Autore: giuliozignani

Tra gli uomini primitivi

Homo neanderthalensis

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Progetto:Forme di vita/Come leggere il tassobox

Come leggere il tassobox

Uomo di Neanderthal

Neanderthalensis.jpg

Scheletro di Homo neanderthalensis

Stato di conservazione
Fossile
Periodo di fossilizzazione: Pleistocene superiore
(Paleolitico medio)
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Infraphylum Gnathostomata
Superclasse Tetrapoda
Classe Mammalia
Sottoclasse Theria
Infraclasse Eutheria
Superordine Euarchontoglires
(clade) Euarchonta
Ordine Primates
Sottordine Haplorrhini
Infraordine Simiiformes
Parvordine Catarrhini
Superfamiglia Hominoidea
Famiglia Hominidae
Sottofamiglia Homininae
Tribù Hominini
Sottotribù Hominina
Genere Homo
Specie H. neanderthalensis
Nomenclatura binomiale
Homo neanderthalensis
King1864
Sinonimi
Homo sapiens neanderthalensis
Nomi comuni
Neanderthal, Neandertal, Paleantropo

Homo neanderthalensis (King1864), comunemente detto Uomo di Neanderthal [1], è un ominide strettamente affine all’Homo sapiens, che visse nel periodo paleolitico medio, compreso tra i 200 000 e i 40 000 anni fa. Prende il nome dalla valle di Neander (Neandertal) presso Düsseldorf in Germania, dove vennero ritrovati i primi resti fossili.

Fu un “Homo” molto evoluto, in possesso di tecnologie litiche elevate e dal comportamento sociale piuttosto avanzato, al pari dei sapiens di diversi periodi paleolitici. Convissuto nell’ultimo periodo della sua esistenza con lo stesso Homo sapiens, l’Homo neanderthalensis scomparve in un tempo relativamente breve, evento che costituisce un enigma scientifico oggi attivamente studiato.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I resti che diedero il nome alla specie furono scoperti nell’agosto 1856 da scavatori di calcare nella grotta denominata “Kleine Feldhofer” nei pressi della località di Feldhof, come detto nella valle di Neander, in Germania. I reperti furono mostrati a Johann Fuhlrott, insegnante di scienze, che riconobbe trattarsi di una nuova specie del genere Homo. Della scoperta dei fossili venne dato annuncio ufficiale solo il 4 febbraio 1857.

Documentata fra 130 000 (per le forme arcaiche) e 30 000 (documentata con reperti fossili) −22 000 (in assenza di fossili ma con discusse prove culturali) anni fa principalmente in Europa e Asia, e limitatamente in Africa, questa specie si è presumibilmente evoluta dall’Homo heidelbergensis.

Alcuni studi del 2010 suggeriscono, tra alcune ipotesi probabili relative alla vicinanza genetica tra H. neanderthalensis e H. sapiens, che ibridazioni fra i due possano avere avuto luogo nel Vicino Oriente all’incirca tra 80 000 e 50 000 anni fa, per la presenza nell’uomo contemporaneo di una percentuale tra 1 e il 4% di materiale genetico specificamente neandertaliano.

Tali tracce genetiche sono presenti negli eurasiatici e nei nativi americani ma non negli africani, e ciò suggerisce, tra diverse ipotesi possibili, almeno quattro, che l’ibridazione possa avere avuto luogo nei primi stadi della migrazione della specie umana fuori dall’Africa, presumibilmente quando venne a contatto con i Neanderthal che vivevano nel Vicino Oriente, circa 80 000 anni or sono.[2][3]

In passato la specie era stata chiamata anche “uomo di Neanderthal”, dall’originale nome specifico scientifico, e Homo sapiens neanderthalensis quando era ancora considerato sottospecie dell’homo sapiens; queste denominazioni talora si riscontrano ancora e così pure avviene in altre lingue. Il problema del nome come sottospecifico non è, al contrario del primo, meramente formale, ma riflette, come verrà esposto più avanti, diversi possibili cammini evolutivi e differenti gradi di reincrocio con i sapiens.

Secondo una recente teoria (2016), pubblicata da alcuni ricercatori delle università di Cambridge e Oxford Brookers sull’American Journal of Physical Antropology, l’uomo di Neanderthal si sarebbe estinto a causa di malattie portate dai Sapiens. Secondo la biologa Charlotte Houldcroft di Cambridge, prima firma dello studio, gli umani che migrarono dall’Africa all’Eurasia portarono con sé una quantità di agenti patogeni che potrebbero essere stati catastrofici per la popolazione neandertaliana adattata alle malattie infettive tipiche del vecchio continente. La teoria si fonda su due cardini. In primo luogo le malattie infettive sarebbero molto più antiche di quanto creduto in precedenza: si pensava che queste patologie fossero emerse con il passaggio all’agricoltura circa 8 mila anni fa, quando gli esseri umani hanno cominciato a vivere in gruppi folti e a contatto con gli animali; le ultime ricerche sul DNA e sul genoma di alcuni patogeni sembra dimostrare invece che siano molto più antiche. In secondo luogo, è dimostrato come gli antichi Homo sapiens si siano mescolati con i Neandertaliani che avevano dominato la scena continentale per decine di migliaia di anni e si siano scambiati geni patogeni, così come avevano fatto con altri ominidi prima di migrare dall’Africa. I nostri antenati potrebbero quindi essere stati vettori di malattie letali per gli uomini di Neanderthal, fino a portarli all’estinzione.

Sintesi dell’aspetto esteriore[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione dell’uomo di Neandertal al Neanderthal Museum

L’aspetto fisico esteriore del neandertaliano classico alla luce delle conoscenze attuali, notevolmente incrementatesi rispetto alle prime ipotesi e estrapolazioni otto-novecentesche, è quello di un uomo di altezza media (1,60 m) perfettamente eretto e muscolarmente molto robusto.

La testa, rispetto ad un sapiens è allungata antero-posteriormente, anche se si sovrappone in genere nella variabilità sapiens, ha un volume cerebrale di 1500 cm³ in media, del 10% superiore agli uomini attuali[4] e arcate sopraccigliari sporgenti. Ha uno spiccato prognatismo mascellaree il mento può essere sfuggente, per lo meno nei tipi arcaici. Col tempo, in alcune zone e verso la fine del Paleolitico si diffonde un tipo più gracile e con un mento osseo più pronunciato, mentre gli zigomi sono molto meno accentuati e le arcate sopraccigliari al contrario più sporgenti.

Una tesi esposta nel 2006 e confermata nel 2007[5] è basata su ricerche avanzate con tecniche di biologia molecolare e ipotizza che la specie, in Europa, abbia sviluppato individui di carnagione bianca con capelli rossi: il tipo di pigmentazione è in accordo con la scarsa irradiazione solare (ultravioletta) del territorio colonizzato, analogamente alla distribuzione geografica attuale della pigmentazione nei tipi umani.[6] Nonostante ciò, si è evidenziato come la variabilità genetica della popolazione neandertaliana[7][8] suggerisca una variabilità del fenotipo piuttosto ampia, analogamente a quella attuale di H. sapiens.

Recenti studi, basati sull’analisi di alcune sequenze geniche di mtDNA, suggeriscono che, senza arrivare a parlare di sottospecie, vi fu sicuramente una suddivisione in tre (o forse quattro, ma il metodo non riesce ancora a chiarire quest’ipotesi) diversi grandi gruppi di popolazioni[9]. La reale esistenza dei gruppi sud europeo (sud iberico, subalpino, balcanico), centro-est europeo (dalla zona nord iberica fino al mar Caspio) e medio asiatico (fino ai confini orientali kazaki) in precedenza era stata frequentemente messa in discussione sulla base dei soli reperti fossili.

Tecnica, cultura e arte[modifica | modifica wikitesto]

L’uomo di Neanderthal inizia a evolvere in un contesto culturale Acheuleano superiore, dove i manufatti bifaccialicambiano forma, migliorano la punta e diminuiscono di spessore.

Punta Musteriana

Nell’industria litica compare la nuova tecnica di scheggiatura Levalloisiana (da Levallois, alla periferia di Parigi). Da un nucleo litico iniziale, sgrossato fino a portarlo a una forma biconvessa, lateralmente su di una faccia si staccano parallelamente a un piano di base schegge di forma regolare. Questa tecnica evolve e le forme chiamate amigdale (a mo’ di mandorla) dell’Acheuleano scompaiono, anche se a sud del Sahara continuerà fino al 50 000 a.C. circa.

In Europa, territorio principale del Neanderthal, si parla di cultura Musteriana, da ritrovamenti a Le Moustier, in Dordogna. Abbiamo punte triangolari, raschiatoi (per la preparazione delle pelli) molto rifiniti, col bordo tagliente finemente ritoccato. Il Musteriano si articola in diverse culture, geografiche e cronologiche (Musteriano Acheuleano, Musteriano tipico, Denticolato, Musteriano Pontiniano nel Lazio eccetera).

Pare accertato, con qualche residua incertezza, il passaggio successivo al castelperroniano[10], con reperti affidabilmente attribuiti ai Neandertaliani come lamette litiche, manufatti in osso e ornamenti per il corpo.

Evoluzione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Sull’evoluzione culturale di Homo Neanderthalensis non vi è ancora una visione condivisa. A fronte di antropologi come Ian Tattersall che non riconoscono il raggiungimento di livelli culturali che sconfinino dalla mera tecnologia e in particolare non condividendo il fatto che sia stata raggiunta la visione simbolica, intesa come dimensione simbolica nel senso psicologico, premessa a riti, arte, e comportamenti relativi, vi sono indizi di comportamenti culturali avanzati.

Le culture litiche che poi evolveranno (CastelperronianoAurignaziano e molto dubbiosamente Gravettiano, condivise sicuramente dai sapiens) sono quindi tuttora allo studio per la sicura eventuale attribuzione ai Neandertal; pare con buona significatività accertato il primo passaggio.

In sintesi e a grandi linee si può dire che la cultura neandertaliana dominante fu il Musteriano e che il limite convenzionale (attuale) superiore si situa fra il Castelperroniano e l’Aurignaziano. Molto diffuso l’utilizzo delle pelli, anche per la costruzione di ripari estivi all’aperto, contrapponendosi alla pratica troglodita invernale. Si ritrovano strutture di pietre o di ossa atte ad assicurare i bordi delle pelli al suolo.

Abbondanti tracce di ocra rossa fanno pensare a usi rituali e religiosi. Anche in tale ottica si evidenzia l’inumazione come pratica diffusa, in fosse di forma ovale, con corredi funerari (cibo, corna e strumenti litici), spesso ricoperte da lastroni per sottrarre i corpi alle fiere, deposizioni di fiori (studi sui pollini in ritrovamenti in Asia Minore). Il fuoco, in cerchi di contenimento di pietre, è largamente utilizzato.

Secondo una ricerca in corso nel sito della grotta di Bruniquel in Francia, i neanderthalensis avrebbero realizzato all’incirca 175.000 anni or sono, delle strutture complesse (la cui funzione è ancora oggetto di indagine) utilizzando stalagmiti appositamente spezzate e poi disposte in formazioni concentriche, dimostrando una avanzata capacità organizzativa, costruttiva e forse simbolica.[11]

Il flauto di Divje Babe I

Forse (gli studi sono ancora in corso), con i neanderthalensis si ha il primo esempio di strumento musicale non a percussione ma intonato (in dettaglio, con quattro note compatibili[12] con la naturale scala diatonicagreca), grazie al ritrovamento del cosiddetto flauto di Divje Babe (in Slovenia): un frammento di femore di orso delle caverne perforato regolarmente. Inizia anche l’arte figurativa in senso stretto, considerata prerogativa di sapiens ma dalla stratigrafia recentemente attribuita anche ai neanderthalensis.

I recenti progressi molecolari nello studio delle popolazioni neandertaliane e la loro localizzazione geografica, uniti a quelli sull’industria litica e degli altri manufatti, permetteranno in futuro di chiarire meglio i rapporti tra le diverse culture e la loro evoluzione nello spazio e nel tempo.

Nel complesso la tecnologia dell’Homo Neanderthalensis può riassumersi in:

  • Asce a mano, o amigdale: sono il resto di grossi noduli di selce, scheggiati ai bordi per ricavarne schegge più piccole.
  • Punte di selce: da usare immanicate su pesanti bastoni usati come lance nella caccia a grossi animali.
  • Denticolati, cioè schegge di selce senza punta col margine dentellato: sarebbero delle primitive seghe a mano, usate per lavorare legno, ossa e tendini.
  • Raschiatoi: sono dei coltelli di selce da usare senza manico, per tagliare la carne.
  • Flauti, cioè ossa lunghe forate, che sarebbero degli accendini: nei fori venivano sfregati bastoncini di legno per accendere della paglia.

Un articolo pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences il 13 novembre 2012 a cura di un gruppo del Department of Human Evolution, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia[13], getta nuova luce sulla sempre più probabile attività simbolica e artistica dei Neandertal nel passaggio dal Paleolitico medio (MP) a Paleolitico superiore (UP), periodo caratterizzato dalla sostituzione degli ultimi Neandertal con gli esseri umani moderni in Europa tra 50 000 e 40 000 anni fa.

Le raccolte di manufatti del Castelperroniano (CP) trovati nella Francia centrale e nella Spagna settentrionale sono databili in questo intervallo di tempo. Fino ad ora, è il solo tipo di collezioni che ha consentito di associare i resti Neandertal con manufatti di stile UP. I manufatti CP includono anche ornamenti del corpo, praticamente sconosciuti in tutto il mondo Neandertal. Tuttavia, si è sostenuto che i manufatti CP non siano stati fabbricati da Neandertaliani, ma piuttosto i processi di formazione dei siti e la commistione degli strati abbiano portato all’associazione casuale di resti di Neandertaliani, assemblaggi CP, e gli ornamenti del corpo.

Gli autori pubblicano una serie di datazioni al radiocarbonio ottenute con spettrometria di accelerazione di massa analizzando collagene osseo ultrafiltrato estratto da 40 frammenti di ossa ben conservate del tardo Musteriano, CP, e dagli strati Protoaurignaziani nel sito di Grotte du Renne (a Arcy-sur-Cure, Francia). I risultati sono incompatibili con l’ipotesi di commistione. Inoltre, si riporta una data direttamente calcolata su di un frammento di osso compatto di tibia di Neanderthal rinvenuto a Saint-Césaire (Francia). Questa data conferma l’assegnazione di manufatti CP agli ultimi Neanderthal dell’Europa occidentale. Inoltre, ed è ancora più importante, i dati stabiliscono che la produzione di ornamenti corporei nel CP è successiva all’arrivo degli umani moderni nelle regioni adiacenti dell’Europa. Questo nuovo comportamento potrebbe quindi essere il risultato di una diffusione culturale dai gruppi moderni ai gruppi di Neandertaliani.

Distribuzione territoriale[modifica | modifica wikitesto]

Cartina di distribuzione dei principali siti pre-neandertaliani e neandertaliani antichi, e massima espansione dei ghiacci

L’uomo di Neandertal è un genere originario[14],[15]dell’Europa occidentale e centrale, poi emigrato sulla via del Medio Oriente, sugli attuali territori di IraqSiria e d’Israele, con pochi individui fino in Asia centrale(Uzbekistan) e in Siberia.

L’evoluzione che ha condotto alla comparsa dell’Homo neanderthalensis, o «neandertalizzazione», è stata lenta e progressiva, da gruppi europei isolati (Homo erectusHomo georgicusHomo antecessor). Può essere seguita partendo dai pre-Neandertaliani e a seguire fino ai Neandertaliani recenti.

I pre-Neandertaliani antichi
La prima tappa corrisponde a fossili generalmente attribuiti a Homo heidelbergensis, possibile antenato, secondo alcune teorie anche dei sapiens moderni: è il caso dell’Uomo di Tautavel (−400 000 anni), rinvenuto a Corbières in Francia, della mandibola di Mauer (−600 000 anni), trovato vicino
Annunci

Sophia Loren

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Sophia Loren nel 1955


Statuetta dell'Oscar Oscar alla miglior attrice 1962
Statuetta dell'Oscar Oscar onorario 1991

Sophia Loren, nome d’arte di Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone (Roma20 settembre 1934), è un’attrice italiana.

Annoverata tra le più celebri attrici della storia del cinema, la Loren entra a far parte della Settima arte giovanissima e si impone ben presto, agli inizi degli anni cinquanta, grazie ai suoi ruoli in film comici come Pane, amore e… e in pellicole di stampo hollywoodiano, ad esempio Un marito per Cinzia e La baia di Napoli, per il quale è stata candidata al Golden Globe, ma dimostra anche una grande capacità drammatica con il ruolo in Orchidea nera, grazie al quale vince la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. In gioventù era accreditata anche come Sofia Loren.

Verrà diretta nel 1960 da Vittorio De Sica ne La ciociara, per il quale vince il Premio Oscar, il primo dato ad un’attrice in un film non in lingua inglese. Viene candidata in seguito per il film Matrimonio all’italiana e nel 1991 le viene assegnata l’Oscar alla carriera. Alcuni dei suoi film hanno fatto la storia del cinema italiano e mondiale, come Una giornata particolareIeri, oggi, domani e i già citati La ciociara e Matrimonio all’italiana.

Durante la sua lunga carriera è stata diretta da Sidney LumetCharlie ChaplinMartin RittRobert AltmanEttore Scola e Vittorio De Sica e ha recitato accanto a Marcello MastroianniMarlon BrandoCary GrantClark Gable e Richard Burton. Inoltre ha vinto 2 Oscar, 5 Golden Globe, un Leone d’oro, la Coppa Volpi a Venezia, un Prix d’interprétation féminine a Cannes, un Orso d’oro alla carriera a Berlino, un BAFTA, 10 David di Donatello (di cui quattro riconoscimenti speciali) e 3 Nastri d’argento. Nel 1999, l’American Film Institute (31 premi) ha inserito la Loren al ventunesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema, fra le 25 attrici della classifica la Loren è l’unica attrice ancora in vita.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone nacque a Roma nella Clinica Regina Margherita,[1] figlia di Romilda Villani (19101991), insegnante di pianoforte, e di Riccardo Mario Claudio Scicolone (19071976), affarista nel settore immobiliare. La madre aveva vinto nel 1932 un concorso per andare ad Hollywood come sosia di Greta Garbo, ma per la forte opposizione dei suoi genitori rinunciò. Il padre (figlio del marchese agrigentino Scicolone Murillo) riconobbe la paternità della bambina, che chiamò col nome di sua madre, Sofia, di origine veneta; tuttavia, rifiutò sempre di sposare Romilda che, per le conseguenti ristrettezze economiche[2] si trasferì con la piccola Sofia da Roma a Pozzuoli, presso la sua famiglia.

La Loren a 15 anni in un concorso di bellezza

Qui Sofia trascorse l’infanzia e i primi anni dell’adolescenza, durante la seconda guerra mondiale, in condizioni economiche precarie. Il porto e il magazzino di munizioni di Pozzuoli venivano spesso bombardati dalle forze aeree degli Alleati e nel corso di uno di questi bombardamenti, mentre Sofia correva nel rifugio antiaereo, fu colpita da una scheggia di shrapnel, che la ferì al mento. Dopo questo incidente, la famiglia si trasferì a Napoli, dove fu ospitata da lontani parenti.

Napoli e la cultura napoletana, ed in particolare Pozzuoli, saranno presenti costantemente nella vita e nella carriera della Loren, che in molti film recita in napoletano, non di rado con una cadenza leggermente puteolana. Dopo la guerra, Sophia Loren e la sua famiglia tornarono a Pozzuoli. La nonna Luisa aprì nel salotto un piano-bar, vendendo liquori di ciliegia fatti in casa, Romilda suonava il piano, la sorella Maria cantava e Sofia badava ai tavoli e lavava le stoviglie. Il luogo era popolare presso i soldati americani, acquartierati nelle vicinanze.

A 15 anni Sofia vinse il suo primo concorso di bellezza e con quei soldi tornò a Roma insieme alla madre in cerca di successo ma entrambe vennero denunciate dal padre, che non accettava la carriera della figlia nel mondo dello spettacolo, per una presunta attività di prostituzione nella casa romana: tutto si risolse con un chiarimento di fronte alle forze dell’ordine.[3]

Gli inizi della carriera[modifica | modifica wikitesto]

La Loren nel film Era lui, si, si! del 1951

Nella Capitale partecipò a vari concorsi di bellezza, fra cui Miss Italia del 1950 (che la premiò come Miss Eleganza, un titolo creato apposta per lei). Inoltre, posò per fotoromanzi e partecipò a diverse pellicole cinematografiche come comparsa o in ruoli marginali, che a poco a poco le portarono visibilità, essendo centrati sulle sue qualità estetiche. In un solo anno furono una quindicina i film nei quali fu scritturata. Affiancò anche Corrado, allora divo della radio, nella conduzione di Rosso e nero.

Ma la svolta arrivò quando, sempre nel 1951, incontrò il produttore Carlo Ponti: lui la notò a un concorso di bellezza, dove lei era ospite, e il giorno dopo la ricevette nel suo studio per un colloquio. Carlo Ponti rimase subito colpito dalle sue potenzialità e le offrì un contratto di sette anni, trampolino di lancio del suo successo. Iniziò da quest’epoca a usare nomi d’arte: per un po’ si fece chiamare Sofia Lazzaro, poi, Sophia Loren, così da presentarsi in modo più “internazionale”: fu il produttore Goffredo Lombardo a darle il cognome Loren, “ispirandosi” a quello dell’attrice svedese Märta Torén (allora le attrici svedesi erano molto in voga).

La commedia degli anni cinquanta[modifica | modifica wikitesto]

Sophia Loren in L’oro di Napoli con Giacomo Furia (1954)

È da questo momento che la sua carriera prende il volo. Uno dei primissimi ruoli importanti col nome di Sophia Loren fu a fianco di Alberto Sordi, interpretando una splendida Cleopatra e quello di una sua sosia in Due notti con Cleopatra di Mario Mattoli nel 1953. L’anno seguente girerà altri film in ruoli secondari come Carosello napoletano, di Ettore Giannini, Un giorno in pretura, nell’episodio Don Michele, Anna e il biliardo con Walter Chiari di Steno, oppure Tempi nostri, con Totò di Alessandro Blasetti; ma il 1954 sarà anche l’anno decisivo per una svolta nella sua carriera interpretando ruoli da protagonista in celebri commedie.

Sophia Loren a 21 anni. Foto tratta dall’album di famiglia, datata 4 dicembre 1955.

Importante fra tutti fu il ruolo della pizzaiola Sofia in L’oro di Napoli, che Vittorio De Sica le volle affidare soltanto poco dopo averla conosciuta e dopo un breve colloquio. Dello stesso anno è Peccato che sia una canaglia, di Alessandro Blasetti (tratto da un racconto di Alberto Moravia), dove incontra per la prima volta il suo partner per eccellenza Marcello Mastroianni. Qui interpreta una giovane ladra che cercherà con la sua esuberante bellezza di incastrare l’onesto tassista Paolo, che si difenderà con tutti i mezzi sia dalla giovane Lina e sia dal padre di lei, il professor Stroppiani, interpretato da Vittorio De Sica.

Nel 1955 i tre attori saranno protagonisti in La bella mugnaia, una simpatica commedia di Mario Camerini ambientata durante l’occupazione spagnola nel sud d’Italia. Dello stesso anno è Il segno di Venere, diretto dal maestro Dino Risi, dove veste i panni di Agnese, che, a causa della sua bellezza, mette in ombra la cugina Cesira di minuto aspetto, interpretata da Franca Valeri. Nel cast figurano Vittorio De Sica, Alberto Sordi, Raf Vallone e Tina Pica.

Sophia Loren con Vittorio De Sica nel film Pane, amore e… (1955)

Con Vittorio De Sica, Tina Pica e ancora diretti da Dino Risi, sempre nel 1955, Sophia Loren sarà protagonista in Pane, amore e…, dove cercherà con ogni mezzo possibile di sedurre il Maresciallo Carotenuto affinché le conceda una proroga per rimanere nella sua casa. Il film, ambientato a Sorrento e seguito di Pane, amore e fantasia e Pane, amore e gelosia (interpretati da Gina Lollobrigida da sempre indicata come la sua storica rivale cinematografica), rimane celebre per il sensuale mambo ballato da Sophia Loren per Vittorio De Sica.

Il suo primo importante ruolo drammatico arriva per un film diretto da Mario Soldati e scritto, tra gli altri, da Pier Paolo Pasolini e Giorgio BassaniLa donna del fiume. La Loren dà prova di una forte capacità interpretativa. Con La fortuna di essere donna (1956), di Alessandro Blasetti, ritorna in coppia con Marcello Mastroianni in una divertente commedia degli anni cinquanta. La celebre copertina su Life del 1955 segna l’inizio della sua carriera internazionale, grazie alla sua prorompente bellezza, che non ha mai rischiato di offuscarne l’aspetto artistico, e l’indubbia bravura come attrice, sia leggera che drammatica.

Sophia Loren con Cary Grant in Un marito per Cinzia (1958)

Hollywood[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 1956 recita anche in inglese in produzioni statunitensi di rilievo, affiancata dalle più grandi star di Hollywood. “Approdando in America, trova davanti gli anni d’oro del cinema hollywoodiano con attrici del calibro di: Marilyn MonroeElizabeth TaylorAudrey HepburnIngrid BergmanShirley Temple e tante altre”.

È questo il periodo di film come Il ragazzo sul delfino, diretto da Jean Negulesco e prodotto dalla 20th Century Fox, in cui la Loren muove i suoi primi passi nella musica cantando un brano musicale; Orgoglio e passione a fianco di Frank Sinatra e Cary Grant, con il quale, lei stessa afferma, ebbe un breve flirt. Oppure Timbuctù con John WayneLa chiave con William Holden, il western Il diavolo in calzoncini rosa con Anthony QuinnUn marito per Cinzia, ancora con Cary Grant. Un autentico successo americano è anche Orchidea nera, del 1958, per la regia di Martin Ritt, uno dei suoi miglior film americani, che ottiene molte acclamazioni anche in Italia, facendo vincere a Sophia il suo primo David di Donatello e la Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia di quell’anno.

Viene diretta da Delbert Mann nel drammatico Desiderio sotto gli olmi. Qui la Loren interpreta il ruolo dell’italiana Anna Cabot con a fianco Anthony Perkins, il celebre serial killer di Psyco di Alfred Hitchcock.

Grazie a questi film e a tanti altri, Sophia Loren riuscì a imporsi e farsi amare dal pubblico statunitense e di tutto il mondo, competendo con le grandi star femminili dell’epoca di Hollywood.

Gli anni sessanta: il successo internazionale[modifica | modifica wikitesto]

Sophia Loren con Eleonora Brownne La ciociara (1960)

Divisa tra Italia e Hollywood, interpreta innumerevoli film di successo con le più grandi star mondiali, diretta da registi quali Vittorio De Sica, Mario MonicelliEttore ScolaDino RisiMario CameriniCharlie ChaplinSidney LumetGeorge CukorMichael CurtizAnthony Mann e André Cayatte. In particolare con De Sica, con il quale gira otto film, forma un ideale sodalizio, spesso completato dalla presenza di Marcello Mastroianni.

Nel tempo va sempre più affermandosi come una vera icona del cinema italiano nel mondo; la definitiva consacrazione come attrice arriva con l’interpretazione del suo film-simbolo, La ciociara, diretto da Vittorio De Sica e prodotto dal marito Carlo Ponti. La parte di Cesira era stata offerta, in un primo momento, ad Anna Magnani, mentre la Loren avrebbe dovuto interpretare la figlia Rosetta, e la regia del film inizialmente era stata assegnata a George Cukor.

Ambientato negli anni della seconda guerra mondiale, il film è tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia. All’epoca Sophia Loren aveva solo 25 anni, quando inaspettatamente Vittorio De Sica le propose il ruolo di Cesira. Un personaggio semplice e popolano, ma costituito da una grande venatura drammatica, che lei riuscì a far emergere con straordinaria disinvoltura e naturalezza. Molteplici sono le scene emblematiche del film dove la Loren dimostra il suo straordinario istinto recitativo, come la scena dello stupro dentro una chiesa abbandonata, il momento del risveglio con l’abbraccio tragico di calore materno verso la figlia Rosetta pregante e uno sguardo intenso e commovente, oppure la scena simbolo in cui Cesira sfoga la propria rabbia per la violenza subita, cadendo a terra in un pianto straziante quanto liberatorio.

Questa interpretazione vale alla Loren il Premio Oscar, la Palma d’oro a Cannes, il BAFTA, il David di Donatello e il Nastro d’argento.

Nell’aprile dello stesso anno TIME le dedica una copertina con un’illustrazione di René Bouché[4].

Dopo il successo de La ciociara, Sophia vola in Spagna per girare il colossal El Cid, dove interpreta la bella Jimena, promessa sposa al leggendario condottiero El Cid Campeador, interpretato da Charlton Heston; nel castfigura anche Raf Vallone. Del seguente anno è l’indimenticabile ruolo di una procace Zoe, nell’episodio La riffa, diretta da Vittorio De Sica, in Boccaccio ’70. Successivamente girerà per lo stesso De Sica altri ruoli d’inconfondibile bellezza e solarità.

Negli anni immediatamente successivi reciterà con Peter Sellers in La miliardaria, con Clark Gable in La baia di Napoli, con Paul Newman in Lady L e con Marlon Brando e Charlie Chaplin ne La contessa di Hong Kong.

Nel 1961 invece, veste i panni di Madame Sans-Gêne, il film, diretto da Christian-Jaque, è ispirato ad una commedia storica in tre atti scritta nel 1893 dai francesi Victorien Sardou, famoso drammaturgo, e da Émile Moreaucommediografo e sceneggiatore.

Il sodalizio con De Sica e Mastroianni[modifica | modifica wikitesto]

Del 1963 è Ieri, oggi, domani, in cui interpreta tre ruoli divenuti celebri: Adelina, una giovane napoletana venditrice di sigarette di contrabbando che per sfuggire al carcere cerca di rimanere incinta più volte possibile; il secondo episodio è Anna, una signora milanese che, insoddisfatta della propria vita, cerca una consolazione in un amore extra-coniugale; il terzo episodio, probabilmente il più celebre, è Mara, una prostituta romana che all’inizio cerca di sedurre un seminarista, ma poi comprende che dovrà aiutarlo nel suo cammino spirituale. Rimane nell’immaginario di tutti lo spogliarello che ci regala di fronte a un sognante Marcello Mastroianni. Per questi ruoli riceverà il David di Donatello come migliore attrice protagonista, mentre il film ottiene numerosi premi, tra cui il Premio Oscar come miglior film straniero nel 1965.

Del 1964 è invece Matrimonio all’italiana, tratto dalla commedia Filumena Marturano di Eduardo De Filippo. Vittorio De Sica le assegna un altro celebre personaggio, quello della prostituta Filumena, complesso e battagliero. Una donna che cerca di rifarsi una vita credendo all’amore di Domenico Soriano (interpretato da Marcello Mastroianni), e poi con ogni mezzo trova il modo per garantire un futuro ai suoi tre figli, che ha nascosto per tutta la vita, sposando “don Dummì”. Un’eccellente interpretazione con celebri monologhi dove si evidenzia, soprattutto, l’istinto dell’essere madre e l’amore per i figli sopra ogni cosa. Per questo ruolo riceve una seconda nomination all’Oscar alla miglior attrice.

L’ultimo film, che vede protagonista la celebre coppia diretta da Vittorio De Sica, è I girasoli. Un’appassionata storia d’amore tra Giovanna e Antonio, che li vede felici e innamorati nella prima parte fino a quando la guerra li dividerà per sempre. Un altro ruolo intenso e drammatico in cui, questa volta, presta la sua energia nel ritrovare suo marito fino in Russia, dove è dato per disperso. Nel 1970 riceve un altro David di Donatello come miglior attrice protagonista.

Gli anni settanta[modifica | modifica wikitesto]

Nessun’attrice italiana ha mai raggiunto una così solida e duratura popolarità internazionale. Al successo professionale si aggiunge la gioia della maternità quando, dopo due tentativi sfortunati, nascono due figli: Carlo Jr. nel 1968 ed Edoardo nel 1973.

Sophia Loren e Marcello Mastroianni in Una giornata particolare(1977).

Nel 1971 è protagonista della commedia La mortadella di Mario Monicellicon Gigi Proietti e Danny DeVito (suo primo ruolo cinematografico). Dello stesso anno è il film La moglie del prete, diretta da un altro grande regista della commedia all’italiana Dino Risi, ancora una volta in coppia con Marcello Mastroianni. Nel 1972 veste i panni di una suora nella commedia di Alberto Lattuada Bianco, rosso e…, a fianco di Adriano Celentano.

Nel 1974 torna sul grande schermo con un ruolo drammatico e intenso, diretta per l’ultima volta dal grande regista che la rese celebre, Vittorio De Sica, in Il viaggio. Il film è tratto da una novella di Luigi Pirandello e come partner maschile è presente Richard Burton. Per questa interpretazione si aggiudica il suo quinto David di Donatello.

Del 1977 è il film Una giornata particolare del maestro Ettore Scola, in coppia con Marcello Mastroianni. Interpreta Antonietta, una madre di sei figli che trascorre la propria esistenza chiusa in casa, anche nel “giorno particolare” (il 3 maggio 1938, in cui Adolf Hitler visita la capitale italiana). Un personaggio fragile e sottile, che attraverso sguardi carichi di passione verso il suo inquilino Gabriele, e profondi silenzi, Sophia Loren fa emergere la disperazione di questa donna celata dietro conformismi nell’epoca del fascismo, tratteggiando, così, uno dei più riusciti personaggi della sua carriera, in uno dei più bei film del cinema italiano. Vince il sesto David di Donatello, nella ventiduesima edizione del premio.

Anni 1980 e anni 1990[modifica | modifica wikitesto]

« Per una carriera ricca di film memorabili che hanno dato maggiore lustro alla nostra forma d’arte. »
(Motivazione per l’Oscar alla carrieraAcademy of Motion Picture Arts and Sciences)

Sophia Loren nel 1986

Il 15 aprile del 1978, un’inchiesta della Guardia di Finanza coinvolse l’attrice e il marito Carlo Ponti: furono accusati di aver portato all’estero 10 miliardi di lire, con il paravento di film in coproduzione. Nel 1982, a seguito di vecchi problemi con il fisco italiano, viene persino incarcerata con l’accusa di frode fiscale restando per 17 giorni nel penitenziario di Pozzuoli. Nel 2013, la Corte di Cassazione ha escluso qualsiasi responsabilità della Loren, rilevando come la frode sia da attribuire al suo commercialista.[5]

Per il resto gli anni ottanta si segnalano quasi esclusivamente per partecipazioni a produzioni televisiveSophia: Her Own Story tv-movieautobiografico per la televisione americana tratto dal suo omonimo libro, Madre coraggio (1986), Mamma Lucia e il remake de La ciociara (1988), di Dino Risi: l’unica deludente eccezione è il film Qualcosa di biondo(1984) in cui recita accanto al figlio Edoardo.

Nel 1991 riceve il Premio Oscar alla carriera. A consegnare la statuina all’attrice è Gregory Peck, che a sua volta aveva ricevuto l’ambito premio dalla Loren nel 1963. L’attrice, visibilmente emozionata, ringrazia molte delle persone che l’hanno aiutata a diventare una grande attrice, come Vittorio De Sica e Federico Fellini, e anche all’interno della sua famiglia.

Il 29 marzo del 1993, insieme al suo partner di scena per eccellenza, Marcello Mastroianni, annuncia e consegna l’Oscar alla carriera a Federico Fellini.

La Loren nel 1991 ai premi Cesar

Le impronte di Sophia Loren sul piazzale del Grauman’s Chinese TheatreLos Angeles (California)

Nel 1994 Robert Altman l’ha voluta in Prêt à porter, ultimo film interpretato al fianco di Mastroianni: trent’anni dopo replica, con arguta ironia, lo spogliarello per Marcello Mastroianni di Ieri, oggi, domani. Per l’interpretazione fu candidata a un Golden Globe. L’anno successivo è stata la partner di Jack Lemmon e Walter Matthau in That’s Amore – Due improbabili seduttori, mentre nel 1997 ha interpretato la mamma di un ragazzo ebreo che vuol diventare comunista in Soleil di Roger Hanin.

Nel 1999 è Sofia Loren a consegnare l’Oscar al miglior film straniero a Roberto Benigni. Memorabile la scena in cui, al grido dell’attrice “And the Oscar goes to… Robberto”, l’attore raggiunge il palco dell’Academy camminando sugli schienali delle poltrone.

Dagli anni 2000[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine del 2001, viene scelta come testimonial per la campagna pubblicitaria “L’ultima buona azione della Lira“.

Nel 2002 è stata la protagonista di Cuori estranei, diretta dal figlio Edoardo Ponti, e nel 2004 di Peperoni ripieni e pesci in faccia di Lina Wertmüller: ma i maggiori successi li riscontra con le fiction Francesca e Nunziata (2001), sempre di Lina Wertmüller, recitando accanto a Claudia Gerini e Raul Bova e La terra del ritorno (2004), in coppia con Sabrina Ferilli.

Ha preso parte allo spot pubblicitario della TIM, insieme a Christian De Sica e a Elisabetta Canalis, interpretando una suora.

Nel 2006 ha posato per il Calendario Pirelli 2007. Nel febbraio 2007 esce il film Saturno contro di Ferzan Özpetek, la cui colonna sonora contiene la traccia Zoo be zoo be zoo interpretata da Sophia.

Il 22 febbraio 2009, durante la notte degli Oscar, ha premiato, insieme ad altre attrici, la vincitrice della statuetta nella categoria di miglior attrice protagonista, Kate Winslet.[6] Infine, sempre nel 2009, dopo diversi anni di assenza dalla cinematografia, è chiamata da Rob Marshall per interpretare la madre del protagonista in Nine, omaggio musical a  di Fellini.

Nel 2010 torna in TV come protagonista della miniserie La mia casa è piena di specchi, ispirata al romanzo autobiografico della sorella Maria Scicolone. Sophia interpreta sua madre Romilda. Nel 2011 per la prima volta nella sua carriera doppia il film d’animazione Disney-Pixar Cars 2, dove ha il ruolo di Mamma Topolino.

Il 4 maggio 2011 l’Academy di Los Angeles ha voluto celebrare la carriera dell’attrice italiana con una serata a lei interamente dedicata. Personaggi come Billy CrystalJohn TravoltaChristina RicciJoe CampEva Mendeshanno partecipato alla serata per ripercorrere insieme a lei la sua lunga carriera con documenti tratti dai suoi film al Samuel Goldwyn Theater di Beverly Hills.

Sophia Loren nel 2014 durante il Festival di Cannes.

Nel 2015 per i suoi 80 anni pubblica un’autobiografia dal titolo Ieri, oggi, domani. La mia vita, edita da Rizzoli. Nel 2016 è protagonista della campagna pubblicitaria del profumo Dolce Rosa Excelsa di Dolce e Gabbana, per cui realizza anche uno spot ambientato in Sicilia, a Bagheria, e diretto da Giuseppe Tornatore con la musica di Ennio Morricone.[7]

Risiede a Ginevra[8].

Premi e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Tra i riconoscimenti ricevuti figurano la Coppa Volpi, vinta nel 1958 per Orchidea nera di Martin Ritt, il premio per la migliore interpretazione al Festival di Cannes nel 1960 per La ciociara, il BAFTA quale attrice internazionale dell’anno e il già citato Oscar nel 1962 per La ciociara.

Nel 1991, in Francia, è stata insignita della Legion d’Onore; lo stesso anno le è stato assegnato l’Oscar alla carriera. Nel 1994 ha ottenuto anche l’Orso d’oro alla carriera al festival di Berlino. Nel 1996 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro l’ha insignita del titolo di Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.

Nel 1998 ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia e il Globo d’oro alla carriera che le viene assegnato dalla stampa estera in Italia. La star internazionale però era assente a causa di problemi di salute e a ritirare il premio al Lido c’erano il marito Carlo Ponti e i suoi due figli.

Il 10 febbraio 2006 ha partecipato alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 portando, per la prima volta nella storia, insieme ad altre 7 celebri donne, la bandiera olimpica. Il 20 ottobre 2007 riceve il Premio Campidoglio a Roma. Il 21 maggio 2009 entra nel Guinness dei Primati come l’attrice italiana più premiata al mondo.

logo san paolo
 

GLI ANGELI ESISTONO, ECCO LE PROVE

05/02/2013  Molti lettori hanno chiesto spiegazioni. Il Catechismo della Chiesa cattolica dice che «l’esistenza degli esseri spirituali, che la Sacra Scrittura chiama angeli, è una verità di fede».

Così l'arte ha rappresentato gli angeli. Dipinto di Hans Memling, pittore tedesco del 1400.. Foto Corbis. In copertina: l'angelo porta l'annuncio a Maria, Beato Angelico. Agenzia Corbis.

Così l’arte ha rappresentato gli angeli. Dipinto di Hans Memling, pittore tedesco del 1400.. Foto Corbis. In copertina: l’angelo porta l’annuncio a Maria, Beato Angelico. Agenzia Corbis.

Il Catechismo della Cei per gli adulti afferma esplicitamente che «nella nostra cultura dubbi e negazioni riguardo agli angeli e ai demoni coesistono con il fascino dell’occulto». Perciò «occorre chiarire e chiedersi: ci sono davvero queste presenze nella storia? quale incidenza hanno?». La risposta è netta: «La rivelazione attesta la creazione dei puri spiriti e la loro chiamata alla comunione con Cristo. Creati liberi, possono liberamente accogliere o rifiutare il disegno di Dio». Quelli che hanno accolto il progetto divino «sono gli angeli santi», che «stanno davanti a Dio per servirlo, contemplano la gloria del suo volto e giorno e notte cantano la sua lode» e «accompagnano e aiutano la Chiesa nel suo cammino».

Nel Catechismo della Chiesa cattolica viene con chiarezza spiegato che «l’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione» (n. 328). «In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio» (n. 329) e «in quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili» (n. 330).

Precisando i loro compiti, il nuovo Catechismo scrive: «Essi, fin dalla creazione e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio» (n. 332); «Dall’incarnazione all’ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli» (n. 333); «Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell’aiuto misterioso e potente degli angeli» (n. 334); «Dal suo inizio fino all’ora della morte la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione» (n. 336).

Dipinto di Leonardo da Vinci. Foto dell'agenzia Scala.

Dipinto di Leonardo da Vinci. Foto dell’agenzia Scala.

Nell’intera Bibbia per 221 volte ricorre la parola «angelo» e 96 vole la parola «angeli». Per l’esattezza, nell’Antico Testamento, in 119 versetti, ci sono 122 ricorrenze del singolare «angelo», mentre in altri 12 versetti ci sono altrettante ricorrenze del plurale «angeli». Nel Nuovo Testamento, in 97 versetti, si trovano 99 ricorrenze di «angelo», mentre in altri 82 versetti ci sono 84 ricorrenze di «angeli». In ebraico l’angelo si chiamava mal’ak (che il greco tradurrà con aggelos e il latino con angelus). Originata dal cananeo laaka (inviare), questa parola designava l’ambasciatore o il corriere che il re utilizzava per far conoscere i propri desideri e ordini.

Nella Sacra Scrittura l’angelo è inviato da Dio per manifestare la sua concreta presenza nel mondo e il suo intervento nella storia umana. Addirittura, in numerosi testi il soggetto dell’azione o della parola riportata è indifferentemente Dio o l’angelo di Dio. Per esempio nella Genesi: «La [Agar] trovò l’angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto» (16,7ss.) e «Poi il Signore apparve a lui [Abramo] alle querce di Mamre» (18,1ss.); oppure nell’Esodo: «L’angelo del Signore gli apparve [Mosè] in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto» (3,2).

Nell’Antico Testamento si evidenzia la progressiva consapevolezza del monoteismo ebraico, successivamente condivisa dal cristianesimo e dall’islamismo, riguardo all’esistenza di creature puramente spirituali e appartenenti al mondo celeste, mediatrici fra il Dio unico, trascendente e inaccessibile, e gli uomini. Il numero complessivo degli angeli non è indicato in alcun luogo della Sacra Scrittura, ma comunque viene considerato molto grande: «Un fiume di fuoco scorreva e usciva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano» (Daniele 7,10).

Nel Nuovo Testamento, i brani che parlano degli angeli si possono classificare in due ambiti: il primo narra gli interventi angelici nella storia di Gesù o della Chiesa primitiva, l’altro sottolinea il posto che la credenza negli angeli riveste all’interno della fede cristiana.
In particolare, Luca parla di un angelo che rivela a Zaccaria la nascita di Giovanni (1,11-20) e dell’arcangelo Gabriele che comunica a Maria l’incarnazione di Gesù (1,26-38), per poi descrivere gli angeli che proclamano la nascita del Bambino (1,26-38). Gli angeli tornano in forze nel giorno di Pasqua per annunciare la risurrezione di Gesù (Matteo 28,1-8), e in seguito sono testimoni privilegiati dell’ascensione di Gesù al cielo (Atti 1,10).

Dipinto di Angelo da Camerino. Foto Corbis.

Dipinto di Angelo da Camerino. Foto Corbis.

Sono trascorsi soltanto quattro secoli da quando, nel 1608, la devozione verso gli angeli custodi è stata ufficializzata nella liturgia della Chiesa cattolica, con l’istituzione della festa fissata da papa Clemente X per il 2 ottobre. Erano gli anni in cui venne anche definitivamente precisato il testo della preghiera più conosciuta dai bambini, condensato di una quartina con la quale iniziava il lungo poema di un monaco inglese della fine dell’XI secolo: «Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen».

Ma in realtà affonda nella notte dei tempi la consapevolezza dell’esistenza di un angelo custode posto da Dio a fianco di ogni essere umano. Sin dal libro dell’Esodo, redatto intorno al sesto secolo avanti Cristo fondandosi su precedenti tradizioni orali e scritte, troviamo infatti che Dio dice: «Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato» (Esodo 23,20).Pur senza mai formulare una definizione dogmatica a tale riguardo, il magistero ecclesiale ha affermato, in particolare nel concilio di Trento a metà Cinquecento, che ciascun essere umano ha un proprio angelo, come sostenuto fra gli altri da Tertulliano, Agostino, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Girolamo e Gregorio da Nissa.

Nel Catechismo della Chiesa cattolica viene affermato che «dal suo inizio fino all’ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione» (n. 336) e si cita la significativa frase di Basilio di Cesarea: «Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita».
Molti fedeli conservano il ricordo del Catechismo di san Pio X che precisava: «Si dicono custodi gli angeli che Dio ha destinato per custodirci e guidarci nella strada della salute» (n. 170) e l’angelo custode «ci assiste con buone ispirazioni, e, col ricordarci i nostri doveri, ci guida nel cammino del bene; offre a Dio le nostre preghiere e ci ottiene le sue grazie» (n. 172).

Una delle più note raffigurazioni iconografiche è la tela di Pietro da Cortona L’angelo custode (Palazzo Barberini, Roma). Nella scheda dell’opera viene spiegato che il pittore ha immaginato lo spazio «attraversato dall’incedere fluido dell’angelo dalle vesti candide, mentre si volge teneramente verso il giovanetto che tiene per mano», mentre «in secondo piano si scorge il dettaglio dell’angelo che accompagna l’uomo nell’intero percorso della sua vita».

Dipinto i Caravaggio. Foto dell'agenzia Scala.

Dipinto i Caravaggio. Foto dell’agenzia Scala.

Michele (in ebraico «Chi come Dio?»), Gabriele («Dio è la mia forza») e Raffaele («Dio salva») sono gli unici tre arcangeli citati per nome nella Bibbia.

Michele è considerato il comandante dell’esercito celeste e la tradizione iconografica lo raffigura con una corazza e una lancia, oppure con uno scudo e una spada, mentre combatte vittoriosamente contro Lucifero. Un’altra rappresentazione lo vede con la bilancia in mano, simbolo della pesatura, al momento del giudizio finale, del bene e del male compiuto dalle anime. Da Pio XII è stato proclamato patrono dei radiologi e dei poliziotti. L’Antico Testamento lo presenta come «il gran principe» (Daniele 12,1) e il difensore del popolo di Israele: «Michele, uno dei principi supremi, mi è venuto in aiuto» (Daniele 10,13). Nel Nuovo Testamento è il capo delle schiere angeliche, che contrastano gli angeli ribelli: «Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Apocalisse 12,7).

Gabriele viene considerato l’ambasciatore per eccellenza di Dio
. La tradizione iconografica lo rappresenta generalmente con un giglio in mano, ma in qualche caso viene raffigurato anche con una lanterna e uno specchio di diaspro. Pio XII lo proclamò patrono delle telecomunicazioni e dei comunicatori, mentre Paolo VI ha aggiunto la protezione delle poste e dei filatelici. Nell’Antico Testamento dà al profeta Daniele degli avvertimenti su ciò che accadrà al popolo di Israele. Nel Nuovo Testamento appare in due circostanze. Dapprima nel Tempio di Gerusalemme, al sacerdote Zaccaria: «La tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni» (Luca 1,13.19). Quindi, sei mesi più tardi, alla vergine Maria: «L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret» (Luca 1,26-27).

Raffaele è ritenuto dalla tradizione l’angelo che guarisce le infermità fisiche e spirituali.
L’iconografia lo vede raffigurato nell’atto di portare un pesce e un bastone, oppure con in mano un calice contenente una bevanda medicamentosa. La tradizione popolare gli attribuisce la protezione di viaggiatori, marinai, farmacisti, fidanzati e giovani sposi. Il suo nome è segnalato unicamente nell’Antico Testamento, dove il Libro di Tobia ne racconta il costante intervento in favore di Tobi e dei suoi cari. Raffaele è inoltre considerato l’avversario di Asmodeo, il demone che nell’apocrifo Testamento di Salomone si presenta come il nemico dell’unione coniugale.

Dipinto di Beato Angelico, Museo diocesano di Cortona. Foto dell'agenzia Scala.

Dipinto di Beato Angelico, Museo diocesano di Cortona. Foto dell’agenzia Scala.

C’è un desaparecido, nelle sacre schiere angeliche, del quale si è conservato unicamente il nome: Uriele. L’ultimo avvistamento ufficiale risale al 745, quando papa Zaccaria, al termine del secondo Sinodo provinciale di Roma, decise di stroncare l’abuso del sedicente vescovo Adalberto, che invocava «i sette arcangeli che stanno davanti a Dio» con pratiche superstiziose e formule magiche. Decretò così l’interdetto a ogni devozione in suo onore, nonostante la Liturgia romana ne celebrasse ufficialmente la festa il 15 luglio: «È opportuno astenersi nelle preghiere pubbliche dal nominare tutti gli altri angeli, eccetto quei tre ammessi», fu la perentoria indicazione.

Negli atti del Sinodo si evidenziava che in effetti la Sacra Scrittura cita soltanto gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, e dunque gli altri nomi invocati nella preghiera di Adalberto – fra i quali spiccava Uriele – sarebbero potuti essere angeli decaduti, demoni che nessuno doveva onorare con un atto di culto. Nel contempo si intendeva impedire che gli iconoclasti trovassero ulteriori giustificazioni per il loro impeto distruttivo delle icone raffiguranti immagini divine: «È illecito presentare gli angeli col corpo umano, essendo incorporei», scriveva per esempio il presbitero Xeniaias nel 754. In realtà, dell’eletta compagnia dei sette principi angelici si trova riscontro in diversi testi ebraici, fra cui spicca un antico codice rinvenuto nel XVI secolo nella Biblioteca vaticana che, accanto alla triade Michele-Gabriele-Raffaele, cita Uriele e i meno conosciuti Barachiele, Gaudiele e Sealtiele.

Tutti questi nomi si potevano leggere, ancora agli inizi del Settecento, sotto altrettanti arcangeli raffigurati in un quadro della chiesa romana di Santa Maria della Pietà in piazza Colonna. Quelle fonti attribuirebbero a Uriele un’importanza tale da inserirlo addirittura nella compagnia dei primi quattro spiriti che stanno sempre intorno al trono di Dio. Una preghiera del Talmud recitava infatti: «Nel nome del Signore, Dio d’Israele, sia Michele alla mia destra, Gabriele alla mia sinistra, dinanzi a me Uriele, dietro a me Raffaele, e sopra la mia testa la divina presenza di Dio». Il suo nome in ebraico deriva da hur (luce, fuoco) ed Elohim (Dio), a significare «luce di Dio» o «fuoco di Dio»: egli dunque sarebbe incaricato di portare all’umanità la conoscenza e la comprensione del Divino e perciò veniva anche definito angelo «della presenza» o «della salvezza».

TEOLOGIA. Il fuoco freddo dell’inferno


Gianfranco Ravasi martedì 31 luglio 2012
​«Inferno» è ormai una parola un po’ desueta, anche nel linguaggio religioso: abbiamo pensato di soffiar via la cenere che si era depositata su questo argomento incandescente (l’immagine del fuoco, come vedremo, è capitale) e di riproporne qualche aspetto. L’inferno è stato un po’ ostracizzato per ragioni diverse. C’è chi lo considera il reperto di un paleolitico spirituale ormai ammuffito e, al massimo, col filosofo francese Jean-Paul Sartre (1905-1980), proclama che «l’inferno sono gli altri», ossia il prossimo crudele o noioso. C’è invece chi afferma in modo perentorio, citando il poema edito postumo (1886) La fine di Satana di Victor Hugo (1802-1885), che «l’inferno sta tutto intero in questa parola: solitudine», la quale è il campo da gioco di Satana. C’è pure la ben fondata convinzione del filosofo ottocentesco americano William James (1842-1910), secondo il quale «l’inferno di cui parla la teologia non è peggiore di quello che noi creiamo a noi stessi in questo mondo». Ed effettivamente, come con la grazia divina accolta e vissuta in noi già si sperimenta il paradiso della salvezza, così chi pecca e odia già è insediato in uno di quei gironi simbolici che mirabilmente Dante ha tratteggiato e popolato nei canti del suo Inferno. Dopo tutto, già san Giovanni metteva in bocca a Gesù queste parole: «Chi non crede è già stato condannato» (Gv 3,18). Che l’inferno, poi, sia vuoto lo si è ripetuto sbrigativamente sulla base di una riflessione ben più ponderata e articolata del famoso teologo Hans Urs von Balthasar (1905-1988): si dev’essere invece consapevoli che, se è vero che immensa è la misericordia di Dio, superiore non solo al nostro peccato, ma alla stessa sua giustizia, come già insegnava anche l’Antico Testamento (cf Es 20,5-9; 34,6-7), è altrettanto vero che esiste la libertà umana, presa sul serio da Dio che la rispetta fino alle sue estreme conseguenze, anche quella del rifiuto radicale e totale del bene e dell’amore. Scriveva giustamente la romanziera tedesca Luise Rinser (1911-2002): «Ecco la mia idea precisa dell’inferno: uno se ne sta lì seduto, completamente abbandonato da Dio, e sente che ormai non può più amare, mai più, e che mai più incontrerà un uomo per tutta l’eternità». Ebbene, se stiamo alla Bibbia, sappiamo che è centrale un simbolo per rappresentare l’inferno: il fuoco. Anche l’immagine spaziale della Geenna, che in ebraico significava “valle dei figli di Hinnon”, attirava con sé l’idea di un incendio, perché era il luogo ove avveniva la combustione dei rifiuti di Gerusalemme e ove si consumavano culti pagani proibiti, nei quali si bruciavano persino figli, immolandoli per placare la divinità (sono le «alture di Tofet» a cui fa cenno Ger 7,30-33). La trasformazione della Geenna e del fuoco in un simbolo infernale è, però, un risultato tipicamente cristiano, legato alle parole di Gesù (il profeta Gioele, al massimo, ricorre a un luogo vicino alla Geenna, la valle di Giosafat, per collocarvi la sede del giudizio divino finale sulla storia: cf Gl 4,2.12-14). Ecco solo un paio di esempi. «Se la tua mano [poi: il piede e l’occhio, ndr] ti è di scandalo, tagliala! È meglio per te entrare monco nella vita, che andare con tutte e due le mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile» (Mc 9,43-48). Nel giudizio finale agli empi è riservata questa minaccia di Cristo: «Andate via da me, o maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi seguaci» (Mt 25,41). L’immagine passerà anche in san Paolo, che destina a «essere bruciata» l’opera malvagia dell’apostolo, perché «la svelerà quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco saggerà quale sia l’opera di ciascuno» (1Cor 3,13-15). San Giacomo, nella sua lettera, intravede nel peccato di lingua il bagliore delle fiamme infernali: «Anche la lingua è un fuoco! […] essa brucia la ruota della nostra vita ed è poi bruciata essa stessa nell’inferno» (Gc 3,5-6). L’Apocalisse allargherà l’immagine trasformando gli inferi in uno «stagno di fuoco e zolfo», ove sono relegati la Bestia satanica, i falsi profeti, la morte, gli inferi, i vili, gli increduli, gli abietti, gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e tutti i menzogneri (cf Ap 20,10.14; 21,8). Ora, il fuoco di per sé è nella Bibbia un simbolo divino, come la stessa scenografia delle teofanie attesta (si pensi al roveto ardente del Sinai). Cristo dichiara: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e vorrei davvero che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Il fuoco è, inoltre, il simbolo dello Spirito Santo, come si ha nella scena ben nota della Pentecoste. Ora, è proprio il fuoco divino a rivestire anche un’altra funzione, rivelando un diverso volto di Dio che è, sì, il Salvatore, ma è al tempo stesso il Giudice, non indifferente alle esigenze della morale. Il fuoco è quindi l’amore di Dio, ma è altresì la sua giustizia. Ecco, allora, il vero significato del fuoco  dell’inferno: è un modo espressivo e incisivo per mettere in scena il giudizio divino sul male. Il Signore non è il “buon Dio” di una certa morale accomodante; egli è il fuoco e, perciò, non può essere manipolato come a noi più piace, non è riconducibile alle nostre manovre e ai nostri diversivi. Egli è, certo, fuoco di amore e di passione profonda, egli riscalda i cuori e scioglie il gelo delle anime infelici. Ma è anche il fuoco che scotta chi tenta di afferrarlo o spegnerlo. La Geenna con il suo ardente focolare è, quindi, il simbolo dell’agire giusto di un Dio libero e ben deciso a ingaggiare con il male la sua lotta vittoriosa. In questo senso aveva ragione lo scrittore cattolico francese Georges Bernanos (1888-1948) quando, nel suo romanzo Monsieur Ouine (1946), non esitava a dichiarare: «Si parla sempre del fuoco dell’inferno, mentre l’inferno è freddo», proprio perché è la mancanza del fuoco benefico dell’amore. Si riesce, così, a comprendere, come spesso si è spiegato, che l’inferno, anche se nella Bibbia e nella tradizione è stato collocato in un luogo, è piuttosto uno stato, una realtà in cui viene a trovarsi la persona peccatrice.Certo, come si è visto, l’Antico Testamento inizialmente vedeva l’oltretomba come un orizzonte indistinto (lo sheol), dove tutti piombavano dopo la morte. Il libro della Sapienza aveva cominciato a ridurlo a sede dei malvagi, facendone così una dimora infernale, mentre i giusti entravano nella comunione divina, nello zenit celeste, rispetto a quell’oscuro nadir di tenebra e di silenzio. A questo punto possiamo comprendere quanto sia decisiva e necessaria la categoria di “inferno” espressa attraverso il simbolismo igneo come componente della vicenda umana nella sua libertà di scelta per il bene o per il male, e quanto lo sia anche per lo stesso concetto di Dio, Signore buono e giusto, pronto a tutelare la morale, a sanzionare il male e a premiare il bene. E proprio perché è sganciato dalla materialità spaziale, l’inferno penetra già ora, attraverso la morte, nella storia personale e universale, così come vi si insedia il paradiso. Aveva allora ragione – anche se il suo linguaggio non era del tutto teologicamente calibrato e la sua finalità non era strettamente religiosa – Italo Calvino (1923-1985) quando, nel romanzo Le città invisibili(1972), scriveva: «L’inferno dei viventi è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo è facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio».

I sette giorni della Creazione, Ebrei 11:1-3 e Genesi 1:1-2:3

Il Libro della Genesi, che è il primo libro della Bibbia, comincia con la Creazione del mondo Dio è il creatore del nostro mondo.
Genesi è chiamato anche il libro degli inizi che è il significato Ebraico.
Genesi è il primo libro della Legge o Torah che consiste dei primi cinque libri della Bibbia.

Genesi 1:1-2:4 – Passato Senza Data

    • Giorno uno o Primo giorno – Notte e Giorno
    • Giorno due o Secondo giorno – Cielo e Mare
    • Giorno tre o Terzo giorno – Alberi e piante
    • Giorno quattro o Quarto giorno – Sole e Luna
    • Giorno cinque o Quinto giorno – Pesci e uccelli
    • Giorno sei o Sesto giorno – Uomo e Animali
    Giorno sette o Settimo giorno – Riposo

Lettura della Bibbia:

Ebrei 11:1-3 – La fede esemplare degli antenati
1 La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. 1 Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.
3 Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.

Genesi – Capitolo 1:1-3:24 – PASSATO SENZA DATA

Il principio
I. LE ORIGINI DEL MONDO E DELL’UMANITA’
1. LA CREAZIONE E LA CADUTA
Primo racconto della creazione
1:1 In principio Dio creò il cielo e la terra. 2 La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4 Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre 5 e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.
6 Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7 Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. 8 Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

9 Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne. 10 Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. 11 E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: 12 la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. 13 E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

14 Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni 15e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: 16 Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. 17 Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18 e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. 19 E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

20 Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21 Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 22 Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». 23 E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

24 Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: 25Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 26 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.
28 Dio li benedisse e disse loro:
«Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra».
29 Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. 30 A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. 31 Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
Genesi 1:1-31

e

2:1 Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. 2 Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. 3 Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. 4 Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.
Genesi 2:1-3
Continua dalla Genesi 1:1 – 3:24.


Altri moduli di questa unità: – Other modules in this unit:

Il Papa con Mazzolari e Milani: due santi sacerdoti

VISITA STORICA

DON MILANI E DON MAZZOLARI, IL PRIMO PAPA A CASA DEI DUE PRETI RIBELLI

19/06/2017  Oggi Francesco rende onore ai due grandi sacerdoti che avevano anticipato il vento del Concilio. Storia di due anime tormentate e a lungo incomprese

Tra Barbiana e Bozzolo ci sono 155,6 km in linea d’aria. Papa Francesco li percorrerà in elicottero la mattina del 20 giugno. Bozzolo e Barbiana non sono soltanto quello che sono fisicamente: un paesone in provincia di Mantova sotto la diocesi di Cremona e una punta di campanile tra le case sparse nella vegetazione intricata dei monti del Mugello a 40 km da Firenze.

Sono molto di più: sono il luogo, fisico e spirituale, di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani. Il luogo delle loro – diverse – solitudini, anche. Solitudini spiritualmente vicine, molto più dei chilometri che li dividevano. Solitudini che oggi prova a raccogliere in un abbraccio comune – per la prima volta a 50 anni dalla morte di Lorenzo Milani e 58 dalla morte di Primo Mazzolari – papa Francesco.

Abbiamo chiesto a Mariangela Maraviglia, storica della Chiesa, nel comitato scientifico della Fondazione Don Primo Mazzolari, una vita a studiare i “disobbedienti”, Mazzolari, Milani, Turoldo, di guidarci a capire la “storicità” di questo viaggio, in luoghi in cui arrivavano a fatica i vescovi, figuriamoci un Papa. «C’è di certo una portata storica in questa visita: queste due figure furono in vita condannate da una Chiesa che tentò inutilmente di ridurle al silenzio: furono censurati i loro libri, nel caso di Mazzolari anche la predicazione, don Milani fu esiliato a Barbiana, gli fu ritirato dal commercio Esperienze pastorali (quel decreto dell’allora Sant’Uffizio è stato dichiarato decaduto solo nel 2015 da papa Francesco, ndr). Furono osteggiati anche dopo la morte e anche dopo il concilio Vaticano II. Ancora oggi non sono unanimemente amati. E ora vengono riconosciuti da un Papa come figure degne di speciale attenzione. A me sembra che questa visita possa essere letta come un segno esteriore, rilevante simbolicamente, di quel cambio di passo, qualcuno ha detto della “rivoluzione culturale”, che Francesco sta imprimendo alla Chiesa; poi per capire meglio l’intenzione di Francesco dovremo sentire le sue parole. Ma sicuramente possiamo dire che don Milani e don Mazzolari avvertirono fortemente nella propria vita la necessità che la Chiesa fosse come indica il Papa: “Non una Chiesa chiusa in sé stessa, autoreferenziale, ma un corpo vivente che cammina e agisce nella storia”. Ho l’impressione che in entrambi papa Francesco individui quell’amore fattivo per gli “scartati della storia” e insieme quella fedeltà alla Chiesa, mai venuta meno, che fanno di loro testimoni privilegiati del modello di Chiesa che il Papa indica nel suo ministero quotidiano».

AFFINITÀ ELETTIVE

Don Milani e don Mazzolari non si sono mai incontrati ma in vita si sono conosciuti, scambiandosi poche lettere; da queste si colgono una consonanza profonda e alcuni innegabili elementi comuni pur appartenendo a generazioni diverse: Mazzolari era nato nel 1890 e morto nel 1958, don Milani è morto il 26 giugno del 1967 a 44 anni.

«Li accomuna», continua Mariangela Maraviglia, «il metodo, per dirla con Mazzolari, dell’incarnazione: la convinzione che il cristianesimo nasca dall’incarnazione di Cristo nella storia, che non possa ridursi a uno “spiritualismo disincarnato”. Li accomuna la convinzione, sintetizzata nell’I care (“mi interessa”) milaniano, che un cristiano che prenda sul serio il Vangelo non possa che tradurlo nello spendersi per una società più giusta. Li accomuna il fatto di credere nel dialogo con i lontani, cosa che portò entrambi a prese di posizioni costose in epoca di scomunica dei comunisti. Mazzolari sul quindicinale Adesso, da lui fondato, a quel proposito scrisse: “Il Vangelo mi chiede di condannare l’errore ma di amare l’errante: condanno il comunismo, amo i comunisti”».

Don Milani, con pragmatismo, negli stessi anni, a San Donato a Calenzano, fondò una scuola laica, ponendosi il problema di non imporre ai figli degli operai comunisti scelte laceranti tra la scuola popolare e la famiglia: «Nella sua visione credenti e atei devono dialogare senza preclusioni per la ricerca della verità».

SEMPRE DENTRO LA CHIESA

Anche nei momenti di massima amarezza, di fronte a una Chiesa non pronta a comprendere le urgenze pragmatiche dei contesti sociali in cui operavano: «Don Milani e don Mazzolari non pensarono mai che la Chiesa potesse essere abbandonata, neppure quando li colpiva con durezza. Nessun dubbio per loro che il primato del Vangelo e della coscienza debbano essere affermati dentro la Chiesa, non contro. A questo proposito Mazzolari parlava di “servire in piedi”, concetto che anche Milani ha applicato vivendo».

Una sintonia a distanza la loro che si è nutrita anche di significative differenze: «Mazzolari, figlio di contadini, era entrato in seminario a 12 anni, Milani, di famiglia facoltosa, colta e laica, folgorato dalla vocazione a 23 anni».

LA PAROLA AI POVERI

Lo stesso concetto, fondamentale nel ministero di entrambi: “Dare la parola ai poveri”, non a caso titolo di una rubrica mazzolariana su Adesso, che ospitò anche scritti di don Lorenzo Milani: «È declinato in modi diversi: per Mazzolari significò riconoscere l’esistenza dei poveri e incalzare con i suoi scritti la Chiesa e la politica perché si facessero carico dell’emergenza sociale. Milani affidò alla scuola, prima a San Donato poi a Barbiana, il compito di dare ai poveri il dominio della parola, con l’idea, forse utopica, che cittadini consapevoli potessero raddrizzare il mondo».

Nemmeno Bozzolo e Barbiana sono la stessa cosa: «Bozzolo è un grosso borgo in cui Mazzolari, che si definiva prete rurale, ha potuto esprimersi dentro una comunità. Barbiana è stata un esilio. Ma mi sembra significativo che queste visite alla periferia, in cui, diceva Mazzolari, “maturano i destini del mondo”, avvengano nello stesso giorno. E non credo che sia senza peso, alla base, l’esperienza personale e pastorale di Bergoglio, sacerdote e vescovo a contatto diretto con la povertà in Argentina e ora Papa dalla scelta di vita semplice».

Dagli slum di Buenos Aires a Barbiana. Dalla fine del mondo, alla fine del mondo.

L’origine di Soresina

Dona il tuo 5×1000 a Wikimedia Italia.
Scrivi 94039910156.

CHIUDI

Soresina

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Soresina
comune
Soresina – Stemma
Soresina – Veduta

Chiesa della Madonna della Mercede

Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Lombardia-Stemma.svg Lombardia
Provincia Provincia di Cremona-Stemma.png Cremona
Amministrazione
Sindaco Diego Vairani (lista civica) dal 26/05/2014 (1º mandato)
Territorio
Coordinate 45°18′N 9°51′ECoordinate45°18′N 9°51′E (Mappa)
Altitudine 69 m s.l.m.
Superficie 28,57 km²
Abitanti 8 933[1] (28-2-2017)
Densità 312,67 ab./km²
Frazioni Dossi Pisani, Moscona, Olzano
Comuni confinanti AnniccoCappella CantoneCasalmoranoCastelleoneCumignano sul NaviglioGenivoltaTrigolo
Altre informazioni
Cod. postale 26015
Prefisso 0374
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 019098
Cod. catastale I849
Targa CR
Cl. sismica zona 4 (sismicità molto bassa)
Cl. climatica zona E, 2 478 GG[2]
Nome abitanti soresinesi
Patrono san Siro
Giorno festivo 9 dicembre
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia

Soresina
Soresina
Soresina – Mappa

Posizione del comune di Soresina nella provincia di Cremona

Sito istituzionale

Soresina (Suresìna in dialetto soresinese) è un comune italiano di 8.933 abitanti[1] della provincia di Cremona in Lombardia. Il comune dista circa 23 chilometri da Cremona, 48 km da Milano e 53 da Brescia.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Soresina sorse in epoca preistorica su una delle tante isolette del Lago Gerundo, un’estesa palude formatisi in seguito a numerose inondazioni. La dominazione romana determinò la costruzione di nuove strade e la bonifica di parte del territorio; durante questo periodo non esisteva, probabilmente, un solo abitato, ma varie case isolate che sfruttavano la fertilità dei terreni. Solo successivamente, durante l’occupazione longobarda, venne creato un centro unico, con la funzione di organizzare la produzione agricola di tutto il territorio limitrofo.

L’origine del nome della città risale al periodo medioevale, anche se non è conosciuto con esattezza il significato del toponimo: a questo proposito si intrecciano testimonianze storiche e leggendarie, che attribuiscono la fondazione del luogo al vescovo San Siro, alla via selciata che univa Crema a Cremona (Silicina), alla posizione sopraelevata del paese, o alla esclamazione di una donna scampata ad una terribile pestilenza: quest’ultima versione, tradizionale e popolare, trova espressione grafica nello stemmacomunale, in cui è ritratta una figura femminile e un’iscrizione che recita: “Sol Regina”.

Da quest’ultima versione deriva anche lo stemma della Città che vede raffigurata nel coronato scudo centrale una donna che con una mano regge un drappo in cui appare la scritta “Sol Regina” e con l’altra un castello di cui non si è mai trovato traccia ma che si può interpretare come simbolo di luogo o Città. Soresina viene citata per la prima volta in un documento dell’anno Mille, in cui è menzionato l’acquisto di alcuni possedimenti a “Surrecina” da parte di Usberto, vescovo di Cremona.

Tra il 1133 e il 1136 l’Imperatore Lotario II, per porre fine alle discordie tra Crema e Cremona per il possesso del borgo, distrusse interamente Soresina: successivamente ricostruita la cittadina fu nuovamente rasa al suolo nel 1217 e fu oggetto di aspri conflitti nel corso del Duecento e del Trecento, in occasione della lotta tra guelfi e ghibellini, tra le fazioni comandate da Buoso da Dovara, da Ponzino Ponzone e da Cabrino Fondulo. Quest’ultimo nel 1403 divenne signore di Cremona e di Soresina, sino a quando fu sconfitto e cacciato dai Visconti. Da quel momento, il paese si trovò nell’orbita dell’influenza milanese, prima con i Visconti e poi con gli Sforza.

Nel Cinquecento venne concessa in feudo ad alcune famiglie nobili del luogo, tra cui gli Stanga, Agostino Centurione, gli Affaitati e i Barbò, signori di Soresina fino al 1714. Sotto il marchesato dei Barbò Soresina ebbe grande sviluppo nell’agricoltura, nell’industria e nei commerci. Il suo mercato del lunedì, concessole nel 1492 da Ludovico Maria Sforza, s’ingrandì sempre più, attirando uomini d’affari da ogni parte. Solo il periodo della dominazione spagnola rappresenta per Soresina, come del resto per la Lombardia, una vera calamità: fu bersagliata da molte guerre che ne devastarono il territorio e la notizia della pace tra la Spagna e la Franciaavvenuta nel 1659 venne accolta con grande gioia. Al governo spagnolo successe quello francese al quale nel 1707 subentrò quello austriaco che governò quasi ininterrottamente fino al 1796.

Quando l’esercito francese, con a capo Napoleone Bonaparte, occupò l’Italia settentrionale, i soresinesi li accolsero come liberatori e Soresina, che fece parte prima della Repubblica Cisalpina e poi del Regno d’Italia, diede un notevole contributo alla causa del Risorgimento, e non pochi di loro parteciparono alle guerre d’Indipendenza e alla Spedizione dei Mille. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia e la raggiunta unità nazionale, per Soresina iniziò una nuova era di lavoro e prosperità. Nel 1863 fu costruita la linea ferroviaria Treviglio – Cremona grazie all’apporto determinante del Soresinese Dottor Francesco Genala (parlamentare del Regno d’Italia che ne istituì politicamente la viabilità), integrata nel 1914 dalla linea locale per Soncino, successivamente prolungata verso Cremona (1926) e Rovato (1932)[3].

Nei due conflitti mondiali (19151918 e 19401945) Soresina diede prova della sua generosità con le opere di assistenza e beneficenza ai militari dislocati sui vari fronti. Il secondo dopoguerra fu particolarmente duro per la città, colpita nelle sue principali attività industriali e commerciali e impossibilitata a dare lavoro alla sua esuberante massa di lavoratori.

Nel 1962, a ricostruzione terminata, Soresina fu insignita del titolo di città dal Presidente della Repubblica Antonio Segni “per l’operosità della sua gente, le virtù di tanti suoi figli, il fervore delle sue iniziative civiche, benefiche ed economiche”.

Monumenti e luoghi d’interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

  • La chiesa prepositurale di San Siro è la più importante di Soresina. Realizzata tra il 1584 e il 1588, si presenta come un edificio in stile manierista, con imponente facciata tripartita (restaurata nel 1941) e interno a tre navate riccamente decorato. Sul sagrato incombe il campanile, completamente staccato dalla chiesa, alto 51 metri (56 se si considera l’imponente statua del Cristo Redentore in rame dorato collocata sulla sommità) e realizzato su progetto di Luigi Voghera tra il 1836 e il 1839 in sostituzione della vecchia torre romanica divenuta pericolante[4]. La grande meridiana sul campanile è opera di Leone Lodi. Contiene un concerto di 12 campane in si♭2, il quale è uno dei più grandi della Lombardia, fuso dalla fonderia Crespi di Crema nel 1841, anche se del concerto originario rimangono solo 5 campane; le altre sono state rifuse da vari fonditori tra il 1850 e il 2002.
  • La chiesa di Santa Maria del Boschetto (o Tempietto per i soresinesi) è un edificio risalente al primo decennio del XVII secolo; fu costruito dalla confraternita della Santissima Trinità ed è stato restaurato[4].
  • La chiesa di San Francesco al Dosso, fu costruita nella prima metà del 600 dai frati francescani del Terzo Ordine Regolare, che risiedevano nel convento attiguo, e ampliata successivamente con l’apertura di alcune cappelle laterali. L’interno, a tre navate separate da colonne in marmo di Botticino, conserva alcune pregevoli opere pittoriche, un crocifisso e un’ancona in legno dell’intagliatore soresinese Giacomo Bertesi. Attualmente la chiesa è sussidiaria della parrocchia[5].
  • La chiesa della Madonna della Mercede (altrimenti detta della Madonnina o del Cingaro[4][6]) è un piccolo tempio cinquecentesco con semplice facciata e interno a navata unica, ornato da alcune sculture in legno attribuite a Giacomo Bertesi e a Giuseppe Chiari[5].
  • La chiesa di San Rocco, al termine di Via Genala, fu costruita nel XVI secolo ove sorgeva un modesto oratoriodedicato a San Sebastiano, risalente al secolo precedente. Subì un ampliamento nel 1577 quando fu aggiunta una navata sul suo fianco sinistro, conferendo al tempio una curiosa pianta a due navate. Nell’interno della chiesa si conservano delle tele di Francesco Boccaccino e di Luigi Miradori. Una robusta torre campanaria, di linee seicentesche, è addossata all’abside[4].
  • La chiesa della Santa Croce, già cappella dell’antico ospedale omonimo fondato nel 1582, è affiancata da un curioso campanile costruito nel XVII secolo.[4]

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

  • Il Salone del Podestà, oggi accessibile dal cortile delle scuole elementari, è l’ultimo residuo esistente dell’antico palazzo sede degli organi amministrativi della città, risalente al XIII secolo. Fu trasformato e ristrutturato più volte. Attualmente è luogo di incontri e assemblee.[5]
  • Il Teatro Sociale è stato realizzato nel 1840 su progetto dell’architetto Carlo Visioli. Per un certo periodo funse unicamente da sala cinematografica, fino a quando venne acquisito dal Comune, negli anni settanta, restaurato e aperto al pubblico.
  • L’Osservatorio Astronomico Pubblico di Soresina, inaugurato il 2 giugno 1974, è stato il primo osservatorio astronomico pubblico aperto in Italia. È oggi gestito dal Gruppo Astrofili Soresinesi ed è aperto al pubblico per l’osservazione del cielo, con ingresso libero e gratuito, ogni sabato sera dalle ore 21. Con delibera della Giunta Comunale del 21.03.2011, l’Osservatorio è stato intitolato alla memoria di Pietro Borelli che tenacemente ne volle la realizzazione.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[7]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

La popolazione straniera residente al 31 dicembre 2010 era di 1619 persone[8]. Le comunità nazionali più numerose sono

Lingue e dialetti[modifica | modifica wikitesto]

Oltre alla lingua italiana, a Soresina è utilizzato il locale dialetto soresinese, una variante della lingua lombarda. Come tutti i dialetti lombardi, anche il soresinese è sostanzialmente una lingua romanza derivata dal latino[9]. Ad oggi, l’uso del soresinese è ancora molto corrente nella popolazione e la regressione è presente in maniera molto meno marcata di altri dialetti lombardi[10].