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Po

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Po
SorgentePo.jpg

La sorgente del Po a Pian del Re

Stato Italia Italia
Regioni Piemonte Piemonte
Lombardia Lombardia
Emilia-Romagna Emilia-Romagna
Veneto Veneto
Lunghezza 652 km[1]
Portata media 1 540 m³/s
Bacino idrografico 71 000 km²
Altitudinesorgente 2 022 m s.l.m.
Nasce MonvisoPian del ReCuneo Cuneo
44°42′04″N 7°05′38″E
Sfocia Mar Adriatico
44°57′45″N 12°30′04″ECoordinate44°57′45″N 12°30′04″E (Mappa)
Mappa del fiume

Il Po (AFI/ˈpɔ/[2][3]) è un fiume dell’Italia settentrionale. La sua lunghezza, 652 km[1], lo rende il più lungo fiume interamente compreso nel territorio italiano[4], quello con il bacino idrografico più esteso (circa 71 000 km²) e anche quello con la massima portata alla foce, sia essa minima (assoluta 270 m³/s), media (1 540 m³/s) o massima (13 000 m³/s), oltre ad essere il quinto fiume europeo (esclusa la Russia) per portata media (dopo DanubioRenoRodano e Nipro).[senza fonte]

Ha origine in Piemonte, bagna direttamente tre capoluoghi (TorinoPiacenzaCremona) e ne lambisce un quarto (Ferrara), inoltre segna per lunghi tratti il confine tra Lombardia e Emilia-Romagna, nonché tra quest’ultima e il Veneto, prima di sfociare nel mare Adriatico in un vasto delta con sei rami. Per la maggior parte del suo percorso il Po scorre in territorio pianeggiante, che da esso prende il nome (Pianura Padana).

In ragione della sua posizione geografica, della sua lunghezza, del suo bacino e degli eventi storici, sociali ed economici che intorno ad esso hanno avuto luogo dall’antichità fino ai giorni nostri, il Po è riconosciuto come il più importante corso fluviale italiano.

Idronimo[modifica | modifica wikitesto]

Il fiume Po era geograficamente conosciuto già ai tempi dell’antica Grecia col nome di Eridanós (in greco anticoἨριδανός, in latinoEridanus; nell’italiano letterario Eridano); in origine stava ad indicare un fiume mitico, indicato grossolanamente a sud della Scandinavia, che si formò dopo l’ultima glaciazione europea (Würm).

Le prime fonti storiche sono nella Teogonia greca di Esiodo (VI secolo a.C. circa), come nome di uno dei tanti figli del titano Oceano e la ninfa Teti, e dai quali derivano vari nomi di fiumi europei. Tale nome fu poi ripreso dallo storico Polibio nel II secolo a.C.[5], dove Eridano era uno dei figli di Fetonte, caduto in un fiume durante una gara di bighe o carri, tanto da attribuirgli anche la porta dell’Ade, e cioè gli inferi, secondo la mitologia greca, ma anche il titolo di un principe dedito ai culti egizi, figura che compare spesso in antichissime leggende su Torino.

Tuttavia, il nome avrebbe radici ancor più antiche; sia in accadico che in sumerico, ma anche in altre radici semiticheEridu voleva dire genericamente un luogo o città di comando situatapresso un fiume, citando, ad esempio, una omonima cittadina mesopotamica risalente al XX secolo a.C.; parimenti, altre fonti storiche ci narrano che vi fu una piccola “Eridu” costruita anche nei pressi del Delta del Po, sul Mare Adriatico[6]; d’altra parte, il nome Eridano contiene l’antichissima radice semitica *rdn, che è comune ad alcuni altri nomi di fiumi qualiRodano, Reno, Danubio, Giordano.[senza fonte] Sempre nell’antica Grecia esisteva un piccolo fiume chiamato Eridano (da molto tempo in secca), che sorgeva dalle alture dell’Atticaorientale e si gettava nel Mar Egeo passando per la necropoli di Ceramico, nella parte sud della città di Atene.

Per i celtoliguri, che comparvero soltanto a partire dal IX secolo a.C. circa, il vecchio nome del Po era invece Bodinkòs o Bodenkùs, da una radice indoeuropea (*bhedh-/*bhodh-) che indica “scavare”, o “render profondo”, la stessa radice da cui derivano i termini italiani “fossa” o “fossato”, indicando così tutta la depressione geografica della zona fluviale padana.[7]Quindi, l’antico nome latino Padus – da cui l’aggettivo padano – deriverebbe, secondo l’opinione più diffusa, dalla stessa radice di bodinkòs; secondo altri però, deriverebbe da un’altra parola celto-ligurepades, indicante una resina prodotta da una qualità di pini selvatici particolarmente abbondante presso le sue sorgenti.

Il nome italiano Po si ottiene quindi dalla contrazione del latino Padus > Pàus > Pàu > . In diverse lingue slave (cecoslovaccopolaccoslovenoserbocroato) ma anche nelle lingue romanze, quali il romeno, spesso si usa ancora chiamare questo fiume Pad o Padus. Parimenti, negli aggettivi di lingua italiana, che solitamente ereditano la vecchia radice latina, esistono ancor oggi le parole paduanopadanopianura padana, fino a Padania, il cui utilizzo si è maggiormente diffuso a partire dagli anni novanta.

Evoluzione storica[modifica | modifica wikitesto]

Età antica[modifica | modifica wikitesto]

Attorno al X secolo a.C. la linea di costa era arretrata di circa 10 km rispetto a quella attuale. Il Po giungeva in mare con due estuari: sfociava a nord vicino all’attuale Chioggia, mentre a sud si gettava in mare in un punto equidistante rispetto alle attuali Ferrara e Ravenna. Il fiume si divideva in due rami all’altezza dell’attuale Ficarolo[8].

Nel VI secolo a.C. i greci fondarono sul ramo nord del Po (Po di Adria) l’emporio di Adria e, in poco tempo, presero a denominare Adrias Kolpos tutta la parte settentrionale del mare Adriatico. Successivamente, gli Etruschi fondarono sul ramo meridionale la città di Spina. Intanto, col tempo, si era verificata una modifica del regime delle acque, in seguito alla quale assunse la preminenza l’alveo meridionale[9]. Tra la protostoria e l’età romana il ramo di Adria si ridimensionò, mentre si incrementò il ramo meridionale. Lo dimostrano le vicende delle due città: mentre Adria visse un periodo di crisi, Spina conobbe il suo massimo splendore. Il Po ad Adria si interrò nel volgere di alcuni secoli[10].

Forse a causa del grosso afflusso di acque, il ramo spinetico raddoppiò: nacquero l’Olana(ora Po di Volano) e il Padoa (da cui potrebbe derivare il nome Po). Della allora linea di costa rimangono antichi dossi fossili: l’Argine Agosta, all’interno delle Valli di Comacchio. L’Olana sfociava più a nord rispetto a Spina ed aveva anche un’ulteriore diramazione verso nord da cui nasceva il tratto detto Gaurus (da cui derivano i nomi Goro e Codigoro) che sfociava nei pressi dell’attuale Mesola; le dune fossili di Massenzatica a sud e dall’altra sponda quelle di San Basilio testimoniano l’antica foce.

In epoca romana i porti più importanti sul Po furono: CremonaPiacenzaBrescelloOstigliaVicus Varianus (l’attuale Vigarano Mainarda) e Vicus Hobentia (l’attuale Voghenza).

Tre famosi autori romani descrissero il corso del fiume Po:

  • Plinio dice che il Po era navigabile fino a Torino come i suoi affluenti maggiori.
  • Polibio afferma che il Po si risaliva per duemila stadi (cioè per 355 chilometri, circa fino al Tanaro) a partire dall’antica foce del Volano. Polibio descrive il luogo di Trigaboli, dove il Po si divideva nei due rami dell’Olana e del Padoa. Trigaboli deriverebbe da tres gabuli, tre capi, probabilmente l’attuale Codrea. A monte della biforcazione doveva esserci un porto chiamato BodencusBodencus o Bodincus è un termine celtico di origine ligure che significava «profondo» e che fu usato anche per indicare l’intero fiume[11].
  • Strabone scrive che per andare da Piacenza a Ravenna seguendo il corso del Padusoccorrevano due giorni e due notti.

Ravenna, posta all’estremità meridionale del Delta, fu collegata al ramo spinetico tramite la Fossa Messanicia, un canale artificiale lungo 18 km.

Età medievale[modifica | modifica wikitesto]

In epoca medioevale il ramo principale del delta era costituito dall’attuale Po Morto di Primaro, formatosi nell’VIII secolo più a sud del Padoa, che scorre a sud delle Valli di Comacchio e che, dalla metà del XVIII secolo, costituisce la parte terminale del fiume Reno(anch’esso un tempo affluente del Po) nel quale il Reno stesso fu convogliato a seguito della creazione del Cavo Benedettino.

Anche il Po di Volano, che scorre a Ferrara, era uno dei due corsi principali: questa situazione si protrasse fino al 1152, anno della Rotta di Ficarolo. A seguito di forti e frequenti precipitazioni, il fiume ruppe la diga del nord presso i giunti delle braccia, a Ficarolo, nell’allora Transpadana Ferrarese; il corso del fiume si modificò e cominciò gradualmente ad assumere la conformazione attuale.

Il nuovo tratto, più breve degli altri, dove l’acqua scorreva quindi più veloce, divenne il corso principale chiamato Po di Tramontana e poi Po di Venezia, deviando dal Po di Volano a Pontelagoscuro, qualche chilometro a nord di Ferrara.

Il Po, insieme ad altri fiumi dell’Italia settentrionale, durante tutto il medioevo fu teatro di numerosissimi episodi militari e tutte le principali città e signorie rivierasche erano dotate di vere e proprie flottiglie fluviali[12].

Età moderna[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1600 e il 1604 la Repubblica di Venezia, nonostante le rimostranze dello Stato Pontificio, deviò il tratto finale del corso del Po tramite l’opera che fu chiamata “taglio di Porto Viro“.

Questa modifica estese in pochi anni il delta verso est, formando nuovi territori compresi nell’attuale Delta del Po, interrando parzialmente la sacca di Goro. Si formarono da nord a sud i rami del Po di LevantePo di MaistraPo di PilaPo delle TollePo di Gnocca e il Po di Goro (che preesisteva, ma raddoppiò la lunghezza). Inoltre a sud e a nord dell’attuale delta, nelle aree costiere private di apporto di sedimenti, in aggiunta al fenomeno della subsidenza, si acuirono fenomeni di erosione del cordone dunoso litoraneo e delle spiagge.

Una mappa del 1693 chiama Po di Venezia la biforcazione nord del Po di Goro. Proseguendo verso est e giunto nei pressi di Donada lo stesso ramo viene denominato Po delle Fornaci.

Il Po di Levante, durante le grandi bonifiche operate negli anni trenta del secolo scorso, riguardanti l’idrovia Fissero-Tartaro-Canalbianco, venne staccato dal Po di Venezia, rimanendone collegato tramite la conca di navigazione di Volta Grimana, e divenne il ramo terminale del Canalbianco.

Il Po di Volano raggiunge il mare con un piccolo estuario sfociando nella sacca di Goro.

Cartografia

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Lombardia

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Lombardia
regione
(IT) Regione Lombardia
Lombardia – Stemma Lombardia – Bandiera
(dettagli) (dettagli)
Lombardia – Veduta

I grattacieli di Porta Nuova a Milano, sulla destra il Palazzo Lombardia, sede del consiglio regionale.

Localizzazione
Stato Italia Italia
Amministrazione
Capoluogo Milano Milano
Presidente Attilio Fontana (Lega Nord) dal 26-3-2018
Data di istituzione 16 maggio 1970[1]
Territorio
Coordinate
del capoluogo
45°35′08″N9°55′49″ECoordinate45°35′08″N 9°55′49″E (Mappa)
Superficie 23 863,65 km²
Abitanti 10 039 185[2] (30-4-2018)
Densità 420,69 ab./km²
Province 11 + 1 città metropolitana
Comuni 1516[3]
Regioni confinanti Piemonte
Emilia-Romagna
Trentino-Alto Adige
Veneto
Cantone dei Grigioni(Svizzera Svizzera)
Canton Ticino(Svizzera Svizzera)
Altre informazioni
Lingue Italianolombardo
Fuso orario UTC+1
ISO 3166-2 IT-25
Codice ISTAT 03
Nome abitanti lombardi
Patrono sant’Ambrogio[4]
Giorno festivo 29 maggio (anniversario della battaglia di Legnano)
PIL (nominale) 358.187 milioni di [5]
(PPA) 330 042 milioni di €
PIL procapite (nominale) 36 100 €[5]
Rappresentanza parlamentare 101 deputati
49 senatori
Inno Lombardia, Lombardia[6]
Cartografia
Lombardia – Localizzazione
Lombardia – Mappa

Province e città metropolitana della Lombardia

Sito istituzionale

La Lombardia (AFI/lombar’dia/ in italiano/lombar’dia//lumbar’dia/ o /lumbar’dea/ in lombardo) è una regione italiana a statuto ordinario[7] dell’Italia nord-occidentale, prefigurata nel 1948 e istituita nel 1970.

Gli abitanti sono 10 039 185[2] e il territorio è suddiviso in 1 516 comuni (regione col maggior numero di comuni su tutto il territorio nazionale), distribuiti in 12 enti di area vasta(di cui 11 province e 1 città metropolitana, quella di Milano). La regione si posiziona prima in Italia per popolazione e per numero di enti locali, seconda per densità, dopo la Campania, e quarta per superficie[8], dopo SiciliaPiemonte e Sardegna.

Ha il suo capoluogo nella città di Milano e confina a nord con la Svizzera (Canton TicinoCanton Grigioni), a ovest col Piemonte, a est col Veneto e il Trentino-Alto Adige e a sud con l’Emilia-Romagna.

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Simboli della Lombardia.

Il gonfalone della regione

Una delle rose camune raffigurate nelle incisioni rupestri della Val Camonica, in provincia di Brescia.

I simboli della Lombardia sono, ai sensi dello statuto d’autonomia della regione, la bandiera, lo stemma, il gonfalone e la festa del 29 maggio[9].

Lo stemma ufficiale della Lombardia è costituito da una rosa camuna, antico simbolo solare, presente in 94 delle circa 140.000 incisioni rupestri della Val Camonica, in provincia di Brescia. Queste incisioni sono state realizzate dal Mesolitico (VIIIVI millennio a.C. circa) all’Età del ferro (I millennio a.C.) da diversi antichi popoli, tra cui i Camuni[10]. Le incisioni realizzate da questi ultimi, tra cui figura l’omonima rosa, sono state eseguite durante l’Età del ferro[10].

La rosa camuna sullo stemma della regione è in argento, a simboleggiare la luce. Sullo sfondo, il colore verde rappresenta la Pianura Padana. Adottato ufficialmente insieme con il gonfalone con la legge regionale n. 85 del 12 giugno 1975[11], lo stemma è stato introdotto su proposta dell’allora assessore alla cultura Sandro Fontana ed è stato disegnato nello stesso anno da Pino TovagliaBob NoordaRoberto Sambonet e Bruno Munari[12][13]

Il gonfalone è costituito da una riproduzione del Carroccio, grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine attorno al quale si raccoglievano e combattevano le milizie dei comuni medievali dell’Italia settentrionale, di cui rappresentava l’autonomia[14], e dallo stemma della regione[13]. Le dimensioni della gonfalone della Lombardia sono di 3×2 m e i nastri e la cravatta sono nei colori nazionali[13].

La Regione Lombardia non ha una bandiera ufficiale, ma negli uffici pubblici e nelle manifestazioni viene utilizzato lo stemma con la rosa camuna adattato in forma di bandiera[11].

La festa regionale della Lombardia, che è stata istituita con la legge regionale n. 15 del 26 novembre 2013[11], si celebra il 29 maggio in ricordo della vittoria della Lega Lombarda sulle truppe imperiali di Federico Barbarossa nella battaglia di Legnano, scontro armato avvenuto il 29 maggio del 1176 nei dintorni della città omonima con cui venne posta la fine al disegno egemonico dell’imperatore germanico sui comuni medievali del Nord Italia[15]. Dopo la decisiva sconfitta di Legnano, l’imperatore accettò un armistizio di sei anni (la cosiddetta “tregua di Venezia“), fino alla pace di Costanza, in seguito alla quale i comuni medievali dell’Italia settentrionale accettarono di restare fedeli all’Impero in cambio della piena giurisdizione locale sui loro territori[16].

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Evidenziata in azzurro la massima estensione del Regno longobardo(Regnum Langobardorum in latino) dopo le conquiste di Astolfo (751). In arancione i territori controllati dall’Impero bizantino.

Attestato e medaglia di bronzo dorata di eccellenza di I classe di pubblica benemerenza del Dipartimento della Protezione civile - nastrino per uniforme ordinaria Attestato e medaglia di bronzo dorata di eccellenza di I classe di pubblica benemerenza del Dipartimento della Protezione civile
«Per la partecipazione all’evento sismico del 6 aprile 2009 in Abruzzo, in ragione dello straordinario contributo reso con l’impiego di risorse umane e strumentali per il superamento dell’emergenza.[17]»
— D.P.C.M. 11 ottobre 2010, ai sensi dell’art. 5, comma 5, del D. P. C. M. 19 dicembre 2008

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

Il toponimo deriva dalla parola Longobardia (latLangobardia), utilizzata nell’Esarcato d’Italia per indicare l’area della penisola italiana che si trovava sotto il dominio della popolazione di origine germanica dei Longobardi, ovvero la Langobardia Maior (it. Longobardia Maggiore), che comprendeva i ducati longobardidell’Italia settentrionale e quello di Tuscia, e la Langobardia Minor (italiano Longobardia Minore), che includeva i due ducati longobardi dell’Italia centromeridionale, ovvero quello di Spoleto e quello di Benevento[18]. La restante parte della penisola italiana, che era invece sotto il dominio dell’Impero bizantino, era chiamata Romania, termine utilizzato anche per definire genericamente questo impero: l’uso del termine “bizantino” è infatti relativamente recente[18].

Durante l’epoca carolingia il termine Longobardia venne invece usato per chiamare la marcadell’Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno che aveva come capoluogo Milano e che aveva confini che erano molto più estesi della moderna Lombardia[18]. Anche nei secoli successivi il termine “Lombardia” continuò a definire un vasto territorio, area che corrispondeva all’intera Italia settentrionale[18].

Il nome “Lombardia”, che si ritrova nel saggio del 1553 Descrittione di tutta Italia di F. Leandro Alberti con la suddivisione in “Lombardia di qua dal Po” e “Lombardia di la dal Po”[19], quindi ancora con un significato che andava oltre agli attuali confini della regione, venne riportato all’uso moderno dopo la Guerra di successione spagnola quando l’Impero austriaco, impossessatasi di questa regione nel 1717, cominciò a indicarla come Lombardia austriaca: quindi, da questo punto in poi, con il termine “Lombardia” si iniziò a definire un territorio più limitato, corrispondente all’incirca alla moderna regione italiana[20][21].

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Geografia della Lombardia.

Generalità[modifica | modifica wikitesto]

Panorama della Valtellina dall’Alpe Piazzola nel comune di Castello dell’Acqua.

La superficie della Lombardia si divide quasi equamente tra pianura (che rappresenta circa il 47% del territorio) e le zone montuose (che ne rappresentano il 41%). Il restante 12% della regione è collinare.[22]

Sotto l’aspetto morfologico la regione viene divisa in quattro aree: una strettamente alpina, una montuosa o collinare, una pianeggiante (o poco mossa) suddivisa in Alta e Bassa pianura e infine la zona a sud del fiume Po. La regione è attraversata da decine di fiumi (tra cui il Po, fiume più grande d’Italia) ed è bagnata da centinaia di laghi di origine naturale e artificiale.

Raggiunge il punto più elevato con la Punta Perrucchetti (4.020 m), appartenente al massiccio del Bernina.

Orografia[modifica | modifica wikitesto]

Lombardia nord-occidentale vista dal satellite. Partendo da sinistra si vedono: il Lago Maggiore, il Lago di Lugano, il Lago di Como e quello d’Iseo in basso a destra. In basso a sinistra si nota l’area metropolitana di Milano.

In termini geografici, la Lombardia non si può considerare un territorio unitario, nel senso di territorio delimitato da precise conformazioni fisiche, sia per la varietà di paesaggi che l’attraversano senza racchiuderla, sia perché i confini amministrativi, molto spesso, sono il frutto di complesse vicende storiche. Tuttavia è possibile delineare a grandi linee il suo territorio amministrativo attraverso rilievi, laghi e fiumi.

A delimitare la Lombardia a nord si può utilizzare lo spartiacque alpino tra la Valtellina e le valli del Renoe dell’Inn anche se, a volte, questo confine oltrepassa il versante valtellinese. A est sono il lago di Garda e il fiume Mincio a separare la Lombardia dalle altre regioni italiane; così come a sud il Po(eccezion fatta per l’Oltrepò pavese e l’Oltrepò mantovano che si estendono più a sud), e a ovest il Lago Maggiore e il Ticino (con l’eccezione della Lomellina che sconfina verso il Piemonte) possono servire per distinguere la Lombardia dalle altre regioni. Questi confini racchiudono un territorio di circa 23.861 km² ,[23] rendendola la quarta regione italiana per estensione superficiale.

Attraversando la regione, da nord verso sud, s’incontrano lungo il cammino per primi i rilievi delle Alpi e poi, poco più a sud, le Prealpi seguite da dolci colline che smussano il passaggio dalla montagna alla Pianura Padana. Proprio lungo la fascia prealpina si trovano alcuni dei più grandi laghi d’Italia (come il lago di Garda, il Lago Maggiore e il lago di Como), mentre numerosi fiumi (come il Po, l’Adda, l’Oglio, il Mincio e il Ticino) e torrenti solcano le montagne, formando profonde valli, attraversano la pianura rendendola rigogliosa di vegetazione. In una piccola area a sud dell’Oltrepò pavese nella zona della val Trebbia, si ergono colline e montagne dell’Appennino ligure; qui il fiume Trebbia, per una piccola porzione, segna il confine più meridionale della regione.

La Lombardia per zone altimetriche.

I nomi delle Alpi della Lombardia derivano tutti dalle popolazioni che, al tempo degli antichi Romani, vivevano tra queste montagne. Le Alpi Lepontineprendono il nome dalla popolazione ligure dei Leponzi stanziata in questa zona e poi sottomessa dall’imperatore romano Augusto. Le Alpi Retiche dai Reti, popolazione di origine etrusca rifugiatasi nelle Alpi Centrali durante l’invasione celtica. Le Alpi Orobie dalla popolazione di origine ligure, o forse celtica, degli Orobi.[24]

Le catene montuose corrispondono al 40,5% del territorio regionale[25] e sono costituite dalle Alpi, dalle Prealpi e dagli Appennini. Appartengono alle Alpi lombarde una piccola porzione delle Alpi Lepontine e gran parte delle Alpi Retiche. Sul territorio montano della Lombardia spiccano quattro massicci orografici di rilievo: il BadileDisgrazia, il Bernina, l’Ortles-Cevedale e l’Adamello. I primi tre sorgono sullo spartiacque tra i bacini del Reno e dell’Inn a nord e dell’Adda e dell’Oglio a sud e solo in parte si ergono sul territorio nazionale. L’Adamello, invece, sorge tra i bacini dell’Adda e dell’Adige e si trova completamente in territorio italiano. Le Alpi lombarde raggiungono la massima quota alla Punta Perrucchetti (4020 m), nel massiccio del Bernina[N 1]; altra vetta importante è il Monte Cevedale, del massiccio dell’Ortles-Cevedale, che arriva a 3764 m. Il massiccio dell’Ortles-Cevedale ospita il ghiacciaio dei Forni che ha un’estensione di circa 12 km² ed è il più grande ghiacciaio vallivo d’Italia. A sud della Valtellina si stagliano le Alpi Orobie delimitate a est dalla Valcamonica e a ovest dal bacino del lago di Como.

Confinate a ovest dal Lago Maggiore e a est dal Lago di Garda si trovano le Prealpi lombarde le cui vette superano di poco i 2500 m di quota. Le Prealpi sono in prevalenza costituite da sedimenti calcarei e sono geologicamente più giovani delle Alpi. La loro origine sedimentaria ha permesso la formazione di solchi profondi nelle montagne, principalmente per opera dei ghiacciai, che hanno portato alla formazione di strette e profonde valli solcate da fiumi e occupate in parte dai laghi prealpini, sbarrati verso la pianura da rilievi morenici. I rilievi morenici a sud delle prealpi, assieme alle prime sporgenze orografiche, formano quella fascia collinare (12,4% del territorio) che collega le prealpi alla pianura e che contiene numerosi laghi piccoli e poco profondi.

La pianura lombarda occupa il 47,1% della superficie totale della regione ed è parte della Pianura Padana che si estende dal Piemonte alla Romagna, dalle Alpi agli Appennini. La pianura lombarda può essere suddivisa geologicamente in due parti: l’alta e la bassa. L’alta pianura è caratterizzata da materiali grossolani, molto permeabili, di origine alluvionale e presenta grossi solchi originati dai fiumi che scendono dalle montagne. La bassa pianura invece è formata da materiale argilloso, poco permeabile e declina dolcemente verso il Po. Il passaggio dall’alta alla bassa pianura lombarda è segnalato dalla presenza di riaffioramenti naturali d’acqua detti risorgive o fontanili causati dall’incontro della falda freatica proveniente dall’alta pianura con i terreni impermeabile della bassa. Questa linea ha un andamento parallelo a quello prealpino e passa per le città di MagentaMonzaTreviglioTrenzanoChiari e Goito.

Passi alpini[modifica | modifica wikitesto]

Arrows-folder-categorize.svg Le singole voci sono elencate nella Categoria:Valichi della Lombardia

Il versante settentrionale del passo dello Spluga

Le vallate alpine lombarde sono più ampie e larghe rispetto a quelle che si trovano, sempre sull’arco alpino, in Piemonte e in Valle d’Aosta[26]. La maggior parte di esse sono attraversate da torrenti che scendono verso la Pianura Padana formando fiumi che poi si immettono alla sinistra idrografica nel Po[26]. Grazie all’ampiezza delle loro valli i passi alpini lombardi, sebbene si trovino a un’altitudineelevata, sono facilmente accessibili[26].

I passi internazionali più importanti che si trovano sulle Alpi lombarde e che mettono in comunicazione la regione con la Svizzera sono il passo dello Spluga (2.118 m), il passo del Maloja (1.815 m) e il passo del Bernina (2.323 m), con quest’ultimi due che sono situati in territorio elvetico[26]. I passi nazionali più importanti sono invece il passo dello Stelvio (2.759 m) e il passo del Tonale (1.883 m), che mettono in comunicazione la Lombardia con il Trentino-Alto Adige[26]. Questi passi alpini rivestono una grande rilevanza anche da un punto di vista storico, visto che da sempre permettono una facile comunicazione tra la Lombardia e i suoi territori confinanti[26]. Da essa sono poi conseguiti costanti traffici commerciali, che hanno contribuito allo sviluppo della re

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Lombardia

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Localizzazione
Stato Italia Italia
Amministrazione
Capoluogo Milano Milano
Presidente Attilio Fontana (Lega Nord) dal 26-3-2018
Data di istituzione 16 maggio 1970[1]
Territorio
Coordinate
del capoluogo
45°35′08″N9°55′49″ECoordinate45°35′08″N 9°55′49″E (Mappa)
Superficie 23 863,65 km²
Abitanti 10 039 185[2] (30-4-2018)
Densità 420,69 ab./km²
Province 11 + 1 città metropolitana
Comuni 1516[3]
Regioni confinanti Piemonte
Emilia-Romagna
Trentino-Alto Adige
Veneto
Cantone dei Grigioni(Svizzera Svizzera)
Canton Ticino(Svizzera Svizzera)
Altre informazioni
Lingue Italianolombardo
Fuso orario UTC+1
ISO 3166-2 IT-25
Codice ISTAT 03
Nome abitanti lombardi
Patrono sant’Ambrogio[4]
Giorno festivo 29 maggio (anniversario della battaglia di Legnano)
PIL (nominale) 358.187 milioni di [5]
(PPA) 330 042 milioni di €
PIL procapite (nominale) 36 100 €[5]
Rappresentanza parlamentare 101 deputati
49 senatori
Inno Lombardia, Lombardia[6]
Cartografia
Lombardia – Localizzazione
Lombardia – Mappa

Province e città metropolitana della Lombardia

Sito istituzionale

La Lombardia (AFI/lombar’dia/ in italiano/lombar’dia//lumbar’dia/ o /lumbar’dea/ in lombardo) è una regione italiana a statuto ordinario[7] dell’Italia nord-occidentale, prefigurata nel 1948 e istituita nel 1970.

Gli abitanti sono 10 039 185[2] e il territorio è suddiviso in 1 516 comuni (regione col maggior numero di comuni su tutto il territorio nazionale), distribuiti in 12 enti di area vasta(di cui 11 province e 1 città metropolitana, quella di Milano). La regione si posiziona prima in Italia per popolazione e per numero di enti locali, seconda per densità, dopo la Campania, e quarta per superficie[8], dopo SiciliaPiemonte e Sardegna.

Ha il suo capoluogo nella città di Milano e confina a nord con la Svizzera (Canton TicinoCanton Grigioni), a ovest col Piemonte, a est col Veneto e il Trentino-Alto Adige e a sud con l’Emilia-Romagna.

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Simboli della Lombardia.

Il gonfalone della regione

Una delle rose camune raffigurate nelle incisioni rupestri della Val Camonica, in provincia di Brescia.

I simboli della Lombardia sono, ai sensi dello statuto d’autonomia della regione, la bandiera, lo stemma, il gonfalone e la festa del 29 maggio[9].

Lo stemma ufficiale della Lombardia è costituito da una rosa camuna, antico simbolo solare, presente in 94 delle circa 140.000 incisioni rupestri della Val Camonica, in provincia di Brescia. Queste incisioni sono state realizzate dal Mesolitico (VIIIVI millennio a.C. circa) all’Età del ferro (I millennio a.C.) da diversi antichi popoli, tra cui i Camuni[10]. Le incisioni realizzate da questi ultimi, tra cui figura l’omonima rosa, sono state eseguite durante l’Età del ferro[10].

La rosa camuna sullo stemma della regione è in argento, a simboleggiare la luce. Sullo sfondo, il colore verde rappresenta la Pianura Padana. Adottato ufficialmente insieme con il gonfalone con la legge regionale n. 85 del 12 giugno 1975[11], lo stemma è stato introdotto su proposta dell’allora assessore alla cultura Sandro Fontana ed è stato disegnato nello stesso anno da Pino TovagliaBob NoordaRoberto Sambonet e Bruno Munari[12][13]

Il gonfalone è costituito da una riproduzione del Carroccio, grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine attorno al quale si raccoglievano e combattevano le milizie dei comuni medievali dell’Italia settentrionale, di cui rappresentava l’autonomia[14], e dallo stemma della regione[13]. Le dimensioni della gonfalone della Lombardia sono di 3×2 m e i nastri e la cravatta sono nei colori nazionali[13].

La Regione Lombardia non ha una bandiera ufficiale, ma negli uffici pubblici e nelle manifestazioni viene utilizzato lo stemma con la rosa camuna adattato in forma di bandiera[11].

La festa regionale della Lombardia, che è stata istituita con la legge regionale n. 15 del 26 novembre 2013[11], si celebra il 29 maggio in ricordo della vittoria della Lega Lombarda sulle truppe imperiali di Federico Barbarossa nella battaglia di Legnano, scontro armato avvenuto il 29 maggio del 1176 nei dintorni della città omonima con cui venne posta la fine al disegno egemonico dell’imperatore germanico sui comuni medievali del Nord Italia[15]. Dopo la decisiva sconfitta di Legnano, l’imperatore accettò un armistizio di sei anni (la cosiddetta “tregua di Venezia“), fino alla pace di Costanza, in seguito alla quale i comuni medievali dell’Italia settentrionale accettarono di restare fedeli all’Impero in cambio della piena giurisdizione locale sui loro territori[16].

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Evidenziata in azzurro la massima estensione del Regno longobardo(Regnum Langobardorum in latino) dopo le conquiste di Astolfo (751). In arancione i territori controllati dall’Impero bizantino.

Attestato e medaglia di bronzo dorata di eccellenza di I classe di pubblica benemerenza del Dipartimento della Protezione civile - nastrino per uniforme ordinaria Attestato e medaglia di bronzo dorata di eccellenza di I classe di pubblica benemerenza del Dipartimento della Protezione civile
«Per la partecipazione all’evento sismico del 6 aprile 2009 in Abruzzo, in ragione dello straordinario contributo reso con l’impiego di risorse umane e strumentali per il superamento dell’emergenza.[17]»
— D.P.C.M. 11 ottobre 2010, ai sensi dell’art. 5, comma 5, del D. P. C. M. 19 dicembre 2008

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

Il toponimo deriva dalla parola Longobardia (latLangobardia), utilizzata nell’Esarcato d’Italia per indicare l’area della penisola italiana che si trovava sotto il dominio della popolazione di origine germanica dei Longobardi, ovvero la Langobardia Maior (it. Longobardia Maggiore), che comprendeva i ducati longobardidell’Italia settentrionale e quello di Tuscia, e la Langobardia Minor (italiano Longobardia Minore), che includeva i due ducati longobardi dell’Italia centromeridionale, ovvero quello di Spoleto e quello di Benevento[18]. La restante parte della penisola italiana, che era invece sotto il dominio dell’Impero bizantino, era chiamata Romania, termine utilizzato anche per definire genericamente questo impero: l’uso del termine “bizantino” è infatti relativamente recente[18].

Durante l’epoca carolingia il termine Longobardia venne invece usato per chiamare la marcadell’Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno che aveva come capoluogo Milano e che aveva confini che erano molto più estesi della moderna Lombardia[18]. Anche nei secoli successivi il termine “Lombardia” continuò a definire un vasto territorio, area che corrispondeva all’intera Italia settentrionale[18].

Il nome “Lombardia”, che si ritrova nel saggio del 1553 Descrittione di tutta Italia di F. Leandro Alberti con la suddivisione in “Lombardia di qua dal Po” e “Lombardia di la dal Po”[19], quindi ancora con un significato che andava oltre agli attuali confini della regione, venne riportato all’uso moderno dopo la Guerra di successione spagnola quando l’Impero austriaco, impossessatasi di questa regione nel 1717, cominciò a indicarla come Lombardia austriaca: quindi, da questo punto in poi, con il termine “Lombardia” si iniziò a definire un territorio più limitato, corrispondente all’incirca alla moderna regione italiana[20][21].

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Geografia della Lombardia.

Generalità[modifica | modifica wikitesto]

Panorama della Valtellina dall’Alpe Piazzola nel comune di Castello dell’Acqua.

La superficie della Lombardia si divide quasi equamente tra pianura (che rappresenta circa il 47% del territorio) e le zone montuose (che ne rappresentano il 41%). Il restante 12% della regione è collinare.[22]

Sotto l’aspetto morfologico la regione viene divisa in quattro aree: una strettamente alpina, una montuosa o collinare, una pianeggiante (o poco mossa) suddivisa in Alta e Bassa pianura e infine la zona a sud del fiume Po. La regione è attraversata da decine di fiumi (tra cui il Po, fiume più grande d’Italia) ed è bagnata da centinaia di laghi di origine naturale e artificiale.

Raggiunge il punto più elevato con la Punta Perrucchetti (4.020 m), appartenente al massiccio del Bernina.

Orografia[modifica | modifica wikitesto]

Lombardia nord-occidentale vista dal satellite. Partendo da sinistra si vedono: il Lago Maggiore, il Lago di Lugano, il Lago di Como e quello d’Iseo in basso a destra. In basso a sinistra si nota l’area metropolitana di Milano.

In termini geografici, la Lombardia non si può considerare un territorio unitario, nel senso di territorio delimitato da precise conformazioni fisiche, sia per la varietà di paesaggi che l’attraversano senza racchiuderla, sia perché i confini amministrativi, molto spesso, sono il frutto di complesse vicende storiche. Tuttavia è possibile delineare a grandi linee il suo territorio amministrativo attraverso rilievi, laghi e fiumi.

A delimitare la Lombardia a nord si può utilizzare lo spartiacque alpino tra la Valtellina e le valli del Renoe dell’Inn anche se, a volte, questo confine oltrepassa il versante valtellinese. A est sono il lago di Garda e il fiume Mincio a separare la Lombardia dalle altre regioni italiane; così come a sud il Po(eccezion fatta per l’Oltrepò pavese e l’Oltrepò mantovano che si estendono più a sud), e a ovest il Lago Maggiore e il Ticino (con l’eccezione della Lomellina che sconfina verso il Piemonte) possono servire per distinguere la Lombardia dalle altre regioni. Questi confini racchiudono un territorio di circa 23.861 km² ,[23] rendendola la quarta regione italiana per estensione superficiale.

Attraversando la regione, da nord verso sud, s’incontrano lungo il cammino per primi i rilievi delle Alpi e poi, poco più a sud, le Prealpi seguite da dolci colline che smussano il passaggio dalla montagna alla Pianura Padana. Proprio lungo la fascia prealpina si trovano alcuni dei più grandi laghi d’Italia (come il lago di Garda, il Lago Maggiore e il lago di Como), mentre numerosi fiumi (come il Po, l’Adda, l’Oglio, il Mincio e il Ticino) e torrenti solcano le montagne, formando profonde valli, attraversano la pianura rendendola rigogliosa di vegetazione. In una piccola area a sud dell’Oltrepò pavese nella zona della val Trebbia, si ergono colline e montagne dell’Appennino ligure; qui il fiume Trebbia, per una piccola porzione, segna il confine più meridionale della regione.

La Lombardia per zone altimetriche.

I nomi delle Alpi della Lombardia derivano tutti dalle popolazioni che, al tempo degli antichi Romani, vivevano tra queste montagne. Le Alpi Lepontineprendono il nome dalla popolazione ligure dei Leponzi stanziata in questa zona e poi sottomessa dall’imperatore romano Augusto. Le Alpi Retiche dai Reti, popolazione di origine etrusca rifugiatasi nelle Alpi Centrali durante l’invasione celtica. Le Alpi Orobie dalla popolazione di origine ligure, o forse celtica, degli Orobi.[24]

Le catene montuose corrispondono al 40,5% del territorio regionale[25] e sono costituite dalle Alpi, dalle Prealpi e dagli Appennini. Appartengono alle Alpi lombarde una piccola porzione delle Alpi Lepontine e gran parte delle Alpi Retiche. Sul territorio montano della Lombardia spiccano quattro massicci orografici di rilievo: il BadileDisgrazia, il Bernina, l’Ortles-Cevedale e l’Adamello. I primi tre sorgono sullo spartiacque tra i bacini del Reno e dell’Inn a nord e dell’Adda e dell’Oglio a sud e solo in parte si ergono sul territorio nazionale. L’Adamello, invece, sorge tra i bacini dell’Adda e dell’Adige e si trova completamente in territorio italiano. Le Alpi lombarde raggiungono la massima quota alla Punta Perrucchetti (4020 m), nel massiccio del Bernina[N 1]; altra vetta importante è il Monte Cevedale, del massiccio dell’Ortles-Cevedale, che arriva a 3764 m. Il massiccio dell’Ortles-Cevedale ospita il ghiacciaio dei Forni che ha un’estensione di circa 12 km² ed è il più grande ghiacciaio vallivo d’Italia. A sud della Valtellina si stagliano le Alpi Orobie delimitate a est dalla Valcamonica e a ovest dal bacino del lago di Como.

Confinate a ovest dal Lago Maggiore e a est dal Lago di Garda si trovano le Prealpi lombarde le cui vette superano di poco i 2500 m di quota. Le Prealpi sono in prevalenza costituite da sedimenti calcarei e sono geologicamente più giovani delle Alpi. La loro origine sedimentaria ha permesso la formazione di solchi profondi nelle montagne, principalmente per opera dei ghiacciai, che hanno portato alla formazione di strette e profonde valli solcate da fiumi e occupate in parte dai laghi prealpini, sbarrati verso la pianura da rilievi morenici. I rilievi morenici a sud delle prealpi, assieme alle prime sporgenze orografiche, formano quella fascia collinare (12,4% del territorio) che collega le prealpi alla pianura e che contiene numerosi laghi piccoli e poco profondi.

La pianura lombarda occupa il 47,1% della superficie totale della regione ed è parte della Pianura Padana che si estende dal Piemonte alla Romagna, dalle Alpi agli Appennini. La pianura lombarda può essere suddivisa geologicamente in due parti: l’alta e la bassa. L’alta pianura è caratterizzata da materiali grossolani, molto permeabili, di origine alluvionale e presenta grossi solchi originati dai fiumi che scendono dalle montagne. La bassa pianura invece è formata da materiale argilloso, poco permeabile e declina dolcemente verso il Po. Il passaggio dall’alta alla bassa pianura lombarda è segnalato dalla presenza di riaffioramenti naturali d’acqua detti risorgive o fontanili causati dall’incontro della falda freatica proveniente dall’alta pianura con i terreni impermeabile della bassa. Questa linea ha un andamento parallelo a quello prealpino e passa per le città di MagentaMonzaTreviglioTrenzanoChiari e Goito.

Passi alpini[modifica | modifica wikitesto]

Arrows-folder-categorize.svg Le singole voci sono elencate nella Categoria:Valichi della Lombardia

Il versante settentrionale del passo dello Spluga

Le vallate alpine lombarde sono più ampie e larghe rispetto a quelle che si trovano, sempre sull’arco alpino, in Piemonte e in Valle d’Aosta[26]. La maggior parte di esse sono attraversate da torrenti che scendono verso la Pianura Padana formando fiumi che poi si immettono alla sinistra idrografica nel Po[26]. Grazie all’ampiezza delle loro valli i passi alpini lombardi, sebbene si trovino a un’altitudineelevata, sono facilmente accessibili[26].

I passi internazionali più importanti che si trovano sulle Alpi lombarde e che mettono in comunicazione la regione con la Svizzera sono il passo dello Spluga (2.118 m), il passo del Maloja (1.815 m) e il passo del Bernina (2.323 m), con quest’ultimi due che sono situati in territorio elvetico[26]. I passi nazionali più importanti sono invece il passo dello Stelvio (2.759 m) e il passo del Tonale (1.883 m), che mettono in comunicazione la Lombardia con il Trentino-Alto Adige[26]. Questi passi alpini rivestono una grande rilevanza anche da un punto di vista storico, visto che da sempre permettono una facile comunicazione tra la Lombardia e i suoi territori confinanti[26]. Da essa sono poi conseguiti costanti traffici commerciali, che hanno contribuito allo sviluppo della re

la cicogna

Ciconia ciconia

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Cicogna bianca

Ciconia ciconia(Gollibolli)2.JPG

Ciconia ciconia

Stato di conservazione
Status iucn3.1 LC it.svg
Rischio minimo[1]
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Infraphylum Gnathostomata
Superclasse Tetrapoda
Classe Aves
Sottoclasse Neornithes
Superordine Neognathae
Ordine Ciconiiformes
Famiglia Ciconiidae
Genere Ciconia
Specie C. ciconia
Nomenclatura binomiale
Ciconia ciconia
Linnaeus1758
Nomi comuni
Cicogna europea
Sottospecie
  • C. c. ciconia
  • C. c. asiatica

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       Areale di nidificazione
Areale di svernamento

La cicogna bianca o cicogna europea (Ciconia ciconia Linnaeus1758) è un uccelloappartenente alla famiglia Ciconiidae, diffuso in EuropaAfrica e Asia.[2]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La cicogna bianca è un uccello inconfondibile grazie al suo piumaggio bianco e nero. È dotato di lunghe zampe e ha un collo e un becco lunghi. Presenta un piumaggio prevalentemente bianco, con solo le remiganti (primarie, secondarie e terziarie) delle ali nere. Nell’adulto il becco e le zampe sono di colore rosso acceso, anche se queste ultime spesso sono sporche di escrementi e quindi biancastre. In base all’età il colore del becco cambia: nei primi mesi il becco è grigio, ma con il passare degli anni diventa rosso; i giovani (dalla fine della loro prima estate all’inizio della seconda) hanno l’estremità nera.

La cicogna bianca è un uccello di grandi dimensioni (il terzo più grande nel genere Ciconia, dopo la cicogna bianca orientale e la cicogna maguari): dalla punta del becco alla punta della coda può essere lunga anche 110 cm, mentre l’apertura alare sfiora i 220 cm[3]. Il peso si aggira intorno ai 4 kg.[4] Mediamente i maschi sono leggermente più grandi delle femmine.

La cicogna bianca ha ali lunghe e larghe, adatte per planare. Quando è in volo si nota ancora meglio la distinzione tra le remiganti nere e il resto dell’ala bianco. Come tutte le altre cicognein volo tiene il collo disteso e le zampe allungate. Plana molto spesso; quando è in volo battuto i battiti sono lenti e regolari.

Distribuzione e habitat[modifica | modifica wikitesto]

Durante il volo le cicogne non tengono il collo piegato, al contrario degli aironi.

La cicogna bianca è nidificante in EuropaNordafricaTurchiaCaucasoIran e Asia centrale[1].

Risultati del censimento 2004/05 di cicogne bianche in Europa (numero di coppie nidificanti). Per quanto concerne l’Italia, la situazione è andata notevolmente miglioranda negli anni seguenti.

Distribuzione in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nidificazione di Cicogna bianca in Calabria su una piattaforma nido predisposta dalla Lipu di Rende.

La cicogna bianca nidificava in Italia ai tempi dei romani anche nella stessa Roma, costruendo i nidi sui cornicioni dei templi (come testimoniano VirgilioOvidioPlinio il Vecchio e molti altri)[5]. Cantata da Dante e specie nidificante nel Belpaese fino al ‘500, scomparve a partire dal XVII secolo.[5] Il ritorno spontaneo della specie venne registrato in Piemonte verso la fine degli anni cinquanta del Novecento.[5] In Italia negli ultimi anni si assiste a un lento ma costante incremento della popolazione nidificante. Nella stagione riproduttiva 2005, la cicogna bianca ha nidificato in PiemonteLombardiaVenetoFriuli-Venezia GiuliaEmilia-RomagnaToscanaCampaniaCalabriaPugliaSicilia e Sardegna.[6] Sempre al 2005 risultavano presenti nel Paese centosessanta coppie; particolarmente importante risulta la crescita costante della popolazione nidificante in Sicilia, che costituisce circa il 14% della popolazione italiana.[6]

La colonia spontanea di cicogne più grande d’Italia, infatti, si trova a Gela, in Sicilia. Nel 2011la Lipu ha monitorato nella Piana di Gela 40 coppie, accertando la nascita di 70 nuovi esemplari[7].

Le cicogne sono tornate persino a Milano, dove mancavano dal 1600: è stata infatti segnalata una coppia intenta a fabbricarsi il nido addirittura sulla tangenziale ovest, a pochi metri della carreggiata, presso San Giuliano Milanese.[8] Vista la particolarità della situazione, la sezione milanese della LIPU ha installato una stazione di rilevamento con una webcam che permette di monitorare il nido 24 ore su 24 tramite internet. A fine maggio 2010sono nati quattro pulcini, dei quali ben tre sono riusciti ad andare a svernare in Africa.[9][8]

A partire dal 1985 l’ornitologo racconigese Bruno Vaschetti, con la collaborazione della LIPU e sulla base di un progetto elaborato dal naturalista triestino Fabio Perco, inaugura un centro dedicato alla reintroduzione della cicogna bianca in Piemonte e cioè il “Centro Cicogne e Anatidi” di Racconigi (CN). Grazie alla collaborazione di Bruno Vaschetti con il centro svizzero di Altreu, allora gestito da Max Bloesch (da cui provenivano le prime dieci cicogne ospitate a Racconigi, nel corso degli anni la popolazione di cicogne è cresciuta costantemente, fino a ospitare, attualmente, una quarantina di coppie nidificanti ogni anno e quaranta animali stanziali. Nel medesimo anno ha preso il via anche il Centro Cicogne di Fagagna (Centro Faunistico Sperimentale), presso Udine mentre, successivamente, sono stati avviati altri centri come ad esempio a Ferrara, Treviso, Mantova ecc. Le prime esperienze in assoluto di allevamento di cicogne in Italia allo stato di semi-libertà sono state tuttavia effettuate a Faenza e risalgono agli anni ’70, per iniziativa dell’industriale Roberto Bucci e grazie all’entusiasmo dell’allevatore Carlo Gulmanelli, scomparso nel 2011.

Nel 2003 la Lipu di Rende (CS) ha lanciato, con il supporto di Enel Calabria, il “Progetto Cicogna bianca”[10]: ad oggi (2016) sono state installate 67 piattaforme artificiali sui tralicci e sui pali elettrici dell’Enel, di cui 56 in provincia di Cosenza, 8 in provincia di Crotone e 3 in provincia di Catanzaro. Tutti i tralicci sono stati isolati per prevenire la possibilità di folgorazione (elettrocuzione). Il progetto ha avuto molto successo: nel 2010 sono nati 30 pulli di cicogna da 7 coppie (contro le 2 coppie del 2003), di cui sei in provincia di Cosenza e una in provincia di Crotone[11]. Nell’ottobre del 2011 parte per la prima volta in Calabria (e in Italia) una sperimentazione, rientrante nel progetto, unica e originale nel suo genere ossia attirare le cicogne in migrazione tramite sagome tridimensionali in materiale plastico. Le suddette sagome mimano in modo quasi perfetto i soggetti selvatici, sia nella forma che nella dimensione che nel colore. In Calabria le coppie nidificanti di cicogna bianca sono salite a 9 nel 2011 e a 12 nel 2012, di cui 11 sulle piattaforme artificiali predisposte dal progetto della Lipu di Rende[12]. Dopo 16 anni la specie è tornata nella Piana di Tarsia e per la prima volta ha nidificato nei comuni di Rende[12] e di Bisignano[13]. Nel 2015 gli areali di nidificazione della Cicogna bianca in Calabria hanno interessato la Piana Sibari con 11 coppie, la Valle del Crati con 4 coppie e La Valle del Neto con una coppia, per un complessivo di 16 coppie, tutte nidificanti su piattaforme nido, che hanno portato alla nascita di 54 giovani cicogne.

Dal 2003 al 2015 sono nate in Calabria circa 350 cicogne.[10]

Nel 2012, 70 coppie hanno nidificato in Sicilia tra la Piana di Gela, la Piana di Catania, le Province di Siracusa, Agrigento, Trapani e Palermo. La colonia della Piana di Gela si è confermata la più grande d’Italia, con 38 coppie nidificanti e 80 pulcini[13].

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Voce[modifica | modifica wikitesto]

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Voce

Si tratta di un animale generalmente silenzioso. Durante il periodo della cova, può emettere fischi e “colpi di tosse”; durante la “parata nuziale” sono frequenti i colpi di becco ritmati, cosiddetto bill-clattering.[14]

Alimentazione[modifica | modifica wikitesto]

Ciconia ciconia

La cicogna non ha particolari esigenze alimentari, poiché si adatta a qualunque cibo, anche variando a seconda del luogo ma, in prevalenza, si nutre di cavallette o lombrichi, nonché pesciinvertebratipalustri e rane, aggiungendo a volte semibacchelucertole e persino roditori. Quando raggiunge l’Africa migrando, ha una più grande varietà di prede tra cui scegliere e, a seconda dei casi, predilige le piccole prede reperibili nelle zone umide (come anfibi o pesci), ovvero, nella savana, le numerosissime cavallette e altri insetti.

Riproduzione[modifica | modifica wikitesto]

Nei mesi di marzo e aprile, i genitori preparano su un albero, su un tetto o su un altro manufatto (p.e. un sostegno della rete elettrica) un grosso nido largo più di 1 metro, in cui la femmina depone in media 3-4 uova, che vengono covate per 35 giorni da entrambi i genitori.

Dopo la schiusa, sia il maschio che la femmina provvedono ad allevare i pulcini che , dopo 70 giorni, imparano a volare.

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Sottospecie[modifica | modifica wikitesto]

Sono state distinte due sottospecie:[2]

Specie simili[modifica | modifica wikitesto]

Se avvistata a terra la cicogna bianca è inconfondibile, ma in volo può essere confusa con il pellicano comune e con la gru. Il pellicano ha i colori molto simili a quelli della cicogna ma tiene il collo ripiegato in volo, mentre la gru ha il becco più corto ed è di colore grigio cenere. Un altro uccello con il colore delle ali simile alla cicogna è il capovaccaio.

Conservazione[modifica | modifica wikitesto]

La specie occupa un areale molto vasto, all’interno del quale la popolazione sembra essere in aumento. Per queste ragioni la Lista rossa IUCN attribuisce a questo taxon lo status “LC” (rischio minimo).[1]

Folklore[modifica | modifica wikitesto]

In diverse parti del mondo (compresa l’Italia) la cicogna viene associata alla nascita di un neonato: è un comune modo di dire che il bambino “è stato portato dalla cicogna”. L’origine di questa frase idiomatica è incerta, anche se fin dai tempi antichi il ritorno della cicogna era associato alla primavera e dunque al concetto di rinascita e rigenerazione. Una teoria spiegherebbe l’associazione tra cicogna e nascite col fatto che questi uccelli scegliessero per nidificare i comignoli dei camini accesi, per stare più al caldo: poiché quando nasceva un bambino i camini venivano accesi per riscaldare la casa, era comune che questi uccelli si trovassero sui camini di case dove era appena nato un bimbo[15].

Galleria d’immagini[modifica | modifica wikitesto]

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Riduci

Felis silvestris catus

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Gatto domestico

Collage of Six Cats-02.jpg

Felis silvestris catus

Stato di conservazione
Status iucn3.1 LC it.svg
Rischio minimo
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Infraphylum Gnathostomata
Superclasse Tetrapoda
Classe Mammalia
Sottoclasse Theria
Infraclasse Eutheria
Superordine Laurasiatheria
Ordine Carnivora
Sottordine Feliformia
Famiglia Felidae
Sottofamiglia Felinae
Genere Felis
Specie F. silvestris
Sottospecie F. s. catus
Nomenclatura trinomiale
Felis silvestris catus
Linnaeus1758
Nomi comuni
Gatto, micio
Specie di gatti allo stato selvatico

Il gatto domestico (Felis catus Linnaeus1758[1] o Felis silvestris catus Linnaeus1758) è un mammifero carnivoro appartenente alla famiglia dei felini.

Si contano una cinquantina di razze differenti riconosciute con certificazioni. Essenzialmente territoriale e crepuscolare, il gatto è un predatore di piccoli animali, specialmente roditori. Per comunicare utilizza vari vocalizzi (più di sedici), le fusa, le posizioni del corpo e produce dei feromoni. Prevalentemente domestico, il gatto può essere addestrato ad accettare istruzioni semplici e può imparare da solo a manipolare svariati meccanismi, anche complessi, tra cui le maniglie delle porte o le chiusure delle gabbie.

È il felino col più vasto areale nel mondo e con la popolazione più numerosa, protagonista anche di fenomeni di inselvatichimento così ampi da determinarne l’inclusione nella lista delle cento specie invasive più dannose da parte dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.[2]

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il nome italiano gatto deriva dal latino medievale gattus (VIII sec.), latino tardo cattus (IV sec.), classico catta (Marziale, c. 75 d.C.)[3] di origine incerta, forse africana (cfr. nubiano kadīs e berbero kaddīska, “gatto”;[4] arabo قط, “gatto maschio”[3] ed ebraico (chatul) חתול). Il tipo catta/cattus ha soppiantato il termine tradizionale latino fēlēs in tutta la Romània (ma non nel rumeno,[4] dove si usa pisică) e da questo deriva l’italiano gatto, lo spagnolo e portoghese gato, il francese chat. Dal termine tardolatino derivano anche le parole corrispondenti celtiche (cfr. irl. catgall. cathbret. kaz), germaniche (cfr. protogermanico*kattuz, da cui antico frisone kattenorr. köttrneer. kata.a.t. kazzated. Katzeags. cattingl. cat) e slave (cfr. Antico slavo ecclesiastico котъка kotŭkabulg. котка kotkarucroatomačka), nonché il lituano kate e il finlandese katti[3] e il greco moderno γάτο.

Anatomia[modifica | modifica wikitesto]

Cranio

La temperatura corporea del gatto oscilla fra i 38 e i 38,5 °C; la frequenza respiratoria normale è di 10/20 respiri al minuto e quella cardiaca di 110/140 battiti al minuto.

Scheletro e muscoli[modifica | modifica wikitesto]

Il suo corpo è molto agile, flessibile e massiccio, tale da consentirgli di camminare molto silenziosamente e di spiccare grandi salti; le sue unghie retrattili (più precisamente protrattili, dato che nella condizione ordinaria di riposo si trovano nascoste e sono estratte solo all’occorrenza) gli permettono di arrampicarsi e di afferrare con grande agilità. Lo scheletro è formato da 250 ossa. Le vertebre del collo sono corte e la colonna vertebrale molto mobile. La clavicola dei gatti, come per tutti i felini, è piccola e collegata allo sterno unicamente da un legamento: ciò gli conferisce una grande mobilità visto che le spalle possono muoversi indipendentemente. Le vertebre caudali prolungano la colonna; il loro numero è variabile in funzione della razza.

Artiglio

La coda ha un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio. Le zampe anteriori terminano con cinque dita fornite di artigli prottatili, formati da cheratina, ma solo quattro di essi toccano il suolo, visto che il quinto dito, detto “sperone“, resta di fianco. Esistono comunque casi di polidattilia felinain cui il gatto risulta avere sei o addirittura sette dita per zampa. Le zampe posteriori, più lunghe di quelle anteriori, terminano con quattro dita fornite anch’esse di artigli protrattili. I cuscinetti sono costituiti da membrane elastiche che gli conferiscono un’andatura silenziosa. Sotto le zampe, come nel muso e sopra gli occhi sono anche presenti le “vibrisse” che hanno la funzione di controllare l’equilibrio del felino. I muscoli dorsali sono molto flessibili e quelli delle zampe posteriori molto potenti.

Queste specifiche conferiscono all’animale una grande agilità e un’ampiezza quando salta: può saltare a un’altezza cinque volte superiore alla sua statura. Nella corsa può raggiungere i 60 km/h e percorrere 120 m in sette secondi, ed è un corridore di lunghe distanze e non si stanca molto velocemente. Contrariamente a quello che generalmente si pensa, tutti i gatti sanno nuotare molto bene ma esitano a gettarsi in acqua se costretti. Un gatto pesa in media tra i 2,5 e i 4,5 kg e misura da 46 a 51 cm senza la coda che misura dai 20 ai 25 cm. Il record di peso e grandezza è detenuto da Balù, un gatto castrato Italiano che alla sua morte nel 2010 pesava 23 kg per 96,5 cm di lunghezza totale.

Sistema digestivo[modifica | modifica wikitesto]

Organi interni

Come tutti i carnivori, l’ultimo premolare superiore e il primo molare inferiore formano i cosiddetti “ferini“. Questi permettono ai gatti di strappare il cibo, grazie ai potenti muscoli fissati alle pareti laterali del suo cranio, inghiottendo senza masticare. La mandiboladel gatto è fatta in modo che, pur consentendo unicamente una masticazione verticale, ha il vantaggio di permettere un effetto a forbice. L’osso ioideo è ossificato internamente: ciò permette al gatto di fare le fusa, ma non di ruggire. Contrariamente all’uomo, il gatto mastica poco e il processo di digestione comincia nello stomaco e non in bocca.

Lo stomaco del gatto è piccolo (circa 300 millilitri), ma possiede un’acidità molto elevata che è utile anche come mezzo di prevenzione delle infezioni digestive.[5] I suoi reni sono così efficienti da consentirgli di sopravvivere a una dieta basata solo su carne, senza ulteriore acqua, o da permettere di idratarsi anche bevendo acqua di mare.[6]

I cambi di direzione del pelo sul muso

Il suo intestino piuttosto corto (circa un metro per l’intestino tenue e da 20 a 40 cm per il colon) è tipico dei cacciatori di piccole prede. Queste dimensioni spiegano perché il gatto deve mangiare frequentemente ma in piccole quantità (tra i dieci e i sedici pasti).[7] Il sistema digestivo del gatto è anche poco adatto alla varietà alimentare, che gli può causare delle diarree e dei vomiti. Infine il transito degli alimenti nel sistema digestivo dei gatti è rapido: tra le dodici e le quattordici ore.[5]

Il pelo[modifica | modifica wikitesto]

La colorazione differenziale della sua pelliccia dipende dall’inattivazione selettiva di cromosomi X nelle sue cellule, che portano alleli diversi per il colore del pelo. La sordità, ad esempio, è una malattia molto comune nei gatti bianchi a causa di una predisposizione genetica (gene W). I gatti bianchi più colpiti sono generalmente quelli con gli occhi azzurri, sempre a motivo dello stesso gene W.[8] Il colore del pelo è molto vario in funzione delle razze: si va dalle razze a pelo lungo fino a razze quasi del tutto senza pelo come lo sphynx.

Probabilmente in origine il pelo era di colore grigio-marrone tigrato adatto alla mimetizzazione durante la caccia. La pelliccia del gatto è composta da peli lunghi che coprono la superficie esterna e da peli corti sotto. Questo permette un buon isolamento termico. Il manto di un gatto è composto da più colori che formano diversi motivi. Certi esemplari hanno delle grandi macchie mentre altri delle striature o delle macchie più piccole. Il colore del pelo di un gatto può avere più tinte (nero, bianco, rosso) più o meno diluiti o scuri. Il maschio per delle ragioni genetiche può assumere solo uno o due colori alla volta, salvo rare eccezioni (il maschio calico è geneticamente sterile). In principio solo le femmine possono portare tre colori (gatto calico o tartarugato).

Il gatto impiega molto tempo nella pulizia del suo pelo perché questo è molto importante per regolare la sua temperatura corporea. La sua lingua è coperta da piccole papille che la rendono molto ruvida, e gli permettono di snodare il pelo durante la sua toelettatura (salvo casi particolari, i gatti si “lavano” ogni giorno).

Avendo un elevato rapporto fra superficie epidermica e peso, il rischio di dispersione termica è grande. Se il pelo fosse in disordine o sporco, le caratteristiche isolanti sarebbero meno efficaci. Inoltre in estate, il fatto di bagnare la pelliccia provoca un raffreddamento grazie all’evaporazione della saliva. I gatti perdono il pelo all’inizio della stagione estiva per effetto della muta.

I sensi[modifica | modifica wikitesto]

Predatore crepuscolare, il gatto possiede dei sensi molto sviluppati. Percepisce il mondo diversamente dagli esseri umani; è forse per questo che gli vengono associati dei poteri soprannaturali. Esistono diverse storie che raccontano come dei gatti hanno predetto dei terremoti o altre catastrofi, scappando prima del fenomeno. La spiegazione è probabilmente legata alla percezione di frequenze che non sono udibili dagli esseri umani.

Vista[modifica | modifica wikitesto]

Riducendo le pupille a due fessure, il gatto riesce a minimizzare la quantità di luce che il suo occhio riceve

il cane

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Canis lupus familiaris

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Cane

Collage of Nine Dogs.jpg

Varie razze di cani

Stato di conservazione
Status iucn3.1 LC it.svg
Rischio minimo
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Infraphylum Gnathostomata
Superclasse Tetrapoda
Infraclasse Placentalia
Ordine Carnivora
Sottordine Caniformia
Famiglia Canidae
Sottofamiglia Caninae
Genere Canis
Specie C. lupus
Sottospecie C. l. familiaris
Nomenclatura trinomiale
Canis lupus familiaris
Linneo1758

Il cane (Canis lupus familiaris Linnaeus1758) è un mammifero appartenente all’ordine Carnivora, della famiglia dei canidi. Con l’avvento dell’addomesticazione si è distinto dal lupo, del quale rappresenta una forma neotenica (anche se al riguardo ci sono opinioni divergenti[1]). Si tratta d’un canino dalla taglia piccola a grande con una plasticità fenotipica molto variabile. Il mantello può essere corto o lungo, ispido o morbido, liscio o riccio, con una borra di cui molte razze fanno la muta. Il colore varia dal bianco a sfumature grige o nere, talvolta ritenendo una forma di controilluminazione ancestrale, con una superficie superiore scura ed inferiore chiara. La testa può essere brachicefalamesaticefala o doligocefala. La coda varia in forma e lunghezza, essendo persino assente in certe razze. Alcune razze dispongono d’un quinto dito vestigiale sugli arti posteriori.[2]

L’addomesticazione del cane da parte dell’uomo ha origini antichissime. I più antichi resti fossili di cane in uno stanziamento umano sono stati rinvenuti in una tomba natufiana, e risalgono a 11.000-12.000 anni fa;[3] ma si suppone che l’origine del rapporto fra le due specie si collochi molto più indietro nel tempo, fra 19.000 e 36.000 anni fa.[4] Lo studio di un cranio di “canide simile a un cane” ma non direttamente collegato al cane moderno, rinvenuto nei monti Altaj in Siberia, ha fatto ipotizzare che le diverse razze canine moderne non abbiano un unico progenitore comune, ma discendano da diversi distinti processi di addomesticamento dei lupi in diverse aree del mondo.[5]

Nel 2001 la popolazione stimata di cani era di 400 milioni;[6]

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

La parola “cane” deriva dalla parola del latino “canis”. Il prefisso cino– (usato in molti termini composti, come cinofilia) deriva dal greco kyon / kynòs (κύων, κυνός, ὁ); questa radice è comune a tutte le lingue indoeuropee tra cui il sanscrito e il vedico (çuan). L’origine rimane incerta.[7]

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Cuore di cane. Campione diafanizzatoper la visualizzazione delle strutture anatomiche.

Il cane ha una grande variabilità nelle caratteristiche biologiche, per la selezione operata dalla natura (per i diversi luoghi di provenienza), per le varie specie nate nel corso dei secoli, e soprattutto per via della selezione fatta dall’uomo (suo compagno fin dall’età preistorica); questa varietà è tale da richiedere, secondo alcuni[senza fonte] la divisione in sottospecie e morfologie. Il peso dell’adulto può variare da 700 g ai 111 kg. Ha un ciclo estrale che si ripete due volte l’anno (mentre il lupo ha un periodo d’estro l’anno); questa caratteristica è dovuta in parte alla selezione effettuata nei secoli dall’uomo (per facilitare l’allevamento), in parte alla selezione naturale.[senza fonte]. Tuttavia in cani particolarmente primitivi come il Cane lupo cecoslovacco, il Cane lupo di saarloos o il Mastino tibetano, l’estro, come nel lupo, avviene una volta l’anno e talora viene inibito da condizioni ambientali sfavorevoli, ad esempio conflitti sociali tra cani che convivono.

Per tutte le razze il periodo di gestazione è di circa 62 giorni. Vengono alla luce da 1 a 10 piccoli, a seconda della taglia dell’animale. Notevoli sono i cambiamenti apportati nel corso dei secoli dalla selezione operata dall’uomo, sia come caratteristiche fisiche (colore, peso, qualità sensoriali), sia come caratteristiche di socializzazione. Notevole importanza è stata posta da sempre nell’educazione e nel comportamento del cane.Tutte le razze hanno una predisposizione al comportamento giocoso e socievole durante la loro esistenza: caratteristiche che nel lupo, in parte, scompaiono in età adulta.[senza fonte]

Il cane viene generalmente considerato onnivoro.[8][9][10]

Il senso dell’olfatto[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: rinario.

Rinario di un cane

Il cane ha un senso dell’olfatto molto sviluppato; la corteccia olfattiva ha un ruolo predominante nel cervello del cane, analogamente a quanto avviene per la corteccia visiva dell’uomo. Si stima che i cani abbiano un olfatto 100 milioni di volte più sviluppato, quindi più efficace per le varie necessità, di quello umano.

Parte fondamentale del suo processo di riconoscimento degli odori è la conformazione del suo naso (il tartufo o rinario) e soprattutto la potente mucosa interna, in grado di distinguere una sola molecola di una sostanza su milioni di altre[senza fonte]. Il tartufo rappresenta l’estremità terminale del naso del cane. L’impronta delle circonvoluzioni che lo contraddistinguono è specifica dell’individuo e, al pari delle impronte digitali dell’essere umano, può essere usata come efficace sistema di riconoscimento[senza fonte]. La mucosa che riveste internamente il naso del cane svolge gli stessi compiti di quella di qualsiasi altro mammifero. All’estremità del tartufo si trovano le froge o cavità per aspirare l’aria e, come in altri mammiferi, al confine mucosocutaneo, ci sono vibrisse laterali, grossi peli con funzioni sensoriali molto importanti.

Oltre all’olfatto, il naso del cane ha molte funzionalità aggiuntive. La maggior parte delle ghiandole sudoripare del cane sono concentrate nella mucosa interna del tartufo, cosa che lo rende importante dal punto di vista della regolazione termica. Inoltre, esso è dotato di recettori del freddo che recepiscono l’evaporazione dell’umidità causata dalle correnti d’aria, e consentono al cane una notevole precisione nel determinare la direzione di provenienza degli odori. Questa caratteristica è stata sfruttata dall’uomo per l’addestramento di cani per la ricerca di animali, persone, tartufi, o sostanze particolari, come stupefacenti o esplosivi.

Evoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Addomesticamento del cane.
«Non esiste patto che non sia stato spezzato, non esiste fedeltà che non sia stata tradita, all’infuori di quella di un cane veramente fedele.[11]»
(Konrad Lorenz)

I cani domestici discendono dai lupi grigi

I più recenti studi basati sulla genetica, supportati da ritrovamenti paleontologici, hanno portato a ritenere valido il riconoscimento del lupo grigio (Canis lupus) come progenitore del cane domestico, riconosciuto come sottospecie (Canis lupus familiaris). Ancora incerte sono le ipotesi sul processo di domesticazione. Una delle ipotesi più accreditate è quella dei coniugi Ray e Lorna Coppinger, biologi, che propongono la teoria di un “domesticamento naturale” del lupo, una selezione naturale di soggetti meno abili nella caccia, ma al contempo meno timorosi nei confronti dell’uomo, che avrebbero cominciato a seguire i primi gruppi di cacciatori nomadi, nutrendosi dei resti dei loro pasti, ma fornendo inconsapevolmente un prezioso servizio di “sentinelle”, stabilendosi in seguito nei pressi dei primi insediamenti, e dando il via ad una sorprendente coabitazione tra due specie di predatori, con reciproci vantaggi.

Alcuni di questi “cani selvatici” sarebbero poi stati avvicinati ed adottati nella comunità umana (cani del villaggio, i “cani pariah” che si trovano ancora in alcune società, “di tutto il villaggio”, tollerati per il loro ruolo di spazzini e di predatori di piccoli animali nocivi), dando il via ad un perfetto esempio di coevoluzione. Quasi certamente, come dimostrato anche dagli studi di Dimitri Belayev, la naturale selezione basata sulle attitudini caratteriali al domesticamento ha provocato la comparsa di mutamenti fisici (dalla riduzione del volume cranico, all’accorciamento dei denti, ma anche la comparsa di caratteri quali le chiazze bianche sul mantello e le code arricciate).

In una ricerca pubblicata nel 2013 sulla rivista scientifica Science, alcuni ricercatori dell’Università di Turku in Finlandia hanno utilizzato il DNA mitocondriale,[12] comparando il genoma di 18 canidi preistorici europei e americani con uno spettro del genoma di cani e di lupi attuali. Le somiglianze risultanti dalla comparazione indicherebbero che filogenicamente tutti i cani moderni sono maggiormente simili ai cani europei, sia moderni che preistorici. Le analisi molecolari suggerirebbero come datazione che i primi casi di addomesticamento del cane dal lupo risalirebbero ad un periodo compreso tra il 18.800 e 32.100 anni fa, in popolazioni nomadi di cacciatori raccoglitori europee.

Cranio di cane addomesticato preistorico, rinvenuto in Siberia, vecchio di 33.000 anni

Questo studio contraddirebbe la tesi secondo la quale le prime domesticazioni siano avvenute in Asia in popolazioni stanziali; anche se episodi “abortiti” di domesticazione sono avvenuti in varie epoche e luoghi.[13] In Europa primo resto archeologico di cane è stato ritrovato in Belgio nella caverna di Goyet (nelle Ardenne) e risale a 31.000 anni fa. Scoperto nel 1870 si è ritenuto per molto tempo che fosse un lupo ma nel 2007 è stato ristudiato e ricatalogato. Inoltre, nei siti archeologici più antichi, numerosi sono i ritrovamenti di resti di cani (che pure testimoniano le prime differenze dall’antenato selvatico). La testimonianza più antica di un legame fra cani ed umani risale al Gravettiano (circa 28.000 anni fa) e sono le orme di un bambino e di un cane ritrovate presso la grotta di Chauvet, nel sud della Francia.

Sono stati scoperti siti tombali risalenti allo stesso periodo (25.000/28.000 anni fa) che dimostrano una sepoltura rituale di cani (introduzione di un osso di mammut nella bocca di uno dei tre cani ritrovati). Tuttavia, la prima testimonianza di un legame affettivo tra uomo e cane risale al più recente periodo natufiano (circa 12.000 anni fa) presso il sito di Ein Mallahain Israele con una tomba che conserva i resti di un uomo anziano coricato su un fianco in posizione fetale che protende un braccio verso i resti di un cucciolo di cane.

Un dipinto, che ritrae un boxervicino alla sua cuccia

Alla luce delle esperienze in cui si è tentato di addomesticare il lupo (tentativi tutti miseramente falliti) o di ibridazione dello stesso con i cani (gli unici tre tentativi riusciti, dopo innumerevoli peripezie, sono il Cane lupo cecoslovacco, il Saarloos e il Lupo Italiano) sembra alquanto inverosimile che la prima differenziazione tra razze diverse sia da attribuire alle diverse sottospecie di lupo (che, secondo la tradizione, vennero addomesticate quasi contemporaneamente in diverse parti del mondo, in situazioni geografiche e climatiche altrettanto dissimili); appare più logico, invece, che le prime razze siano state selezionate in maniera molto più semplicemente empirica tramite l’accoppiamento di cani pariah con caratteristiche analoghe (ad esempio i levrieri ancestrali possono essere stati il frutto di selezione fra cani snelli, veloci ed abili predatori, così come gli antenati del Basenjifurono selezionati accoppiando cani di piccola taglia con gambe snelle particolarmente abili nel cacciare i topi).

Successivamente, i soggetti più dotati fisicamente e/o attitudinalmente per i diversi impieghi, furono selezionati con metodi sempre più efficaci: a quanto pare i primi ad effettuare un processo selettivo sistematico furono i romani intorno al III-IV sec. a.C. Può essere interessante osservare come le grandi variazioni morfologiche che hanno permesso al lupo di “trasformarsi” in AlanoChihuahua oppure Bassotto, si siano presentate nel corso dei secoli in forma involontaria, vere e proprie mutazioni spontanee che l’uomo ha saputo sfruttare.

Si sono talvolta sfruttate quelle che potevano apparire assurde bizzarrie genetiche, quali il nanismo acondroplasico (arti corti su corpi normali), utili in cani adibiti a seguire la selvaggina nel folto dei cespugli, o dentro le tane: ecco la comparsa delle forme “bassotte” in molte razze da caccia. Molto interessante, poi, la ricostruzione dell’evoluzione delle razze attraverso il fenomeno del pedomorfismo neotenico, la conservazione cioè nei cani adulti di alcuni tratti morfologici e caratteriali tipici di diverse fasi giovanili dello sviluppo del lupo. In base a tale teoria, si possono raccogliere le razze in 4 gruppi:

Nel tempo, l’uomo ha selezionato diverse razze e varietà di cani per avere un aiuto nelle sue attività: esistono quindi razze di cani da pastore, da cacciada guardia, da compagnia, da corsa.

la pecora

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Ovis aries

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Pecora

Sheep.jpg

Una pecora (Ovis aries)

Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Infraphylum Gnathostomata
Superclasse Tetrapoda
(clade) Amniota
Classe Mammalia
Infraclasse Eutheria
Superordine Laurasiatheria
Ordine Artiodactyla
Sottordine Ruminantia
Infraordine Pecora
Famiglia Bovidae
Sottofamiglia Caprinae
Genere Ovis
Specie O. aries
Nomenclatura binomiale
Ovis aries
Linnaeus1758

Gregge di pecore in Patagonia, Argentina

La pecora (Ovis aries Linnaeus1758) è un mammifero della famiglia dei Bovidae.

Si tratta di un animale addomesticato in epoca antichissima, diffuso attualmente in ogni continente. Vive principalmente in greggi, per gestire i quali l’uomo si affida spesso a cani pastore.

Il nome pecora (lat. pecus “bestiame di piccolo taglio” passato poi a identificare un singolo animale) è riservato all’adulto femmina, il maschio della specie è chiamato montone (o anche ariete), mentre il piccolo è denominato agnello fino a un anno di età.

L’età di una pecora si stabilisce dal grado di usura degli incisivi, che come in tutti i bovidi sono presenti esclusivamente nella mandibola, mentre la mascella presenta nella zona corrispondente una formazione ossea continua. Gli agnelli, alla nascita, hanno otto denti da latte provvisori. A un anno i due incisivi frontali sono sostituiti da quelli permanenti; all’età di due anni si aggiungono altri due incisivi permanenti e fra i 3-4 anni si completa la dentizione permanente per arrivare intorno al quarto anno d’età agli otto incisivi definitivi.

La pecora è un mammifero perché allatta i suoi piccoli, un artiodattilo perché ha un numero pari di dita, un ruminante perché rumina il cibo, un cavicorno perché ha le corna vuote ed un erbivoro perché si nutre solo di erbe.

La pecora è di carattere timido ma, al contrario di quanto si possa pensare, è molto intelligente, dotata di buona memoria e facilità di apprendimento. Generalmente il vello delle pecore è marcatamente folto e fitto, estremamente riscaldante e di rapida crescita; è solitamente di colore bianco, biancastro, bianco sporco, talvolta anche nocciola. Spesso nei piccoli agnelli il pelo, non ancora lanoso, può essere transitoriamente molto scuro, quasi nero.

Dimensioni[modifica | modifica wikitesto]

Le dimensioni delle pecore variano notevolmente in funzione dell’età, del sesso e della razza. Sono comunque approssimative, perché la quantità spesso ingente di lana rende difficoltosi questi test fisici. Le misure sono invece molto più chiare se l’animale è stato sottoposto alla tosatura. In linea di massima, la pecora raggiunge la massima lunghezza a un terzo circa della sua età (può vivere anche 16-19 anni), poco dopo essere maturata sessualmente. Il peso cambia in virtù delle medesime varianti, ma è generalmente paragonabile a quello di un essere umano, oscillando mediamente tra i 50 e i 100 kg. Raggiunge un’altezza alla spalla tra il 70 e 120 cm[1].

Razze[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Lista di razze ovine.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

agnello al Serengeti ParkGermania

La pecora viene allevata per il latte, per la carne e per la lana e anche per il cuoio.

Per quanto riguarda l’Italia, la Sardegna occupa un ruolo importante nell’industria dell’allevamento di questi animali, ma è rilevante anche in AbruzzoMoliseLazioSiciliaToscanaCampaniaBasilicataMarche e Calabria.

Nel mondo, l’allevamento delle pecore è molto diffuso in Australia (regioni del Nuovo Galles del SudVictoria e Australia Occidentale[2], dove l’importazione della qualità merinos ha portato all’esplosione del commercio dei prodotti degli ovini), in Nuova Zelanda (che ha importatomoltissime specie americane), in Argentina (con un commercio indirizzato prevalentemente all’Europa) e in Sudafrica (con il commercio della carne delle specie locali).

Carne[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Carne ovina.

Gli agnelli vengono allevati principalmente per la carne, solo una parte viene infatti allevata per essere destinata alla riproduzione. È tradizione diffusa in molte zone d’Italia mangiare carne d’agnello nel giorno di Pasqua, l’agnello è del resto l’animale sacrificale per eccellenza nelle culture che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. La carne di pecora ha un sapore caratteristico, e dall’odore particolare, soprattutto se l’agnello è molto giovane e di media costituzione.

In molte zone dell’Italia centrale l’agnello da latte, cioè con poco più di un mese di vita, da molti preferito per la carne tenera, è chiamato abbacchio.

Latte e formaggi[modifica | modifica wikitesto]

Il latte come bevanda è molto meno diffuso di quello di bovino, ma è largamente impiegato nell’industria casearia per la produzione di formaggio pecorino e ricotta. In particolare, il latte di pecora è più ricco in grassi e i suoi prodotti presentano un aroma spiccato molto apprezzato.

Lana[modifica | modifica wikitesto]

La lana, il prodotto che deriva dalla tosatura del vello della pecora, è utilizzata fin dall’antichità come fibra tessile. La qualità differisce a seconda della razza dell’animale e della parte del corpo da cui proviene. Le razze più pregiate sono la Merino (presente in Spagna e in Australia), la Disheley Leicester (a lana lunga e molto soffice) e la Lincoln e la Doron (rare e a lana corta). La lana viene accuratamente filata e lavorata con metodi piuttosto complessi, per venire poi utilizzata per fabbricare indumenti caldi, cuscini e materassi.