Mese: agosto 2018

Alpi e Appennini

Alpi e Appennini a confronto
Alpi e Appennini differenze

Cosa hanno in comune Alpi e Appennini? Sia la catena delle Alpi che quella degli Appennini formano una specie di ampio arco.Le Alpi chiudono a Nord l’Italia e ne segnano il confine naturale.

Gli Appennini, invece, si estendono lungo tutta la penisola italiana.

Anche la lunghezza dei due sistemi montuosi è piuttosto simile: la catena alpina è lunga circa 1.300 km, mentre quella degli Appeninni arriva a circa 1.350 km.

Entrambe queste catene esercitano una notevole influenza sulla distribuzione della popolazione e sull’economia.

Appenni e Alpi: forma ad arco

Quali sono le principali differenze tra le Alpi e l’Appennini? Le principali differenze tra Alpi e Appennini sono:

  • la minore larghezza degli Appennini rispetto alle Alpi;
  • la minore altitudine;
  • la scarsa presenza di nevai ghiacciai;
  • la differente struttura geologica delle rocce.

 

Qual è la larghezza della catena appenninica? Gli Appennini raggiungono una larghezza massima di poco più di 200 km. Tale larghezza si ha nella zona centrale della catena montuosa, quando essa si avvicina al mare Adriatico.Invece, nella zona più settentrionale degli Appennini (in Liguria), e in quella più meridionale (in Calabria) la sua larghezza supera di poco i 30 km.

Mentre, ricordiamo che la larghezza della catena alpina va da un minimo di 50 km, ad un massimo di 250 km.

 

Qual è l’altitudine della catena appenninica? Gli Appennini sono caratterizzati da cime meno alte rispetto a quelle delle Alpi.Nessuna vetta dell’Appennino supera i 3.000 metri. Il monte più alto degli Appennini, il Gran Sasso d’Italia, raggiunge solamente i 2.914 metri.

Invece, le principali vette delle Alpi superano abbondantemente i 4.000 metri. Pensiamo al Monte Bianco che raggiunge i 4.810 metri e al Monte Rosa che raggiunge i 4.618 metri.

Anche l’aspetto di queste due catene montuose è diverso: le cime delle Alpi sono molto appuntite, mentre quelle degli Appennini presentano una caratteristica forma arrotondata.

 

Quali conseguenze ha, la minore altitudine degli Appennini rispetto alle Alpi? Poiché gli Appennini sono meno alti rispetto alle Alpi, essi presentano pochi nevai ghiacciai rispetto alla catena alpina.L’unico ghiacciaio presente sugli Appennini e il ghiacciaio del Calderone situato sul Gran Sasso d’Italia.

Questo fa sì che anche i fiumi che nascono dagli Appennini sono, in genere, meno importanti di quelli alpini.

 

Quali sono le rocce che compongono gli Appennini? Gli Appennini sono formati soprattutto da rocce argillose (nella zona degli Appennini settentrionali) e rocce calcaree (nella zona degli Appennini centrali meridionali).Le rocce cristalline, molto presenti nelle Alpi, si trovano solamente nell’Appennino toscano e, in parte, nell’Appennino calabrese.

 

Vacanze dolomiti

a neve

Vivere l’inverno al top : splendide piste da sci, il calore dei rifugi e la pace della natura

Circa 2.750.000 risultati (0,33 secondi) Risultati di ricerca Dizionario globalizzazione globalizzazione globalizzazione glo·ba·liẓ·ẓa·zió·ne/ sostantivo femminile 1. Il processo di percezione e acquisizione prima sincretica e poi analitica, tipico della psiche del fanciullo. 2. Diffusione su scala mondiale, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, di tendenze, idee e problematiche. Traduzioni, origine della parola e altre definizioni Feedback Globalizzazione – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Globalizzazione Non ci crea alcun imbarazzo che la prima possibilità storica d’elider l’economia della proprietà privata sia seguita solo dalla creazione e diffusione della libertà … ‎Storia · ‎Globalizzazione spaziale · ‎Globalizzazione … · ‎Globalizzazione culturale globalizzazione nell’Enciclopedia Treccani www.treccani.it/enciclopedia/globalizzazione/ globalizzazione Termine adoperato, a partire dagli anni 1990, per indicare un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione … ‎Globalizzazione in · ‎Globalizzazione e … · ‎Enciclopedia delle scienze … Notizie principali Globalizzazione, Europa, immigrazione. Cosa deve insegnarci l’ascesa (e il crollo) del nazismo Il Foglio · 18 ore fa Altri risultati per globalizzazione Che cos’è la globalizzazione – Skuola.net https://www.skuola.net › … › Temi di Italiano Svolti Valutazione: 4 – ‎10 voti Tema svolto di italiano che descrive il fenomeno della globalizzazione, la sua diffusione, i suoi effetti, la globalizzazione economica, vantaggi e conseguenze. Globalizzazione – utopie www.utopie.it/mondialita/globalizzazione.htm La globalizzazione indica un fenomeno di progressivo allargamento della sfera delle relazioni sociali sino ad un punto che potenzialmente arriva a coincidere … La globalizzazione – Tesionline https://www.tesionline.it/appunto/887/36/La_globalizzazione Oggi un fattore che sembra costituire la fonde di un profondo cambiamento sociale è costituito dalla globalizzazione. Il termine globalizzazione è un neologismo … Cos’è la globalizzazione? Significato, storia e impatto sociale https://www.informazioneambiente.it › Approfondimenti 1 mar 2018 – La globalizzazione è un fenomeno più che attuale: la nascita di questo concetto viene fatta risalire al XX secolo, ma a ben guardare è stato con … Globalizzazione / Economia / Guide / Home – Unimondo https://www.unimondo.org/Guide/Economia/Globalizzazione L’OCSE definisce la globalizzazione come “un processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più interdipendenti, in virtù … La globalizzazione: definizione, cause, vantaggi e rischi – Studia Rapido https://www.studiarapido.it › Per saperne di più › Origini e definizioni 1 set 2017 – La globalizzazione investe tutti gli aspetti della nostra vita: indossiamo abiti prodotti in Asia, ascoltiamo musica e guardiamo film inglesi e … Tutto su Globalizzazione | Studenti.it https://www.studenti.it/topic/globalizzazione.html Geografia – Appunti — Tema argomentativo sul fenomeno della globalizzazione: il processo attraverso il quale l’economie e i mercati nazionali formano un … Ricerche correlate a globalizzazione globalizzazione ricerca globalizzazione tema la globalizzazione riassunto

 DOWNLOAD PDF Registrati e scarica le frasi degli autori in formato PDF. Il servizio è gratuito.

Frasi di Buddha

Buddha

Buddha

MONACO, FILOSOFO, MISTICO E ASCETA,…

566 A.C. – 486 A.C.
Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero: non andare fino in fondo e non iniziare.

SCARICA TUTTE LE FRASI DI BUDDHA IN PDF

Wikimedia-logo.svg Libera la cultura. Dona il tuo 5×1000 aWikimedia Italia. Scrivi 94039910156. Wikimedia-logo.svg

Islam in Italia

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Jump to navigationJump to search

L’Islam in Italia è la seconda religione più diffusa dopo il cattolicesimo, principalmente a seguito di immigrazione da paesi a maggioranza musulmana.

Stime sul numero di musulmani in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Il numero di fedeli musulmani in Italia – per la quasi totalità sunniti – è incerto, ma si aggirava attorno al milione e duecentomila di unità nel 2007, corrispondente all’incirca all’1,9%[1] della popolazione italiana, contro un 91,6%[1] di cristiani (le altre religioni sono in totale lo 0,7%[1]più un 5,8%[1] di non religiosi/atei). Secondo le stime del 2017 la percentuale di musulmani rientrava nel range del 3% dei credenti in altre religioni rispetto a quella cattolica (74,4%), i non credenti in Italia erano invece il 22,6%.[2]

  • Secondo l’istituto ISMU (iniziative e studi alla multietnicità) al 1º gennaio 2016 in Italia sarebbero residenti circa 1.400.000 musulmani, ovvero una cifra corrispondente al 2,34% della popolazione italiana.[3]
  • 1.505.000 secondo le stime del Dossier Statistico 2011 Caritas/Migrantes.[4]
  • 1.200.000 secondo Mario Scialoja della Lega musulmana mondiale.[5]
  • Andrea Spreafico[6] conta circa 1.100.000 musulmani, di cui il 6% (circa 67.000) cittadini italiani, tra italiani di nascita convertiti e stranieri che hanno acquisito la cittadinanza, 912.000 (82%) immigrati regolari e circa 132.000 (12%) immigrati irregolari.
  • 850.000 secondo il Cesnur di Massimo Introvigne su dati 2006.[7][8]
  • Secondo il rapporto Open Society Institute (OSI) 2003, i musulmani in Italia sarebbero circa 700.000, tra cui 40-50.000 cittadini italiani (di cui circa 10.000 convertiti), 610-650.000 immigrati regolari e 80-85.000 irregolari.[9][10][11]

Il numero varia spesso in funzione della definizione di “musulmano”, ossia se siano da comprendere quanti provengano da paesi di cultura musulmana, ma non si definiscano credenti o non siano praticanti.

Storia dell’islam in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Ruggero II di Sicilia in una formella lignea del soffitto, dipinta in stile arabo. (Palermo – Palazzo dei Normanni – Cappella Palatina1150 circa).

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dell’Islam nell’Italia medievale.

La storia dell’islam in Italia incomincia nel IX secolo. La Sicilia rimase infatti sotto il dominio musulmano tra l’827 (inizio della conquista musulmana della Sicilia) e il 1091 (caduta dell’ultima roccaforte di Noto), mentre l’Italia continentale subì in quegli stessi anni numerose incursioni; rispetto alla penisola iberica, la presenza musulmana sulla penisola italiana è stata effimera e il controllo sulla Sicilia è stato stabile soltanto dal 965 fino al 1061. Tuttavia, anche dopo la conquista normanna, rimase in Sicilia una piccola minoranza di musulmani fino al 1239, quando a seguito di alcune loro ribellioni furono deportati da Federico II a Lucera in Puglia, dove rimasero fino al 1300, anno in cui ebbero la fine da Carlo II d’Angiò (al quale si erano rifiutati di prestare obbedienza). Anche con la fine della dominazione islamica per alcuni secoli le coste italiane continuarono però a essere razziate e depredate dai corsari barbareschi.

In epoca moderna, la presenza islamica in Italia è quasi inesistente fino agli anni ’60, quando incominciano ad arrivare in Italia i primi studenti da SiriaGiordania e Palestina, che si aggiungono agli uomini d’affari e ai dipendenti delle ambasciate. Nel 1971 si ha la costituzione della prima associazione di musulmani, l’USMI (Unione degli studenti musulmani d’Italia), a partire dall’Università di Perugia. Con l’USMI venne aperto il primo luogo di culto in Italia, un piccolo locale in pieno centro storico di Perugia, chiamata “moschea di Via dei Priori”, tutt’oggi aperto e in funzione. Sempre negli anni ’70, a Roma, nasce il Centro culturale islamico d’Italia (CCII), con l’appoggio e il coinvolgimento degli ambasciatori di paesi sunniti presso l’Italia o la Santa Sede; al CCII si devono i primi progetti per la moschea di Roma, a partire dal 1974. La moschea sarà aperta nel 1995.[7]. Nel 1980 si inaugura a Catania la prima moschea italiana nella sede di via Castromarino[12]. L’edificio però, per ragioni politiche e logistiche verrà chiuso dopo alcuni anni, per essere sostituito da siti precari quali residenze private e garage, fino al 15 dicembre 2012, quando viene inaugurata la più grande moschea del sud Italia nominata “moschea della Misericordia”[13].

Gli anni settanta vedono anche l’arrivo dei primi immigrati musulmani dal Nord Africa, principalmente dal Marocco. Un successivo e consistente apporto è stato dato negli anni novanta dal consistente arrivo di immigrati albanesi e dall’aumento dei marocchini. Più recente, è la consistente immigrazione tunisinasenegaleseegiziana e, anche se di minor peso, pakistanabengalese ecc.[14] A partire dagli anni 2000, con la crescita dell’immigrazione dall’Europa dell’Est (Romania e Ucraina in primis) e dall’America Latina, la quota di immigrati musulmani è scesa pur rimanendo consistente.

A partire dagli anni ’90 l’UCOII si pone da subito come principale rappresentazione organizzata del cosiddetto Islam delle moschee sunnita, radicato sul territorio italiano e non dipendente dalle ambasciate o da governi di paesi a maggioranza musulmana, e si candida a rappresentare la comunità musulmana tramite un’Intesa istituzionale.[7] All’intesa tra l’UCOII e lo Stato si oppongono i rappresentanti del cosiddetto Islam degli stati, a partire dalla Moschea di Roma (Centro Culturale Islamico d’Italia) sostenuto dall’Arabia Saudita, oltre che dal Marocco.[15] Nel 1998, in vista di una possibile Intesa con lo Stato, l’UCOII apre all’Islam degli stati e assieme alla Moschea di Roma e alla sezione italiana della Lega Musulmana Mondiale annuncia la creazione di un Consiglio Islamico d’Italia, guidato da dieci cittadini italiani, di cui cinque nominati dall’UCOII e cinque dalle altre due organizzazioni. Ma l’Intesa resta fuori portata.[16]

Nel 2005, è stata fondata la Consulta per l’islam italiano presso il Ministero dell’Interno[17], composta da cittadini musulmani; forti disaccordi tra i componenti hanno rallentato i lavori della Consulta stessa[18][19]. La Consulta è stata riformata una prima volta nel 2010 (Comitato per l’Islam italiano) e di nuovo nel 2016 (Consiglio per le relazioni con l’Islam )

Caratteristiche della presenza musulmana in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Facciata della prima moschea di Catania.

La moschea ahmadi di San Pietro in Casale, Bologna

interno della moschea di Palermo.

Provenienza[modifica | modifica wikitesto]

Tra gli immigrati prevale in Italia nettamente la componente sunnitarispetto a quella sciita. Si stima il numero complessivo di sciiti in Italia in 15.450 unità, cioè circa l’1,48% del totale dei musulmani.[6]

Per quanto riguarda i paesi di provenienza, si rileva in particolare la presenza nordafricana e balcanica.

Il Re è nudo

Wikimedia-logo.svg Libera la cultura. Dona il tuo 5×1000 aWikimedia Italia. Scrivi 94039910156. Wikimedia-logo.svg

I vestiti nuovi dell’imperatore

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Jump to navigationJump to search

Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi I vestiti nuovi dell’imperatore (disambigua).
I trucchi nuovi delle papere
Titolo originale Keiserens Nye Klæder
Altri titoli Gli abiti nuovi dell’imperatore
Vilhelm Pedersen, Kejserens nye klæder, ubt.jpeg

Illustrazione di Vilhelm Pedersen per la prima edizione della favola

Autore Hans Christian Andersen
1ª ed. originale 1837
Genere fiaba
Lingua originale danese

I vestiti nuovi dell’imperatore (o Gli abiti nuovi dell’imperatore) è una fiaba danesescritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta nel 1837 nel volume Eventyr, Fortalte for Børn (“Fiabe, raccontate per i bambini”). Il titolo originale è Keiserens Nye Klæder.

La fonte da cui ha tratto ispirazione Andersen è una storia spagnola riportata da Don Juan Manuel (12821348), la XXXII dell’opera El Conde Lucanor.

Il racconto appartiene al bagaglio culturale condiviso di tutto l’Occidente e i riferimenti a questa fiaba nella nostra cultura sono onnipresenti.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

La fiaba parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Un giorno due imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni.

I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all’imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L’imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; attribuendo la non visione del tessuto a una sua indegnità che egli certo conosce, e come i suoi cortigiani prima di lui, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.

Il re sfila senza vestiti nell’acquiescenza generale, in un’incisione dell’Ottocento ad opera di Vilhelm Pedersen (1820 – 1859)

Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi essi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità.

L’incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida con innocenza “Ma il re non ha niente addosso!” (o, secondo una variante, “Il re è nudo!”).

Ciononostante, il sovrano continua imperterrito a sfilare come se nulla fosse successo.

Adattamenti[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Riferimenti nella cultura[modifica | modifica wikitesto]

Espressioni come “i nuovi vestiti dell’imperatore”, “l’imperatore (o il re) è nudo” e così via sono spesso usate in molti contesti con riferimento alla fiaba di Andersen. Solitamente, lo scopo è quello di denunciare una situazione in cui una maggioranza di osservatori sceglie volontariamente di non far parola di un fatto ovvio a tutti, fingendo di non vederlo. Una metafora simile, del XX secolo, è quella dell’elefante nella stanza. Uno dei contesti in cui la frase ricorre in modo più frequente è quello politico, in cui la corrispondenza con il contenuto della storia di Andersen è spesso rinforzata dal fatto che una certa verità venga taciuta per compiacere il potere (politico e no).

La storia è anche usata per riferirsi al concetto della “verità vista attraverso gli occhi di un bambino”, ovvero al fatto che spesso la verità viene proclamata da una persona troppo ingenua per comprendere le pressioni esercitate all’interno di un gruppo affinché essa venga taciuta. Nell’opera di Andersen il tema della “purezza degli innocenti” ricorre anche in molte altre fiabe.

Il libro del 1985 di Jack HererThe Emperor Wears No Clothes, fa nel titolo evidente riferimento alla fiaba di Andersen.

Il libro La mente nuova dell’imperatore di Roger Penrose fa evidente riferimento alla favola.

Dalla favola è tratto anche il nome della rivista underground Re Nudo.

Il film della Disney Le follie dell’imperatore sembra essere ispirato alla nota fiaba. Il titolo originale del film (The Emperor’s New Groove), inoltre, è un chiaro riferimento alla fiaba.

Nel videogioco To The Moon, la fiaba viene citata più volte come la preferita della coprotagonista River.

Riferimenti nella musica[modifica | modifica wikitesto]

  • Il brano di Elton John The Emperor’s New Clothes, dall’album Songs from the West Coast, cita la fiaba nel titolo.
  • Sinéad O’Connor ha intitolato una canzone come la fiaba, pubblicandola anche come singolo tratto dal suo secondo album del 1990 I do not want what I haven’t got
  • Il brano del gruppo progressive Spock’s Beard The Emperor’s Clothes, contenuto nell’album X, narra in maniera riadattata la vicenda.
  • Il tema dei “vestiti nuovi dell’imperatore” ricorre in modo particolarmente frequente nell’opera del compositore progressive Peter Hammill.
  • Il gruppo musicale dei Nomadi nell’album del 2002 Amore che prendi amore che dai ha inserito una canzone intitolata “Il re è nudo”, con chiari riferimenti alla fiaba di Andersen e forte contenuto politico.
  • La fiaba è narrata e raccontata nella canzone “Sputate al Re” del gruppo musicale degli Articolo 31 nel loro album del 2003 Italiano Medio.
  • La canzone della band canadese Arcade Fire Ready to Start, contenuta nell’album The Suburbs, recita nel testo All the kids have always known that the Emperor wears no clothes but they bow down to him anyway, ‘cause it’s better than being alone ovvero “Tutti i bambini hanno sempre saputo che l’imperatore è nudo ma si inchinano comunque davanti a lui perché è meglio che essere soli”.
  • Panic! at the Disco hanno scritto una canzone intitolata Emperor’s New Clothes per il loro quinto album Death of a Bachelor.
  • Nella canzone Piombo e Fango di Mr. PhilDanno (rapper) e Lord Bean, il terzo cita la fiaba.

La canzone The Emperor, inclusa nell’album Dystopia (Megadeth) della band thrash metal Megadeth, presenta chiari riferimenti alla fiaba nel titolo stesso e nel ritornello.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità GND (DE4369876-1
Letteratura Portale Letteratura: accedi al

Wikimedia-logo.svg Libera la cultura. Dona il tuo 5×1000 aWikimedia Italia. Scrivi 94039910156. Wikimedia-logo.svg
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui

Eroe

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Jump to navigationJump to search

Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la figura mitologica e religiosa della Grecia antica, vedi Heros.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Eroe (disambigua).

Monumento equestre a Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi

L’eroe, nell’era moderna, è colui che compie uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di se stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il duello di Enea e Turno, opera di Luca Giordano

In ambito teatrale o cinematografico, con eroe si intende anche il protagonista di una commedia o di un film. Tale uso deriva dal fatto che gli eroi mitologici erano spesso i protagonisti della tragedia greca.

Il termine eroe viene spesso scherzosamente usato, in ambito letterario o giornalistico, per enfatizzare o ridicolizzare i comportamenti tenuti dai personaggi narrati, soprattutto in campo sociale o sportivo.

Il termine greco antico ἣρως è molto probabilmente ricollegabile etimologicamente al verbo latino servo(nell’accezione di preservare): da ciò deriverebbe l’aspetto degli eroi come protettori degli uomini per il quale erano venerati nell’antichità. In molti racconti un eroe è un uomo o una donna (di solito il protagonista) che possiede caratteristiche ed abilità maggiori di qualsiasi altra persona, che lo rende capace di compiere azioni straordinarie a fin di bene, per cui diventa famoso. Queste capacità non sono solo fisiche, ma anche mentali.

L’eroe, nella mitologia greca, è sovente un semidio, uomo (o donna) figlio di una divinità ed una persona mortale, dotato di particolari poteri; in casi eccezionali può essere anche un uomo comune (come Ettore ed Ulisse), con un coraggio decisamente superiore alla norma, in grado di tenere testa ai semidei. Gli eroi achei avevano le seguenti caratteristiche:

  • valore militare, coraggio;
  • abilità;
  • astuzia individuale;
  • nella guerra e nel bottino conquistato trovavano la massima espressione della loro superiorità, la loro realizzazione, trovavano l’unica e più sublime ragione di vita;
  • conseguire l’onore (che rappresentava la considerazione di cui godevano presso il popolo);
  • al termine della lista vi era la famiglia.

Nella civiltà classica (grecoromana) l’eroe è fondamentale nella vita quotidiana: rappresenta il cittadino ottimo sia greco, perché provvisto di tutte qualità che l’uomo greco esalta e sogna, sia romano, in quanto o depositario di tutte le qualità del mos maiorum o simbolo del mito dell’homo novus di Sallustio e di Cicerone.

Peraltro, l’eroe è protagonista, nella letteratura classica, di gesta importantissime, che spesso non sono altro che giustificazioni delle origini delle grandi famiglie o dello stato. Un valido esempio è proprio Enea, figlio di Venere, che venne indicato da Virgilio nell’Eneidecome il “primo latino”. Il genere di cui è centro l’eroe è proprio il poema epico; per un poeta/scrittore, scrivere un poema epico, per molto tempo, circa sino a fine medioevo (alle origini dell’umanesimo e del rinascimento) era la massima aspirazione, proprio perché era il genere più apprezzato da menti pragmatiche e “infiammabili” come quelle dei romani.

La tomba dell’eroe viene chiamata heroon e su questa vengono a volte fatti dei sacrifici (soprattutto nell’antica mitologia greca e latina) che contribuiscono a mitizzare l’eroe ed a renderlo quasi simili ad una divinità, dato che in cambio gli venivano richiesti dalla società che lo venerava dei favori particolari.

Un segno fatto da questa passione è rimasto nel parlato e nella letteratura grazie al verbo cantare. Infatti indica un modo diverso di parlare, più alto e raffinato, del normale esprimersi, nella lingua comune, e nella letteratura si indica, in un proemio con invocazione alle muse, il termine “canto”.

Gli eroi semplici delle favole vengono spesso accompagnati dagli antagonisti: tutto ciò che l’eroe non è e non deve essere.

Eroe e mito[modifica | modifica wikitesto]

Eracle affronta il toro di Creta

Spesso eroe e mito si intrecciano. Tòposfondamentale dell’eroe dal quale non si può prescindere è l’obiettivo finale che deve portare a compimento. Durante la sua vita egli può anche istituire un modus vivendi, egli cioè diventa una sorta di colonizzatore o di civilizzatore che introduce nuovi elementi nel determinato ambiente in cui si trova in quel momento. Diventa quindi un eroe culturale; nella mitologia greca se ne hanno vari esempi, come OrioneEumolpoMuseoFilammoneOrfeo. Anche Diomede, che fu grande guerriero sotto Tebe e Troia, viene ricordato per la sua opera civilizzatrice (egli agì in tal senso nell’Italia Meridionale).

Nella mitologia l’eroe è una sorta di aspirazione da parte di un popolo ad identificare la propria storia, le proprie usanze e, cosa più importante, la propria grandezza. Presso i Greci quasi tutti i grandi guerrieri dell’età mitica godettero di culto eroico dopo la morte

Ideale eroico nella classicità[modifica | modifica wikitesto]

Meleagro e Atalanta, in un dipinto di Jacob Jordaens, conservato al Museo del PradoMadrid

L’eroe classico è kalòs kai agathòs(καλὸς καὶ ἀγαθός = bello e buono) e rispecchia solitamente i valori aristarchici (ovvero basati sul principio del migliore, del nobile)[1] in cui si riconoscevano sia i semidei sia gli esponenti della kalokagathìa della Grecia pre-ellenistica, inteso come ideale che coniugava la bellezza fisica all’agathìa, ovvero la bontà per i valori derivanti dalla loro istruzione. Infatti gli eroi, soprattutto nell’Iliade, possono dirsi storicamente parlando degli aristocratici: essi sono i comandanti dell’esercito, e nel periodo nel quale i poemi omerici si svolgono (età micenea), a detenere il potere erano le famiglie aristocratiche, dalle quali provenivano i re delle varie città.[2] La bellezza non è esclusiva di semidei e condottieri: può trovarsi anche in giovinetti di stirpe non nobile, arruolatisi con tutto il loro entusiasmo nonostante l’età particolarmente bassa, e dunque per questo degni di elogio da parte degli autori epici: si ricordano, nell’Eneide, l’adolescente Serrano (che viene ucciso prima di poter dimostrare il proprio valore)[3], i due amanti Cidone e Clizio[4]Eurialo compagno di Niso (appartenente invece a nobilissima famiglia)[3], Erminio[5] e i nove figli dell’arcade Gilippo[6]; l’Iliadenomina addirittura un guerriero di umili origini, il giovane Simoesio, figlio di un pastore,[7] insieme a Molione,[8]auriga e valletto di Timbreo (un re alleato dei troiani, senza notazioni di prestanza fisica). Tra gli aristocratici, i più belli risultano essere, nell’IliadeMenelaoAchille (semidio), EttoreAlcatooPolidoro (il figlio di Priamo e Laotoe), NireoAiace TelamonioIdomeneo (pur avanti negli anni), il sacerdote Ipsenore, il principe frigio AscanioIfidamanteRigmo[9] e, nell’EneideTurno (semidio), LausoAstureClauso e Camerte[10]. Della bellezza di Reso, il giovane semidio e signore dei Traci alleato di Priamo nella guerra di Troia, non si dice in Omero (che pure lo cita nell’Iliade), ma in fonti successive[11]. L’eroe più bello in assoluto sotto le mura di Troia è un altro semidio, Memnone, l’etiope nipote di Priamo: ciò viene affermato nell’Odissea da Ulisse, che al secondo posto mette il principe misio Euripilo, anch’egli nipote del re troiano[12]. Altre fonti celebrano l’avvenenza di Troilo, figlio ultimogenito di Priamo ed Ecuba. L’Iliade e l’Eneide nominano molti semidei, tra cui lo stesso Enea, per i quali non si fa cenno della loro bellezza: essa tuttavia rimane implicita. Oltre agli eroi del ciclo troiano, ci sono quelli che appartengono alle generazioni precedenti. Questi erano perlopiù semidei, come Eracle, il più forte di tutti nel mito greco, che eliminò diversi mostri[13]Perseo, uccisore della Medusa e del mostro marino al quale era stata offerta in sacrificio Andromeda, sua futura moglie[14]Ati, il bellissimo arciere indiano dalla mira infallibile che prese parte a varie campagne militari già da fanciullo, venendo poi ucciso all’età di sedici anni da Perseo per essersi schierato con Fineo, zio di Andromeda e mancato sposo della ragazza[15]Meleagro, ricordato insieme ad Atalanta per aver abbattuto il cinghiale calidonio[16]. Eracle, Meleagro e Atalanta furono anche i più famosi tra gli Argonauti, ovvero gli eroi che sotto il comando di Giasone s’imbarcarono sulla nave Argo alla volta della Colchide per impadronirsi del Vello d’oro; durante il lungo viaggio essi fecero scalo anche nel regno dei Dolioni, e qui per un terribile equivoco uccisero il giovanissimo re Cizicoe alcuni suoi uomini, tra cui Artace, personaggio che ci è noto dalle sole Argonautiche di Apollonio Rodio, dove viene definito come uno dei più grandi guerrieri.[17]. Un altro eroe illustre – benché comune mortale come Artace – fu Bellerofonte,[18] che liberò la Licia dalla Chimera e dalle incursioni delle Amazzoni e dei Solimi.

I valori e gli obiettivi dell’eroe: τιμή καὶ κλέος (timè kai klèos), ovvero onore e fama. Gli eroi vivevano per compiere gesta gloriose in battaglia che avrebbero assicurato loro il ricordo da parte dei posteri. Una morte precoce può essere l’anticamera per una fama duratura. La condizione dell’eroe è tutt’altro che felice: egli è infatti sottomesso completamente al volere degli dei che lo guidano, lo fanno agire e decidono della sua vita e della sua morte.

Se gli eroi non potevano tornare a casa vivi e trionfanti, meglio era che cadessero nel difendere la propria patria. Nell’Iliade e nell’Eneide ogni volta che un eroe muore in guerra fa seguito il tentativo, da parte dei due schieramenti, di appropriarsi del corpo: l’esercito nemico desidera spogliarlo delle armi e a volte cerca di impedirgli gli onori funebri: l’altro esercito vuole invece tenerlo per dargli una sepoltura o per cremarlo, così da onorare la salma. Essere spogliati delle armi è destino che tocca a molti guerrieri e non è da considerarsi infamante. L’onta suprema per l’eroe è la privazione della sepoltura, che dà disonore (αἰδώς, aidòs): nel caso in cui un eroe non venga sepolto o cremato dopo la morte, la sua memoria è destinata a perdersi; e, cosa ancora più grave, l’anima è tormentata e non può entrare nell’Ade: tale fu la sorte di Licaone,[19] Asteropeo[20]Ennomo[21]Tarquito,[4] Mimante[22] e forse di Ippoloco[23]. Ma si tratta di eccezioni: durante i periodi di tregua i cadaveri degli eroi caduti in mano ai nemici venivano perlopiù restituiti. L’esempio più lampante è quello di Ettore, cui Achille accordò gli onori funebri dopo averne tenuto il corpo per un po’ presso di sé.[24] Nell’Iliade sono due le tregue indette per permettere la sepoltura dei morti: durante la seconda vengono celebrati tra gli altri i riti funebri in onore di Patroclo e di Ettore.[25]Nell’Eneide troiani e italici depongono temporaneamente le armi al termine della battaglia nella quale muoiono tra gli altri Pallante, Lauso e Mezenzio; anche qui i combattimenti vengono interrotti per procedere con le esequie per le vittime.[26]

Tersite e Dolone sono invece i due esempi più famosi di antieroe. Infatti essi vengono descritti come persone deformi e con pochi capelli; mentre per gli eroi non vi è in genere una descrizione esauriente della loro bellezza, se non con vaghe espressioni del tipo “dall’aspetto imponente” oppure “dalla luminosa chioma”, che rappresentano piuttosto dei semplici dettagli della figura complessiva. Tersite, nella mentalità della cultura eroica omerica, è un personaggio spregevole che incarna valori antipodici a quelli della kalokagathìa, infatti oltre ad avere un aspetto sgradevole si mostra vile e spavaldo con i suoi superiori (era inconcepibile che un uomo del volgo potesse sfidare l’autorità dei nobili, facendolo per di più in nome della codardia e del disonore). Quanto a Dolone, fatto prigioniero da Diomede, egli arriva addirittura a fare opera di delazione pur di aver salva la pelle: ma l’acheo lo decapiterà, disgustato dal suo ignobile comportamento.

Il valore militare di un eroe è l’aretè; quello che egli riceve o guadagna in battaglia è il geras.

Note