Mese: febbraio 2019

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Per un pugno di dollari

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Per un pugno di dollari
Pugno di dollari head titles.png

Titoli di testa

Paese di produzione ItaliaSpagnaGermania Ovest
Anno 1964
Durata 100 min
Rapporto 2,35:1
Genere western
Regia Bob Robertson
Soggetto Sergio Leone
Sceneggiatura Sergio Leone, Duccio TessariFernando Di Leo
Casa di produzione Jolly Film (Roma), Ocean Film (Madrid), Constantin Film (Monaco)
Distribuzionein italiano Unidis
Fotografia Jack Dalmas
Montaggio Bob Quintle
Effetti speciali John Speed
Musiche Leo Nichols
Scenografia Charles Simons
Costumi Charles Simons
Trucco Sam Watkins
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Per un pugno di dollari è un film del 1964, il primo della cosiddetta trilogia del dollaro (insieme a Per qualche dollaro in più1965, e Il buono, il brutto, il cattivo1966), diretta da Sergio Leone e interpretata da Clint Eastwood.

Caposaldo del genere spaghetti western, viene erroneamente considerato il primo film del genere: in Europa, prima del 1964 erano già usciti diversi western di questo tipo, senza però riscontrare lo stesso successo[1]remake di La sfida del samurai (Yojimbo) di Akira KurosawaPer un pugno di dollari, d’altro canto, reinventò il genere, ormai in declino, ridefinendo gli archetipi del western.[2] La colonna sonora, che ebbe un grande successo anche sul mercato discografico, è celebre per il brano fischiato, eseguito dal maestro Alessandro Alessandroni.

Poiché era il primo film di questo genere a essere mostrato negli Stati Uniti d’America, molti membri della troupe e del cast assunsero nomi statunitensi: Sergio Leone usò il nome Bob Robertson (in memoria di suo padre Vincenzo, noto con il nome d’arte di Roberto Roberti), Ennio Morricone firmò la colonna sonora con lo pseudonimo Dan Savio (ma in alcuni titoli è rinominato Leo Nichols), mentre Gian Maria Volonté appare con il nome John Wells.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Messico. Un pistolero solitario, Joe[3], arriva a San Miguel, una cittadina al confine tra gli Stati Uniti d’America e il Messico, e decide di alloggiare alla locanda del paese, dove diventa amico del proprietario, Silvanito. Lì viene a sapere della lotta tra le due famiglie dominanti della città: i fratelli Rojo – Don Benito (il fratello maggiore, capo della famiglia), Esteban (elemento poco intelligente, anello debole dei tre) e Ramón (sanguinario criminale, abilissimo nell’uso del fucile) – e la famiglia di John Baxter, sceriffo della città. I Rojo sono commercianti di alcol mentre i Baxter vendono armi: le forze delle due famiglie si equivalgono.

Joe decide di vendersi, apparentemente per un pugno di dollari, a entrambe, facendo una sorta di doppio gioco, e riuscendo così a far scontrare le famiglie più volte tra loro. Salva anche la prigioniera di Ramón, Marisol, permettendole di riunirsi ai suoi cari e di lasciare quindi San Miguel con il marito Josè e il figlioletto Jesús, dando loro gran parte dei soldi ricavati con i servizi svolti per le due famiglie. Catturato dai Rojo, Joe viene torturato e tenuto prigioniero. Riesce con astuzia a sfuggire ai suoi carcerieri e, con l’aiuto del falegnamebecchino Piripero, si nasconde in un rifugio sicuro per curarsi dalle terribili ferite subite. I Rojo, credendo che Joe abbia trovato asilo presso i Baxter, incendiano il quartier generale della famiglia nemica uccidendo tutti, compresi lo sceriffo, la moglie e il figlio.

Una volta ripresosi dalle ferite subite, Joe ritorna in città per lo scontro finale contro Ramón e i suoi. Il suo arrivo, inaspettato, è annunciato dallo scoppio di un candelotto di dinamite, che riempie di fumo la via principale di San Miguel; quando il fumo si dirada Ramón e quattro dei suoi uomini vedono la figura di Joe stagliarsi in lontananza. Ramón spara l’intero caricatore del suo Winchester verso Joe che si avvicina, mirando al cuore, ma l’uomo continua incredibilmente a rialzarsi dopo ogni colpo. Arrivato a tiro di pistola, Joe si rialza ancora e il Winchester scatta a vuoto avendo finito le munizioni. Questi allarga il poncho e mostra la pesante lastra metallica che portava all’altezza del cuore e su cui vi sono i sette segni dei colpi di fucile.

Dopo un attimo di silenzio gli uomini di Ramón cercano di estrarre le pistole, ma Joe uccide i quattro uomini e fa volare il fucile di Ramón, utilizzando il sesto colpo per tagliare la corda a cui era stato appeso Silvanito per cercare di fargli dire dove fosse Joe. A questo punto, uccisi i componenti dell’intera banda, il protagonista affronta a viso aperto Ramón. Joe ripete la frase detta da Ramón tempo prima, ossia “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto”. I due uomini hanno le proprie armi ai loro piedi e in mano una sola cartuccia per caricare l’arma e quindi sparare. Joe si dimostra più veloce, uccide Ramón e riporta quindi la giustizia a San Miguel. Poi lascia il paese prima che arrivino le forze governative.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1963 Sergio Leone stava lavorando su un trattamento dal titolo Le aquile di Roma, ennesimo film del filone peplum per il quale il regista non aveva ancora trovato un produttore; Leone lo definiva come «I magnifici sette ambientato nell’antica Roma».[4][5][6][7] Benché egli sapesse che la popolarità del genere fosse ormai in calo, basti pensare che nel triennio che va dal 1960 al 1963 in America furono prodotti un numero ridottissimo di film western, preferì non lanciarsi in un progetto nuovo, dal costo molto alto. Carla Leone disse infatti: «Dovevamo fare molta attenzione coi soldi, perché vivevamo ancora di ciò che avevamo guadagnato con Sodoma e Gomorra e con qualche altro lavoro, e avevamo una figlia da mantenere».[4][5][8]

Alla fine del 1963 Enzo Barbonidirettore della fotografia, andò a vedere insieme a Stelvio Massi il film di Akira Kurosawa La sfida del samurai, appena uscito nelle sale. In un piccolo villaggio del Giappone feudale, un samurai senza nome e senza passato si trova coinvolto in una lotta sanguinosa tra famiglie per il controllo della comunità. La spada dell’insuperabile Sanjuro non farà sconti riportando la pace nel villaggio. Memorabile lo scontro finale contro il guerriero armato di pistola.[5] Barboni rimase piacevolmente colpito dal film e, quando uscì dal cinema Arlecchino di Roma, incontrò Sergio Leone al bar Canova di Piazza del Popolo, e subito gli consigliò la visione del film, in quanto secondo lui «conteneva una mescolanza di avventura, ritualità, ironia, che Leone avrebbe potuto apprezzare».[5]

Questa versione dei fatti è avvalorata inoltre dalla testimonianza di Tonino Valerii.[4]Sergio Corbucci afferma invece di essere stato il primo a consigliare il film a Leone.[9]Secondo Mimmo Palmara, amico di Leone e suo collaboratore nei film Gli ultimi giorni di Pompei e Il colosso di Rodi, Barboni parlò a Leone del film durante una cena, consigliandogli la visione.[10]

Sergio Leone andò dunque il giorno dopo al cinema con la moglie Carla. La reazione del regista fu di assoluta esaltazione. La mattina dopo chiamò Duccio Tessari, Sergio Corbucci, Sergio Donati e Tonino Delli Colli, dicendo loro di andare immediatamente a vedere il film.[4][5][11] Mentre gli altri si fidarono di Leone e andarono a vedere il film,[5]Sergio Donati decise di non partecipare al progetto. Molto tempo dopo, disse: «Non mi fidai del suo giudizio su questa cosa e non ci andai. Col senno di poi, ho diversi rimpianti sulla mia decisione.»[4][12]

Terminata la sceneggiatura nei primi mesi del 1964, Leone iniziò a cercare un produttore per il film. Il cognato del regista, Tonino Delli Colli, consigliò di rivolgersi alla Jolly Film di Papi e Colombo, che aveva fatto fortuna con diversi film negli anni cinquanta e aveva già prodotto un western italo-spagnolo, Duello nel Texas(1963).[10][13] Sergio Leone dunque si rivolse a Franco Palaggi, il produttore esecutivo, proponendogli di finanziare il nuovo western dal titolo Il magnifico straniero: il regista seguitò a raccontare all’amico tutta la storia, mimandogli le scene principali. Palaggi fu convinto del potenziale insito nel film, e decise di produrlo, purché si trovasse un co-produttore straniero e che non si superasse il basso budget di 120 milioni di lire.[4][5]Leone pensò che non dovesse essere particolarmente difficile trovare un “partner” straniero: “Avevo avuto ottimi rapporti con tedeschi e spagnoli ai tempi del peplum, e ingenuamente speravo che tutti i contributi sarebbero arrivati senza particolari problemi.”[4][5]

Il regista si incontrò con Papi e Colombo all’Hotel Excelsior di via Veneto a Roma, e questi ultimi invitarono Leone alla proiezione del western da loro prodotto, Duello nel Texas.[4] Tra gli altri nomi, la colonna sonora del film era curata da un certo Dan Savio, pseudonimo di Ennio Morricone. Leone, a fine proiezione rimase di stucco: “Era quel tipo di film in cui un attore cadeva a terra prima che il calcio della pistola gli avesse effettivamente toccato la testa. Era anche quel tipo di film in cui il protagonista, vestito di pelle scamosciata e chiamato “Gringo”, arrivava al galoppo in città per avvertire le autorità che qualcuno aveva appena sparato a suo padre, entrava tranquillamente dal barbiere, si faceva lavare, pettinare e sbarbare, e infine annunciava: “Ora devo trovare lo sceriffo. Qualcuno ha appena ucciso mio padre.”[4]

La Jolly Film decise dunque di produrre Il magnifico straniero come film di “riserva”, in quanto nello stesso periodo entrò in produzione Le pistole non discutono di Mario Caiano, che veniva considerato di sicuro successo. Il film di Leone divenne un facile modo per poter riutilizzare la troupe del film “principale”, il quale era dotato di un budget decisamente superiore, e di attori di alto livello. Leone dovette in tal modo utilizzare le stesse location, gli stessi costumi, gran parte della troupe e gran parte degli attori del film di Caiano. Oltre a ciò, Papi e Colombo non erano convinti di Sergio Leone come regista, in quanto lo ritenevano non adatto al film;[4] Tonino Valerii, a questo proposito, disse: “I produttori non volevano che fosse Leone a dirigere il film, perché non credevano molto alle sue capacità né lo stimavano in modo particolare. Aveva la fama di essere un maniaco sul set, non sicuro di sé e pieno di idee costose. Ma fu Palaggi a convincerli che Leone doveva essere il regista.”[4]

Leone, nel 1979, ricordò il suo rapporto con i produttori del film:

«Da parte dei produttori c’era la ferma sicurezza che sarebbe stato un disastro economico, però con un guadagno in partenza, perché io per farlo dovetti andare a trovare un coproduttore tedesco (la Constantin Film), un coproduttore spagnolo (la Ocean Film), e naturalmente un partecipante italiano. Il preventivo era di 80 milioni circa. Così andai da Constantin in Germania, dove facevano tutta la serie dei Winnetou, d’avventura di Karl May. Con Constantin ci fu subito l’accordo concreto di una cifra, e poi trovammo il coproduttore spagnolo. Io decisi di prendere la metà del mio cachet e di avere però la partecipazione. Dato che loro credevano che di utili non ce ne sarebbero stati, furono ben felici di darmi questa possibilità. Il film veniva girato gratis in partenza.[14]»

 

Venere

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Venere (astronomia)

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Venere
Venuspioneeruv.jpg

Nuvole nell’atmosfera di Venere, rivelate dall’osservazione ai raggi ultravioletti (missione Pioneer Venus, 1979)

Stella madre Sole
Classificazione Pianeta terrestre
Parametri orbitali
(all’epoca J2000)
Semiasse maggiore 1,0821 × 108 km[1]
0,723 UA[1]
Perielio 1,0748 × 108 km[1]
0,71843270 UA
Afelio 1,0894 × 108 km[1]
0,72823128 UA
Circonf. orbitale 6,8 × 108 km[2]
4,545 UA
Periodo orbitale 224,701 giorni[1]
(0,615 anni[1])
Periodo sinodico 583,92 giorni[1]
(1,598687 anni)
Velocità orbitale 34,79 km/s[1] (min)
35,02 km/s[1](media)
35,26 km/s[1] (max)
Inclinazione orbitale 3,39°[1]
Eccentricità 0,0067[1]
Longitudine del
nodo ascendente
76,68069°[1]
Argom. del perielio 54,85229°[3]
Satelliti 0[1]
Anelli 0[1]
Dati fisici
Diametro medio 12 103,6 km[1]
Superficie 4,6 × 1014 [3]
Volume 9,2843 × 1020 [1]
Massa
4,8675 × 1024 kg[1]
Densità media 5,243 × 103 kg/m³[1]
Acceleraz. di gravità in superficie 8,87 m/s²[1]
(0,905 g)[1]
Velocità di fuga 10,36 km/s[1]
Periodo di rotazione 243,69 giorni[1]
Velocità di rotazione
(all’equatore)
1,81 m/s[4]
Inclinazione assiale 177,36°[1]
Temperatura
superficiale
653 K380 °C[5] (min)
737 K464 °C[5](media)
Pressione atm. 92 bar[1]
Albedo 0,77[1]
Dati osservativi
Magnitudine app. −4,38[1] (media)
Magnitudine app. -4,6

Venere[N 1] è il secondo pianeta[6] del Sistema solare in ordine di distanza dal Sole con un’orbita quasi circolare che lo porta a compiere una rivoluzione in 224,7 giorni terrestri[1]. Prende il nome dalla dea romana dell’amore e della bellezza[6] e il suo simbolo astronomico è la rappresentazione stilizzata della mano di Venere che sorregge uno specchio[7] (Venus symbol.svgUnicode: ♀).

Con una magnitudine massima di −4,6, è l’oggetto naturale più luminoso nel cielo notturno dopo la Luna e per questo motivo è conosciuto fin dall’antichità. Venere è visibile soltanto poco prima dell’alba o poco dopo il tramonto[6] e per questa ragione è spesso stato chiamato da popoli antichi la “Stella del Mattino” o la “Stella della Sera”, fino a quando Pitagora comprese che si trattava dello stesso oggetto[8].

Classificato come un pianeta terrestre, a volte è definito il “pianeta gemello” della Terra, cui è molto simile per dimensioni e massa. Tuttavia per altri aspetti è piuttosto differente dal nostro pianeta. Infatti Venere possiede un’atmosferacostituita principalmente da anidride carbonica[6], molto più densa di quella terrestre, con una pressione al livello del suolo pari a 92 atm[1]. La densità e la composizione dell’atmosfera creano un impressionante effetto serra[6] che rende Venere il pianeta più caldo del sistema solare.

Venere è avvolto da uno spesso strato di nubi altamente riflettenti[6], composte principalmente di acido solforico, che impediscono la visione nello spettro visibile della superficie dallo spazio. Il pianeta non è dotato di satelliti o anelli[1]e ha un campo magnetico più debole di quello terrestre.

Osservazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Venere.
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Venere in colori reali fotografato dalla sonda Mariner 10 il 5 febbraio 1974

Poiché il pianeta si trova vicino al Sole, può essere visto di solito soltanto per poche ore e nelle vicinanze del Sole stesso: durante il giorno la luminosità solare lo rende difficilmente visibile. È invece molto brillante subito dopo il tramonto sull’orizzonte a ovest oppure poco prima dell’alba verso est, compatibilmente con la sua posizione. Ha l’aspetto di una stella lucentissima di colore giallo-biancastro, di gran lunga più brillante di qualsiasi altra stella nel firmamento. L’osservazione al telescopio è migliore quando non è completamente immerso nell’oscurità, ma piuttosto nelle luci del crepuscolo o in pieno giorno, in quanto il contrasto col cielo è minore e consente una migliore percezione dei deboli dettagli e delle ombreggiature dell’atmosfera; inoltre il pianeta in questi casi è più alto sull’orizzonte e la stabilità dell’immagine è migliore, in quanto meno disturbata dal riverbero dell’atmosfera terrestre. Particolarmente utile nell’osservazione telescopica di Venere è l’uso di filtri colorati per selezionare la luce a diverse lunghezze d’onda o di filtri neutri e polarizzatori per ottimizzare la quantità di luce nelle osservazioni crepuscolari, permettendo di evidenziare maggiormente le tenui caratteristiche dell’atmosfera venusiana[9][N 2].

L’orbita del pianeta è interna a quella della Terra, quindi lo si vede muoversi alternativamente a est e a ovest del Sole. La sua elongazione (distanza angolare tra un pianeta e il Sole) può variare tra un valore massimo a ovest e un valore massimo a est, e può arrivare fino a 47°[10]. Le variazioni della sua elongazione massima sono dovute più alla variazione della distanza tra Terra e Sole che alla forma dell’orbita di Venere e quando l’elongazione è ampia Venere può restare visibile per diverse ore. Periodicamente passa davanti o dietro al Sole entrando quindi in congiunzione: quando il passaggio avviene dietro si ha una congiunzione superiore, mentre quando avviene davanti si ha una congiunzione inferiore e la faccia illuminata del pianeta non è visibile dalla Terra in nessun momento del giorno. Il diametro angolare di Venere durante una congiunzione inferiore è di circa 66 secondi d’arco[11].

L’eclittica sull’orizzonte è un fattore molto importante per la visibilità di Venere[12]. Nell’emisfero boreale l’inclinazione è massima dopo il tramonto nel periodo dell’equinozio di primavera oppure prima dell’alba nel periodo dell’equinozio d’autunno[12]. È importante anche l’angolo formato dalla sua orbita e l’eclittica: infatti Venere può avvicinarsi alla Terra fino a 40 milioni di chilometri e raggiungere un’inclinazione di circa 8° sull’eclittica con un forte effetto sulla sua visibilità[13].

A parte il Sole, la Luna e con difficoltà Giove[N 3], Venere è l’unico corpo celeste che è visibile a occhio nudo anche di giorno[14], sia pure a condizione che la sua elongazionedal Sole non sia troppo piccola e che il cielo sia abbastanza terso.

Fasi[modifica | modifica wikitesto]

Fasi di Venere ed evoluzione del suo diametro apparente. Immagini riprese dall’Osservatorio Europeo Australe nel 2004.

Similmente alla Luna, la porzione di superficie visibile dalla Terra non risulta completamente illuminata e la variazione di illuminazione nel corso dell’orbita genera delle fasi. Al variare delle fasi varia anche il diametro apparente e la luminosità percepita da un osservatore sulla Terra. La fase piena, durante la quale la faccia del pianeta rivolta verso la Terra è completamente illuminata, si verifica quando Venere si trova in congiunzione superiore col Sole e non è osservabile dal nostro pianeta. Alla congiunzione inferiore corrisponde il massimo valore del diametro apparente di Venere, pari a 66 secondi d’arco, e la sua fase nuova, con la faccia del pianeta rivolta verso la Terra quasi completamente in ombra[1].

Pentagramma[modifica | modifica wikitesto]

Il pentagramma di Venere. La Terra è posizionata al centro del diagramma e la curva rappresenta la posizione relativa di Venere in funzione del tempo.

Il percorso effettuato da Venere e osservato dalla Terra ha una forma molto particolare dovuta alla risonanza orbitale di circa 13:8. Sotto questa risonanza il percorso descrive una figura simile a un pentagramma in funzione di direzione e distanza, pentagramma che si ripete ogni 8 anni, ovvero 13 orbite complete di Venere: il rapporto 8/13 è approssimativamente 0,6154 mentre il periodo di rivoluzione di venere è 0,6152 anni, da qui la risonanza. Questa leggera differenza fa sì che dopo 8 anni il pentagramma successivo sia ruotato rispetto al precedente di 2,55°[15].

Storia delle osservazioni[modifica | modifica wikitesto]

Conosciuto probabilmente già nella preistoria, Venere fu osservato poi da tutte le culture antiche come quella dei babilonesi che lo chiamarono Ištar, in onore della dea dell’amore, dell’erotismo e della guerra. EgiziGreciMaya e Romani distinguevano invece le apparizioni mattutine e serali in due corpi distinti, chiamandolo stella del mattino o stella della sera: Lucifero[16] quando appariva prima dell’alba e Vespero[17]quando appariva a ovest al calar del Sole. Per via del suo splendore in molte culture, tra cui quella Maya, Venere rappresentava due divinità gemelle, in cui venivano rispettivamente identificati Quetzalcoatl nella Stella del Mattino e Xolotl nella Stella della Sera. Era inoltre l’astro più studiato nei suoi movimenti in cielo. Per gli Incarappresentava Chasca, dea dell’aurora dai lunghi capelli ricci, considerata il paggio del Sole poiché non si discostava mai troppo da esso[18].

Fu Galileo Galilei il primo a studiare Venere, osservandolo con il suo cannocchiale. Egli riuscì ad osservare le fasi e notò che queste erano simili a quelle della Luna, dimostrando la correttezza della teoria eliocentrica predetta qualche decennio prima dall’astronomo polacco Niccolò Copernico che sosteneva che Venere era posto tra la Terra e il Sole e ruotava attorno a quest’ultimo. A maggior sostegno della teoria c’era anche l’osservazione di Galileo della variazione del diametro angolare di Venere durante le sue diverse fasi a seconda della sua distanza dalla Terra[19]. Tuttavia, come usavano al tempo molti dotti quando ancora non erano completamente sicuri delle loro scoperte, Galileo inviò a Giuliano de’ Medici a Praga l’11 Dicembre 1610 che lo comunicò subito a Keplero, l’anagramma in latino “Haec immatura a me frustra leguntur oy” (“Queste cose premature sono da me dette invano”) che si risolveva in seguito come: “Mater Amorum aemulatur Cinthyae figuras” ovvero “La madre degli amori (Venere) imita le forme di Cinzia (la Luna) [20][21][22].

Nel 1677 Edmond Halley suggerì di misurare la distanza Terra-Sole con osservazioni da diversi luoghi della Terra, in particolare in occasione dei transiti di Venere. Successive spedizioni in vari luoghi del mondo permisero di misurare la parallasse del Sole in 8,85 secondi d’arco. I transiti storici di Venere furono particolarmente importanti al riguardo; inoltre il transito del 1761 permise all’astronomo russo Michail Lomonosovdi ipotizzare la presenza di un’atmosfera su Venere[23].

Venere visto dal Telescopio spaziale Hubble nel 2010

Lo spesso strato di nubi e l’alta luminosità del pianeta hanno costituito un serio ostacolo nell’individuazione del periodo di rotazione del pianeta. Cassini e Francesco Bianchiniosservarono Venere e mentre il primo ipotizzò un periodo di 24 ore, Bianchini teorizzò un periodo di 24 giorni[24]. Tuttavia William Herschel si accorse che il pianeta era ricoperto da uno spesso strato di nubi e che il periodo di rotazione non poteva dunque essere determinato con sicurezza. Così rimase un enigma anche se nel XVIII secolo molti astronomi pensavano che esso fosse di 24 ore, assumendo corrette le osservazioni di Cassini[10]Giovanni Schiaparelli fu il primo a sollevare nuove obiezioni a questa ipotesi ipotizzando che, come Mercurio, anche Venere fosse in rotazione sincrona, “bloccato” dal Sole. Schiapparelli infatti concluse i suoi studi l’11 agosto 1878 scrivendo: “Addio bella Afrodite, ormai la tua rotazione non sarà più un segreto”[25].

Nel 1932, W. Adams e T. Dunham mediante osservazioni spettroscopiche nell’infrarosso scoprirono linee di assorbimento del carbonio che permisero di ipotizzare che l’anidride carbonica fosse predominante nell’atmosfera venusiana[19].

Nel 1961, durante una congiunzione, il periodo di rotazione di Venere fu misurato con il radiotelescopio di Goldstone, in California, anche se fu confermato definitivamente il suo moto retrogrado solo nel 1964. Intanto nel 1962 il Mariner 2 aveva raggiunto con successo il pianeta, inviando i primi dati su temperatura superficiale e composizione atmosferica.

Transiti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Transito di Venere.

Immagine amatoriale di Venere nel transito del 2004. Chiaramente visibile l’alone analogo a quello osservato da Lomonosov nel 1761.

Un transito di Venere è un evento molto raro e avviene quando il pianeta si interpone fra la Terra e il Sole, oscurandone una piccola parte del disco. Solo gli ultimi due transiti, quelli del 2004 e del 2012, sono avvenuti successivamente all’acquisizione di conoscenze sul pianeta grazie all’esplorazione in loco con sonde spaziali e sono stati osservati con strumenti scientifici moderni. Nella storia dell’astronomia moderna e contemporanea i transiti di Venere sono considerati molto importanti sotto diversi punti di vista, tra cui quello della esatta misurazione dell’unità astronomica, la distanza tra la Terra e il Sole. I transiti avvengono a coppie, con un intervallo di otto anni tra i transiti di ciascuna coppia e intervalli di 121,5 e 105,5 anni tra coppie successive[26].

C’è qualche menzione di transiti di Venere sul Sole in epoche antiche, come quella dello scienziato persiano Avicenna che riporta di aver osservato Venere nel 1032 come una macchia che passava sopra il Sole, concludendo che il pianeta fosse più vicino al Sole di quanto lo sia la Terra[27]. Anche l’astronomo arabo Ibn Bajja menzionò transiti di Mercurio e Venere sul Sole nel XII secolo; tuttavia studi storici di Bernard R. Goldstein e altri nel XX secolo escludono che questi transiti possano essere stati effettivamente osservati ad occhio nudo, concludendo che i due astronomi molto probabilmente osservarono delle macchie solari[28].

File:2004 Venus transit UV.ogv

Transito di Venere sul disco solare ripreso l’8 giugno 2004 dall’osservatorio solare TRACE.

La prima previsione di un transito di Venere fu di Kepleronel 1631, anche se nessuno all’epoca riuscì ad osservarlo perché non visibile dall’Europa. Keplero non aveva previsto il transito che avvenne 8 anni dopo, cosa che fece il giovane astronomo britannico Jeremiah Horrocks, che nel 1639 osservò per primo un transito di Venere davanti al Sole[28]. Da Horrocks in poi sono stati osservati solo altri sei transiti nel corso della storia, tra cui quello del 1761 che permise la scoperta dell’esistenza di un’atmosfera su Venere.

In quegli anni però lo studio dei transiti era volto alla stima della distanza Terra-Sole, su suggerimento di Halley che agli inizi del XVIII secolo aveva rivolto un appello agli astronomi più giovani dell’epoca, astronomi che avrebbero potuto essere ancora in vita in occasione dei successivi transiti del 1761 e del 1769[29]. Molti astronomi di diverse nazionalità raggiunsero le località, sparse per il mondo e a volte difficli da raggiungere, da dove sarebbero stati visibili i transiti previsti. Particolarmente sfortunato fu l’astronomo francese Guillaume Le Gentil, che dopo aver perso il transito del 1761 osservabile dall’India perché a bordo di una nave in movimento, perse anche quello di otto anni dopo perché quel giorno il cielo si rannuvolò. Tornato in Francia ebbe anche la brutta sorpresa di trovarvi la moglie risposata mentre lui era stato dato per morto dalle autorità. Il famoso navigatore britannico James Cook intraprese nel 1768 il suo primo viaggio diretto a Tahiti perché incaricato dalla Royal Society di studiare un transito di Venere[30]. Nel 1771 Jérôme Lalande, un altro astronomo francese, utilizzando i dati dei transiti precedenti stimò in 153 milioni di chilometri la distanza della Terra dal Sole, distanza poi corretta nel secolo successivo da Simon Newcomb in 149,67 milioni di km grazie alle osservazioni dei transiti del 1874 e del 1882[31].

I transiti di Venere in epoca contemporanea destano un nuovo interesse perché costituiscono un valido elemento di confronto per i metodi di individuazione di pianeti extrasolari[32].

Missioni spaziali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Esplorazione di Venere e Missioni su Venere.

Rappresentazione artistica della navicella Pioneer Venus 2 del progetto Pioneer Venus project mentre lancia le sonde destinate all’atmosfera

La storia delle esplorazioni spaziali verso Venere nasce nel 1961[33] con la missione sovietica Venera 1 che effettuò il fly-by del pianeta senza però riuscire a trasmettere alcun dato. Il programma Venera continuò fino al 1983 con 16 missioni di successo[33].

È oggi noto che Venere possieda una superficie rovente su cui insiste un’atmosfera corrosiva con un’altissima pressione, ma in passato questi dati erano sconosciuti e ciò lasciò campo aperto a qualsiasi ipotesi. Carl Sagan teorizzò che Venere fosse coperta da un oceano non di acqua, ma di idrocarburi. Altri studiosi ritenevano che il pianeta fosse ricoperto da paludi mentre altri ancora ipotizzavano un mondo desertico. Gli scienziati sovietici delle missioni Venera erano così propensi ad aspettarsi un oceano che sulla sonda Venera 4, lanciata nel 1967, installarono un morsetto fatto di zucchero bianco raffinato che a contatto con l’acqua (o un altro fluido dotato della giusta composizione e temperatura) si sarebbe sciolto facendo scattare l’antenna che con questo stratagemma si sarebbe salvata dall’affondamento della sonda[34]. Su Venere la sonda Venera 4 non solo non trovò un oceano, ma non raggiunse neppure la superficie. Smise infatti di trasmettere quando la pressione atmosferica superò le 15 atmosfere, soltanto una frazione delle 93 atmosfere presenti sulla superficie del pianeta[35].

Comunque si trattava di un risultato straordinario: per la prima volta un veicolo costruito dall’uomo aveva comunicato dati relativi all’analisi delle condizioni di un ambiente extraterrestre. I sovietici studiarono quindi una sonda più resistente. Il gruppo di Anatolij Perminov ipotizzò dapprima che la sonda dovesse resistere a una pressione di 60 atmosfere, quindi di 100 e infine di 150 atmosfere[34]. Per tre anni il gruppo di Perminov testò le sonde in condizioni estreme e, per simulare l’atmosfera di Venere, costruì la più grande pentola di Papin, una pentola a pressione gigantesca, del mondo in cui le sonde venivano immesse finché non si schiacciavano o fondevano[34].

Immagine radar del sito di atterraggio della sonda sovietica Venera 10, fotografato dalla sonda statunitense Magellano (1990)

Venera 7 fu costruita per sopportare una pressione di 180 atmosfere e lanciata il 17 agosto 1970; il 15 dicembre dello stesso anno trasmise il segnale tanto atteso. La prima sonda costruita dall’uomo era atterrata su un altro pianeta e aveva comunicato con la Terra[36]. Nel 1975 i sovietici inviarono le sonde gemelle Venera 9 e 10 equipaggiate con un disco frenante per la discesa nell’atmosfera e di ammortizzatori per l’atterraggio. Le sonde trasmisero immagini in bianco e nero della superficie di Venere mentre le sonde Venera 13 e 14 rimandarono le prime immagini a colori di quel mondo[37][38].

La NASA iniziò il suo programma di esplorazione spaziale verso Venere nel 1962[34] con il programma Mariner: tre sonde riuscirono con successo ad effettuare un fly-by del pianeta e trasmettere i dati alla Terra. Nel 1978 nell’ambito del progetto Pioneer Venus per lo studio dell’atmosfera venusiana gli statunitensi lanciarono diverse sonde separate verso Venere. Negli anni ottanta i sovietici proseguirono invece con le sonde Venera: le Venera 15 e 16 lanciate nel 1983 e dotate di Radar ad apertura sintetica mapparono l’emisfero nord del pianeta rimanendo in orbita attorno ad esso. Nel 1985 i sovietici lanciarono anche le sonde Vega 1 e 2 che rilasciarono moduli sulla superficie prima di andare verso l’incontro con la cometa di Halley, l’altro oggetto di studi di quelle missioni. Vega 2 atterrò nella regione Aphrodite raccogliendo un campione di roccia contenente anortosite – troctolite, materiale raro sulla Terra, ma presente negli altopiani lunari[39].

Nel 1989[33] la NASA, utilizzando lo Space Shuttle, lanciò verso Venere la Sonda Magellano, dotata di un radar che permise una mappa quasi completa del pianeta con una risoluzione nettamente migliore di quella delle precedenti missioni, lavorando per ben 4 anni prima della caduta e della conseguente distruzione nell’atmosfera venusiana, anche se qualche frammento potrebbe essere arrivato sulla superficie[40].

La sonda Magellano appena rilasciata dallo Shuttle Atlantis, poco prima di iniziare il suo viaggio verso Venere (1989)

Negli ultimi decenni, per risparmiare combustibile, Venere è stato spesso usato come fionda gravitazionale per missioni dirette verso altri pianeti del sistema solare. Fu il caso della sonda Galileo, diretta verso Giove e le sue lune, e la missione Cassini-Huygens, diretta all’esplorazione del sistema di Saturno, che effettuò due fly-by con Venere tra il 1998 e il 1999 prima di dirigersi verso le regioni esterne del sistema solare[41]. Nel 2004 il pianeta venne usato due volte come fionda gravitazionale dalla sonda MESSENGER per dirigersi all’interno del sistema solare verso Mercurio[33].

Venus Express, lanciata nel 2006, ha eseguito una mappatura completa della superficie e sebbene fosse inizialmente prevista una durata della missione di due anni, essa è stata estesa fino al dicembre del 2014[42]. In otto anni la sonda ha fornito prove dell’esistenza passata di oceani[43], evidenze di fulmini nell’atmosfera e ha individuato un gigantesco doppio vortice polare al polo sud[44]. Inoltre ha individuato la presenza del gruppo ossidrilico nell’atmosfera[45] e di un sottile strato di ozono[46].

Nel 2010 l’agenzia spaziale giapponese dimostrò la fattibilità di raggiungere Venere dalla Terra usando solo una vela solare come sistema di propulsione[47]: a giugno lanciò la sonda IKAROS che raggiunse Venere in sei mesi. La sonda non trasportava nessuno strumento scientifico per l’osservazione del pianeta[48].

Il 26 novembre del 2013 la NASA ha lanciato il Venus Spectral Rocket Experiment(VeSpR), un telescopio suborbitale per lo studio dell’atmosfera di Venere nell’ultravioletto, osservazione non possibile dalla superficie della Terra in quanto l’atmosfera terrestre assorbe la maggior parte dei raggi UV[49], con lo scopo di individuare la quantità di atomi di idrogeno e deuterio rimasti nell’atmosfera venusiana[50].

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Marte (astronomia)

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Marte
OSIRIS Mars true color.jpg

Un’immagine a colori reali di Marte scattata dalla sonda Rosetta nel 2007

Stella madre Sole
Scoperta 1534 a.C.
Classificazione Pianeta terrestre
Parametri orbitali
(all’epoca J2000)
Semiasse maggiore 227 936 637 km
1,52366231 UA[1]
Perielio 206 644 545 km[2]
1,38133346 UA
Afelio 249 228 730 km[2]
1,66599116 UA
Circonf. orbitale 1 429 000 000 km
9,553 UA
Periodo orbitale 686,9600 giorni[2]
(1,8808 anni)
Periodo sinodico 779,96 giorni
(2,135 anni)[2]
Velocità orbitale 21,972 km/s (min)
24,077 km/s (media)
26,499 km/s (max)
Inclinazione
sull’eclittica
1,85061°
Inclinazione rispetto
all’equat. del Sole
5,65°
Eccentricità 0,09341233
Longitudine del
nodo ascendente
49,57854°
Argom. del perielio 286,46230°
Satelliti 2
Anelli 0
Dati fisici
Diametro equat. 6804,9 km[1][2]
Diametro polare 6754,8 km[2]
Schiacciamento 0,00589[2]
Superficie 1,448 × 1014 [1]
Volume 1,6318 × 1020 [1]
Massa
6,4185 × 1023 kg[1]
Densità media 3,934 g/cm³[1]
Acceleraz. di gravità in superficie 3,69 m/s²
(0,376 g)
Velocità di fuga 5 027 m/s[1]
Periodo di rotazione 1,025957 giorni
(24 h 37 min 23 s)
Velocità di rotazione
(all’equatore)
241,17 m/s
Inclinazione assiale 25,19°[2]
A.R. polo nord 317,68143° (21 h 10 min 44 s)[1]
Declinazione 52,88650°[1]
Temperatura
superficiale
133 K (−140 °C) (min)
210 K (−63 °C)[1](media)
293 K (20 °C) (max)
Pressione atm. 6,36 mbar[2]
Albedo 0,15[1]
Dati osservativi
Magnitudine app. −2,00[2] (media)
−2,91[2] (max)
Diametro
apparente
3,5″[2] (min)
25,1″[2] (max)

Marte è il quarto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole[3]; è visibile ad occhio nudo ed è l’ultimo dei pianeti di tipo terrestre dopo MercurioVenere e la Terra. Chiamato il Pianeta rosso a causa del suo colore caratteristico dovuto alle grandi quantità di ossido di ferro che lo ricoprono[3], Marte prende il nome dall’omonima divinità della mitologia romana[3] e il suo simbolo astronomico è la rappresentazione stilizzata dello scudo e della lancia del dio (Mars symbol.svgUnicode: ♂).

Pur presentando temperature medie superficiali piuttosto basse (tra −120 °C e −14 °C)[3] e un’atmosfera molto rarefatta, è il pianeta più simile alla Terra tra quelli del sistema solare. Le sue dimensioni sono intermedie fra quelle del nostro pianeta e della Luna, e presenta un’inclinazione dell’asse di rotazione e durata del giorno simili a quelle terrestri. La sua superficie presenta formazioni vulcanichevalli, calotte polari e deserti sabbiosi, e formazioni geologiche che vi suggeriscono la presenza di un’idrosferain un lontano passato. La superficie del pianeta appare fortemente craterizzata, a causa della quasi totale assenza di agenti erosivi (attività geologica, atmosferica e idrosferica, i principali) e dalla totale assenza di attività tettonica delle placche capace di formare e poi modellare le strutture tettoniche[4][5]. La bassissima densità dell’atmosfera non è poi in grado di consumare buona parte dei meteoriti, che pertanto raggiungono il suolo con maggior frequenza che non sulla Terra. Fra le formazioni geologiche più notevoli di Marte si segnalano l’Olympus Mons o monte Olimpo, il vulcano più grande del sistema solare (alto 27 km); le Valles Marineris, un lungo canyon notevolmente più esteso di quelli terrestri e un enorme cratere sull’emisfero boreale ampio circa 40% dell’intera superficie marziana[6][7].

All’osservazione diretta Marte presenta variazioni di colore, imputate storicamente alla presenza di vegetazione stagionale, che si modificano al variare dei periodi dell’anno. Successive osservazioni spettroscopiche dell’atmosfera hanno da tempo fatto abbandonare l’ipotesi che vi potessero essere mari, canali e fiumi oppure un’atmosfera sufficientemente densa. La smentita finale arrivò dalla missione Mariner 4, che nel 1965 mostrò un pianeta desertico e arido, caratterizzato da tempeste di sabbiaperiodiche e particolarmente violente. Missioni più recenti hanno evidenziato presenza di acqua sotto forma di ghiaccio[8]. Attorno al pianeta orbitano due satelliti naturaliFobos e Deimos, di piccole dimensioni e dalla forma irregolare.

Osservazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Marte.
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Immagine di Marte ripresa da un telescopio amatoriale (2003).

occhio nudo Marte solitamente appare di un marcato colore giallo, arancione o rossastro e per luminosità è il più variabile nel corso della sua orbita tra tutti i pianeti esterni: la sua magnitudine apparente infatti passa da un minimo +1,8 fino a un massimo di −2,91 all’opposizione perielica[2] (anche chiamata grande opposizione). A causa dell’eccentricità orbitale la sua distanza relativa varia a ogni opposizione determinando piccole e grandi opposizioni, con un diametro apparente da 3,5 a 25,1 secondi d’arco. Il 27 agosto 2003 alle 9:51:13 UT Marte si è trovato vicino alla Terra come mai in quasi 60 000 anni55 758 006 km (pari a 0,372 719 UA). Ciò è stato possibile perché Marte si trovava a un giorno dall’opposizione e circa a tre giorni dal suo perielio, cosa che lo rese particolarmente visibile dalla Terra. Tuttavia questo avvicinamento è solo di poco inferiore ad altri. Ad esempio il 22 agosto 1924 la distanza minima fu di 0,372 846 UA e si prevede che il 24 agosto 2208 sarà di 0,372 79 UA[9]. Il massimo avvicinamento di questo millennio avverrà invece l’8 settembre 2729[10], quando Marte si troverà a 0,372 004 UA dalla Terra[11].

Con l’osservazione al telescopio sono visibili alcuni dettagli caratteristici della superficie, che permisero agli astronomi dal sedicesimo al ventesimo secolo di speculare sull’esistenza di una civiltà organizzata sul pianeta. Basta un piccolo obiettivo da 70-80 millimetri per risolvere macchie chiare e scure sulla superficie e le calotte polari[12]; già con un 100 millimetri si può riconoscere il Syrtis Major Planum. L’aiuto di filtri colorati permette inoltre di delineare meglio i bordi tra regioni di diversa natura geologica[13]. Con un obiettivo da 250 mm e condizioni di visibilità ottimali sono visibili i caratteri principali della superficie, i rilievi e i canali[14]. La visione di questi dettagli può essere parzialmente oscurata da tempeste di sabbia su Marte che possono estendersi fino a coprire tutto il pianeta[15].

Moto retrogrado apparente di Marte nel 2003 visto dalla Terra (simulazione realizzata con Stellarium).

L’avvicinarsi di Marte all’opposizione comporta l’inizio di un periodo di moto retrogrado apparente, durante il quale, se ci si riferisce alla volta celeste, il pianeta appare in moto nel verso opposto all’ordinario[16] (quindi da est verso ovest anziché da ovest verso est) con la sua orbita che sembra formare un ‘cappio’ (in inglese “loop”); il moto retrogrado di Marte dura mediamente 72 giorni.

Storia delle osservazioni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo Venere e Giove, Marte è il pianeta più facilmente individuabile dalla Terra per via della grande luminosità relativa e del caratteristico colore rosso. Per questo motivo già le popolazioni di cultura greco-romana lo associavano all’immagine di Ares/Marte, dio della guerra[3]. Tra i primi a descrivere delle osservazioni di Marte si ricorda Aristotele, il quale ne notò anche il passaggio dietro alla Luna[17] ottenendo così una prova empirica della concezione di un universo geocentrico. Il 13 ottobre 1590Michael Maestlin osservò l’unica occultazione documentata di Marte da Venere presso la città tedesca di Heidelberg[18]. Nel 1609 Galileo fu il primo uomo a puntare un telescopio verso Marte.

Fu solo sul finire del XIX secolo che attente osservazioni e il miglioramento della tecnologia permisero di ottenere una visione sufficientemente nitida da distinguere le caratteristiche del suolo marziano. Il 5 settembre 1877 si verificò un’opposizione perielica e in quell’anno l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli, in quel momento a Milano, utilizzò un telescopio di 22 cm per disegnare la prima mappa dettagliata di Marte la cui nomenclatura è ancora quella ufficiale. Ne risultarono strutture che l’astronomo definì “Canali” (successivamente fu dimostrato che si trattava di illusioni ottiche) in quanto la superficie del pianeta presentava diverse lunghe linee alle quali egli attribuì nomi di celebri fiumi terrestri[19][20].

Percival Lowell, qui mentre osserva Venere di giorno (1914), fu un grande osservatore di Marte e pubblicò i suoi lavori in tre libri dedicati al “pianeta rosso”.

L’errata traduzione in inglese del termine “canali” usato nei lavori di Schiaparelli (venne usato il termine canal, ovvero “canale artificiale”, piuttosto che il generico channel) portò il mondo scientifico a credere che su Marte vi fossero canali irrigui artificiali[21], mentre effettivamente lo scienziato aveva solo parlato di grandi solchi sulla superficie. Influenzato da queste traduzioni l’astronomostatunitense Percival Lowell fondò un osservatorio, l’osservatorio Lowell, dotato di un telescopio di 300 e 450 mm che venne usato nella particolarmente favorevole opposizione del 1894 e nelle successive. Pubblicò diversi libri su Marte e le sue teorie sull’esistenza di vita sul pianeta, basate anche sull’origine artificiale dei canali, ebbero una notevole influenza sull’opinione pubblica[22]. Tra gli astronomi che osservarono gli ormai caratteristici canali marziani si ricordano inoltre Henri Joseph Perrotin e Louis Thollon di Nizza[23]. Nacque in quel periodo l’immagine di un mondo vecchio (contrapposto a una Terra di mezza età e a Venere primitiva), dove la siccità aveva costretto la matura civiltà marziana a immense opere di canalizzazione: un topos che avrà notevole successo in fantascienza.

Per lungo tempo si ritenne che Marte fosse un pianeta coperto di vegetazione e alcuni mari: i cambiamenti stagionali di Marte infatti causavano una riduzione delle calotte polari d’estate e creavano ampie macchie scure sulla sua superficie. Tuttavia le osservazioni al telescopio non erano in grado di confermare tali speculazioni: al progredire della qualità dei telescopi si assisteva infatti a una riduzione dei canali, finché nel 1909 Camille Flammarion, con un telescopio di 840 mm, osservò disegni irregolari ma nessun canale[24].

La stagionalità marziana fu d’ispirazione, nonostante l’inesistenza di prove, per teorie sulla possibile struttura dell’ecosistema di Marte addirittura fino negli anni sessanta del XX secolo. In rinforzo a tali tesi vennero presentati anche scenari dettagliati riguardanti il metabolismo e i cicli chimici dello stesso[25].

I progressi nell’osservazione spaziale consentirono inoltre la scoperta dei due satelliti naturali, Fobos e Deimos, probabilmente asteroidi catturati dalla gravità del pianeta. L’esistenza di tali satelliti era già stata postulata da tempo, tanto che oltre un secolo e mezzo prima Jonathan Swift ne citava alcuni dati orbitali approssimativi ne I viaggi di Gulliver.

Le aspettative del grande pubblico vennero disattese quando, nel 1965, la sonda Mariner 4 raggiunse per la prima volta il pianeta non rilevando segni di costruzioni[26]. Il primo atterraggio di sonde automatiche avvenne undici anni dopo, con le missioni Viking I e II, ma non vennero rilevate tracce di vita o di composti organici in superficie. Dal finire dello scorso secolo Marte è stato nuovamente meta di numerose sonde, statunitensi ed europee, che hanno portato a un significativo miglioramento delle conoscenze sul pianeta; grazie alla missione Mars Global Surveyor, terminata verso la fine del 2006, si sono ottenute infatti mappe molto dettagliate dell’intera superficie di Marte. Nel 2005 l’amministrazione statunitense ha infine commissionato alla NASA gli studi per una possibile missione umana fino a Marte.

Esplorazione di Marte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Esplorazione di Marte.

Numerose sono state le missioni verso Marte intraprese da Unione SovieticaStati UnitiEuropa e Giappone per studiarne la geologia, l’atmosfera e la superficie.

Circa metà delle missioni tuttavia sono risultate degli insuccessi costituiti da perdite e da vari inconvenienti tecnici[27]. Anche per questo motivo il pianeta conserva il suo fascino, il suo mistero e, più in generale, un’ulteriore motivazione per proseguire le ricerche. Le probabilità di trovare tracce di vita su questo pianeta, così come esso ci appare, sono estremamente ridotte; tuttavia, se fosse confermata la presenza di acqua in tempi remoti, aumenterebbero le probabilità di trovare tracce di vita passata.

Le missioni spaziali sono vincolate a finestre di lancio di 2-3 mesi ogni 780 giorni, corrispondente al periodo sinodico[28].

Missioni passate[modifica | modifica wikitesto]

Vista del suolo di Marte da Viking 1 (1978).

Il primo successo si ebbe nel 1964 con il passaggio in prossimità di Marte del Mariner 4della NASA[27]. La prima osservazione ravvicinata di Marte fu molto controversa: sebbene da un lato l’entusiasmo del successo avrebbe dovuto spingere economicamente e politicamente verso altre missioni, dall’altro i risultati completamente diversi dalle aspettative di un pianeta prolifico, con vita e vegetazione, portarono a una riduzione significativa delle risorse allocate all’esplorazione del pianeta, annullando e rinviando alcune missioni già pianificate[29]. Il primo atterraggio invece avvenne nel 1971 grazie ai sovietici Mars 2 e 3 che però persero i contatti con la Terra pochi minuti dopo[27]. In seguito fu lanciato dalla NASA il programma Viking del 1975, consistente in due satelliti orbitanti con un modulo di atterraggio che raggiunsero il suolo nel 1976[27]. Il Viking 1 rimase operativo per sei anni mentre il Viking 2 per tre[27]. Grazie alla loro attività si ebbero le prime foto a colori della superficie marziana e mappature di qualità tale da essere ancora usate.

Francobollo del Lander Mars 3 (Unione Sovietica, 1972)

Nel 1988 i moduli sovietici del Programma Phobos (Phobos 1 e Phobos 2) furono inviati per lo studio di Marte e delle sue due lune; il segnale di Phobos 1 fu perduto mentre era in viaggio e Phobos 2 riuscì a inviare foto del pianeta e di Fobos ma si guastò giusto prima di liberare due sonde sulla luna[27].

Dopo il fallimento nel 1992 del Mars Observer[27], la NASA inviò nel 1996 il Mars Global Surveyor[27]; la missione di mappatura fu un completo successo e si concluse nel 2001. I contatti si interruppero nel novembre del 2006 dopo 10 anni nell’orbita marziana. Un mese dopo il lancio del Surveyor, la NASA lanciò il Mars Pathfinder con a bordo il robot da esplorazione Sojourner, che atterrò nell’Ares Vallis[27]; anche questa missione fu un successo e divenne famosa per le immagini che inviò sulla Terra.

Giove (astronomia)

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Giove
Jupiter and its shrunken Great Red Spot.jpg

Giove fotografato dal telescopio spaziale Hubblenel 2014

Stella madre Sole
Classificazione Gigante gassoso
Parametri orbitali
(all’epoca J2000.0[1][N 1])
Semiasse maggiore 778 412 027 km
5,203 363 01 UA
Perielio 740 742 598 km
4,951 558 43 UA
Afelio 816 081 455 km
5,455 167 59 UA
Circonf. orbitale 4 888 000 000 km
32,674 UA
Periodo orbitale 4 333,2867 giorni
(11,863 892 anni)
Periodo sinodico 398,88 giorni
(1,092 073 anni)[2]
Velocità orbitale 12,446 km/s (min)
13,056 km/s (media)
13,712 km/s (max)
Inclinazione orbitale 1,304°[2]
Eccentricità 0,048 392 66
Longitudine del
nodo ascendente
100,55615°
Argom. del perielio 274,19770°
Satelliti 79
Anelli 4
Dati fisici
Diametro equat. 142 984 km[3][N 2]
Diametro polare 133 709 km[3]
Schiacciamento 0,06487 ± 0,00015[3]
Superficie 6,1418738571 × 1010 k[N 2][4]
Volume 1,43128 × 1024 [2][N 2]
Massa
1,89819 × 1027 kg[2][N 2]
Densità media 1,326 × 103 kg/m³[2][N 2]
Acceleraz. di gravità in superficie 23,12 m/s²
(2,358 g)[2][N 2]
Velocità di fuga 59,5 km/s[2]
Periodo di rotazione 0,413 538 021 d
(9 h 55 min 29,685 s)[5]
Velocità di rotazione
(all’equatore)
12 580 m/s
Inclinazione assiale 3,131°[2]
A.R. polo nord 268,057° (17h 52m 14s)[3]
Declinazione 64,496°[3]
Temperatura
superficiale
110 K (−163 °C) (min)
152 K (−121 °C) (media)
Pressione atm. 20 – 200 kPa[6]
Albedo 0,522[2]
Dati osservativi
Magnitudine app. −1,61[2] (min)
−2,60[2] (media)
−2,808[2] (max)
Magnitudine app. -1,6 e -2,94
Diametro
apparente
29,8″[2] (min)
44,0″[2] (medio)
50,1″[2] (max)

Giove (dal latino Iovemaccusativo di Iuppiter) è il quinto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole e il più grande di tutto il sistema planetario: la sua massacorrisponde a 2 volte e mezzo la somma di quelle di tutti gli altri pianeti messi insieme.[7] È classificato, al pari di SaturnoUrano e Nettuno, come gigante gassoso.

Giove ha una composizione simile a quella del Sole: infatti è costituito principalmente da idrogeno ed eliocon piccole quantità di altri composti, quali ammoniacametano ed acqua.[8] Si ritiene che il pianeta possegga una struttura pluristratificata, con un nucleosolido, presumibilmente di natura rocciosa e costituito da carbonio e silicati di ferro, sopra il quale gravano un mantello di idrogeno metallico ed una vasta copertura atmosferica[9] che esercitano su di esso altissime pressioni.[10]

L’atmosfera esterna è caratterizzata da numerose bande e zone di tonalità variabili dal color crema al marrone, costellate da formazioni cicloniche ed anticicloniche, tra le quali spicca la Grande Macchia Rossa.[11] La rapida rotazione del pianeta gli conferisce l’aspetto di uno sferoideschiacciato ai poli[3] e genera un intenso campo magnetico che dà origine ad un’estesa magnetosfera;[12] inoltre, a causa del meccanismo di Kelvin-Helmholtz, Giove (come tutti gli altri giganti gassosi) emette una quantità di energia superiore a quella che riceve dal Sole.[10][13][14]

A causa delle sue dimensioni e della composizione simile a quella solare, Giove è stato considerato per lungo tempo una “stellafallita”:[15] in realtà solamente se avesse avuto l’opportunità di accrescere la propria massa sino a 75-80 volte quella attuale[N 3][16]il suo nucleo avrebbe ospitato le condizioni di temperatura e pressione favorevoli all’innesco delle reazioni di fusionedell’idrogeno in elio, il che avrebbe reso il sistema solare un sistema stellare binario.[17]

L’intenso campo gravitazionale di Giove influenza il sistema solare nella sua struttura perturbando le orbite degli altri pianeti[18] e lo “ripulisce” da detriti che altrimenti rischierebbero di colpire i pianeti più interni.[19] Intorno a Giove orbitano numerosi satelliti[20] e un sistema di anelli scarsamente visibili;[10] l’azione combinata dei campi gravitazionali di Giove e del Sole, inoltre, stabilizza le orbite di due gruppi di asteroidi troiani.[21]

Il pianeta, conosciuto sin dall’antichità, ha rivestito un ruolo preponderante nel credo religioso di numerose culture, tra cui i Babilonesi, i Greci e i Romani, che lo hanno identificato con il sovrano degli dei.[22] Il simbolo astronomico del pianeta (♃) è una rappresentazione stilizzata del fulmine, principale attributo di quella divinità.

Osservazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Giove.

Giove appare ad occhio nudo come un astro biancastro molto brillante a causa della sua elevata albedo.[2] È il quarto oggetto più brillante nel cielo, dopo il Sole, la Luna e Venere[23] con cui, quando quest’ultimo risulta inosservabile, si spartisce il ruolo di “stella del mattino” o “stella della sera”.[24] La sua magnitudine apparente varia, a seconda della posizione durante il suo moto di rivoluzione, da −1,6 a −2,8, mentre il suo diametro apparente varia da 29,8 a 50,1 secondi d’arco.[2]

Il periodo sinodico del pianeta è di 398,88 giorni, al termine dei quali il corpo celeste inizia una fase di moto retrogrado apparente, in cui sembra spostarsi all’indietro nel cielo notturno rispetto allo sfondo delle stelle “fisse” eseguendo una traiettoria sigmoide. Giove, nei 12 anni circa della propria rivoluzione, attraversa tutte le costellazioni dello zodiaco.[25]

Giove fotografato da un telescopio amatoriale. Si notano tre dei quattro satelliti medicei: a destra Io, a sinistra Europa (più interno) e Ganimede. Si nota anche la sua caratteristica più peculiare: la Grande Macchia Rossa.

Il pianeta è interessante da un punto di vista osservativo in quanto già con piccoli strumenti è possibile apprezzarne alcuni caratteristici dettagli superficiali. I periodi più propizi per osservare il pianeta corrispondono alle opposizioni e in particolare alle “grandi opposizioni”, che si verificano ogni qual volta Giove transita al perielio. Queste circostanze, in cui l’astro raggiunge le dimensioni apparenti massime, consentono all’osservatore amatoriale, munito delle adeguate attrezzature, di scorgere più facilmente gran parte delle caratteristiche del pianeta.[26]

Un binocolo 10×50 o un piccolo telescopio rifrattore consentono già di osservare attorno al pianeta quattro piccoli punti luminosi, disposti lungo il prolungamento dell’equatore del pianeta: si tratta dei satelliti medicei.[27] Poiché essi orbitano abbastanza velocemente intorno al pianeta, è possibile notarne i movimenti già tra una notte e l’altra: il più interno, Io, arriva a compiere tra una notte e la successiva quasi un’orbita completa.[28]

Un telescopio da 60 mm permette già di osservare le caratteristiche bande nuvolose[29]e, qualora le condizioni atmosferiche siano perfette, anche la caratteristica più nota del pianeta, la Grande Macchia Rossa che però è maggiormente visibile con un telescopio di 25 cm di apertura che consente di osservare meglio le nubi e le formazioni più fini del pianeta.[30]

Il pianeta risulta osservabile non solo nel visibile, ma anche ad altre lunghezze d’ondadello spettro elettromagnetico, principalmente nell’infrarosso. L’osservazione a più lunghezze d’onda si rivela utile soprattutto nell’analisi della struttura e della composizione dell’atmosfera[31][32] e nello studio delle componenti del sistema di Giove.[33]

Storia delle osservazioni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Giove § Storia.

Per la sua caratteristica luminosità il pianeta è ben conosciuto sin dai primordi dell’umanità.

Una delle prime civiltà a studiare i moti di Giove e degli altri pianeti visibili ad occhio nudo (MercurioVenereMarte e Saturno) fu quella assirobabilonese. Gli astronomi di corte dei re babilonesi riuscirono a determinare con precisione il periodo sinodico del pianeta; inoltre, si servirono del suo moto attraverso la sfera celeste per delineare le costellazioni zodiacali.[22] La scoperta negli archivi reali di Ninive di tavolette recanti precisi resoconti di osservazioni astronomiche e il frequente rinvenimento di parti di strumentazioni a probabile destinazione astronomica, come lenti di cristallo di rocca e tubi d’oro (datati al I millennio a.C.), indussero alcuni archeoastronomi a ipotizzare che la civiltà assira fosse già in possesso di un “prototipo” di cannocchiale, con il quale si ritiene sia stato possibile osservare anche Giove.[34]

Ritratto di Galileo Galilei dipinto nel 1636 da Justus Sustermans.

Anche i cinesi, noti per la raffinatezza delle loro tecniche astronomiche, riuscirono a ricavare in maniera precisa i periodi sinodici ed orbitali dei pianeti visibili ad occhio nudo.[35] Nel 1980 lo storico cinese Xi Zezong ha annunciato che Gan De, astronomo contemporaneo di Shi Shen, sarebbe riuscito ad osservare almeno uno dei satelliti di Giove già nel 362 a.C. a occhio nudo, presumibilmente Ganimede, schermando la vista del pianeta con un albero o qualcosa di analogo.[36][37][38] Bisognerà però attendere il XVII secolo prima che l’esistenza dei satelliti di Giove sia appurata da Galileo Galilei, che, nel 1610, scoprì i quattro satelliti medicei: IoEuropa, Ganimede e Callisto;[39][40] fu però Simon Marius, che si attribuì la paternità della scoperta dei satelliti, alimentando in questo modo una fiera diatriba con Galileo,[41][42] a conferire nel 1614 i nomi mitologici attualmente in uso a ciascuno di essi.[42]

Nell’autunno del 1639 l’ottico napoletano Francesco Fontana, diffusore del telescopio a oculare convergente (kepleriano), testando un telescopio di 22 palmi di sua produzione scoprì le caratteristiche bande dell’atmosfera del pianeta.[43]

Negli anni sessanta del XVII secolo l’astronomo Gian Domenico Cassini, scoprì la presenza di macchie sulla superficie di Giove e che il pianeta stesso ha la forma di uno sferoide oblato. L’astronomo riuscì poi a determinarne il periodo di rotazione,[44] e nel 1690 scoprì che l’atmosfera è soggetta a una rotazione differenziale;[10] egli è inoltre accreditato come lo scopritore, assieme, ma indipendentemente, a Robert Hooke, della Grande Macchia Rossa.[45][46] Lo stesso Cassini, assieme a Giovanni Alfonso Borelli, stese precise relazioni sul movimento dei quattro satelliti galileiani, formulando dei modelli matematici che consentissero di prevederne le posizioni. Tuttavia nel trentennio 16701700, si osservò che, quando Giove si trova in un punto dell’orbita prossimo alla congiunzione col Sole, si registra nel transito dei satelliti un ritardo di circa 17 minuti rispetto al previsto. L’astronomo danese Ole Rømer ipotizzò che la visione di Giove non fosse istantanea (conclusione che Cassini aveva precedentemente respinto[44]) e che dunque la luce avesse una velocità finita (indicata con c).[47]

Vista animata di Giove. Queste foto sono state scattate nel corso di ventotto giorni nel 1979 dalla sonda Voyager 1 mentre si avvicinava al pianeta.

Dopo due secoli privi di significative scoperte, il farmacista Heinrich Schwabe disegnò la prima carta completa di Giove, comprendente anche la Grande Macchia Rossa, e la pubblicò nel 1831.[45][48] Le osservazioni della tempesta hanno permesso di registrare dei momenti in cui essa appariva più debole (come tra il 1665 e il 1708, nel 1883 ed all’inizio del XX secolo), ed altri in cui appariva rinforzata, tanto da risultare molto ben evidente all’osservazione telescopica (come nel 1878).[49]

Nel 1892 Edward Emerson Barnard scoprì, grazie al telescopio rifrattore da 910 mm dell’Osservatorio Lick, la presenza attorno al pianeta di un quinto satellite, battezzato Amaltea.[50][51]

Nel 1932 Rupert Wildt identificò, analizzando lo spettro del pianeta, delle bande di assorbimento proprie dell’ammoniaca e del metano.[52] Sei anni dopo furono osservate, a sud della Grande Macchia Rossa, tre tempeste anticicloniche che apparivano come dei particolari ovali biancastri. Per diversi decenni le tre tempeste sono rimaste delle entità distinte, non riuscendo mai a fondersi pur avvicinandosi periodicamente; tuttavia, nel 1998, due di questi ovali si sono fusi, assorbendo infine anche il terzo nel 2000 e dando origine a quella tempesta che oggi è nota come Ovale BA.[53]

Nel 1955 Bernard Burke e Kenneth Franklin individuarono dei lampi radio provenienti da Giove alla frequenza di 22,2 MHz;[10] si trattava della prima prova dell’esistenza della magnetosfera gioviana. La conferma giunse quattro anni dopo, quando Frank Drake ed Hein Hvatum scoprirono le emissioni radio decimetriche.[10]

Nel periodo compreso tra il 16 e il 22 luglio 1994 oltre 20 frammenti provenienti dalla cometa Shoemaker-Levy 9 collisero con Giove in corrispondenza del suo emisfero australe; fu la prima osservazione diretta della collisione tra due oggetti del sistema solare. L’impatto permise di ottenere importanti dati sulla composizione dell’atmosfera gioviana.[54][55]

Missioni spaziali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Esplorazione di Giove.

Sin dal 1973 numerose sonde automatiche hanno visitato il pianeta, sia come obiettivo di studio, sia come tappa intermedia, per sfruttarne il potente effetto fionda per ridurre la durata del volo verso le regioni più esterne del sistema solare.[56] I viaggi interplanetari richiedono un grande dispendio energetico, impiegato per provocare una netta variazione della velocità della sonda nota come delta-v (Δv).[56] Il raggiungimento di Giove dalla Terra richiede un Δv di 9,2 km/s,[57] confrontabile con il Δv di 9,7 km/s necessario per raggiungere l’orbita terrestre bassa.[56] L’effetto fionda consente di modificare la velocità del veicolo senza consumare combustibile.[57]

Missioni con sorvolo ravvicinato (fly-by)[modifica | modifica wikitesto]

Elenco delle missioni fly-by
Sonda Data del massimo
avvicinamento
Distanza minima
Pioneer 10 3 dicembre 1973 200 000 km[58][59]
Pioneer 11 4 dicembre 1974 34 000 km[58][60]
Voyager 1 5 marzo 1979 349 000 km[61]
Voyager 2 9 luglio 1979 722 000 km[62]
Ulysses 8 febbraio 1992 450 000 km[63]
4 febbraio 2004 120 000 000 km[64]
Cassini 30 dicembre 2000 10 000 000 km[65][66]
New Horizons 28 febbraio 2007 2 304 535 km[67]

Dal 1973 diverse sonde hanno compiuto sorvoli ravvicinati (fly-by) del pianeta. La prima fu la Pioneer 10, che eseguì un fly-by di Giove nel dicembre del 1973, seguita dalla Pioneer 11 un anno più tardi. Le due sonde ottennero le prime immagini ravvicinate dell’atmosfera, delle nubi gioviane e di alcuni suoi satelliti, la prima misura precisa del suo campo magnetico; scoprirono inoltre che la quantità di radiazioni in prossimità del pianeta era assai superiore a quella attesa. Le traiettorie delle sonde furono utilizzate per raffinare la stima della massa del sistema gioviano, mentre l’occultazione delle sonde dietro il disco del pianeta migliorò le stime del valore del diametro equatoriale e dello schiacciamento polare.[25][68]

Un’immagine del pianeta ripresa dalla Pioneer 10 il 1º dicembre 1973dalla distanza di 2 557 000 km NASA

Sei anni dopo fu la volta delle missioni Voyager (1 e 2). Le due sonde migliorarono enormemente la comprensione di alcune dinamiche dei satelliti galileiani e dell’atmosfera di Giove, tra cui la conferma della natura anticiclonica della Grande Macchia Rossa e l’individuazione di lampi e formazioni temporalesche; le sonde permisero inoltre di scoprire gli anelli di Giove e otto satelliti naturali, che si andarono ad aggiungere ai cinque già noti. Le Voyagerrintracciarono la presenza di un toroide di plasma ed atomi ionizzati in corrispondenza dell’orbita di Io, sulla cui superficie furono scoperti numerosi edifici vulcanici, alcuni dei quali nell’atto di eruttare.[25]

Nel febbraio del 1992 raggiunse Giove la sonda solare Ulysses, che sorvolò il pianeta ad una distanza minima di 450 000 km (6,3 raggi gioviani).[63] Il fly-by fu programmato per raggiungere un’orbita polare attorno al Sole, ma fu sfruttato per condurre studi sulla magnetosfera di Giove. La sonda non aveva telecamere e non fu ripresa alcuna immagine.[64]

Nel 2000 la sonda Cassini, durante la sua rotta verso Saturno, sorvolò Giove e fornì alcune delle immagini più dettagliate mai scattate del pianeta.[66] Sette anni dopo, Giove fu raggiunto dalla sonda New Horizons, diretta verso Plutone e la fascia di Kuiper.[69] Nell’attraversamento del sistema di Giove, la sonda misurò l’energia del plasma emesso dai vulcani di Io e studiò brevemente ma in dettaglio i quattro satelliti medicei, conducendo anche indagini a distanza dei satelliti più esterni Imalia ed Elara.[70]

La missione Galileo

Giove (astronomia)

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Giove
Jupiter and its shrunken Great Red Spot.jpg

Giove fotografato dal telescopio spaziale Hubblenel 2014

Stella madre Sole
Classificazione Gigante gassoso
Parametri orbitali
(all’epoca J2000.0[1][N 1])
Semiasse maggiore 778 412 027 km
5,203 363 01 UA
Perielio 740 742 598 km
4,951 558 43 UA
Afelio 816 081 455 km
5,455 167 59 UA
Circonf. orbitale 4 888 000 000 km
32,674 UA
Periodo orbitale 4 333,2867 giorni
(11,863 892 anni)
Periodo sinodico 398,88 giorni
(1,092 073 anni)[2]
Velocità orbitale 12,446 km/s (min)
13,056 km/s (media)
13,712 km/s (max)
Inclinazione orbitale 1,304°[2]
Eccentricità 0,048 392 66
Longitudine del
nodo ascendente
100,55615°
Argom. del perielio 274,19770°
Satelliti 79
Anelli 4
Dati fisici
Diametro equat. 142 984 km[3][N 2]
Diametro polare 133 709 km[3]
Schiacciamento 0,06487 ± 0,00015[3]
Superficie 6,1418738571 × 1010 k[N 2][4]
Volume 1,43128 × 1024 [2][N 2]
Massa
1,89819 × 1027 kg[2][N 2]
Densità media 1,326 × 103 kg/m³[2][N 2]
Acceleraz. di gravità in superficie 23,12 m/s²
(2,358 g)[2][N 2]
Velocità di fuga 59,5 km/s[2]
Periodo di rotazione 0,413 538 021 d
(9 h 55 min 29,685 s)[5]
Velocità di rotazione
(all’equatore)
12 580 m/s
Inclinazione assiale 3,131°[2]
A.R. polo nord 268,057° (17h 52m 14s)[3]
Declinazione 64,496°[3]
Temperatura
superficiale
110 K (−163 °C) (min)
152 K (−121 °C) (media)
Pressione atm. 20 – 200 kPa[6]
Albedo 0,522[2]
Dati osservativi
Magnitudine app. −1,61[2] (min)
−2,60[2] (media)
−2,808[2] (max)
Magnitudine app. -1,6 e -2,94
Diametro
apparente
29,8″[2] (min)
44,0″[2] (medio)
50,1″[2] (max)

Giove (dal latino Iovemaccusativo di Iuppiter) è il quinto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole e il più grande di tutto il sistema planetario: la sua massacorrisponde a 2 volte e mezzo la somma di quelle di tutti gli altri pianeti messi insieme.[7] È classificato, al pari di SaturnoUrano e Nettuno, come gigante gassoso.

Giove ha una composizione simile a quella del Sole: infatti è costituito principalmente da idrogeno ed eliocon piccole quantità di altri composti, quali ammoniacametano ed acqua.[8] Si ritiene che il pianeta possegga una struttura pluristratificata, con un nucleosolido, presumibilmente di natura rocciosa e costituito da carbonio e silicati di ferro, sopra il quale gravano un mantello di idrogeno metallico ed una vasta copertura atmosferica[9] che esercitano su di esso altissime pressioni.[10]

L’atmosfera esterna è caratterizzata da numerose bande e zone di tonalità variabili dal color crema al marrone, costellate da formazioni cicloniche ed anticicloniche, tra le quali spicca la Grande Macchia Rossa.[11] La rapida rotazione del pianeta gli conferisce l’aspetto di uno sferoideschiacciato ai poli[3] e genera un intenso campo magnetico che dà origine ad un’estesa magnetosfera;[12] inoltre, a causa del meccanismo di Kelvin-Helmholtz, Giove (come tutti gli altri giganti gassosi) emette una quantità di energia superiore a quella che riceve dal Sole.[10][13][14]

A causa delle sue dimensioni e della composizione simile a quella solare, Giove è stato considerato per lungo tempo una “stellafallita”:[15] in realtà solamente se avesse avuto l’opportunità di accrescere la propria massa sino a 75-80 volte quella attuale[N 3][16]il suo nucleo avrebbe ospitato le condizioni di temperatura e pressione favorevoli all’innesco delle reazioni di fusionedell’idrogeno in elio, il che avrebbe reso il sistema solare un sistema stellare binario.[17]

L’intenso campo gravitazionale di Giove influenza il sistema solare nella sua struttura perturbando le orbite degli altri pianeti[18] e lo “ripulisce” da detriti che altrimenti rischierebbero di colpire i pianeti più interni.[19] Intorno a Giove orbitano numerosi satelliti[20] e un sistema di anelli scarsamente visibili;[10] l’azione combinata dei campi gravitazionali di Giove e del Sole, inoltre, stabilizza le orbite di due gruppi di asteroidi troiani.[21]

Il pianeta, conosciuto sin dall’antichità, ha rivestito un ruolo preponderante nel credo religioso di numerose culture, tra cui i Babilonesi, i Greci e i Romani, che lo hanno identificato con il sovrano degli dei.[22] Il simbolo astronomico del pianeta (♃) è una rappresentazione stilizzata del fulmine, principale attributo di quella divinità.

Osservazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Giove.

Giove appare ad occhio nudo come un astro biancastro molto brillante a causa della sua elevata albedo.[2] È il quarto oggetto più brillante nel cielo, dopo il Sole, la Luna e Venere[23] con cui, quando quest’ultimo risulta inosservabile, si spartisce il ruolo di “stella del mattino” o “stella della sera”.[24] La sua magnitudine apparente varia, a seconda della posizione durante il suo moto di rivoluzione, da −1,6 a −2,8, mentre il suo diametro apparente varia da 29,8 a 50,1 secondi d’arco.[2]

Il periodo sinodico del pianeta è di 398,88 giorni, al termine dei quali il corpo celeste inizia una fase di moto retrogrado apparente, in cui sembra spostarsi all’indietro nel cielo notturno rispetto allo sfondo delle stelle “fisse” eseguendo una traiettoria sigmoide. Giove, nei 12 anni circa della propria rivoluzione, attraversa tutte le costellazioni dello zodiaco.[25]

Giove fotografato da un telescopio amatoriale. Si notano tre dei quattro satelliti medicei: a destra Io, a sinistra Europa (più interno) e Ganimede. Si nota anche la sua caratteristica più peculiare: la Grande Macchia Rossa.

Il pianeta è interessante da un punto di vista osservativo in quanto già con piccoli strumenti è possibile apprezzarne alcuni caratteristici dettagli superficiali. I periodi più propizi per osservare il pianeta corrispondono alle opposizioni e in particolare alle “grandi opposizioni”, che si verificano ogni qual volta Giove transita al perielio. Queste circostanze, in cui l’astro raggiunge le dimensioni apparenti massime, consentono all’osservatore amatoriale, munito delle adeguate attrezzature, di scorgere più facilmente gran parte delle caratteristiche del pianeta.[26]

Un binocolo 10×50 o un piccolo telescopio rifrattore consentono già di osservare attorno al pianeta quattro piccoli punti luminosi, disposti lungo il prolungamento dell’equatore del pianeta: si tratta dei satelliti medicei.[27] Poiché essi orbitano abbastanza velocemente intorno al pianeta, è possibile notarne i movimenti già tra una notte e l’altra: il più interno, Io, arriva a compiere tra una notte e la successiva quasi un’orbita completa.[28]

Un telescopio da 60 mm permette già di osservare le caratteristiche bande nuvolose[29]e, qualora le condizioni atmosferiche siano perfette, anche la caratteristica più nota del pianeta, la Grande Macchia Rossa che però è maggiormente visibile con un telescopio di 25 cm di apertura che consente di osservare meglio le nubi e le formazioni più fini del pianeta.[30]

Il pianeta risulta osservabile non solo nel visibile, ma anche ad altre lunghezze d’ondadello spettro elettromagnetico, principalmente nell’infrarosso. L’osservazione a più lunghezze d’onda si rivela utile soprattutto nell’analisi della struttura e della composizione dell’atmosfera[31][32] e nello studio delle componenti del sistema di Giove.[33]

Storia delle osservazioni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazione di Giove § Storia.

Per la sua caratteristica luminosità il pianeta è ben conosciuto sin dai primordi dell’umanità.

Una delle prime civiltà a studiare i moti di Giove e degli altri pianeti visibili ad occhio nudo (MercurioVenereMarte e Saturno) fu quella assirobabilonese. Gli astronomi di corte dei re babilonesi riuscirono a determinare con precisione il periodo sinodico del pianeta; inoltre, si servirono del suo moto attraverso la sfera celeste per delineare le costellazioni zodiacali.[22] La scoperta negli archivi reali di Ninive di tavolette recanti precisi resoconti di osservazioni astronomiche e il frequente rinvenimento di parti di strumentazioni a probabile destinazione astronomica, come lenti di cristallo di rocca e tubi d’oro (datati al I millennio a.C.), indussero alcuni archeoastronomi a ipotizzare che la civiltà assira fosse già in possesso di un “prototipo” di cannocchiale, con il quale si ritiene sia stato possibile osservare anche Giove.[34]

Ritratto di Galileo Galilei dipinto nel 1636 da Justus Sustermans.

Anche i cinesi, noti per la raffinatezza delle loro tecniche astronomiche, riuscirono a ricavare in maniera precisa i periodi sinodici ed orbitali dei pianeti visibili ad occhio nudo.[35] Nel 1980 lo storico cinese Xi Zezong ha annunciato che Gan De, astronomo contemporaneo di Shi Shen, sarebbe riuscito ad osservare almeno uno dei satelliti di Giove già nel 362 a.C. a occhio nudo, presumibilmente Ganimede, schermando la vista del pianeta con un albero o qualcosa di analogo.[36][37][38] Bisognerà però attendere il XVII secolo prima che l’esistenza dei satelliti di Giove sia appurata da Galileo Galilei, che, nel 1610, scoprì i quattro satelliti medicei: IoEuropa, Ganimede e Callisto;[39][40] fu però Simon Marius, che si attribuì la paternità della scoperta dei satelliti, alimentando in questo modo una fiera diatriba con Galileo,[41][42] a conferire nel 1614 i nomi mitologici attualmente in uso a ciascuno di essi.[42]

Nell’autunno del 1639 l’ottico napoletano Francesco Fontana, diffusore del telescopio a oculare convergente (kepleriano), testando un telescopio di 22 palmi di sua produzione scoprì le caratteristiche bande dell’atmosfera del pianeta.[43]

Negli anni sessanta del XVII secolo l’astronomo Gian Domenico Cassini, scoprì la presenza di macchie sulla superficie di Giove e che il pianeta stesso ha la forma di uno sferoide oblato. L’astronomo riuscì poi a determinarne il periodo di rotazione,[44] e nel 1690 scoprì che l’atmosfera è soggetta a una rotazione differenziale;[10] egli è inoltre accreditato come lo scopritore, assieme, ma indipendentemente, a Robert Hooke, della Grande Macchia Rossa.[45][46] Lo stesso Cassini, assieme a Giovanni Alfonso Borelli, stese precise relazioni sul movimento dei quattro satelliti galileiani, formulando dei modelli matematici che consentissero di prevederne le posizioni. Tuttavia nel trentennio 16701700, si osservò che, quando Giove si trova in un punto dell’orbita prossimo alla congiunzione col Sole, si registra nel transito dei satelliti un ritardo di circa 17 minuti rispetto al previsto. L’astronomo danese Ole Rømer ipotizzò che la visione di Giove non fosse istantanea (conclusione che Cassini aveva precedentemente respinto[44]) e che dunque la luce avesse una velocità finita (indicata con c).[47]

Vista animata di Giove. Queste foto sono state scattate nel corso di ventotto giorni nel 1979 dalla sonda Voyager 1 mentre si avvicinava al pianeta.

Dopo due secoli privi di significative scoperte, il farmacista Heinrich Schwabe disegnò la prima carta completa di Giove, comprendente anche la Grande Macchia Rossa, e la pubblicò nel 1831.[45][48] Le osservazioni della tempesta hanno permesso di registrare dei momenti in cui essa appariva più debole (come tra il 1665 e il 1708, nel 1883 ed all’inizio del XX secolo), ed altri in cui appariva rinforzata, tanto da risultare molto ben evidente all’osservazione telescopica (come nel 1878).[49]

Nel 1892 Edward Emerson Barnard scoprì, grazie al telescopio rifrattore da 910 mm dell’Osservatorio Lick, la presenza attorno al pianeta di un quinto satellite, battezzato Amaltea.[50][51]

Nel 1932 Rupert Wildt identificò, analizzando lo spettro del pianeta, delle bande di assorbimento proprie dell’ammoniaca e del metano.[52] Sei anni dopo furono osservate, a sud della Grande Macchia Rossa, tre tempeste anticicloniche che apparivano come dei particolari ovali biancastri. Per diversi decenni le tre tempeste sono rimaste delle entità distinte, non riuscendo mai a fondersi pur avvicinandosi periodicamente; tuttavia, nel 1998, due di questi ovali si sono fusi, assorbendo infine anche il terzo nel 2000 e dando origine a quella tempesta che oggi è nota come Ovale BA.[53]

Nel 1955 Bernard Burke e Kenneth Franklin individuarono dei lampi radio provenienti da Giove alla frequenza di 22,2 MHz;[10] si trattava della prima prova dell’esistenza della magnetosfera gioviana. La conferma giunse quattro anni dopo, quando Frank Drake ed Hein Hvatum scoprirono le emissioni radio decimetriche.[10]

Nel periodo compreso tra il 16 e il 22 luglio 1994 oltre 20 frammenti provenienti dalla cometa Shoemaker-Levy 9 collisero con Giove in corrispondenza del suo emisfero australe; fu la prima osservazione diretta della collisione tra due oggetti del sistema solare. L’impatto permise di ottenere importanti dati sulla composizione dell’atmosfera gioviana.[54][55]

Missioni spaziali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Esplorazione di Giove.

Sin dal 1973 numerose sonde automatiche hanno visitato il pianeta, sia come obiettivo di studio, sia come tappa intermedia, per sfruttarne il potente effetto fionda per ridurre la durata del volo verso le regioni più esterne del sistema solare.[56] I viaggi interplanetari richiedono un grande dispendio energetico, impiegato per provocare una netta variazione della velocità della sonda nota come delta-v (Δv).[56] Il raggiungimento di Giove dalla Terra richiede un Δv di 9,2 km/s,[57] confrontabile con il Δv di 9,7 km/s necessario per raggiungere l’orbita terrestre bassa.[56] L’effetto fionda consente di modificare la velocità del veicolo senza consumare combustibile.[57]

Missioni con sorvolo ravvicinato (fly-by)[modifica | modifica wikitesto]

Elenco delle missioni fly-by
Sonda Data del massimo
avvicinamento
Distanza minima
Pioneer 10 3 dicembre 1973 200 000 km[58][59]
Pioneer 11 4 dicembre 1974 34 000 km[58][60]
Voyager 1 5 marzo 1979 349 000 km[61]
Voyager 2 9 luglio 1979 722 000 km[62]
Ulysses 8 febbraio 1992 450 000 km[63]
4 febbraio 2004 120 000 000 km[64]
Cassini 30 dicembre 2000 10 000 000 km[65][66]
New Horizons 28 febbraio 2007 2 304 535 km[67]

Dal 1973 diverse sonde hanno compiuto sorvoli ravvicinati (fly-by) del pianeta. La prima fu la Pioneer 10, che eseguì un fly-by di Giove nel dicembre del 1973, seguita dalla Pioneer 11 un anno più tardi. Le due sonde ottennero le prime immagini ravvicinate dell’atmosfera, delle nubi gioviane e di alcuni suoi satelliti, la prima misura precisa del suo campo magnetico; scoprirono inoltre che la quantità di radiazioni in prossimità del pianeta era assai superiore a quella attesa. Le traiettorie delle sonde furono utilizzate per raffinare la stima della massa del sistema gioviano, mentre l’occultazione delle sonde dietro il disco del pianeta migliorò le stime del valore del diametro equatoriale e dello schiacciamento polare.[25][68]

Un’immagine del pianeta ripresa dalla Pioneer 10 il 1º dicembre 1973dalla distanza di 2 557 000 km NASA

Sei anni dopo fu la volta delle missioni Voyager (1 e 2). Le due sonde migliorarono enormemente la comprensione di alcune dinamiche dei satelliti galileiani e dell’atmosfera di Giove, tra cui la conferma della natura anticiclonica della Grande Macchia Rossa e l’individuazione di lampi e formazioni temporalesche; le sonde permisero inoltre di scoprire gli anelli di Giove e otto satelliti naturali, che si andarono ad aggiungere ai cinque già noti. Le Voyagerrintracciarono la presenza di un toroide di plasma ed atomi ionizzati in corrispondenza dell’orbita di Io, sulla cui superficie furono scoperti numerosi edifici vulcanici, alcuni dei quali nell’atto di eruttare.[25]

Nel febbraio del 1992 raggiunse Giove la sonda solare Ulysses, che sorvolò il pianeta ad una distanza minima di 450 000 km (6,3 raggi gioviani).[63] Il fly-by fu programmato per raggiungere un’orbita polare attorno al Sole, ma fu sfruttato per condurre studi sulla magnetosfera di Giove. La sonda non aveva telecamere e non fu ripresa alcuna immagine.[64]

Nel 2000 la sonda Cassini, durante la sua rotta verso Saturno, sorvolò Giove e fornì alcune delle immagini più dettagliate mai scattate del pianeta.[66] Sette anni dopo, Giove fu raggiunto dalla sonda New Horizons, diretta verso Plutone e la fascia di Kuiper.[69] Nell’attraversamento del sistema di Giove, la sonda misurò l’energia del plasma emesso dai vulcani di Io e studiò brevemente ma in dettaglio i quattro satelliti medicei, conducendo anche indagini a distanza dei satelliti più esterni Imalia ed Elara.[70]

La missione Galileo

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Diavolo

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Diavoli” rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vediDiavoli (disambigua).

Il diavolo Lucifero immobilizzato al centro del Cocito, enorme lagoghiacciato situato sul fondo dell’Infernodella Divina Commedia. Illustrazione di Gustave Doré.

Con diavolo (definito anche demonio o maligno) si vuole indicare, nella religione, una entità spirituale o soprannaturale malvagia, distruttrice, menzognera o contrapposta a Dio, all’angelo, al bene e alla verità.

Origine del termine[modifica | modifica wikitesto]

  • Il termine “diavolo” deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (V secolo d.C.) del termine greco Διάβολος, diábolos, (“dividere”, “colui che divide”, “calunniatore”, “accusatore”; derivato dal greco –διαβάλλω, diabàllocomposizione di dia “attraverso” bàllo “getto, metto”[1], indi getto, caccio attraversotrafiggometaforicamente anche calunnio[2]).
    Nell’antica Grecia διάβολος era un aggettivo denotante qualcosa, o qualcuno, calunniatore e diffamatorio; fu usato nel III secolo a.C. per tradurre, nella Septuaginta, l’ebraico Śāṭān[3] (“avversario”, “nemico”, “colui che si oppone”[4], “accusatore in giudizio”, “contraddittore”[5]; reso negli scritti cristiani come Satanase qui inteso come “avversario, nemico di Dio“).
  • Il termine “demònio” deriva dal latino tardo daemonium traslitterazione del greco δαιμόνιον, daimónion, (sempre dal greco δαιμόνιος, daimónios, “appartenente agli dèi”, “che è in rapporto con un δαίμων”, “ammirabile”, “sorprendente”[6]) e quindi collegato a δαίμων, dáimōn[7], il cui significato originario in lingua greca è quello di demone, entità soprannaturali “neutre”,cioè che potevan essere sia benevole sia malevoli. Solo col cristianesimo assunse esclusivamente un significato negativo. Infatti tale termine greco nel Nuovo Testamento è presente sia con l’originale senso neutro di ‘divinità’[8], che con quello di angelo caduto[9].
    Già nella Septuaginta, e in altre traduzioni dall’ebraico al greco, tale termine occorreva ad indicare l’ebraico שְׂעִירִ֖ים (śe’îrîm: capre selvatiche, →satiri, capre demoni), צִיִּים֙ (siyyim: dimoranti del deserto, bestie selvatiche), אֱלִילִ֑ים (‘elilim: idoli), שֵּׁדִים֙ (šēdîmshedim: spiriti tutelari, idolo[10]), גָּד (Gad: nome ebreo di un dio della Fortuna)[8] e יָשׁ֥וּד (yâšûd: devastare, il devastatore)[11].

Nelle religioni[modifica | modifica wikitesto]

Zoroastrismo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Angra Mainyu.

Angra Mainyu (avestico) o Ahreman e Arimane (pahlavico) o Ahriman (fārsì) è, nella religione mazdeista, il nome dello spirito malvagio guida di una schiera di “demòni” indicati come daēva.

Angra Mainyu (“Spirito del Male”) è lo spirito malvagio e distruttore, l’avversario di Spenta Mainyu (“Santo Spirito”; pahlavico Spentomad) lo spirito santo del Bene e guida degli “angeli” indicati come Ameša Spenta. L’origine di Angra Mainyu è dibattuta dagli studiosi. Alcuni lo intendono una creatura spirituale celeste del Dio unico creatore Ahura Mazdā e a lui successivamente ribellatasi per libera scelta.

«La teologia di Zarathustra non è ‘dualista’ in senso stretto, poiché Ahura Mazdā non è messo a confronto con un ‘anti-dio’; l’opposizione si esplicita, all’origine tra i due Spiriti. D’altra parte è più volte sottintesa l’unità tra Ahura Mazdā e lo Spirito SAnto (Y.,43:3; ecc.). Insomma il Bene e il Male, il santo e il demone procedono entrambi da Ahura Mazdā, ma poiché Angra Mainyu ha scelto liberamente la sua natura e la sua vocazione malefica, il Signore non può essere considerato responsabile della comparsa del Male.»
(Mircea EliadeZarathustra e la religione iranica in Storia delle credenze e delle idee religiose vol.I. Milano, Rizzoli, 2006, pag.331 pag.337)
«Non è necessario attribuire ad Ahura Mazdā la paternità dello Spirito Distruttore. Come ha suggerito Gershevitch, basta pensare che il Signore Saggio abbia generato lo Spirito, probabilmente sotto forma di due Spiriti (diremmo noi); ma questi si sono differenziati soltanto- e qui sta il punto fondamentale- per loro libera scelta»
(Jacques Duchesne-GuilleminL’Iran antico e Zoroastro in Storia delle religioni (a cura di Henri-Charles Puech) vol.2. Bari, Laterza, 1977, pag. 146)

Altri studiosi lo intendono invece come un essere originario contrapposto fin dall’inizio dei tempi al Dio unico Ahura Mazdā[12].

«Come si è detto, è certamente il dualismo -un dualismo eminentemente etico- il tratto più caratteristico ed originale del pensiero di Zoroastro. Esso ne completa, quasi giustificandola sul piano logico, la visione tendenzialmente monoteistica. […] In realtà l’insegnamento gathico dev’essere propriamente definito dualistico nella sua ispirazione di fondo: esso si presenta come un “monoteismo dualistico” in cui il potere divino è limitato, per così dire, dalla presenza del Male su un piano che precede e trascende quello della vita materiale, che da tale presenza è a sua volta pesantemente e drammaticamente condizionata.»
(Gherardo GnoliLe religioni dell’antico Iran e Zoroastro in Giovanni Filoramo (a cura di) Storia delle religioni vol.1 Le Religioni antiche. Bari, Laterza, 1994, pag.400)

Studiosi[13] ritengono che la figura di Angra Mainyu sia equivalente alla figura abramitica di Satana; Nella più antica religione Mazdeista infatti, Angra Mainyu era l’angelo caduto che scelse liberamente la sua natura e la sua vocazione malefica, divenendo un’entità malvagia e distruttrice, guida di una schiera di angeli malvagi che si trascina con sé (chiamati Daeva) e contrapposti al Dio unico (chiamato Mazda) che viene assistito dai suoi 7 angeli del bene (spiriti santi il cui capo è Spenta Mainyu e gli altri 6 sono chiamati Ameša Spenta), e nello stesso identico modo nella successiva religione ebraica Satana era l’angelo caduto, divenendo un’entità malvagia, guida di una schiera di angeli malvagi che si trascina con sé (chiamati Demoni) e contrapposti al Dio unico (chiamato Yhwh) che viene assistito dai suoi 7 angeli del bene (con Michele alla guida di altri 6) evidenziando il fin troppo ovvio spunto che la popolazione ebraica aveva tratto nel periodo dopo il ritorno dall’esilio in Babilonia (VI secolo a.C.).

Induismo[modifica | modifica wikitesto]

A differenza del Cristianesimo, dell’Islam, e dello Zoroastrismo, l’Induismo non riconosce alcuna forza o entità malvagia principale come il Diavolo in opposizione a Dio. L’Induismo riconosce però che esseri ed entità differenti (ad esempio, gli Asura) possano compiere atti malvagi, sotto il dominio temporaneo del guṇa chiamato tamas, e causare sofferenze agli uomini. Le guna rajasica e tamasica del Maya sono considerate molto vicine al concetto abramitico, ovvero come le porzioni diaboliche dell’Illusione Definitiva chiamata “Prakriti”. Una rappresentazione di ciò è il concetto di Advaita (non-dualismo) dove non si distinguono il bene ed il male ma semplicemente differenti livelli di comprensione.

D’altra parte nell’Induismo, che dà assai spazio al contrappunto, esiste anche la nozione di dvaita (dualismo) in cui c’è un’interazione tra le tendenze buone e quelle malvagie.[14] Un’Asura importante è Rahu le cui caratteristiche sono simili a quelle del Diavolo Tuttavia, gli Indù, e i Vaishnava in particolare, credono che un avatar di Vishnusi incarni per sconfiggere il male quando raggiunge la sua massima potenza. Il concetto di Guṇa e Karma spiegano inoltre il male come un grado, piuttosto che come l’influenza di un diavolo.

Per essere più specifici, la filosofia Indù indica che l’unica cosa esistente (Verità) è il Dio Onnipotente. Così, tutte le tendenze degli asura sono inferiori e la maggior parte esiste solamente come illusione nella mente. Gli Asura sono anche persone differenti in cui cattive motivazioni ed intenzioni (tamas) hanno temporaneamente soppiantato quelle buone (Sattva). Esseri diversi come siddhagandharvayaksha ed altri vengono considerati entità a differenza dell’umanità, ed in qualche modo sono superiori agli uomini.

Nell’Ayyavazhi, ufficialmente un ramo dell’Induismo prominente a Tamil Nadu (uno Stato meridionale nell’India con retaggio Dravidiano), i seguaci, a differenza di molte altre correnti dell’Induismo, credono in una figura simile a Satana, Kroni. Kroni, secondo gli Ayyavali è la manifestazione primordiale del male e si manifesta in svariate forme, come ad esempio, RāvaṇaDuryodhana ecc., in diverse epoche o yuga. Di contro a questa manifestazione del male, i credenti della religione ayyavaliana credono che Dio, come Vishnu si manifesti nei Suoi avatar quali Rāma e Krishna per sconfiggere il male. Infine, Ekam con lo spirito (lo spirito assunto da Narayana solo per incarnarsi nel mondo) Nārāyaṇa si incarna nel mondo come Ayya Vaikundar per distruggere la manifestazione ultima di Kroni, Kaliyam.

Kroni, lo spirito di Kali Yuga viene considerato onnipresente in questa epoca e si crede sia una delle ragioni per cui i seguaci dell’Ayyavalismo, come la maggior parte degli Indù, ritengano che l’attuale yuga, Kali Yuga, sia così degradata.

Buddhismo[modifica | modifica wikitesto]

Una figura simile a quella del diavolo nel Buddismo è Mara. Egli è un tentatore, che ha tentato anche Gautama Buddha cercando di sedurlo con la visione di bellissime donne che, in varie leggende, sono spesso riconosciute come le figlie di Mara. Mara personifica l’incapacità, la “morte” della vita spirituale. Egli cerca di distrarre gli uomini dal praticare una vita spirituale rendendo il noioso allettante o facendo sì che il negativo sembri positivo. Un’altra interpretazione di Mara è che lui rappresenti i desideri che sono nella mente di un uomo impedendo che questo veda la verità. In un certo senso quindi Mara non è un essere indipendente ma una parte dello stesso essere di una persona che deve essere sconfitta.

Ebraismo[modifica | modifica wikitesto]

Nell’Ebraismo non esiste il concetto di diavolo come nel Cristianesimo o nell’Islam. In ebraico, il termine biblico ha-satan (שָׂטָן) significa “l’avversario”[15] o l’ostacolo, o anche “l’accusatore in giudizio, contraddittore”[5] (sottolineando così che Dio viene visto come il Giudice finale).

Nel Libro di Giobbe (Iyov), ha-satan è la qualifica, non il nome proprio, di un angelosottomesso a Dio: egli è il capo-accusatore della corte divina. Nell’Ebraismo ha-satannon è malvagio, ma piuttosto indica a Dio le cattive azioni ed inclinazioni dell’umanità. Essenzialmente ha-satan non ha potere a meno che gli umani non compiano azioni malvagie. Dopo che Dio fa notare la devozione di Giobbeha-satan chiede il permesso di mettere alla prova la sua fede. A quest’uomo retto vengono sottratte la famiglia, le proprietà, ed in seguito, la salute, ma rimane ancora pieno di fede verso Dio. Alla fine di questo libro Dio appare come un mulinello d’aria, spiegando a tutti che la giustizia divina è imperscrutabile. Nell’epilogo vengono restituiti a Giobbe i suoi averi ed egli ha una seconda famiglia per “rimpiazzare” la prima che era deceduta.

Nella Torahha-satan viene menzionato diverse volte. L’occasione principale è durante l’incidente del vitello d’oro: come fonte dell’inclinazione malvagia del popolo, o yetser harah, è responsabile per la costruzione da parte degli Israeliti del vitello d’oro mentre Mosè era sul Monte Sinai a ricevere la Torah da Dio. Nel libro delle Cronacheha-satanincita Davide ad un censimento illegale.

Di fatto, il Libro di Isaia, Giobbe, Qoelet e Deuteronomio hanno tutti passi in cui a Dio viene attribuito l’esercizio del controllo sovrano sul bene e sul male.

Gli Esseni vedono il mondo come terreno di lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre, teorizzando la magia angelica. Nel Libro dei Giubilei le teorie sulle schiere angeliche, sui nomi degli angeli, sulle loro funzioni, hanno un posto di rilievo. Soprattutto, nella loro teologia, agli angeli è riservato un ruolo importante nella guerra contro i figli delle tenebre, capeggiati da Belial.[16]

L CIELO STELLATO SOPRA DI ME…
LA LEGGE MORALE
DENTRO DI ME
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e accuratamente la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato
sopra di me, e la legge morale in me.
Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità
o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le
vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la
coscienza della mia esistenza.Il primo comincia dal luogo
che io occupo nel mondo sensibile esterno ed estende la
connessione in cui mi trovo nell’infinitamente grande, con
mondi sopra mondi e sistemi di sistemi, nei tempi illimitati del loro movimento periodico, nel loro inizio e nella
loro continuità. La seconda comincia dalla mia invisibile
identità, la personalità, e mi pone in un mondo che possiede vera infinità, ma di cui si può accorgere solo l’intelletto, e con il quale (ma grazie ad esso anche con tutti
quei mondi visibili) io non mi riconosco, come là, in una
connessione puramente accidentale, ma in una necessaria
e universale.
Il primo sguardo di una innumerabile quantità di mondi per così dire annienta la mia importanza, che è quella
di una creatura animale, che dovrà restituire ai pianeti la
materia da cui è sorta, dopo essere stata dotata per breve
tempo (non si sa come) di forza vitale. Il secondo al contrario innalza infinitamente il mio valore, che è quello di
una intelligenza, grazie alla mia personalità, nella quale
la legge morale mi rivela una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, per lo meno
quanto può essere dedotta dalla destinazione finale della
mia esistenza attraverso questa legge, che non è limitata
alle condizioni e ai confini di questa vita, ma si estende
all’infinito…

La citazione sopra riportata, estratta dalla Critica della
Ragion pratica del filosofo Immanuel Kant, appare come
la più mirabile riflessione sulla profonda connessione tra
bellezza ed etica, tanto che il pensatore di Konisberg ne
volle trarre il suo epitaffio. Kant aveva affrontato in due
opere distinte la questione della morale e la definizione
del bello, la prima nella Critica della Ragion pratica e la
seconda nella Critica del Giudizio.
Alla base della morale egli pone la Ragion pratica, ovvero la ragione capace di determinare la volontà e l’azione
etica. Kant vuole provare che tale ragione può muovere la
volontà senza la mescolanza dei motivi dipendenti dagli
impulsi e dalla sensibilità, anticipando il concetto psicosintetico di volontà transpersonale, indipendente dai condizionamenti della personalità storica. In effetti la scoperta
della volontà come facoltà morale era stata una prerogativa della cultura cristiana che superava l’intellettualismo
etico greco, secondo il quale il bene era luce a se stesso
e chi lo conosceva veramente non poteva non praticarlo.
Dunque l’esercizio morale era l’attività del Logos e l’unica scelta che l’uomo potesse compiere era tra conoscenza
ed ignoranza. Con l’idea del peccato originale cristiano,
invece, cioè della caduta nella materia e dell’acquisizione da parte dell’uomo del concetto di bene e di male, occorreva far ricorso ad una scelta implicante la volontà che
poteva ora anche decidere, pur conoscendo il bene, di
orientarsi verso il male. Peraltro con l’affermarsi del cristianesimo ciò che era giusto e ciò che era sbagliato era
dettagliatamente indicato nel Decalogo religioso dei comandamenti, dunque in un codice fissato per iscritto e
valido universalmente, cosa che mancava assolutamente
nella cultura greca.
Per Kant, educato al pietismo cristiano, l’essere umano
era dotato di volontà pura cioè non determinata esclusivamente dal mondo fenomenico, ovvero dall’esperienza,
potendo così egli accedere alla sfera noumenica praticamente, ovvero al mondo del sovrasensibile ed intellegibile, attuando l’azione morale. Quest’ultima per essere tale
deve far riferimento a regole generali universali, ossia valevoli per tutti gli uomini e in ogni tempo, a cui sottostanno principi pratici di applicazione che il filosofo chiama
massime ed imperativi. Le massime valgono solo per il
singolo e quindi sono soggettive, come ad esempio “ fà il
furbo” oppure “reagisci ad ogni offesa”, “mira sempre al
successo”, che possono non essere riferite ad ogni essere
dotato di ragione.
Gli imperativi sono, invece, principi pratici oggettivi, ossia doveri, regole che esprimono la necessità oggettiva
dell’azione, vale a dire che, se la ragione determinasse da
sola completamente la volontà, l’azione avverrebbe secondo tale regola, mentre nella realtà di tutti i giorni gli
aspetti emozionali ed empirici perturbano le azioni umane, deviandole dai comandi della ragione.