Mese: maggio 2018

La speranza che fa tornare alla vita

La speranza che fa tornare alla vita
Viaggio tra le destinazioni dell’8xmille
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«Quando ho aperto gli occhi, quella notte del 24 agosto, ho pensato che fino a quel momento la mia fosse una vita serena, felice. Improvvisamente, la furia del terremoto mi stava portando via tutto. Alla fine di quella interminabile scossa ero vivo e lo erano i miei figli, che dopo minuti di disperazione ho finalmente riabbracciato, illesi, tra le macerie. Ma non c’era spazio per la felicità. Mi si sono piegate le ginocchia: se il cemento armato è andato giù in quel modo, mi sono detto, il paese non esiste più».
È un racconto ancora carico di angoscia quello di Gaetano, che ricorda così il devastante sisma che nell’estate 2016 colpì i territori della Valle del Tronto. La sua Amatrice, e tutti i luoghi feriti dal terremoto, non sarebbero stati più gli stessi. A quella scossa ne seguirono diverse altre, la più forte delle quali poco tempo dopo, il 30 ottobre. Rialzarsi da tutto questo non è stato facile. È iniziata un’opera di ricostruzione lunga e faticosa e una grande gara di solidarietà ha mobilitato migliaia di italiani. Ma c’è tantissimo ancora da fare. E proprio ad Amatrice, simbolo del vasto cratere colpito dal sisma in Centro Italia, la Caritas si è fatta motore e sintesi di un sostegno senza confini, andando ben oltre l’emergenza.

Qui, i fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica hanno assicurato un milione di euro e hanno consentito a sacerdoti, operatori e volontari di organizzare soluzioni concrete con un lavoro silenzioso e instancabile: dalla prima accoglienza per coppie con figli e anziani ai Centri di Comunità polivalenti in tutte le diocesi (Rieti e 6 nelle Marche), con spazi multiuso, mensa e posti letto per gli sfollati in attesa d’assegnazione delle casette, area giochi per i bambini. Aprire uffici Caritas distaccati ad Amatrice è servito a intervenire anche nelle piccole frazioni. Valerio, Settimia, Ada, Francesca e Mirko, insieme a Gaetano, sono soltanto alcuni dei testimoni di come la firma gratuita dei cittadini che hanno scelto di destinare l’8xmille alla Chiesa cattolica, all’atto della dichiarazione dei redditi, abbia restituito conforto e risposte tangibili. Don Fabrizio ricorda come la distribuzione di circa 50 container con unità abitative abbia permesso a diverse famiglie senza casa di affrontare l’inverno 2017, mentre Mario, operatore della Caritas, aggiunge come l’azione della Chiesa nella diocesi si estenda anche a piani di sostegno dell’economia locale. «La maggior parte delle persone ha problemi di lavoro, e si pensa a come aiutare le comunità per ripartire. Un supporto può venire da piccoli progetti per la rivalutazione di queste terre che hanno sempre avuto vocazione agricola. Insomma, il senso è ricominciare da dove avevano lasciato».

A Vicenza un tetto per chi ha perso tutto
Ricominciare, già. Una parola che ha acquistato davvero significato anche per altri che si sono trovati senza casa e soli. Per motivi diversi, però. Sono uomini vittime delle nuove povertà, al nord come al sud, in grandi città e in piccoli centri. Prima c’era la famiglia, un tetto e il lavoro. Poi, più niente.

A Vicenza, grazie anche ai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, c’è un luogo dove è possibile essere accolti e tornare a sperare. Nella “Casa Beato Claudio Granzotto”, antico convento francescano di Santa Lucia strutturato in mini appartamenti, hanno trovato accoglienza padri separati, pensionati, licenziati, famiglie in emergenza abitativa, giovani precari.
La storia di Gabriele, ad esempio, assomiglia a quella di tanti che sono finiti in strada. La sua è una delle famiglie che la crisi ha messo alle corde. «Cinque anni fa ho perso il lavoro e poi la casa, perché non potevo pagare l’affitto. Mia figlia si era ammalata. Il momento più difficile è stato chiedere aiuto: per una persona che ha avuto sempre una vita normale, per così dire, è doloroso. Ma ho capito che era la cosa giusta da fare». Gabriele, attraverso il centro ascolto della Caritas, ha trovato nell’antico convento di Santa Lucia un posto in cui radunare le forze per ripartire, e ha anche una piccola occupazione. La figlia è guarita. «È stata la gioia più grande. Rimettersi in piedi diventa più facile». Chi è in difficoltà momentanea qui può respirare. Riceve sostegno emotivo dopo lo choc del cambiamento di vita e non è solo nel nuovo cammino. Il direttore della Caritas diocesana, don Enrico Pajarin dice: «L’8xmille ci consente di tenere aperte e accoglienti queste strutture. Abbiamo una decina di educatori retribuiti, che si dedicano a chi ha problemi di grave marginalità, e tanti volontari. Insieme rendono possibile ospitalità e ascolto».

In Terra Santa una Casa di Accoglienza per gli anziani
Gli interventi per la carità che si attivano grazie all’8xmille alla Chiesa cattolica escono anche dai confini del nostro Paese, come testimonia la “mappa delle opere” da consultare ogni giorno dell’anno su http://www.8xmille.it. Portano aiuto, dignità e assistenza ad esempio a Betlemme, dove l’Associazione di Terra Santa ha aperto le porte agli anziani poveri. Suor Caterina, nella Società Antoniana da 18 anni, racconta che sono in tanti ad essere rimasti soli al mondo. «Non c’è nessuno che li attende e noi siamo la loro famiglia. Qui si sentono a casa, amati». Per gli anziani in Terra Santa non esiste welfare, né sistema pensionistico, né assistenza medica pubblica. L’unica opera che li sostiene è quella dei frati francescani di Betlemme. «Sono i più vulnerabili – spiega Vincenzo Bellomo della Società Antoniana – Accogliamo i più poveri con mensa, acquisto di farmaci e apparecchiature mediche, quando serve un intervento chirurgico». «Le famiglie cristiane sono una minoranza e rischiano di andarsene», dice Vincenzo, operatore. Gli interventi si prendono cura anche dei bambini: è stato ricostruito il parco giochi del centro parrocchiale, collegato a borse di studio, corsi di informatica, doposcuola. «Siamo riusciti con vari progetti a sostenere famiglie, donne, anziani e ammalati – racconta Don Mario –. Tutto questo grazie alle firme».

I CONTENUTI DI QUESTO ARTICOLO SONO STATI PRODOTTI DA CEI

15 maggio 2018 (modifica il 15 maggio 2018 | 17:07)
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A CURA DI CEI
Una firma a servizio dei più deboli
La speranza che fa tornare alla vita
I tanti volti della solidarietà
8xmille, la Chiesa moltiplica il miliardo ricevuto per 11 volte
Beni culturali ecclesiastici, “in equilibrio tra conservazione e valorizzazione”
“Fiducia in noi stessi per ispirare fiducia negli altri”
In prima linea cambiando le cose: possiamo farlo, basta un piccolo gesto
Donare e ricevere. Grazie alla solidarietà, un’altra vita è possibile
La speranza che non si arrende: quando la solidarietà fa tornare alla vita
La forza dell’amore: come la solidarietà può alimentare la speranza
Corriere della Sera

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Ecco cosa succedeva il venerdi santo

venerdi di Pasqua
Gli avvenimenti del venerdi–santo
La Liturgia del venerdi di Pasqua veniva vissuta con maggiore intensità ,specie dai giovani che trasformavano la cerimonia che mette al centro la morte di Gesù Cristo in un baccano infernale.Ma prima del baccano c’era un antefatto piuttosto curioso e sorprendente:I fedeli, al rintocco delle campane, correvano verso i fossi o comunque dove c’era dell’acqua (anche una pozzanghera) e si bagnavano gli occhi, a significare che Gesù era risorto. Ma ecco quanto succedeva circa 50 anni fa a Regona di Pizzighettone. .La mattina del venerdi santo le campane venivano legate in segno di raccoglimento e di lutto. Al momento dell’offertorio il celebrante, all’epoca l’anziano Parroco don Giovanni Pallavicini,invitava i fedeli a ricordare, con brevi colpetti sui banchi e sulle sedie, il momento della morte del Salvatore,il tutto per la durata di qualche minuto.Inoltre le campane, che erano state slegate, suonavano a distesa, come pure i campanelli dei chierichetti.Ma invece che succedeva?I ragazzi e i giovani si scatenavano, alzando i banchi e le sedie, per poi colpire il pavimento con una bella botta.Il tutto durava…non finiva mai, anche più di dieci minuti, quindi era la volta dello scampanillio di campane e campanelli.
Ma il parroco si era finalmente accorto che si esagerava con questa cerimonia fuori ordinanza e interrompeva tutto.
Giulio Zignani

lE NONNE E LA SAGGIA NENASanta Maria dell’oliva a Maciano di Pennabilli
kie Policy

Le nonne e la saggia Nèna
Il fattorino, preso un pò come bersaglio dai colleghi, salutò con un sospiro di sollievo il giorno del suo pensionamento, anche perchè, debole con la moglie, non lo era con la scrittura. Gli piaceva osservare ogni cosa: persone e angoli di natura. Aveva un debole per le persone anziane, da cui tutto c’è da imparare, e così andò a trovare i suoi compaesani di Regona, una frazione di 700 anime, dalle coordinate strette ma carica di ricordi: i nonni. Lui, soresinese, ricorda sempre la sua Regona, ove è nato e ha vissuto per tanti anni. Ricorda i nonni. Loro sapevano sempre in anticipo quando cambiava il tempo senza il meteorologo, si orientavano senza bussola e riuscivano a dirti che ora era anche senza l’orologio. Smettevano di lavorare col suono delle campane. Le nonne poi andavano a Pizzighettone a piedi scalzi, con le scarpe in mano, per non consumare le suole. Le nonne: erano tutte scarne, secche, rugose, quasi che una morte ingorda le volesse rapire da un momento all’altro. Ma loro hanno lasciato una luce che oggi, nel bagliore dei multimedia, non si riesce più a scorgere appieno. Ce n’era una, si chiamava Nena, tipico nome del vernacolo nostrano. Era la più vecchia del paese. Quando la salutavi con sorriso, per lei sospetto, ti apostrofava: “Sono volpe vecchia e non mi lascio schiacciare le cipolle sotto agli occhi”. Se replicavi con aria di sufficienza, si spazientiva con una esclamazione: “Esco a prendere un pò d’aria altrimenti impazzisco”. Allora tu, giovane di belle speranze, incominciavi a sfotterla bonariamente, e lei chiudeva il discorso così: “Insensato, mi vuoi ammazzare?”. Non erano forse frasi logiche, ma brandelli di ricordi di gioventù, quando recitava sul palco delle suore e che la mente anchilosata dagli anni non aveva ancora cancellati. Nena, qual è la tua filosofia di vita? “Ma cos’è, roba che si mangia?”. Ma poi si faceva tutta seria ed allora avevi il dubbio che avesse capito tutto quando diceva: “Tanti anni fa ho trovato per terra un’immaginetta con questo pensiero: Coraggio, Matteo, se questo mondo è una valle di lacrime, nell’altro avrai la ricompensa. Macchè ricompensa! Quando si è poverelli non c’è nulla da sperare ed anche in cielo mi si dirà sempre: Matteo, va a metter fuori la luna, Matteo, và a dare una lustratina alle stelle e così via. Sarà sempre il povero Matteo che birla”. Il giovane, fattosi pensoso, dovette battere in ritirata. Che mondo era quello, quando le nonne zappavano i germogli del granoturco perchè crescesse rigoglioso…Zappa, ancora, ancora chè il padrone è là in fondo al campo che ti guarda. Il ricordo si fa rabbioso, ma l’affetto per quelle donne cancella ogni rancore.

Giulio Zignani

Il GELSO
il gelsoA Regona, nella piazzuola che osa contendere il primato al sagrato della chiesa come una pagina del Guareschi, sopravvive un gelso secolare, tutto cavo all’interno e con tanto di pertugio alla base, dove possono passare i bambini che giocano a nascondino. Non si sa come attinga linfa questo grosso tronco atrofizzato, eppure ad ogni primavera riprende vigore e ostenta fronde rigogliose e bacche dolcissime, destinate ormai ad una razza in estinzione. Caro, vecchio gelso, pensa il nostro fattorino; ultima reliquia di mitiche piante del passato, che il progresso ha cancellato, come il grande pino di Baldrighi o la pianta di carrube addossata alla tenuta Rozzi, leccornia già ai tempi dei ragazzi del ’99. E su tutte svettava la grande “albera pirera”, che un fulmine ha poi spezzato nella grande guerra, quasi una rivincita sulla natura contro il male perpetrato dagli uomini. Erano i giorni in cui la storia impazziva, mentre il piccolo mondo regonese non trova ormai più riscontri del suo passato nelle nuove generazioni. Solo il gelso sa custodire, quasi eco dei più celebri cipressi del Carducci, tutti quei ricordi nella cavità protetta dalla sua vetusta corteccia.

Giulio Zignani

Sospeso il film per un bacio proibito

L BACIO PROIBITO E IL PARROCO SOSPENDE IL FILM

IL BACIO E IL PARROCO SOSPENDE IL FILM

Il ” Reality ” a Regona lo si faceva ben prima dell’avvento della Tv. Siamo negli anni 40 ed il ” reality ” era veramente tale, non finto o recitato come si vede ai giorni nostri sul video. Il nostro fattorino ricorda un film visto in gioventù: La Fedora. Ed ecco come. Il buon parroco don Giovanni Pallavicini autorizza, dopo tante insitenze dei giovani dell’ epoca , la proiezione del film ” La Fedora “nel cinema dell’ oratorio. Alla manovella della cinepresa dell’ era antidiluviana c’ era l’ impareggiabile ” tecnico ” Urigliu Taravela. Senonchè alle prime sequenze del film, ecco un bacio sulla bocca. “Cosa?!, grida il parroco, che film è questo? “. Ed il manovratore di rimando: ” La Fedora “. Ma ecco sulla scena ancora quel maledetto bacio sulla bocca.” Urigliu, grida ancora spazientito il parroco, che film è questo?” . E lui, imperterrito: ” La Fedora “. Al terzo bacio Don Giovanni irrompe nella cabina, spegne le luci e gli uomini, seduti a sinistra, le donne a destra, sempre ben separati, dovettero dire addio alla divina Rina Morelli. Ma quanti mugugni! Si lamentò , scuotendo il capo, Pepòn Zabeton, Pepina de Merlu e Migliu de Fines. ” Basta, non vengo più ” disse inferocito Bigiu Pagan. mentre più contenuto ma severo nel suo giudizio è stato Migliu de Luca, come pure Pinu el mulinè , el veciu Pis e lo stesso Crai. Non c’era la Legur: ma lui era un partigiano e chissà in quale parte del mondo si trovava. Ma perchè tutti questi nomignoli, nessuno che corrispondesse all’anagrafe? Il fatto è che Regona è sempre stata ricca di ” nomi d’ arte “. E se tu, straniero, capitavi a Regona e chiedevi dove trovare il tale, citandolo col suo vero nome, nessuno lo conosceva. Ma se dicevi: ” Ma sì, i ghe dis Massim Mubon “, allora sì che tutto era chiaro, come quando si voleva distinguere Mario el Secrista da Mario Balota, o Spaccamanec, o Pepu Malizia, perfino Lerù: proprio così, il nome Lerù è stato affibbiato al compianto Giuseppe Zanisi perchè da giovane aveva interpretato in una commedia la parte del cameriere Lerù. Ancora oggi imperversano nomignoli, come Macagn, Ciran, Michet, don Ciotula, ma la fantasia dei nostri nonni era irripetibile, come parole scolpite nel marmo, tramandate nei secoli. Come del resto i proverbi. Non si poteva dire: “Dammi una mano, non ce la faccio da solo”, perchè la risposta era sempre quella: “Chi fa da sè, fa per tre “. E se replicavi che era in contrasto con l’altro detto” Du fa ùn, ùn fa nisùn “, tiravano avanti nel loro lavoro perchè si doveva sbarcare il lunario ed il conto in banca ce l’avevano solo i ” Maselon “, cioè gli agricoltori e il mondo finiva lì, con i ” padroni ” che se la ridevano, in barba ai ” magùt “. Ma la chiesa era sempre piena. GIULIO ZIGNANI

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La vita di cascina di un tempo passato

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La vita di cascina di un tempo
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Soresina – Il cascinaro era nato e vissuto in cascina. Era sotto padrone da sempre, come salariato fisso. La gerarchia di cascina poneva subito dopo il padrone, il fattore, che aveva le chiavi della cascina e dipendeva da lui concedere o meno l’uscita a una cert’ora. Succedeva di solito al bergamino, che faceva la notte ed era rimasto senza sigarette. “Va bene, vai per stavolta: Speriamo non ti veda il padrone, sennò il cicchetto me lo prendo io”. Il fattore era il ruffiano del padrone e faceva schifo ai salariati, che da lui ricevevano gli ordini di lavoro di presto mattino: “Tu vai alla “matonda” a tagliare l’erba, tu carica il fieno del “campaccio”. E loro partivano a passo cadenzato, come i buoi che mettevano al giogo e trainavano i carri agricoli là, verso i campi. Chi faceva il tagliatore d’erba, entrava in azione come un campione. Facevano la gara per arrivare primi alla fine del campo, dopo aver tagliato il tratto d’erba affidatogli con la falce e sostando solo un attimo per “dare il filo” alla lama con la “cùut”, infilata in un corno di bue legato alla cinghia dei pantaloni, perchè il taglio dell’erba doveva essera perfetto alla base, come una testa rapata. Se spuntava qualche filo d’erba, riceveva il rimprovero del fattore. Ora si è tentati di ridere di tutto ciò e la ragione c’é: ma per secoli i salariati vissero in compagnia di queste regole ed ora che sono arrivate le macchine agricole, i campi sono stati abbandonati. Vita di cascina, poesia del passato, mentre i ragazzini nelle sere invernali si davano convegno nelle stalle, al tepore delle mucche. Non c’erano ancora le nudità dello schermo televisivo, ma per loro riuscire a sentire qualche conversazione “proibita” degli adulti era una conquista, mentre le mamme rattoppavano i loro abitini strappati. C’era anche il reduce di guerra che raccontava per l’ennesima volta le sue gesta. Il cascinaro diventava un’altra persona di domenica: andava a messa con l’abito buono, dopo essersi pettinato con la brillantina e si notava sempre un pò di forfora sulle sue spalle. Ora tutto è finito e se c’è qualche salariato sopravvissuto, questi ce la mette tutta per avere una macchina più grossa dell’agricoltore.

Giulio Zignani
giuliozignani@alice.it

I due controllori

3 ARRIVANO I DUE ISPETTORI C’ è una strana agitazione in ufficio oggi: sono in arrivo i due ispettori della sede, che controlleranno le pratiche e daranno un ” voto “, da cui dipendono anche a fine anno le note di qualifica. Entra prima il capo e saluta con un cenno di sorriso, mentre il galoppino che gli regge la borsa fa degli inchini ammiccanti. La più solerte, pronta ad appendere il cappotto del capo all’ attaccapanni è l’ Impiegata di Concetto, che per l’ occasione ha una strana inflessione di voce e una ” c ” ed una ” s ” pronunciate con enfasi, come nelle grandi occasioni. I colleghi già lo sanno e sghignazzano in silenzio. Il capo fa un’ osservazione, ma ha un attimo di amnesia circa una norma procedurale. Si rivolge al galoppino e lo sorprende mentre succhia rumorosamente una caramella che aveva già in bocca. ” Ma guardatelo, dice il capo, lui succhia, invece di rinfrancarmi la memoria “. Il galoppino vorrebbe sprofondare sotto terra ma del resto sa che prima della fine della giornata ne arriveranno di cazziate…Però è sempre devoto e chiama confidenzialmente il capo con il nome; lo fa delicatamente quando sussurra “Eraldo “. Agli impiegati aveva detto già in altre occasioni: ” Solo io lo posso fare, voi dovete dire ” ragioniere “. Lui va tronfio di questo privilegio, mentre agli impiegati fa schifo. C’ una telefonata e scattano un pò tutti con insolita solerzia. Il primo che afferra il telefono dà delle risposte che suonano strane: ” Bisogna, cara signora, osservare le norme. Se lei va con la bicicletta sul marciapiede, cosa ci dice il governo? “. “Nulla, dice il Piero, perchè il governo è in crisi “. Risata generale, ma contenuta. Però il capo ha sentito e se ne va sbattendo la porta. ” Vi farò io una bella relazione, vedrete che perle”. E il galoppino annuisce, poi allarga le braccia in segno di comprensione verso gli impiegati, badando di non farsi vedere dal capo.
Giulio Zignani