Mese: giugno 2019

(Panthera leo atrox Leidy, 1853), noto anche come leone nordamericano o leone delle caverne americano, è un felide estinto conosciuto per i fossili ritrovati. Vissuto nel Pleistocene era originario nel Nord America, successivamente migrato anche nel Sud America (Grande scambio americano). È da considerarsi uno dei più grandi felini mai esistiti nonché il più grande leone della storia, leggermente più grande anche del leone delle caverne primitivo del Pleistocene inferiore e medio (Panthera leo fossilis) e paragonato alle attuali sottospecie viventi di leone, aveva delle dimensioni e un peso di circa il 25% superiore.[1] Indice 1 Descrizione 2 Areale 3 Ambiente 4 Classificazione 5 Note 6 Voci correlate 7 Altri progetti 8 Collegamenti esterni Descrizione La lunghezza del corpo del leone americano è stata stimata sui 180–250 cm, la coda invece fino a 100 cm e un’altezza alla spalla pari a 1,20 m.[2] Essendo dotato di zampe in proporzione più lunghe delle altre specie di leoni, si ritiene che fosse più incline o capace di predare animali veloci. Il peso dell’animale è stato stimato tra i 190 kg delle più piccole femmine, fino ai 340–360 kg dei maschi più grandi[3], mentre un maschio dell’odierno leone africano pesa mediamente 190–230 kg. Possedeva inoltre, rispetto alle dimensioni del corpo, la scatola cranica più grande fra tutti i felini mai esistiti: ciò comportava probabilmente una maggiore intelligenza. Il Leone nordamericano era un predatore formidabile: non a caso è considerato d’altro canto il più grande e potente felino mai esistito (titolo che condivide con Smilodon populator e la tigre di Ngandong), nonché rivale dell’orso dal muso corto (Arctodus simus) per quanto riguarda le specie predate. Circa un centinaio di esemplari di leone americano sono stati recuperati dalle pozze di catrame di La Brea, a Los Angeles, cosicché la sua struttura corporea è ben conosciuta. L’aspetto e i denti dell’estinto leone americano ricordano moltissimo quelli dei leoni moderni, ma erano considerevolmente più grandi e privi di criniera, anche se alcuni maschi ne avevano una molto piccola. Areale Ricostruzione grafica di un leone americano. A sud dell’Alaska, il leone americano fece la sua prima comparsa durante il Sangamoniano (l’ultimo interglaciale). Dopo quel periodo si diffuse nelle Americhe dall’Alaska al Perù, rimanendo assente solamente nel Nordamerica orientale e nella Florida peninsulare[2]. Come molti altri grandi mammiferi, si estinse alla fine del Pleistocene, circa 10.000 anni fa. In quel periodo il leone americano fu uno dei membri più abbondanti della megafauna pleistocenica, la grande varietà di mammiferi di grandi dimensioni che visse durante il Pleistocene. I suoi resti sono più comuni nello Yukon e nelle pozze di catrame di La Brea. Questi ultimi resti, però, sono abbastanza più rari di quelli del più famoso Smilodon (la tigre dai denti a sciabola) o dei Canis dirus (lupi terrificanti), il che suggerisce una maggiore abilità nell’evitare le trappole[4] o che questi animali abbiano usato strategie di caccia diverse solitamente evitando le prede intrappolate. Ambiente Calco in bronzo di un cranio di leone americano al museo di storia naturale di San Diego (mostrato con una penna a sfera per dimostrare la scala). In alcune zone del proprio areale i leoni americani vissero in ambienti dalle condizioni climatiche gelide. Probabilmente usarono le caverne o altre fenditure per ripararsi dal freddo. Potrebbero anche aver foderato le loro tane con erba o foglie, come fa la tigre siberiana, un altro grande felino che vive tuttora nel nord. I leoni americani predavano probabilmente cervi, cavalli nordamericani (ora estinti), bisonti americani, mammuth ed altri grandi animali erbivori. In base ad alcune ricerche, si ritiene che cacciasse in coppia o da solo, in quanto i fossili sinora ritrovati nelle pozze di catrame sono divisi uniformemente sia per età che per sesso, senza dubbio improbabile se avesse predato in branchi numerosi come gli odierni leoni africani. La loro estinzione va collegata con l’estinzione olocenica, che spazzò via la maggior parte delle prede della megafauna. Le loro ossa sono state anche ritrovate tra i rifugi dei nativi americani paleolitici, il che fa credere che anche la caccia da parte degli uomini può aver contribuito al loro declino. Una rappresentazione delle mascelle del primo esemplare di leone americano ad essere stato scoperto può essere vista nelle mani di una statua del paleontologo Joseph Leidy, attualmente posta fuori dell’Accademia di Scienze Naturali di Filadelfia. Classificazione Attualmente, il leone americano viene considerato una sottospecie di leone, con il nome scientifico di Panthera leo atrox, che in latino significa leone spaventoso o crudele; ma occasionalmente viene considerato una specie a tutti gli effetti, con il nome di Panthera atrox. Almeno un’autorità considera il leone delle caverne più strettamente imparentato con la tigre, citando un paragone tra le forme del cranio (Groiss, 1996); comunque, recenti ricerche genetiche hanno dimostrato che il leone americano abbia relazioni genetiche più strette con il leone europeo, più che con i felini moderni[5]. Tuttora la filogenesi di questa specie è dibattuta.

martin lutero

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Martin Lutero

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Ritratto di Martin Lutero di Lucas Cranach (1529)

Martin Luther, in italiano Martin Lutero (Eisleben10 novembre 1483[1] – Eisleben18 febbraio 1546), è stato un teologo tedesco iniziatore della riforma protestante. La confessione cristiana basata sulla sua dottrina teologica viene detta luteranesimo.

Martin Luther Signature.svg

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e formazione[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Hans Luther e Margarethe Ziegler, genitori di Martin Lutero.

Martin Lutero nacque a Eisleben (l’odierno Land di Sassonia-Anhalt) nella notte del 10 novembre 1483, «undici ore dopo il tramonto», cioè verso le cinque del mattino. I suoi ascendenti erano contadini: «Sono figlio di contadini», ricorda il riformatore in uno dei suoi Discorsi a tavola, aggiungendo che «ci sono stati però contadini che sono diventati re e imperatori». Lutero era figlio di Hans Luther (1459-1530) e Margarethe Ziegler (1459-1531). Hans, non avendo ereditato terra, era andato a lavorare in miniera, costruendosi una discreta fortuna, senza che questo ne facesse un uomo ricco. La moglie, infatti, doveva portare la legna dal bosco vicino.

L’ambiente in cui crebbe Lutero era cattolico e severo, ma anche rozzo e volgare. Nella fede dei genitori vi era infatti una componente di superstizione popolare, attinta soprattutto al paganesimo germanico[2].

Un anno dopo la nascita di Martin la famiglia si trasferì a Mansfeld, dove il bambino cominciò a frequentare la scuola, esercitandosi nel canto sacro.

Nel 1497 Lutero frequentò la scuola di latino a Magdeburgo, presso i Fratelli della vita comune, un’associazione religiosa d’origine medievale. Per volontà del padre si iscrisse poi all’Università di Erfurt (1501), dove conseguì il titolo di Baccalaureus artium.

Nell’ordine agostiniano[modifica | modifica wikitesto]

Lutero nel periodo monacale.

Fu nella biblioteca di questo istituto che lesse per la prima volta la Bibbia: «Mi piacque moltissimo», disse «e volevo ritenermi abbastanza fortunato da possedere un giorno quel libro». Un evento del luglio 1505 indirizzò il suo futuro: mentre era in viaggio fu sorpreso da un violento temporale alle porte di Stotterheim, un villaggio sassone. Caduto a terra per gli effetti di un fulmine poco distante, rivolse una promessa a Sant’Anna; se si fosse salvato avrebbe abbracciato la vita monacale.[3]

Il 17 luglio 1505, a ventidue anni, entrò nel convento agostiniano di Erfurt, dove approfondì gli scritti di San Paolo e Sant’Agostino. Qui, nel 1507, fu ordinato sacerdote nonostante la contrarietà del padre (non convinto della serietà della sua vocazione). Il giovane monaco agostiniano si dedicò agli studi teologici e alla pratica delle virtù monastiche, a cominciare dall’umiltàJohann von Staupitz, colpito dalle sue capacità e dalla sua disciplina, lo segnalò a Federico III di Sassonia, che aveva appena fondato l’Università di Wittenberg e cercava nuovi docenti.

Pertanto, nel 1508, Lutero iniziò a insegnarvi dialettica e fisica, leggendo e commentando l’Etica Nicomachea di Aristotele, e passando in seguito a dirigere le disputationes degli studenti. Negli anni seguenti proseguì i suoi studi di teologia e delle Sacre Scritture. Nel 1510fu inviato a Roma (in rappresentanza del suo convento, per questioni interne all’Ordine) dove, a differenza di quanto riportato da diverse fonti, non rimase affatto scandalizzato per la condotta del clero, risultando invece entusiasta per il fervore artistico e culturale che in quegli anni investiva il centro della cristianità.[4] Una leggenda dice che, entrando in piazza del Popolo, sia caduto in ginocchio esclamando: «Salve Roma santa, città di martiri, santificata dal sangue che essi vi hanno sparso».[5]

Il 19 ottobre dell’anno seguente si laureò in teologia e nel 1513 iniziò a tenere lezioni sui Salmi[6] che furono pubblicate nel 1519[7] Nell’anno 1515 Lutero fu nominato, dal capitolo degli Agostiniani, vicario generale dei numerosi conventi del distretto della Misnia e della Turingia. Il vicario generale Staupitz, secondo la consuetudine del tempo, lo accompagnò a visitare molti di questi importanti monasteri. Nello stesso anno iniziò le lezioni sull’Epistola ai Romani, il cui manoscritto fu scoperto e pubblicato nel 1908.[8]

La dottrina della giustificazione per fede[modifica | modifica wikitesto]

L’ultimo dei medioevali, il primo dei moderni[modifica | modifica wikitesto]

Martin Lutero

Negli anni passati a Wittenberg la riflessione luterana sul rapporto tra Dio e uomo si fece sempre più intensa. Lutero viveva una religiosità di tipo medioevale. Egli non condivideva la crisi della religiosità tradizionale, tipica di una cultura rinascimentale che non gli apparteneva: era un uomo del passato e viveva la fede come i suoi antenati. Si può dire che quasi senza volerlo[9] egli si trovò ad essere l’inconsapevole elemento catalizzatore di un enorme fenomeno storico.[10]. Affermando la libertà della fede da ogni imposizione dogmatica d’altra parte Lutero è anche «uomo del mondo moderno, in quanto esprime la fede nella sua purezza come aveva appreso dalla Bibbia…»[11][12]

«Altri scoprivano mondi e mari ignoti, Lutero scoprì un mondo religioso fino allora sconosciuto…Dentro questioni aperte come le guerre combattute in nome di Dio, il diritto alla libertà di culto, la crisi del primato della politica ritroviamo infatti le ragioni e gli esiti del conflitto che il monaco tedesco ingaggiò contro il papato romano.[13]»

Vaso di pandora

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Vaso di Pandora

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Pandora (1882) di Jules Joseph Lefebvre

Il vaso di Pandora (chiamato anche scrigno di Pandora) è, nella mitologia greca, il leggendario contenitore di tutti i mali che si riversarono nel mondo dopo la sua apertura.

Il mito[modifica | modifica wikitesto]

Pandora apre lo scrigno, in una raffigurazione di Arthur Rackham

Per vendicarsi di Prometeo, il titano che aveva donato il fuoco agli uomini rubandolo a Zeus, il re degli dei decide di regalare la donna – Pandora – agli uomini. Si tratta di una sottile vendetta perché Pandora, resa bellissima da Afrodite, a cui Eraaveva insegnato le arti manuali e Apollo la musica e che era stata resa viva da Atena, è destinata a recare la perdizione al genere umano.

Secondo il racconto tramandato dal poeta Esiodo ne Le opere e i giorni, il “vaso” (pithos, πίθος in greco antico) era un dono fatto a Pandora da Zeus, il quale le aveva raccomandato di non aprirlo. Questo vaso, che dovrebbe contenere il grano, contiene invece i mali che affliggono l’uomo e che sono fino a quel momento separati da lui.

Pandora, che aveva ricevuto dal dio Ermes il “dono” della curiosità, non tardò però a scoperchiarlo, liberando così tutti i mali del mondo, che erano gli spiriti maligni della “vecchiaia”, “gelosia”, “malattia”, “pazzia” e il “vizio”. Sul fondo del vaso rimase soltanto la speranza (Elpis), che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse chiuso di nuovo. Aprendo il vaso, Pandora condanna l’umanità a una vita di sofferenze, realizzando così la punizione di Zeus.

Prima di questo momento l’umanità aveva vissuto libera da mali, fatiche o preoccupazioni di sorta e gli uomini erano, così come gli dei, immortali. Dopo l’apertura del vaso il mondo divenne un luogo desolato ed inospitale, simile ad un deserto, finché Pandora lo aprì nuovamente per far uscire anche la speranza e il mondo riprese a vivere.

Con il mito del vaso di Pandora la teodicea greca assegna alla curiosità femminile la responsabilità di aver reso dolorosa la vita dell’uomo.

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Al giorno d’oggi l’espressione “vaso di Pandora” viene usata metaforicamente per alludere all’improvvisa scoperta di un problema o una serie di problemi che per molto tempo erano rimasti nascosti e che una volta manifestatisi non è più possibile tornare a celare. Un’altra espressione dal significato simile è “far uscire il genio dalla bottiglia“.

Il vaso di Pandora, come molti altri elementi della mitologia greca, è stato più volte ripreso nella cultura moderna, sebbene a volte la leggenda venga modificata riadattandola al contesto in cui è inserita. Rielaborazioni del mito si trovano ad esempio in alcune serie di videogiochi.

animale

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Animale

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Una tigre

Citazioni sugli animali.

Citazioni[modifica]

Due cavalli in montagna

  • A parte l’uomo, tutti gli animali sanno che lo scopo principale della vita è godersela. (Samuel Butler)
  • Abbiamo detto, parlando dell’animaumana, che si tratta di una sostanza provvista della facoltà di pensiero. Gli animali posseggono certamente questa facoltà. Essi hanno, quindi, un’anima. L’anima degli animali è forse immortale? Sì, e ciò le deriva proprio dalla sua natura, che è spirituale. (Pierre Massuet)
  • Abbiamo reso alcuni animali in un certo senso membri onorari della nostra società; ed arriviamo a vederli in una relazione quasi umana con noi, in particolare quando conferiamo loro nomi propri, come se fossero persone. Di Schopenhauer, quel misantropo che amava i cagnolini, si potrebbe quasi dire che lui ed il suo cane (il sovrano in carica del momento) formavano una società a sé. In senso metaforico si può dire che abbiamo dei doveri verso questi esseri umani onorari. (David George Ritchie)
  • Affermare che gli animali sono intelligenti o che hanno vite emotive molto ricche e profonde non costituisce affatto un tentativo di “umanizzarli”. Invero, quando poniamo davvero attenzione alla teoria evolutiva e all’idea di Charles Darwin riguardo alla continuità evolutiva, vediamo che noi esseri umani non siamo gli unici esseri intelligenti, senzientied emotivi. Derubare gli animali delle loro capacità cognitive ed emotive significa fare della “cattiva biologia”. Allo stesso tempo, riconoscere loro tali caratteristiche non significa affatto attribuire loro “qualcosa di umano” che essi stessi già non posseggano. (Marc Bekoff)
  • Agli indiani la trasmigrazione dell’animadall’animale all’uomo e viceversa non sembra strana, quindi dai nostri libri sacri non è stata bandita come esagerazione sentimentale la pietà per tutte le creature senzienti.
    Quando mi trovo in diretto contatto con la Natura, in campagna, l’Indiano si risveglia in me e io non posso rimanere freddo e indifferente davanti a tutta la gioia di vivere che batte nel soffice petto, ricoperto di piume, di un solo uccellino. (Rabindranath Tagore)
  • Al fondo della mia rivolta contro i potenti trovo, più antico, il ricordo dell’orrore delle torture inflitte alle bestie… e più l’uomo è feroce verso la bestia, più è carponi davanti agli uomini che lo dominano. (Louise Michel)
  • Amate gli animali […]. Non inquietateli, non tormentateli, non togliete loro la gioia: non opponetevi all’intenzione di Dio. Uomo, non porti al di sopra degli animali: essi sono senza peccato mentre tu, nella tua grandezza, guasti la Terra al tuo solo apparire lasciando dietro di te la tua lurida traccia. (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov)
  • Anche gli animali sono creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono un segno dell’impronta universale del peccato e della universale attesa della redenzione. (Papa Paolo VI)
  • Anche l’animale produce: si costruisce un nido, abitazioni, come le api, i castori, le formiche ecc. Se non che esso produce solo ciò di cui abbisogna immediatamente per sé o per i suoi piccoli […]; produce solo sotto il dominio del bisogno fisico immediato, mentre l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico ed anzi produce veramente solo nella libertà dal medesimo; produce solo se stesso, mentre l’uomo riproduce l’intera natura; il suo prodotto appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo si pone liberamente di fronte al suo prodotto. L’animale dà forma solo secondo la misura e il bisogno della specie a cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie. (Karl Marx)
  • Animale (s.m.). Organismo che richiede un gran numero di altri animali per il proprio sostentamento, dimostrando così in modo inoppugnabile quanto siano generosi i disegni della Provvidenza nel preservare la vita delle sue creature. (Ambrose Bierce)
  • Appare ormai inconfutabile, sulla base di molti dati scientifici, che gli animali non umani sono stati oggetto di una sottovalutazione soprattutto sotto il profilo delle loro capacità intellettive ed emotive: non solamente essi provano dolore e piacere, ma anche sospetto e timore, curiosità e stupore, gelosia e orgoglio, fino all’autocompiacimento e, ancora, sono capaci di risolvere problemi, di acquisire ed elaborare informazioni tratte non solo dall’immediata esperienza, fino a sedimentarle e a trasmetterle tramite processi comunicativi ed educativi. (Valerio Pocar)
  • Apparentemente le guerre fra gli uomini sono dovute a problemi economici e politici, ma in realtà sono il risultato di tutto il massacro di animali che gli uomini fanno. La legge di giustizia è implacabile: essa obbliga gli uomini a pagare versando tanto sangue quanto ne hanno fatto versare agli animali. Noi uccidiamo gli animali senza tenere conto che la natura è un organismo e che… si crea uno squilibrio. (Omraam Mikhaël Aïvanhov)
  • Avremmo bisogno di un diverso concetto degli animali, più saggio e forse più poetico… Trattiamo con condiscendenza la loro incompletezza e il tragico destino di avere assunto una forma assai inferiore alla nostra, e in questo sbagliamo: non possiamo misurare gli animali con il nostro stesso metro. In un mondo più arcaico e completo del nostro gli animali si muovevano compiuti e perfetti, dotati di percezioni sensoriali che noi non abbiamo mai raggiunto o abbiamo perduto, vivendo di gridi che non udremo mai. Gli animali non sono nostri fratelli né subalterni; sono popoli altri, coinvolti come noi nella trama della vita e del tempo, compagni di prigionia dello splendido e faticoso travaglio della terra. (Henry Beston)
  • Bisogna imparare a riconoscere e a rispettare negli altri animali i sentimenti che vibrano in noi stessi. (John Oswald)
  • C’è appunto affinità di natura tra noi e gli animali, giacché questi, dal momento che hanno in comune con noi la vita e gli stessi elementi e la mescolanza che di questi si compone, sono legati a noi uomini come fossero nostri fratelli. (Giamblico)
  • C’è, tra uomini e bestie, tra certi uomini e le bestie, domestiche o no, riconoscimenti inesplicabili, simpatie spontanee e subitanee. Si direbbero, costoro, persone segnate. (Alberto Jacometti)
  • Cane non mangia cane; «i feroci leoni non si fanno guerra»; il serpente non aggredisce il suo simile; v’è pace tra le bestie velenose. Ma per l’uomo non c’è bestia più pericolosa dell’uomo. (Erasmo da Rotterdam)
  • Capita, vero Fima, che quando si guarda un animale si pensa che forse lui ricorda qualcosa che le persone hanno dimenticato. (Amos Oz)
  • Cercare il piacere, evitare il dolore e conservare le energie riassumono il comportamento animale, che si tratti di un paramecio al microscopio o dello squalo bianco. (Forchette contro coltelli)
  • Certamente l’agire per un fine, il trarre vantaggio dall’esperienza, il prevedere l’avvenire, cioè quanto secondo voi conviene alle bestie, non può non derivare da un principio spirituale, esattamente come ne deriva ciò che si trova negli uomini. (Ignace-Gaston Pardies)
  • Certamente non siamo gli unici animali che vivono l’esperienza del dolore e della sofferenza. In altre parole, non c’è una linea netta tra l’animale uomo e il resto del regno animale. È una linea indistinta e lo sarà sempre… (Jane Goodall)
  • Che almeno alcune reazioni degli animali superiori non siano dovute al semplice caso ma attestino una facoltà di giudizio, ciò sembra ormai incontestabile. (Ernst Cassirer)
  • Che cos’è l’animale? È una questione di fronte alla quale si è tanto più imbarazzati quante più nozioni si hanno di filosofia e di storia naturale. Se si esaminano tutte le proprietà conosciute dell’animale, non se ne troverà alcuna che appartenga a tutti gli esseri cui siamo obbligati a dare questa qualifica, o sia assente da quanti non possiamo chiamare con tal nome. (Denis Diderot)
  • Che cos’è un cuore caritatevole? È un cuore che arde di amore per tutta la creazione, per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie… per tutte le creature. […] e non può più sopportare di vedere o sentire da altri qualsiasi sofferenza, incluso il minimo dolore inflitto a una creatura. È per questo che un uomo siffatto non smette mai di pregare per gli animali… spinto dall’infinita pietà che regna nei cuori di coloro che si stanno unendo a Dio. (Isacco di Ninive)
  • Che! – mi replicò scoppiando dal ridere – voi ritenete la vostra anima immortale, a differenza di quelle delle bestie? Sinceramente, mio grande amico, il vostro orgoglio è ben insolente! E da dove, vi prego, argomentate questa immortalità a danno di quella delle bestie? Sarebbe forse perché noi siamo dotati di ragione e quelle no? In primo luogo io ve lo nego, e vi proverò, quando vorrete, che esse ragionano come noi. (Savinien Cyrano de Bergerac)

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    Due cavalli in montagna

    • A parte l’uomo, tutti gli animali sanno che lo scopo principale della vita è godersela. (Samuel Butler)
    • Abbiamo detto, parlando dell’animaumana, che si tratta di una sostanza provvista della facoltà di pensiero. Gli animali posseggono certamente questa facoltà. Essi hanno, quindi, un’anima. L’anima degli animali è forse immortale? Sì, e ciò le deriva proprio dalla sua natura, che è spirituale. (Pierre Massuet)
    • Abbiamo reso alcuni animali in un certo senso membri onorari della nostra società; ed arriviamo a vederli in una relazione quasi umana con noi, in particolare quando conferiamo loro nomi propri, come se fossero persone. Di Schopenhauer, quel misantropo che amava i cagnolini, si potrebbe quasi dire che lui ed il suo cane (il sovrano in carica del momento) formavano una società a sé. In senso metaforico si può dire che abbiamo dei doveri verso questi esseri umani onorari. (David George Ritchie)
    • Affermare che gli animali sono intelligenti o che hanno vite emotive molto ricche e profonde non costituisce affatto un tentativo di “umanizzarli”. Invero, quando poniamo davvero attenzione alla teoria evolutiva e all’idea di Charles Darwin riguardo alla continuità evolutiva, vediamo che noi esseri umani non siamo gli unici esseri intelligenti, senzientied emotivi. Derubare gli animali delle loro capacità cognitive ed emotive significa fare della “cattiva biologia”. Allo stesso tempo, riconoscere loro tali caratteristiche non significa affatto attribuire loro “qualcosa di umano” che essi stessi già non posseggano. (Marc Bekoff)
    • Agli indiani la trasmigrazione dell’animadall’animale all’uomo e viceversa non sembra strana, quindi dai nostri libri sacri non è stata bandita come esagerazione sentimentale la pietà per tutte le creature senzienti.
      Quando mi trovo in diretto contatto con la Natura, in campagna, l’Indiano si risveglia in me e io non posso rimanere freddo e indifferente davanti a tutta la gioia di vivere che batte nel soffice petto, ricoperto di piume, di un solo uccellino. (Rabindranath Tagore)
    • Al fondo della mia rivolta contro i potenti trovo, più antico, il ricordo dell’orrore delle torture inflitte alle bestie… e più l’uomo è feroce verso la bestia, più è carponi davanti agli uomini che lo dominano. (Louise Michel)
    • Amate gli animali […]. Non inquietateli, non tormentateli, non togliete loro la gioia: non opponetevi all’intenzione di Dio. Uomo, non porti al di sopra degli animali: essi sono senza peccato mentre tu, nella tua grandezza, guasti la Terra al tuo solo apparire lasciando dietro di te la tua lurida traccia. (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov)
    • Anche gli animali sono creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono un segno dell’impronta universale del peccato e della universale attesa della redenzione. (Papa Paolo VI)
    • Anche l’animale produce: si costruisce un nido, abitazioni, come le api, i castori, le formiche ecc. Se non che esso produce solo ciò di cui abbisogna immediatamente per sé o per i suoi piccoli […]; produce solo sotto il dominio del bisogno fisico immediato, mentre l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico ed anzi produce veramente solo nella libertà dal medesimo; produce solo se stesso, mentre l’uomo riproduce l’intera natura; il suo prodotto appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo si pone liberamente di fronte al suo prodotto. L’animale dà forma solo secondo la misura e il bisogno della specie a cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie. (Karl Marx)
    • Animale (s.m.). Organismo che richiede un gran numero di altri animali per il proprio sostentamento, dimostrando così in modo inoppugnabile quanto siano generosi i disegni della Provvidenza nel preservare la vita delle sue creature. (Ambrose Bierce)
    • Appare ormai inconfutabile, sulla base di molti dati scientifici, che gli animali non umani sono stati oggetto di una sottovalutazione soprattutto sotto il profilo delle loro capacità intellettive ed emotive: non solamente essi provano dolore e piacere, ma anche sospetto e timore, curiosità e stupore, gelosia e orgoglio, fino all’autocompiacimento e, ancora, sono capaci di risolvere problemi, di acquisire ed elaborare informazioni tratte non solo dall’immediata esperienza, fino a sedimentarle e a trasmetterle tramite processi comunicativi ed educativi. (Valerio Pocar)
    • Apparentemente le guerre fra gli uomini sono dovute a problemi economici e politici, ma in realtà sono il risultato di tutto il massacro di animali che gli uomini fanno. La legge di giustizia è implacabile: essa obbliga gli uomini a pagare versando tanto sangue quanto ne hanno fatto versare agli animali. Noi uccidiamo gli animali senza tenere conto che la natura è un organismo e che… si crea uno squilibrio. (Omraam Mikhaël Aïvanhov)
    • Avremmo bisogno di un diverso concetto degli animali, più saggio e forse più poetico… Trattiamo con condiscendenza la loro incompletezza e il tragico destino di avere assunto una forma assai inferiore alla nostra, e in questo sbagliamo: non possiamo misurare gli animali con il nostro stesso metro. In un mondo più arcaico e completo del nostro gli animali si muovevano compiuti e perfetti, dotati di percezioni sensoriali che noi non abbiamo mai raggiunto o abbiamo perduto, vivendo di gridi che non udremo mai. Gli animali non sono nostri fratelli né subalterni; sono popoli altri, coinvolti come noi nella trama della vita e del tempo, compagni di prigionia dello splendido e faticoso travaglio della terra. (Henry Beston)
    • Bisogna imparare a riconoscere e a rispettare negli altri animali i sentimenti che vibrano in noi stessi. (John Oswald)
    • C’è appunto affinità di natura tra noi e gli animali, giacché questi, dal momento che hanno in comune con noi la vita e gli stessi elementi e la mescolanza che di questi si compone, sono legati a noi uomini come fossero nostri fratelli. (Giamblico)
    • C’è, tra uomini e bestie, tra certi uomini e le bestie, domestiche o no, riconoscimenti inesplicabili, simpatie spontanee e subitanee. Si direbbero, costoro, persone segnate. (Alberto Jacometti)
    • Cane non mangia cane; «i feroci leoni non si fanno guerra»; il serpente non aggredisce il suo simile; v’è pace tra le bestie velenose. Ma per l’uomo non c’è bestia più pericolosa dell’uomo. (Erasmo da Rotterdam)
    • Capita, vero Fima, che quando si guarda un animale si pensa che forse lui ricorda qualcosa che le persone hanno dimenticato. (Amos Oz)
    • Cercare il piacere, evitare il dolore e conservare le energie riassumono il comportamento animale, che si tratti di un paramecio al microscopio o dello squalo bianco. (Forchette contro coltelli)
    • Certamente l’agire per un fine, il trarre vantaggio dall’esperienza, il prevedere l’avvenire, cioè quanto secondo voi conviene alle bestie, non può non derivare da un principio spirituale, esattamente come ne deriva ciò che si trova negli uomini. (Ignace-Gaston Pardies)
    • Certamente non siamo gli unici animali che vivono l’esperienza del dolore e della sofferenza. In altre parole, non c’è una linea netta tra l’animale uomo e il resto del regno animale. È una linea indistinta e lo sarà sempre… (Jane Goodall)
    • Che almeno alcune reazioni degli animali superiori non siano dovute al semplice caso ma attestino una facoltà di giudizio, ciò sembra ormai incontestabile. (Ernst Cassirer)
    • Che cos’è l’animale? È una questione di fronte alla quale si è tanto più imbarazzati quante più nozioni si hanno di filosofia e di storia naturale. Se si esaminano tutte le proprietà conosciute dell’animale, non se ne troverà alcuna che appartenga a tutti gli esseri cui siamo obbligati a dare questa qualifica, o sia assente da quanti non possiamo chiamare con tal nome. (Denis Diderot)
    • Che cos’è un cuore caritatevole? È un cuore che arde di amore per tutta la creazione, per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie… per tutte le creature. […] e non può più sopportare di vedere o sentire da altri qualsiasi sofferenza, incluso il minimo dolore inflitto a una creatura. È per questo che un uomo siffatto non smette mai di pregare per gli animali… spinto dall’infinita pietà che regna nei cuori di coloro che si stanno unendo a Dio. (Isacco di Ninive)
    • Che! – mi replicò scoppiando dal ridere – voi ritenete la vostra anima immortale, a differenza di quelle delle bestie? Sinceramente, mio grande amico, il vostro orgoglio è ben insolente! E da dove, vi prego, argomentate questa immortalità a danno di quella delle bestie? Sarebbe forse perché noi siamo dotati di ragione e quelle no? In primo luogo io ve lo nego, e vi proverò, quando vorrete, che esse ragionano come noi. (Savinien Cyrano de Bergerac)

Il fumo sorvegliato speciale per il fegato

ONCOLOGIA
Donatella Barus

Fumo sorvegliato speciale per i tumori del fegato

Finora considerato marginale, l’uso di tabacco emerge in stretta associazione all’epatocarcinoma in uno studio sui tumori in Europa. Non ci sono prove di causalità. Gli esperti: «Per ora, è un motivo in più per smettere»

Fumo sorvegliato speciale per i tumori del fegato

E’ il fumo un elemento legato ai tumori del fegato finora più sottovalutato. In Europa i casi di malattia associati alla dipendenza dal tabacco, infatti, superano quelli associati al virus dell’epatite. Ciò non significa, avvertono gli esperti, che l’abitudine al fumo sia di per sé causa del carcinoma epatico (non ci sono dati scientifici che lo dimostrino), ma che va considerata con più attenzione e che soprattutto chi ha già altri fattori di rischio deve dire addio alla sigaretta.

PIU’ FUMATORI CHE PORTATORI DI EPATITE? – Sull’edizione online del Journal of the National Cancer Institute sono apparsi i risultati di uno studio sul tumore del fegato in Europa, che ha cercato di capire quale sia l’impatto sulla casistica di ciascuno dei fattori di rischio già noti: fumo, obesità e abuso di alcolici, oltre alle infezioni croniche da epatite B e C, il cui nesso causale con la malattia tumorale è noto da alcuni decenni. Il dato nuovo emerso dall’indagine è appunto che ci sono più fumatori che portatori di epatite fra gli Europei affetti da epatocarcinoma.

LA RICERCA – Gli autori dello studio, ricercatori dell’Harvard School of Public Health, hanno attinto all’ampio bacino di dati dello studio Epic (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), avviato per studiare il ruolo di dieta, ambiente, stili di vita e biologia nell’insorgenza di tumori e altre patologie. L’esito è stato che il 47,6% dei casi di carcinoma epatocellulare era associato al fumo di tabacco, il 20,9% all’epatite C, il 16,1% all’obesità, il 13,2% all’epatite B e il 10,2% all’assunzione eccessiva di alcol. La riflessione a cui giungono gli autori è che «uno dei tumori più letali è in larga parte prevenibile, stando alle attuali conoscenze».

UN’ALTRA RAGIONE PER SMETTERE – Come sottolineato in un editoriale di commento allo studio, è bene essere cauti sulle conclusioni da trarre: diversi altri studi hanno rilevato l’esistenza di un’associazione fra fumo e tumore del fegato, ma non ci sono prove che il fumo sia un fattore di rischio di per sé. «Dovremmo consigliare ai nostri pazienti che hanno altri fattori di rischio per carcinoma epatocellulare di smettere di fumare – commentno gli editorialisti -. Naturalmente, ci sono molte altre ragioni per dire basta al fumo. Questa è una in più».

tumore del polmone

Tumore del polmone

Il più importante fattore di rischio nel tumore del polmone è rappresentato dal fumo di sigaretta

Ultimo aggiornamento: 7 ottobre 2014

Tempo di lettura: 12 minuti

Cos’è

I polmoni sono due organi simmetrici, spugnosi, posti nel torace. La loro funzione è quella di trasferire l’ossigeno respirato al circolo sanguigno e depurare il sangue dall’anidride carbonica prodotta dall’organismo. In dettaglio, l’aria entra nell’organismo attraverso naso e bocca, passa poi nella trachea, una struttura a forma di tubo che si divide in due rami, uno diretto al polmone destro e uno al polmone sinistro. Questi due rami principali si dividono in altri rami più piccoli chiamati bronchi che a loro volta si dividono in tubi ancora più piccoli, i bronchioli. Al termine dei bronchioli si trovano gli alveoli, una sorta di “sacchetti” nei quali avviene lo scambio di ossigeno con il sangue: grazie ai moltissimi capillari presenti negli alveoli, infatti, l’ossigeno introdotto con la respirazione entra nel circolo sanguigno e può raggiungere tutte le cellule, mentre l’anidride carbonica prodotta dalle cellule entra negli alveoli e viene espulsa con l’espirazione.

Il tumore del polmone, che si può sviluppare nelle cellule che costituiscono bronchi, bronchioli e alveoli può costituire una massa che ostruisce il corretto flusso dell’aria, oppure provocare emorragie polmonari o bronchiali. Non esiste un solo tipo di tumore al polmone, bensì diverse tipologie di malattia a seconda del tessutopolmonare interessato e inoltre il polmone può rappresentare la sede di metastasiprovenienti da altri tipi di cancro (per esempio quello della mammella).

La parola all’esperto

Il chirurgo Ugo Pastorino parla dei tumori del polmone e dei progressi della ricerca nello studio e nella cura di queste patologie.

Quanto è diffuso

Le stime AIRTUM (Associazione italiana registri tumori) parlano di 38.200 nuove diagnosi di tumore del polmone all’anno, che rappresentano l’11 per cento di tutte le diagnosi di tumore nella popolazione – il 15 per cento delle nuove diagnosi negli uomini e il 6 per cento nelle donne. Negli ultimi anni si è osservata una moderata diminuzione di incidenza (numero di nuovi casi in un determinato periodo, per esempio un anno) negli uomini, ma un aumento nelle donne: la spiegazione è ancora una volta legata all’abitudine al fumo, che si è ridotta negli uomini, ma è in crescita nelle donne.

In base ai dati oggi disponibili, nel corso della vita un uomo su 9 e una donna su 36 possono sviluppare un tumore del polmone, mentre un uomo su 10 e una donna su 44 rischiano di morire a causa della malattia.

Il tumore del polmone rappresenta in effetti una delle prime cause di morte nei Paesi industrializzati, Italia compresa. In particolare, nel nostro Paese, questa neoplasia è la prima causa di morte per tumore negli uomini e la terza nelle donne: quasi 34.000 morti in un anno.

Chi è a rischio

Il più importante fattore di rischio nel tumore del polmone è rappresentato dal fumo di sigaretta: esiste infatti un chiaro rapporto dose-effetto tra questa abitudine e la malattia e ciò vale anche per il fumo passivo.
In altre parole, più si è fumato (o più fumo si è respirato nella vita), maggiore è la probabilità di ammalarsi e secondo gli esperti la durata di tale cattiva abitudine è anche più importante del numero di sigarette fumate per determinare il rischio di tumore. Il rischio cioè è molto più alto se si inizia a fumare da giovanissimi e si prosegue per il resto della vita.
In cifre, il rischio relativo dei fumatori aumenta di circa 14 volte rispetto ai non fumatori e addirittura fino a 20 volte se si fumano più di 20 sigarette al giorno.
Da ricordare, per precisione, che la relazione fumo-cancro al polmone vale in particolare per alcuni sottotipi di malattia come il carcinoma spinocellulare e il microcitoma.

Il fumo di sigaretta è responsabile di 8-9 tumori del polmone su 10, ma non è l’unico fattore di rischio per questa malattia. Esistono altri cancerogeni chimici come l’amianto (asbesto), il radon, i metalli pesanti, che provocano il tumore soprattutto in quella parte di popolazione che viene a contatto con queste sostanze per motivi di lavoro: si parla in questo caso di esposizione professionale.
Aumentano il rischio anche l’inquinamento atmosferico, una storia familiare di tumore del polmone (soprattutto nei genitori o in fratelli e sorelle), precedenti malattie polmonari o trattamenti di radioterapia che hanno colpito i polmoni (magari per un pregresso linfoma).

Sono sempre più precisi i dati che spiegano a livello molecolare i meccanismi che portano allo sviluppo del cancro del polmone: tra i geni coinvolti ricordiamo – solo per citarne alcuni – gli oncosoppressori p53 e p16 (geni che “tengono a bada” il tumore) e l’oncogene K-RAS (un gene che favorisce la malattia) per il tumore non a piccole cellule e p53 e RB1 per il tumore a piccole cellule.

Tipologie

Dal punto di vista clinico si è soliti distinguere due tipologie principali di tumore del polmone che insieme rappresentano oltre il 95 per cento di tutte le neoplasie che colpiscono questi organi: il tumore polmonare a piccole cellule (detto anche microcitoma, 10-15 per cento) e il tumore polmonare non a piccole cellule (il restante 85 per cento circa), entrambi originati dal tessuto epiteliale che riveste le strutture polmonari.

Il tumore a piccole cellule prende origine dai bronchi di diametro maggiore, è costituito da cellule di piccole dimensioni e si presenta in genere nei fumatori, mentre è molto raro in chi non ha mai fumato. La sua prognosi è peggiore rispetto a quella del tumore non a piccole cellule anche perché la malattia si diffonde molto rapidamente anche in altri organi.

Il tumore non a piccole cellule è a sua volta suddiviso in tre principali tipologie:

  • il carcinoma spinocellulare(detto anche squamocellulare o a cellule squamose) rappresenta il 25-30 per cento dei tumori del polmone e nasce nelle vie aeree di medio-grosso calibro dalla trasformazione dell’epitelio che riveste i bronchi provocata dal fumo di sigaretta. È questo il tumore polmonare con la prognosi migliore.
  • L’adenocarcinomasi presenta in circa il 35-40 per cento dei casi e si localizza, al contrario dei precedenti, in sede più periferica e cioè a livello dei bronchi di calibro minore. È il tumore polmonare più frequente tra chi non ha mai fumato e talvolta è dovuto alla presenza di cicatrici polmonari (per esempio per vecchie infezioni tubercolari o per pleuriti).
  • Il carcinoma a grandi celluleè meno frequente (10-15 per cento) e può comparire in diverse aree del polmone. In genere tende a crescere e a diffondersi piuttosto rapidamente.

Nel restante 5 per cento dei casi il tumore non prende origine dall’epitelio, ma da tessuti diversi come, per esempio i tessuti nervoso ed endocrino (in questo caso si parla di carcinoide polmonare di origine neuroendocrina) o linfatico (in questo caso si tratta di linfoma polmonare).

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Luna

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Luna

(Terra I)
FullMoon2010.jpg

Luna piena vista dall’emisfero boreale della Terra

Satellite di Terra
Parametri orbitali
(all’epoca J2000)
Semiasse maggiore 384 400 km[1]
Perigeo 363 300 km[1]
Apogeo 405 500 km[1]
Circonf. orbitale 2 413 402 km
Periodo orbitale 27,321 661 55 giorni
(27 d 7 h 43,2 m)
Periodo sinodico 29,530 588 giorni
(29 d 12 h 44 m)
Velocità orbitale 964 m/s[1] (min)
1 022 m/s[1] (media)
1 076 m/s[1] (max)
Inclinazione
sull’eclittica
5,145396°
Inclinazione rispetto
all’equat. di Terra
da 18,30° a 28,60°
Eccentricità 0,0549[1]
Dati fisici
Diametro equat. 3476,2 km[1]
Diametro polare 3472,0 km[1]
Diametro medio 3 476 km
Schiacciamento 0,0012[1]
Superficie 37 930 000 k
Volume 2,1958 × 1019 [1]
Massa
7,342 × 1022 kg[1]
Densità media 3,3462 × 103 kg/m³
Acceleraz. di gravità in superficie 1,622 m/s²
(0,1654 g)
Velocità di fuga 2 380 m/s[1]
Periodo di rotazione Rotazione sincrona
Velocità di rotazione
(all’equatore)
4,627 m/s
Inclinaz. dell’asse
sull’eclittica
1,5424°
Temperatura
superficiale
40 K (−233 °C)[2](min)
250 K (−23 °C(media)
396 K (123 °C(max)
Pressione atm. 3 × 10−10 Pa
Albedo 0,12
Dati osservativi
Magnitudine app. -12,74[1] (min)
Magnitudine app. -12,747

La Luna è un satellite naturale, l’unico della Terra[3]. Il suo nome proprio viene talvolta utilizzato, per antonomasia e con l’iniziale minuscola («una luna»), come sinonimo di satellite anche per i corpi celesti che orbitano attorno ad altri pianeti.

Orbita a una distanza media di circa 384 400 km dalla Terra[1], sufficientemente vicina da essere osservabile a occhio nudo, il che rende possibile distinguerne alcuni rilievi sulla superficie. Essendo in rotazione sincronarivolge sempre la stessa faccia verso la Terra e il suo lato nascosto è rimasto sconosciuto fino al periodo delle esplorazioni spaziali[4].

Durante il suo moto orbitale, il diverso aspetto causato dall’orientazione rispetto al Solegenera delle fasi chiaramente visibili e che hanno influenzato il comportamento dell’uomo fin dall’antichità. Impersonata dai greci nella dea Selene[5], fu da tempo remoto considerata influente sui raccolti, le carestie e la fertilità. Condiziona la vita sulla Terra di molte specie viventi[6], regolandone il ciclo riproduttivo e i periodi di caccia; agisce sulle maree e la stabilità dell’asse di rotazione terrestre[7].

Si pensa che la Luna si sia formata 4,5 miliardi di anni fa, non molto tempo dopo la nascita della Terra. Esistono diverse teorie riguardo alla sua formazione; la più accreditata è che si sia formata dall’aggregazione dei detriti rimasti in orbita dopo la collisione tra la Terra e un oggetto delle dimensioni di Marte chiamato Theia[8].

Il suo simbolo astronomico ☾[9] è una rappresentazione stilizzata della sua fase calante.

La faccia visibile della Luna è caratterizzata dalla presenza di circa 300 000 crateri da impatto (contando quelli con un diametro di almeno 1 km)[10]. Il cratere lunare più grande è il bacino Polo Sud-Aitken[11], che ha un diametro di circa 2 500 km, è profondo 13 kme occupa la parte meridionale della faccia nascosta.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine italiano “Luna” (di solito minuscolo nell’uso comune, non astronomico) deriva dal latino lūna, da un più antico *louksna, a sua volta proveniente dalla radice indoeuropea leuk-dal significato di “luce” o “luce riflessa”[12][13]; dalla stessa radice deriva anche l’avesticoraoxšna (“la brillante”)[14], e altre forme nelle lingue balticheslave, nell’armeno e nel tocario[13]; paralleli semantici si possono trovare nel sanscrito chandramā (“luna”[15], considerata come una divinità[16]) e nel greco antico σελήνη selḗnē (da σέλας sélas, “fulgore” [del fuoco][17], “splendore”), esempi che mantengono il significato di “lucente”, sebbene siano di diversi etimi[12].

Nelle lingue germaniche il nome della Luna deriva dal proto-germanico *mēnōn, assimilato probabilmente dal greco antico μήν e dal latino mensis che derivavano dalla comune radice indoeuropea *me(n)ses[18], dal chiaro significato odierno di mese. Da *mēnōn derivò probabilmente quello anglosassone mōna, mutato successivamente in mone attorno al dodicesimo secolo, quindi nell’odierno moon[19]. L’attuale termine tedesco Mond è etimologicamente strettamente correlato a quello di Monat (mese) e si riferisce al periodo delle sue fasi lunari[20].

Osservazione della Luna[modifica | modifica wikitesto]

Nell’antichità[modifica | modifica wikitesto]

Mappa della Luna di Johannes Hevelius dal suo Selenographia(1647), la prima mappa che include le zone di librazione

Nei tempi antichi non erano rare le culture, prevalentemente nomadi, che ritenevano che la Luna morisse ogni notte, scendendo nel mondo delle ombre; altre culture pensavano che la Luna inseguisse il Sole (o viceversa). Ai tempi di Pitagora, come enunciava la scuola pitagorica, veniva considerata un pianeta. Uno dei primi sviluppi dell’astronomia fu la comprensione dei cicli lunari. Già nel V secolo a.C. gli astronomi babilonesiregistrarono i cicli di ripetizione (saros) delle eclissi lunari[21][22] e gli astronomi indiani descrissero i moti di elongazione della Luna[23]. Successivamente fu spiegata la forma apparente della Luna, le fasi, e la causa della Luna pienaAnassagora affermò per primo, nel 428 a.C., che Sole e Luna fossero delle rocce sferiche, con il primo a emettere luce che la seconda riflette[24]. Sebbene i cinesi della dinastia Han credessero che la Luna avesse un’energia di tipo Ki, la loro teoria ammetteva che la luce della Luna fosse solo un riflesso di quella del Sole. Jing Fang, vissuto tra il 78 e il 37 a.C., notò anche che la Luna avesse una certa sfericità[25]. Nel secondo secolo dopo Cristo, Luciano scrisse un racconto dove gli eroi viaggiavano fino alla Luna scoprendo che era disabitata. Nel 499, l’astronomo indiano Aryabhata menzionò nella sua opera Aryabhatiya che la causa della brillantezza della Luna è proprio la riflessione della luce solare[26].

Dal medioevo al XX secolo