Autore: giuliozignani

Corsa (sport)

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Atleti che corrono, dagli scavi di Ercolano, Museo Archeologico di Napoli

La corsa è un’attività fisica da sempre praticata dall’uomo ed è l’attività sulla quale si basa la stragrande maggioranza delle attività sportive. Si definisce come “corsa”, l’andatura umana o animale composta da una prosecuzione di balzi, in cui in una prima fase, un piede rimane a contatto con il terreno; nella fase successiva il piede si stacca da terra insieme al resto del corpo (per questo si chiama fase di volo), fino a quando atterra l’altro piede. Si contraddistingue dalla camminata, mentre la marcia(in cui il corpo mantiene sempre il contatto con il terreno) e ogni altra versione agonistica della corsa rientrano nel podismo.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Nella biomeccanica dell’appoggio del piede a contatto col suolo vi sono due tipi di malposizioni più o meno accentuate: la pronazione e la supinazione.[1][2]

Un allenamento normalmente si svolge con apposite scarpe da ginnastica, su un periodo di corsa a bassa velocità detto anche fondo lento di 20 minuti circa, definito di riscaldamentosimile per andatura allo jogging; ed una seconda fase con esercizi di allungamento dei muscoli o stretching. Per imparare vi sono alcuni tipi di corsa base che servono a migliorare la tecnica:

  • Corsa skippata: è quasi sul posto con elevata frequenza degli arti dove i superiori compensano gli inferiori, la gamba si alza fino a che la coscia è parallela al terreno mentre l’altra è distesa; si avanza sbilanciandosi appena.[3]
  • Corsa calciata dietro: è una variazione della precedente in quanto mentre una è sempre distesa l’altra si chiude indietro dal ginocchio alla caviglia.[4]
  • Corsa saltellata: sempre quasi sul posto con lieve avanzamento di balzi verticali rimbalzando contemporaneamente nel contatto al suolo e mantenendo pari le punte dei piedi. Un ginocchio in avanti rispetto l’altro per compensare l’opposto avambraccio si alterna.[5]
  • Corsa ruotata: con le caviglie si corre come se si pedalasse su una bicicletta immaginaria.
  • Corsa balzata: somiglia per tecnica alla specialità del “salto triplo” ma viene sforzata così ogni battuta, idealmente coincide con la massima velocità di corsa.[6][7]

Nell’atletica leggera la corsa è suddivisa in due settori:

  • Velocità
  • Resistenza

La suddivisione è data dal differente utilizzo delle fonti energetiche e quindi dai diversi metodi di allenamento. Nelle corse veloci è predominante lo sforzo anaerobico, mentre in quelle di resistenza è predominante lo sforzo aerobico dei muscoli; dove cambia anche la struttura delle scarpette chiodate sostituite anche in gara da quelle da strada nella marcia e nella maratona. Nelle competizioni di resistenza (come tutte le specialità aerobiche) consolidati studi evidenziano concreti benefici per la salute; peculiarmente di tipo cardiaco.[8][9]

Le diverse discipline prendono il nome dalla lunghezza del tracciato (in metri) e dalla presenza degli ostacoli.

Corse di velocità[modifica | modifica wikitesto]

Corse di resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Le corse di resistenza sono suddivise in due settori:

Corse di mezzofondo:

Corse di fondo:

Fanno parte delle corse di resistenza anche tutte quelle gare che si svolgono fuori dalla pista di atletica:

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il corpo

Il corpo come veicolo per esperire il mondo

Gli esseri umani hanno esperienza del mondo attraverso il corpo. Il corpo è infatti una specie di mediatore tra noi e il mondo, un mezzo attraverso il quale entriamo in relazione con l’ambiente circostante. Noi conosciamo attraverso il corpo: si parla, così, di una conoscenza “incorporata”.
Gli antropologi hanno molto insistito, negli ultimi anni, sulla nozione di incorporazione, come nozione capace di descrivere il nostro “essere nel mondo”.  La società cerca di imprimere nel corpo dei suoi componenti  i segni della propria presenza. Il corpo è infatti “culturalmente disciplinato”.
Gli individui sono “esseri sociali”. Secondo alcuni antropologi tutte le società si adoprerebbero a sottolineare questo fatto “plasmando” i loro membri secondo un proprio modello ideale di umanità. Tatuaggi, perforazioni, pitture, circoncisioni, … sarebbero tutte pratiche finalizzate a ciò che Remotti ha chiamato antropopoiesi, cioè “fabbricazione dell’essere umano” da parte della società.

Le pratiche antropo-poietiche consentono di distinguere chi fa parte del noi da chi fa parte di altri gruppi.

Marcel Mauss, uno dei fondatori dell’antropologia francese, ha coniato l’espressione “tecniche del corpo”, cioè modi in cui gli uomini, nelle diverse società, fanno determinate cose con il proprio corpo (es. tenere in braccio un bambino).
Mauss dice che queste tecniche sono apprese, sono fatti culturali.
Mauss dice che una tecnica è un atto tradizionale (dietro c’è sempre un apprendimento, una trasmissione) ed efficace (finalizzato al raggiungimento di un fine).

Un aspetto importante della costruzione sociale del corpo è quello che avviene in alcuni contesti rituali in coincidenza di alcuni momenti fondamentali della vita umana e  vengono solitamente definiti, in antropologia, come “riti di passaggio”. I riti di passaggio sono riti che facilitano il passaggio da una condizione sociale ad un’altra e si dividono in 3 fasi:
Separazione: i partecipanti sono separati dal gruppo cui precedentemente appartenevano;
Margine: è il periodo tra i 2 stati, in cui i partecipanti non sono più ciò che erano prima ma non hanno ancora acquisito  una nuova identità.
Aggregazione: i partecipanti, che hanno acquisito un nuovo status, sono reintegrati nella società.

In Occidente, i momenti ritualizzati sono sostanzialmente la nascita, il matrimonio e la morte; altrove ci sono i riti di iniziazione, rituali che segnano il passaggio dalla pubertà all’età adulta e che, in molti casi, prevedono un intervento sul corpo.
Il corpo può anche diventare terreno di confronto ideologico e politico. Molti Occidentali sono ad esempio colpiti dal modo in cui le culture dell’area arabo-musulmana disciplinano il corpo nascondendolo, e parlano del corpo femminile come di un corpo “represso”. Sui musulmani produce invece un effetto negativo il modo in cui in Occidente il corpo viene ostentato, esibito.

di Anna Bosetti

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le braccia della mamma

LE BRACCIA DELLA MAMMA

Le braccia della mamma

Sono forti, le braccia della mamma. Per accoglierti quando ti affacci al mondo, e tutto hai da scoprire. Per tenerti vicino quando hai bisogno di sentire quel solo odore che per te è familiare. Per guidarti quando muovi i primi passi, incerti e traballanti. Per afferrarti quando stai perdendo l’equilibrio, per aiutarti a restare in piedi. Per sostenerti quando sei stanco, e rendere più leggera la tua strada. Per abbracciarti e tenerti stretto stretto.

Cullano, dondolano, spingono, sostengono: questo fanno, le braccia della mamma. Sono il luogo sicuro a cui ritornare, lo spazio certo in cui sentirsi protetti, il porto riparato in cui attaccarsi. Sono punto di appoggio e strumento di sostegno, sono mezzo di soccorso e via di fuga.

Sono resistenti, le braccia della mamma. Non si stancano mai, nemmeno quando sono stanche. Non si piegano, nemmeno quando stanno per spezzarsi. Resistono, resistono sempre, anche quando non pensano di poter resistere. E sostengono quello che nessuno pensa possano sostenere.

Si donano, le braccia della mamma. E offrono tutto quello che possono offrire. E anche quello che non hanno. Perché riescono a dare anche quello che non c’è, le braccia di una mamma. Ed è per quello, che sono tutto questo, e molto di più

 

la testa umana

Testa

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Testa (disambigua).

In anatomia, la testa di un animale è la parte superiore del corpo, dove sono situati in genere gli occhi, la bocca, le orecchie, il naso e il cervello. Alcune forme di vita molto semplici possono non avere una testa.

Anatomia umana[modifica | modifica wikitesto]

La testa

Un cranio umano adulto. Fig. 190, dall’Anatomia del Gray

La regione frontale della testa, dove si trovano gli occhi, il naso e la bocca, è chiamata viso. L’area al di sopra degli occhi è chiamata fronte (regione frontale della testa). Sottostante la bocca c’è il mento.

Esseri umani di età giovane e meno giovane hanno una continua crescita di capelli nella parte superiore della testa. Solitamente le donne, con l’avanzare dell’età, non perdono la loro capigliatura, al contrario degli uomini in cui ciò avviene con frequenza (v. Calvizie).

Nella maggior parte degli organismi animali complessi, la testa è unita al resto del corpo tramite il collo.

Le ossa della testa[modifica | modifica wikitesto]

Le ossa della testa sono divise nel cranio (tutte le ossa eccetto la mandibola) e la mandibola stessa. Una caratteristica che distingue i mammiferi dai non-mammiferi è la presenza di ulteriori tre ossa (dette ossicini):

Tali ossicini sono, nei mammiferi, componenti fondamentali del senso dell’udito. Altre specie animali possiedono un singolo ossicino chiamato comunemente columella.

Il cranio può essere diviso in una calotta cranica, (o calvarium) e in una base cranica. Il cranium consiste in più ossa che si fondono insieme tramite giunture dette suture. Più suture si uniscono per formare uno pterion. Tale processo di fusione ossea inizia in utero per proteggere l’organo più importante del corpo, e cioè il cervello. Sebbene per la maggior parte il processo di fusione sia completo già prima della nascita, vi sono ampie aree di tessuto fibroso (dette fontanelle) dove la fusione è incompleta fino alla pubertà. La fontanella sulla parte frontale del capo nei neonati e nei bambini è particolarmente facile da identificare al tocco.

Il cranio adulto è diviso in diverse ossa, molte delle quali hanno l’equivalente sul lato destro e sinistro del cranio.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità LCCN (ENsh85059468 · GND (DE4128931-6 · BNF (FRcb11975932m(data)

la morte

Morte

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Iconografia del Mietitore; Statua della cattedrale di Treviri (Germania)

La morte è la cessazione delle funzioni biologiche che definiscono gli organismi viventi. Si riferisce sia a un evento specifico, sia a una condizione permanente e irreversibile. Con la morte, termina l’esistenza di un vivente o più ampiamente di un sistema funzionalmente organizzato. La morte non può essere definita se non in relazione alla definizione di vita, anch’essa relativamente ambigua.[1]

Definizione scientifica[modifica | modifica wikitesto]

Morte e vita, dipinto ad olio

In ambito biologico, la morte (dal latino mors) può essere definita in negativo, come la permanente cessazione di tutte le funzioni vitali dell’essere vivente, ovvero dell’organismo vivente: quindi la fine della vita. Determinare, però, quando una permanente cessazione di tutte le funzioni vitali sia avvenuta non è facile, visto che la vita e conseguentemente la morte, è un fenomeno emergente da una struttura che è l’organismo stesso. Per spiegare la cosa con un esempio comprensibile e riferibile a un animale superiore, ci sono modalità di morte cerebrale che precedono la cessazione del battito cardiaco, che a cascata precede tutta una serie di arresti di processi biochimici conducenti alla morte (necrosi o apoptosi) cellulare di tutte le singole cellule costituenti l’organismo. La definizione si è evoluta, nel tempo, insieme ai cambiamenti culturali, religiosi e scientifici. La morte viene, sempre, considerata come un processo: con la locuzione morte biologica ci si riferisce alla conclusione di tale processo in riferimento a un organismo vivente, ovvero alla dissoluzione dell’organismo stesso.

Significato biologico della morte[modifica | modifica wikitesto]

La morte, intesa come morte individuale, non deve essere confusa con la morte (o estinzione) di una intera specie. Dal punto di vista evolutivo, anzi, la morte individuale è una conseguenza e una necessità contenuta nel concetto di evoluzione. Secondo Danilo Mainardi:

«Il senso biologico della vita, se un senso c’è, consiste nel mantenimento della vita stessa, e tale mantenimento viene ottenuto con un continuo ricambio, sostituzione, evoluzione, degli individui. L’individuo, ogni individuo, non è che un limitato segmento di una lunghissima trama che si muove e si evolve nello spazio e nel tempo.[2]»

In tale processo, inoltre, intervengono:

Cenni medico-legali riferiti all’uomo[modifica | modifica wikitesto]

Diagnosi di morte: cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Bara di sicurezza degli anni Venti dell’Ottocento

Nel I secolo Celso scriveva: Democrito, un uomo di ben meritata celebrità ha dichiarato che in realtà non c’è nessuna sufficientemente certa caratteristica della morte su cui il medico possa basarsi[3]. Molto più tardi Montgomery facendo rapporto sull’evacuazione del cimitero di Fort Randall ha dichiarato che quasi il 2% dei corpi esumati erano stati sepolti vivi[4]. Molta gente nel XIX secolo, allarmata dalla frequenza di casi di sepolture premature, richiese, come parte delle ultime cerimonie, che fossero praticate ferite o mutilazioni per assicurarsi che nessuno si sarebbe svegliato. Anche l’imbalsamazione ricevette un considerevole impulso a causa della paura di una sepoltura prematura. Si arrivò anche al punto di installare campanelli collegati alle bare, che avrebbero allertato i custodi dei cimiteri nel caso in cui il sepolto si potesse essere risvegliato[5]. Determinante fu quanto accadde il 5 agosto 1968 e di conseguenza il Journal of the American Medical Association pubblicò un articolo intitolato “Una definizione di coma irreversibile”, in cui il Comitato ad hoc dell’Harvard Medical School adottava il coma irreversibile, cioè la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, come nuova definizione di morte[6].

Diagnosi di morte: normativa italiana[modifica | modifica wikitesto]

In medicina legale la morte si identifica come la cessazione irreversibile delle funzioni dell’encefalo in congruenza con la legge del 29 dicembre 1993, n. 578.[7] Per accertare la morte il medico deve attenersi alle regole tecniche della semeiotica tanatologica e tenere presenti le disposizioni di legge in materia di decessi. Alcuni scopi per i quali si effettua la diagnosi di morte sono:

  • clinici: questa diagnosi compete al medico curante quando il decesso della persona assistita è avvenuto nel proprio domicilio o in ospedale per rendere edotti della morte i familiari. Serve, inoltre, per cessare il trattamento terapeutico e ogni altra forma di assistenza clinica, per autorizzare il trasporto della salma alle sale mortuarie, per richiedere ed effettuare il riscontro diagnostico, per adottare eventuali provvedimenti igienici in caso di morte da malattia contagiosa. In caso di incidente stradale o altro fatto delittuoso, l’accertamento è necessario per decidere se la vittima è solo apparentemente inanimata e dev’essere trasportata in ospedale, oppure, se è già cadavere non può essere rimossa come ogni altro corpo di reato (art. 253 c.p.p.).
  • legali: serve per la denuncia al sindaco delle cause di morte e per la dichiarazione della morte all’ufficiale di stato civile in cui registrare la morte e autorizzare che la salma venga sepolta. La dichiarazione di morte legale comporta quelle conseguenze giuridiche presenti dall’estinzione della persona: successioni, trapasso di proprietà, cambio di stato civile del coniuge, reversibilità o rendite ad aventi diritto, ecc.
  • scopo di prelievo: la legge sul prelievo di organi detta le norme legali per l’accertamento della morte cardiaca o cerebrale fatto da collegi medici appositi con lo scopo di prelevare in tempo utile le parti da trapiantare.

Pioggia

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Pioggia

Pioggia

Pioggia (tacuinum sanitatiscasanatense, XIV secolo)

La pioggia è la più comune precipitazione atmosferica e si forma quando gocce separate di acqua cadono al suolo dalle nuvole. Il suo codice METAR è RA (dall’inglese rain).

La pioggia gioca un ruolo fondamentale nel ciclo dell’acqua, nel quale il liquido che evapora dagli oceani sotto forma di vapore si condensa nelle nuvole e cade di nuovo a terra, ritornando negli oceani attraverso il ruscellamento, i laghi, i fiumi e le falde sotterranee, per ripetere nuovamente il ciclo. In tal modo si rende disponibile alla biosfera, permettendo lo sviluppo della flora e della fauna e l’abitabilità agli esseri umani.

In meteorologia l’ammontare della pioggia caduta si misura in millimetri (mm) attraverso i pluviometri o pluviografi: 1 mm di pioggia equivale a 1 litro d’acqua caduto su una superficie di 1 m². La quantità di pioggia ricevuta annualmente nelle varie zone terrestri ne classifica, assieme alla temperatura, il tipo di clima. Una parte della pioggia che cade dalle nuvole non riesce a raggiungere la superficie ed evapora nell’aria durante la fase di discesa, specialmente se attraversa aria secca; questo tipo di precipitazione è detta virga.

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Una nube è formata da miliardi di goccioline d’acqua, ciascuna delle quali è a sua volta formata da circa 550 milioni di molecole d’acqua. Queste goccioline sono il risultato dell’evaporazione dell’acqua da oceani, mari, corsi d’acqua dolce, vegetazione e suolo. Il vapore acqueo viene quindi portato verso l’alto da correnti ascendenti; salendo, l’aria si raffredda e raggiunge la saturazione. Tuttavia questo non è sufficiente per provocare la condensazione del vapore, dato che la goccia d’acqua formatasi tende a sua volta ad evaporare. In condizioni normali non si potrebbe avere la condensazione del vapore e quindi la formazione di nubi, neanche in presenza di sovrasaturazioni del 500%. Fortunatamente, nell’aria sono presenti particelle di pulviscolo atmosferico e cristalli di ghiaccio che agiscono come “nuclei igroscopici” o “di condensazione” (di dimensioni comprese tra 0,1 e 4 µm) che promuovono e agevolano la trasformazione di stato delle particelle di vapore.

Le precipitazioni e quindi la pioggia possono avvenire però solo quando la forza peso risulterà maggiore della resistenza offerta dal moto ascendente che ha portato alla formazione della nube stessa e che tende a mantenere le goccioline in sospensione. Occorrono centinaia di milioni di goccioline di nube per formare una goccia di pioggia del diametro compreso tra 200 µm e qualche millimetro. I due principali meccanismi di formazione sono l’accrescimento per coalescenza e il processo Bergeron-Findeisen.

Accrescimento per coalescenza[modifica | modifica wikitesto]

Questo fenomeno accade nelle cosiddette nubi calde con temperatura superiore a 0 °C. Le goccioline di nube più grandi, spinte verso l’alto dalle correnti ascendenti, collidono con le goccioline più piccole e in seguito a ciò, aumentano di dimensioni. Una volta raggiunto il diametro di 200 µm, le correnti ascensionali non sono più in grado di mantenerle in sospensione e quindi cominciano a cadere, ingrandendosi ulteriormente. Il processo è particolarmente efficace nel caso di moti turbolenti.

Processo Bergeron-Findeisen[modifica | modifica wikitesto]

Nelle cosiddette nubi fredde, immerse nell’atmosfera a temperature inferiori a 0 °C, il processo avviene a causa dei nuclei glaciogeni che attraggono su sé stessi le goccioline di vapore, formando microcristalli di ghiaccio. Questi s’ingrandiscono attirando le molecole di vapore, che perdono così più molecole per l’evaporazione di quante non ne perdano i microcristalli di ghiaccio. Questo è dovuto al differente valore della tensione di vapore fra il ghiaccio e l’acqua liquida. Con questo processo si producono cristalli di ghiaccio di qualche centinaio di micrometri, che risultano grandi abbastanza per cadere dalla nuvola. Durante la caduta questi cristalli possono ingrandirsi ancora per coalescenza, sia urtando gocce e goccioline sopraffuse, sia scontrandosi con altri cristalli. Una volta usciti dalla nube, se la temperatura rimane negativa o poco superiore allo zero cadono come cristalli di neve, altrimenti si trasformano in gocce di pioggia.

Cause[modifica | modifica wikitesto]

Pioggia convettiva

Nonostante il meccanismo di formazione della pioggia sia sempre pressoché lo stesso, le cause dell’innesco di questo fenomeno possono avere varie origini:

  • lo scontro tra fronti caldi e freddi che provoca un moto ascendente di aria umida, che raggiunge quindi il punto di rugiada e inizia il processo di coalescenza.
  • la pioggia convettiva, causata da un forte riscaldamento del suolo diurno che provoca un moto convettivo di umidità anche molto intenso che può scatenare temporali, in genere limitati ad un’area geografica circoscritta.
  • il sollevamento orografico per via della morfologia del terreno che obbliga aria umida a risalire e quindi scaricare l’acqua sotto forma di pioggia. È tipico in questo caso la formazione di un’ombra pluviometrica.
  • grandi eventi atmosferici che periodicamente provocano la pioggia, come i monsoni o i cicloni tropicali.
  • tecniche artificiali come l’inseminazione delle nuvole.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Gocce di pioggia

Le gocce di pioggia sono spesso descritte e raffigurate come a “forma di lacrima”, tonde sul fondo e più strette verso la cima, ma questo è scorretto (solo le gocce d’acqua che gocciolano da qualche sorgente sono a forma di lacrima al momento che si formano). Le gocce di pioggia piccole sono quasi sferiche. Le gocce più grandi sono molto appiattite a forma di panino, quelle più grandi ancora sono a forma di paracadute. Le gocce di pioggia che risultano dallo scioglimento poco tempo prima di un fiocco di neve sono grandi e formano una rosellina di gocce più piccole quando arrivano al suolo. In media le gocce sono 1–2 mm di diametro, le più grosse sono state registrate in Brasile e nelle Isole Marshall nel 2004 con più di 1 cm di diametro. Questa grandezza è stata spiegata con la condensazione di grandi particelle di fumo o di collisione tra gocce in zone relativamente piccole con un contenuto d’acqua particolarmente notevole.

Generalmente la pioggia ha un pH leggermente inferiore a 6, cioè debolmente acido a causa dell’assorbimento di anidride carbonica dall’atmosfera, che a contatto con l’acqua delle goccioline dà luogo alla formazione di quantità minime di acido carbonico. In alcune aree desertiche, il pulviscolo atmosferico contiene tanto bicarbonato di calcio da bilanciare la naturale acidità della precipitazione e quindi la pioggia può essere neutra o addirittura alcalina.

La pioggia con un pH inferiore a 5,6 è considerata pioggia acida.

L’odore caratteristico che accompagna talvolta la pioggia è quello dell’ozono. Infatti, quando l’ossigeno atmosferico viene percorso da scariche elettriche (in questo caso i fulmini), perde l’originale struttura biatomica per assumere quella triatomica, l’ozono appunto. L’odore che segue una pioggia dopo un periodo di siccità viene detto “petricor“.

Sciopero

Sciopero

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Sciopero (disambigua).

Lavoratori in sciopero durante l’Autunno caldo del 1969

«Lo sciopero come diritto individuale ad esercizio collettivo è un dogma fondato sulla ragione
(Gino Giugni[1])

Lo sciopero è un’astensione collettiva dal lavoro da parte di lavoratori subordinati, spesso promossa dai sindacati (ma è concepibile anche uno sciopero proclamato da gruppi intra-aziendali o interaziendali, senza alcun intervento del sindacato), avente per finalità quella di ottenere, esercitando una pressione sui datori di lavoro, un miglioramento delle condizioni lavorative rispetto a quelle disciplinate dal contratto collettivo nazionale di lavoro.[2][3]

Diversa è la serrata, la quale consiste in una temporanea sospensione dal lavoro disposta dal datore, finalizzata a far pressione sui lavoratori per motivi contrattuali o per indurli a rinunciare a un’agitazione volta ad ottenere migliori condizioni economiche. La Costituzione Italiana, pur non contemplando la serrata, sembra contenere un tacito divieto a tale pratica, e un eventuale intervento del legislatore volto a sanzionarla penalmente sarebbe costituzionalmente lecito, ma solo se contemporaneamente fosse introdotta una regolamentazione giuridica del diritto di sciopero.[2]

Tipologie[modifica | modifica wikitesto]

Esistono diverse modalità di sciopero, non tutte legittime. La linea di discriminazione della legittimità di uno sciopero si rinveniva nel principio giurisprudenziale della proporzionalità tra l’astensione e il danno arrecato al datore di lavoro, per cui se il danno subìto dal datore di lavoro era superiore rispetto al sacrificio sopportato dai lavoratori con lo sciopero, esso era ritenuto illegittimo.

Questo orientamento giurisprudenziale è stato mutato dalla Cassazione italiana nel 1980 (sentenza Corte di Cassazione 30 gennaio 1980 n. 711), che ora ritiene legittime anche le cosiddette forme anomale di sciopero, anche nel caso in cui comportino un sacrificio maggiore per il datore di lavoro. Ciò deriva dal fatto che il legislatore italiano non ha ancora dato attuazione all’art. 40 della Costituzione e di conseguenza non ha previsto le modalità con cui lo sciopero può essere attuato (limiti interni); quindi qualsiasi modalità, che non costituisca reato, è ritenuta legittima. Gli unici limiti al diritto di sciopero riconosciuti dalla giurisprudenza, sono limiti esterni.

Essi sono costituiti dagli altri diritti parimenti tutelati dalla Costituzione, come il diritto alla vita e all’integrità fisica ad esempio, ma anche altri come la libertà di iniziativa economica sancita dall’art. 41 della Costituzione. Conciliare il diritto di sciopero con questa libertà imprenditoriale è stato più complicato, ma il confine tra legittimità e illegittimità dell’azione sindacale è stato individuato dalla giurisprudenza nel cosiddetto danno alla produttività. Esso è costituito da un danno tale, alle persone o ai macchinari o ai locali aziendali, che non consenta di riprendere l’attività lavorativa una volta che sia cessato lo sciopero. La giurisprudenza, invece, ritiene che sia sempre insito nello sciopero e che sia legittimo il danno alla produzione, che è la perdita economica sopportata dal datore di lavoro durante lo sciopero (sentenza Corte di Cassazione 30 gennaio 1980 n. 711).

Nel gergo sindacale si sono date molte definizioni di sciopero a seconda delle diverse modalità o ampiezza della platea di lavoratori in rivendicazione o protesta ad esempio: si parla di sciopero generale quando l’astensione dal lavoro riguarda tutti i lavoratori di un paese, settoriale se interessa un solo settore economico o una categoria di lavoratori (metalmeccanici, chimici, ecc.), locale se sono interessati i lavoratori di una certa zona.

Si parla di sciopero bianco quando i lavoratori anziché astenersi dal lavoro applicano alla lettera i regolamenti, causando disagi, clamoroso fu il caso di sciopero bianco applicato dalle guardie di frontiera negli anni ottanta.

Lo sciopero a gatto selvaggio indica lo sciopero in cui, in una catena di montaggio, le varie sezioni scioperano in tempi diversi, in modo da arrestare la produzione per il massimo tempo possibile.

Vi sono poi i cosiddetti “scioperi articolati” di cui fanno parte:

  • Lo sciopero a singhiozzo è caratterizzato da interruzioni brevi (10 minuti ogni ora ad esempio). Tale modalità di sciopero, prima ritenuta illegittima, è oggi considerata lecita anche sul piano civile (sentenza Corte di Cassazione 30 gennaio 1980 n. 711), ma è consentito al datore di lavoro di rifiutare le prestazioni comunque offerte se ritiene che non siano proficuamente utilizzabili (sentenza Corte di Cassazione 28 ottobre 1991 n. 11477).
  • Lo sciopero a scacchiera in cui vi è un’astensione dal lavoro effettuata in tempi diversi, da diversi gruppi di lavoratori, le cui attività siano interdipendenti nell’organizzazione del lavoro.

Queste due forme di sciopero sono volte ad alterare i nessi funzionali che collegano i vari elementi dell’organizzazione, in modo da produrre il massimo danno per la controparte con la minima perdita di retribuzione per gli scioperanti.

Lo sciopero con corteo interno indica invece uno sciopero in cui i manifestanti, anziché organizzare picchetti agli ingressi del luogo di lavoro, si muovono in formazione all’interno bloccando i vari reparti che attraversano.

Lineamenti giuridici[modifica | modifica wikitesto]

Il diritto di sciopero nell’ordinamento giuridico italiano[modifica | modifica wikitesto]

L’articolo 40 della Costituzione italiana disciplina il diritto di sciopero, stabilendo che esso «si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».

Con la legge n. 146 del 12 giugno 1990[4] si sono stabilite norme sull’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali – che possono essere considerati, ai sensi dell’articolo 1, comma 1, «quelli volti a garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente tutelati, alla vita, alla salute, alla libertà ed alla sicurezza, alla libertà di circolazione, all’assistenza e previdenza sociale, all’istruzione ed alla libertà di comunicazione» –, le quali comprendono le regole sulle modalità e i tempi dello sciopero sanzionando eventuali violazioni. In alcuni servizi di interesse pubblico lo sciopero può essere annullato di fatto tramite la precettazione da parte delle autorità di pubblica sicurezza, dei Trasporti o della Sanità.

Durante i picchetti, la delegazione di scioperanti che rimane agli ingressi e alle uscite dei luoghi di lavoro, non può trattenere quanti manifestano l’intenzione di entrare nel luogo di lavoro, oppure di uscire, altrimenti si verificherebbe il cosiddetto picchettaggio violento o blocco dei cancelli, riconducibili alla violenza privata (articolo 610 c.p.). Impedire l’uscita di una persona dal luogo di lavoro configura un reato di sequestro di persona; diverso, è porre degli ostacoli all’ingresso dei colleghi, che rimangono liberi di muoversi fuori dalla sede di lavoro, in uno spazio aperto. Il danno per l’azienda associato a uno sciopero è quantificabile in prima approssimazione con la perdita di produttività di una giornata di lavoro. La produttività può a sua volta essere misurata come fatturato o margine operativo netto per addetto, riportata su scala giornaliera.

Un tema che ha dato luogo a controversie sul lavoro in tema di sciopero è quello della sostituzione dei lavoratori scioperanti. Le controversie in questione sono promosse ai sensi dell’articolo 28 della L. n. 300 del 20 maggio 1970 (cosiddetto Statuto dei lavoratori), rubricato «repressione della condotta antisindacale».[5] In caso di sciopero, può accadere che il datore di lavoro reagisca sostituendo i lavoratori in sciopero con quelli che hanno deciso di astenersi dall’esercizio di tale diritto (cosiddetto crumiraggio interno), ovvero che ricorra a personale esterno all’impresa (cosiddetto crumiraggio esterno).[6]

Riguardo al cosiddetto crumiraggio interno la giurisprudenza ha elaborato linee guida per stabilire la legittimità o l’illegittimità di questa pratica. Tale sostituzione è considerata legittima quando sia adottata nel rispetto del principio di equivalenza delle mansioni previsto dall’articolo 2103 c.c..[7] La sostituzione con lavoratori interni astenutisi dallo sciopero, o appartenenti a settori non interessati dall’astensione dal lavoro, è altresì ammessa nel caso in cui il lavoratore sia adibito a mansioni superiori. La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12811 del 3 giugno 2009, ha optato per l’illegittimità della sostituzione del lavoratore scioperante se questa comporta l’adibizione a mansioni inferiori di un lavoratore astenutosi dall’esercizio del diritto allo sciopero, ovvero appartenente ad un ramo d’impresa non interessato da tale astensione, violando così il disposto dell’articolo 2103 c.c..[8]

Al datore di lavoro è fatto espresso divieto, ai sensi dell’articolo 3, lettera a), del decreto delegato n. 368/2001, di assumere lavoratori a tempo determinato «per la sostituzione di lavoratori che esercitano il diritto di sciopero».[9] Analoghi divieti sono imposti dal decreto delegato n. 276/2003 con riguardo alla somministrazione di lavoro (articolo 20, comma 5)[10]e al lavoro intermittente (articolo 34, comma 3)[11].

Le pratiche dette in precedenza sono illecite anche quando lo sciopero è stato vietato dalla precettazione del Ministero competente. Il mancato rispetto della precettazione è un reato di interruzione di pubblico servizio, ma non è “giusta causa” di licenziamento.

Il diritto di sciopero negli ordinamenti giuridici