Mese: giugno 2018

Tocca il mantello e guarisce

Vangelo

 

Mc 5, 21-43
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

C: Parola del Signore.

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Mina urlatrice 1.3 Gli anni sessanta 1.3.1 La “Tigre di Cremona” 1.3.2 Mina e l’ultima esperienza sanremese 1.3.3 I trionfi all’estero 1.3.4 La maternità e l’accanimento mediatico 1.3.5 Il periodo Ri-Fi e il ritorno in televisione 1.3.6 Gli anni di Studio Uno e Sabato sera 1.3.7 La fondazione della PDU a Lugano 1.3.8 Dieci anni di carriera e il primo live dalla Bussola 1.3.9 Da Non credere a Bugiardo e incosciente 1.4 Gli anni settanta 1.4.1 Grande, grande, grande e ispiratrice di Mogol / Battisti 1.4.2 Gli ultimi show televisivi e i nuovi successi discografici 1.4.3 23 agosto 1978: l’addio definitivo alle scene 1.5 Gli anni ottanta e novanta 1.6 Gli anni duemila 1.7 Gli anni duemiladieci 1.7.1 2016: il disco con Celentano 1.7.2 2017: il ritorno “virtuale” a Sanremo 1.7.3 2018: spot di TIM e apparizione “olografica” a Sanremo 2 Vita privata 3 Stile musicale 4 Collaborazioni artistiche 4.1 Case discografiche 4.2 Arrangiatori e direttori d’orchestra 5 Riconoscimenti ed eredità culturale 6 Premi, candidature e onorificenze 6.1 Primati 6.1.1 Primati degli album in Italia 6.1.2 Primati dei singoli in Italia 7 Discografia 8 VHS/DVD 9 Varietà televisivi 10 Varietà radiofonici Rai 11 Filmografia 11.1 Cinema 11.2 Televisione 11.3 Videoclip 12 Galleria d’immagini 13 Note 14 Bibliografia 15 Altri progetti 16 Collegamenti esterni Biografia Infanzia e adolescenza Mina nella sua casa a Cremona nel 1959 Mina nasce a Busto Arsizio nel 1940, periodo in cui il padre Giacomo (Mino) Mazzini e la madre Regina (Gina) Zoni, originari cremonesi, vivevano temporaneamente nell’Altomilanese bustocco. Nel 1943, quando Mina ha tre anni, fanno ritorno a Cremona con residenza prima in e successivamente in Corso Mazzini. Poco tempo dopo il trasferimento nasce Alfredo, amatissimo fratello minore di Mina, che come la sorella intraprenderà la carriera di cantante (con lo pseudonimo Geronimo) ma che morirà prematuramente in un incidente stradale nel 1965, a soli ventidue anni. All’età di tredici anni, il padre la iscrive alla Canottieri Baldesio, società sportiva frequentata dalla buona borghesia cremonese. Diventa una discreta nuotatrice, partecipa a diverse gare e in una competizione regionale si classifica seconda[17]. Proprio sul bordo della piscina, intorno ai sedici anni, conosce il suo primo ragazzo, Daniele Parolini, prestante terzino della Cremonese, che diventerà poi cronista sportivo al Corriere della Sera[17]. A infonderle l’amore per la musica è sua nonna Amelia, cantante lirica, che insiste affinché prenda lezioni di pianoforte, ma lo studio teorico non è fatto per lei[18]. Dopo aver concluso le scuole medie presso il collegio di suore della Beata Vergine, inizia a frequentare l’Istituto tecnico commerciale statale Beltrami, ma tale indirizzo non risponde alle sue inclinazioni e alla fine del quarto anno lascia la scuola, volgendosi a ciò che più la appassiona. Ha altri interessi, ama leggere, soprattutto libri di fantascienza, ma cantare è ciò a cui si dedica con più slancio e passione. Si esibisce già a scuola, su richiesta dei compagni, nei momenti di ricreazione[19]. Gli anni cinquanta Gli esordi alla Bussola e con gli “Happy Boys” Mina con Nino Donzelli Una notte dell’estate del 1958, quando la famiglia Mazzini si trova come ogni anno per le vacanze a Forte dei Marmi, gli amici di Mina la sfidano scherzosamente a salire sul palco della Bussola di Marina di Pietrasanta, dopo che l’orchestra di Don Marino Barreto, cantante cubano molto noto in quegli anni, ha finito di suonare[20]. Lei accetta, si fa dare il microfono dallo stesso Barreto e si esibisce senza alcun imbarazzo. Il proprietario del locale, Sergio Bernardini, nelle sere successive dovrà frenarla dal salire continuamente sul palco per cantare[20]. Mina nel 1958 è descritta come una deliziosa ragazza, molto solitaria, apparentemente tranquilla e allo stesso tempo irrequieta, estremamente sensibile, piena di entusiasmo e simpatia, che celano in realtà una profonda timidezza e paura[21]. È dotata di una voce e di una musicalità fuori dal comune, coltivate dall’ascolto di “mostri sacri” americani quali Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Elvis Presley, e di una gestualità stravagante che si accompagna perfettamente all’innegabile e travolgente senso del ritmo[22]. In quegli anni a Cremona è presente un gruppo musicale che sta riscuotendo un certo successo: gli “Happy Boys”[23]. La band, fondata nel 1949 da Nino Donzelli, di cui fanno parte anche il fratello Renzo alla chitarra, il pianista Giorgio Levi, il cantante-bassista Giacomo “Micio” Masseroli e il batterista Fausto Coelli, diventa ben presto famosa nelle balere della zona cremonese, nonché a Mantova, Parma, Piacenza. In un afoso pomeriggio di fine agosto del 1958, il giorno dopo aver assistito a una loro esibizione al Circolo Filodrammatici di Cremona, e dopo una sola settimana dalla sua prima improvvisata esibizione alla Bussola, Mina si reca a casa di Nino e Renzo Donzelli proponendosi come cantante. Una rapidissima dimostrazione delle proprie doti vocali e i fratelli la accolgono subito nel gruppo, che aveva già in programma varie serate nelle balere della zona per i giorni successivi[23]. La ragazza, desiderosa di parteciparvi, prova per tutta la settimana e fa la sua prima apparizione con gli Happy Boys il 14 settembre del 1958 a Croce Santo Spirito, una frazione di Castelvetro Piacentino. Viene presentata con il nome di “Mina Georgi” e il pubblico ne rimane entusiasta[24]. Il debutto vero e proprio avviene tuttavia qualche giorno più tardi, il 23 settembre 1958 a Rivarolo del Re, comune del cremonese: gli Happy Boys devono esibirsi alla serata finale della rassegna insieme a due cantanti famosissimi in quel periodo, Natalino Otto e Flo Sandon’s, interpreti di molti successi e reduci da una partecipazione al Festival di Sanremo[25]. L’esibizione di Mina è entusiasmante a tal punto che il pubblico chiede a gran voce il bis[26]. Tra gli organizzatori, se pur soddisfatti, c’è un certo imbarazzo, poiché il bis era previsto per Natalino Otto e Flo Sandon’s, i quali se ne vanno un po’ risentiti[27]. Alcuni anni dopo Flo Sandon’s trovandosi ospite a Canzonissima e ricordando l’episodio con lei, allora presentatrice della trasmissione, ammise pubblicamente: «Quella volta tu, Mina, mi hai rovinato la serata». La stessa Mina ha ricordato quella prima volta a Rivarolo sul quotidiano La Stampa del 22 settembre 2008: « Cinquant’anni spaccati fa, una lungagnona col vestito da cocktail sottratto di nascosto alla madre, saliva sul palco traballante di una balera lombarda. Si ricorda che l’abito era blu e bianco. Lucido. Si ricorda che dopo aver cantato la prima canzone, il titolo? no, è troppo, si arrabbiò perché la gente applaudiva. «Io canto per me. Cosa c’entrano loro?». Non aveva le idee chiare. O forse era troppo lucida. Si ricorda che alla fine di quella primissima esperienza scappò via perché i genitori non sapevano… non volevano. A diciott’anni era d’obbligo ubbidire. Ma non l’aveva fatto. E doveva correre a rimettere l’abito a posto il più in fretta possibile. Si ricorda che poco dopo, dietro le sue insistenze, il padre aveva convinto la madre a lasciarla fare: «Tanto, cosa vuoi, durerà qualche settimana questa follia. Lasciamola fare». La lungagnona, invece, è ancora qui che rompe le scatole con quel piccolo meccanismo misterioso che sono le canzoni. Che lei ama e rispetta. E… e… e la lungagnona non si ricorda altro. » (Mina[28]) e sul settimanale Vanity Fair del 5 ottobre 2011, ricordando Flo Sandon’s scrisse: « Ho un dolcissimo ricordo di Flo Sandon’s che ho visto la primissima volta che sono salita su un palco. Lei e il marito, il grande Natalino Otto, erano le star della serata. Io, sconosciutissima, cantavo con un gruppo cremonese, per la prima volta, appunto. Eravamo in una classica balera lombarda. Alla fine ricordo che mi dissero: “Lei farà strada”. La prima cosa che mi stupì fu il fatto che mi dessero del lei e poi pensai: “…Questi due ..son matti…”. » (Mina[29]) Gli Happy Boys sono entusiasti di Mina e Nino Donzelli invita il titolare della Italdisc, Davide Matalon, ad assistere all’esibizione successiva prevista a Casteldidone[27]. “Baby Gate” e la Mina urlatrice Mina e Davide Matalon (il suo primo discografico) Davide Matalon all’inizio è un po’ titubante, ma viene convinto dal suo consulente musicale Giulio Libano, che dopo aver ascoltato Mina ne rimane colpito molto favorevolmente. Le fa quindi incidere quattro canzoni: Be Bop a Lula e When con l’etichetta Broadway e con il nome d’arte “Baby Gate”; Non partir e Malatia con l’etichetta Italdisc e il nome reale Mina. In attesa di capire quale delle due immagini artistiche avrebbe avuto maggior successo di pubblico, in questa primissima fase della carriera, Mina e il suo alter ego Baby Gate convivono sul mercato[30]. Per saggiarne le potenzialità, Matalon la fa partecipare alla Sei giorni della canzone, competizione canora milanese ripresa dalla televisione. Il 1º dicembre 1958, Mina, con il brano Proteggimi, partecipa alla serata inaugurale al Teatro Smeraldo. Il presentatore è Corrado e l’ospite d’onore Mike Bongiorno. Arriva seconda (alle spalle di Wera Nepy con Chiamami autunno) e ottiene un successo travolgente[31]. Matalon offre agli Happy Boys l’occasione di una tournée in Turchia, ma c’è un imprevisto: i genitori di Mina si oppongono, soprattutto il padre non vuole che la figlia abbandoni definitivamente la scuola. Anche Fausto Coelli decide di non partire per ragioni familiari. Rimasti a Cremona, Mina e Fausto decidono di formare un nuovo gruppo e, insieme a Lino Pavesi al sax, Lamberto “Memo” Fieschi al piano, Ermanno Scolari al contrabbasso ed Enrico Grossi alla chitarra, fondano “i Solitari”[32]. Mina e il padre Giacomo Mazzini, con il quale la cantante fonderà la propria casa discografica, la PDU nel 1967, a Lugano Il nuovo complesso debutta l’11 gennaio 1959 nella tavernetta dell’Hotel Continental di Cremona e, forte della crescente popolarità di Mina, riceve subito una serie di richieste dai locali della zona, ma anche da fuori provincia, come il night club El Maroco di Milano e l’Hotel Moresco di Ischia[33]. Nel frattempo i due dischi di Mina editi dalla Italdisc superano tutte le aspettative e in un’epoca in cui vendere 70 000 copie è un’impresa eccezionale, i due 45 giri superano singolarmente la quota di 100 000[34]. Matalon le fa firmare un contratto di tre anni, fino al 1961, con l’impegno di incidere entro l’anno due 45 giri, ossia 4 canzoni. Come di consueto allora, i pezzi da incidere sono scelti tra le canzoni del Festival di Sanremo di quell’anno. La scelta cade su Nessuno, un brano melodico cantato da Wilma De Angelis. Mina con una verve straordinaria ne stravolge la linearità cantandola in maniera sincopata e in fortissimo[35]. La prima interpretazione pubblica di Nessuno nella nuova veste avviene poco tempo dopo a una nuova edizione della Sei giorni della canzone, in un affollatissimo Palazzo del Ghiaccio di Milano[36][37]. Matalon aveva tentato più volte di far partecipare artisti della sua casa discografica a programmi televisivi senza mai riuscirci, con Mina invece arriva tutto facilmente. Debutta in televisione il 1º marzo 1959, nella seguitissima trasmissione Lascia o raddoppia? condotta da Mike Bongiorno, sempre con il brano Nessuno[38]. Proprio in quegli anni vanno affermandosi giovani cantanti come Adriano Celentano, Tony Dallara, Giorgio Gaber, Betty Curtis, Joe Sentieri, Little Tony e altri, che propongono in italiano la nuova musica americana: il rock and roll. La stampa conia per loro il termine di urlatori[39]. Il 4 aprile 1959 Mina viene chiamata a partecipare a una puntata de Il Musichiere di Mario Riva dedicata agli urlatori: al centro della scena un juke-box dal cui retro escono i cantanti; Mina canta ancora una volta il suo successo del momento, Nessuno[40]. L’ultimo 45 giri inciso come Baby Gate è Splish Splash, presentato il 29 agosto 1959 nel programma Buone vacanze. Successivamente lo pseudonimo viene abbandonato, vista l’esplosione del fenomeno-Mina. Con Nessuno partecipa anche a Canzonissima 1959, condotta da Delia Scala, Paolo Panelli e Nino Manfredi, in cui duetta tra gli altri con Wilma De Angelis, interprete originale della canzone, e successivamente con Tonina Torrielli nel brano Tua, presentato al Sanremo di quell’anno da una “scandalosa” Jula de Palma[41] e dalla stessa Torrielli. Sempre nel 1959 arrivano i primi riconoscimenti: il “Juke Box d’oro” e il “Microfono d’oro”[42][43]. Gli anni sessanta La “Tigre di Cremona” Il 16 gennaio 1960 con Tintarella di luna, canzone scritta da Franco Migliacci e Bruno De Filippi, Mina raggiunge per la prima volta la prima posizione in hit-parade[44]: il brano, dopo aver ottenuto un grandissimo successo anche all’estero, diventa un vero e proprio simbolo dell’epoca[45], e viene inserito nei film Urlatori alla sbarra e Juke box – Urli d’amore, tra i primi esempi di musicarelli. Presto le viene attribuito il soprannome con cui ancora oggi è nota anche fuori dai confini nazionali: La Tigre di Cremona, coniato per lei dalla conterranea giornalista e amica Natalia Aspesi[46]. Mina a Sanremo nel 1960 Nel 1960 Mina partecipa alla decima edizione del Festival di Sanremo: il 28 gennaio presenta Non sei felice in doppia esecuzione con Betty Curtis; il 29 gennaio È vero in doppia esecuzione con Teddy Reno. Il 30 gennaio si ripresenta con È vero. La canzone si classifica al settimo posto ma per Mina è comunque un successo: per la richiesta dei suoi dischi, la Italdisc è costretta alla pubblicazione di due o tre nuovi 45 giri al mese[47]. Nello stesso anno è tra i protagonisti del film Urlatori alla sbarra, insieme ad Adriano Celentano, Brunetta, Chet Baker, Joe Sentieri e altri ancora. In seguito esce Il cielo in una stanza, brano scritto da Gino Paoli arrangiato da Tony De Vita, che il 15 ottobre 1960 raggiunge la prima posizione per 14 settimane e diventa il 45 giri più venduto dell’anno, sfiorando nel tempo i 2 milioni di copie vendute[48]: entrerà in classifica anche in Spagna (Cielo en casa) e negli Stati Uniti (The World We Love in), dove raggiungerà la posizione numero 90 di Billboard[49][50]. Il cielo in una stanza rimane in assoluto uno dei suoi massimi successi, e può considerarsi una prima evoluzione nella carriera di Mina, che da urlatrice scanzonata (contemporaneamente usciva Una zebra a pois) è in grado di rivelarsi anche interprete matura e raffinata della canzone d’autore[51][52]. Partecipa come ospite fissa alle sei puntate del programma televisivo Sentimentale, dove presenta la già citata Una zebra a pois e Briciole di baci. Inoltre ritorna a Canzonissima, dove nel corso delle varie puntate propone alcune tra le sue incisioni più recenti (Tintarella di luna, Il cielo in una stanza, Folle banderuola ed È vero, in duetto con Umberto Bindi), unitamente a brani come Na sera ‘e Maggio (con cui giunge alla finale), O Sarracino, Ma l’amore no e Violino tzigano (in duetto con Marino Marini); interpreta anche la sigla finale Due note[53][54]. Mina è ormai famosa[55] e in questo periodo inizia a conoscere anche i lati negativi della troppa notorietà, primo su tutti l’interesse spesso morboso della stampa, che inventa continuamente relazioni sentimentali su di lei, flirt che possano scandalizzare, e paparazzi in cerca di foto da copertina[56]. In questi anni e in quelli a venire, sarà la cantante più fotografata, inseguita e richiesta dai giornalisti. A tutt’oggi è uno dei personaggi a cui sono state dedicate più copertine dal settimanale TV Sorrisi e Canzoni: dalla prima nel 1959, alla più recente nel 2008, se ne contano in tutto 71[57]. Mina e l’ultima esperienza sanremese Sanremo 1961: Mina mentre canta Le Mille bolle blu Nel 1961 è in gara al Festival di Sanremo e in questa occasione ha luogo un atteggiamento inconsueto da parte della stampa e degli organi di comunicazione in generale, che la danno subito per vincente, adulandola, forse al fine di aumentare l’interesse verso l’evento musicale[58][59]. Tutto ciò è motivo di forte stress per la cantante, già provata dai due primi anni di carriera ininterrotta e da molti mesi di critiche e pesante invadenza mediatica. Il 26 gennaio si esibisce con Io amo tu ami in doppia esecuzione con Nelly Fioramonti. Da sempre molto incline a tonsilliti, il 27 gennaio, con un’infiammazione alla gola, presenta Le mille bolle blu, in doppia esecuzione con Jenny Luna[60]. La canzone risulta però troppo moderna per il pubblico sanremese, e il suo gesto ormai celebre, delle dita che scivolano sulla bocca ad ogni ritornello, viene colto da una parte degli spettatori come uno sberleffo, una mancanza di rispetto nei loro confronti[58][61]. L’atmosfera si surriscalda quando i giornalisti raccolgono questo malcontento e contrappongono a Mina quella che diventò poi, per qualche tempo, la sua virtuale rivale: Milva[62]. Il 28 gennaio arriva in finale con entrambe le canzoni. Si classifica al quarto posto con Io amo tu ami e al quinto con Le mille bolle blu[63]. Le premesse della vigilia erano ben diverse e per Mina è emotivamente un brutto colpo; la cantante viene colta da crisi di pianto e dichiara di non volere più partecipare a gare canore, Festival di Sanremo compreso[60]. Una promessa fatta a se stessa e sempre mantenuta. L’esperienza sanremese è una doccia fredda che la cambia profondamente[64], ma la sua popolarità non viene minimamente intaccata e Le mille bolle blu riscuote un notevole successo di vendite e di ascolti (in quegli anni infatti la misura del successo di un brano era evidenziata anche dalle “gettonature” nei juke-box)[65]. I trionfi all’estero Nell’aprile del 1961 Mina, accompagnata dal suo impresario Elio Gigante, parte per la Spagna, dove viene accolta nel migliore dei modi[66] e nel mese di maggio, con al seguito anche il maestro Bruno Canfora, intraprende un tour in Giappone. Nel paese del Sol levan

Sospeso il film per un bacio proibito

L BACIO PROIBITO E IL PARROCO SOSPENDE IL FILM

IL BACIO E IL PARROCO SOSPENDE IL FILM

Il ” Reality ” a Regona lo si faceva ben prima dell’avvento della Tv. Siamo negli anni 40 ed il ” reality ” era veramente tale, non finto o recitato come si vede ai giorni nostri sul video. Il nostro fattorino ricorda un film visto in gioventù: La Fedora. Ed ecco come. Il buon parroco don Giovanni Pallavicini autorizza, dopo tante insitenze dei giovani dell’ epoca , la proiezione del film ” La Fedora “nel cinema dell’ oratorio. Alla manovella della cinepresa dell’ era antidiluviana c’ era l’ impareggiabile ” tecnico ” Urigliu Taravela. Senonchè alle prime sequenze del film, ecco un bacio sulla bocca. “Cosa?!, grida il parroco, che film è questo? “. Ed il manovratore di rimando: ” La Fedora “. Ma ecco sulla scena ancora quel maledetto bacio sulla bocca.” Urigliu, grida ancora spazientito il parroco, che film è questo?” . E lui, imperterrito: ” La Fedora “. Al terzo bacio Don Giovanni irrompe nella cabina, spegne le luci e gli uomini, seduti a sinistra, le donne a destra, sempre ben separati, dovettero dire addio alla divina Rina Morelli. Ma quanti mugugni! Si lamentò , scuotendo il capo, Pepòn Zabeton, Pepina de Merlu e Migliu de Fines. ” Basta, non vengo più ” disse inferocito Bigiu Pagan. mentre più contenuto ma severo nel suo giudizio è stato Migliu de Luca, come pure Pinu el mulinè , el veciu Pis e lo stesso Crai. Non c’era la Legur: ma lui era un partigiano e chissà in quale parte del mondo si trovava. Ma perchè tutti questi nomignoli, nessuno che corrispondesse all’anagrafe? Il fatto è che Regona è sempre stata ricca di ” nomi d’ arte “. E se tu, straniero, capitavi a Regona e chiedevi dove trovare il tale, citandolo col suo vero nome, nessuno lo conosceva. Ma se dicevi: ” Ma sì, i ghe dis Massim Mubon “, allora sì che tutto era chiaro, come quando si voleva distinguere Mario el Secrista da Mario Balota, o Spaccamanec, o Pepu Malizia, perfino Lerù: proprio così, il nome Lerù è stato affibbiato al compianto Giuseppe Zanisi perchè da giovane aveva interpretato in una commedia la parte del cameriere Lerù. Ancora oggi imperversano nomignoli, come Macagn, Ciran, Michet, don Ciotula, ma la fantasia dei nostri nonni era irripetibile, come parole scolpite nel marmo, tramandate nei secoli. Come del resto i proverbi. Non si poteva dire: “Dammi una mano, non ce la faccio da solo”, perchè la risposta era sempre quella: “Chi fa da sè, fa per tre “. E se replicavi che era in contrasto con l’altro detto” Du fa ùn, ùn fa nisùn “, tiravano avanti nel loro lavoro perchè si doveva sbarcare il lunario ed il conto in banca ce l’avevano solo i ” Maselon “, cioè gli agricoltori e il mondo finiva lì, con i ” padroni ” che se la ridevano, in barba ai ” magùt “. Ma la chiesa era sempre piena. GIULIO ZIGNANI

ANCORA UN ALTRO FALCO COLPITO

23 ANCORA UN ALTRO FALCO COLPITO Soresina-Dopo la scomparsa del maestoso airone dei Dossi, che di notte si annidava sotto una macchia a lato della piccola roggia Sgarzo, e di giorno lo si vedeva volare attorno alla proprietà Brognoli, che ha conservato, anche dopo la bonifica, un habitat invidiabile, e del falco pellegrino, che da giorni si faceva notare nella campagna soresinese, ecco che ora gli agenti della polizia provinciale hanno recuperato un altro falco, questa volta però si tratta di un falco della palude, che è stato impallinato dai cacciatori. Con tutta probabilità, come già era avvenuto fortunatamente con il falco pellegrino, anche questo rapace potrà guarire e riprendere presto il volo, grazie alle cure cui viene sottoposto dal centro specializzato della cascina Stelle di Castelleone. Dante Alberti, noto esperto di uccelli come anche di pesci, ci ricorda con evidente disappunto questi incresciosi episodi, come anche la scomparsa tempo fa di un airone, poi di un Ibis, un uccello dal becco lungo e ricurvo, piumaggio bianco sul corpo, nero-azzurro sulla coda, che si cibava di rane e girini, poi improvvisamente sparito dalle nostre campagna E così, dopo l’ airone, l’ ibis, il falco pellegrino ed una maestosa poiana, ora è la volta di un falco della palude. Alberti dice di vedere talora altri uccelli pregiati, percorrendo quei viottoli erbosi sul far della sera, circondati da un coro di grilli, mentre qualche gallinella d’ acqua si nasconde sotto le sponde erbose della roggia, e poi avvertire il gracidare delle rane. Ma oggi è triste : in questo paradiso naturale, se si continua così, uccelli pregiati e rari non se ne vedranno più.  Giulio Zignani

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Il GELSO

il gelsoA Regona, nella piazzuola che osa contendere il primato al sagrato della chiesa come una pagina del Guareschi, sopravvive un gelso secolare, tutto cavo all’interno e con tanto di pertugio alla base, dove possono passare i bambini che giocano a nascondino. Non si sa come attinga linfa questo grosso tronco atrofizzato, eppure ad ogni primavera riprende vigore e ostenta fronde rigogliose e bacche dolcissime, destinate ormai ad una razza in estinzione. Caro, vecchio gelso, pensa il nostro fattorino; ultima reliquia di mitiche piante del passato, che il progresso ha cancellato, come il grande pino di Baldrighi o la pianta di carrube addossata alla tenuta Rozzi, leccornia già ai tempi dei ragazzi del ’99. E su tutte svettava la grande “albera pirera”, che un fulmine ha poi spezzato nella grande guerra, quasi una rivincita sulla natura contro il male perpetrato dagli uomini. Erano i giorni in cui la storia impazziva, mentre il piccolo mondo regonese non trova ormai più riscontri del suo passato nelle nuove generazioni. Solo il gelso sa custodire, quasi eco dei più celebri cipressi del Carducci, tutti quei ricordi nella cavità protetta dalla sua vetusta corteccia.

Giulio Zignan

Il GELSO

il gelsoA Regona, nella piazzuola che osa contendere il primato al sagrato della chiesa come una pagina del Guareschi, sopravvive un gelso secolare, tutto cavo all’interno e con tanto di pertugio alla base, dove possono passare i bambini che giocano a nascondino. Non si sa come attinga linfa questo grosso tronco atrofizzato, eppure ad ogni primavera riprende vigore e ostenta fronde rigogliose e bacche dolcissime, destinate ormai ad una razza in estinzione. Caro, vecchio gelso, pensa il nostro fattorino; ultima reliquia di mitiche piante del passato, che il progresso ha cancellato, come il grande pino di Baldrighi o la pianta di carrube addossata alla tenuta Rozzi, leccornia già ai tempi dei ragazzi del ’99. E su tutte svettava la grande “albera pirera”, che un fulmine ha poi spezzato nella grande guerra, quasi una rivincita sulla natura contro il male perpetrato dagli uomini. Erano i giorni in cui la storia impazziva, mentre il piccolo mondo regonese non trova ormai più riscontri del suo passato nelle nuove generazioni. Solo il gelso sa custodire, quasi eco dei più celebri cipressi del Carducci, tutti quei ricordi nella cavità protetta dalla sua vetusta corteccia.

Giulio Zignan