Partito politico

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Partito politico

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«Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale»
(Costituzione della Repubblica Italiana, art. 49)

Un partito politico è un’associazione tra persone accomunate da una medesima finalità politica ovvero da una comune visione su questioni fondamentali della gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici e particolari. L’attività del partito politico è volta ad operare per l’interesse nazionale, si esplica nello spazio della vita pubblica e, nelle attuali democrazie rappresentative, ha per “ambito prevalente” quello elettorale.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Definizioni e funzioni[modifica | modifica wikitesto]

Secondo Max Weber, «per partiti si debbono intendere le associazioni costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi e/o per il perseguimento di vantaggi personali»[senza fonte]. Nella definizione del politologo americano Anthony Downs il partito politico è «una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell’apparato governativo a seguito di regolari elezioni»[senza fonte]. Gli elementi centrali delle definizioni sono dunque:

  • Il partito è un’associazione;
  • Il fine del partito è indirizzare le decisioni pubbliche;
  • Gli scopi del partito sono ottenuti principalmente attraverso la partecipazione alle elezioni;
  • La strategia principale è l’occupazione di cariche elettive.

I partiti sono mediatori tra lo Stato e i cittadini. I partiti svolgono infatti la funzione di controllo dei governati sui governanti: poiché infatti i candidati si presentano all’interno di liste di partito, è più facilmente punibile un’eventuale rottura del patto di fiducia tra il candidato eletto e gli elettori che lo hanno votato (non votando più il partito di cui fa parte). I partiti strutturano il voto: questo perché i candidati alle elezioni sono prevalentemente membri di un partito, e perché il partito è l’entità con cui gli elettori si identificano. Esso svolge una funzione di socializzazione politica, poiché attraverso la loro azione i partiti educano gli elettori alla democrazia. Infine, mentre i gruppi di interesse articolano gli interessi dei cittadini, i partiti si occupano di aggregare questi interessi.

Sistemi partitici[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema partitico è l’insieme di partiti legati da una relazione logica. La distinzione classica proposta da Maurice Duverger li divide in sistemi monopartiticibipartiticimultipartitici.

Secondo le teorie di Duverger, i sistemi bipartitici sono influenzati dal sistema elettorale maggioritario a un turno e quelli multipartitici dal proporzionale.

Una teoria contraria a quella di Duverger è stata proposta da Giovanni Sartori. Il numero di partiti in un sistema non va calcolato semplicemente in base al numero effettivo di partiti esistenti, ma tramite un “conteggio intelligente” che considera solo i partiti dotati di due potenziali:

  • Potenziale di coalizione. Se il partito che è membro di una coalizione di governo è in un dato periodo di tempo necessario, almeno una volta, per determinare la maggioranza di governo.
  • Potenziale di ricatto. Se il partito ha un effetto sugli altri partiti del sistema, influenzandone le tattiche di competizione.

Sulla base di questa precisazione, e sull’importanza data al livello di polarizzazione ideologica del sistema partitico, Sartori ha dunque proposto una classificazione più articolata rispetto a quella di Duverger.

sistemi monopartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi:

  • Partito unico. Un solo partito è legale.
  • Partito egemonico. Legalmente esistono altri partiti, ma non sono che satelliti di quello principale: sono creati per rappresentare alcune minoranze o interessi. È il caso per esempio della Germania Est, della Cecoslovacchia e della Polonia comunista.
  • Partito predominante. Esistono vari partiti, ma nei fatti a vincere le elezioni è sempre uno solo di essi. Per essere “predominante”, si assume che questo partito abbia ottenuto la maggioranza assoluta almeno 3 volte consecutive nelle competizioni elettorali. Storicamente presente nei paesi Africani post-coloniali più recenti (es. AngolaSudafrica e Zimbabwe), nei paesi est europei post-comunisti (es. Russia e Bielorussia) e in alcuni stati sudamericani (es. il Messico, dove per 71 anni ha governato il Partito Rivoluzionario Istituzionale).

I primi due sono anche detti sistemi non competitivi, s’instaurano solo in regimi dittatoriali o totalitari (nel primo caso). Il terzo caso avviene invece anche in contesti democratici e pluralistici.

sistemi bipartitici. In questi sistemi non è necessario che vi siano solo due partiti, ma che esistano solo due partiti significativi, sulla base dei due potenziali sopra indicati.

sistemi multipartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi:

  • Pluralismo moderato. I partiti che contano non sono superiori a cinque, e vi sono governi di coalizione (ma non partiti antisistema). La struttura è bipolare nel senso che vi sono due coalizioni che competono l’una contro l’altra, tendendo a conquistare il sostegno dell’elettorato moderato di centro. La polarizzazione ideologica è scarsa, la meccanica è centripeta.
  • Pluralismo polarizzato. I partiti che contano sono superiori a cinque. Le caratteristiche sono: 1) presenza di partiti antisistema, cioè partiti che non cambierebbero, se potessero, il governo ma il sistema di governo stesso (partiti comunisti e fascisti); 2) presenza di due opposizioni bilaterali che non potrebbero mai allearsi tra loro; 3) il centro è occupato; 4) il sistema è ideologicamente polarizzato, con due poli (destra-sinistra) caratterizzati da posizioni estreme; 5) tendenza centrifuga; 6) emergono opposizioni irresponsabili a causa delle tendenza a fare promesse che non si possono mantenere da parte di quei partiti d’opposizione che non potranno mai salire al governo; 7) essendo costretto a restare al governo, il partito di centro avrà anch’esso scarsa responsabilità democratica. I casi tipici sono quelli della IV Repubblica Francese e della I Repubblica Italiana che, in seguito a riforme istituzionali ed elettorali (nel caso francese il passaggio dal sistema elettorale proporzionale al maggioritario a doppio turno e dell’attuazione nel 1962 del sistema semi-presidenziale; nel caso italiano l’istituzione del mattarellum e la fine della I Repubblica) sono divenuti sistemi a pluralismo tendenzialmente limitato e depolarizzato, pur continuando a costituire numericamente sistemi multipartitici estremi, cioè con un numero di partiti superiore a cinque.
  • Pluralismo atomizzato o segmentato. I partiti che contano sono nove o più, ma c’è bassa polarizzazione ideologica, alta frammentazione, presenza di coalizioni poco coese e dispersione del potere. È il caso delle giovani democrazie africane e latino-americane, nonché dell’India.

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