Mese: maggio 2019

storia della fotografia

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Storia della fotografia

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La storia della fotografia descrive le vicende che portarono alla realizzazione di uno strumento capace di registrare il mondo circostante grazie all’effetto della luce e della messa in luce di problemi relativi al concetto di osservazione istantanea. Utilizzando le scoperte e gli studi iniziati già nell’antica Grecia per lo più in ambito accademico aristotelico e platonico, l’idea di concettualizzare il divenire di una forma in immagine, di un concetto nella memoria, acquista un certo interesse: è la fotografia con i suoi primordi, camere ottiche, concetti geometrici, che si concretizzò agli inizi dell’800 e si sviluppò arrivando alla riproduzione del colore e all’utilizzo di supporti digitali, imponendosi inoltre come mezzo artistico capace di supportare e affiancare le altre arti visuali che nel frattempo seppero dotarsi di generi e scuole.

La fotografia si è affermata nel tempo dapprima come procedimento di raffigurazione del paesaggio e dell’architettura, poi come strumento per ritrarre la nascente borghesia e il popolo. La diffusione sempre maggiore del mezzo fotografico portò ad uno sviluppo della sensibilità estetica e all’indagine artistica del nuovo strumento, consentendone l’accesso nelle mostre e nei musei. Ebbe inoltre un ruolo fondamentale nello sviluppo del giornalismo e nel reportage e il miglioramento della tecnologia ne contribuì l’estensione anche nella cattura di immagini dello spazio e della macrofotografia micromondo.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Le origini della fotocamera[modifica | modifica wikitesto]

Già il filosofo Aristotele osservò che la luce, passando attraverso un piccolo foro, proiettava un’immagine circolare[senza fonte]. Lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitham giunse (prima del 1039) alle stesse conclusioni, definendo la scatola nella quale tutte le immagini si riproducevano con il termine “camera oscura[1]. Nel 1515 Leonardo da Vinci, studiando la riflessione della luce sulle superfici sferiche, descrisse una camera oscura che chiamò “Oculus Artificialis” (occhio artificiale), la cosiddetta camera oscura leonardiana, al cui modello applicò una lente. Un apparecchio del genere, usato per studiare l’eclissi solare del 24 gennaio 1544, fu illustrato dallo scienziato olandese Rainer Geinma Frisius[1]. A Gerolamo Cardano fu da attribuirsi, nel 1550, l’utilizzo pratico di una lenteconvessa per aumentare la luminosità dell’immagine, mentre il veneziano Daniele Barbaro, nel 1568, utilizzò una sorta di diaframma di diametro inferiore a quello della lente per ridurre le aberrazioni.

Materiale sensibile[modifica | modifica wikitesto]

Catturare la luce richiese però la comprensione dei materiali fotosensibili, che, anche se conosciuti fin dal Medioevo, non furono studiati a fondo fino al 1727, quando lo scienziato tedesco Johann Heinrich Schulze, durante alcuni esperimenti con carbonato di calcioacqua regiaacido nitrico e argento, scoprì che il composto risultante, fondamentalmente nitrato d’argento, reagiva alla luce. Si accorse che la sostanza non si modificava se esposta alla luce del fuoco(ortocromatismo, contrapposto a pancromatismo ), ma diveniva rosso scura se colpita dalla luce del sole, esattamente come per la maggior parte delle pellicole e carte in bianco e nero diffuse fino alla prima metà del Novecento e basate sugli alogenuri argentici non modificati. Ripeté l’esperimento riempiendo una bottiglia di vetro che, dopo l’esposizione alla luce, si scurì solo nel lato illuminato. Chiamò la sostanza scotophorusportatrice di tenebre. Una volta pubblicati, gli studi di Schulze provocarono fermento nell’ambiente della ricerca scientifica.

Studi su possibili protofotografie[modifica | modifica wikitesto]

Una corrente minoritaria di ricercatori e storici sostiene che vi fu un utilizzo al di fuori della semplice copia per pittura, realizzando fotografie prima del XIX secolo; Nicholas Allen, studioso di storia dell’arte, ha sostenuto che la Sindone di Torino sia una protofotografia rudimentale medievale, risalente al XIII secolo (come da datazione del carbonio 14) e ritraente un busto o un modello umano, realizzata su lino con il cloruro d’argento che è fotosensibile. Secondo Allen la camera oscura sarebbe nota e usata fin dall’antichità dai pittori per ricalcare le immagini reali, e anche Platone vi farebbe allusione nel mito della caverna.[2] Il filosofo, teologo e alchimista del XIII secolo Alberto Magno per alcuni sarebbe già stato in grado di produrre un manufatto protofotografico, in quanto tra i primi a intuire le proprietà fotosensibili del nitrato d’argento.[3]

L’invenzione della fotografia[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni dell’Ottocento l’inglese Thomas Wedgwoodceramista inglese di quel tempo, sperimentò l’utilizzo del nitrato d’argento, prima rivestendone l’interno di recipienti ceramici, poi immergendovi dei fogli di carta o di cuoio esposti poi alla luce dopo avervi deposto degli oggetti. Si accorse che dove la luce colpiva il foglio, la sostanza si anneriva, mentre rimaneva chiara nelle zone coperte dagli oggetti. Queste immagini, però, non si stabilizzavano e perdevano rapidamente contrasto se mantenute alla luce naturale, mentre riposti all’oscuro potevano essere viste alla luce di una lampada (a olio) o di una candela. Utilizzò anche il cuoio come materiale e sistemò dei fogli sensibilizzati all’interno di una camera oscura senza però ottenere alcun risultato. A causa della salute cagionevole non poté proseguire negli studi che nel 1802 l’amico Sir Humphry Davy descrisse sul “Journal of the Royal Institution of Great Britain”, annotando però che non era stato compreso il meccanismo per interrompere il processo di sensibilizzazione.[4] La corrispondenza con James Watt, fa ritenere che nel 1790 – 1791 avvenne la prima impressione di un’immagine chimica su carta.

«Doveva tenersi il 7 aprile 2008 da Sotheby’s ma l’asta è stata rinviata. Si tratta di un foglio di carta attribuito a Thomas Wedgwood con impressa una foglia d’albero. Finora si pensava che fosse un “disegno fotogenico” di Talbot ma una piccola W impressa in un angolo ha fatto ricredere lo storico della fotografia Larry Schaaf. Occorrerà anticipare la realizzazione della prima fotografia stabile a distanza di tempo di un ventennio.[5]»

Cardinale Georges I d’Amboise
A sinistra l’incisione originale del 1650, a destra la copia in eliografia del 1826 di Niépce

Joseph Nicéphore Niépce si interessò della recente scoperta della fotografia e approfondì gli studi alla ricerca di una sostanza che potesse impressionarsi alla luce in maniera esatta mantenendo il risultato nel tempo. Il 5 maggio 1816, Joseph Niépce scrisse al fratello Claude del suo ultimo esperimento, un foglio bagnato di cloruro d’argento ed esposto all’interno di una piccola camera oscura. L’immagine risultante apparì invertita, con gli oggetti bianchi su fondo nero. Questo negativo non soddisfece Niépce, che proseguì la ricerca di un procedimento per ottenere direttamente il positivo. Scoprì che il bitume di Giudea era sensibile alla luce e lo utilizzò nel 1822 per produrre delle copie di una incisione del cardinale di ReimsGeorges I d’Amboise. Il bitume di Giudea è un tipo di asfalto normalmente solubile all’olio di lavanda, che una volta esposto alla luce indurisce. Niépce cosparse una lastra di peltro con questa sostanza e vi sovrappose l’incisione del cardinale. Dove la luce riuscì a raggiungere la lastra di peltro attraverso le zone chiare dell’incisione, sensibilizzò il bitume, che indurendosi non poté essere eliminato dal successivo lavaggio con olio di lavanda. La superficie rimasta scoperta venne scavata con dell’acquaforte e la lastra finale poté essere utilizzata per la stampa.

Niépce chiamò questo procedimento eliografia e lo utilizzò anche in camera oscura per produrre dei positivi su lastre di stagno. Dopo l’esposizione alla luce e il successivo lavaggio per eliminare il bitume non sensibilizzato, utilizzò i vapori di iodio per annerire le zone lavate dal bitume. A causa della lunghissima esposizione necessaria, fino a otto ore, le riprese all’esterno furono penalizzate dalla luce solare che, cambiando orientamento, rese l’immagine irreale. Maggior successo ebbero le eliografie con luce controllata, ovvero in interni, e su lastre di vetro.

Nel 1827, durante il viaggio verso Londra per trovare il fratello Claude, Niépce si fermò a Parigi e incontrò Louis Jacques Mandé Daguerre: quest’ultimo era già stato informato del lavoro di Niépce dall’ottico Charles Chevalier, fornitore per entrambi di lenti per la camera oscura. Daguerre era un pittore parigino di discreto successo, conosciuto principalmente per aver realizzato il diorama, un teatro che presentava grandi quadri e giochi di luce, per cui Daguerre utilizzava la camera oscura per assicurarsi una prospettiva corretta.

A Londra Niépce presentò l’eliografia alla Royal Society, che non accettò la comunicazione perché Niépce non volle rivelare tutto il procedimento. Tornò a Parigi e si mise in contatto con Daguerre, con il quale concluse nel dicembre 1829 un contratto valido dieci anni per continuare le ricerche in comune. Dopo quattro anni, nel 1833, Niépce morì senza aver potuto pubblicare il suo procedimento. Il figlio Isidore prese il posto nell’associazione con Daguerre, ma non fornì alcun contributo, tanto che Daguerre modificò il contratto e impose il nome dell’invenzione in dagherrotipia, anche se mantenne il contributo di Joseph Niépce. Isidore firmò la modifica pur ritenendola ingiusta. Il nuovo procedimento era molto diverso rispetto a quello originario preparato da Joseph Niépce, quindi si può ritenere in parte corretta la rivendicazione di Daguerre.

Natura mortadagherrotipo del 1837, ad opera di Louis Daguerre

Nel 1837 la tecnica raggiunta da Daguerre fu sufficientemente matura da produrre una natura morta di grande pregio. Daguerre utilizzò una lastra di rame con applicata una sottile foglia di argento lucidato, che posta sopra a vapori di iodio reagiva formando ioduro d’argento. Seguì l’esposizione alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d’argento nuovamente argento in un modo proporzionale alla luce ricevuta. L’immagine non risultava visibile fino all’esposizione ai vapori di mercurio. Un bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non stabilmente, l’immagine.

In cerca di fondi, Daguerre fu contattato da François Arago, che propose l’acquisto del procedimento da parte dello Stato. Il 6 gennaio 1839 la scoperta di una tecnica per dipingere con la luce fu resa nota con toni entusiastici sul quotidianoGazette de France e il 19 gennaio nel Literary Gazette.

Il procedimento venne reso pubblico il 19 agosto 1839, quando, in una riunione dell’Accademia delle Scienze e dell’Accademia delle Belle arti, venne presentato nei particolari tecnici all’assemblea e alla folla radunatesi all’esterno. Arago descrisse la storia e la tecnica legata al dagherrotipo, inoltre presentò una relazione del pittore Paul Delaroche, in cui furono esaltati i minuziosi dettagli dell’immagine e dove si affermò che gli artisti e gli incisori non erano minacciati dalla fotografia, anzi potevano utilizzare il nuovo mezzo per lo studio e l’analisi delle vedute. La relazione terminò con il seguente appunto di Delaroche:

«Per concludere, la mirabile scoperta di monsieur Daguerre ha reso un servizio immenso alle arti.»
(Paul Delaroche)

Daguerre pubblicò un manuale (Historique et description des procédés du dagguerréotype et du diorama) tradotto ed esportato in tutto il mondo, contenente la descrizione dell’eliografia di Niépce e i dettagli della dagherrotipia. Con il cognato Alphonse Giroux, Daguerre si accordò per la fabbricazione delle camere oscure necessarie. Costruite in legno, furono provviste delle lenti acromatiche progettate da Chevalier nel 1829. Questi obiettivi avevano una lunghezza focale di 40,6 cm e una luminosità di f/16, il costo si aggirava intorno ai 400 franchi. Anche se il procedimento fu reso pubblico in Francia, Daguerre acquisì un brevetto in Inghilterra, con il quale impose delle licenze per l’utilizzo della sua scoperta.

In Italia i primi esperimenti di fotografia sono condotti da Enrico Federico Jest e da Antonio Rasetti nell’ottobre del 1839 con un macchinario di loro costruzione basato sui progetti di Daguerre. Le prime fotografie italiane sono vedute della chiesa della Gran Madre, di Piazza Castello, e di Palazzo Reale, tutte a Torino.

In Cina, è bene sottolinearlo, più o meno contestualmente, l’élite culturale non rimane del tutto insensibile all’indagine fotografica. La testimonianza più eloquente è il cantonese Zou Boqi (1819-1869) che è stato, con ogni probabilità, un letterato, esponente della classe dirigente cinese, matematico particolarmente versato alla cartografia, con uno spiccato interesse verso la scienza tecnologica e soprattutto i nuovi sistemi riferibili alla visione. Egli in concomitanza alla pubblicazione delle scoperte compiute in Occidente, realizza quella che viene considerata la prima fotocamera cinese, così come testimoniano anche diverse fonti locali sulle teorie della fotografia, risalenti attorno al 1840.[6]

I procedimenti alternativi[modifica | modifica wikitesto]

La notizia apparsa sul Gazette de France e sul Literary Gazette destò l’interesse di alcuni ricercatori che stavano lavorando nella stessa direzione. Tra questi William Fox Talbot, che si affrettò a rendere pubbliche le sue scoperte, documentando esperimenti risalenti al 1835. Si trattava di un foglio di carta immerso in sale da cucina e nitrato d’argento, asciugato e coperto con piccoli oggetti come foglie, piume o pizzo, quindi esposto alla luce. Sul foglio di carta compariva il negativo dell’oggetto che il 28 febbraio 1835 Talbot intuì come trasformare in positivo utilizzando un secondo foglio in trasparenza. Utilizzò una forte soluzione di sale o di ioduro di potassio che rendeva meno sensibili gli elementi d’argento per rallentare il processo di dissoluzione dell’immagine. Chiamò questo procedimento calotipia o talbotipia, che utilizzò già nell’agosto del 1835 per produrre delle piccole immagini di 6,50 cm² della sua tenuta di Lacock Abbeymediante camera oscura.

Il 25 gennaio 1839 Talbot presentò le sue opere alla Royal Society, seguite da una lettera ad Arago, Biot e Humboldt per rivendicare la priorità su Daguerre. Il 20 febbraio fu letta una relazione che rese chiari alcuni aspetti tecnici, al punto da rendere replicabile la procedura.

Insieme a Talbot, anche Sir John Herschel, all’oscuro delle sperimentazioni dei colleghi, utilizzò i sali d’argento ma, grazie alle precedenti esperienze con l’iposolfito di sodio che si accorse sciogliere l’argento, ottenne un fissaggio migliore proprio utilizzando questa sostanza. Ne parlò a Talbot e insieme pubblicarono la scoperta che venne subito adottata anche da Daguerre. La sostanza cambiò in seguito nome in tiosolfato di sodio, anche se rimase conosciuta come iposolfito. Ad Herschel venne attribuita anche l’introduzione dei termini fotografianegativo e positivo.

Hippolyte Bayard presentò il suo procedimento solo nel luglio del 1839, senza ottenere il successo dei due metodi già esposti.

Tra i procedimenti e varianti minori ricordiamo inoltre quello dello scozzese Mungo Ponton, che utilizzò il più economico bicromato di potassio come sostanza fotosensibile, e quelli di Hércules Florence e Hans Thøger Winther che rivendicavano rispettivamente negli anni 1833 e 1826 degli esperimenti fotografici con esito positivo.

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La storia della fotografia descrive le vicende che portarono alla realizzazione di uno strumento capace di registrare il mondo circostante grazie all’effetto della luce e della messa in luce di problemi relativi al concetto di osservazione istantanea. Utilizzando le scoperte e gli studi iniziati già nell’antica Grecia per lo più in ambito accademico aristotelico e platonico, l’idea di concettualizzare il divenire di una forma in immagine, di un concetto nella memoria, acquista un certo interesse: è la fotografia con i suoi primordi, camere ottiche, concetti geometrici, che si concretizzò agli inizi dell’800 e si sviluppò arrivando alla riproduzione del colore e all’utilizzo di supporti digitali, imponendosi inoltre come mezzo artistico capace di supportare e affiancare le altre arti visuali che nel frattempo seppero dotarsi di generi e scuole.

La fotografia si è affermata nel tempo dapprima come procedimento di raffigurazione del paesaggio e dell’architettura, poi come strumento per ritrarre la nascente borghesia e il popolo. La diffusione sempre maggiore del mezzo fotografico portò ad uno sviluppo della sensibilità estetica e all’indagine artistica del nuovo strumento, consentendone l’accesso nelle mostre e nei musei. Ebbe inoltre un ruolo fondamentale nello sviluppo del giornalismo e nel reportage e il miglioramento della tecnologia ne contribuì l’estensione anche nella cattura di immagini dello spazio e della macrofotografia micromondo.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Le origini della fotocamera[modifica | modifica wikitesto]

Già il filosofo Aristotele osservò che la luce, passando attraverso un piccolo foro, proiettava un’immagine circolare[senza fonte]. Lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitham giunse (prima del 1039) alle stesse conclusioni, definendo la scatola nella quale tutte le immagini si riproducevano con il termine “camera oscura[1]. Nel 1515 Leonardo da Vinci, studiando la riflessione della luce sulle superfici sferiche, descrisse una camera oscura che chiamò “Oculus Artificialis” (occhio artificiale), la cosiddetta camera oscura leonardiana, al cui modello applicò una lente. Un apparecchio del genere, usato per studiare l’eclissi solare del 24 gennaio 1544, fu illustrato dallo scienziato olandese Rainer Geinma Frisius[1]. A Gerolamo Cardano fu da attribuirsi, nel 1550, l’utilizzo pratico di una lenteconvessa per aumentare la luminosità dell’immagine, mentre il veneziano Daniele Barbaro, nel 1568, utilizzò una sorta di diaframma di diametro inferiore a quello della lente per ridurre le aberrazioni.

Materiale sensibile[modifica | modifica wikitesto]

Catturare la luce richiese però la comprensione dei materiali fotosensibili, che, anche se conosciuti fin dal Medioevo, non furono studiati a fondo fino al 1727, quando lo scienziato tedesco Johann Heinrich Schulze, durante alcuni esperimenti con carbonato di calcioacqua regiaacido nitrico e argento, scoprì che il composto risultante, fondamentalmente nitrato d’argento, reagiva alla luce. Si accorse che la sostanza non si modificava se esposta alla luce del fuoco(ortocromatismo, contrapposto a pancromatismo ), ma diveniva rosso scura se colpita dalla luce del sole, esattamente come per la maggior parte delle pellicole e carte in bianco e nero diffuse fino alla prima metà del Novecento e basate sugli alogenuri argentici non modificati. Ripeté l’esperimento riempiendo una bottiglia di vetro che, dopo l’esposizione alla luce, si scurì solo nel lato illuminato. Chiamò la sostanza scotophorusportatrice di tenebre. Una volta pubblicati, gli studi di Schulze provocarono fermento nell’ambiente della ricerca scientifica.

Studi su possibili protofotografie[modifica | modifica wikitesto]

Una corrente minoritaria di ricercatori e storici sostiene che vi fu un utilizzo al di fuori della semplice copia per pittura, realizzando fotografie prima del XIX secolo; Nicholas Allen, studioso di storia dell’arte, ha sostenuto che la Sindone di Torino sia una protofotografia rudimentale medievale, risalente al XIII secolo (come da datazione del carbonio 14) e ritraente un busto o un modello umano, realizzata su lino con il cloruro d’argento che è fotosensibile. Secondo Allen la camera oscura sarebbe nota e usata fin dall’antichità dai pittori per ricalcare le immagini reali, e anche Platone vi farebbe allusione nel mito della caverna.[2] Il filosofo, teologo e alchimista del XIII secolo Alberto Magno per alcuni sarebbe già stato in grado di produrre un manufatto protofotografico, in quanto tra i primi a intuire le proprietà fotosensibili del nitrato d’argento.[3]

L’invenzione della fotografia[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni dell’Ottocento l’inglese Thomas Wedgwoodceramista inglese di quel tempo, sperimentò l’utilizzo del nitrato d’argento, prima rivestendone l’interno di recipienti ceramici, poi immergendovi dei fogli di carta o di cuoio esposti poi alla luce dopo avervi deposto degli oggetti. Si accorse che dove la luce colpiva il foglio, la sostanza si anneriva, mentre rimaneva chiara nelle zone coperte dagli oggetti. Queste immagini, però, non si stabilizzavano e perdevano rapidamente contrasto se mantenute alla luce naturale, mentre riposti all’oscuro potevano essere viste alla luce di una lampada (a olio) o di una candela. Utilizzò anche il cuoio come materiale e sistemò dei fogli sensibilizzati all’interno di una camera oscura senza però ottenere alcun risultato. A causa della salute cagionevole non poté proseguire negli studi che nel 1802 l’amico Sir Humphry Davy descrisse sul “Journal of the Royal Institution of Great Britain”, annotando però che non era stato compreso il meccanismo per interrompere il processo di sensibilizzazione.[4] La corrispondenza con James Watt, fa ritenere che nel 1790 – 1791 avvenne la prima impressione di un’immagine chimica su carta.

«Doveva tenersi il 7 aprile 2008 da Sotheby’s ma l’asta è stata rinviata. Si tratta di un foglio di carta attribuito a Thomas Wedgwood con impressa una foglia d’albero. Finora si pensava che fosse un “disegno fotogenico” di Talbot ma una piccola W impressa in un angolo ha fatto ricredere lo storico della fotografia Larry Schaaf. Occorrerà anticipare la realizzazione della prima fotografia stabile a distanza di tempo di un ventennio.[5]»

Cardinale Georges I d’Amboise
A sinistra l’incisione originale del 1650, a destra la copia in eliografia del 1826 di Niépce

Joseph Nicéphore Niépce si interessò della recente scoperta della fotografia e approfondì gli studi alla ricerca di una sostanza che potesse impressionarsi alla luce in maniera esatta mantenendo il risultato nel tempo. Il 5 maggio 1816, Joseph Niépce scrisse al fratello Claude del suo ultimo esperimento, un foglio bagnato di cloruro d’argento ed esposto all’interno di una piccola camera oscura. L’immagine risultante apparì invertita, con gli oggetti bianchi su fondo nero. Questo negativo non soddisfece Niépce, che proseguì la ricerca di un procedimento per ottenere direttamente il positivo. Scoprì che il bitume di Giudea era sensibile alla luce e lo utilizzò nel 1822 per produrre delle copie di una incisione del cardinale di ReimsGeorges I d’Amboise. Il bitume di Giudea è un tipo di asfalto normalmente solubile all’olio di lavanda, che una volta esposto alla luce indurisce. Niépce cosparse una lastra di peltro con questa sostanza e vi sovrappose l’incisione del cardinale. Dove la luce riuscì a raggiungere la lastra di peltro attraverso le zone chiare dell’incisione, sensibilizzò il bitume, che indurendosi non poté essere eliminato dal successivo lavaggio con olio di lavanda. La superficie rimasta scoperta venne scavata con dell’acquaforte e la lastra finale poté essere utilizzata per la stampa.

Niépce chiamò questo procedimento eliografia e lo utilizzò anche in camera oscura per produrre dei positivi su lastre di stagno. Dopo l’esposizione alla luce e il successivo lavaggio per eliminare il bitume non sensibilizzato, utilizzò i vapori di iodio per annerire le zone lavate dal bitume. A causa della lunghissima esposizione necessaria, fino a otto ore, le riprese all’esterno furono penalizzate dalla luce solare che, cambiando orientamento, rese l’immagine irreale. Maggior successo ebbero le eliografie con luce controllata, ovvero in interni, e su lastre di vetro.

Nel 1827, durante il viaggio verso Londra per trovare il fratello Claude, Niépce si fermò a Parigi e incontrò Louis Jacques Mandé Daguerre: quest’ultimo era già stato informato del lavoro di Niépce dall’ottico Charles Chevalier, fornitore per entrambi di lenti per la camera oscura. Daguerre era un pittore parigino di discreto successo, conosciuto principalmente per aver realizzato il diorama, un teatro che presentava grandi quadri e giochi di luce, per cui Daguerre utilizzava la camera oscura per assicurarsi una prospettiva corretta.

A Londra Niépce presentò l’eliografia alla Royal Society, che non accettò la comunicazione perché Niépce non volle rivelare tutto il procedimento. Tornò a Parigi e si mise in contatto con Daguerre, con il quale concluse nel dicembre 1829 un contratto valido dieci anni per continuare le ricerche in comune. Dopo quattro anni, nel 1833, Niépce morì senza aver potuto pubblicare il suo procedimento. Il figlio Isidore prese il posto nell’associazione con Daguerre, ma non fornì alcun contributo, tanto che Daguerre modificò il contratto e impose il nome dell’invenzione in dagherrotipia, anche se mantenne il contributo di Joseph Niépce. Isidore firmò la modifica pur ritenendola ingiusta. Il nuovo procedimento era molto diverso rispetto a quello originario preparato da Joseph Niépce, quindi si può ritenere in parte corretta la rivendicazione di Daguerre.

Natura mortadagherrotipo del 1837, ad opera di Louis Daguerre

Nel 1837 la tecnica raggiunta da Daguerre fu sufficientemente matura da produrre una natura morta di grande pregio. Daguerre utilizzò una lastra di rame con applicata una sottile foglia di argento lucidato, che posta sopra a vapori di iodio reagiva formando ioduro d’argento. Seguì l’esposizione alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d’argento nuovamente argento in un modo proporzionale alla luce ricevuta. L’immagine non risultava visibile fino all’esposizione ai vapori di mercurio. Un bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non stabilmente, l’immagine.

In cerca di fondi, Daguerre fu contattato da François Arago, che propose l’acquisto del procedimento da parte dello Stato. Il 6 gennaio 1839 la scoperta di una tecnica per dipingere con la luce fu resa nota con toni entusiastici sul quotidianoGazette de France e il 19 gennaio nel Literary Gazette.

Il procedimento venne reso pubblico il 19 agosto 1839, quando, in una riunione dell’Accademia delle Scienze e dell’Accademia delle Belle arti, venne presentato nei particolari tecnici all’assemblea e alla folla radunatesi all’esterno. Arago descrisse la storia e la tecnica legata al dagherrotipo, inoltre presentò una relazione del pittore Paul Delaroche, in cui furono esaltati i minuziosi dettagli dell’immagine e dove si affermò che gli artisti e gli incisori non erano minacciati dalla fotografia, anzi potevano utilizzare il nuovo mezzo per lo studio e l’analisi delle vedute. La relazione terminò con il seguente appunto di Delaroche:

«Per concludere, la mirabile scoperta di monsieur Daguerre ha reso un servizio immenso alle arti.»
(Paul Delaroche)

Daguerre pubblicò un manuale (Historique et description des procédés du dagguerréotype et du diorama) tradotto ed esportato in tutto il mondo, contenente la descrizione dell’eliografia di Niépce e i dettagli della dagherrotipia. Con il cognato Alphonse Giroux, Daguerre si accordò per la fabbricazione delle camere oscure necessarie. Costruite in legno, furono provviste delle lenti acromatiche progettate da Chevalier nel 1829. Questi obiettivi avevano una lunghezza focale di 40,6 cm e una luminosità di f/16, il costo si aggirava intorno ai 400 franchi. Anche se il procedimento fu reso pubblico in Francia, Daguerre acquisì un brevetto in Inghilterra, con il quale impose delle licenze per l’utilizzo della sua scoperta.

In Italia i primi esperimenti di fotografia sono condotti da Enrico Federico Jest e da Antonio Rasetti nell’ottobre del 1839 con un macchinario di loro costruzione basato sui progetti di Daguerre. Le prime fotografie italiane sono vedute della chiesa della Gran Madre, di Piazza Castello, e di Palazzo Reale, tutte a Torino.

In Cina, è bene sottolinearlo, più o meno contestualmente, l’élite culturale non rimane del tutto insensibile all’indagine fotografica. La testimonianza più eloquente è il cantonese Zou Boqi (1819-1869) che è stato, con ogni probabilità, un letterato, esponente della classe dirigente cinese, matematico particolarmente versato alla cartografia, con uno spiccato interesse verso la scienza tecnologica e soprattutto i nuovi sistemi riferibili alla visione. Egli in concomitanza alla pubblicazione delle scoperte compiute in Occidente, realizza quella che viene considerata la prima fotocamera cinese, così come testimoniano anche diverse fonti locali sulle teorie della fotografia, risalenti attorno al 1840.[6]

I procedimenti alternativi[modifica | modifica wikitesto]

La notizia apparsa sul Gazette de France e sul Literary Gazette destò l’interesse di alcuni ricercatori che stavano lavorando nella stessa direzione. Tra questi William Fox Talbot, che si affrettò a rendere pubbliche le sue scoperte, documentando esperimenti risalenti al 1835. Si trattava di un foglio di carta immerso in sale da cucina e nitrato d’argento, asciugato e coperto con piccoli oggetti come foglie, piume o pizzo, quindi esposto alla luce. Sul foglio di carta compariva il negativo dell’oggetto che il 28 febbraio 1835 Talbot intuì come trasformare in positivo utilizzando un secondo foglio in trasparenza. Utilizzò una forte soluzione di sale o di ioduro di potassio che rendeva meno sensibili gli elementi d’argento per rallentare il processo di dissoluzione dell’immagine. Chiamò questo procedimento calotipia o talbotipia, che utilizzò già nell’agosto del 1835 per produrre delle piccole immagini di 6,50 cm² della sua tenuta di Lacock Abbeymediante camera oscura.

Il 25 gennaio 1839 Talbot presentò le sue opere alla Royal Society, seguite da una lettera ad Arago, Biot e Humboldt per rivendicare la priorità su Daguerre. Il 20 febbraio fu letta una relazione che rese chiari alcuni aspetti tecnici, al punto da rendere replicabile la procedura.

Insieme a Talbot, anche Sir John Herschel, all’oscuro delle sperimentazioni dei colleghi, utilizzò i sali d’argento ma, grazie alle precedenti esperienze con l’iposolfito di sodio che si accorse sciogliere l’argento, ottenne un fissaggio migliore proprio utilizzando questa sostanza. Ne parlò a Talbot e insieme pubblicarono la scoperta che venne subito adottata anche da Daguerre. La sostanza cambiò in seguito nome in tiosolfato di sodio, anche se rimase conosciuta come iposolfito. Ad Herschel venne attribuita anche l’introduzione dei termini fotografianegativo e positivo.

Hippolyte Bayard presentò il suo procedimento solo nel luglio del 1839, senza ottenere il successo dei due metodi già esposti.

Tra i procedimenti e varianti minori ricordiamo inoltre quello dello scozzese Mungo Ponton, che utilizzò il più economico bicromato di potassio come sostanza fotosensibile, e quelli di Hércules Florence e Hans Thøger Winther che rivendicavano rispettivamente negli anni 1833 e 1826 degli esperimenti fotografici con esito positivo.

Una vita senza telefono cellulare

Il telefono cellulare, ritenuto strumento irrinunciabile nella società moderna, spesso finisce per sfinire, “costringe” ad essere sempre raggiungibili, sempre connessi; ma soprattutto espone a rischi per la salute ormai documentati scientificamente. Ecco perché qualcuno comincia a disfarsene; ma c’è anche chi un cellulare non l’ha mai avuto. «E si vive benissimo lo stesso», spiega.

Una vita senza telefono cellulare

Paolo Ermani, presidente dell’associazione Paea, che si occupa di energia rinnovabili, e uno dei fondatori de Il Cambiamento, non ha mai posseduto un telefono cellulare. Scelta, questa, che la maggioranza delle persone oggi ritiene impossibile e che invece si rivela sostenibile e fattibilissima.

Perché Paolo hai fatto la scelta di non avere un cellulare?

Attaccarmi un forno a microonde alla testa non mi allettava come idea. Gli auricolari diminuiscono un po’ il rischio, ma ci si dimentica quasi sempre di metterli. In seguito il solo pensiero di essere disturbato continuamente mi faceva venire il mal di mare. Sono pochissimi coloro che, pur avendolo, lo tengono per la maggior parte del tempo spento. Dopo un po’ subiscono il condizionamento di parenti e amici che ti chiedono perché non lo hai attivato, perché non rispondi, ecc. Con le attività che faccio io poi, dove le relazioni e i contatti sono già innumerevoli, avercelo avrebbe significato elevare in maniera esponenziale la possibilità di non avere più una vita mia a prescindere da quell’oggetto e difatti è quello che sta succedendo a molte persone. In pratica il livello di amplificazione delle possibilità di interagire con gli altri è inversamente proporzionale a quello che hai di interagire con te stesso o con chi ti sta vicino; non mi pare un grande progresso. Magari la mancanza di cellulare potrà avermi fatto perdere qualche contatto, ma sono molto più presente a me stesso e in sintonia con le persone che incontro e frequento, che non vengono da me interrotte o disturbate dal continuo trillo del telefonino. Tengo a precisare che normalmente se devo contattare qualcuno chiedo se ha il telefono fisso, poi la mail e in ultimo il cellulare. Chiamare gli altri sul cellulare mi mette a disagio, sia per il costo ma anche perché ne conosco la nocività; sono poi preoccupato che mi rispondano mentre sono alla guida e se succede riattacco velocemente.

Che cosa significa vivere senza cellulare? Non esistono quasi più telefoni pubblici. Come fai se hai bisogno di contattare urgentemente qualcuno e non sei a casa?

Non ho avuto particolari problemi, si contano sulle dita di una mano i casi in cui a seguito di contrattempi ho fatto aspettare qualcuno o io ho aspettato perché non mi si poteva avvertire. Le cabine ci sono ancora, basta cercarle. Alla base di tutto c’è l’organizzazione, se ci si organizza è facile farsi rintracciare o farsi trovare, così come si faceva venti o trenta anni fa senza cellulare; non mi pare di ricordare che all’epoca il mondo fosse fermo o nel panico perché non c’era questo oggetto. Poi con le mail è in ogni caso molto facile essere rintracciati o accordarsi con gli altri.

Lavoro e relazioni sembrano ormai impossibili da gestire senza un telefonino. Hai mai avuto problemi in questo senso?

Anche solo se usi le mail sei già bombardato e connesso con tutto e tutti, figuriamoci con un cellulare per il quale hai il mondo sotto mano in ogni momento. Lavoro e relazioni sono possibili così come lo erano prima dell’avvento del cellulare.  Si dimentica che il cellulare a livello lavorativo è uno strumento di controllo e di ansia non indifferente soprattutto per quei lavori in cui bisogna garantire performance particolari. Si è costantemente sottoposti a pressione da parte di superiori e padroni vari. Ero in tram qualche giorno fa e attorno a me c’erano una decina di persone tutte intente a guardare il cellulare, con alcuni che compulsivamente lo mettevano in tasca e lo tiravano fuori. Io mi “limitavo” a guardare l’esterno e pensare, ho avuto una stranissima sensazione. Sembra che le persone ormai non facciano altro che riempire lo spazio e il tempo che hanno con relazioni virtuali in un fare compulsivo. Il dio denaro dopo averci portato via le relazioni con gli altri distruggendo la comunità, ora ci porta via anche il tempo e di conseguenza la relazione con noi stessi. L’unica relazione permessa e stimolata sembrerebbe essere quella di accedere a sistemi attraverso i quali vendere o venderci qualcosa. Non è un caso che internet sia strapieno di pubblicità che sbuca da ogni dove. C’è un bellissimo libro dal titolo In pausa di Andrew Smart dove si afferma che il cervello ha le migliori intuizioni quando non è disturbato da niente. Se è vero, siamo avviati verso un mondo senza creatività e senza particolari idee brillanti.

Qual è stata la reazione di parenti, amici o conoscenti a questa tua scelta?

Alcuni mi prendono in giro, come l’amico e scrittore Simone Perotti; spesso, scherzando, mi annuncia che me regalerà uno attaccandomelo al collo. Altri hanno accettato la cosa e comunque quasi mai è successo che abbia messo qualcuno in difficoltà perché non ero rintracciabile, mi è bastato organizzarmi, avvertire per tempo dei miei spostamenti. La maggior parte delle persone quando mi chiede il numero di cellulare e dico che non ce l’ho, reagisce stranita. Ciò mi fa pensare che la relazione con questo oggetto in genere non deve essere molto felice

Che cosa significa la produzione di milioni di telefoni cellulari ogni anno?

Significa l’uso di materiali preziosi che spesso sono anche causa di guerre civili e sfruttamenti di persone senza diritti, ma lo stesso discorso vale per i computer. Le terre rare, altri materiali indispensabili per la realizzazione di cellulari e computer, si ottengono attraverso processi molto inquinanti. In ogni caso prima o poi si esauriranno questi materiali e chissà cosa e come si farà. Magari dopo la mega sbronza tecnologica si ritornerà alle lettere scritte a mano.

Dal punto di vista della salute, è ormai appurato che i telefonini sono dannosi. Come mai se ne sa così poco secondo te?

Perché chi li produce e li vende ha un potere immenso, come quello delle multinazionali petrolifere. Sappiamo che ci sono milioni di morti e feriti in incidenti stradali ogni anno, sappiamo che l’effetto serra ci farà fuori tutti ma quando qualcosa diventa di uso comune, in seguito a bombardamento pubblicitario, può anche essere dannosissimo e fare stragi ma viene ampiamente accettato; anzi, se ne parli male o ti fai delle domande, sei pure un estremista. Chi cerca di capire come diminuire morti, feriti, malattie e sofferenza trovando soluzioni e costruendo una società diversa, è considerato estremista, chi invece difende tutto ciò, è considerato un moderato, un saggio. Mi ha sempre fatto molto pensare questo estremismo di massa contro la moderazione della minoranza. Con il cellulare tra l’altro l’effetto nocivo è raddoppiato perché tanti, troppi, lo usano alla guida fregandosene del fatto che sia un uso a dir poco criminale. Ma anche in questo caso, se io non ce l’ho, sono un estremista, non chi lo usa e che per mandare un messaggino alla fidanzata, magari investe una persona. Gli studiosi indipendenti ci dicono che il cellulare sarà l’amianto del futuro e lo sconsigliano vivamente soprattutto per i bambini o adolescenti ma alla fine faranno passare qualsiasi conseguenza alla salute delle persone come dei colpi di freddo e tutto andrà liscio.

Il cellulare sembra aver sviluppato in molti di noi una vera e propria dipendenza. Quali consigli puoi dare a chi vorrebbe farne a meno ma non ci riesce o a chi vorrebbe almeno ridurne l’uso?

Più vedo come lo usano le persone e quanto ne sono dipendenti e più penso di avere fatto la scelta giusta per me. Mi chiedo ma quando le risorse non rinnovabili saranno esaurite e cellulari non potranno più essere prodotti, avremo suicidi di massa? Già oggi in Italia, in Cina e in altri paesi si fanno corsi di riabilitazione per persone dipendenti dal proprio cellulare o da internet. I bambini lo hanno prestissimo e in questo modo accedono a qualsiasi cosa di cui non hanno e non possono avere una cognizione definita o capirla fino in fondo. I genitori dovrebbero monitorare, controllare, ma nella maggior parte dei casi i genitori non hanno tempo nemmeno per loro stessi, figuriamoci se si mettono a controllare cosa guardano i figli su internet. Facile sarebbe dire di usarlo meno, tanto poi non si fa. Può aiutare cambiare luogo di vita e lavoro e magari stare in posti dove c’è maggiore presenza della natura, fare lavori meno frenetici, ritrovare il senso della comunità e delle relazioni dirette. La natura aiuta sempre, magari osservandola si capisce che forse a volte è meglio guardare oltre uno schermo e vedere delle cose vive. Senza il cellulare le relazioni con le persone sarebbero più dirette, è così ovvio che è quasi superfluo dirlo. Nell’ecovillaggio di Sieben Linden in Germania, uno dei più grandi d’Europa,  hanno deciso di non usarlo all’interno dell’ecovillaggio per ragioni di elettrosmog; vivono lo stesso e fanno le cose che fanno tutti gli altri che lo posseggono. C’è chi lo ha ma ne limita l’uso a quando è all’esterno. Non vedi persone che girano fissando il cellulare e le conversazioni non sono mai interrotte dal cellulare quindi le relazioni ne beneficiano molto. Non usarlo o usarlo meno non significa essere snob, radical chic, eccentrici ma semplicemente farsi delle domande e provare a darsi delle risposte sulla sua reale utilità e nocività. Penso che se non fosse così nocivo e non creasse così tanta dipendenza, sarebbe un ottima invenzione ma che dovrebbe servire per chi ne ha veramente bisogno perché per qualche motivo deve essere facilmente e velocemente rintracciabile e in casi di emergenza.

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Computer

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Blue Gene, macchina di grandi dimensioni, con potenze di calcolo dell’ordine del PetaFLOPS, in un centro di ricerca (High Energy Accelerator Research Organizatioon, KEK)

Un computer (pronuncia italiana: /komˈpjuter/[1]), in italiano elaboratore o calcolatore (vedi «aspetti linguistici»), è una macchina automatizzata programmabile in grado di eseguire sia complessi calcoli matematici (calcolatore) sia altri tipi di elaborazioni dati (elaboratore).[2][3]

È nato come macchina per automatizzare alcune capacità della mente umana, come ad esempio il calcolo e la capacità di memorizzazione potenziandone la portata e applicandole alla soluzione di particolari problemi scientifici e ingegneristici.[4] In particolare il computer nasce esclusivamente come macchina in grado di eseguire calcoli matematici e, solo a partire dalla seconda metà del XX secolo, evolve in macchina in grado di eseguire le elaborazioni dati più varie. Nel corso della storia, l’implementazione tecnologica di questa macchina si è modificata profondamente sia nei meccanismi di funzionamento (meccanici, elettromeccanici ed elettronici), che nelle modalità di rappresentazione dell’informazione (analogica e digitale) che in altre caratteristiche (architettura interna, programmabilità, ecc.).

Ci si riferisce comunemente al computer come ad un dispositivo elettronico e digitaleprogrammabile a scopo generico, costruito secondo il modello teorico-computazionale della cosiddetta macchina di Turing e la cosiddetta architettura di von Neumann. Sebbene i computer programmabili a scopo generico siano oggi i più diffusi, esistono in specifici ambiti di applicazione modelli di computer dedicati a vari campi e settori come automazione industriale, domoticacomputer grafica. In questa forma e al pari della televisione, esso rappresenta il mezzo tecnologico simbolo che ha maggiormente modificato le abitudini umane dopo la seconda guerra mondiale: la sua invenzione ha contribuito alla nascita e allo sviluppo dell’informatica moderna, che ha segnato l’avvento della cosiddetta terza rivoluzione industriale e della società dell’informazione.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del computer.

Il computer è la versione più evoluta di una serie di strumenti di calcolo inventati sin dall’antichità: l’abaco, la macchina di Anticitera, i bastoncini di Nepero. Gli esemplari di macchine calcolatrici più famosi sono forse la macchina di Pascal (1645) e la macchina di Leibniz (1672), ma va ricordata anche la macchina calcolatrice di Wilhelm Schickard, del 1623, della quale sono rimasti soltanto i progetti.

Il passaggio da macchina calcolatrice a vero e proprio computer (nel senso di dispositivo programmabile) si deve a Charles Babbage. La sua Macchina analitica, progettata nel 1833 ma mai realizzata, è il primo computer della storia. Si trattava di una colossale macchina a ingranaggi, alimentata a vapore e dotata di input, output, unità di memoria, di unità di calcolo decimale con registro dell’accumulo dei dati e di un sistema di collegamento tra le varie parti. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la macchina analitica era interamente digitale.[5]

Nel corso dei secoli successivi il computer è passato attraverso vari stadi: il computer analogico (ne è un esempio l’analizzatore differenziale di Vannevar Bushdel 1927), la macchina di Turing, i computer digitali meccanici ed elettromeccanici (la Serie Z di Konrad Zuse, la macchina di Stibitz e l’ASCC di Howard Aiken) ed infine quelli digitali ed elettronici (l’ABC di John Vincent Atanasoff e Clifford Berry, l’ENIAC di John Presper Eckert e John Mauchly, il Colossus britannico). Nel corso del XX secolo, inoltre, importanti progressi nel campo dell’elettronica – come il transistor e il circuito integrato – e dell’informatica hanno contribuito all’evoluzione del computer nella sua forma attuale passando da dispositivo elettronico presente solo in aziende e centri di ricerca a dispositivo ad uso comune e consumo di massa per gli utenti comuni.

Aspetti linguistici[modifica | modifica wikitesto]

Terminologia[modifica | modifica wikitesto]

Come per gran parte della terminologia informatica, tra il termine italiano «elaboratore» e il termine «computer» mutuato dall’inglese, nel linguaggio comuneprevale nettamente l’uso del termine «computer».[6] In altre lingue europee accade diversamente: nella lingua francese si usa il termine ordinateur; nella lingua spagnola si usano i termini computadora e ordenador. La tendenza di usare parole inglesi è spesso biasimata in una diatriba sull’esterofilia della lingua italiana recente,[7][8] ma le proposte alternative, come il computiere[9] del professor Arrigo Castellaniaccademico della Crusca e fondatore degli Studi Linguistici Italiani, non hanno ancora vasta applicazione. Negli anni 1960 e 1970 è stato utilizzato anche il termine «ordinatore», oggi in disuso, calco linguistico sul francese ordinateur.

In italiano il termine computer significa «calcolatore», che però ha un significato più ampio: può indicare anche una macchina non automatizzata (come ad esempio un regolo calcolatore), oppure una macchina automatizzata in grado di eseguire esclusivamente semplici calcoli matematici (come ad esempio una macchina addizionatrice). Nel secolo scorso poteva indicare anche un essere umano: la figura di «calcolatore» era un ruolo presso alcuni Osservatori astronomici italiani.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine computer è il nome d’agente del verbo inglese to compute, derivato il francese computer.[10] L’etimo latino è composto da com = cum (insieme) e putare (tagliare, rendere netto – da cui l’odierno potare) e significa propriamente: «confrontare (o comparare) per trarre la somma netta».[11] In inglese, il termine indicava originariamente un essere umano,[12] incaricato di eseguire dei calcoli. Il primo utilizzo nel senso moderno è attestato nel 1947,[13][14] ma bisognerà attendere la metà degli anni 50 perché questa accezione diventi di uso comune (si notino, a questo proposito, i diversi acronimi dei computer ASCC ed ENIAC).

Descrizione

il letto

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Il letto, curiosità e storia dell’evoluzione del comfort

Le prime fonti che testimoniano l’esistenza di un vero e proprio “letto”, come luogo – oggetto per il riposo notturno e non, risalgono all’antico Egitto. Si trattava di una struttura rettangolare, solitamente in legno, alla testa e ai piedi della quale si trovavano decorazioni a tutto tondo di animali sacri, quali il cane. Spesso il letto era ricavato interamente in una grande raffigurazione lignea di testa di animale.

 

In Grecia nacque invece il “letto tricliniare” che era usato oltre che per dormire, anche per banchettare ed esporre i defunti. Realizzato in legno, era arricchito da ornamenti bronzei. Questa tipologia venne ripresa in Etruria e nell’antica Roma, dove però era leggermente più basso e allungato e prese il nome di “fulcrum”.
Nel Medioevo il letto era semplice, raramente decorato con intagli. Il letto medievale si presentava piuttosto alto, e per questo era sempre accompagnato da uno sgabello simile ad un gradino per favorire la salita e la discesa. Inoltre era piuttosto corto. I motivi di questa forma erano molteplici: le persone infatti non raggiungevano mai un’altezza elevata e per questo non era necessario che il letto fosse molto lungo; inoltre, viste le precarie condizioni igieniche, era frequente la presenza di topi anche nella stanza da letto. Era dunque opportuno assumere durante il riposo una posizione il più possibile eretta così da evitare che ospiti indesiderati potessero venire a contatto con il volto.

 

Nel Quattrocento nacque il letto moderno.

Vediamo infatti come l’idea di sfruttare il letto come contenitore per la biancheria, non sia affatto una scoperta recente, ma risalga appunto a quest’epoca dove la struttura era unita su tre lati a cassoni e cassapanche; prevedeva inoltre due spalliere, una detta “testata” a capo, più alta e decorata, e una a piedi detta “pediera”.

 

Il letto cinquecentesco era di proporzioni più simili alle nostre, anzi spesso era esageratamente largo e lungo per mostrare il fasto del suo fruitore. Tuttavia si conservava l’uso di riposare in posizione eretta per le medesime motivazioni e inoltre per motivi di digestione. Dopo gli abbondanti banchetti di nobili e cavalieri, era in uso ritirarsi nelle proprie stanze e riposare. È evidente tuttavia che dopo un lauto pasto il fisico ha bisogno di rimanere in posizione quantomeno eretta per favorire la digestione. Questo spiega la presenza di numerosissimi cuscini al capo del letto. Un altro particolare molto interessante introdotto in questo periodo con maggiore frequenza negli usi e costumi della società è il “letto a baldacchino”. Questo elemento non è altro che un canonico letto con quattro pilastrini angolari che sorreggono una struttura di copertura con drappi e tendaggi. Questi ultimi potevano essere molto leggeri in tessuti semi – trasparenti, o molto pesanti in broccato, decorati con gemme e bordure d’ogni genere. La presenza del “baldacchino” era giustificata da varie ragioni: la prima era che, diffusasi l’usanza di creare camere da letto enormi che ospitavano diverse attività personali, vi era l’esigenza di isolare il proprio angolo di riposo, di ritagliarsi uno spazio proprio in cui ritrovare le condizioni di pace e protezione che stanno alla base di un buon sonno e, perché no, anche un po’ di privacy. Un’altra ragione non meno curiosa era la presenza di insetti che, allora come oggi, infestavano gli ambienti a seconda dei luoghi e dei periodi dell’anno; ecco che i teli del baldacchino creavano una sorta di antica zanzariera e proteggevano il riposo notturno.

 

Nel Seicento il letto iniziò ad uniformarsi allo stile decorativo dell’ambiente circostante: il baldacchino rimase solo a scopi ornamentali, non isolando più il letto per creare un’alcova.

 

Nel Settecento, il letto divenne più piccolo e più povero di decorazioni. Il baldacchino venne ridotto nelle dimensioni e aveva spesso forma a cupola. Finché, giunti alla fine del secolo con il Neoclassicismo, divenne austero, realizzato in legno scuro e decorato con dorature o applicazioni in ottone.

 

Il XIX secolo fu il periodo del ferro, promosso largamente dall’Art Nouveu . Si diffuse l’esigenza di dimensionare il letto in funzione dell’ambiente circostante della camera e del concreto utilizzo. Furono introdotte anche le reti metalliche che favorirono la pulizia e l’igiene dei letti.

 

Giunti all’epoca moderna vediamo come ormai le tipologie di letto siano variate nel corso della storia in funzione delle esigenze umane e della tecnologia. È curioso osservare come tecnica che si evolveva fosse ragionata in funzione dei bisogni dell’uomo per garantirne sempre un maggiore confort. Talvolta l’esuberanza delle scoperte tecnologiche ha prevaricato il vero e proprio benessere dell’individuo, vediamo per esempio nel Novecento le idee e utopie degli Archigram come la Capsule Home, il Cushicle o il Suitaloon: queste invenzioni, basate sull’essenzialità delle condizioni per soddisfare i bisogni naturali di individui che si andavano a inserire in una società sempre più complessa, tecnologica, in continuo cambiamento, rispecchiano l’innovativa intenzione di eliminare tutto ciò che è mera comodità fine a sé stessa per favorire invece uno studio delle condizioni minime indispensabili per la sopravvivenza.

 

Nella società contemporanea vediamo invece come sia indispensabile ricreare uno stato di confort ottimale dell’individuo, in particolare nella camera da letto e ancor più nel letto. Questo elemento rispecchia infatti lo stato di quiete che una persona, frastornata da un’intensa giornata, cerca e ritrova appunto nel calore avvolgente delle coperte e nell’abbraccio protettivo di un soffice cuscino. Per questo ci troviamo di fronte a una continua ricerca, siamo arrivati persino a confrontarci con il grande Leonardo da Vinci: egli aveva infatti teorizzato sull’ottimale realizzazione del letto con il progetto conosciuto come “Il letto di Leonardo”. Oltre ai numerosi studi compiuti dal Genio in merito, è curioso sottolineare come egli avesse ideato un letto rotondo, con raggio uguale al lato del quadrato della sezione aurea che avrebbe dovuto ruotare nel corso dell’anno di 360° in concomitanza con i moti terrestri. Sarebbe dunque questa la chiave di lettura universale della bellezza fisiologica secondo Leonardo, che va a scontrarsi con le interpretazioni più attuali dei tecnici di domotica che prevedono che il capo del letto debba sempre essere rivolto a nord.

 

BILANCIO FAMIGLIARE

Bilancio familiare: la regola del 50-20-30 per una corretta gestione di spese e risparmi

Gestire il bilancio familiare non è così complicato come si crede: basta individuare la migliore strategia, come quella dettata dalla regola del 50-20-30 molto utile per risparmiare.

Bilancio familiare: la regola del 50-20-30 per una corretta gestione di spese e risparmi

La regola del 50-20-30 è molto utile per tutte quelle famiglie che – stanche di non arrivare a fine mese con il loro stipendio – sono alla ricerca di un modo per gestire al meglio il bilancio familiare.

Ci sono diversi programmi con i quali gestire al meglio il bilancio familiare, tuttavia seguendo alcuni accorgimenti è possibile farlo autonomamente: si parte dalla creazione di un vero e proprio libro contabile dove individuare le spese necessarie e quelle che invece si possono tranquillamente tagliarecosì da risparmiare senza fatica.

In tutto questo procedimento la regola del 50-20-30, molto utilizzata da chi vuole gestire da sé il proprio bilancio familiare e districarsi tra spese del mutuo – o dell’affitto – tasse sui consumi e costi per l’acquisto dei prodotti essenziali senza rischiare che il bilancio vada in rosso prima della fine del mese.

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Il punto di partenza, come vedremo meglio di seguito, sarà quello di fissare un budget da non oltrepassare può così da evitare di andare in difficoltà prima del pagamento dello stipendio del mese successivo.

Riuscire a risparmiare non è semplice, specialmente per chi sceglie di affidarsi a dei complicati calcoli matematici. In soccorso delle famiglie in difficoltà è venuta la rivista americana Forbes, la quale ha pubblicato una semplice regola – denominata “del 50-20-30” – messa a punto da Elizabeth Warren, professoressa di Harvard e senatrice USA per il Massachusetts, grazie alla quale la gestione del bilancio familiare è alla portata di tutti.

Le streghe fanno paura

Le terrificanti avventure di Sabrina

Perché non dimentichiamoci chi erano le streghe: donne ai margini, donne che fuggivano le convenzioni, che volevano ribaltare i ruoli, ridefinire i confini della propria identità, donne illuminate e sagge, coraggiose, donne che per questo facevano paura, tanto da essere bruciate vive. Non è un caso o una magia che la serie TV esca in un periodo in cui i diritti delle donne sono nuovamente dibattito acceso, in cui hashtag come #MeToo o #Quellavoltache infiammano i social network e le nostre conversazioni.

E questa nuova Sabrina spaventa (finalmente!), adora Satana, lancia maledizioni e gioca con ragni, pentacoli e zampe caprine, ma sta anche scomoda nello stereotipo della strega perché innamorata, affettuosa, diligente e serenamente vergine; insomma, c’è qualcosa che le sta ancora più a cuore, la sua autodeterminazione, la libertà di scegliere chi essere, e per farlo è disposta a qualsiasi cosa. Paura, eh?

Sagrestano

sagrestano

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bandiera italiana Italiano[modifica]

Open book 01.svgSostantivo

sagrestano  (Wikipedia approfondimento) m sing

 singolare  plurale
 maschile   sagrestano   sagrestani
 femminile   sagrestana   sagrestane
  1. (cristianesimo) laico incaricato della custodia e della pulizia di una chiesa e del suo arredo oltre che ad aiutare il sacerdote

Hyph.png Sillabazione

sa | gre | stà | no

Nuvola apps edu languages.png Pronuncia

IPA/sagre’stano/

Nuvola kdict glass.pngEtimologia / Derivazione

derivato dal latino medioevale sacristanus, derivato a sua volta da sacrista

Books-aj.svg aj ashton 01.png Termini correlati

Fairytale down blue.pngFairytale up blue.png Varianti