Mese: ottobre 2018

La rivoltella

Rivoltella
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La rivoltella (anche nota come pistola a tamburo o, in inglese, revolver), è un tipo di pistola a retrocarica/avancarica del tamburo a ripetizione semplice (tecnicamente arma corta a ripetizione multicamera monocanna), caratterizzata da un serbatoio a tamburo capace di compiere illimitate rivoluzioni intorno al proprio asse longitudinale; dal particolare moto del tamburo deriva il nome (revolvere infatti, nella lingua latina, significa girare o rivoltarsi).

Disegno di una rivoltella della metà del XIX secolo, sistema Lefaucheux. Le cartucce hanno l’innesco a spillo.

Indice
1 Storia
2 La tecnica e la meccanica
3 I punti deboli
4 L’evoluzione
5 I modelli
6 Bibliografia
7 Voci correlate
8 Altri progetti
Storia

La Colt Navy del 1851 calibro .36, arma ad avancarica del tamburo (sulla cui parte posteriore si trovano i luminelli)

“The Faithful Colt”, la fedele Colt, una delle prime immagini pubblicitarie (1890) in assoluto, ed un notissimo dipinto di William Michael Harnett. L’arma è una Colt Army mod. 1860, in calibro .44, ad avancarica del tamburo.

Rivoltella Remington mod. 1858 calibro .44, esempio di arma originariamente ad avancarica ma convertita per l’uso di cartucce metalliche (si noti la mancanza dei luminelli)

Un raro esemplare di rivoltella con 10 colpi Lefaucheux conservata presso il Museo del Palazzo di Beiteddine, Libano.
La rivoltella nacque nella prima metà del XIX secolo, come evoluzione concettuale di un tipo di pistola multicanna, di fatto non evolutosi da una fase prettamente sperimentale, nella quale i congegni di armamento e sparo erano ripetuti su più linee di fuoco costituite appunto da una serie di canne, tutte comandate dal medesimo grilletto.

L’estrema inaffidabilità delle meccaniche (effetto però anche della limitata capacità tecnica dei tempi, nei quali ogni elemento metallico era forgiato a mano) costrinse a ricercare nuove soluzioni anche in vista dell’esigenza di garantire una più rapida ricarica dei serbatoi, ciò che nelle multicanna (ma anche nella pistola a due canne e due grilletti, ancora ad avancarica) appariva un obiettivo di difficile ottenibilità.

Invece di provare soluzioni con più canne e più armi (cioè multipli dell’ordinario sistema canna-armo), si pensò allora ad un metodo per sparare più colpi (senza ricaricare) con la stessa canna e con lo stesso armo.

Nel 1818 l’inglese Elisha Collier aveva sviluppato un modello di pistola a tamburo e monocanna già assai simile alla rivoltella attuale, ma di scarsa praticità in quanto l’accensione delle cariche di lancio era ancora a pietra focaia. Successivamente, con l’invenzione della capsula a percussione furono fabbricate le cosiddette “Pepperboxes” cioè rivoltelle provviste di un fascio di canne disposte in modo da formare una struttura cilindrica ruotante, simile ad un tamburo, ma assai più lunga e prive di canna: la lunghezza delle camere di scoppio sostituiva quest’ultima. Naturalmente il peso e l’ingombro erano elevati e queste armi risultarono di scarsa praticità specialmente nei calibri maggiori. L’idea di combinare le caratteristiche delle “Pepperboxes” e del revolver di Collier fu sviluppata da Samuel Colt, che nel 1836 ottenne il brevetto per iniziare lo stesso anno la produzione di un proprio revolver (il modello Paterson), nel quale l’accensione delle cariche di lancio avveniva per mezzo delle capsule a percussione. Fu il primo vero revolver affidabile e ad esso seguirono modelli di grande successo e popolarità come ad esempio il modello Navy. L’inventore americano gettò così le fondamenta di una delle aziende tuttora leader nella produzione mondiale sia di armi corte che lunghe.

Una pistola a tamburo, simile a quella inventata da Samuel Colt, fu inventata da Francesco Antonio Broccu, fabbro artigiano dal multiforme ingegno, nel 1833 a Gadoni in Sardegna; non vi sono comunque prove di alcun contatto tra Broccu e Colt. Per questa sua invenzione ricevette vari riconoscimenti e un premio di 300 franchi da parte del re Carlo Alberto. Però Broccu non brevettò mai le sue invenzioni, inclusa questa prima forma di pistola a tamburo.

La tecnica e la meccanica
Nel caso della Colt mod. 1873 (il primo revolver a retrocarica veramente pratico prodotto dalla Casa statunitense), il brevetto prevedeva appositi fori cilindrici del tamburo per l’alloggiamento della cartuccia (inserita dalla apertura posteriore, cioè quella dalla parte del calcio); i fori, con la rotazione, venivano allineati anteriormente all’invito della canna e posteriormente allo spillo del cane, che fuoriusciva solo per lo sparo dal telaietto verticale, e costituivano perciò la camera di scoppio, nella quale si innescava l’esplosione. La parte posteriore del telaio avrebbe mantenuto in sede (con un’escursione di rinculo di pochi decimi di millimetro, assai poco influente) il bossolo della cartuccia, che rigonfiandosi per l’esplosione avrebbe impedito la fuga dei gas all’indietro e convogliato la forza di spinta nell’altra direzione, verso la canna.

In queste prime rivoltelle, dopo lo sparo, si doveva riarmare il cane manualmente, facendo così ruotare il tamburo (si ebbero modelli rotanti in senso sia orario che antiorario) sino alla posizione di sparo della cartuccia successiva, oltre a ricaricare la molla di scatto del cane stesso (armi “a singola azione”). Esistevano già verso la metà dell’Ottocento, revolver a “doppia azione”, nei quali il grilletto svolgeva la doppia funzione di armare il cane nella prima parte della sua corsa e di rilasciarlo nel breve tratto restante (per esempio molte “Pepperboxes” ed i modelli di Robert Adams), ma la loro complicatezza e la metallurgia dell’epoca li rendeva soggetti a frequenti rotture. Solo successivamente, con i progressi tecnici, furono prodotte armi “a doppia azione” veramente affidabili.

Il minimo ed ineliminabile spazio fra l’invito della canna (in realtà col perfezionamento delle tecniche produttive la larghezza dell’invito fu molto ridotta, preferendosi lavorare sulla precisione di allineamento delle camere di cartuccia) e la parte anteriore del tamburo causava, e causa tuttora in tutti i revolver, una certa fuoriuscita dei gas in espansione e perciò una leggera caduta della pressione di spinta. Questo tuttavia non pregiudica in misura significativa il funzionamento.

La celebre Colt Single Action Army del 1873 in astuccio con accessori e cartucce. Il calibro è, in questo caso, il .357 Magnum
Oltre alle versioni ad azione singola o doppia, esistono anche alcuni modelli di rivoltelle semiautomatiche, come la Mateba Autorevolver o la Webley-Fosbery, che usano la spinta del rinculo per operare il ciclo di fuoco. Queste però sono poco diffuse, in quanto non presentano caratteristiche nettamente superiori sia alle rivoltelle che alle pistole semiautomatiche, avendone anzi svantaggi in alcuni aspetti.

I punti deboli
Le prime rivoltelle a retrocarica venivano caricate tramite uno sportellino situato sul lato destro dell’arma. Il tamburo girava in senso orario ed il bossolo vuoto si trovava appunto a destra. Un pistoncino situato sotto alla canna, leggermente disassato, permetteva di spingere via il bossolo vuoto, una volta aperto lo sportellino. Questa operazione richiedeva ovviamente un certo tempo. Per ovviare a questo problema il maggiore di cavalleria George W. Schofield progettò per la Smith & Wesson un’arma a castello basculante (in inglese top-break). Il vantaggio di tale sistema era che, all’apertura, i bossoli venivano espulsi automaticamente e l’arma era già pronta per accogliere le nuove cartucce, semplificando il caricamento soprattutto nel caso di un soldato in sella. La tacca di mira fungeva da gancio di ritenzione per tenere chiusa l’arma. Per questi tipi di soluzione (ve ne furono anche altri, di poco differenziati), i problemi venivano dalle rotture dei fermi o comunque dalla mancata ritenzione del blocco complessivo, che poteva causare la pericolosa apertura della pistola durante lo sparo ed il controlancio del bossolo (oltre che di altri pezzi eventualmente sganciatisi) contro il tiratore. Successivamente il sistema divenne più affidabile e rimase in produzione per le pistole d’ordinanza britanniche Webley in calibro .38 e .455 fino a tutta la seconda guerra mondiale.

La massima affidabilità però non fu raggiunta neanche con il sistema moderno, che prevede il basculamento laterale del tamburo, poiché, oltre alle sollecitazioni termodinamiche cui si sottoponeva l’intero castello, e quindi a maggior ragione il sistema di apertura e ritenuta, la stessa necessaria frequenza d’uso del meccanismo ne determinava effetti di logorio, non essendo infrequente il caso di rottura dei perni.

Altrettanto grave si rivelò, nell’attesa che si elevasse la precisione nella realizzazione dei singoli pezzi, il problema dei difetti di allineamento, anche incidentali, del tamburo, in qualche occasione dovuti all’irregolare meccanismo di rotazione (che, ad esempio anticipando la rotazione di una frazione di secondo prima dello sparo, poteva disassare cilindro e canna): in questi casi i problemi più gravi potevano nascere dall’urto della pallottola sul bordo della canna stessa, con pericolosissimi picchi pressori che portavano facilmente all’esplosione del tamburo, anche in considerazione del fatto che, fin dal primo apparire delle cartucce a percussione centrale, molti tiratori avevano iniziato a ricaricare personalmente i bossoli sparati, senza porre troppa attenzione al dosaggio della polvere.

L’evoluzione

Una Smith & Wesson modello 60. Le guancette del calcio sono ergonomiche ed in gomma dura per offrire una migliore impugnabilità.
Con l’esperienza realizzata sul campo dalle centinaia di migliaia di tiratori (talvolta a loro spese, in caso di incidente), e grazie anche al massiccio ricorso a questo tipo di arma portatile, leggera e di pronto impiego, che si ebbe nel leggendario “Far West”, la Colt applicò metodologie industriali alla produzione di pezzi più precisi, più affidabili e, innovativamente, collaudati uno ad uno.

Sul finire dell’Ottocento fu perfezionato il meccanismo di “doppia azione”, già menzionato, con il quale è possibile sparare mediante la sola pressione sul grilletto, senza dover armare il cane con il pollice ad ogni colpo: ciò consente lo sparo di più colpi al secondo, in dipendenza della velocità del dito del tiratore.

Una volta consolidata la produzione intorno a modelli di provata affidabilità, vennero messi in commercio anche modelli con optional, fra i quali grande apprezzamento riscossero le guance del calcio decorate (in avorio, madreperla, argento o con fregi ed istoriazioni su legno pregiato). Alcune pistole vennero ricoperte da bagnatura d’argento o (ma furono davvero pochissimi esemplari) d’oro.

Da un punto di vista tecnico, si implementò l’accessoristica funzionale nel senso, ad esempio, di realizzare ausili di estrazione che, una volta aperto il tamburo, facilitassero la rimozione dei bossoli e si diede grande attenzione all’ergonomia, adeguando grilletti, ponticelli, cani, calci ed in genere ogni elemento della rivoltella alle misure biologicamente considerate standard per la media dell’utenza.

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Il fucile

Fucile
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Un fucile Baker a colpo singolo con alimentazione ad avancarica

Un fucile Carcano Mod. 91 ad otturatore girevole-scorrevole con alimentazione a caricatore interno fisso dotato di baionetta

Un AK-47 (versione AKS-47 con calcio ripiegabile) un fucile d’assalto moderno con alimentazione a caricatore esterno rimovibile
Il fucile è un’arma da fuoco lunga progettata per sparare venendo appoggiata alla spalla.

Si distingue dalle armi corte (come la pistola) per la presenza di un calcio e di una canna decisamente più lunga.

In origine erano definite come “fucili” solo le armi dotate di “focile”, ovvero con un meccanismo di sparo ad acciarino a pietra focaia, il termine però in italiano ha assunto una semantizzazione amplissima, divenendo un sinonimo di tutte le armi lunghe da fuoco, sia a canna rigata (in cui invece è confinato nell’inglese “rifle”), sia a canna liscia, e ivi incluse quelle a miccia e a ruota.

Indice
1 Cenni storici
2 Fucili a cartuccia non unitaria
2.1 A miccia
2.2 A ruota
2.3 Acciarino snaphaunce
2.4 A pietra focaia
2.5 A percussione
3 Fucili a cartuccia unitaria
3.1 Ad ago
3.2 Ad accensione anulare e a spillo
3.3 A percussione centrale
4 Sistemi di retrocarica
4.1 Fucile a canna basculante (break action)
4.2 Ad otturatore rotante
4.3 Ad otturatore pieghevole
4.4 Ad otturatore rollante (rolling block)
4.5 A blocco cadente (falling block)
4.6 Ad otturatore pieghevole
4.7 A otturatore girevole-scorrevole (bolt-action)
4.8 A riarmo lineare (straight pull)
5 Sistemi di caricamento
5.1 Ad avancarica
5.2 A monocolpo a retrocarica
5.3 A caricatore interno
5.4 Fucile con caricatore esterno
6 Classificazione
7 Note
8 Bibliografia
9 Voci correlate
10 Altri progetti
11 Collegamenti esterni
Cenni storici
Lo sviluppo del fucile prese iniziò intorno al XIV secolo, con l’utilizzo della polvere nera soltanto per produrre fuochi d’artificio, ma anche per sparare proiettili da una canna chiusa da un’estremità, di pari passo con l’uso bellico della polvere da sparo.

Le prime armi da fuoco portatili, ideate per l’appunto durante questo secolo, venivano chiamate bombardelle, ossia piccoli cannoni; un’altra versione era l’hakbutt, un supporto di legno su cui era adagiato un corto cilindro di ferro: tale supporto disponeva d’un gancio verticale che fungeva da fermo per ridurre gli effetti del rinculo; la polvere da sparo veniva incendiata da schegge di legno ardenti, sistema sostituito attorno al 1415 da micce lente, utilizzate dallo schioppo e dall’archibugio che a loro volta lasciarono poi il posto al sistema a ruota.

Con l’apparizione del moschetto e dei fucili a percussione e a retrocarica, nonostante le numerose altre innovazioni di carattere bellico, l’arma venne estensivamente utilizzata sino a tutta la prima guerra mondiale poiché sino ad allora la maggior parte delle armi da fuoco più potenti risultarono ingombranti e poco maneggevoli specialmente durante le azioni offensive, essendo invece il fucile più comodo e maneggevole e quando provvisto di baionetta diventava estremamente efficace in occasione del combattimento corpo a corpo.

Ad oggi nell’utilizzo bellico è stato quasi completamente sostituito dal fucile d’assalto ma continua ad esser impiegato come arma da parata presso varie forze armate, nonché nell’uso civile, come nella caccia e nello sport.

Fucili a cartuccia non unitaria
Questi tipi di fucili sono i modelli in cui la cartuccia non è unitaria, cioè in cui l’innesco (o successivamente la capsula a percussione), polvere da sparo e proiettile erano sciolti e caricati separatamente. L’alimentazione era quasi esclusivamente a colpo singolo tramite avancarica, e per questo erano a canna liscia. Questo perché la rigatura avrebbe interferito con il caricamento della palla, dato che la rigatura richiede una forte adesione con il proiettile che sarebbe stato difficile da inserire manualmente. Eccezioni al colpo singolo potevano essere visti in vari ingegnosi, ma alla fine poco pratici, metodi e alcuni fucili ad avancarica erano comunque rigati, grazie alla presenza di pallottole Minié

A miccia

Fucile a miccia della prima metà del XVI secolo
Le prime testimonianze dei fucili a miccia si trovano in scritti, disegni e dipinti del 1470. Il fucile a miccia prevedeva un braccio di ferro curvo fissato all’arma, detto serpentina: questo braccio poteva girare su un perno centrale ed era collegato ad una leva di ferro sotto il supporto di legno dell’arma. Di fatto questa leva costituiva l’antenata del grilletto. La procedura di caricamento era la seguente: il tiratore posizionava il fucile verticalmente, inserendo una quantità determinata di polvere da sparo all’interno della canna, ovverosia il tubo metallico. La polvere veniva quindi spinta accuratamente verso il basso e pressata con una bacchetta; successivamente si introduceva il proiettile, che a sua volta veniva calcato all’interno con la bacchetta. A quel punto l’arma era pronta per far fuoco: per incendiare la carica di polvere, una miccia accesa veniva portata verso il focone, ossia il forellino presente sulla culatta dell’arma. Una versione più tarda del fucile a miccia era dotata di uno scodellino d’innesco intorno al focone. Il fuciliere collocava un pizzico di polvere da innesco nello scodellino, quindi, quando la leva veniva pressata contro il supporto, la serpentina girava attorno al proprio asse e accostava la miccia incandescente allo scodellino, il fuoco della polvere di innesco si propagava, attraverso il focone, all’interno della canna dove accendeva la carica vera e propria. Questo fuoco generava una pressione tale da far fuoriuscire con forza il proiettile.

Nei modelli successivi, la serpentina era provvista di una molla a balestra. Quando la serpentina era piegata all’indietro, era bloccata da un gancio: quando il gancio veniva lasciato andare, la molla faceva sì che la serpentina si spostasse in avanti. La leva per fare fuoco era talvolta sostituita da un pulsante che bloccava il gancio, in seguito rimpiazzato dal grilletto.

La ricarica dei fucili a miccia era fortemente influenzata dalle condizioni atmosferiche: una forte raffica di vento, infatti, poteva far volar via la polvere da sparo dallo scodellino d’innesco, mentre la pioggia poteva impedire l’accensione dell’arma. Tale difetto portò ai modelli del XVII secolo con scodellino d’innesco munito di coperchio. Quando il fucile non era utilizzato, la polvere da sparo era protetta da un coperchio a perno; quando il fuciliere doveva fare uso dell’arma, faceva ruotare o piegare il coperchio dello scodellino d’innesco in modo che la miccia potesse raggiungere la polvere. Già all’inizio del Seicento i soldati, noti come moschettieri, indossavano bandoliere con contenitori in legno di bosso (da cui il nome bossolo) che avevano al loro interno la giusta quantità per ogni carica: l’uso di corni o di fiaschi per la polvere di dimensioni maggiori per ricaricare l’arma, infatti poteva rivelarsi pericolosissimo poiché le scintille o la fuliggine che bruciava senza fiamma rimasta nella canna potevano dar luogo alla esplosione delle fiasche stesse. La miscela esplosiva utilizzata in porzioni minori nei contenitori in legno era assai più sicura.

A ruota

Illustrazione di un acciarino a ruota di un antico fucile. Il meccanismo è in posizione di sparo
1. Cane
2. Pirite
3. Bacinetto
4. Grilletto
5. Perno della ruota
6. Ruota
7. Molla del cane
8. Canna
Il meccanismo con acciarino a ruota fu il passo successivo dell’evoluzione del fucile. Questo sistema d’accensione, che sostituì quello a miccia, in realtà era stato concepito da Leonardo da Vinci: questi redasse all’inizio del XVI secolo il Codex Atlanticus, nel quale compaiono schizzi di un acciarino a ruota. I primi modelli che montavano tale marchingegno apparvero alla fine del XV secolo. Il loro funzionamento può essere paragonato a quello di un accendino: una ruota zigrinata, comandata da una molla, sfregava un pezzo di pirite provocando delle scintille. Prima che l’arma potesse essere utilizzata, la molla doveva essere caricata, ovverosia avvitata girando una chiave e bloccata dal dente d’arresto; quando la molla era carica, il cane veniva abbassato sulla ruota stessa, contro la quale era tenuto premuto da una molla. Premendo il grilletto, si sbloccava la ruota zigrinata che, girando assai velocemente e sfregando la pirite, produceva una pioggia di scintille che incendiavano la polvere d’innesco. L’acciarino a ruota era un meccanismo complesso e costoso e per di più era facilmente condizionato dallo sporco, che poteva causare l’inceppamento del fucile: non sorprende, dunque, che alcune armi costruite nel XV secolo fossero dotate di due sistemi differenti per far fuoco.

Acciarino snaphaunce
Nel corso del XVI e del XVII secolo vennero istituiti numerosi gruppi di moschettieri: dotarli di armi ed equipaggiamento adatti, tuttavia, costituiva una spesa alquanto elevata. La ricerca di una soluzione più economica dell’acciarino a ruota portò allo sviluppo del sistema d’accensione snaphaunce, prodotto a partire dal 1545. Esistono numerose teorie sull’origine del termine snaphaunce; secondo una di queste, deriverebbe dall’olandese snaphaan, che probabilmente significa «ladro di polli». A quel tempo, infatti, dato l’elevato costo dell’acciarino a ruota e la pericolosità dei fucili a miccia, i bracconieri avevano risolto tali inconvenienti ideando un loro sistema a pietra focaia: l’acciarino snaphaunce. Un’altra ipotesi, più plausibile, indicherebbe come origine del nome un vocabolo dell’antico olandese che significa «testa d’uccello che becca» e che sarebbe dovuto alla somiglianza della forma dell’acciarino e del movimento contro la pietra focaia.

Il meccanismo consisteva in un cane che serrava un pezzo di pietra focaia: quando si premeva il grilletto, la pressione della molla spingeva di scatto il cane in avanti. Davanti allo scodellino d’innesco era montata una piastrina d’acciaio (la “martellina”), sulla quale picchiava la pietra focaia del cane, provocando le scintille che cadevano sullo scodellino innescato, che a sua volta trasmetteva il fuoco alla carica di polvere all’interno della canna. Inizialmente lo scodellino d’innesco era chiuso da un coperchio manovrato manualmente, come nel caso degli ultimi modelli di armi da miccia; in seguito il coperchio si spostava meccanicamente quando il cane colpiva in avanti. Una variante di questo sistema fu lo snaplock svedese (“chiusura a scatto”), il quale disponeva di una piastrina d’acciaio montata sopra il coperchio dello scodellino: questo pezzo poteva essere spostato di lato e fungeva da meccanismo di sicurezza. Il fuciliere poteva dunque portare l’arma con il cane in tensione: siccome la piastrina non era in posizione, il fucile non poteva sparare, mentre il coperchio manteneva asciutto lo scodellino d’innesco.

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Seconda guerra mondiale
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>LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Da sinistra a destra e dall’alto in basso: truppe del Commonwealth nel deserto; civili cinesi sepolti vivi da soldati giapponesi; sommergibile tedesco sotto attacco; forze sovietiche durante un’offensiva invernale; istantanea di Berlino semidistrutta; velivoli su una portaerei giapponese si preparano per il decollo
Data 1º settembre 1939 – 2 settembre 1945
Luogo Europa, Mar Mediterraneo, Africa, Medio Oriente, Sud-est asiatico, Cina, Oceano Atlantico e Pacifico
Casus belli Invasione tedesca della Polonia
Esito Vittoria finale degli Alleati
Schieramenti
Impero britannico Impero britannico
Francia Francia (1939-1940; 1944-1945)
URSS URSS (dal 1941)
Stati Uniti Stati Uniti (dal 1941)
Cina Cina (dal 1941)
… e altri Germania Germania
Italia Italia (1940-1943)
Giappone Giappone (dal 1941)
… e altri
Comandanti
URSS Iosif Stalin
Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt †
Harry Truman
Regno Unito Winston Churchill
Taiwan Chiang Kai-shek Germania Adolf Hitler †
Giappone Hirohito
Italia Benito Mussolini †
Perdite
Totale: 50 milioni
Militari: 17 milioni
Civili: 33 milioni Totale: 12 milioni
Militari: 8 milioni
Civili: 4 milioni
Voci di guerre presenti su Wikipedia
V · D · M
Campagne della
seconda guerra mondiale
La seconda guerra mondiale vide contrapporsi, tra il 1939 e il 1945, le potenze dell’Asse e gli Alleati che, come già accaduto ai belligeranti della prima guerra mondiale, si combatterono su gran parte del pianeta. Il conflitto ebbe inizio il 1º settembre 1939 con l’attacco della Germania nazista alla Polonia e terminò, nel teatro europeo, l’8 maggio 1945 con la resa tedesca e, in quello asiatico, il successivo 2 settembre con la resa dell’Impero giapponese dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

È considerato il più grande conflitto armato della storia, costato all’umanità sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri con un totale di morti che oscilla tra i 55 e i 60 milioni di individui; le popolazioni civili si trovarono coinvolte nelle operazioni in una misura sino ad allora sconosciuta, e furono anzi bersaglio dichiarato di bombardamenti a tappeto, rappresaglie, stermini, persecuzioni e deportazioni. In particolare il Terzo Reich portò avanti con metodi ingegneristici l’Olocausto per annientare, tra gli altri, le popolazioni di origine o etnia ebraica e perseguì una politica di riorganizzazione etnico-politica dell’Europa centro-orientale che prevedeva la distruzione o deportazione di intere popolazioni slave, degli zingari e di tutti coloro che il regime nazista riteneva “indesiderabili” o nemici della razza ariana.

Al termine della guerra l’Europa, ridotta a un cumulo di macerie, completò il processo di involuzione iniziato con la prima guerra mondiale e perse definitivamente il primato politico-economico mondiale, che fu assunto in buona parte dagli Stati Uniti d’America; a essi si contrappose l’Unione Sovietica, l’altra grande superpotenza forgiata dal conflitto, in un teso equilibrio geopolitico internazionale noto come guerra fredda. Le immani distruzioni della guerra portarono alla nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, avvenuta al termine della Conferenza di San Francisco il 26 giugno 1945.

Indice
1 Origini della guerra
1.1 L’espansionismo giapponese in Asia
1.2 L’espansionismo tedesco in Europa
2 La guerra
2.1 1939-1940: l’onda lunga della Blitzkrieg
2.1.1 L’invasione della Polonia
2.1.2 Una strana guerra
2.1.3 La Germania punta a occidente
2.1.4 La resa della Francia
2.1.5 La guerra in Africa e nel Mediterraneo
2.2 1941: una guerra mondiale
2.2.1 I Balcani
2.2.2 L’arsenale della democrazia
2.2.3 Alterne vicende nel Mediterraneo
2.2.4 Barbarossa
2.2.5 Pearl Harbor
2.3 1942: l’apice dell’Asse
2.3.1 Le conquiste giapponesi
2.3.2 I maggiori successi di Rommel
2.3.3 Obiettivo Caucaso
2.3.4 Aspettando il secondo fronte
2.3.5 Il Giappone perde l’iniziativa
2.3.6 El Alamein e Stalingrado
2.4 1943: la marea cambia
2.4.1 I tedeschi arretrano
2.4.2 Vittoria in Atlantico
2.4.3 Il Giappone in difficoltà
2.4.4 L’ultima spallata a oriente
2.4.5 Attacco al ventre d’Europa
2.5 1944: gli Alleati al contrattacco
2.5.1 L’offensiva invernale sovietica
2.5.2 La liberazione di Roma
2.5.3 Overlord
2.5.4 Crollo a est
2.5.5 La fine di una grande potenza
2.5.6 L’ultimo azzardo di Hitler
2.6 1945: la fine
2.6.1 Attacco al cuore dell’Asse
2.6.2 La fine dei dittatori
2.6.3 Lotta senza speranza
2.6.4 La capitolazione del Giappone
3 I bombardamenti strategici
3.1 Gli inizi
3.2 L’attacco al Reich
3.3 Altri teatri
4 La Resistenza
4.1 Europa occidentale
4.2 Europa orientale e Balcani
4.3 Asia
5 Crimini di guerra e contro l’umanità
5.1 L’Olocausto e il Porajmos
5.2 Altri crimini dell’Asse
5.3 Crimini degli Alleati
6 Conseguenze della guerra
6.1 Modifiche territoriali
6.2 Conseguenze politiche e sociali
7 Note
8 Bibliografia
9 Voci correlate
10 Altri progetti
11 Collegamenti esterni
Origini della guerra
L’espansionismo giapponese in Asia

La costruzione della Yamato, la più grande corazzata della storia e simbolo della potenza navale del Giappone
L’epoca successiva alla prima guerra mondiale vide la completa affermazione dell’Impero giapponese come grande potenza: dopo aver inglobato parte delle colonie tedesche dell’oceano Pacifico e aver assunto il controllo di diverse lucrose rotte commerciali nel bacino, con il trattato navale di Washington del 6 febbraio 1922 il Giappone ottenne il diritto di disporre della terza più grande flotta da battaglia del mondo, una condizione che gli garantiva una superiorità militare visto che i suoi più forti contendenti (gli Stati Uniti e il Regno Unito) dovevano dividere le loro flotte tra Pacifico e Atlantico. Lo scoppio della grande depressione nel 1929 spinse il paese a cambiare il suo focus economico, prima concentrato negli scambi commerciali con gli Stati Uniti, e a guardare con più interesse ai mercati asiatici; escluso dalle spartizioni coloniali del XIX secolo, il Giappone si ritenne privato dell’accesso alle ricche risorse dell’Asia dalle potenze europee e decise di compensare questo stato di cose con una serie di aggressive manovre di espansionismo territoriale[1].

Lo scivolamento del Giappone verso una politica di imperialismo venne favorito da una forte militarizzazione della società nipponica, iniziata già alla metà degli anni 1920: la pervasività dei militari, capaci di condizionare la vita politica nazionale tramite le azioni delle potenti forze di polizia segreta (la Tokubetsu Kōtō Keisatsu) e militare (la Kempeitai), divenne esemplare nel campo dell’istruzione delle nuove generazioni, tramite la destinazione come insegnanti nelle scuole pubbliche di numerosi ufficiali dell’esercito rimasti senza incarichi. L’influenza dei militari nella società portò a recuperare il concetto filosofico medievale del Gekokujō, secondo il quale un ufficiale inferiore può disobbedire agli ordini superiori se lo ritiene moralmente giusto; oltre a degenerare in una serie di sanguinosi ma fallimentari tentativi di colpo di stato da parte di ufficiali ultrareazionari (come l’incidente del 26 febbraio 1936), questo principio fu la giustificazione adottata dai generali nipponici per portare avanti campagne di espansionismo territoriale in maniera del tutto autonoma dai desideri del governo nazionale vero e proprio[2].

Truppe giapponesi occupano Pechino nell’agosto 1937
Lo sbocco primario di questo espansionismo fu la Cina, indebolita da una decennale guerra civile che vedeva contrapposte le forze comuniste di Mao Zedong a quelle del Kuomintang nazionalista di Chiang Kai-shek. Agendo in totale autonomia dal governo, i generali giapponesi orchestrarono il 18 settembre 1931 un finto sabotaggio ferroviario a Mukden, utilizzato come pretesto per avviare l’invasione della regione della Manciuria nel nord della Cina dove fu insediato lo stato fantoccio del Manciukuò. L’occupazione della Manciuria portò a uno stato di profonda tensione diplomatica e militare tra Giappone e Unione Sovietica, degenerato in una serie di schermaglie di confine proseguite fino al settembre 1939; ciò portò a un avvicinamento diplomatico tra Giappone e Germania nazista in chiave antisovietica, formalizzato con la stipula del Patto anticomintern il 25 novembre 1936. Il conflitto tra giapponesi e cinesi esplose infine in una guerra totale a partire dal luglio 1937: le forze nipponiche diedero il via all’invasione della Cina centrale e meridionale occupando nel giro di pochi mesi Pechino e Nanchino ma si ritrovarono poi invischiate in un lungo conflitto di guerriglia, in particolare dopo la stipula di una formale alleanza in chiave anti-giapponese tra i comunisti di Mao e i nazionalisti di Chiang; la vittoria nella lunga guerra contro i cinesi era quindi l’asse portante della politica estera nipponica al momento dello scoppio delle ostilità in Europa[3].

L’espansionismo tedesco in Europa
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Eventi precedenti la seconda guerra mondiale in Europa.
Il trattato di Versailles del 1919, conclusivo della Grande Guerra, impose punizioni estremamente dure per gli sconfitti tedeschi: cessione dell’Alsazia-Lorena alla Francia e di vaste zone orientali alla Polonia, smantellamento dell’aviazione, divieto di possedere mezzi corazzati in un esercito di non più di 100 000 effettivi, consegna della flotta e pagamento di un risarcimento di 132 miliardi di marchi in oro. Condizioni estremamente punitive per una nazione che alla fine delle ostilità aveva truppe ancora attestate sul territorio francese, e che contribuirono a creare il mito secondo cui a far perdere la guerra all’Impero tedesco sarebbero stati pochi “traditori” interni non nazionalisti (la cosiddetta “pugnalata alle spalle”). Questo mito, e la pessima situazione economica della Repubblica di Weimar data dalle conseguenze del crollo della borsa statunitense del 1929, fu importante per l’affermarsi del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori di Adolf Hitler: dopo la vittoria nelle elezioni federali tedesche del 1933, un parlamento controllato dai nazisti concesse al leader nazista poteri dittatoriali e l’anno dopo, con la morte dell’anziano Reichspräsident Paul von Hindenburg, Hitler assunse la carica di Führer.

Truppe tedesche entrano a Vienna durante l’Anschluss
Con Hitler al potere iniziarono ben presto reiterate violazioni della pace del 1919: dopo l’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni nel 1935, fu reintrodotta la coscrizione obbligatoria e venne posta al comando di Hermann Göring una nuova forza aerea, la Luftwaffe; nel marzo del 1936, poi, le forze tedesche remilitarizzarono la Renania. Iniziò a formarsi un sodalizio tra la Germania nazista e il Regno d’Italia, rimasto isolato dagli ex alleati anglo-francesi a seguito della sua decisione di invadere e annettersi l’Etiopia, sfruttando anche la comunanza ideologica tra il regime hitleriano e quello fascista di Benito Mussolini, al potere in Italia fin dal 1922. Questo ottimo rapporto fu rafforzato dall’intervento comune italo-tedesco a favore delle forze nazionaliste di Francisco Franco durante la guerra civile spagnola, per poi concretizzarsi in un’alleanza militare tra le due nazioni (la cosiddetta “Asse Roma-Berlino”).

Hitler e Mussolini in parata a Monaco dopo gli accordi del 1938
Mentre il riarmo tedesco continuava, Hitler attuò i suoi piani per un’espansione territorialmente della Germania, in modo che essa ottenesse quello spazio vitale (Lebensraum) di cui, secondo quanto asserito nel Mein Kampf, aveva assoluto bisogno per soddisfare i bisogni della sua crescente popolazione. Sfruttando il fatto che gli anglo-francesi non mostravano desiderio di scatenare un’altra guerra mondiale e tendevano a riconoscere alcune concessioni alla Germania (la cosiddetta politica dell'”appeasement”), nel marzo 1938 l’Austria fu pacificamente annessa al Reich tedesco, nonostante il divieto di un’unione austro-tedesca contenuto nel trattato di Versailles. Più resistenza oppose la Cecoslovacchia, altro stato creato nel dopoguerra, a cedere la regione dei Sudeti, zona di confine popolata a maggioranza da popolazioni tedesche; l’indizione di una conferenza a Monaco di Baviera nel settembre 1938 tra tedeschi, britannici, francesi e italiani portò alla risoluzione pacifica di questa controversia: in un ultimo sfoggio di “appeasement”, gli anglo-francesi acconsentirono all’annessione dei Sudeti alla Germania. L’accordo di Monaco non bastò tuttavia a soddisfare i disegni di Hitler, e pochi mesi dopo, nel marzo 1939, quanto rimaneva della Cecoslovacchia cessò di esistere: la Boemia e la Moravia furono dichiarate “protettorato del Reich”, mentre in Slovacchia fu istituito un governo fantoccio della Germania.

Successivo obiettivo dei tedeschi divenne la Polonia. Il trattato del 1919 aveva separato dal resto della Germania la regione della Prussia orientale, circondata da territorio polacco; Hitler reclamò allora la restituzione della città di Danzica e del territorio a essa vicina, il “corridoio polacco”. Dopo Monaco gli anglo-francesi erano ormai disillusi sulle reali intenzioni espansionistiche della Germania, e fornirono immediato supporto alla Polonia perché si opponesse ai voleri di Hitler. Si contava sull’appoggio dell’Unione Sovietica per impedire un’invasione tedesca della Polonia, ma Berlino rispose con un abile colpo diplomatico: il 24 agosto 1939 il ministro degli esteri russo Vjačeslav Michajlovič Molotov e quello tedesco Joachim von Ribbentrop firmarono un patto di non aggressione tra le due nazioni della durata di dieci anni, il patto Molotov-Ribbentrop; un protocollo segreto dell’accordo divise l’Europa orientale in due sfere d’influenza, lasciando mano libera all’URSS sulle repubbliche baltiche e in Finlandia e prevedendo una spartizione della Polonia, dando modo a Hitler di lanciare l’offensiva senza dover temere una guerra su due fronti. Il 1º settembre, alle 04:45 del mattino, le truppe tedesche attraversavano la frontiera polacca; due giorni dopo Francia e Regno Unito dichiararono guerra alla Germania, dando inizio alla seconda guerra mondiale.

La guerra

Il teatro di guerra europeo
Alleati

URSS

Asse

Paesi neutrali

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cronologia della seconda guerra mondiale.
L’inizio della guerra viene indicato da gran parte della storiografia nel 1º settembre del 1939, quando la Germania invase la Polonia.

Altre periodizzazioni, meno tradizionali, fanno risalire concretamente l’inizio del conflitto con eventi bellici precedenti scatenati da altre nazioni: l’aggressione italiana all’Etiopia, la guerra civile spagnola o l’attacco giapponese alla Cina.

1939-1940: l’onda lunga della Blitzkrieg
L’invasione della Polonia
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Polonia e Guerra lampo.

1º settembre 1939, soldati tedeschi rimuovono la barriera del confine tedesco-polacco
Il 1º settembre 1939 la Germania diede inizio alle operazioni militari contro la Polonia: cinque armate della Wehrmacht forti di 1 250 000 uomini, 2 650 carri armati e 2 085 aerei della Luftwaffe invasero la Polonia con un attacco a tenaglia, impiegando l’innovativa tattica militare della guerra lampo o Blitzkrieg. L’esercito polacco contava un milione di uomini, diverse centinaia di autoblindo e carri armati di modelli leggeri o antiquati, con l’appoggio di seicento aerei di modesta qualità; la resistenza della Polonia fu tenace e ostinata, ma non sufficientemente consistente e coordinata: gli anziani generali polacchi commisero l’errore strategico di disperdere l’esercito lungo l’intera estensione della frontiera con la Germania, rendendosi vulnerabili ai rapidi sfondamenti dei panzer tedeschi che riuscirono a penetrare nelle retrovie nemiche compiendo ampie manovre di accerchiamento.

Artiglieria polacca in azione durante la campagna del 1939
L’8 settembre i primi carri armati tedeschi giunsero alle porte di Varsavia dando il via a una feroce battaglia, mentre la maggior parte dell’esercito polacco veniva metodicamente accerchiata in sacche isolate e annientata nel giro di due o tre settimane. Nel timore di un attacco della Francia da ovest, i tedeschi decisero di accelerare i tempi della sconfitta polacca e cominciarono a colpire Varsavia con una serie di bombardamenti a tappeto; come conseguenza, nell’arco di una ventina di giorni la città riportò quasi 26 000 morti e oltre 50 000 feriti tra la popolazione civile. Da quel momento, il conflitto assunse il carattere di una guerra totale: militari e civili furono ugualmente coinvolti, lottando disperatamente per la vittoria e la sopravvivenza.

Il 17 settembre, in linea con quanto previsto nel patto Molotov-Ribbentrop, l’Unione Sovietica invase la Polonia da est incontrando scarsa resistenza. L’attacco sovietico segnò definitivamente il destino della Polonia: con la popolazione civile ridotta allo stremo, Varsavia si arrese ai tedeschi il 27 settembre 1939; l’esercito polacco fu completamente disarmato entro il 6 ottobre, anche se alcuni reparti riuscirono a rifugiarsi via Romania in Francia dove, il 30 settembre, si era costituito un governo in esilio della Polonia. I territori polacchi finirono spartiti tra tedeschi e sovietici, i quali istituirono durissimi regimi di occupazione responsabili di decine di migliaia di morti[4].

Una strana guerra
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Strana guerra e Guerra d’inverno.

Novembre 1939, soldati britannici e francesi giocano a carte durante il periodo della “strana guerra”
Mentre a est la Polonia finiva annientata, la situazione sul fronte occidentale rimase fondamentalmente tranquilla: a parte qualche scaramuccia, tanto i francesi (affiancati dopo pochi giorni da una British Expeditionary Force) quanto i tedeschi adottarono una strategia difensiva, non impegnandosi in scontri campali di vasta portata e rimanendo al coperto dei rispettivi sistemi fortificati di frontiera (la Linea Maginot e la Linea Sigfrido). Questo periodo di conflitto senza ostilità, protrattosi per diversi mesi, passò quindi alla storia come la “strana guerra” (in tedesco Sitzkrieg, “guerra seduta”; in francese drôle de guerre, “guerra buffa”; in inglese bore war, “guerra noiosa”)[5].

Dal settembre 1939 all’aprile 1940 le prime battaglie tra Germania e anglo-francesi avvennero quasi esclusivamente nei mari e nei cieli. La Kriegsmarine tedesca si mobilitò per intercettare il traffico marittimo per e dalla Gran Bretagna, onde mettere in difficoltà l’economia e la popolazione britannica: i tedeschi impiegarono sommergibili U-Boot e navi da guerra contro il traffico commerciale nemico[6], mentre la Royal Navy si attivò per pattugliare le rotte dal Mare del Nord all’oceano Atlantico. I tedeschi ottennero alcuni importanti successi iniziali, come l’affondamento della portaerei HMS Courageous a opera dell’U-29 il 17 settembre 1939 nel Mare del Nord, o il siluramento il 14 ottobre della corazzata HMS Royal Oak a Scapa Flow a opera dell’U-47; ma anche gli Alleati realizzarono a loro volta un successo inducendo, il 17 dicembre, la corazzata tascabile Admiral Graf Spee ad auto-affondarsi a Montevideo dopo essere stata danneggiata nel corso della battaglia del Río de la Plata. La Kriegsmarine si rese responsabile anche di un grave incidente diplomatico, quando la sera del 3 settembre 1939 l’U-30 affondò, probabilmente per un errore di identificazione, il transatlantico SS Athenia con 1103 civili a bordo, tra i quali 300 cittadini dei neutrali Stati Uniti.

Nel tentativo di ostacolare le operazioni della Kriegsmarine, nell’arco di vari mesi fra il 1939 e il 1940 la Royal Air Force effettuò numerosi raid di bombardieri contro le basi navali tedesche, le fabbriche di U-Boot, i cantieri navali e i depositi di munizioni navali, in particolare a Wilhelmshaven e Kiel. Le conseguenti battaglie aeree contro la Luftwaffe furono molto sanguinose: la RAF arrivò a perdere fino al 50% dei velivoli a ogni sortita, poiché i britannici non disponevano di caccia a lungo raggio per scortare i bombardieri e difenderli efficacemente dagli intercettori della Luftwaffe, come messo in luce il 18 dicembre 1939 durante la battaglia della Baia di Helgoland.

Soldati finlandesi durante la guerra d’inverno
Mentre a occidente la situazione stagnava, a oriente l’Unione Sovietica portò avanti i suoi aggressivi programmi di espansione territoriale concordati nel patto Molotov-Ribbentrop. Tra il settembre e l’ottobre 1939, con una serie di diktat l’URSS impose alle repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) di ospitare sul proprio territorio ampi contingenti di truppe sovietiche; ciò portò poi, nell’agosto 1940, a una vera e propria annessione delle repubbliche baltiche all’Unione Sovietica. Nel frattempo, i sovietici avevano avviato negoziati con il governo della Finlandia per ottenere alcune modifiche delle frontiere e la cessione di basi militari sul suolo finnico; davanti al rifiuto del governo di Helsinki, il 30 novembre 1939 l’URSS dichiarò guerra alla Finlandia dando avvio alla cosiddetta “guerra d’inverno”. Il conflitto mise in luce lo stato di profonda impreparazione bellica dell’Armata Rossa: privati di numerosi ufficiali a seguito delle “grandi purghe” staliniane degli anni 1930, i reparti sovietici si rivelarono scarsamente equipaggiati e poveramente addestrati, subendo ripetute sconfitte da parte dei finlandesi. Alla fine, il mero peso numerico degli attaccanti portò a uno sfondamento del fonte finnico in Carelia, ma per non rischiare il completo isolamento diplomatico Stalin accettò d’intavolare trattative di pace. Il 12 marzo 1940 si giunse così al trattato di Mosca: l’Unione Sovietica ottenne i territori richiesti, ma la Finlandia conservò la sua indipendenza[7].

La Germania punta a occidente
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Norvegia, Campagna di Francia e Battaglia di Dunkerque.

Aprile 1940, Panzer II tedeschi a Copenaghen
La “strana guerra” ebbe una brusca interruzione il 9 aprile 1940, quando la Germania lanciò l’invasione della Danimarca e della Norvegia (operazione Weserübung): gli aeroporti danesi erano importanti per assicurare la difesa aerea del cuore della Germania, mentre dal porto norvegese di Narvik passava un’importante rotta di rifornimento che portava ai tedeschi il minerale ferroso estratto in Svezia; gli stessi anglo-francesi stavano progettando il minamento delle acque norvegesi per interrompere questa rotta (operazione Wilfred), ma furono battuti sul tempo dai tedeschi. La Danimarca capitolò in poche ore dopo una resistenza solo simbolica, mentre i norvegesi opposero una dura opposizione; contingenti di truppe britanniche, francesi e polacche furono inviati ad aiutare la Norvegia, ma l’operazione si rivelò mal progettata e carente di risorse adeguate. Nonostante le forti perdite (la Kriegsmarine perse buona parte delle sue principali unità da combattimento di superficie) i tedeschi furono ben presto in grado di portare a compimento l’occupazione del paese e a indurre alla ritirata gli Alleati entro il 10 giugno[8][9].

Un Panzer IV avanza sul fronte occidentale
Mentre la campagna norvegese era ancora in svolgimento, il 10 maggio 1940 la Wehrmacht sferrò la lungamente pianificata offensiva sul fronte occidentale (Fall Gelb) attaccando simultaneamente Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. L’offensiva fu una straordinaria dimostrazione di potenza militare: il cuneo corazzato tedesco, raggruppato nella regione delle Ardenne al comando del generale Paul Ludwig Ewald von Kleist e composto da oltre 2 500 carri armati divisi in sette Panzer-Division[10], penetrò fulmineamente in Belgio spazzando via le deboli difese alleate; già la notte del 12 maggio la 7. Panzer-Division del generale Erwin Rommel sbucò sulla Mosa a Dinant, dove erano schierate le principali forze francesi, passando subito all’attacco per attraversare il fiume. In soli tre giorni i panzer tedeschi formarono profonde teste di ponte a ovest della Mosa, mentre i carri armati del generale Heinz Guderian sbaragliarono le deboli resistenze francesi a Sedan[11].

Una barricata delle truppe francesi durante gli scontri del 1940
Dopo aver respinto alcuni sconnessi tentativi di contrattacco delle scarse riserve corazzate francesi, a partire dal 16 maggio i panzer ebbero via libera a ovest della Mosa, lanciandosi attraverso la pianura franco-belga in direzione delle coste della Manica; il raggruppamento anglo-francese penetrato in Belgio rischiò di essere tagliato fuori e di venire completamente distrutto. I tentativi di contrattacco dei britannici ad Arras il 21 maggio, a nord del corridoio tedesco, e dei francesi sulla Somme a sud fallirono. I panzer ebbero via libera e, fin dal 20 maggio, i primi reparti corazzati raggiunsero le coste della Manica ad Abbeville; quasi 600 000 soldati anglo-francesi furono accerchiati e intrappolati tra il mare e l’esercito tedesco. La situazione peggiorò ulteriormente dopo l’improvvisa resa dell’esercito belga il 28 maggio, che lasciò scoperte le difese alleate nella sacca; i Paesi Bassi, sotto attaccato dal 10 maggio da parte di forze corazzate e da paracadutisti tedeschi lanciatisi su L’Aia e sui numerosi ponti e dighe, avevano già abbandonato la lotta il 15 maggio.

Il 26 maggio il nuovo primo ministro del Regno Unito Winston Churchill autorizzò il corpo di spedizione britannico a ripiegare senza indugio verso la costa e il porto di Dunkerque, dove in seguito si radunò una numerosa flotta di navi militari, mercantili e naviglio privato civile per l’evacuazione dei soldati[12]. Le colonne corazzate tedesche giunte fino al mare avevano progredito lungo la costa verso nord in direzione di Boulogne, Calais e Dunkerque, ma il 24 maggio un improvviso ordine di Hitler impose di fermare l’avanzata dei panzer e di proseguire solo con la fanteria. La decisione di Hitler derivò apparentemente dal desiderio di risparmiare le sue forze migliori in vista delle future campagne, lasciando alla Luftwaffe il compito di impedire l’evacuazione[13].

Una fase drammatica della ritirata britannica a Dunkerque
Dal 26 maggio al 4 giugno le forze anglo-francesi riuscirono in gran parte a trarsi in salvo da Dunkerque (operazione Dynamo) grazie all’abnegazione della flotta, bersagliata dalla Luftwaffe, alla resistenza dei reparti di retroguardia e all’efficace intervento della RAF, i cui aerei giungevano dalle vicine basi in Inghilterra. I tedeschi si lasciarono sfuggire una grossa parte delle truppe alleate accerchiate: furono evacuati, dopo aver abbandonato tutte le armi e l’equipaggiamento, circa 338 000 soldati alleati[14] di cui circa 110 000 francesi; altri 40 000 soldati (principalmente francesi) rimasero nella sacca e furono catturati. I circa 220 000 britannici scampati avrebbero costituito il nucleo di truppe esperte su cui ricostruire l’esercito per il proseguimento della guerra.

Il bilancio finale della prima fase della campagna di Francia fu trionfale per la Germania e per Hitler: circa 75 divisioni alleate erano state distrutte, tra cui le migliori divisioni francesi e britanniche, 1 200 000 uomini furono fatti prigionieri e un’enorme quantità di armi ed equipaggiamenti vennero catturati; il Belgio e i Paesi Bassi furono costretti alla resa, l’esercito britannico era stato cacciato dal continente, la Francia era ormai sola e ridotta in grave inferiorità numerica e di armamenti. Tutto questo al costo di soli 10 000 morti e 50 000 tra feriti e dispersi[15][16].

La resa della Francia
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fall Rot, Governo di Vichy e Battaglia d’Inghilterra.

L’esercito tedesco a Parigi
Il 5 giugno i tedeschi diedero inizio alla battaglia per la conquista di Parigi e, temendo che l’Italia potesse restare esclusa dal “tavolo della pace”, il 10 giugno Mussolini portò il paese in guerra contro gli Alleati. Le forze italiane, indebolite dai precedenti impegni in Etiopia e in Spagna, non erano però ancora pronte a sostenere un conflitto deficitando gravemente di preparazione e armamenti moderni, ma queste contestazioni furono sbrigativamente rigettate da Mussolini, conscio della situazione italiana ma convinto di un’imminente vittoria tedesca e quindi dell’impellente necessità di entrare in guerra per motivi di prestigio personale e di convenienza geopolitica[17]. L’esordio bellico delle forze italiane non fu dei migliori: il 14 giugno la flotta francese bombardò Vado Ligure e il porto di Genova senza che la Regia Marina italiana riuscisse a intervenire, mentre una raffazzonata offensiva nelle Alpi Occidentali sferrata il 21 giugno dal Regio Esercito si arenò contro le fortificazioni di frontiera francesi portando solo a miseri guadagni territoriali[18].

Nel frattempo, il 10 giugno i tedeschi attraversarono la Senna mentre l’esercito francese si ritirava disordinatamente oltre la Loira; il governo francese si trasferì a Tours, lasciando Parigi ai tedeschi che la occuparono incontrastati il 14 giugno. Nella notte del 16 giugno il presidente del consiglio Paul Reynaud si dimise e il potere passò all’anziano maresciallo Philippe Pétain, eroe della prima guerra mondiale; il nuovo governo francese presentò subito la richiesta di armistizio. Le trattative tra tedeschi e francesi portarono quindi alla stipula il 22 giugno dell’armistizio di Compiègne; le condizioni di resa furono pesanti: Parigi e tutta la Francia settentrionale e occidentale affacciata sulle coste della Manica e dell’Atlantico fu occupata dai tedeschi, non furono resi i prigionieri, le spese di occupazione furono fissate a discrezione del vincitore e l’esercito francese dovette essere ridotto a 100 000 uomini; la Francia centro-meridionale con le sue colonie rimase indipendente, e Pétain insediò il suo governo nella cittadina di Vichy dando vita al cosiddetto “Governo di Vichy”. Il 24 giugno Francia e Italia siglarono a loro volta un secondo armistizio, dai termini più miti: fu imposta la smilitarizzazione del confine franco-italiano e all’Italia vennero ceduti i pochi lembi di territorio conquistati in giugno.

Caccia britannici Supermarine Spitfire in volo; l’aereo fu il protagonista della battaglia d’Inghilterra
La capitolazione da parte del governo di Vichy non fu senza opposizione: da Londra dove aveva trovato rifugio, il generale Charles de Gaulle, già sottosegretario di Stato alla difesa del gabinetto Reynaud, proclamò con un appello radiofonico il 18 giugno la sua intenzione di proseguire la lotta contro i tedeschi, fondando il movimento della Francia Libera e iniziando a raccogliere le forze francesi. Neanche il primo ministro britannico Churchill si mostrò propenso a interrompere le ostilità contro la Germania: nonostante le assicurazioni francesi che in nessun caso la flotta da battaglia sarebbe stata consegnata ai tedeschi o agli italiani, la Royal Navy ricevette ordine da Churchill di procedere a internare e neutralizzare le navi francesi se necessario anche con la forza. Come risultato, il 3 luglio i britannici bombardarono le navi francesi ancorate nelle basi algerine di Mers-el-Kébir e Orano, causando oltre mille morti trai loro equipaggi; l’azione non giocò a beneficio degli sforzi di de Gaulle di aumentare le forze della Francia Libera, ma testimoniò l’impavida risolutezza del Regno Unito e del suo governo a dispetto della situazione di isolamento, con benefici effetti sul morale dell’opinione pubblica britannica e anche statunitense[19].

Non trovando terreno fertile per una pace con il Regno Unito, Hitler cominciò a considerare l’idea di invadere le isole britanniche; tuttavia, per preparare la gigantesca operazione di sbarco denominata in codice operazione Leone marino, i tedeschi dovevano prima ottenere il controllo dei cieli britannici e indebolire le difese costiere dell’isola. A partire dal 10 luglio 1940 la Luftwaffe diede inizio a una serie di incursioni diurne e notturne contro le basi aeree della Royal Air Force, nonché contro le difese costiere, i porti e le industrie di aerei e armamenti del Regno Unito. La campagna, passata alla storia con il nome di “battaglia d’Inghilterra”, vide un’intesa serie di scontri aerei tra la Luftwaffe e la RAF; ottimamente supportati da una rete di stazioni radar allestita lungo la costa, i britannici riuscirono a infliggere perdite sempre più insostenibili ai tedeschi finché, il 31 ottobre 1940, lo stesso Hitler decise di rinviare l’invasione a tempo indeterminato.

La guerra in Africa e nel Mediterraneo
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Mediterraneo, Campagna del Nordafrica e Campagna dell’Africa Orientale Italiana.

L’incrociatore italiano Zara apre il fuoco durante la battaglia di Punta Stilo
L’entrata in guerra dell’Italia portò all’apertura di diversi teatri bellici in Africa e nell’area del mar Mediterraneo. La Regia Marina italiana ebbe come compito principale quello di contrastare la presenza navale britannica nel Mediterraneo, rappresentata dalla Force H di base a Gibilterra e dalla Mediterranean Fleet dislocata ad Alessandria d’Egitto; tanto i britannici che gli italiani concepivano il conflitto navale come ricerca e conduzione di una battaglia decisiva tra i nuclei centrali delle due flotte, ma rimasero ben presto delusi: il primo di questi scontri, la battaglia di Punta Stilo il 9 luglio 1940, fu un’azione fugace e assolutamente non risolutiva anche per la prudenza dei rispettivi comandanti, che non volevano rischiare perdite catastrofiche.

La guerra navale del Mediterraneo si strutturò ben presto come una gigantesca battaglia di convogli: da un lato, la Regia Marina doveva garantire il flusso dei rifornimenti verso la Libia italiana, dall’altro i britannici dovevano sostenere la difesa della strategica isola di Malta, importante base aeronavale posta proprio al centro del Mediterraneo e posta sotto assedio dalle forze dell’Asse. La maggior parte delle azioni belliche in Mediterraneo risultarono quindi il frutto del tentativo di uno dei contendenti di insidiare i convogli di rifornimento dell’altro e di proteggere i propri; non mancarono comunque azioni più audaci: i sabotatori subacquei della Xª Flottiglia MAS italiana tentarono varie infruttuose incursioni contro gli ancoraggi di Gibilterra e Alessandria, mentre nella notte tra l’11 e il 12 novembre aerei britannici decollati dalla portaerei HMS Illustrious andarono a colpire la grande base di Taranto mettendo fuori uso tre corazzate italiane[20].

Un carro britannico Mk II Matilda in movimento nel deserto libico-egiziano
Le colonie italiane in Africa furono ben presto teatro di ampi scontri. Desideroso di ottenere risultati da contrapporre ai successi tedeschi, Mussolini ordinò alle forze schierate in Libia di invadere l’Egitto nel settembre 1940, paese neutrale ma occupato da ampie forze britanniche che difendevano lo strategico canale di Suez. L’avanzata delle truppe del maresciallo Rodolfo Graziani, ostacolate dalla mancanza di mezzi motorizzati, si arrestò a Sidi Barrani ad appena 90 km oltre il confine, esponendosi però al contrattacco delle forze britanniche del generale Archibald Wavell, meccanizzate e ben addestrate alla guerra nel deserto. L’offensiva britannica (operazione Compass), lanciata a partire dall’8 dicembre, fu un successo ben oltre ogni aspettativa: le forze di Graziani furono accerchiate e distrutte e l’avanzata proseguì oltre il confine fino in Cirenaica, portando alla caduta delle piazzeforti di Tobruch e Bengasi e alla cattura di 130.000 prigionieri italiani al prezzo di soli 2.000 morti e feriti tra i reparti britannici[21].

La vasta colonia dell’Africa Orientale Italiana aveva un destino segnato: praticamente isolata dalla madrepatria fin dal giorno dell’entrata in guerra e circondata da territori in mano ai britannici, il massimo che poteva ottenere era di prolungare il più possibile la resistenza. Dopo limitate operazioni offensive, che portarono all’occupazione della piccola colonia della Somalia britannica, gli italiani dovettero subire gli attacchi concentrici delle forze alleate (britannici, indiani, sudafricani e guerriglieri etiopi): sconfitti nella battaglia di Cheren tra febbraio e marzo 1941, gli italiani dovettero abbandonare in mano al nemico Addis Abeba il 6 aprile. L’ultima piazzaforte italiana a cadere fu Gondar, dopo una strenua difesa, il 27 novembre 1941[22].

Altre zone dell’Africa videro operazioni su più piccola scala. De Gaulle era desideroso di portare le vaste colonie africane del suo paese sotto le bandiere della Francia Libera, ma un tentativo di sbarcare reparti “gollisti” a Dakar il 23-25 settembre 1940 con l’appoggio della flotta britannica fu respinto con la forza dalle truppe fedeli al governo di Vichy in una serie di scontri fratricidi tra francesi. I francesi liberi ebbero più fortuna in novembre, quando con una breve campagna si assicurarono il controllo delle colonie dell’Africa Equatoriale Francese.

1941: una guerra mondiale
I Balcani
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna italiana di Grecia, Invasione della Jugoslavia, Operazione Marita e Fronte jugoslavo (1941-1945).

Soldati italiani in azione durante l’inverno in Albania
Il 28 ottobre 1940, su personale iniziativa di Mussolini e senza avvisare l’alleato tedesco, l’Italia attaccò la Grecia partendo dalle basi in Albania. L’iniziativa nasceva principalmente dalle esigenze di prestigio del Duce, ossia ottenere un successo militare da contrapporre ai trionfi di Hitler. L’attacco alla nazione ellenica era basato sul presupposto che la Grecia sarebbe crollata senza combattere; organizzato frettolosamente, con mezzi e truppe insufficienti e sferrato in condizioni climatiche pessime, l’attacco si rivelò tuttavia molto più difficile del previsto: i greci non solo si difesero accanitamente ma, sfruttando le caratteristiche del terreno, respinsero le truppe italiane e passarono al contrattacco rigettandole all’intero dell’Albania, dove il fronte si stabilizzò[23].

I britannici intervennero a favore dei greci dispiegando sul suolo ellenico reparti della RAF. Ciò impensierì i tedeschi, visto che gli aerei britannici si trovavano ora in ottima posizione per attaccare i campi petroliferi di Ploiești in Romania, da cui la Germania otteneva gran parte dei rifornimenti di carburante; dopo aver forzato con manovre diplomatiche l’adesione di Ungheria, Romania e Bulgaria allo schieramento dell’Asse, all’inizio del 1941 truppe tedesche iniziarono ad ammassarsi al confine greco-bulgaro in vista di un’invasione. Un altro obiettivo dei tedeschi era il Regno di Jugoslavia, la cui adesione all’Asse era importante per completare la messa in sicurezza dei Balcani e permettere il rapido rischieramento delle forze tedesche dalla Grecia onde non far tardare i preparativi dell’invasione dell’Unione Sovietica, prevista per l’estate del 1941; il 25 marzo 1941, dopo forti pressioni diplomatiche tedesche, il reggente di Jugoslavia Paolo Karađorđević siglò l’adesione del paese al patto tripartito, ma solo due giorni più tardi un colpo di stato a Belgrado portò alla deposizione di Paolo e all’instaurazione di un governo anti-tedesco. Infuriato, Hitler ordinò immediatamente di includere la Jugoslavia nell’imminente intervento militare tedesco nei Balcani[24].

Carri armati tedeschi tedeschi in marcia nei Balcani
Il 6 aprile le forze dell’Asse lanciarono l’invasione della Jugoslavia: mentre la Luftwaffe si accaniva in un violento bombardamento su Belgrado, colonne di truppe e carri tedeschi si riversarono oltre la frontiera partendo dalle loro basi in Bulgaria, in Romania e in Austria seguite da forze italiane dalla Venezia-Giulia e dall’Albania e da unità ungheresi nella Voivodina. L’esercito jugoslavo schierava circa un milione di uomini, ma era scarsamente equipaggiato di armamenti moderni e doveva coprire l’intera estensione delle frontiere nazionali; contrasti etnici tra croati e serbi minarono la coesione interna dei reparti jugoslavi, che furono rapidamente debellati in un nuovo sfoggio delle dottrine della Blitzkrieg: Belgrado fu occupata il 12 aprile e i comandi jugoslavi firmarono la capitolazione il 17 aprile. L’intera campagna jugoslava era costata ai tedeschi appena 150 caduti[24].

Contemporaneamente all’attacco alla Jugoslavia, truppe tedesche diedero il via all’invasione della Grecia partendo dalla Bulgaria. Un corpo di spedizione britannico sotto il generale Henry Maitland Wilson, tratto dalle forze di Wavell in Cirenaica, fu inviato a sostegno dei reparti greci del generale Alexandros Papagos, ma poté fare poco per arrestare la marcia dei panzer tedeschi appoggiati dalla Luftwaffe: lo schieramento anglo-greco fu aggirato dai tedeschi passando per la Macedonia e, mentre i britannici avviavano l’evacuazione dei loro reparti dai porti del Peloponneso, il 27 aprile Atene cadde in mano agli invasori. La campagna fu poi completata dalla violenta battaglia di Creta tra il 20 maggio e il 1º giugno: superando il dominio navale britannico nel Mar Egeo, i tedeschi invasero la strategica isola di Creta tramite massicci lanci di paracadutisti; la Royal Navy dovette nuovamente intervenire per evacuare i reparti alleati, subendo pesanti perdite in continui attacchi aerei italo-tedeschi. Nonostante la perdita di tempo causata dalla campagna balcanica, l’esercito tedesco era ora al massimo della sua efficienza e pronto al grande attacco contro l’Unione Sovietica[25].

Tito passa in rivista a Bosanski Petrovac i partigiani della 1ª Brigata proletaria
La rapida e schiacciante vittoria delle potenze dell’Asse nei Balcani non segnò la fine della guerra in questo teatro operativo. Già a partire dal giugno 1941 un movimento insurrezionale in Jugoslavia mise subito in difficoltà gli occupanti; i tedeschi dopo la vittoria avevano lasciato solo poche forze in Serbia e contavano soprattutto nella collaborazione del neo-costituito Stato Indipendente di Croazia e di formazioni locali di filo-nazisti, mentre il grosso delle truppe occupanti era fornito dagli italiani. Gli insorti si polarizzarono ben presto in due schieramenti, i partigiani comunisti di Josip Broz Tito e quelli nazionalisti di Draža Mihailović, ben presto divenuti ostili gli uni con gli altri; parallelamente alla lotta contro gli occupanti, si sviluppò quindi in Jugoslavia una sanguinosa guerra civile tra comunisti e nazionalisti[26].

L’Elmo

Elmo
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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Elmo (disambigua).
Elmo
Italian Armet (15c) by Wendelin Boeheim.jpg
Elmo italiano tipo “Celata”, XV secolo – diagramma : ill. di Wendelin Boeheim (1890)[1]
Zona protetta testa
Materiale cuoio
stoffa
ossa
metallo
Origine Eurasia
Produzione
Entrata in uso ca. 3000 a.C.
voci di armature presenti su Wikipedia

Elmo miceneo in zanne di cinghiale, ca. 1400 a.C.

Elmo corinzio in bronzo, ca. 500 a.C.

Elmo da parata romano, ca. 150 d.C.

Grande elmo, XIII secolo.

Elmo “Morione” rinascimentale.

Elmo giapponese “Kabuto”, ca. 1512.

Elmo da dragone, XIX secolo.

Elmetto italiano mod. M33 della seconda guerra mondiale.
L’elmo è un’arma bianca difensiva atta a proteggere passivamente la testa del portatore.
Si tratta di uno degli accorgimenti difensivi più antichi cui il genere umano ha fatto ricorso per garantire la propria incolumità durante gli scontri. Ad oggi, è ancora parte integrante dell’equipaggiamento dei corpi di polizia e delle forze armate di fanteria nella sua forma più basilare: l’elmetto.

I primi elmi in metallo vennero realizzati dai Sumeri nel III millennio a.C.[2], soppiantando i precedenti modelli realizzati in stoffa e/o cuoio con materiale rigido di rinforzo. In Europa, a partire dai manufatti prodotti dagli armorari dell’Antica Grecia (v. kranos), gli elmi furono sostanzialmente di due tipologie, più volte ibridatesi tra loro: (i) a scatola chiusa, avvolgenti integralmente la testa del portatore (v. elmo corinzio o grande elmo medievale); o (ii) elmetti coprenti la sola sommità del cranio (v. cervelliera, decorati o meno dal cimiero. Caratteristica comune a tutti gli elmi europei, fatta salva la generazione “primitiva” (es. “elmo villanoviano” in uso presso etruschi e romani), è il coppo tondeggiante.
In Medioriente ed in Estremo Oriente, l’elmo sviluppa solitamente modelli “leggeri” (si discosta dal modello l’elaborato e pesante kabuto giapponese[3]), sostanzialmente degli elmetti rinforzati da nasale e paragnatidi, con un coppo dalla caratteristica forma cuspidata al quale al quale si agganciano falde, cappucci e gorgiere avvolgenti il collo e le spalle in luogo della gronda rigida molto diffusa in Occidente.

In araldica, l’elmo compare sia come carico dello scudo che come ornamento esteriore dello stesso[4].

Indice
1 Etimologia
2 Storia
2.1 Origini
2.2 Antica Grecia
2.3 Impero romano
2.4 Medioevo
2.5 Medioriente ed Estremo Oriente (Periodo antico)
2.6 Rinascimento ed Età Moderna
2.7 Medioriente ed Estremo Oriente (Periodo moderno)
2.8 Età Contemporanea
3 Costruzione
3.1 Componenti
4 Tipologie di elmo
4.1 Antichità
4.2 Medioevo
4.3 Età Moderna
4.4 Età Contemporanea
5 Note
6 Bibliografia
7 Voci correlate
8 Altri progetti
9 Collegamenti esterni
Etimologia
Il lemma di lingua italiana “Elmo” ed il suo diminutivo, “elmetto”, indicante nello specifico una forma basilare dello stesso, priva cioè di talune componenti, sono stati utilizzati, sin dal XVII secolo[5], con valore intercambiabile, generando una certa confusione che perdura ancora in epoca contemporanea[6].

Storia
Origini
Le prime tipologie di elmo prodotte nel continente eurasiatico furono con buona probabilità realizzati con stoffa/cuoio e materiale rigido di rinforzo. Omero, nell’Iliade, descrive elmi realizzati in cuoio rinforzati da zanne di cinghiale, effettivamente in uso presso i micenei. Già nel III millennio a.C. i Sumeri realizzarono elmi in metallo (prima rame e poi bronzo) con protezioni per le orecchie, la fronte e il viso[2]. I manufatti realizzati per gli aristocratici erano coperti d’oro. Gli Egizi utilizzarono prima copricapi di lino e poi elmi in metallo (bronzo)[2]. I primi elmi realizzati in ferro (semplici caschi conici sovente ornati di corna) comparirono nel XIV secolo a.C. per operare degli Ittiti[7]. I micenei[8] utilizzavano sia elmi di bronzo sia elmi di cuoio rinforzato (v. sopra) simili elmi furono presumibilmente anche utilizzati dai cosiddetti dori che sostituirono le dinastie micenee in Grecia nel XII secolo a.C.[9]. Nel medesimo periodo, l’Europa continentale della cultura dei campi di urne ricorreva ancora principalmente a dei semplici caschi di bronzo, come testimonierebbe l’elmo rinvenuto presso Thonberg, in Alta Franconia[10].

Antica Grecia
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Kranos.
Ai primordi della Grecia classica si diffuse tra le polis della Penisola greca l’elmo corinzio che copre tutto il volto con due aperture per gli occhi, paranaso e cimiero a cresta. Più o meno contemporaneamente si diffonde l’elmo calcidico, privo di paranaso e con frontale triangolare decorato dal quale sviluppò poi (VII secolo a.C.) l’elmo degli Illiri, popolazione barbariche con cui gli Antichi Greci avevano frequenti contatti. Nel corso del VI secolo a.C. comparve l’elmo attico “a calotta”, sempre ornato dal cimiero ma con paranuca e paraguance mobili, incernierate al coppo e non tutt’uno con esso come nell’elmo corinzio. La medesima linea generale comparve anche nell’elmo frigio (massicciamente diffuso tra le fanterie dell’esercito di Alessandro Magno[11]) con il coppo sviluppante in una cresta al quale sono incernierati i paragnatidi, in alcuni casi sviluppanti in una vera e propria maschera che chiude integralmente il volto del guerriero, e la gronda.
Le popolazioni greche della Tessaglia, dedite ad una pratica guerriera che privilegiava la cavalleria alla fanteria, svilupparono uno tipologia di elmo aperto, basato sul modello del copricapo chiamato petaso[12], con paragnatidi e gronda che sviluppavano in lingua di continuità dal coppo come nell’elmo corinzio ma senza chiudersi sul volto del cavaliere, che si diffuse in Grecia per tramite delle popolazioni della Beozia (da cui il nome “elmo beotico”) ed ebbe larghissimo utilizzo tra le forze di cavalleria macedoni (es. Eteri).

Impero romano
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Elmo (esercito romano).
L’elmo utilizzato dall’esercito romano (in Latino cassis se di metallo o galea se di cuoio) nel corso degli oltre dodici secoli di vita, dalla data della fondazione della città (753 a.C.) fino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, avvenuta nel 476, subì numerose modifiche nella forma, nei materiali che lo componevano e nelle dimensioni.
I primi elmi in metallo dei romani derivarono da modelli etruschi: l’elmo villanoviano a coppo, con cresta metallica che dal lato frontale si congiungeva con quello posteriore[13], e l’elmo etrusco-corinzio[14], variante italiana dell’elmo corinzio greco di dimensioni più ridotte, da portarsi rovesciato all’indietro a protezione della testa ma non del volto. I successivi contatti con la Magna Grecia diffusero presso i romani l’uso degli elmi ellenici veri e propri: fond. elmo corinzio, elmo calcidico ed elmo attico. Quest’ultima tipologia ebbe a Roma grandissimo successo presso le alte classi sociali che fecero realizzare per i loro guerrieri elmi attici da parata sontuosamente decorati[14].
Intorno alla fine del V secolo-inizi del IV secolo a.C. fu introdotto un nuovo tipo di elmo di provenienza celtica, l’elmo montefortino con coppo allungato in una solida gronda, atta a proteggere il fante dai colpi discendenti dei cavalieri[15]. Nei secoli successivi, gli armorari romani assorbirono molte altre migliorie della manifattura celtica, producendo, in epoca imperiale, svariate tipologie di elmi di derivazione celtica, con gronda pronunciata e massicci paragnatidi[16].
Al volgere dell’Impero romano, l’elmo era un manufatto producibile su larga scala, grazie anche alla sua forma semplificata. Fu soprattutto utilizzato dalle legioni delle province orientali a partire dal IV secolo e derivato perciò da modelli persiani, con forma a semicoppa sferica e paraguance ridotti all’essenziale. Si trattava di elmi usati indiscriminatamente sia da forze di fanteria sia da forze di cavalleria[17]. Le più note tipologie di elmo tardo-imperiale romano sono: elmo “Intercisa” e elmo “Berkasovo”.
Tra il V e il VI secolo si diffuse massicciamente l’uso dello Spangenhelm, basato su modelli roxolani e già in uso alla cavalleria romana dal IV secolo. Era composto da più segmenti metallici saldati con dei rivetti. La calotta era composta da quattro o sei spicchi saldati da una striscia metallica che ne percorre tutta la circonferenza nella parte inferiore; tra uno spicchio e l’altro erano presenti delle bande metalliche che confluivano sulla cima del coppo[18].

Medioevo

Il carro agricolo

Il carro agricolo

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Il grosso paese appare all’improvviso, adagiato in una profonda conca al riparo dei venti a 500 m. d’altitudine. Fa parte del Montiferru e si sviluppa all’interno di un cratere di origine vulcanica, le cui case presentano la tipica struttura a torre e le strade, ripide e tortuose, s’incrociano nel centro storico conservando ancora l’acciottolato.
Santu Lussurgiu si trova nella parte centro-occidentale della Sardegna ( Prov. di Oristano ) e nel versante nord-occidentale della catena del Montiferru, una delle zone più suggestive della Sardegna, raggiungibile dalla S.S.131 Carlo Felice, attraverso gli svincoli di Macomer, Abbasanta, Paulilatino e Tramatza.
Il sito è online dal 01/12/2003

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Il carro agricolo lussurgese (3 di 7)
Le due estremità, lunghe cm 7 ciascuna, avevano il bordo rinforzato da un cerchio in ferro. Lungo il foro longitudinale de Su Mortaiu veniva inserito il mozzo che era costituito da un manicotto in ghisa leggermente rastremato verso l’esterno della ruota (diametri da cm 6 a cm 5), secondo la conformazione affusolata delle estremità dell’asse che lo attraversava. Il mozzo si ancorava al legno per mezzo delle sue due alette situate in prossimità dell’imboccatura più larga. Le ruote, una volta collocate nella loro sede, venivano bloccate, come già accennato, per mezzo de SA GRAVETTA, la quale era solitamente era fornita di un’anella che ne impediva l’uscita. L’attrito tra SA GRAVETTA e SU MORTAIU si eliminava inserendo un disco in ferro .
Grande cura veniva dedicata a garantire la frequente lubrificazione del mozzo. Questa operazione si effettuava disinserendo parzialmente la ruota per poter introdurre nella imboccatura interna de Su Bussulu alcune sottili fette di lardo che, nell’attrito con l’asse, ne assicuravano l’ingranaggio uniforme. Per lo spostamento della ruota il carro veniva leggermente sollevato di fianco facendo perno su un robusto trepiede di legno collocato sotto SA MESASCHIA.

A Santu Lussurgiu non si costruivano le ruote del carro: la ruota piena proveniva da Borore ed Abbasanta e quella a raggi da Cuglieri e da Guspini.

Circa l’uso dei due tipi di ruote, si può affermare che, di norma, la ruota piena era adottata nei carri agricoli adibiti dai proprietari di terreni e di bestiame per i servizi di trasporto interni alle loro aziende, le quali, solitamente, erano sprovviste di strade carrabili. Dovendo, quindi, il carro inoltrarsi lungo piste fangose e sconnesse, la ruota piena si dimostrava più idonea per la sua compatezza.
La ruota a raggi era solitamente preferita dai CARRADORES DI PROFESSIONE che dovevano affrontare lunghi viaggi per il trasporto delle merci per conto terzi. Infatti tale ruota era più leggera e più grande di quella piena e quindi più idonea su strade carrabili.

SISTEMA FRENANTE
L’insieme dei vari pezzi che concorrevano a formare il sistema frenante era chiamato SA MECCANICA. La frenatura si otteneva per mezzo di due tacchi in legno, uno per ciascuna ruota, le cui superfici di attrito erano protette da un rivestimento in cuoio crudo e, più recentemente di gomma. Questi tacchi erano incastrati alle estremità di un’asse
che attraversava inferiormente la divaricazione del carro e che era collegata, per mezzo di un tacchetto di legno (SA RANA), a una seconda asse immediatamente retrostante. Questa era imperniata per una estremità sul lato sinistro del telaio, mentre l’altra estremità poteva scorrere all’interno di una staffa in ferro per mezzo di una spinta che, attraverso SA RANA, si trasmetteva in bordo uniforme all’asse anteriore e, quindi, ai due tacchi frenanti. Il tutto costituiva una leva di 2° grado, in cui la potenza era la spinta, la resistenza era SA RANA, il fulcro era il perno
La necessaria spinta si esercitava con SA MARTINICA, bastone di olivastro lungo cm 65 e fornito, presso l’estremità inferiore, di un gancio in ferro che si inseriva tra le maglie di una corta catena ancorata al telaio in prossimità della ruota destra, per metterla in tensione contro l’asse posteriore. Tale meccanismo costituiva, quindi, una leva di 1° grado, la cui resistenza era data dall’asse posteriore, il fulcro dalla catena e la potenza da SA MARTINICA.

SISTEMA CONTENENTE: Tale struttura comprendeva il pavimento e le due sponde del carro.
1) Il pavimento aveva inizio a metri 2,30 da SA PUNTA ‘E S’ISCALA ed era costituito da n.11 tavole rettangolari (SAS SEDDAS) in legno di olmo o di ontano, spesse sette centimetri, che coprivano la divaricazione poggiando, con un leggero incastro per impedirne lo slittamento, sui due lati di essa fino all’estremità posteriore del carro (SA COATZA ‘E SU CARRU). In tal modo il pavimento raggiungeva una superficie utile di due metri quadrati. Quattro SEDDAS, fornite ciascuna di due fori quadrati (ISTAMPAS) praticati in prossimità dei loro margini esterni, erano destinate ad accogliere le assi verticali delle sponde. Un bordo in legno, applicato con bulloni sull’orlo esterno di ciascun foro, ne aumentava lo spessore per offrire maggiore ancoraggio alle sponde stesse. Due di tali SEDDAS costituivano la parte iniziale e terminale del pavimento, mentre le altre due erano dislocate in posizione intermedia ai limiti della zona laterale impegnata dalle due ruote.
2) Ciascuna delle due sponde del carro (ZERDAS o COSTANAS) era costituita da quattro assi verticali in legno di castagno, alte in media metri 1,10 ed a sezione quadrata (cm 8 di lato). Esse venivano distanziate in modo che le loro estremità inferiori potessero penetrare nei corrispondenti fori dislocati come detto sopra, e sporgere sotto il pavimento per una ventina di centimetri. ………………………………………………………………………………………………………..(SEGUE >> ) ( << INDIETRO )

Di Maio cinquestelle

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Luigi Di Maio
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bussola Disambiguazione – Da non confondersi con Luigi Di Majo, personaggio televisivo italiano.
Luigi Di Maio
Di Maio 2018.jpg
Vicepresidente del Consiglio dei ministri
della Repubblica Italiana
In carica
Inizio mandato 1º giugno 2018
Cotitolare Matteo Salvini
Presidente Giuseppe Conte
Predecessore Angelino Alfano
Sito istituzionale
Ministro dello sviluppo economico
In carica
Inizio mandato 1º giugno 2018
Presidente Giuseppe Conte
Predecessore Carlo Calenda
Sito istituzionale
Ministro del lavoro e delle politiche sociali
In carica
Inizio mandato 1º giugno 2018
Presidente Giuseppe Conte
Predecessore Giuliano Poletti
Sito istituzionale
Leader del Movimento 5 Stelle
In carica
Inizio mandato 23 settembre 2017
Predecessore Beppe Grillo
Deputato della Repubblica Italiana
In carica
Inizio mandato 15 marzo 2013
Legislature XVII, XVIII
Gruppo
parlamentare Movimento 5 Stelle
Circoscrizione Campania 1
Collegio XVIII: 3 (Acerra)
Incarichi parlamentari
Presidente del Comitato di vigilanza sull’attività di documentazione
Membro dell’Ufficio di Presidenza
Membro della XIV Commissione – Politiche dell’Unione Europea
Sito istituzionale
Vicepresidente della Camera dei deputati
Durata mandato 21 marzo 2013 –
22 marzo 2018
Presidente Laura Boldrini
Dati generali
Partito politico Movimento 5 Stelle
Tendenza politica Populismo
Euroscetticismo
Centrismo
Titolo di studio Diploma di liceo classico
Professione Giornalista pubblicista
Firma Firma di Luigi Di Maio
Luigi Di Maio (Avellino, 6 luglio 1986) è un politico italiano, dal 23 settembre 2017 capo politico del Movimento 5 Stelle e dal 1º giugno 2018 ministro dello sviluppo economico e ministro del lavoro e delle politiche sociali, nonché Vicepresidente del Consiglio dei ministri nel Governo Conte. Dal 21 marzo 2013 al 22 marzo 2018 è stato vicepresidente della Camera dei deputati.

Indice
1 Biografia
1.1 Carriera politica
2 Procedimenti giudiziari
3 Posizioni politiche
3.1 Diritti civili
4 Note
5 Altri progetti
6 Collegamenti esterni
Biografia
Cresciuto e formatosi a Pomigliano d’Arco (Napoli), è il maggiore di tre fratelli. La madre, Paola Esposito[1], è un’insegnante di italiano e latino, mentre il padre Antonio, imprenditore edile, è stato dirigente prima del Movimento Sociale Italiano e in seguito di Alleanza Nazionale.[2] Dopo il diploma di liceo classico,[3] si iscrive all’università. Sceglie dapprima la facoltà di ingegneria[4] per poi trasferirsi a giurisprudenza dell’Università di Napoli Federico II,[5] senza completare gli studi.[4][6][7][8] Giornalista pubblicista dal 2007,[9][10] ha lavorato per un breve periodo come webmaster e come steward allo stadio San Paolo[11] per poi lanciarsi in politica candidandosi nel Movimento 5 Stelle.[12]

Carriera politica
Nel 2007 Di Maio apre il Meetup di Pomigliano, aderendo così all’iniziativa di Beppe Grillo il quale proponeva la costituzione di gruppi di cittadini che si occupassero dei problemi del loro comune[13][14]. Nel 2010 si candida come consigliere comunale del suo comune e ottiene 59 preferenze, senza risultare eletto.[15] In seguito alle cosiddette “elezioni parlamentarie” del Movimento 5 Stelle, viene candidato online con 189 preferenze[16] ed eletto alla Camera dei deputati per la circoscrizione Campania 1 al secondo posto nella lista del Movimento 5 Stelle per le elezioni politiche del 2013.[17]

Il 21 marzo 2013, con 173 voti è eletto vicepresidente della Camera dei deputati,[18] il più giovane della storia della Repubblica a ricoprire tale carica. Dal 7 maggio fa parte anche della XIV Commissione, che si occupa delle politiche dell’Unione europea.[10] In breve tempo diventa uno dei volti più noti del partito, tanto da essere nominato membro del cosiddetto “direttorio” del movimento, costituito nel novembre 2014 da cinque parlamentari scelti da Beppe Grillo, con l’obiettivo di costruire il principale organo direttivo del partito, con funzione di raccordo tra il leader e gli eletti in parlamento.[19] Nel 2016 è nominato responsabile degli enti locali per il Movimento 5 Stelle.[20]

Nel settembre 2017 si candida alle elezioni primarie per scegliere il candidato premier e capo politico del Movimento 5 Stelle: l’esito delle votazioni tra gli iscritti alla piattaforma online del partito lo vede vittorioso con 30.936 voti, pari a circa l’82% dei votanti.[21]

Alle elezioni politiche italiane del 2018 ottiene 95.219 voti (63,41%) al collegio uninominale di Acerra, venendo così eletto per la seconda volta alla Camera.[22]. È Vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro dello sviluppo economico e del lavoro nel Governo Conte.

Procedimenti giudiziari
Il 12 luglio 2017, Di Maio è stato indagato formalmente per diffamazione a seguito di una denuncia presentata da Marika Cassimatis, ex candidato sindaco M5S a Genova[23]. Anche la giornalista Elena Polidori ha presentato una denuncia contro di lui per diffamazione. Successivamente il giudice archivia la querela della giornalista Polidori in quanto “Ha immunità parlamentare”; mentre in data 20 luglio 2018 è stata archiviata la querela della Cassimatis in quanto secondo il gip, si trattò di critica politica. [24][25]

Posizioni politiche
Viene considerato un moderato con una posizione centrista all’interno del Movimento 5 Stelle.[26][27]

Diritti civili
Si dichiara contrario alla surrogazione di maternità definendola “abominevole” perché, a suo parere, il bambino diventerebbe “una merce”.[28]

È a favore delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e dell’adozione del configlio, precisando invece che le adozioni per le coppie omoaffettive andrebbero affrontate tramite referendum e rappresenterebbero una questione su cui “andare con i piedi di piombo”.[28][29]

Afferma che lo ius soli rappresenta un tema importante da affrontare a livello europeo, ma delicato in quanto potrebbe attirare più migranti verso l’Italia e generare corruzione, e non rappresenterebbe inoltre una priorità rispetto al sostegno al reddito degli italiani.[30][31]

Note

Salvini e la Lega

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Matteo Salvini
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Matteo Salvini
Matteo Salvini Viminale.jpg
Vicepresidente del Consiglio dei ministri
della Repubblica Italiana
In carica
Inizio mandato 1º giugno 2018
Cotitolare Luigi Di Maio
Presidente Giuseppe Conte
Predecessore Angelino Alfano
Sito istituzionale
Ministro dell’interno
In carica
Inizio mandato 1º giugno 2018
Presidente Giuseppe Conte
Predecessore Marco Minniti
Sito istituzionale
Segretario federale della Lega Nord
In carica
Inizio mandato 15 dicembre 2013
Predecessore Roberto Maroni
Senatore della Repubblica Italiana
In carica
Inizio mandato 23 marzo 2018
Legislature XVIII
Gruppo
parlamentare Lega – Salvini Premier
Coalizione Coalizione di centro-destra del 2018
Circoscrizione Calabria
Sito istituzionale
Europarlamentare
Durata mandato 20 luglio 2004 –
7 novembre 2006
Durata mandato 14 luglio 2009 –
22 marzo 2018
Legislature VI, VII, VIII
Gruppo
parlamentare VI:
IND/DEM
(dal 21/7/2004 al 26/4/2006)
NI
(dal 27/4/2006 al 7/11/2006)
VII:
ELD
(dal 14/7/2009 al 30/6/2014)
VIII:
NI
(dal 1/7/2014 al 14/6/2015)
ENL
(dal 15/6/2015 al 22/3/2018)

Circoscrizione Italia nord-occidentale
Sito istituzionale
Deputato della Repubblica Italiana
Durata mandato 29 aprile 2008 –
13 luglio 2009
Durata mandato 15 marzo 2013 –
15 marzo 2013
Legislature XVI, XVII
Gruppo
parlamentare XVI:
Lega Nord Padania
Circoscrizione Lombardia 1
Incarichi parlamentari
XVI:
– Componente IX Commissione (Trasporti, Poste e Telecomunicazioni)
Sito istituzionale
Dati generali
Partito politico Lega Nord
Tendenza politica Populismo di destra
Federalismo
Euroscetticismo
Conservatorismo nazionale
Anti-immigrazione
Sovranismo
In precedenza: Indipendentismo padano
Titolo di studio Diploma di Liceo Classico
Professione Giornalista professionista, dirigente di partito
Firma Firma di Matteo Salvini
Matteo Salvini (Milano, 9 marzo 1973) è un politico italiano, dal 1º giugno 2018 vicepresidente del Consiglio e ministro dell’interno del Governo Conte. Senatore, già deputato ed europarlamentare, dal dicembre 2013 è segretario federale della Lega Nord, partito al quale si è iscritto nel 1990. Nel 1993 viene eletto consigliere comunale nella sua città, Milano, carica che ha mantenuto fino al 2012.[1][2] Dopo diversi anni all’interno del partito, ne è eletto segretario federale nel dicembre 2013. Nelle elezioni del 2018 il suo partito è il terzo più votato e all’interno della prima coalizione in Italia.

Indice
1 Biografia
1.1 Vita privata
1.2 Attività politica (1990-2013)
1.3 Segretario federale della Lega Nord
1.4 Politiche 2018 ed elezione a senatore
1.5 Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio
2 Posizioni politiche
3 Procedimenti giudiziari
4 Controversie
4.1 Sud Italia e tricolore
4.2 Immigrazione
4.3 Diritti LGBT
4.4 Euro ed Europa
4.5 Politica e giornalismo
4.6 Vaccini
5 Opere
6 Note
7 Voci correlate
8 Altri progetti
9 Collegamenti esterni
Biografia
Matteo Salvini nasce a Milano da genitori milanesi, figlio di un dirigente d’azienda e di una casalinga.[3] Nel 1985, a 12 anni, partecipò a Doppio slalom condotto da Corrado Tedeschi su Canale 5 e nel 1993, a 20 anni, a Il pranzo è servito condotto da Davide Mengacci, all’epoca in onda su Rete 4.[4][5]

Salvini frequentò il Liceo Classico “Alessandro Manzoni” di Milano, dove si diplomò nel 1992,[6] con una valutazione di 48/60[7].

Si iscrisse quindi al corso di laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano, per poi trasferirsi l’anno dopo al corso di laurea in Storia. Durante il primo anno di studi storici, Salvini – per potersi mantenere – lavorò presso la catena di fast food Burghy[8]. A commento di questo periodo Salvini scherzò così: «Arriverà prima la Padania libera della mia laurea»[8].

In seguito, decise di abbandonare l’Università a cinque esami dalla conclusione del ciclo di studi[7] – dopo 16 anni[9] –, senza aver conseguito una laurea.[1][9][10]

Durante l’adolescenza e in gioventù frequentò assiduamente il centro sociale Leoncavallo[3], peraltro risultando tra i fondatori della corrente politica – in seno al Parlamento padano – dei Comunisti Padani[11][12] di cui fu anche capolista, conquistando 5 dei 210 seggi disponibili[13]. Di quel periodo dirà che: «Chi non ha mai frequentato un centro sociale? Io sì, dai 16 ai 19 anni, mentre frequentavo il liceo, il mio ritrovo era il Leoncavallo. Là stavo bene, mi ritrovavo in quelle idee, in quei bisogni».[14]

Nel 1994, in qualità di consigliere comunale del Comune di Milano, pronunciò il suo primo discorso pubblico per difendere il centro sociale Leoncavallo dallo sgombero disposto dal sindaco leghista Marco Formentini.[15]

Vita privata
Si sposa nel 2003 con Fabrizia Ieluzzi, giornalista presso una radio privata, di origini pugliesi: da lei ha avuto un figlio, Federico, nel 2003.[3][11]

Dopo aver divorziato dalla moglie, Salvini ha convissuto con l’avvocato Giulia Martinelli – comasca, classe 1979[16] – dalla quale ha avuto, nel dicembre 2012, una figlia: Mirta.[11][17] Nel marzo 2018 Martinelli venne nominata capo della segreteria del neo governatore della Lombardia, Attilio Fontana[18], eletto nel 2018 con la Lega Nord[16].

All’inizio del 2015 la rivista Novella 2000 svela la storia tra Salvini e la conduttrice televisiva Elisa Isoardi – definita da Salvini la «donna della mia vita»[19] –, confermata in seguito da entrambi.[20][21]

Attività politica (1990-2013)
Nel 1990 si iscrive alla Lega Nord, divenendone militante dall’anno successivo.[6] Il 20 giugno 1993 venne eletto consigliere comunale di Milano a seguito della vittoria alle elezioni comunali del candidato sindaco Marco Formentini.[22][23]

Membro del Movimento Giovani Padani, è stato il coordinatore degli studenti leghisti milanesi nel 1992, il responsabile dei giovani di Milano dal 1994 al 1997, per poi divenire segretario cittadino e in seguito, dal 1998 fino al 2004, segretario provinciale.[1][6]

Nel 1997 incomincia l’attività giornalistica: lavora come cronista per il quotidiano la Padania, di cui dichiara: «Un’esperienza affascinante»;[24] dal 1999 lavora inoltre sull’emittente radiofonica leghista Radio Padania Libera[25] diventandone successivamente direttore.[26] Nel luglio 2003 ottiene l’iscrizione all’albo dei giornalisti nell’elenco dei giornalisti professionisti.[27][28]

Nelle elezioni del Parlamento della Padania del 1997 è candidato capolista della corrente dei Comunisti Padani, che ottiene 5 seggi su 210.[12] L’anno successivo è eletto segretario provinciale di Milano della Lega Nord (1998-2004).[28]

Nel luglio 1999, a seguito della decisione del prefetto di rimuovere il sindaco di Lazzate, Cesarino Monti, il gruppo leghista in consiglio comunale propose una mozione a sostegno del sindaco, la quale venne per due volte respinta, al che Salvini coordinò in fondo all’aula il coro «Prefetto italiano, via da Milano!»;[29] l’idea anti-prefetto verrà poi ripresa dallo stesso Salvini in qualità di segretario federale nel 2013.[30][31]

Pochi mesi dopo, durante una visita ufficiale a Palazzo Marino del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si rifiutò di stringere la mano al capo dello Stato; in una nota egli affermò di avergli detto: «No grazie, dottore, lei non mi rappresenta».[12][32][33]

Salvini durante un comizio dei Giovani Padani nel 2006.
Dal 2004 al 2006 è stato deputato del Parlamento europeo, eletto per la lista della Lega Nord nella circoscrizione nord-ovest (con circa 14 000 preferenze).[2][34] Successivamente Salvini sceglie come proprio assistente parlamentare Franco Bossi, fratello di Umberto.[35][36] Nel 2006 decade dalla carica di deputato al Parlamento europeo e gli subentra Gian Paolo Gobbo. Viene quindi rieletto consigliere comunale a Milano, alle elezioni amministrative di quell’anno, con oltre 3 000 preferenze.[34] Dal 2006 è capogruppo della Lega Nord in consiglio comunale a Milano e vicesegretario nazionale della Lega Lombarda.

Alle elezioni politiche del 2008 è stato eletto parlamentare alla Camera dei deputati nella circoscrizione Lombardia 1.[37]

Il 7 giugno 2009 viene eletto al Parlamento europeo, con 70 000 preferenze;[34] un mese dopo si dimette da parlamentare italiano, scegliendo l’incarico europeo.[2][38]

Il 2 giugno 2012 è eletto nuovo segretario della Lega Lombarda con 403 voti contro i 129 dell’altro candidato, Cesarino Monti.[39] A seguito dell’elezione, il 12 ottobre ha deciso di lasciare l’incarico di capogruppo e consigliere comunale della Lega Nord a Milano dopo 19 anni. Il sindaco Giuliano Pisapia, dopo il suo discorso dimissionario, ha commentato: «Ci mancherai, Matteo».[23]

Alle elezioni politiche del 2013 viene eletto deputato, ma cessa il mandato il primo giorno della legislatura, sostituito da Marco Rondini, per mantenere l’incarico di europarlamentare.[40]

Salvini al convegno No Euro Day con i professori Claudio Borghi, Alberto Bagnai e Antonio Maria Rinaldi.
Nel settembre 2013, a seguito del sequestro all’azienda metallurgica Ilva di Taranto che avrebbe causato l’esubero di 1.400 dipendenti di sette fabbriche nel nord Italia,[41] Salvini, come altri deputati, senatori e consiglieri leghisti, appoggia e sostiene gli operai e con loro partecipa a un sit-in che blocca per quasi due ore la circolazione sulla strada statale 42 a Ceto in Valle Camonica.[42][43]

Il 23 novembre 2013, in occasione del No Euro Day, la giornata contro l’euro organizzata dalla Lega Nord, Salvini ha ospitato un convegno all’Hotel dei Cavalieri di Milano per discutere sull’uscita dell’Italia dall’euro con gli economisti Claudio Borghi, Antonio Maria Rinaldi e Alberto Bagnai.[44]

Segretario federale della Lega Nord
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Elezioni primarie della Lega Nord del 2013 ed Elezioni primarie della Lega Nord del 2017.
Il 7 dicembre 2013 vince le primarie degli iscritti contro Umberto Bossi e, con 8 162 voti (pari all’82% delle preferenze), viene eletto segretario federale della Lega Nord.[45][46] La proclamazione ufficiale è avvenuta al congresso federale straordinario tenutosi al Lingotto di Torino il 15 dicembre, dove è stato eletto a maggioranza dai delegati del partito.[46][47]

Discorso di Salvini prima di essere eletto segretario federale della Lega Nord.
In un articolo su La Padania, scritto poco dopo la sua elezione a segretario, Salvini ha delineato la sua visione del futuro del partito, il quale dovrà collocarsi in un’alleanza con la estrema destra europea, in nome dell’euroscetticismo.[48][49][50] Nel testo si legge:[50]

«A livello internazionale la priorità è sgretolare questo euro e rifondare questa Europa. Sì, quindi, alle alleanze anche con gli unici che non sono europirla: i francesi della Le Pen, gli olandesi di Wilders, gli austriaci di Mölzer, i finlandesi… insomma, con quelli dell’Europa delle patrie.»

Il 22 dicembre 2013, durante una manifestazione a Milano, Salvini ha definito l’euro una «moneta farlocca» (paragonandolo alle banconote del gioco Monopoli)[51] e, in merito all’abolizione delle province, ha affermato che «per la Lega gli enti inutili da tagliare non sono le province, ma le prefetture […]: non rappresentano niente e nessuno, costano un “botto”, non sono elette e, come diceva Einaudi settant’anni fa, sono contro la democrazia».[30]

In un’intervista ad Ai Radio, il 23 dicembre 2013, ha dichiarato che, in occasione delle elezioni europee del 2014, la Lega Nord correrà «da sola» presentandosi «in tutte e venti le regioni italiane».[52]

Nel 2014 Salvini ha proposto di lanciare una consultazione referendaria in Lombardia per chiedere l’indipendenza della regione dalla Repubblica Italiana.[53]

Matteo Salvini nel 2015.
Nel marzo 2014 Salvini ha dichiarato che la Lega Nord è «l’unico interlocutore italiano del Front National di Marine Le Pen» e ha poi aggiunto:[54][55]

«Stiamo lavorando a un documento, un programma comune che presenteremo prima delle europee. […] I primi contatti con la Le Pen risalgono a due anni fa. […] L’alleanza per un’Europa più libera fa paura a molti.»