudine app. −2,00[2] (media)
−2,91[2] (max)
Diametro
apparente
3,5″[2] (min)
25,1″[2] (max)

Marte è il quarto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole[3]; è visibile ad occhio nudo ed è l’ultimo dei pianeti di tipo terrestre dopo MercurioVenere e la Terra. Chiamato il Pianeta rosso a causa del suo colore caratteristico dovuto alle grandi quantità di ossido di ferro che lo ricoprono[3], Marte prende il nome dall’omonima divinità della mitologia romana[3] e il suo simbolo astronomico è la rappresentazione stilizzata dello scudo e della lancia del dio (Mars symbol.svgUnicode: ♂).

Pur presentando temperature medie superficiali piuttosto basse (tra −120 °C e −14 °C)[3] e un’atmosfera molto rarefatta, è il pianeta più simile alla Terra tra quelli del sistema solare. Le sue dimensioni sono intermedie fra quelle del nostro pianeta e della Luna, e presenta un’inclinazione dell’asse di rotazione e durata del giorno simili a quelle terrestri. La sua superficie presenta formazioni vulcanichevalli, calotte polari e deserti sabbiosi, e formazioni geologiche che vi suggeriscono la presenza di un’idrosferain un lontano passato. La superficie del pianeta appare fortemente craterizzata, a causa della quasi totale assenza di agenti erosivi (attività geologica, atmosferica e idrosferica, i principali) e dalla totale assenza di attività tettonica delle placche capace di formare e poi modellare le strutture tettoniche[4][5]. La bassissima densità dell’atmosfera non è poi in grado di consumare buona parte dei meteoriti, che pertanto raggiungono il suolo con maggior frequenza che non sulla Terra. Fra le formazioni geologiche più notevoli di Marte si segnalano l’Olympus Mons o monte Olimpo, il vulcano più grande del sistema solare (alto 27 km); le Valles Marineris, un lungo canyon notevolmente più esteso di quelli terrestri e un enorme cratere sull’emisfero boreale ampio circa 40% dell’intera superficie marziana[6][7].

All’osservazione diretta Marte presenta variazioni di colore, imputate storicamente alla presenza di vegetazione stagionale, che si modificano al variare dei periodi dell’anno. Successive osservazioni spettroscopiche dell’atmosfera hanno da tempo fatto abbandonare l’ipotesi che vi potessero essere mari, canali e fiumi oppure un’atmosfera sufficientemente densa. La smentita finale arrivò dalla missione Mariner 4, che nel 1965 mostrò un pianeta desertico e arido, caratterizzato da tempeste di sabbiaperiodiche e particolarmente violente. Missioni più recenti hanno evidenziato presenza di acqua sotto forma di ghiaccio[8]. Attorno al pianeta orbitano due satelliti naturaliFobos e Deimos, di piccole dimensioni e dalla forma irregolare.

Osservazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Marte.

Immagine di Marte ripresa da un telescopio amatoriale (2003).

occhio nudo Marte solitamente appare di un marcato colore giallo, arancione o rossastro e per luminosità è il più variabile nel corso della sua orbita tra tutti i pianeti esterni: la sua magnitudine apparente infatti passa da un minimo +1,8 fino a un massimo di −2,91 all’opposizione perielica[2] (anche chiamata grande opposizione). A causa dell’eccentricità orbitale la sua distanza relativa varia a ogni opposizione determinando piccole e grandi opposizioni, con un diametro apparente da 3,5 a 25,1 secondi d’arco. Il 27 agosto 2003 alle 9:51:13 UT Marte si è trovato vicino alla Terra come mai in quasi 60 000 anni55 758 006 km (pari a 0,372 719 UA). Ciò è stato possibile perché Marte si trovava a un giorno dall’opposizione e circa a tre giorni dal suo perielio, cosa che lo rese particolarmente visibile dalla Terra. Tuttavia questo avvicinamento è solo di poco inferiore ad altri. Ad esempio il 22 agosto 1924 la distanza minima fu di 0,372 846 UA e si prevede che il 24 agosto 2208 sarà di 0,372 79 UA[9]. Il massimo avvicinamento di questo millennio avverrà invece l’8 settembre 2729[10], quando Marte si troverà a 0,372 004 UA dalla Terra[11].

Con l’osservazione al telescopio sono visibili alcuni dettagli caratteristici della superficie, che permisero agli astronomi dal sedicesimo al ventesimo secolo di speculare sull’esistenza di una civiltà organizzata sul pianeta. Basta un piccolo obiettivo da 70-80 millimetri per risolvere macchie chiare e scure sulla superficie e le calotte polari[12]; già con un 100 millimetri si può riconoscere il Syrtis Major Planum. L’aiuto di filtri colorati permette inoltre di delineare meglio i bordi tra regioni di diversa natura geologica[13]. Con un obiettivo da 250 mm e condizioni di visibilità ottimali sono visibili i caratteri principali della superficie, i rilievi e i canali[14]. La visione di questi dettagli può essere parzialmente oscurata da tempeste di sabbia su Marte che possono estendersi fino a coprire tutto il pianeta[15].

Moto retrogrado apparente di Marte nel 2003 visto dalla Terra (simulazione realizzata con Stellarium).

L’avvicinarsi di Marte all’opposizione comporta l’inizio di un periodo di moto retrogrado apparente, durante il quale, se ci si riferisce alla volta celeste, il pianeta appare in moto nel verso opposto all’ordinario[16] (quindi da est verso ovest anziché da ovest verso est) con la sua orbita che sembra formare un ‘cappio’ (in inglese “loop”); il moto retrogrado di Marte dura mediamente 72 giorni.

Storia delle osservazioni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo Venere e Giove, Marte è il pianeta più facilmente individuabile dalla Terra per via della grande luminosità relativa e del caratteristico colore rosso. Per questo motivo già le popolazioni di cultura greco-romana lo associavano all’immagine di Ares/Marte, dio della guerra[3]. Tra i primi a descrivere delle osservazioni di Marte si ricorda Aristotele, il quale ne notò anche il passaggio dietro alla Luna[17] ottenendo così una prova empirica della concezione di un universo geocentrico. Il 13 ottobre 1590Michael Maestlin osservò l’unica occultazione documentata di Marte da Venere presso la città tedesca di Heidelberg[18]. Nel 1609 Galileo fu il primo uomo a puntare un telescopio verso Marte.

Fu solo sul finire del XIX secolo che attente osservazioni e il miglioramento della tecnologia permisero di ottenere una visione sufficientemente nitida da distinguere le caratteristiche del suolo marziano. Il 5 settembre 1877 si verificò un’opposizione perielica e in quell’anno l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli, in quel momento a Milano, utilizzò un telescopio di 22 cm per disegnare la prima mappa dettagliata di Marte la cui nomenclatura è ancora quella ufficiale. Ne risultarono strutture che l’astronomo definì “Canali” (successivamente fu dimostrato che si trattava di illusioni ottiche) in quanto la superficie del pianeta presentava diverse lunghe linee alle quali egli attribuì nomi di celebri fiumi terrestri[19][20].

Percival Lowell, qui mentre osserva Venere di giorno (1914), fu un grande osservatore di Marte e pubblicò i suoi lavori in tre libri dedicati al “pianeta rosso”.

L’errata traduzione in inglese del termine “canali” usato nei lavori di Schiaparelli (venne usato il termine canal, ovvero “canale artificiale”, piuttosto che il generico channel) portò il mondo scientifico a credere che su Marte vi fossero canali irrigui artificiali[21], mentre effettivamente lo scienziato aveva solo parlato di grandi solchi sulla superficie. Influenzato da queste traduzioni l’astronomostatunitense Percival Lowell fondò un osservatorio, l’osservatorio Lowell, dotato di un telescopio di 300 e 450 mm che venne usato nella particolarmente favorevole opposizione del 1894 e nelle successive. Pubblicò diversi libri su Marte e le sue teorie sull’esistenza di vita sul pianeta, basate anche sull’origine artificiale dei canali, ebbero una notevole influenza sull’opinione pubblica[22]. Tra gli astronomi che osservarono gli ormai caratteristici canali marziani si ricordano inoltre Henri Joseph Perrotin e Louis Thollon di Nizza[23]. Nacque in quel periodo l’immagine di un mondo vecchio (contrapposto a una Terra di mezza età e a Venere primitiva), dove la siccità aveva costretto la matura civiltà marziana a immense opere di canalizzazione: un topos che avrà notevole successo in fantascienza.

Per lungo tempo si ritenne che Marte fosse un pianeta coperto di vegetazione e alcuni mari: i cambiamenti stagionali di Marte infatti causavano una riduzione delle calotte polari d’estate e creavano ampie macchie scure sulla sua superficie. Tuttavia le osservazioni al telescopio non erano in grado di confermare tali speculazioni: al progredire della qualità dei telescopi si assisteva infatti a una riduzione dei canali, finché nel 1909 Camille Flammarion, con un telescopio di 840 mm, osservò disegni irregolari ma nessun canale[24].

La stagionalità marziana fu d’ispirazione, nonostante l’inesistenza di prove, per teorie sulla possibile struttura dell’ecosistema di Marte addirittura fino negli anni sessanta del XX secolo. In rinforzo a tali tesi vennero presentati anche scenari dettagliati riguardanti il metabolismo e i cicli chimici dello stesso[25].

I progressi nell’osservazione spaziale consentirono inoltre la scoperta dei due satelliti naturali, Fobos e Deimos, probabilmente asteroidi catturati dalla gravità del pianeta. L’esistenza di tali satelliti era già stata postulata da tempo, tanto che oltre un secolo e mezzo prima Jonathan Swift ne citava alcuni dati orbitali approssimativi ne I viaggi di Gulliver.

Le aspettative del grande pubblico vennero disattese quando, nel 1965, la sonda Mariner 4 raggiunse per la prima volta il pianeta non rilevando segni di costruzioni[26]. Il primo atterraggio di sonde automatiche avvenne undici anni dopo, con le missioni Viking I e II, ma non vennero rilevate tracce di vita o di composti organici in superficie. Dal finire dello scorso secolo Marte è stato nuovamente meta di numerose sonde, statunitensi ed europee, che hanno portato a un significativo miglioramento delle conoscenze sul pianeta; grazie alla missione Mars Global Surveyor, terminata verso la fine del 2006, si sono ottenute infatti mappe molto dettagliate dell’intera superficie di Marte. Nel 2005 l’amministrazione statunitense ha infine commissionato alla NASA gli studi per una possibile missione umana fino a Marte.

Esplorazione di Marte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Esplorazione di Marte.

Numerose sono state le missioni verso Marte intraprese da Unione SovieticaStati UnitiEuropa e Giappone per studiarne la geologia, l’atmosfera e la superficie.

Circa metà delle missioni tuttavia sono risultate degli insuccessi costituiti da perdite e da vari inconvenienti tecnici[27]. Anche per questo motivo il pianeta conserva il suo fascino, il suo mistero e, più in generale, un’ulteriore motivazione per proseguire le ricerche. Le probabilità di trovare tracce di vita su questo pianeta, così come esso ci appare, sono estremamente ridotte; tuttavia, se fosse confermata la presenza di acqua in tempi remoti, aumenterebbero le probabilità di trovare tracce di vita passata.

Le missioni spaziali sono vincolate a finestre di lancio di 2-3 mesi ogni 780 giorni, corrispondente al periodo sinodico[28].

Missioni passate[modifica | modifica wikitesto]

Vista del suolo di Marte da Viking 1 (1978).

Il primo successo si ebbe nel 1964 con il passaggio in prossimità di Marte del Mariner 4della NASA[27]. La prima osservazione ravvicinata di Marte fu molto controversa: sebbene da un lato l’entusiasmo del successo avrebbe dovuto spingere economicamente e politicamente verso altre missioni, dall’altro i risultati completamente diversi dalle aspettative di un pianeta prolifico, con vita e vegetazione, portarono a una riduzione significativa delle risorse allocate all’esplorazione del pianeta, annullando e rinviando alcune missioni già pianificate[29]. Il primo atterraggio invece avvenne nel 1971 grazie ai sovietici Mars 2 e 3 che però persero i contatti con la Terra pochi minuti dopo[27]. In seguito fu lanciato dalla NASA il programma Viking del 1975, consistente in due satelliti orbitanti con un modulo di atterraggio che raggiunsero il suolo nel 1976[27]. Il Viking 1 rimase operativo per sei anni mentre il Viking 2 per tre[27]. Grazie alla loro attività si ebbero le prime foto a colori della superficie marziana e mappature di qualità tale da essere ancora usate.

Francobollo del Lander Mars 3 (Unione Sovietica, 1972)

Nel 1988 i moduli sovietici del Programma Phobos (Phobos 1 e Phobos 2) furono inviati per lo studio di Marte e delle sue due lune; il segnale di Phobos 1 fu perduto mentre era in viaggio e Phobos 2 riuscì a inviare foto del pianeta e di Fobos ma si guastò giusto prima di liberare due sonde sulla luna[27].

Dopo il fallimento nel 1992 del Mars Observer[27], la NASA inviò nel 1996 il Mars Global Surveyor[27]; la missione di mappatura fu un completo successo e si concluse nel 2001. I contatti si interruppero nel novembre del 2006 dopo 10 anni nell’orbita marziana. Un mese dopo il lancio del Surveyor, la NASA lanciò il Mars Pathfinder con a bordo il robot da esplorazione Sojourner, che atterrò nell’Ares Vallis[27]; anche questa missione fu un successo e divenne famosa per le immagini che inviò sulla Terra.

Il modulo di atterraggio di Spiritfotografato dal rover stesso dopo l’atterraggio (2004).

Nel 2001 la NASA inviò il satellite Mars Odysseyche, dotato di uno spettrometro a raggi gamma, identificò grandi quantità di idrogeno nella regolitemarziana. Si ritiene che l’idrogeno fosse contenuto in ampi depositi di ghiaccio[30]. La missione scientifica della sonda terminò nel settembre 2010 e da allora è utilizzato come satellite di collegamento nelle comunicazioni tra le missioni sulla superficie del pianeta e i centri di controllo a terra[27].

I due rover gemelli Spirit (MER-A) e Opportunity(MER-B), lanciati dalla NASA, raggiunsero il suolo marziano con successo nel gennaio 2004. Tra le scoperte principali si ha la prova definitiva dell’esistenza di acqua allo stato liquido nel passato, grazie al ritrovamento delle sue tracce in entrambi i punti di atterraggio[31]. I diavoli di sabbia e le forti correnti inoltre hanno allungato la vita dei rover grazie alla continua pulizia dei loro pannelli solari. Il 22 marzo 2010 si persero i contatti con Spirit[32], mentre il 10 giugno 2018 quelli con Opportunity[33].

Il 12 agosto 2005 fu la volta del Mars Reconnaissance Orbiter della NASA, che arrivò a destinazione il 10 marzo 2006 per una missione di due anni. Tra gli obiettivi vi era la mappatura del terreno marziano e delle condizioni atmosferiche per trovare un luogo di atterraggio adatto alle successive missioni. Il Mars Reconnaissance Orbiter scattò le prime immagini di valanghe presso il polo nord del pianeta il 3 marzo 2008[34].

Il Phoenix Mars Lander, lanciato il 4 agosto 2007, raggiunse il polo nord marziano il 25 maggio 2008[27]. Il modulo era dotato di un braccio meccanico con un raggio d’azione di 2,5 metri in grado di scavare per 1 metro nel suolo, e disponeva inoltre di una telecamera in miniatura che il 15 giugno 2008 scoprì una sostanza che il 20 dello stesso mese si rivelò essere acqua[35][36]. La missione si concluse il 10 novembre con la perdita definitiva di ogni contatto, al sopraggiungere della stagione invernale marziana.

Non ebbe esito positivo invece la missione Fobos-Grunt, diretta verso la luna Fobos, lanciata nel novembre del 2011 e precipitata a terra nel gennaio successivo, dopo che problemi tecnici occorsi subito dopo l’immissione in orbita terrestre bassa impedirono la prosecuzione del viaggio verso il suo obiettivo[27].

Tra il 2007 e il 2011, l’ESA e la Russia condussero una simulazione del viaggio umano verso Marte e ritorno, nell’ambito del progetto Mars-500[37].

Rappresentazione del Mars Science Laboratory, 2007

Missioni in corso[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2003 l’ESA lanciò il Mars Express Orbiterassieme al modulo di atterraggio Beagle 2, che fu dichiarato perso agli inizi del febbraio 2004[27]. La squadra del Planetary Fourier Spectrometer, alloggiato nel satellite, scoprì la presenza di metano su Marte. Nel giugno 2006 l’ESA inoltre annunciò l’avvistamento di auroresul pianeta[38]. Visti gli importanti risultati scientifici ottenuti, la missione è stata prolungata fino al 2020[39].

Il 6 agosto 2012 atterrò su Marte il rover Curiosity, il maggiore per dimensioni e complessità tecnologica sviluppato dalla NASA[40][41], con l’obiettivo di investigare sulla passata e presente capacità del pianeta di sostenere la vita. La sonda ha trovato acqua, zolfo e sostanze clorurate nei primi campioni di suolo marziano, a testimonianza di una chimica complessa. La NASA ha precisato che il risultato è solo la conferma che gli strumenti della sonda hanno funzionato alla perfezione, e che sono stati trovati indizi di composti organici, ma che non è possibile escludere che questi possano essere stati trasportati su Marte dalla stessa Curiosity[42].

La Mars Orbiter Mission, nota anche con la denominazione informale di Mangalyaan, fu la prima missione per l’esplorazione di Marte dell’Indian Space Research Organisation(ISRO), il cui vettore fu lanciato il 5 novembre 2013 per raggiungere l’orbita marziana il 24 settembre 2014[27]. La missione fu ideata per sviluppare le tecnologie necessarie per la progettazione, programmazione, gestione e controllo di una missione interplanetaria. L’agenzia spaziale indiana fu dunque la quarta a raggiungere Marte, dopo la russa RKA, la statunitense NASA e l’europea ESA[43].

La sonda MAVEN fu lanciata con successo il 18 novembre 2013 con un razzo vettore Atlas V dalla Cape Canaveral Air Force Station, per inserirsi in un’orbita ellittica attorno a Marte il 22 settembre del 2014[27], ad un’altezza compresa tra 90 miglia (145 km) e 3 870 miglia (6 228 km) dalla superficie.

Il 14 marzo 2016 l’ESA ha lanciato il Trace Gas Orbiter (TGO) e il Lander Schiaparelli, parte della missione ExoMars[44]. Il Lander Schiaparelli ha tentato, senza successo, di atterrare il 16 ottobre dello stesso anno[45].

Nel 2018 è stata lanciata la missione statunitense InSight[46] con un lander e due CubeSat[47] in sorvolo, per condurre uno studio approfondito della struttura interna del pianeta.

Missioni future[modifica | modifica wikitesto]

Nella finestra di lancio del 2020 è previsto un numero consistente di missioni di diverse agenzie, sia private che pubbliche. Nell’ambito di ExoMars, verrà inviato un rover sulla superficie di Marte: esso sarà il primo rover in grado di perforare il suolo fino a 2 metri di profondità per stabilire l’eventuale esistenza di vita passata sul pianeta[48][49]. A tale scopo i campioni forniti dalla perforatrice verranno analizzati da Urey, il rilevatore di materia organica e ossidanti finanziato dalla NASA, in grado di rilevare anche tracce di molecole organiche e stabilire se siano state originate da forme di vita o meno e, nel caso, quali condizioni ne hanno provocato la scomparsa[50]. La missione Exomars avrà inoltre tra i suoi obiettivi la validazione delle tecnologie necessarie per l’esplorazione sicura del pianeta in prospettiva di una “Mars Sample Return”, ovvero una missione di andata e ritorno sulla Terra[51]. La NASA prevede di inviare Mars 2020, rover gemello di Curiosity ma con strumentazione scientifica differente, per studiare l’abitabilità di Marte, definire il clima e preparare le future missioni umane, testando anche la produzione di ossigeno in situ[52].

Il NICT di Tokyo, National Institute of Information and Communications Technology, in collaborazione con l’Università di Tokyo ha progettato il Mars Terahertz Microsatellite, un microsatellite dedicato allo studio degli isotopi di ossigeno presenti nell’atmosfera marziana, che verrà lanciato come payload secondario in una missione ancora da specificare[53]. Allo studio dell’atmosfera si dedicherà anche Mars Hope, una sonda degli Emirati Arabi Uniti che verrà lanciata dal centro spaziale di Tanegashima[54]. L’agenzia spaziale cinese con la missione HX-1 invierà una sonda ben più complessa, comprensiva di orbiter, lander e rover, con in dotazione un radar di profondità per mappare la crosta marziana fino a una profondità di 400 metri[55].

Ipotetica produzione in situ di risorse per la sopravvivenza di un equipaggio umano.

Nella finestra successiva, nel 2022, l’Indian Space Research Organisation, dopo il successo di Mars Orbiter Mission prevede una seconda missione, Mars Orbiter Mission 2, composta di orbiter, lander e rover, per progredire nell’indagine scientifica dell’atmosfera e del suolo marziano[56]. Sempre nel 2022, l’azienda privata SpaceXconta di mandare una navicella per la produzione in situ di risorse necessarie ad un’ipotetica missione umana nel 2024[57].

L’esplorazione con equipaggi di Marte è stata considerata come un obiettivo a lungo termine dagli Stati Uniti attraverso il Vision for Space Exploration annunciato nel 2004 dal presidente George W. Bush[58] e sostenuto successivamente da Barack Obama[59]Donald Trump[60]. Una cooperazione tra NASA e Lockheed Martin a questo proposito ha portato all’avvio del progetto Orion, la cui missione di prova è programmata per il 2020 verso la Luna per poi intraprendere il viaggio verso Marte. Entro il 2028 la NASAha l’obiettivo di inviare astronauti su Marte con la missione spaziale Mars Base Camp (MBC). L’ESA invece prevede di inviare astronauti su Marte nel periodo tra il 2030 e il 2035. La missione sarà preceduta dall’invio di grandi moduli iniziando con l’ExoMars e un’altra missione di andata e ritorno[61].

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Marte si formò 4,6 miliardi di anni fa, con una storia simile agli altri tre pianeti terrestri e cioè a seguito della condensazione della nebulosa solare, per lo più dei silicati. A causa della distanza superiore dal Sole rispetto alla Terra, durante la fase iniziale della formazione nell’orbita di Marte si trovava una concentrazione maggiore di elementi con basso punto di ebollizione, come clorofosforo e zolfo, probabilmente spinti via dalle orbite interne dal forte vento solare del giovane Sole[62].

La storia del pianeta può essere suddivisa in quattro ere geologiche che caratterizzano la sua formazione e evoluzione.

Noachiano Noachiano Esperiano Amazzoniano

Noachiano

Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui
Questa è una voce in vetrina. Clicca qui per maggiori informazioni

Marte (astronomia)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Jump to navigationJump to search

Marte
OSIRIS Mars true color.jpg

Un’immagine a colori reali di Marte scattata dalla sonda Rosetta nel 2007

Stella madre Sole
Scoperta 1534 a.C.
Classificazione Pianeta terrestre
Parametri orbitali
(all’epoca J2000)
Semiasse maggiore 227 936 637 km
1,52366231 UA[1]
Perielio 206 644 545 km[2]
1,38133346 UA
Afelio 249 228 730 km[2]
1,66599116 UA
Circonf. orbitale 1 429 000 000 km
9,553 UA
Periodo orbitale 686,9600 giorni[2]
(1,8808 anni)
Periodo sinodico 779,96 giorni
(2,135 anni)[2]
Velocità orbitale 21,972 km/s (min)
24,077 km/s (media)
26,499 km/s (max)
Inclinazione
sull’eclittica
1,85061°
Inclinazione rispetto
all’equat. del Sole
5,65°
Eccentricità 0,09341233
Longitudine del
nodo ascendente
49,57854°
Argom. del perielio 286,46230°
Satelliti 2
Anelli 0
Dati fisici
Diametro equat. 6804,9 km[1][2]
Diametro polare 6754,8 km[2]
Schiacciamento 0,00589[2]
Superficie 1,448 × 1014 [1]
Volume 1,6318 × 1020 [1]
Massa
6,4185 × 1023 kg[1]
Densità media 3,934 g/cm³[1]
Acceleraz. di gravità in superficie 3,69 m/s²
(0,376 g)
Velocità di fuga 5 027 m/s[1]
Periodo di rotazione 1,025957 giorni
(24 h 37 min 23 s)
Velocità di rotazione
(all’equatore)
241,17 m/s
Inclinazione assiale 25,19°[2]
A.R. polo nord 317,68143° (21 h 10 min 44 s)[1]
Declinazione 52,88650°[1]
Temperatura
superficiale
133 K (−140 °C) (min)
210 K (−63 °C)[1](media)
293 K (20 °C) (max)
Pressione atm. 6,36 mbar[2]
Albedo 0,15[1]
Dati osservativi
Magnitudine app. −2,00[2] (media)
−2,91[2] (max)
Diametro
apparente
3,5″[2] (min)
25,1″[2] (max)

Marte è il quarto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole[3]; è visibile ad occhio nudo ed è l’ultimo dei pianeti di tipo terrestre dopo MercurioVenere e la Terra. Chiamato il Pianeta rosso a causa del suo colore caratteristico dovuto alle grandi quantità di ossido di ferro che lo ricoprono[3], Marte prende il nome dall’omonima divinità della mitologia romana[3] e il suo simbolo astronomico è la rappresentazione stilizzata dello scudo e della lancia del dio (Mars symbol.svgUnicode: ♂).

Pur presentando temperature medie superficiali piuttosto basse (tra −120 °C e −14 °C)[3] e un’atmosfera molto rarefatta, è il pianeta più simile alla Terra tra quelli del sistema solare. Le sue dimensioni sono intermedie fra quelle del nostro pianeta e della Luna, e presenta un’inclinazione dell’asse di rotazione e durata del giorno simili a quelle terrestri. La sua superficie presenta formazioni vulcanichevalli, calotte polari e deserti sabbiosi, e formazioni geologiche che vi suggeriscono la presenza di un’idrosferain un lontano passato. La superficie del pianeta appare fortemente craterizzata, a causa della quasi totale assenza di agenti erosivi (attività geologica, atmosferica e idrosferica, i principali) e dalla totale assenza di attività tettonica delle placche capace di formare e poi modellare le strutture tettoniche[4][5]. La bassissima densità dell’atmosfera non è poi in grado di consumare buona parte dei meteoriti, che pertanto raggiungono il suolo con maggior frequenza che non sulla Terra. Fra le formazioni geologiche più notevoli di Marte si segnalano l’Olympus Mons o monte Olimpo, il vulcano più grande del sistema solare (alto 27 km); le Valles Marineris, un lungo canyon notevolmente più esteso di quelli terrestri e un enorme cratere sull’emisfero boreale ampio circa 40% dell’intera superficie marziana[6][7].

All’osservazione diretta Marte presenta variazioni di colore, imputate storicamente alla presenza di vegetazione stagionale, che si modificano al variare dei periodi dell’anno. Successive osservazioni spettroscopiche dell’atmosfera hanno da tempo fatto abbandonare l’ipotesi che vi potessero essere mari, canali e fiumi oppure un’atmosfera sufficientemente densa. La smentita finale arrivò dalla missione Mariner 4, che nel 1965 mostrò un pianeta desertico e arido, caratterizzato da tempeste di sabbiaperiodiche e particolarmente violente. Missioni più recenti hanno evidenziato presenza di acqua sotto forma di ghiaccio[8]. Attorno al pianeta orbitano due satelliti naturaliFobos e Deimos, di piccole dimensioni e dalla forma irregolare.

Osservazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Marte.

Immagine di Marte ripresa da un telescopio amatoriale (2003).

occhio nudo Marte solitamente appare di un marcato colore giallo, arancione o rossastro e per luminosità è il più variabile nel corso della sua orbita tra tutti i pianeti esterni: la sua magnitudine apparente infatti passa da un minimo +1,8 fino a un massimo di −2,91 all’opposizione perielica[2] (anche chiamata grande opposizione). A causa dell’eccentricità orbitale la sua distanza relativa varia a ogni opposizione determinando piccole e grandi opposizioni, con un diametro apparente da 3,5 a 25,1 secondi d’arco. Il 27 agosto 2003 alle 9:51:13 UT Marte si è trovato vicino alla Terra come mai in quasi 60 000 anni55 758 006 km (pari a 0,372 719 UA). Ciò è stato possibile perché Marte si trovava a un giorno dall’opposizione e circa a tre giorni dal suo perielio, cosa che lo rese particolarmente visibile dalla Terra. Tuttavia questo avvicinamento è solo di poco inferiore ad altri. Ad esempio il 22 agosto 1924 la distanza minima fu di 0,372 846 UA e si prevede che il 24 agosto 2208 sarà di 0,372 79 UA[9]. Il massimo avvicinamento di questo millennio avverrà invece l’8 settembre 2729[10], quando Marte si troverà a 0,372 004 UA dalla Terra[11].

Con l’osservazione al telescopio sono visibili alcuni dettagli caratteristici della superficie, che permisero agli astronomi dal sedicesimo al ventesimo secolo di speculare sull’esistenza di una civiltà organizzata sul pianeta. Basta un piccolo obiettivo da 70-80 millimetri per risolvere macchie chiare e scure sulla superficie e le calotte polari[12]; già con un 100 millimetri si può riconoscere il Syrtis Major Planum. L’aiuto di filtri colorati permette inoltre di delineare meglio i bordi tra regioni di diversa natura geologica[13]. Con un obiettivo da 250 mm e condizioni di visibilità ottimali sono visibili i caratteri principali della superficie, i rilievi e i canali[14]. La visione di questi dettagli può essere parzialmente oscurata da tempeste di sabbia su Marte che possono estendersi fino a coprire tutto il pianeta[15].

Moto retrogrado apparente di Marte nel 2003 visto dalla Terra (simulazione realizzata con Stellarium).

L’avvicinarsi di Marte all’opposizione comporta l’inizio di un periodo di moto retrogrado apparente, durante il quale, se ci si riferisce alla volta celeste, il pianeta appare in moto nel verso opposto all’ordinario[16] (quindi da est verso ovest anziché da ovest verso est) con la sua orbita che sembra formare un ‘cappio’ (in inglese “loop”); il moto retrogrado di Marte dura mediamente 72 giorni.

Storia delle osservazioni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo Venere e Giove, Marte è il pianeta più facilmente individuabile dalla Terra per via della grande luminosità relativa e del caratteristico colore rosso. Per questo motivo già le popolazioni di cultura greco-romana lo associavano all’immagine di Ares/Marte, dio della guerra[3]. Tra i primi a descrivere delle osservazioni di Marte si ricorda Aristotele, il quale ne notò anche il passaggio dietro alla Luna[17] ottenendo così una prova empirica della concezione di un universo geocentrico. Il 13 ottobre 1590Michael Maestlin osservò l’unica occultazione documentata di Marte da Venere presso la città tedesca di Heidelberg[18]. Nel 1609 Galileo fu il primo uomo a puntare un telescopio verso Marte.

Fu solo sul finire del XIX secolo che attente osservazioni e il miglioramento della tecnologia permisero di ottenere una visione sufficientemente nitida da distinguere le caratteristiche del suolo marziano. Il 5 settembre 1877 si verificò un’opposizione perielica e in quell’anno l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli, in quel momento a Milano, utilizzò un telescopio di 22 cm per disegnare la prima mappa dettagliata di Marte la cui nomenclatura è ancora quella ufficiale. Ne risultarono strutture che l’astronomo definì “Canali” (successivamente fu dimostrato che si trattava di illusioni ottiche) in quanto la superficie del pianeta presentava diverse lunghe linee alle quali egli attribuì nomi di celebri fiumi terrestri[19][20].

Percival Lowell, qui mentre osserva Venere di giorno (1914), fu un grande osservatore di Marte e pubblicò i suoi lavori in tre libri dedicati al “pianeta rosso”.

L’errata traduzione in inglese del termine “canali” usato nei lavori di Schiaparelli (venne usato il termine canal, ovvero “canale artificiale”, piuttosto che il generico channel) portò il mondo scientifico a credere che su Marte vi fossero canali irrigui artificiali[21], mentre effettivamente lo scienziato aveva solo parlato di grandi solchi sulla superficie. Influenzato da queste traduzioni l’astronomostatunitense Percival Lowell fondò un osservatorio, l’osservatorio Lowell, dotato di un telescopio di 300 e 450 mm che venne usato nella particolarmente favorevole opposizione del 1894 e nelle successive. Pubblicò diversi libri su Marte e le sue teorie sull’esistenza di vita sul pianeta, basate anche sull’origine artificiale dei canali, ebbero una notevole influenza sull’opinione pubblica[22]. Tra gli astronomi che osservarono gli ormai caratteristici canali marziani si ricordano inoltre Henri Joseph Perrotin e Louis Thollon di Nizza[23]. Nacque in quel periodo l’immagine di un mondo vecchio (contrapposto a una Terra di mezza età e a Venere primitiva), dove la siccità aveva costretto la matura civiltà marziana a immense opere di canalizzazione: un topos che avrà notevole successo in fantascienza.

Per lungo tempo si ritenne che Marte fosse un pianeta coperto di vegetazione e alcuni mari: i cambiamenti stagionali di Marte infatti causavano una riduzione delle calotte polari d’estate e creavano ampie macchie scure sulla sua superficie. Tuttavia le osservazioni al telescopio non erano in grado di confermare tali speculazioni: al progredire della qualità dei telescopi si assisteva infatti a una riduzione dei canali, finché nel 1909 Camille Flammarion, con un telescopio di 840 mm, osservò disegni irregolari ma nessun canale[24].

La stagionalità marziana fu d’ispirazione, nonostante l’inesistenza di prove, per teorie sulla possibile struttura dell’ecosistema di Marte addirittura fino negli anni sessanta del XX secolo. In rinforzo a tali tesi vennero presentati anche scenari dettagliati riguardanti il metabolismo e i cicli chimici dello stesso[25].

I progressi nell’osservazione spaziale consentirono inoltre la scoperta dei due satelliti naturali, Fobos e Deimos, probabilmente asteroidi catturati dalla gravità del pianeta. L’esistenza di tali satelliti era già stata postulata da tempo, tanto che oltre un secolo e mezzo prima Jonathan Swift ne citava alcuni dati orbitali approssimativi ne I viaggi di Gulliver.

Le aspettative del grande pubblico vennero disattese quando, nel 1965, la sonda Mariner 4 raggiunse per la prima volta il pianeta non rilevando segni di costruzioni[26]. Il primo atterraggio di sonde automatiche avvenne undici anni dopo, con le missioni Viking I e II, ma non vennero rilevate tracce di vita o di composti organici in superficie. Dal finire dello scorso secolo Marte è stato nuovamente meta di numerose sonde, statunitensi ed europee, che hanno portato a un significativo miglioramento delle conoscenze sul pianeta; grazie alla missione Mars Global Surveyor, terminata verso la fine del 2006, si sono ottenute infatti mappe molto dettagliate dell’intera superficie di Marte. Nel 2005 l’amministrazione statunitense ha infine commissionato alla NASA gli studi per una possibile missione umana fino a Marte.

Esplorazione di Marte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Esplorazione di Marte.

Numerose sono state le missioni verso Marte intraprese da Unione SovieticaStati UnitiEuropa e Giappone per studiarne la geologia, l’atmosfera e la superficie.

Circa metà delle missioni tuttavia sono risultate degli insuccessi costituiti da perdite e da vari inconvenienti tecnici[27]. Anche per questo motivo il pianeta conserva il suo fascino, il suo mistero e, più in generale, un’ulteriore motivazione per proseguire le ricerche. Le probabilità di trovare tracce di vita su questo pianeta, così come esso ci appare, sono estremamente ridotte; tuttavia, se fosse confermata la presenza di acqua in tempi remoti, aumenterebbero le probabilità di trovare tracce di vita passata.

Le missioni spaziali sono vincolate a finestre di lancio di 2-3 mesi ogni 780 giorni, corrispondente al periodo sinodico[28].

Missioni passate[modifica | modifica wikitesto]

Vista del suolo di Marte da Viking 1 (1978).

Il primo successo si ebbe nel 1964 con il passaggio in prossimità di Marte del Mariner 4della NASA[27]. La prima osservazione ravvicinata di Marte fu molto controversa: sebbene da un lato l’entusiasmo del successo avrebbe dovuto spingere economicamente e politicamente verso altre missioni, dall’altro i risultati completamente diversi dalle aspettative di un pianeta prolifico, con vita e vegetazione, portarono a una riduzione significativa delle risorse allocate all’esplorazione del pianeta, annullando e rinviando alcune missioni già pianificate[29]. Il primo atterraggio invece avvenne nel 1971 grazie ai sovietici Mars 2 e 3 che però persero i contatti con la Terra pochi minuti dopo[27]. In seguito fu lanciato dalla NASA il programma Viking del 1975, consistente in due satelliti orbitanti con un modulo di atterraggio che raggiunsero il suolo nel 1976[27]. Il Viking 1 rimase operativo per sei anni mentre il Viking 2 per tre[27]. Grazie alla loro attività si ebbero le prime foto a colori della superficie marziana e mappature di qualità tale da essere ancora usate.

Francobollo del Lander Mars 3 (Unione Sovietica, 1972)

Nel 1988 i moduli sovietici del Programma Phobos (Phobos 1 e Phobos 2) furono inviati per lo studio di Marte e delle sue due lune; il segnale di Phobos 1 fu perduto mentre era in viaggio e Phobos 2 riuscì a inviare foto del pianeta e di Fobos ma si guastò giusto prima di liberare due sonde sulla luna[27].

Dopo il fallimento nel 1992 del Mars Observer[27], la NASA inviò nel 1996 il Mars Global Surveyor[27]; la missione di mappatura fu un completo successo e si concluse nel 2001. I contatti si interruppero nel novembre del 2006 dopo 10 anni nell’orbita marziana. Un mese dopo il lancio del Surveyor, la NASA lanciò il Mars Pathfinder con a bordo il robot da esplorazione Sojourner, che atterrò nell’Ares Vallis[27]; anche questa missione fu un successo e divenne famosa per le immagini che inviò sulla Terra.

Il modulo di atterraggio di Spiritfotografato dal rover stesso dopo l’atterraggio (2004).

Nel 2001 la NASA inviò il satellite Mars Odysseyche, dotato di uno spettrometro a raggi gamma, identificò grandi quantità di idrogeno nella regolitemarziana. Si ritiene che l’idrogeno fosse contenuto in ampi depositi di ghiaccio[30]. La missione scientifica della sonda terminò nel settembre 2010 e da allora è utilizzato come satellite di collegamento nelle comunicazioni tra le missioni sulla superficie del pianeta e i centri di controllo a terra[27].

I due rover gemelli Spirit (MER-A) e Opportunity(MER-B), lanciati dalla NASA, raggiunsero il suolo marziano con successo nel gennaio 2004. Tra le scoperte principali si ha la prova definitiva dell’esistenza di acqua allo stato liquido nel passato, grazie al ritrovamento delle sue tracce in entrambi i punti di atterraggio[31]. I diavoli di sabbia e le forti correnti inoltre hanno allungato la vita dei rover grazie alla continua pulizia dei loro pannelli solari. Il 22 marzo 2010 si persero i contatti con Spirit[32], mentre il 10 giugno 2018 quelli con Opportunity[33].

Il 12 agosto 2005 fu la volta del Mars Reconnaissance Orbiter della NASA, che arrivò a destinazione il 10 marzo 2006 per una missione di due anni. Tra gli obiettivi vi era la mappatura del terreno marziano e delle condizioni atmosferiche per trovare un luogo di atterraggio adatto alle successive missioni. Il Mars Reconnaissance Orbiter scattò le prime immagini di valanghe presso il polo nord del pianeta il 3 marzo 2008[34].

Il Phoenix Mars Lander, lanciato il 4 agosto 2007, raggiunse il polo nord marziano il 25 maggio 2008[27]. Il modulo era dotato di un braccio meccanico con un raggio d’azione di 2,5 metri in grado di scavare per 1 metro nel suolo, e disponeva inoltre di una telecamera in miniatura che il 15 giugno 2008 scoprì una sostanza che il 20 dello stesso mese si rivelò essere acqua[35][36]. La missione si concluse il 10 novembre con la perdita definitiva di ogni contatto, al sopraggiungere della stagione invernale marziana.

Non ebbe esito positivo invece la missione Fobos-Grunt, diretta verso la luna Fobos, lanciata nel novembre del 2011 e precipitata a terra nel gennaio successivo, dopo che problemi tecnici occorsi subito dopo l’immissione in orbita terrestre bassa impedirono la prosecuzione del viaggio verso il suo obiettivo[27].

Tra il 2007 e il 2011, l’ESA e la Russia condussero una simulazione del viaggio umano verso Marte e ritorno, nell’ambito del progetto Mars-500[37].

Rappresentazione del Mars Science Laboratory, 2007

Missioni in corso[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2003 l’ESA lanciò il Mars Express Orbiterassieme al modulo di atterraggio Beagle 2, che fu dichiarato perso agli inizi del febbraio 2004[27]. La squadra del Planetary Fourier Spectrometer, alloggiato nel satellite, scoprì la presenza di metano su Marte. Nel giugno 2006 l’ESA inoltre annunciò l’avvistamento di auroresul pianeta[38]. Visti gli importanti risultati scientifici ottenuti, la missione è stata prolungata fino al 2020[39].

Il 6 agosto 2012 atterrò su Marte il rover Curiosity, il maggiore per dimensioni e complessità tecnologica sviluppato dalla NASA[40][41], con l’obiettivo di investigare sulla passata e presente capacità del pianeta di sostenere la vita. La sonda ha trovato acqua, zolfo e sostanze clorurate nei primi campioni di suolo marziano, a testimonianza di una chimica complessa. La NASA ha precisato che il risultato è solo la conferma che gli strumenti della sonda hanno funzionato alla perfezione, e che sono stati trovati indizi di composti organici, ma che non è possibile escludere che questi possano essere stati trasportati su Marte dalla stessa Curiosity[42].

La Mars Orbiter Mission, nota anche con la denominazione informale di Mangalyaan, fu la prima missione per l’esplorazione di Marte dell’Indian Space Research Organisation(ISRO), il cui vettore fu lanciato il 5 novembre 2013 per raggiungere l’orbita marziana il 24 settembre 2014[27]. La missione fu ideata per sviluppare le tecnologie necessarie per la progettazione, programmazione, gestione e controllo di una missione interplanetaria. L’agenzia spaziale indiana fu dunque la quarta a raggiungere Marte, dopo la russa RKA, la statunitense NASA e l’europea ESA[43].

La sonda MAVEN fu lanciata con successo il 18 novembre 2013 con un razzo vettore Atlas V dalla Cape Canaveral Air Force Station, per inserirsi in un’orbita ellittica attorno a Marte il 22 settembre del 2014[27], ad un’altezza compresa tra 90 miglia (145 km) e 3 870 miglia (6 228 km) dalla superficie.

Il 14 marzo 2016 l’ESA ha lanciato il Trace Gas Orbiter (TGO) e il Lander Schiaparelli, parte della missione ExoMars[44]. Il Lander Schiaparelli ha tentato, senza successo, di atterrare il 16 ottobre dello stesso anno[45].

Nel 2018 è stata lanciata la missione statunitense InSight[46] con un lander e due CubeSat[47] in sorvolo, per condurre uno studio approfondito della struttura interna del pianeta.

Missioni future[modifica | modifica wikitesto]

Nella finestra di lancio del 2020 è previsto un numero consistente di missioni di diverse agenzie, sia private che pubbliche. Nell’ambito di ExoMars, verrà inviato un rover sulla superficie di Marte: esso sarà il primo rover in grado di perforare il suolo fino a 2 metri di profondità per stabilire l’eventuale esistenza di vita passata sul pianeta[48][49]. A tale scopo i campioni forniti dalla perforatrice verranno analizzati da Urey, il rilevatore di materia organica e ossidanti finanziato dalla NASA, in grado di rilevare anche tracce di molecole organiche e stabilire se siano state originate da forme di vita o meno e, nel caso, quali condizioni ne hanno provocato la scomparsa[50]. La missione Exomars avrà inoltre tra i suoi obiettivi la validazione delle tecnologie necessarie per l’esplorazione sicura del pianeta in prospettiva di una “Mars Sample Return”, ovvero una missione di andata e ritorno sulla Terra[51]. La NASA prevede di inviare Mars 2020, rover gemello di Curiosity ma con strumentazione scientifica differente, per studiare l’abitabilità di Marte, definire il clima e preparare le future missioni umane, testando anche la produzione di ossigeno in situ[52].

Il NICT di Tokyo, National Institute of Information and Communications Technology, in collaborazione con l’Università di Tokyo ha progettato il Mars Terahertz Microsatellite, un microsatellite dedicato allo studio degli isotopi di ossigeno presenti nell’atmosfera marziana, che verrà lanciato come payload secondario in una missione ancora da specificare[53]. Allo studio dell’atmosfera si dedicherà anche Mars Hope, una sonda degli Emirati Arabi Uniti che verrà lanciata dal centro spaziale di Tanegashima[54]. L’agenzia spaziale cinese con la missione HX-1 invierà una sonda ben più complessa, comprensiva di orbiter, lander e rover, con in dotazione un radar di profondità per mappare la crosta marziana fino a una profondità di 400 metri[55].

Ipotetica produzione in situ di risorse per la sopravvivenza di un equipaggio umano.

Nella finestra successiva, nel 2022, l’Indian Space Research Organisation, dopo il successo di Mars Orbiter Mission prevede una seconda missione, Mars Orbiter Mission 2, composta di orbiter, lander e rover, per progredire nell’indagine scientifica dell’atmosfera e del suolo marziano[56]. Sempre nel 2022, l’azienda privata SpaceXconta di mandare una navicella per la produzione in situ di risorse necessarie ad un’ipotetica missione umana nel 2024[57].

L’esplorazione con equipaggi di Marte è stata considerata come un obiettivo a lungo termine dagli Stati Uniti attraverso il Vision for Space Exploration annunciato nel 2004 dal presidente George W. Bush[58] e sostenuto successivamente da Barack Obama[59]Donald Trump[60]. Una cooperazione tra NASA e Lockheed Martin a questo proposito ha portato all’avvio del progetto Orion, la cui missione di prova è programmata per il 2020 verso la Luna per poi intraprendere il viaggio verso Marte. Entro il 2028 la NASAha l’obiettivo di inviare astronauti su Marte con la missione spaziale Mars Base Camp (MBC). L’ESA invece prevede di inviare astronauti su Marte nel periodo tra il 2030 e il 2035. La missione sarà preceduta dall’invio di grandi moduli iniziando con l’ExoMars e un’altra missione di andata e ritorno[61].

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Marte si formò 4,6 miliardi di anni fa, con una storia simile agli altri tre pianeti terrestri e cioè a seguito della condensazione della nebulosa solare, per lo più dei silicati. A causa della distanza superiore dal Sole rispetto alla Terra, durante la fase iniziale della formazione nell’orbita di Marte si trovava una concentrazione maggiore di elementi con basso punto di ebollizione, come clorofosforo e zolfo, probabilmente spinti via dalle orbite interne dal forte vento solare del giovane Sole[62].

La storia del pianeta può essere suddivisa in quattro ere geologiche che caratterizzano la sua formazione e evoluzione.

Noachiano Noachiano Esperiano Amazzoniano

Noachiano

Stella polare

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Jump to navigationJump to search

bussola Disambiguazione – Se stai cercando l’attuale stella indicatrice del polo nord celeste (α Ursae Minoris), vedi Polaris; per altri significati, vedi Stella Polare (disambigua)

Immagine raffigurante le “tracce” (star trails) lasciate dalle stelle mentre “ruotano” intorno al polo celeste.

Una stella polare è una stella visibile ad occhio nudo che si trova approssimativamente allineata con l’asse di rotazione di un pianeta, indicandone uno dei poli celesti. La stella polare per antonomasia è quella che nell’attuale epoca precessionaleindica il polo nord celeste della Terra, ovvero α Ursae Minoris, nota anche come Polaris.

La stella polare viene denominata anche orsa polare.

Nel corso della storia sono state diverse le stelle a fregiarsi del titolo di stella polare, da Vega a Thuban passando per γ Cephei; questo perché l’asse di rotazione terrestre compie una traiettoria circolare (precessione) sulla sfera celeste nell’arco di 26000 anni circa; il fenomeno prende il nome di precessione dell’asse terrestre.

Potenzialmente vi sono sia una stella polare boreale sia una stella polare australe; quest’ultima, nell’epoca precessionale attuale, è σ Octantis.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La rotazione delle stelle attorno al polo nord celeste. Le costellazioni schematizzate sono l’Orsa Maggiore e Cassiopea. Al centro si trova Polaris, la stella polare boreale.

Una stella polare è situata nei pressi di uno dei due poli celesti. Potenzialmente un pianeta possiede due stelle polari, una per il polo norde l’altra per il polo sud, ma l’esistenza di una stella polare dipende dall’effettiva disposizione delle diverse stelle sulla sfera celeste: infatti, potrebbero non esserci stelle sufficientemente luminose da esser visibili ad occhio nudo in prossimità del polo, tanto che spesso si ricorre ad eventuali allineamenti tra stelle luminose per constatare approssimativamente la direzione del polo.

Nella navigazione astronomica, la sua posizione è un’indicatrice infallibile della direzione di un polo geografico, e la sua altezza angolare permette di determinare la latitudine. Per via del suo allineamento con l’asse di rotazione, una stella polare è percepita come immobile da un osservatore situato sul pianeta, mentre le altre stelle visibili sembrano descrivere un moto circolare attorno al polo nel corso della notte.

Cambiamento secolare della Stella polare[modifica | modifica wikitesto]

Le stelle che si fregiano del “titolo” di polare cambiano nel corso del tempo, poiché le stelle sono soggette ad un lento ma costante spostamento rispetto all’asse terrestre. La causa primaria di tale spostamento è dovuta ad un moto dell’asse stesso, detto precessione dell’asse terrestre, che fa sì che i poli compiano una traiettoria circolare sulla sfera celeste nel corso di 26000 anni; al moto precessionale si aggiunge, su scala temporale più ampia, anche il moto proprio delle stelle, ovvero lo spostamento spaziale effettivo che esse compiono all’interno della galassia.

Al polo nord[modifica | modifica wikitesto]

Stella Polare (α UMi – 1 UMi)

All’epoca attuale, la stella polare boreale è Polaris (α Ursae Minoris), che possiede una declinazione di 89° 15′ 50,8″. Essa, tenendo conto dei sopraccitati valori di moto proprio e di precessione, raggiungerà una declinazione massima di 89° 32′ 23″, ovvero una distanza minima dal polo nord celeste di 1657″ o 0,4603°; tale evento si verificherà nel febbraio 2102. Tuttavia la sua minima distanza apparente dal polo nord celeste, tenuti conto dei fenomeno di nutazione ed aberrazione, sarà di 1629″ o 0,4526° (con una declinazione di 89° 32′ 50,62″) e verrà raggiunta il 24 marzo 2100.[1]

La tabella sottostante raggruppa le stelle di magnitudine apparente inferiore a 3,5 che saranno più prossime al polo nord celeste nelle diverse epoche precessionali.

La precessione del polo nord sulla sfera celeste (supponendo una velocità di precessione ed una obliquità costanti).

Stella Magnitudine
apparente
Periodo Distanza minima dal polo
Inizio Fine Anno Angolo (°)
Polaris 2,0 450 3100 2100 0,4
Alrai 3,2 3100 5300 4200 0,3
ι Cephei 3,5 5300 7100 6400 0,4
Alderamin 2,4 7100 9300 7600 3,6
η Cephei 3,4 9300 9400 9300 9,6
Deneb 1,2 9400 11600 10900 3,5
δ Cygni 2,9 11600 13700 12500 0,6
Vega 0,03 13700 15700 14600 3,9
π Herculis 3,2 15700 16900 16400 6,8
Eltanin 2,2 16900 17600 16900 7,6
η Herculis 3,5 17600 19200 18000 7,9
ι Draconis 3,3 19200 23000 21300 3,1
Pherkad 3,0 23000 23100 23100 9,0
Kochab 2,1 23100 26200 24700 3,7

Al polo sud[modifica | modifica wikitesto]

σ Octantis è attualmente la stella visibile ad occhio nudo più vicina al polo sud celeste, ma la sua luminosità piuttosto debole non la rende un valido indicatore immediatamente utilizzabile per indicare il polo sud. Per questo motivo viene convenzionalmente utilizzata come puntatore del sud la piccola ma brillante costellazione della Croce del Sud, sfruttando essenzialmente l’allineamento, in direzione nord-sud, tra le stelle γ (Gacrux) ed α (Acrux). All’equatore è possibile osservare sia Polaris sia la Croce del Sud.

La tabella sottostante raggruppa le stelle di magnitudine apparente inferiore a 3,5 che saranno più prossime al polo sud celeste nelle diverse epoche precessionali.

La precessione del polo sud sulla volta celeste.

Il firmamento

Firmamento

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Jump to navigationJump to search

I cieli in un’opera del 1475. Dal basso: la luna, i due pianeti interni, il sole, i tre pianeti esterni e infine le stelle del firmamento sotto il trono di Dio. Le lingue di fuoco sotto la luna riflettono la concezione aristotelica secondo cui il mondo sublunare era costituito dai quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco (che tende verso l’alto).

Mappa dei cieli ad opera di Giovanni di Paolo (1445)

Con il termine firmamento si indicava il cielo considerato come una cupola solida, alla quale erano rigidamente collegate le stelle; una concezione condivisa da tutti i popoli antichi di tutti i continenti[1].

La parola deriva dal latino firmamentum, che significa appunto “appoggio”, “sostegno” e a sua volta deriva dal latino firmus, che significa “solido”, “stabile”[2].

Nell’età moderna, con la scomparsa di questa concezione cosmografica, il termine cominciò ad essere utilizzato come sinonimo della volta del cielo.[3]

Il materiale costitutivo del firmamento[modifica | modifica wikitesto]

Non vi era accordo sul materiale di cui era fatto il firmamento. Secondo la cosmografia mesopotamica del periodo neo-assiro (prima metà del primo millennio) esso era fatto di calcedonio, un quarzo traslucido di colore simile al cielo autunnale: grigio, più o meno scuro con sfumature azzurrine. Le stelle, poi, erano semplicemente incise sul firmamento[4].

Anche presso i Greci c’era chi pensava, come ad esempio Anassimene, che il firmamento fosse fatto di cristallo, cioè di un elemento purissimo e incorruttibile, che Platone e Aristotele chiameranno «etere»;[5] questa divenne l’opinione prevalente in occidente prima di Copernico.

In parallelo e in antecedenza altri popoli pensavano che il firmamento fosse una sottile lamina metallica d’oro o più probabilmente di stagno o di ferro (dato il colore grigio del cielo). Verosimilmente proprio questo è il motivo per cui il termine “metallo del cielo” indicava presso i Sumeri lo stagno e presso gli Egiziani il ferro[6].

Il termine ebraico con cui il firmamento era indicato (“raqia”, talvolta tradotto con “espanso”) poteva esprimere il fatto che le lamine erano ottenute per battitura oppure tramite la colatura di un vetro o di un metallo fuso.[7]

La posizione del firmamento nelle cosmografie primitive[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cosmografia mesopotamica.

La dea Nut (il firmamento) al di sopra del dio Geb (la terra) e sostenuta dal dio Shu (l’aria). A sinistra e a destra la barca del Sole percorre le acque soprastanti il firmamento

Nella cosmografia delle prime civiltà del mondo antico la Terra era piatta e il firmamento la copriva come una cupola. Il contatto fra terra e cielo era descritto in modi diversi. Poteva trattarsi soltanto di quattro montagne (nell’antico Egitto erano le mani e i piedi della dea Nut, il cui corpo incurvato costituiva il firmamento; oppure erano quattro dei ausiliari).

In altre tradizioni (ad esempio nello zoroastrismo) prevaleva l’idea di una catena ininterrotta. Le valli fra due montagne successive della catena fornivano aperture per il passaggio del sole e dei pianeti. In alcune tradizioni vi erano 365 aperture di questo tipo, una per ogni giorno dell’anno.

La posizione del firmamento nell’astronomia antica[modifica | modifica wikitesto]

Le sfere celesti geocentriche nella Cosmographia di Pietro Apiano (Anversa, 1539)

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Astronomia greca.

Con lo sviluppo dell’astronomia e soprattutto con la scoperta che la Terra ha forma sferica il firmamento divenne una sfera. La posizione relativa dei sette astri mobili (sole, luna e cinque pianeti) e del firmamento con le stelle fisse era tutt’altro che chiara. Per Anassimandro, che riecheggiava ancora teorie del Vicino Oriente antico, erano più vicine le stelle; una concezione probabilmente determinata dalla loro minore luminosità[8]. Il suo discepolo Anassimene, invece, le pose più lontane. Con l’introduzione del concetto dell’esistenza di sfere celesti, il firmamento diventò universalmente l’ottava sfera, detta anche primo mobile secondo la concezione aristotelica.[9]

In quanto motore immobile, la divinità, come riferisce ad esempio Cicerone, poteva essa stessa essere pensata come una nona sfera che circondava tutte le altre:

«Eccoti sotto gli occhi tutto l’universo compaginato in nove orbite, anzi, in nove sfere. Una sola di esse è celeste, la più esterna, che abbraccia tutte le altre: è il Diosommo che racchiude e contiene in sé le restanti. In essa sono confitte le sempiterne orbite circolari delle stelle, cui sottostanno sette sfere che ruotano in direzione opposta, con moto contrario all’orbita del cielo. Di tali sfere una è occupata dal pianeta chiamato, sulla terra, Saturno. Quindi si trova quel fulgido astro – propizio e apportatore di salute per il genere umano – che è detto Giove. Poi, in quei bagliori rossastri che tanto fanno tremare la terra, c’è il pianeta che chiamate Marte. Sotto, quindi, il Sole occupa la regione all’incirca centrale: è guida, sovrano e regolatore degli altri astri, mente e misura dell’universo, di tale grandezza, che illumina e avvolge con la sua luce tutti gli altri corpi celesti. Lo seguono, come compagni di viaggio, ciascuno secondo il proprio corso, Venere e Mercurio, mentre nell’orbita più bassa ruota la Luna, infiammata dai raggi del Sole. Al di sotto, poi, non c’è ormai più nulla, se non mortale e caduco, eccetto le anime, assegnate per dono degli dèi al genere umano; al di sopra della Luna tutto è eterno.»
(CiceroneSomnium ScipionisDe re publica, VI, 17)

Claudio Tolomeo, tuttavia, in seguito distinguerà il firmamento delle stelle fisse dal primo mobile, facendo di quest’ultimo la nona sfera.[10]

Oltre il firmamento[modifica | modifica wikitesto]

Uomo che sporge la testa attraverso il firmamento di una Terra piatta per scoprire cosa c’è al di là (incisione satirica di Camille Flammarion, 1888)

L’esistenza di un confine, un bordo che delimitasse tutto l’universo, venne rifiutata da alcuni pensatori antichi. In particolare il filosofo pitagorico Archita di Taranto scriveva nel IV secolo a.C.:

«Se mi trovassi nell’ultimo cielo, cioè quello delle stelle fisse, potrei stendere la mano o una bacchetta al di là di quello, o no? Ch’io non possa, è assurdo; ma se la stendo, allora esisterà un di fuori, sia corpo sia spazio. Sempre dunque si procederà allo stesso modo verso il termine di volta in volta raggiunto, ripetendo la stessa domanda…»
(Archita [11])

L’obiezione di Archita all’esistenza di un confine dell’universo, ripresa successivamente anche da Lucrezio[12], si colloca nell’ambito della convinzione pitagorica che il vuoto esista e viene a cadere nella filosofia aristotelica. Nelle Categorie e nella Fisica, infatti, Aristotele rigettò il concetto di spazio vuoto e illimitato per sviluppare una teoria del “luogo” (topos), inteso come un semplice “accidente” associato ai corpi materiali.[13]

Una rappresentazione satirica dell’obiezione di Archita, nel quadro di una cosmologia primitiva, fu pubblicata anonima (ma verosimilmente anche realizzata) da Camille Flammarion in una famosa incisione che attribuiva agli studiosi medievali opinioni ridicole sul firmamento.[14]

Il firmamento nella Bibbia[modifica | modifica wikitesto]

Il “Firmamento Cristiano” di Julius Schiller nella ristampa di Andreas Cellarius (emisfero primo)

Il vocabolo firmamentum venne utilizzato per la prima volta in senso astronomico nel IV secolodalla vulgata per tradurre il termine grecostereoma,[15] utilizzato dai Septuaginta nel libro della Genesi 1,6. Nella Genesi la funzione del firmamento è sia di sostegno alle stelle sia di separazione delle acque superiori da quelle inferiori. Alcune aperture nel firmamento erano utilizzate da Dio per far scendere le precipitazioni atmosferiche, come la pioggia e la grandine (per esempio in Genesi 7,11). Nel libro di Giobbe, tuttavia, il ciclo dell’acqua è descritto perfettamente e le precipitazioni piovono dalle nubi (Gb 36,27-28). Nonostante questa contraddizione fra i libri di Giobbe e della Genesi la tradizione ebraica attribuisce a Mosè la paternità del primo e contro ogni evidenza anche del secondo[16], e né ebrei né cristiani sembrano averne messo in dubbio la canonicità. Evidentemente gli antichi esegeti biblici (e lo stesso autore del Libro di Giobbe) non si accorsero della contraddittorietà [17] e ciò implica che fossero incapaci di distinguere una descrizione teologica (= tutto dipende da Dio, anche la pioggia) da una scientifica (= la pioggia viene dalle nuvole e non da fonti soprannaturali).

Le descrizioni cosmografiche della Bibbia in realtà paiono rispecchiare le concezioni universalmente accettate nel periodo in cui i singoli libri sono stati redatti. In alcuni di essi il firmamento sembrerebbe appoggiarsi su una terra piatta per mezzo delle “colonne del cielo” (Giobbe 26,11)[18], coincidenti verosimilmente con le “montagne eterne” di Abacuc 3,6 e Deut 33,15. Dato che il libro di Giobbe è ritenuto uno dei libri più tardi della Bibbia[19] e il suo autore mostra una certa dimestichezza con la cultura scientifica del suo tempo, ad esempio nel descrivere le precipitazioni, è probabile che in questo passo stia utilizzando immagini del linguaggio comune, più antiche rispetto alle idee cosmografiche della sua epoca. Ciò sarebbe in accordo con il genere letterario poetico/morale del suo testo.

Nella tradizione rabbinica le “stelle fisse” pendono dal firmamento, simili a lampade, tutte equamente distanti dalla Terra, e la loro luminosità dipende unicamente dalle relative dimensioni.[20]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ P. H. Seely, The Firmament and the Water Above (PDF), in Westminster Theological Journal, vol. 53, 1991, pp. 232–233. URL consultato il 10 aprile 2014.
  2. ^ Castiglioni-Mariotti, Vocabolario della lingua latina, ad voces.
  3. ^ (ENFirmament, su Webster’s Dictionary. URL consultato il 10 aprile 2014.
  4. ^ Wayne Horowitz, Mesopotamian Cosmic Geography, Eisenbraun 1998, pp. 14-15.
  5. ^ Platone, Fedone, LVIII; Aristotele, De Caelo, libro I, capp. 1-12.
  6. ^ Seely, cit., p.233.
  7. ^ Cfr. Giobbe 37,18, la cui traduzione letterale è: «Fai tu battere con Lui per quanto concerne la volta del cielo, resistente come uno specchio che viene fatto versare?»).
  8. ^ Tradizionalmente la luce e l’altezza sono associati al cielo, l’oscurità e la profondità alla Terra.
  9. ^ Aristotele, Fisica, libro VIII.
  10. ^ «Tolomeo poi, acorgendosi che l’ottava sphera si movea per più movimenti, veggendo lo cerchio suo partire dallo diritto cerchio, che volge tutto da oriente in occidente, constretto dalli principii di filosofia, che di necessitade vuole uno primo mobile semplicissimo, puose un altro cielo essere fuori dello Stellato, lo quale facesse questa revoluzione da oriente in occidente: la quale dico che si compie quasi in ventiquattro ore, e quattordici parti delle quindici d’un’altra, grossamente asegnando» (Dante AlighieriConvivio, II, 3, 5).
  11. ^ Il testo riferito da Eudemo da Rodi è stato riportato in un frammento di SimplicioIn Aristotelis categorias commentarium, ed. Carolus Kalbfleisch, Berlin 1907, p. 13; cfr. anche F.P. De Ceglia, (a cura di), Scienziati di Puglia: secoli V a.C.-XXI, Parte 3, Adda, Bari 2007, p. 18.
  12. ^ De rerum natura, I, 420 e sgg.
  13. ^ Max Jammer, Storia del concetto di spazio da Democrito alla Relatività. Prefazione di Albert Einstein, Feltrinelli, Milano 1963, cap. I. Aristotele precorre concettualmente la fisica del secolo XX, per la quale lo spazio è soltanto campo gravitazionale.
  14. ^ L’incisione è inserita nel volume divulgativo: L’atmosphère: météorologie populaire, Hachette, Paris, 1888, p. 163.
  15. ^ (ENFirmament, su Online Etymology Dictionary. URL consultato il 10 aprile 2014.
  16. ^ Il Talmud (Bava Batra 14b) recita: «Mosè ha scritto il suo libro [il Pentateuco]…e anche il Libro di Giobbe»
  17. ^ Il racconto della Creazione della Genesi è ed era notissimo eppure la contraddizione è sfuggita al lettore del Libro di Giobbe.
  18. ^ Giobbe cita le colonne della Terra a

Il risorgimento

Risorgimento

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Jump to navigationJump to search

Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Il Risorgimento.

Con Risorgimento[1] la storiografia si riferisce al periodo della storia italiana durante il quale l’Italia conseguì la propria unità nazionale[2]. La proclamazione del Regno d’Italiadel 17 marzo 1861 fu l’atto formale che sancì, ad opera del Regno di Sardegna, la nascita del nuovo Regno d’Italia formatosi con le annessioni plebiscitarie di gran parte degli Stati preunitari. Per indicare questo processo storico si usa anche la locuzioneunità d’Italia“.

Il termine, che designa anche il movimento culturale, politico e sociale che promosse l’unificazione, richiama gli ideali romanticinazionalisti e patriottici di una rinascita italiana attraverso il raggiungimento di un’identità politica unitaria che, pur affondando le sue radici antiche nel periodo romano,[3] «aveva subìto un brusco arresto [con la perdita] della sua unità politica nel 476 d.C. in seguito al crollo dell’Impero romano d’Occidente».[4]

Logo per il 150º anniversario dell’unità d’Italia

Indice

Estensione cronologica del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1806 e 1810 Canova scolpì l’Italia turrita piangente sulla tomba di Vittorio Alfieri, uno dei primi intellettuali a promuovere il sentimento di unità nazionale

Sebbene non vi sia consenso unanime tra gli storici, la maggior parte di essi tende a stabilire l’inizio del Risorgimento, come movimento, subito dopo la fine del dominio Napoleonico e il Congresso di Vienna nel 1815, e il suo compimento fondamentale con l’annessione dello Stato Pontificio e lo spostamento della capitale a Roma nel febbraio 1871.

Tuttavia, gran parte della storiografia italiana ha esteso il compimento del processo di unità nazionale sino agli inizi del XX secolo, con l’annessione delle cosiddette terre irredente, a seguito della prima guerra mondiale,[5]creando quindi il concetto di quarta guerra di indipendenza. Anche la Resistenza italiana (19431945) è stata talvolta ricollegata idealmente al Risorgimento.[6]

La definizione dei limiti cronologici del Risorgimento risente evidentemente dell’interpretazione storiografica riguardo a tale periodo e perciò non esiste accordo unanime fra gli storici sulla sua determinazione temporale, formale ed ideale.

Esiste inoltre un collegamento tra un “Risorgimento letterario” e uno politico: fin dalla fine del XVIII secolo si scrisse di Risorgimento italiano in senso esclusivamente culturale.

La prima estensione dell’ideale letterario a fatto politico e sociale della rinascita dell’Italia si ebbe con Vittorio Alfieri (17491803), non a caso definito da Walter Maturi il «primo intellettuale uomo libero del Risorgimento»[7], vero e proprio storico dell’età risorgimentale, che diede inizio a quel filone letterario e politico risorgimentale che si sviluppò nei primi decenni del XIX secolo.

Come fenomeno politico, il Risorgimento viene compreso da taluni storici fra il proclama di Rimini (1815) e la breccia di Porta Pia da parte dell’esercito italiano (20 settembre 1870), da altri, fra i primi moti costituzionali del 18201821 e la proclamazione del Regno d’Italia (1861) o il termine della terza guerra d’indipendenza(1866).[8]

Altri ancora, in senso lato, vedono la sua nascita fra l’età riformista della seconda metà del XVIII secolo[9] e l’età napoleonica (17961815), a partire dalla prima campagna d’Italia[10].

La sua conclusione, parimenti, viene talvolta estesa, come detto, fino al riscatto delle terre irredente dell’Italia nord-orientale (Trentino e Venezia Giulia) a seguito della prima guerra mondiale.[11] Infine, le forze politiche che diedero vita alla Costituzione della Repubblica Italiana ed una parte della storiografia hanno individuato nella Resistenzaall’occupazione nazifascista, tra il 1943 ed il 1945, un “secondo” Risorgimento.[6]

La costruzione dell’idea di nazione nella storiografia risorgimentale[modifica | modifica wikitesto]

Quanto sia stata fondata l’identità nazionale italiana, sostanzialmente sconosciuta alla maggioranza del popolo italiano, prima della nascita del Regno d’Italia è stato il compito che si sono assunto gli intellettuali risorgimentali nel loro tentativo di costruire e diffondere i miti e le narrazioni relative all’idea di nazione. Un richiamo alla storia passata dove gli storici romantici intravedevano il cammino verso la riconquista della perduta unità politica. Per questo si servirono anche di un’intensa connotazione storica da cui «è nato il culto nazionale dei grandi uomini (per es., Dante, Petrarca, Machiavelli, Parini ecc.), che all’epoca si considerava appartenessero ‘naturalmente’ al susseguirsi delle generazioni che connotavano la ‘stirpe’ italica’; al suo fianco si pone anche il culto dei grandi eventi passati (la battaglia di Legnano, i Vespri siciliani, la disfida di Barletta, la difesa di Firenze, la rivolta di Genova ecc.), poiché si riteneva che quegli episodi non fossero altro che prefigurazioni della ‘lotta finale’ che le generazioni presenti dovevano compiere, ispirandosi alle battaglie combattute dagli avi.»[12]

Epoca romana[modifica | modifica wikitesto]

In epoca romana, la nozione di “Italia” si evolse fino a designare la penisola nella sua totalità, dalla punta calabra, allora Bruzio, fino alle Alpi; dai tempi di Diocleziano in poi essa incluse anche le isole.

L’Italia fu il luogo di nascita e il primo campo di espansione del potere romano e fu integrata nello Stato secondo modalità variabili; il sistema amministrativo dell’Italia rimase distinto da quello delle province fino all’epoca di Diocleziano. Le province erano infatti territori governati da magistrati delegati dal potere centrale,[13] mentre l’annessione e poi l’amministrazione dell’Italia si articolò attraverso la fondazione di colonie romane e latine, con la stipula di trattati di alleanza e confische del territorio. L’Italia romana era un territorio vasto e contrassegnato da una notevole varietà etnica e sociale, che, pur conservando dei forti particolarismi locali, subì sin dalla fine della repubblica romana un processo di unificazione sotto un unico regime giuridico.

Il concetto di stato-nazione è senz’altro anacronistico se applicato al mondo antico, tuttavia la memoria storica dell’Italia romana venne particolarmente evocata nel periodo di formazione della nazione italiana moderna.

Età medioevale[modifica | modifica wikitesto]

Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, l’unità territoriale della penisola non venne meno né col regno degli Ostrogoti, né con l’invasione longobarda e la conseguente spartizione della penisola.[14]

Longobardi inizialmente tesero a rimanere separati dalle popolazioni soggette sia sotto il profilo politico che militare, ma col tempo finirono sempre più per fondersi con la componente latina e tentarono, sull’esempio romano e ostrogoto, di riunificare la penisola per dare una base nazionale al loro regno.[15] Tale tentativo fallì per l’intervento dei Franchi richiamati da papa Adriano I, secondo un modello destinato a ripetersi nei secoli a venire, che vede il papa cercare il più possibile di impedire la nascita di una potenza nemica sul suolo italico in grado di compromettere la sua autonomia.[16]

Prima della conquista franca infatti, il Regnum Langobardorum si identificava con la massima parte dell’Italia peninsulare e continentale e gli stessi re longobardi, dal VII secolo, non si consideravano più solo re dei longobardi, ma dei due popoli (longobardi e italici di lingua latina) posti sotto la propria sovranità nei territori non bizantini e dell’Italia tutta (rex totius Italiae[17]). I vincitori si erano pertanto gradualmente romanizzati, abbracciando la cultura dei vinti grazie anche all’accettazione del latino come unica lingua scritta dello Stato e come strumento di comunicazione privilegiato a livello giuridico e amministrativo.[18]

Franchi, a partire dalla seconda metà dell’VIII secolo, tentarono di ricostituire l’Impero con Carlo Magno: tale organismo prese corpo definitivamente, un secolo e mezzo più tardi, con un sovrano germanico, Ottone I di Sassonia. Il Regno d’Italia era legato a questo grande organismo statuale da vincoli di vassallaggio, dai quali vanamente cercò di sottrarsi. I più celebri fra tali tentativi furono quello di Berengario del Friuli (850-924) che una certa retorica nazionalistica ha rappresentato come «un campione e un assertore dell’unità d’Italia»[19] e poi di Arduino d’Ivrea (955-1015), personaggi considerati dalla storiografia nazionalista come antesignani dei patrioti risorgimentali.[20]

Francesco HayezI vespri siciliani, (1846) questo quadro, costituisce uno dei classici esempi di opere pittoriche risorgimentali, che mascheravano sotto la rappresentazione di eventi del passato, l’ideale di cospirazione e lotta contro lo straniero

Nei primi secoli dopo il Mille, lo stesso desiderio di autonomia e libertà portò a un notevole sviluppo delle Repubbliche marinare(AmalfiGenovaPisa e Venezia), e poi dei liberi Comuni di popolo, favorendo quella rinascita dell’economia e insieme delle arti che approderà al Rinascimento, e che fu anticipata dal risveglio religioso che si ebbe nel Duecentocon le figure di Gioacchino da Fiore e Francesco d’Assisi.[21]

Se durante l’alto Medioevo il sentimento nazionale italiano si mantenne ancora piuttosto in ombra, partecipando alla contesa tra le due potenze di allora, il Papato e l’Impero, con i quali si schierarono rispettivamente Guelfi e Ghibellini, esso cominciò così lentamente a emergere, alimentandosi soprattutto del ricordo dell’antica grandezza di Roma, e trovando nell’identità religiosa rappresentata dalla Chiesa, idealmente erede delle istituzioni romane, un senso di comune appartenenza.[22]

La vittoria nella battaglia di Legnano ad opera della Lega Lombarda contro l’imperatore Federico Barbarossa (1176), e la rivolta dei Vespri siciliani contro il tentativo del re di Francia di assoggettare la Sicilia (1282), saranno assunte in particolare dalla retorica romantica ottocentesca come i simboli del primo risveglio di una coscienza di patria[23]

La realtà storica mostrava invece come la formazione dei comuni e delle signorie portò al fallimento di una composizione politica unitaria, per il prevalere di interessi locali in un’Italia suddivisa in piccoli stati, spesso in lotta fra di loro. Così fu non progetto politico unitario ma espressione della volontà di una politica espansionistica di assoggettamento l’azione del sovrano svevo-italiano Federico II di Svevia, tesa a favorire l’instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche, sottraendo l’Italia dall’influenza papale e sottomettendola per intero all’impero germanico.[24]

Alberico da Barbiano

In modo simile la storiografia ottocentesca post-unitaria, che voleva respingere l’accusa degli italiani restii a fare la guerra e chiusi nei loro interessi privati, giudicò ispirata ad uno spirito di riscossa nazionale nell’ambito militare la vittoria nel 1379 del condottiero Alberico da Barbiano nella Battaglia di Marino al comando delle milizie italiane contro mercenari francesi e bretoni al soldo dell’Antipapa Clemente VII. Per questa sua impresa Alberico riceverà da Papa Urbano VI uno stendardo col motto “LI-IT-AB-EXT” (“Italia ab exteris liberata” – L’Italia liberata dagli stranieri). Secondo Gregorovius, dimenticando lo spirito mercenario che animava le imprese del condottiero di ventura Alberico da Barbiano, questa fu «la prima volta [in cui] le armi nazionali vinsero le compagnie di ladroni stranieri; l’Italia si destò alla fine dal suo letargo, sicché da quella giornata di Marino si può dire che cominci l’era di una nuova milizia italiana e di una nuova arte di guerra»[25]

Così scrive Ariodante Fabretti patriota, storico e senatore del Regno d’Italia nella XVI legislatura che vede nel soldato di ventura quasi una figura profetica dei futuri eroi risorgimentali:

«L’Italia osservava con dispetto quelle orde di avventurieri…aspettava un genio che a quelle milizie mostrasse in che è locata la gloria e dove l’infamia, le trascinasse nelle campagne, le mettesse in militare ordinanza e le spingesse salde, compatte e meglio agguerrite a mutare il destino delle città o volgere in fuga scompigliata i fanti e cavalieri stranieri. E venne quindi il genio cui sospirava l’Italia: Alberico da Barbiano.[26]»

Rinascenze e Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Durante le rinascenze culturali del XIII e XIV secolo, che avrebbero condotto al fiorire del Rinascimento, si dimostrò ben vivo il ricordo della passata grandezza dell’Italia come centro del potere e della cultura dell’Impero romano e come centro del mondo, e il Paese fu ispirazione ed oggetto di studio per poeti e letterati, cantando lodi all’Italia antica – già vista come continuum culturale se non nazionale – e deprecandone la contemporanea situazione.

Un sentimento di comune appartenenza nazionale sembrò maturare presso gli intellettuali del tempo mentre il volgare latino locale veniva elevato al rango di lingua letteraria, primo ideale elemento di una coscienza collettiva di popolo. Anche grazie a tali letterati e intellettuali, fra cui emersero le figure universali di DantePetrarca e Boccaccio, che ebbero scambi culturali senza tener conto dei confini regionali e locali, la lingua italiana dotta si sviluppò rapidamente, evolvendosi e diffondendosi nei secoli successivi anche nelle più difficili temperie politiche, pur rimanendo per molti secoli lingua veicolare solo per le classi più colte e dominanti, venendo progressivamente ed indistintamente adottata come lingua scritta in ogni regione italofona, prescindendo dalla nazionalità dei suoi principi. Dante e Petrarca inoltre introdussero la locuzione Bel paese, come espressione poetica, per indicare l’Italia:

«Le genti del bel paese là dove ‘l sì suona,[27]»
«Il bel paese / ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe[28]»

Allo stesso tempo Dante deplorò la condizione politica in cui si trovava l’Italia con la famosa terzina della Divina Commedia:

«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello! ,[29]»

Gli stati italiani nel 1494.

Nel 1474 Flavio Biondo manda alle stampe l’opera l’Italia illustrata, un libro di geografia e di storia su quelle che allora erano le diciotto province della penisola. Sul piano politico, invece, a causa della mancanza di uno Stato unitario sul modello di quelli che stavano via via sorgendo nel resto d’Europa, i piccoli stati italiani furono costretti a supplire con l’intelligenza strategica dei suoi capi politici alla superiorità di forze degli stati nazionali europei, arrivando a concordare una alleanza la Lega Italica. Esemplare fu in proposito il signore di Firenze Cosimo de’ Medici (1389-1464), non a caso soprannominato Pater Patriae, ovvero “Padre della Patria”,[30] e considerato uno dei principali artefici del Rinascimento fiorentino: la sua politica estera, infatti, mirante al mantenimento di un costante e sottile equilibrio fra i vari stati italiani, sarà profetica nell’individuare nella concordia italiana l’elemento chiave per impedire agli stati stranieri di intervenire nella penisola approfittando delle sue divisioni.[31]

L’importanza della strategia di Cosimo, proseguita dal suo successore Lorenzo il Magnifico (1449-1492) nella sua continua ricerca di un accordo tra gli stati italiani in grado di sopperire alla loro mancanza di unità politica,[32] non venne tuttavia compresa dagli altri prìncipi della penisola, ed essa si concluse con la morte di Lorenzo nel 1492.

C. Ripa, L’Italia (1603)

Da allora in Italia ebbe inizio un lungo periodo di dominazione straniera, la quale, secondo gli storici risorgimentali, fu quindi dovuta non a sterile arrendevolezza, bensì al ritardo del processo politico di unificazione. Nella propaganda risorgimentale, per via del romanzo omonimo di Massimo d’Azeglio, è anzi rimasto celebre e ricordato come gesto di patriottismo l’episodio della disfida di Barletta (1503), quando tredici cavalieri italiani,[33] alleati degli spagnoli per la conquista del Regno di Napoli, capeggiati dal capitano di ventura Ettore Fieramosca, sconfissero in duello altrettanti cavalieri francesi che li avevano insultati accusandoli di viltà e codardia.[34]

L’interesse per l’unità si spostò intanto dall’ambito culturale a quello dell’analisi politica e, già nel XVI secoloMachiavelli e Guicciardini[35] dibattevano il problema della perdita dell’indipendenza politica della penisola, divenuta nel frattempo un campo di battagliafra Francia e Spagna e infine caduta sotto la dominazione di quest’ultima.[36]

Pur con programmi diversi, Machiavelli e Guicciardini, fautori rispettivamente di uno Stato accentrato e di uno federale[37], concordavano sul fatto che la perdita dell’individualità nazionale fosse avvenuta a causa dell’individualismo e della mancanza di senso dello Stato delle varie popolazioni italiane. Ecco quindi il compito del Principe al quale Machiavelli lanciava la sua nota

«esortazione a pigliare l’Italia e liberarla dalle mani dei barbari.[38]»

All’inizio del XVII secolo Cesare Ripa con la sua opera Iconologia, nella voce “Italia con le sue provincie. Et parti de l’isole”, rifacendosi ai testi classici diffonde l’immagine classica dell’Italia turrita, con cornucopia e sovrastata da una stella, «come rappresentata nelle Medaglie di Commodo, Tito et Antonino»[39] e conclude la descrizione dell’Italia con la frase «Siede sopra il Globo (come dicemmo) per dimostrare come l’Italia è Signora et Regina di tutto il Mondo, come hanno dimostrato chiaro gli antichi Romani, et hora più che mai il Sommo Pontefice maggiore et superiore a qual si voglia Personaggio.»