Autore: giuliozignani

Chi è Gesù Cristo

6 Nuove Scioccanti Scoperte Su Gesù di Nazareth

6 Nuove Scioccanti Scoperte Su Gesù di Nazareth

Gesù di Nazareth è un personaggio da sempre al centro di dibattiti. Alcune nuove scoperte archeologiche possono aiutarci a fare luce su questa affascinante figura.

L’entrata nel Centro Internazionale Maria di Nazareth in centro a Nazareth non colpisce lo sguardo di chi vi entra. Si tratta di un semplice passaggio a fianco alla stretta Via Casa Nova, a poche centinaia di metri dalla Basilica dell’Annunciazione.

Eppure all’interno di questo centro evangelico Cattolico costruito di recente, risiede una scoperta incredibile che ha avuto un enorme impatto nel mondo dell’archeologia biblica: i resti di una casa in pietra del primo secolo risalente con certezza ai primi periodi romani in Palestina.

Gli scavi di Nazareth sono la prima concreta prova archeologica che ai tempi di Gesù di Nazareth effettivamente esistesse Nazareth e, a giudicare dalle tazze in calcare trovate sul luogo, che fosse abitata quasi certamente da Ebrei osservanti.

Questo risponde definitivamente ad una delle grandi obiezioni fatte da coloro che dichiarano che Gesù di Nazareth non sia mai esistito e che i Vangeli siano tutta una finzione:

“Noi sappiamo che Gesù di Nazareth non è mai esistito perché non c’è mai stato un villaggio chiamato Nazareth”.

Incredibilmente, gli scavi archeologici a Nazareth sono solamente una tra le dozzine di importanti recenti scoperte che stanno obbligando molti studiosi laici, ebrei ed agnostici, nelle università migliori in tutto il mondo, a rivedere le vecchie teorie scettiche su chi fosse Gesù e quali obiettivi avesse.

Gesù di Nazareth

Molte persone tra i banchi universitari però ancora non hanno sentito di queste incredibili scoperte dell’ultima ora.

Gli esperti continuano a ripetere ai media le stesse teorie, ormai sempre più discreditate, che risalgono al periodo a cavallo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo.

Ad esempio, che Gesù di Nazareth fosse un “profeta apocalittico” che credeva che il mondo stesse per finire da lì a breve o che egli fosse un rivoluzionario “zelota” che progettava un violento colpo di stato contro le forze romane.

Nonostante questo, alcune importanti recenti scoperte archeologiche e sviluppi negli studi del Nuovo Testamento stanno mettendo in discussione queste teorie, ormai obsolete.

Scoperta N° 1: le persone ed i luoghi menzionati nei Vangeli sono realmente esistiti.

Come per la maggior parte dei personaggi della storia antica, ci sono poche prove archeologiche per molti dei personaggi del Nuovo Testamento, Gesù incluso.

Negli ultimi anni però, gli archeologi hanno portato alla luce alcuni ritrovamenti strabilianti, inclusa la scatola funeraria (ossario) del sommo sacerdote Caiafa e, forse, quella di Giacomo il Giusto, il presunto fratello/fratellastro/parente stretto di Gesù di Nazareth.

Gli esperti sono ormai convinti che l’ossario di Caiafa sia autentico. Invece è ancora aperto e acceso il dibattito sull’ossario di Giacomo, possibile che sia autentico anch’esso.

Risalente al primo secolo D.C., ha inscritte sul fianco le parole in aramaico Ya’akov bar-Yosef akhui diYeshua (Giacomo figlio di Giuseppe, fratello di Gesù).

Alcuni archeologi credono che l’ossario e le parole “Giacomo figlio di Giuseppe” inscritte su di esso siano autentiche, risalenti al primo secolo D.C., ma che le parole “fratello di Gesù” siano state aggiunte in seguito da un mastro fabbro.

Nel caso entrambi le parti fossero autentiche, come sostengono alcuni studiosi evangelici come Ben Witherington III, allora rappresenterebbe la prima prova archeologica in assoluto a conferma della storicità di Gesù.

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La risposta della Bibbia

Sì, la Bibbia fornisce prove inconfutabili dell’esistenza di Dio. Ci incoraggia a coltivare fede in lui, non credendo ciecamente alle asserzioni religiose bensì usando la nostra “facoltà di ragionare” e “percezione mentale” (Romani 12:1;1 Giovanni 5:20, nota in calce). Esaminate i seguenti ragionamenti basati sulla Bibbia.

  • L’esistenza di un universo ordinato che ospita la vita addita l’esistenza di un Creatore. La Bibbia dice: “Naturalmente, ogni casa è costruita da qualcuno, ma chi ha costruito tutte le cose è Dio” (Ebrei 3:4). Nonostante sia un ragionamento semplice, molte persone istruite lo trovano inoppugnabile. *

  • Quali esseri umani, abbiamo un desiderio innato di comprendere il significato e lo scopo della vita, desiderio che non si estingue soddisfacendo le proprie necessità fisiche. Esso ha a che fare con quello che la Bibbia chiama il nostro “bisogno spirituale”, il quale include il desiderio di conoscere e adorare Dio (Matteo 5:3;Rivelazione [Apocalisse] 4:11). Tale bisogno spirituale non dimostra soltanto l’esistenza di Dio, ma indica anche che è un Creatore amorevole il quale vuole che lo soddisfiamo (Matteo 4:4).

  • La Bibbia riporta profezie dettagliate scritte con secoli di anticipo che si sono avverate nei minimi particolari. L’accuratezza e la precisione di tali predizioni suggeriscono con forza che queste vengono da una fonte sovrumana (2 Pietro 1:21).

  • Terra vista dallo spazio

    Gli scrittori della Bibbia avevano cognizioni scientifiche che superavano quelle dei loro contemporanei. Ad esempio, nei tempi antichi molti credevano che la terra fosse sostenuta da un animale, come un elefante, un cinghiale o un bue. La Bibbia invece dice che Dio “sospende la terra sul nulla” (Giobbe 26:7). Inoltre descrive correttamente la forma della terra affermando che è un “circolo”, o “globo” (Isaia 40:22Nuova Diodati). Molti credono che la ragione più plausibile per cui gli scrittori della Bibbia possedevano una conoscenza così avanzata è che avevano ricevuto le loro informazioni da Dio.

  • La Bibbia risponde a molte domande impegnative, quel tipo di domande che, se non ricevono risposte soddisfacenti, possono portare le persone all’ateismo. Per esempio: Se Dio è amorevole e onnipotente, perché il mondo è pieno di sofferenza e malvagità? Come mai la religione esercita spesso un’influenza negativa invece che positiva? (Tito 1:16).

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Pilato

Ponzio Pilato

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Ponzio Pilato
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Nome originale “Quintus Pontius Pilatus”
Predecessore Valerio Grato
Successore Marcello
Consorte Claudia Procula
Procurator Augusti dal 26 d.C. al 36 d.C.
San Ponzio
Duccio maesta detail4.jpg

Ponzio Pilato riceve Gesù, da un dipinto di Duccio di Buoninsegna.

Venerato da Chiesa ortodossa etiope
Canonizzazione VI secolo
Ricorrenza 25 giugno[1]

Ponzio Pilato (in latinoPontius Pilatus; in greco: Πόντιος Πιλᾶτος; in ebraico: פונטיוס פילאטוס; floruit 26-36; … – I secolo) è stato un politico romano.

Nei Vangeli, Pilato è colui che condanna a morte Gesù.

Pilato è ricordato come martire dalla Chiesa copta e come santo dalla Chiesa etiope[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I dettagli biografici di Pilato prima e dopo la sua nomina in Giudea non sono certi, sebbene il suo nome sembri rimandare ad un’origine sannita.[2]

Oltre che dai vangeli, le vicende di Ponzio Pilato ci sono note anche dai resoconti di due autori ebrei del tempo: Flavio Giuseppe e Filone di Alessandria[3]. Un breve accenno è inoltre presente in Tacito.[3]

Fu il quinto prefetto della prefettura della Giudea, su nomina di Seiano e in carica tra gli anni 26 e 36; è famoso per il ruolo che svolse nella passione di Gesù, secondo quanto testimoniano i vangeli, in quanto fu giudice del processo di Gesù e ne ordinò la flagellazione e la crocifissione.

Pilato compare in tutti e quattro i vangeli canonici. Il Vangelo secondo Marco mostra Gesù innocente dell’accusa di aver complottato contro l’Impero romano e raffigura Pilato come estremamente riluttante a giustiziarlo, dando la colpa alle gerarchie giudaiche per la condanna, anche se Pilato era l’unica autorità in grado di decidere una condanna a morte. Nel Vangelo secondo Matteo, Pilato si lava le mani del caso e, riluttante, manda Gesù a morte. Nel Vangelo secondo Luca, Pilato riconosce che Gesù non aveva minacciato l’Impero. Nel Vangelo secondo Giovanni, Pilato interroga Gesù, il quale non afferma di essere né il Figlio dell’Uomo né il Messia, ma gli dà conferma rispondendo “tu lo dici: io sono ” (Gv 18,37).[4]

Ecce Homo, dipinto di Antonio Ciseri, raffigurante Ponzio Pilato che presenta Gesù flagellato alla gente di Gerusalemme.

Secondo quanto riportato da Flavio Giuseppe, Pilato provò senza successo a romanizzare la provincia romana della Giudea, introducendo immagini dell’imperatore a Gerusalemme (cosa che suscitò una forte protesta perché la legge ebraica non lo consentiva)[5] e provando a costruire un acquedotto con i fondi che si raccoglievano nel Tempio.[6] I contrasti con la popolazione locale lo portarono a trasferire la capitale della regione da Cesarea a Gerusalemme, per poter meglio controllare le continue ribellioni.[senza fonte]

Il governatore della SiriaLucio Vitellio, lo destituì nell’anno 36 o 37 a causa della durezza con la quale aveva represso i Samaritani che avevano messo in atto la rivolta del monte Garizim e l’imperatore Caligola lo mandò in Gallia (37–41).[7] Al suo ruolo di prefetto della Giudea subentrò Marcello.

Filone di Alessandria racconta che era corrotto, licenzioso e crudele, che rubava e che condannava senza processo.[8] Eusebio di Cesarea, citando degli scritti apocrifi, afferma che Pilato non ebbe fortuna sotto il regno di Caligola e si suicidò nella città gallica di Vienne.[9]Secondo Agapio di Ierapoli, Pilato si suicidò durante il primo anno del regno di Caligola.[10]

Ruolo nella passione di Gesù[modifica | modifica wikitesto]

Statua di Ponzio Pilato, a San Giovanni Rotondo, sul percorso della Via Crucis monumentale, nella stazione di “Gesù condannato a morte”.

Negli scritti cristiani[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il Nuovo Testamento, Gesù fu portato al cospetto di Pilato dalle autorità ebraiche di Gerusalemme, le quali dopo averlo arrestato, lo interrogarono e ricevettero delle risposte che lo fecero considerare blasfemo.

La domanda più importante che Pilato fece a Gesù fu se lui considerasse se stesso come re dei Giudei. Nella prosecuzione dell’interrogatorio, secondo il Vangelo secondo Giovanni, Gesù affermò di essere venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità e proseguì dicendo: Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Al che Pilato chiese: Che cos’è la verità?. Pilato tentò di non condannare Gesù e, visto che in occasione della Pasqua era usanza che fosse liberato un prigioniero, Pilato lasciò al popolo la scelta tra Gesù e un assassino di nome Barabba.

Nel Vangelo secondo Matteo ci sono altri due elementi, un intervento della moglie di Pilato, Claudia Procula, la quale gli consiglia di rilasciare Gesù, e l’episodio di Pilato che si lava le mani davanti alla folla dicendo: Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!. Da questo gesto nasce il detto: lavarsi le mani per indicare il gesto di una persona che non prende posizione e lascia che altri prendano una decisione.

Pilato è anche presente negli Atti di Pilato, un apocrifo del II/III secolo.

Fonti antiche non cristiane[modifica | modifica wikitesto]

Altri testi che ci parlano di lui in relazione a Gesù sono un brano dello storico giudeo Flavio Giuseppe risalente all’anno 93 o 94:

«Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia di altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani.»

Questo passaggio, noto come Testimonium Flavianum, è da tempo oggetto di discussione a causa del suo tono celebrativo: la maggioranza degli studiosi lo ritiene autentico nella sostanza ma oggetto di interpolazioni da parte di copisti medievali. In un manoscritto arabo del X secolo ne è ad esempio documentata una versione con le stesse informazioni ma in una versione più scarna e priva degli elementi celebrativi.

Un riferimento a Pilato è inoltre presente nel brano dello storico romano Tacito risalente all’anno 116 o 117:

«Cristo era stato ucciso sotto l’imperatore Tiberio dal procuratore Pilato; questa esecrabile superstizione, momentaneamente repressa, è iniziata di nuovo, non solo in Giudea, origine del male, ma anche nell’Urbe (Roma), luogo nel quale confluiscono e dove si celebrano ogni tipo di atrocità e vergogne.»

Secondo alcuni in questo passo di Tacito ci sarebbe un errore: a Pilato infatti viene assegnato il ruolo di procuratore e non quello di prefetto, mentre tale titolo, a parere di alcuni studiosi, entrò in uso solo dal 44. Altri fanno però notare come il termine “procuratore” venga però attribuito da Flavio Giuseppe anche a Coponio, il primo prefectus cum iure gladii della Giudea appena diventata provincia romana.[11] Questo dimostrerebbe una certa confusione nell’uso dei termini da parte degli storici antichi: prefetto indicava un ruolo militare, procuratore un ruolo legato alle finanze. Inoltre, che Pilato venisse anche qualificato con il titolo di Prefetto è confermato dal recente rinvenimento dell’iscrizione di Cesarea in cui è appunto definito Prefetto della Giudea (dettagli nella sezione successiva).

Iscrizione di Cesarea di Palestina[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Iscrizione di Pilato.

Copia dell’iscrizione trovata presso il teatro di Cesarea marittima nel 1961. Vi si leggono il committente, con il gentilizio Pontius e il cognomenPilatus, la carica dello stesso, Prefectus Iudeae (prefetto della Giudea), il nome del dedicatario, Tiberiéum.

Nel 1961 presso l’anfiteatro romano di Cesarea è stata infine rinvenuta casualmente una lapide risalente al periodo tiberiano sulla quale Pilato veniva menzionato nell’incisione incompleta che recita: “[Caesarensibu]s Tiberiéum/[Pon]tius Pilatus/[Praef]ectus Iuda[ea]e”.[12] traducibile forse come “presso i Cesarensi, Ponzio Pilato, Prefetto di Giudea, [dedicato a] Tiberio”. Altre interpretazioni riferiscono di una possibile attestazione di lavori effettuati da Pilato presso l’anfiteatro della città, forse colpita da un terremoto o della presenza sul luogo del ritrovamento di un tempio realizzato in onore dell’imperatore da Pilato.[13]

Pilato nella Chiesa ortodossa etiope[modifica | modifica wikitesto]

La Chiesa ortodossa etiope segue una tradizione secondo cui, dopo il processo a Gesù, Pilato si convertì; e lo venera come santo, celebrandone la ricorrenza il 25 giugno.[1] Secondo altre tradizioni si suicidò.

Resti di Peltuinum, in provincia dell’Aquila, dove Pilato avrebbe posseduto la villa dell’esilio

Nella leggenda[modifica | modifica wikitesto]

Fontana Fraterna di Isernia: una iscrizione romana di dedica a Pilato ha fatto ipotizzare che egli avesse vissuto nella città pentra

La tradizione cristiana ha generato leggende in competizione tra loro sul suo luogo di nascita.

Numerose località si contendono l’onore di avergli dato i natali o di averlo ospitato al suo rientro in Italiadopo i fatti evangelici. Ad esempio, a San Pio di Fontecchio (AQ) vi è un monte detto Montagna di Pilato dove la tradizione locale colloca la villa in cui Pilato si ritirò prima di morire. Il ritrovamento in tempi recenti di resti di edifici romani ha stimolato ulteriormente questa leggenda.

Altre leggende parlano delle rovine romane di Peltuinum presso L’Aquila. Vi è anche una rivendicazione molisana sulla città natale di Pilato, ossia Isernia, per un’iscrizione romana di dedica sulla storica Fontana Fraterna.

Un’altra leggenda narra che la villa di Pilato fosse localizzata a Tussio (AQ), nelle vicinanze dell’antica Peltuinum. Ad avvalorare la tesi è sopravvenuto il ritrovamento di due leoni in pietra risalenti al I secolo, che porterebbero invece ad indicarne la tomba. Sempre a Pilato viene accreditata l’introduzione nella altopiano di Navelli dello zafferano (Crocus sativus).

Secondo un’altra leggenda Pilato fu esiliato dall’imperatore Caligola a Vienne in Francia e vi è morto suicida. Sulla via per Vienne avrebbe soggiornato prima a Torino, nella Porta Palatina, poi a Nus in Valle d’Aosta, dove il castello è noto col nome di “Castello di Pilato“, nonostante la costruzione attuale risalga al medioevo.

Altra leggenda vuole i suoi natali ad Atina (FR).

La leggenda che vuole Bisenti (TE) quale patria di Ponzio Pilato, a differenza delle altre leggende riferite ad altri luoghi, è molto articolata. Non si limita ad affermare che il prefetto sia nato a Bisenti, ma spiega i dettagli dell’origine bisentina del preside romano. Secondo questa tradizione, tramandata di generazione in generazione, un avo del celebre funzionario romano, Ponzio Aquila, avrebbe partecipato alla congiura delle idi di Marzo contro Giulio Cesare; con il ristabilirsi dell’ordine pubblico, le famiglie dei cesaricidi furono confinate presso le colonie romane e tra queste i Ponzi furono esiliati in quel di Berethra (antico nome di Bisenti dal greco BARATRON “valle stretta e profonda”). Nato e cresciuto in questa località, il giovane e futuro prefetto avrebbe avuto dunque la possibilità di conoscere le tradizioni ebraiche ed apprendere una la lingua “straniera”, l’aramaico. L’allora Berethra, infatti, era è ubicata nel cuore di un territorio, dell’area centro-adriatica, conosciuto in antichità con la denominazione di “Palestina piceni” in quanto colonizzato nel 600 a.C. circa da popolazioni mediorientali provenienti dalla terra di Canaan.

Proprio la conoscenza del linguaggio e delle abitudini simil-giudaiche, apprese vivendo nella “Palestina Piceni”, avrebbero avvantaggiato il giovane militare Ponzio Pilato nella nomina di V prefetto della Giudea. A Bisenti è visitabile il luogo che la tradizione indica come casa natale di Ponzio Pilato. L’edificio, anche se modificato e ristrutturato nel corso dei secoli, conserva ancora, nel suo impianto, le caratteristiche di una tipica domus romana: un lato dello stabile presenta un porticato con un cortiletto o “vestibolo”, sul lastrico di tale corte si notano dei resti di una antica pavimentazione realizzata con ciottoli che formano delle particolari geometrie molto simili alle figurazioni dei mosaici che impreziosivano le ville romane.

A ridosso di tale cortiletto si trova un locale, l’“atrium” della “casa di Ponzio Pilato”. Al di sotto di tale area dell’edificio, sono presenti due enormi cisterne che, per le caratteristiche tecniche costruttive delle murature in “opus caementicium” e per la presenza di alcune tracce di intonaco impermeabile di tipo “opus signinum”, possono essere fatte risalire all’epoca romana. Sotto l‘ ”impluvium”, è ancora perfettamente conservato un qanat, un sistema di distribuzione idrico molto diffuso nei territori mediorientali. Non si può dunque escludere che il qanat di Bisenti sia stato realizzato proprio da Ponzio Pilato che, avendone appreso la tecnologia costruttiva in Giudea, una volta tornato in Abruzzo avrebbe costruito un sistema idrico del genere per captare le acque da una falda, incanalarle mediante una galleria sotterranea per alcuni chilometri e prelevarla, per le proprie esigenze personali, da un pozzo situato all’interno della sua casa e, per le necessità degli altri concittadini Berethriani, in una fonte di erogazione pubblica, oggi denominata “fonte vecchia”, della quale si possono ancora ammirare, integralmente preservate, i cunicoli di adduzione e le vasche di decantazione.

Comunque, ad avvalorare la leggenda che Pilato fosse di origine abruzzese, vi è l’ipotesi che lo fa discendere dalla famiglia Vestina dei Ponzi, da cui sarebbero usciti, al tempo della guerra sociale, gli avi di Ponzio Pilato quali condottieri dell’esercito sannita. Questa vecchia tradizione popolare è anche presente in un’opera minore di Ennio Flaiano. È anche riportata da Angelo Paratico in “Gli assassini del Karma” e da Giacomo Acerbo in “Fra due plotoni di esecuzione”.

La figura di Ponzio Pilato è legata a diverse tradizioni anche in provincia di Latina: l’isola di Ponza lega il suo nome ad una leggenda che lo vuole esiliato qui, mentre i suoi natali sono rivendicati anche dalle antiche città di Cori e Cisterna di Latina. Notevole è anche la tradizione attestata ad Ameria oggi Amelia dove oltre ad essersi tramandata la “leggenda” del Palazzo di Pilato ed essere attestata la presenza di una villa romana in località monte Pelato (ma forse più correttamente Pilato) nel XVI secolo un’iscrizione ritrovata nei pressi della chiesa Abbazia di San Secondo desta sicuramente una certa curiosità. Si parla infatti di un certo [‘Pilatus/IIII VIR/QUINQ (UENNALIS) (CIL, XI 4396)]. Tale iscrizione avvalorerebbe quanto riportato nel Vangelo Apocrifo degli Atti di Pilato dove più volte viene citata la Città di Ameria quale luogo di esilio e morte del governatore.

Circa la morte esistono diverse ipotesi: giustiziato dall’Imperatore Caligola; suicida in Gallia dopo esservi stato esiliato; penitente e convertito al Cristianesimo per influenza della moglie Claudia Procula (canonizzata dalla Chiesa greco-ortodossa); morto a Vienne o a Latina.[14]

Antoine de La Sale, scrittore e viaggiatore francese del XV secolo, riporta una leggenda raccolta durante un viaggio nell’Italia Centrale secondo cui Ponzio Pilato, riportato a Romada Vespasiano, fu fatto uccidere e il suo cadavere trasportato, su di un carro trainato da buoi, verso le pendici del Monte Vettore, nel massiccio dei Sibillini, per essere infine gettato nel lago che oggi porta il suo nome.

Influenza nella cultura e n

la persecuzione dei cristiani

Persecuzione dei cristiani nell’Impero romano

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I nomi di quattro martiri della “grande persecuzione” – Zoticos, Attalos, Kamasis, Filippos – sulla loro tomba, nella cripta della chiesa paleocristiana di Niculițel, in Romania.

Le persecuzioni dei cristiani nell’Impero romano consistettero in atti di aggressiva intolleranza popolare e nell’assimilazione della religione cristianaad un crimine contro lo Stato, con la conseguente condanna dei fedeli della nuova religione. Molti proclamarono comunque la propria fede accettando la prigionia, le torture, le deportazioni ed anche la morte: i martiri furono diverse migliaia[1].

Inizialmente tuttavia le autorità locali non ricercavano attivamente i cristiani; le loro comunità continuarono così a crescere, trovando anzi nel culto dei martiri nuovo vigore. Gli imperatori DecioValeriano e Diocleziano, spinti anche da considerazioni politiche, ordinarono pertanto persecuzioni più attive e severe, che tuttavia non arrivarono a sradicare il cristianesimo.

Nel 311 Galerio emanò l’Editto di Serdica che concedeva ai cristiani il perdono, poi confermata da Costantino I, che accordò al cristianesimo lo status di religio licita (“Editto di Milano“) nel 313. Gli ultimi strascichi delle persecuzioni si sovrapposero alle prime lotte contro gli eretici; dopo pochi decenni sarebbero iniziate le persecuzioni dei pagani.

Le fonti storiche[modifica | modifica wikitesto]

L’analisi di alcuni reperti e documenti contemporanei ed il raffronto tra i resoconti degli storici antichi ha consentito di pervenire ad un certo consenso sulla storia generale delle persecuzioni. L’indagine più dettagliata sulle vicende e sui singoli personaggi coinvolti si presenta più problematica in quanto può basarsi quasi esclusivamente su fonti cristiane.

Fonti cristiane[modifica | modifica wikitesto]

I principali autori cristiani utili per la storiografia sono:

  • Dei martiri PolicarpoGiustino e Cipriano sono rimasti alcuni importanti scritti.
  • Diverse notizie possono essere desunte dalle numerose opere di Tertulliano (circa 155-230), sebbene non fosse uno storico ma un apologeta intransigente.
  • Lattanzio (circa 250-327) è generalmente attribuito il De mortibus persecutorum, che si propone di istruire i cristiani sulla sorte dei nemici di Dio, a cominciare dai persecutori. Altre notizie utili sono fornite dalla sua opera Divinæ institutiones.
  • Le fonti più importanti sono probabilmente le opere di Eusebio (265-342), vescovo di Cesarea, in particolare la Storia ecclesiastica, il Chronicon e il De martyribus Palestinae. In esse Eusebio riporta sia eventi passati che altri a lui contemporanei, ma sulla sua attendibilità come storico i giudizi sono discordi.
  • Fra gli Atti dei martiri, solo pochissimi hanno valore storico.

Fonti latine[modifica | modifica wikitesto]

Un documento di eccezionale importanza è la corrispondenza tra Plinio il giovane e l’imperatore Traiano sulla condotta da tenere nei confronti dei cristiani.

Tacito rappresenta una fonte storica molto importante, ma solo per la persecuzione avvenuta sotto Nerone. Frammentarie notizie hanno lasciato SvetonioDione CassioPorfirioZosimoe altri.

Le motivazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il culto pubblico della tradizionale religione romana era strettamente intrecciato allo Stato: fare sacrifici agli dèi e rispettare i riti significava stabilire un patto con le divinità, in cambio della loro protezione. Era facile integrare gli dèi, i riti e le credenze di altre popolazioni in questo sistema. Perfino l’Ebraismo, in quanto antica religione di un popolo, era tollerato dalle autorità, anche se con difficoltà, fin dai tempi di Giulio Cesare: gli ebrei potevano osservare i loro precetti ed erano esentati dai riti ufficiali (ma con Vespasiano furono sottoposti al fiscus iudaicus[2]). Nell’incipit del XVI capitolo della sua opera, infatti, il Gibbon individua con acutezza i motivi in base ai quali la nascente religione cristiana avrebbe dovuto suscitare, nell’opinione pubblica e nelle istituzioni civili e politiche, sentimenti se non proprio di ammirazione, almeno di tolleranza, anziché atteggiamenti persecutori. Questi atteggiamenti furono in parte dovuti ad una sorta di confusione che inizialmente veniva fatta tra i cristiani e gli ebrei, tanto che Svetonio e Dione Cassio riportano che l’imperatore Claudio (4154) avrebbe scacciato da Roma i “Giudei” che creavano disordini a nome di “un certo kriste[3][4].

La tolleranza riservata agli Ebrei, nonostante affermassero l’esclusiva conoscenza di Dio, ritenendo empio qualsiasi altro culto, e quasi rifiutassero la comunità umana racchiudendosi in una setta che sdegnava contatti con l’esterno, veniva però a mancare nel momento in cui gli stessi Ebrei, unici nell’impero, si rifiutavano di pagare il contributo a Roma: era illegale, sostenevano, pagare le tasse ad un imperatore (e ad un popolo invasore) empio e idolatra. I Giudei non avevano mai nascosto l’insofferenza, spesso sfociata in rivolte anche sanguinose, nei confronti di Roma, le cui legioni erano altrettanto spesso dovute intervenire con severe rappresaglie e repressioni. Ma dopo la prima guerra giudaica, la distruzione del Tempio di Gerusalemme, la riduzione in schiavitù e la diaspora, il popolo Ebreo ammorbidì le posizioni intransigenti ed in diversi modi si integrò nella popolazione dell’Impero romano, pur mantenendo una propria individualità come popolo, sancita anche da deroghe e leggi particolari[5].

La differenza sostanziale tra ebrei e cristiani, che consentiva ai primi di professare liberamente la loro fede mentre trattava con severità, odio e disprezzo quella dei secondi, era che quelli erano una “nazione”, mentre gli altri una “setta”; il rispetto delle istituzioni religiose dei propri padri era un dovere, e l’antichità delle sacre leggi ebraiche, adottate per secoli da un intero popolo dava ai Giudei il diritto di sottostare a quegli obblighi e quelle regole che sarebbe stato empio trascurare. I cristiani, di contro, con la legge evangelica ignoravano le sacre istituzioni dei loro padri, disprezzando ciò che essi avevano da secoli ritenuto sacro. In più, questo allontanamento dalla fede “naturale”, anziché portare ad un avvicinamento a quella ufficiale dello Stato, li conduceva ad un più marcato disprezzo degli dèi e delle istituzioni di Roma, che si manifestava in riti, riunioni segrete e un generale rifiuto del genere umano che non veniva mitigato dall’indubbia rettitudine e moralità dei credenti[6].

Col tempo dunque i romani identificarono nel Cristianesimo quello che consideravano “ateismo”. Per loro i cristiani erano ebrei e pagani che avevano tradito i loro dèi e quindi il loro popolo, si riunivano in segreto per praticare riti apparentemente magici, incitando altri a fare lo stesso ed eleggendo a propria divinità un’Entità solo spirituale e non rappresentabile, per il cui culto non erano previsti templi, altari, sacrifici, e che era pertanto lontanissima dalla radicata mentalità pagana. Questo tradimento non solo minacciava la pax deorum e l’autorità dell’imperatore quale pontefice massimo, ma poteva “essere visto come la prova di intenzioni politiche sovversive”[7][8]. Plinio il Giovane definirà il cristianesimo superstitio, termine che indicava “ogni religione implicante un timore eccessivo degli dèi”[9] e pertanto probabile causa di disordini popolari. Come tali erano represse anche magia e astrologia, e lo erano stati in precedenza i baccanali, il druidismo ed il culto di Iside[10][11].

La figura stessa del Cristo destava sospetto; non tanto per la sua natura umana, visto che anche BaccoErcole ed Esculapio erano stati, per le credenze pagane, figure umane divinizzate (per non parlare degli stessi imperatori). Ma in quei casi si trattava di antichi eroi che proprio per questo avevano meritato la divinizzazione, mentre nel caso di Gesù si trattava, incomprensibilmente, di un oscuro “maestro”, recente, nato in condizioni di miseria presso un popolo sottomesso, privo di fama e di successo, morto con disonore[12].

Sebbene i primi vescovi invitassero a riconoscere lo Stato[13], astenersi dai riti ufficiali (considerato idolatria) costringeva in pratica i cristiani a uno sprezzante isolamento, e questo accese ulteriormente l’intolleranza popolare. I romani erano inoltre sconcertati dall’abolizione in questi gruppi di ogni distinzione tra uomini e donne, ricchi e poveri, schiavi e liberi, locali e stranieri[14]. Per di più le conversioni provocavano insanabili conflitti familiari[15]. Le loro regole di vita erano disapprovate anche dalle autorità[16], ed è possibile che talvolta fossero disordini scoppiati all’interno delle stesse comunità cristiane a giustificarne l’intervento[17].

Con queste premesse non desta meraviglia il fastidio suscitato dai cristiani presso l’opinione pubblica e la proibizione delle adunanze segrete (valida comunque per qualsiasi altra comunità). Le quali erano però dedicate al culto, ed erano pertanto irrinunciabili: da ciò la disobbedienza allo Stato in nome di un’autorità superiore, che non poteva ovviamente essere tollerata e autorizzava dunque legalmente alla somministrazione di castighi e pene anche severe che si rivelavano però impotenti ed inefficaci a debellare il presunto pericolo, visto che la comunità dei cristiani aumentava continuamente.

Se inizialmente le adunanze erano tenute nascoste per motivi di prudenza e necessità, presto la segretezza divenne una libera scelta, che si rivelò però un’arma molto pericolosa contro la stessa comunità di fedeli. La sospettosa credulità del mondo romano diffuse la convinzione (avvalorata da presunte testimonianze) di segrete pratiche abominevoli e depravate, con sacrifici umani a spese di neonati, libagioni di sangue, atti di cannibalismo e sfrenati eccessi di libidine anche incestuosa;[senza fonte][18] in più, era certo che adorassero un dio dalla testa d’asino[19][20]L’odio popolare si concretizzava spesso in denunce alle autorità ed attacchi violenti.[senza fonte] Nella maggior parte dei casi i cristiani riuscirono a scrollarsi di dosso il peso delle calunnie e delle ingiurie, ma gli apologisti utilizzarono ben presto quest’arma, altrettanto falsamente infamante, contro i cristiani scismatici, scatenando una guerra di calunnie che si sovrapponeva alle contese teologiche tra questi e gli ortodossi, che di fatto produceva il solo effetto di rendere la comunità cristiana ancora più invisa alla società pagana[21].

Tra i motivi delle ultime persecuzioni vi potrebbero essere anche degli interessi economici: la confisca dei consistenti patrimoni gestiti dalle chiese e dei beni dei cristiani abbienti fu infatti tra i primi provvedimenti ordinati da Valeriano e Diocleziano.[senza fonte] L’opposizione poteva nascere anche, con il crescere delle comunità, dal danno economico arrecato a varie categorie coinvolte nei culti ufficiali[22][23].

Atteggiamento nei confronti del Cristianesimo dei primi imperatori[modifica | modifica wikitesto]

Ecce Homo, dipinto di Antonio Ciseri, raffigurante Ponzio Pilato che presenta Gesù flagellato alla gente di Gerusalemme

Alcune epistole apocrife di dubbia attribuzione parlano di un messaggio inviato dal prefetto di Giudea Ponzio Pilato a Tiberio nel 35, riguardante la crocifissione di Gesù di Nazareth. L’imperatore avrebbe di seguito presentato al Senato la proposta di riconoscimento del Cristianesimo come religio licita ma, avendo ricevuto un rifiuto, avrebbe solo posto il vetoad accuse e persecuzioni nei confronti dei seguaci di Gesù[24]. Il dibattito sull’esistenza, o meno, di questo senatoconsulto è ancora in corso[25]. Risulta quasi impossibile però pensare che già nel 35, poco tempo dopo la condanna di Cristo, il cristianesimo fosse già considerato una religione talmente importante da essere discussa in senato.

Non si sa nulla di certo sull’atteggiamento dell’imperatore verso i primi cristiani: al riguardo non conosciamo alcun provvedimento ufficiale, ma è certo che i seguaci di Gesù non furono mai perseguitati sotto l’impero di Tiberio[24].

Persecuzione di Nerone[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Grande incendio di Roma.

I primi 50 anni dopo la morte di Gesù furono sostanzialmente tranquilli, tranne la parentesi neroniana. I cristiani, che derivavano direttamente dagli Ebrei, sia da un punto di vista territoriale che come fondamento della fede, ebbero i primi scontri proprio con i Giudei, che mal sopportavano la presenza ingombrante e crescente di questa nuova religione, considerata una setta di miscredenti. Ma i magistrati romani, a cui quelli si rivolgevano nel tentativo di togliere di mezzo quei fastidiosi rivali, non erano interessati a dispute teologiche di cui non comprendevano né l’essenza né le sottigliezze, e ritenevano dunque opportuno limitarsi a controllare che quelle dispute non sfociassero in turbative dell’ordine pubblico. In tale situazione, sebbene in semiclandestinità, i cristiani cominciarono ad espandersi per il mondo civile[26].

La prima persecuzione, durante il regno di Nerone, nel 64, è descritta dallo storico latino Tacito e fu dovuta alla ricerca di un capro espiatorio per il grande incendio di Roma: questo infatti provocò «una breve ma forte persecuzione da parte di Nerone, il quale contava, innanzitutto, di servirsi dei cristiani come capri espiatori e poi di sopprimere questa ‘perniciosa superstizione’ (…)».[27]

Le fiaccole di NeroneHenryk Siemiradzki (1848-1902), ora al Museo Nazionale di Cracovia

L’imperatore tentò, sembra, con ogni mezzo di alleviare le sofferenze delle vittime della catastrofe e dei senzatetto, offrendo ospitalità nei giardini imperiali, costruendo ripari provvisori, distribuendo grano e viveri e impegnandosi in un’immediata ricostruzione, ma agli occhi del popolo Nerone era pur sempre l’assassino del fratello, della moglie e della madre, un essere spregevole che prostituiva se stesso e la sua dignità. La gente comune riteneva che un tale individuo poteva essere capace di qualsiasi delitto, compresa la distruzione di Roma. Il popolo lo sospettava; Nerone doveva comunque trovare dei colpevoli[28]. Secondo Tacito, prima sarebbero stati arrestati quanti confessavano e quindi, su denuncia di questi, ne sarebbero stati condannati moltissimi, ma non tanto a causa del crimine dell’incendio, quanto per il loro odio nei confronti del genere umano[29].

Numerose fonti cristiane[30], attestano che gli apostoli Pietro e Paolo subirono il martirio a Roma proprio in quella persecuzione. In particolare, secondo queste fonti[31], Pietro fu crocifisso, mentre Paolo decapitato. Tacito descrive i supplizi a cui furono sottoposti per opera di Nerone i cristiani che comunque, nonostante la loro presunta colpevolezza, suscitavano pietà in quanto puniti non per il bene pubblico ma per la crudeltà di uno solo («et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent aut crucibus adfixi atque flammati, ubi defecisset dies, in usum nocturni luminis urerentur». in Annales, XV, 44, 4: «E coloro che morivano furono pure scherniti: coperti di pelli di bestie perché morissero dilaniati dai cani oppure affissi alle croci e dati alle fiamme perché, caduto il giorno, bruciassero come fiaccole notturne.»)[32]. Anche Svetonio conferma che Nerone aveva mandato i cristiani al supplizio e li definisce “una nuova e malefica superstizione”, senza tuttavia collegare questo provvedimento all’incendio. La persecuzione neroniana fu comunque limitata alle mura di Roma.

Le persecuzioni prima del 250[modifica | modifica wikitesto]

Le persecuzioni sotto il regno di Domiziano[modifica | modifica wikitesto]

Durante il regno di Domiziano (8196 d.C) furono accusati di ateismo e “adozione di usanze ebraiche” alcuni senatori e i consoli Acilio Gabrione e Flavio Clemente con la moglie Flavia Domitilla. Furono tutti giustiziati tranne Flavia Domitilla che fu esiliata e della quale Eusebio dice fosse cristiana. È molto probabile tuttavia che la presunta affiliazione di Clemente al Cristianesimo fosse una notizia creata ad arte per infangare l’immagine pubblica dell’uomo e smorzare la reazione del popolo romano, che stava appoggiando una sua congiura con l’aiuto di alcuni generali per spodestare Domiziano. In effetti alcuni testi contemporanei parlano di una recrudescenza delle persecuzioni sotto il suo regno, ma l’argomento è ancora dibattuto[33].

Le persecuzioni sotto il regno di Traiano[modifica | modifica wikitesto]

Delle persecuzioni all’epoca di Traiano ci restano alcuni documenti molto importanti. Il primo è una lettera inviata all’imperatore da Plinio il Giovane quando, intorno al 110, era legatonella provincia di Bitinia. Plinio descrive la linea seguita fino ad allora con i cristiani e le accuse loro rivolte, ma chiede ulteriori chiarimenti su come comportarsi con loro. Nella lettera si trova il giudizio negativo contro la religione cristiana largamente diffuso nella cerchia imperiale ed intellettuale dell’epoca, e condivisa dallo stesso Plinio: “nihil aliud quam superstitionem” (“null’altro che superstizione”). Il secondo documento è il rescritto, cioè la risposta ufficiale, in cui l’imperatore detta modalità per trattare la questione cristiana che sarebbero rimaste valide per quasi 140 anni: nessuna ricerca attiva dei cristiani, ma, in caso di denuncia, essi dovevano esser

Nerone

Nerone

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Nerone
Nero 1.JPG

Busto di Nerone
(Musei capitoliniRoma)

Nome originale Lucius Domitius Ahenobarbus
(alla nascita)
Nero Claudius Caesar Drusus Germanicus
(prima dell’ascesa al potere)
Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus
Regno 13 ottobre 54
9 giugno 68
Tribunicia potestas 14 anni: la prima volta (I) il 4 dicembre del 54 e poi rinnovatagli ogni anno, il 13 ottobre
Titoli Pater Patriae nel 55
Salutatio imperatoria 13 volte: I (al momento dell’assunzione del potere imperiale) nel 54, (II) nel 56, (III-IV) nel 57, (V-VI) nel 58, (VII) nel 59, (VIII-IX) nel 61, (X) nel 64, (XI) nel 66 e (XII-XIII) nel 67
Nascita 15 dicembre 37
Anzio
Morte 9 giugno 68
Roma
Sepoltura Colle Pincio presso la tomba di famiglia dei Domizii Ahenobarbi[1]
Predecessore Claudio
Successore Galba
Coniuge Claudia Ottavia (53 – 62)
Poppea (62 – 65)
Statilia Messalina (66 – 68)
Figli Claudia Augusta (da Poppea) morta a 4 mesi
Dinastia giulio-claudia
Padre Gneo Domizio Enobarbo
Madre Agrippina minore
Consolato 5 volte: nel 55575860 e 68
Pontificato max nel 55

Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico (in latinoNero Claudius Caesar Augustus GermanicusAnzio15 dicembre 37 – Roma9 giugno 68), nato come Lucio Domizio Enobarbo (Lucius Domitius Ahenobarbus) e meglio conosciuto semplicemente come Nerone, è stato il quinto imperatore romano, l’ultimo appartenente alla dinastia giulio-claudia. Regnò circa quattordici anni[2] dal 54 al 68, anno in cui si suicidò.

Nerone fu un principe molto controverso nella sua epoca; ebbe alcuni innegabili meriti, soprattutto nella prima parte del suo impero, quando governava con la madre Agrippina e con l’aiuto di Seneca, filosofo stoico, e di Afranio Burro, prefetto del pretorio, ma fu anche responsabile di delitti e atteggiamenti dispotici.

Accusati sommariamente di congiure contro di lui o crimini vari, caddero vittime della repressione la stessa madre, la prima moglie e lo stesso Seneca, costretto a suicidarsi, oltre a vari esponenti della nobiltà romana, e molti cristiani.[3] Per la sua politica assai favorevole al popolo, di cui conquistò i favori con elargizioni e giochi del circo, e il suo disprezzo per il Senato romano, fu – come era già stato per lo zio Caligola – molto inviso alla classe aristocratica (tra i quali i suoi principali biografi, Svetonio e Tacito).

L’immagine di tiranno che di lui fu tramandata venne parzialmente rivista dalla maggioranza degli storici moderni, i quali ritengono che non fosse né pazzo – come lo descrissero alcune fonti – né particolarmente crudele per l’epoca, ma che i suoi comportamenti autoritari fossero simili a quelli di altri imperatori non ugualmente giudicati.[4] Negli ultimi anni la paranoia di Nerone si accentuò, ed egli si rinchiuse in se stesso e nei suoi palazzi dedicandosi all’arte e alla musica[5], in pratica lasciando il governo nelle mani del prefetto del pretorio, il sanguinario Tigellino.[6]

Anche se il suo comportamento ebbe certamente eccessi violenti e stravaganze, si può dire che non tutto ciò che gli venne imputato dagli storici contemporanei sia vero: ad esempio fu accusato del grande incendio di Roma, con l’obiettivo di ricostruire la città ed edificare la propria maestosa residenza, la Domus Aurea, fatto da cui gli studiosi moderni tendono a discolparlo.[4] Nerone accusò dell’incendio i cristiani, che furono arrestati e condannati in massa.[7][8] Infine, qualche anno dopo, abbandonato anche dai pretoriani e dall’esercito, venne deposto dal Senato (che riconobbe il generale Galba come nuovo princeps) e, dopo un primo tentativo di fuga, alla fine, vistosi perduto, si tolse la vita nei pressi di Roma, nella villa di uno dei suoi liberti.[9]

Le fonti storiografiche[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fonti e storiografia su Nerone.
«Il popolo amava Nerone. Perché opprimeva i grandi ma era lieve con i piccoli»
(Napoleone Bonaparte)

Nerone fu considerato un tiranno e un folle, ma a differenza di imperatori come Commodo e Caligola, non pare verosimile che avesse problemi mentali, né che fosse particolarmente crudele, o perlomeno era assai simile ai predecessori Tiberio e Claudio, molto severi con gli oppositori. Furono Tacito, senatore e nemico di Nerone, Svetonio e gli storici cristiani a rivestirlo della “leggenda nera” che ancora lo accompagna, soprattutto quella che lo vuole folle incendiario. È innegabile che fu responsabile di gravi persecuzioni, ma in maniera simile ad altri governanti.[4] Nella dinastia giulio-claudia erano all’ordine del giorno gli omicidi fra parenti.[10] Sui delitti di Nerone molto si è detto: spesso si tratta di falsi storici, delitti ed esecuzioni volti a difendere la propria persona da possibili congiure[11], assassinii voluti da altri in nome suo.[4][12].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari e anni giovanili (37 – 48)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Dinastia giulio-claudia ed Età giulio-claudia.

Busto del giovane Nerone

Lawrence Alma-Tadema
La proclamazione di Claudio a imperatore
Nerone aveva allora quattro anni

Nato ad Anzioil 15 dicembre dell’anno 37, da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo, il futuro imperatore Nerone era discendente diretto di Augusto e della Gens Giulia (dal lato materno e anche dal lato paterno, dato che il padre era un pronipote di Augusto tramite la sorella di quest’ultimo, Ottavia), e della famiglia di Tiberio, la Gens Claudia. Il padre apparteneva alla famiglia dei Domizi Enobarbi, una stirpe considerata di “nobiltà plebea”, (cioè recente), mentre la madre era figlia dell’acclamato condottiero Germanico, nipote di Marco Antonio, di Agrippa e di Augusto, nonché sorella dell’imperatore Caligola che quindi era suo zio materno.

Nel 39 sua madre, amante del potere e descritta da molti come spietatamente ambiziosa, fu scoperta coinvolta in una congiura contro il fratello Caligola e venne quindi mandata in esilio nell’isola di Pandataria nel mar Tirreno, nell’arcipelago pontino. In quegli anni il piccolo Lucio visse con la zia Domizia Lepida, che egli amò più della madre e dalla quale avrebbe imparato l’amore per lo spettacolo e per la danza. L’anno seguente il marito di lei Gneo morì e il suo patrimonio venne confiscato da Caligola stesso.

Lucio nel frattempo fu affidato alle cure della zia e alle nutrici Egogle ed Alessandria. Essendo la zia di non elevata condizione economica, in questi primi anni i precettori furono un barbiere ed un ballerino, i quali anch’essi aiutarono Lucio a coltivare l’amore per le arti e la cultura[4]. Nel 41 Caligola venne assassinato, così Agrippina poté ritornare a Roma ad occuparsi del figlio dell’età di quattro anni, attraverso il quale aveva intenzione di attuare la propria opera di rivalsa. Lucio venne affidato a due liberti greci, Aniceto e Berillo, per poi proseguire gli studi con due sapienti dell’epoca, Cheremone d’Alessandria e Alessandro di Ege, grazie ai quali il giovane allievo sviluppò il proprio filoellenismo.

Carriera politica e ascesa al potere (49 – 54)[modifica | modifica wikitesto]

Agrippina incorona d’alloro Nerone. Rilievo di Afrodisia, (Turchia)

Nel 49 Agrippina Minore sposò l’imperatore Claudio, che era suo zio, ed ottenne la revoca dell’esilio di Seneca, allo scopo di servirsi del celebre filosofo quale nuovo precettore del figlio. Inoltre, visto che il giovane Lucio dimostrava maggior affetto verso la zia Domizia Lepida, Agrippina, per gelosia, la fece accusare di avere complottato contro l’imperatore, ottenendone da Claudio la condanna a morte. Nell’occasione, l’undicenne Lucio fu minacciato e costretto dalla madre a testimoniare contro la zia. Poco dopo, gli fu imposto il fidanzamento con Ottavia, figlia di Claudio, di otto anni[4].

Nerone fu adottato ufficialmente da Claudio, il quale morì nel 54 per un avvelenamento da funghi, forse ordinato da Agrippina stessa, e poco dopo la stessa sorte sarebbe toccata al figlio Britannico (nato dal suo primo matrimonio con Valeria Messalina), affetto da epilessia e per questo forse escluso dalla successione dal suo stesso padre. Nerone divenne quindi imperatore all’età di quasi 17 anni, inizialmente sotto la tutela della madre e di Seneca, con Sesto Afranio Burro, pragmatico e abile politico, come prefetto del pretorio.

Il principato (54 – 68)[modifica | modifica wikitesto]

(LA)«Quam vellem nescire literas!» (IT)«Come vorrei non saper scrivere!»
(Nerone nell’atto di firmare un decreto di condanna a morte, citato da Seneca[13] e Svetonio[14])

Nerone sale al potere nel 54 d.C., a diciassette anni. Il suo principato prende il nome di Principatus Claudius.

Matrimoni e condanne[modifica | modifica wikitesto]

Il primo scandalo del regno di Nerone coincise con il suo primo matrimonio, considerato incestuoso, con la cugina di secondo grado Claudia Ottavia, figlia di suo prozio Claudio; Nerone più tardi divorziò da lei quando si innamorò di Poppea. Questa, descritta come una donna notevolmente bella, sarebbe stata coinvolta, prima del matrimonio con l’imperatore, in una storia d’amore con Marco Salvio Otone, amico di Nerone stesso[15], suo compagno di feste e bagordi[16], e futuro imperatore. Otone sposò Poppea per ordine di Nerone, ma poi rifiutò che il suo matrimonio fosse solo di facciata e Nerone li fece divorziare.[17]

Congiure e lotte di potere[modifica | modifica wikitesto]

Nel 59 Poppea fu sospettata d’avere organizzato l’omicidio di Agrippina e di esserne la vera mandante, mentre Otone venne inviato come governatore in Lusitania, l’odierno Portogallo. La madre di Nerone era stata condannata a morte e uccisa da sicari, che precedentemente avevano tentato di simulare incidenti e suicidio, a causa delle sue trame: forse intendeva fare uccidere il figlio, per poi mettere sul trono un futuro suo marito e diventarne la co-imperatrice; la condanna venne approvata anche da Seneca e da Burro, il quale ne incaricò Aniceto.[18][19] Egli, alla fine, la fece pugnalare, raccontando poi che lei stessa si era uccisa, dopo la scoperta della sua congiura contro Nerone.

È possibile che determinante fosse stato l’odio di Poppea per la futura suocera, che secondo Tacito aveva tentato anche l’incesto con Nerone, pur di estrometterla dal potere, e garantirlo a se stessa. Nerone l’aveva così allontanata dalla corte, e, alla fine, aveva approvato anche l’omicidio.[20] Dopo un funerale nascosto e una sepoltura in un luogo non completamente noto del corpo di Agrippina, tuttavia, Nerone manifestò rimorso per la morte della madre, approvata a causa della debolezza del suo carattere e dell’ascendente che Poppea aveva su di lui. Confermò, con una lettera al Senato, “che avevano scoperto, con un’arma, il sicario Agermo, uno dei liberti più vicini ad Agrippina, e che lei, per rimorso, come se avesse preparato il delitto, aveva scontato quella colpa”.[21] L’imperatore fu perseguitato da incubi su Agrippina per molto tempo.[22] Nel 62, infine, Nerone sposò Poppea dopo aver ripudiato Claudia Ottavia per sterilità e averla relegata in Campania. Alcune manifestazioni popolari in favore della prima moglie, convinsero l’imperatore delle necessità di eliminarla, dopo averla accusata di tradimento, costringendola al suicidio.[23].