Mese: marzo 2018

Perchè un giovane si fa sacerdote?

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Matteo ha 28 anni, è un ragazzo normalissimo, con un lavoro speciale: è un sacerdote, conosciuto dai ragazzi del suo oratorio come Don Matteo.
Alle telecamere di MTV, Don Matteo racconta la sua storia. Come ha capito di voler diventare prete, i suoi dubbi, la sua felicità…E la sua fatica! Perché fare il prete, racconta il giovane sacerdote, significa fare un po’ di tutto, ma soprattutto essere capace di stare a contatto con le persone.Matteo non è sempre stato sicuro al 100% della decisione di prendere i voti; infatti racconta ai giornalisti di essersi allontanato dal seminario (una specie di collegio-scuola per diventare sacerdoti) quando era più giovane, per verificare se la sua vocazione fosse profonda o no.
Alla fine Matteo ha deciso di riprendere il suo percorso, ed è diventato Don Matteo. Il suo non è soltanto un lavoro , ma una vera e propria vocazione, una scelta di vita che lo assorbe completamente. Eppure, nonostante l’importanza spirituale e sociale del suo ruolo, Matteo rimane sempre un ragazzo che si diverte con gli altri giovani della sua parrocchia.
Ma cosa significa scegliere di diventare prete per un ragazzo così giovane? Diventare prete significa avere un ruolo bello e importante nella vita di molte persone, ma vuol dire anche fare delle rinunce e pensare sempre al bene degli altri prima che al proprio. Bisogna essere molto sicuri della propria vocazione per vivere con gioia la vita del sacerdote. Secondo voi, quali sono i motivi che spingono a prendere una decisione così importante? E voi, pensate che potreste farlo?

(Giulio Zignani)

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Padre Pio da Pietrelcina

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« Camminate pure tra il vento ed i flutti, ma con Gesù. »
(Consigli-esortazioni di Padre Pio da Pietrelcina, 1953)
San Pio da Pietrelcina
P-pio.jpg
Nascita Pietrelcina25 maggio1887
Morte San Giovanni Rotondo23 settembre 1968
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione Città del Vaticano2 maggio 1999 da papa Giovanni Paolo II
Canonizzazione Città del Vaticano16 giugno 2002 da papa Giovanni Paolo II
Santuario principale Chiesa di Padre PioSan Giovanni Rotondo
Ricorrenza 23 settembre
Patrono di Volontari di protezione civile, adolescenticattolici.

Pio da Pietrelcina, ora San Pio da Pietrelcina, meglio noto come Padre Pio, al secolo Francesco Forgione (Pietrelcina25 maggio1887 – San Giovanni Rotondo23 settembre 1968), è stato un presbitero italiano, dell’Ordine dei frati minori cappuccini; la Chiesa cattolica lo venera come santo e ne celebra la memoria liturgica il 23 settembre, anniversario della morte.

È stato destinatario, ancora in vita, di una venerazione popolare di imponenti proporzioni, anche in seguito alla fama di taumaturgoattribuitagli dai devoti, così come è stato anche oggetto di aspre critiche in ambienti ecclesiastici e non.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni (1887-1906)[modifica | modifica wikitesto]

Pietrelcinaprovincia di Benevento, luogo di nascita di Padre Pio

Francesco Forgione nacque a Pietrelcina, un piccolo comune alle porte di Benevento, il 25 maggio 1887, da Grazio (detto “Orazio”) Maria Forgione[1] (18601946) e Maria Giuseppa (detta “Peppa”) di Nunzio (18591929). Fu battezzato il giorno successivo nella chiesa di Sant’Anna. Gli venne dato il nome Francesco per desiderio della madre, devota a san Francesco d’Assisi[2]. Il 27 settembre 1899 ricevette la comunione e la cresima dall’allora arcivescovo di Benevento Donato Maria Dell’Olio. La madre era una cattolica molto devota e le sue convinzioni ebbero una grande influenza sulla formazione religiosa del futuro frate. Il giovane non frequentò le scuole in maniera regolare perché doveva rendersi utile in famiglia lavorando la terra. Solo quando ebbe dodici anni cominciò a studiare sotto la guida del sacerdote Domenico Tizzani che, in un biennio, gli fece svolgere tutto il programma delle elementari. Poi, passò alla scuola per gli studi ginnasiali.

Il desiderio di diventare sacerdote fu sollecitato dalla conoscenza di un frate del convento di Morcone, fra’ Camillo da Sant’Elia a Pianisi, che periodicamente passava per Pietrelcina a raccogliere offerte. Le pratiche per l’entrata in convento furono iniziate nella primavera del 1902, quando Forgione aveva 14 anni, ma la sua prima domanda ebbe esito negativo. Solo nell’autunno del 1902 arrivò l’assenso. Forgione sostenne di aver avuto una visione, il 1º gennaio 1903 dopo la comunione, che gli avrebbe preannunciato una continua lotta con Satana[3]. La notte del 5 gennaio, l’ultima che passava con la sua famiglia, dichiarò di aver avuto un’altra visione in cui Dio e Maria lo avrebbero incoraggiato assicurandogli la loro predilezione[4].

Il 22 gennaio dello stesso anno, a 15 anni, vestì i panni di probazione del novizio cappuccino e diventò “fra’ Pio”.[5] Concluso l’anno del noviziato, fra Pio emise la professione dei voti semplici (povertà, castità e obbedienza) il 22 gennaio del 1904. Nell’ottobre 1905 raggiunse San Marco la Catola per lo studio della filosofia. Nell’aprile 1906 ritornò a Sant’Elia a Pianisi (CB) per gli studi ginnasiali. Si racconta che quell’anno la sangiovannese Lucia Fiorentino (1889-1934), mentre era assorta in preghiera, ebbe una “visione immaginaria” premonitrice dell’arrivo di padre Pio a S. Giovanni Rotondo.[6]

La consacrazione e la comparsa delle stimmate “provvisorie” (1907-1916)[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni 1907-1908, compiendo il percorso scolastico, fu nel Convento di Serracapriola. Qui fra’ Pio aveva compagni di studio i fraticelli di San Giovanni Rotondo, Clemente, Guglielmo e Leone e, da Roio, Anastasio che abitava la cella accanto a quella sua. I cinque erano allievi del Padre Lettore Agostino da San Marco in Lamis. Del fra’ Pio “serrano”, Padre Agostino scrisse: «Conobbi Padre Pio da frate il 1907, quando l’ebbi studente in Teologia a Serracapriola. Era buono, obbediente, studioso, sebbene malaticcio…». «Pel continuo pianto» che faceva meditando sulla Passione di Cristo fra Pio «ammalò negli occhi». Quel suo pianto, a grosse lacrime e copioso, cessò nel Convento di Serracapriola. Il Venerdì Santo del 1908 (17 aprile) nel Convento serrano fra’ Pio, già sofferente di “male toracico”, fu ulteriormente colpito da una “emicrania” che continuò ad affliggerlo “per tutto il tempo” della permanenza a Serracapriola impedendogli, a volte, di partecipare alle lezioni scolastiche. Nel Convento di Serracapriola, oltre ai malesseri generali, fra’ Pio patì anche la calura estiva dell’anno 1908: «… qui si sta un po’ male», scriveva ai “carissimi genitori”, a «cagione del caldo che in questi mesi è un po’ eccessivo in questo paese. Non v’impensierite in quanto a ciò, perché sono miserie che l’uomo non può andarne esente…».

Il Duomo di Benevento, dove nel 1910 Padre Pio ricevette la consacrazione sacerdotale.

La chiesa-santuario di San Giovanni Rotondo

Interno della chiesa di Santa Maria della Grazie a San Giovanni RotondoItalia

Quegli “infiniti affanni” fisici, causati “da una misteriosa malattia” che “galoppava” e l’inappetenza cronica del giovane, allarmarono i Cappuccini di Sant’Angelo. Comunicando telegraficamente con Salvatore Pannullo, parroco di Pietrelcina, i frati convocarono Grazio Forgione, genitore di fra’ Pio. Giunto a Serracapriola, egli trovò ospitalità nel Convento. Con il padre fra’ Pio andò al suo paese per una vacanza di salute consigliata dal medico che lo aveva visitato. Già prima dell’anno scolastico 1907/1908 fra’ Pio era stato per alcuni giorni nel Convento di Serracapriola; vi arrivò in “gita di lavoro”, con altri confratelli, dal Convento molisano di Sant’Elia a Pianisi. E tutti insieme, con i frati serrani, vendemmiarono la vigna del Convento. Durante le operazioni di vendemmia, i fumi di alcool liberatisi dalle uve pigiate nella cantina conventuale, inebriarono fra’ Pio che a Bacco non aveva brindato.

Nel tempo, rinverdendo i particolari di questo episodio serrano, Padre Pio commentava: “Fu l’unica volta in vita mia che il vino mi fece perdere la testa” (cit. P. Luigi Ciannilli da Serracapriola). Ultimato il primo anno del Corso di Teologia a Serracapriola, fra’ Pio proseguì il suo “benessere morale e scientifico” nel Convento di Montefusco, nell’avellinese, ove per i diversi insegnamenti erano Lettori i Padri: Agostino da San Marco in Lamis, Bernardino da San Giovanni Rotondo, Bonaventura da San Giovanni Rotondo e Luigi da Serracapriola. Il 27 gennaio 1907 professò i voti solenni. Nel novembre del 1908, completati gli studi, si recò a Montefusco dove studiò teologia. Il 18 luglio del 1909 ricevette l’ordine del diaconato, nel noviziato di Morcone. Nei mesi di novembre e dicembre dello stesso anno, risiedette nel convento di Gesualdo (Av). Il 10 agosto 1910 fu ordinato sacerdote nel duomo di Benevento. Nonostante fosse ancora ventitreenne, il vescovo decise per un’eccezione alle disposizioni del diritto canonico che all’epoca prevedevano un’età minima per l’ordinazione di 24 anni.[7]

In tale periodo gli agiografi collocano la comparsa sulle sue mani delle stimmate “provvisorie”. Fra’ Pio diede comunicazione per la prima volta l’8 settembre 1911, in una lettera indirizzata al padre spirituale di San Marco in Lamis: qui il frate racconta che il fenomeno andrebbe ripetendosi da quasi un anno, e che avrebbe taciuto perché vinto «sempre da quella maledetta vergogna».[8] È stato fatto notare che, nella corrispondenza del frate degli anni 1911-1913, esiste un gruppo di undici lettere (indirizzate a padre Agostino da San Marco in Lamis e a padre Benedetto da San Marco in Lamis) in cui larghi tratti sono presi, senza citarli, dall’epistolario e da altri testi di Gemma Galgani, la prima santa stimmatizzata del XX secolo.[9]

Il 7 dicembre 1911 fece ritorno a Pietrelcina per ragioni di salute, restandovi, salvo qualche breve interruzione, sino al 17 febbraio 1916.[10] Il 10 ottobre dello stesso anno fra’ Pio rispose alle domande perentorie, rivoltegli da padre Agostino da San Marco in Lamis, affermando che avrebbe ricevuto le stimmate, «visibili, specie in una mano», e che, pregando il Signore, il fenomeno sarebbe scomparso, ma non il dolore che sarebbe rimasto «acutissimo»; sostenne inoltre che avrebbe subito quasi ogni settimana, da alcuni anni, la coronazione di spine e la flagellazione.[11] Prestò il servizio militare a Benevento dal 6 novembre 1915. Un mese dopo venne assegnato alla decima compagnia sanità di Napoli.[12] Svolse il servizio con molte licenze per motivi di salute, sino a essere definitivamente riformato tre anni più tardi, a causa di una «broncoalveolite doppia», il 16 marzo 1918, dall’ospedale principale di Napoli.[13]

Il pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo e le stimmate “definitive” (1916-1919)[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 febbraio 1916 Fra’ Pio giunse a Foggia, restandovi sette mesi circa e dimorando nel convento di Sant’Anna. La sera del 28 luglio, accompagnato da padre Paolino da Casacalenda, arrivò per la prima volta a San Giovanni Rotondo. Pur sentendosi meglio in tale luogo, dopo una settimana circa scese di nuovo a respirare l’aria afosa di Foggia, poiché il permesso chiesto al padre provinciale, anche se non necessario, tardava a venire.[14] In ragione di ciò il 13 agosto Pio scrisse al provinciale, chiedendo di poter «passare un po’ di tempo a San Giovanni Rotondo» anche perché, a suo dire, Gesù gli avrebbe assicurato che là sarebbe stato meglio.[15] Fra’ Pio venne infine lasciato in tale convento, con l’ufficio di direttore spirituale del seminario serafico.[16]

Nell’agosto del 1918 fra’ Pio affermò di aver avuto delle visioni su di un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta (transverberazione). Il 20 settembre, in seguito a un’ulteriore presunta visione, Pio affermò che avrebbe ricevuto le stimmate “permanenti”, cioè che stavolta non sarebbero andate più via – secondo parole che Gesù gli avrebbe rivolto – per i successivi cinquant’anni.[17] Tali lesioni vennero variamente interpretate: come segno di una particolare santità, o come una patologia della cute (per es. piaghe da psoriasi), o come auto-inflitte. L’inizio del manifestarsi delle prime stimmate, le “provvisorie”, risalirebbe al 1910, quando per la sua malattia il religioso aveva avuto il permesso di lasciare il convento e di vivere nella sua casa natale a Pietrelcina. Non distante dal paese, tutti i giorni dopo aver celebrato la messa, si recava in una località detta Piana Romana, dove il fratello Michele aveva costruito per lui una capanna e dove aveva la possibilità di pregare e meditare all’aria aperta, che giovava molto ai suoi polmoni malati. Il fenomeno delle stimmate, rivelò al suo confessore, cominciò a manifestarsi proprio in quel luogo, nel pomeriggio del 7 settembre 1910, e si manifestò con maggior intensità un anno dopo nel settembre 1911, quando il frate scrisse al suo direttore spirituale:[18]

« In mezzo al palmo delle mani è apparso un po’ di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte e acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore. »

Nello stesso periodo cominciarono a circolare voci secondo le quali la sua persona aveva cominciato a emanare un “inspiegabile” profumo, che non era percepito da tutti allo stesso modo: «Chi diceva di sentire profumo di rose, chi di violette, di gelsomino, di incenso, di giglio, di lavanda ecc.»[19]. La voce della comparsa delle stimmate fece il giro del mondo, e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie.[20]

I pellegrini gli attribuirono il merito di alcune conversioni e guarigioni “inaspettate”, grazie alla sua intercessionepresso Dio. La popolarità di Padre Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora grazie al passa-parola e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l’accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore. La situazione divenne imbarazzante per alcuni ambienti della Chiesa cattolica:[21] la Santa Sede infatti non aveva notizie precise su cosa stesse realmente accadendo; le scarne informazioni ricevute ben si prestavano ad alimentare il timore di una macchinazione, di fatto movente interessi economici, eventualmente perpetrata sfruttando il nome della Chiesa e la tonaca del povero ignaro frate. Un primo inconcludente rapporto fu stilato dal Padre Generale dei cappuccini, il quale a sua volta aveva inviato Giorgio Festa. Questi ipotizzò una possibile origine soprannaturale del fenomeno, ma proprio il suo entusiasmo ne minò la credibilità. Si commissionarono perciò ulteriori indagini, molte delle quali (si dice) condotte in incognito.

Le indagini e la condanna del Sant’Uffizio (1919-1932)[modifica | modifica wikitesto]

Le stimmate.

Il primo medico a studiare le ferite di Padre Pio fu il professore Luigi Romanelli, primario dell’ospedale civile di Barletta, per ordine del padre superiore Provinciale, nei giorni 15 e 16 maggio 1919. Nella sua relazione fra le altre cose scrisse: «Le lesioni che presenta alle mani sono ricoperte da una membrana di colore rosso bruno, senza alcun punto sanguinante, niente edema e niente reazione infiammatoria nei tessuti circostanti. Ho la certezza che quelle ferite non sono superficiali perché, applicando il pollice nel palmo della mano e l’indice sul dorso e facendo pressione, si ha la percezione esatta del vuoto esistente». Due mesi dopo, il 26 luglio, arrivò a San Giovanni Rotondo il professore Amico Bignami, ordinario di patologia medica all’Università di Roma. Le sue considerazioni mediche non si discostarono da quelle del prof. Romanelli, in più però affermò che secondo lui quelle “stimmate” erano cominciate come prodotti patologici (necrosi neurotonica multipla della cute) ed erano state completate, forse inconsciamente per un fenomeno di suggestione, o con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio[22].

Nel 1920 padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e consulente del Sant’Uffizio, fu incaricato dal cardinale Rafael Merry del Val di visitare Padre Pio ed eseguire “un esame clinico delle ferite”. Il Segretario del Sant’Uffizio, chiamato in causa per indagare l’attività del cappuccino, scelse il Gemelli, è dato supporre, sia per le sue conoscenze scientifiche, sia per i suoi studi specialistici sui “fenomeni mistici” che aveva condotti sin dal 1913. “Perciò – pur essendosi recato nel Gargano di propria iniziativa, senza che alcuna autorità ecclesiastica glielo avesse chiesto – Gemelli non esitò a fare della sua lettera privata al Sant’Uffizio una sorta di perizia ufficiosa su padre Pio”.[23] Il Gemelli volle esprimersi compiutamente in merito e volle incontrare il frate. Padre Pio mostrò nei confronti del nuovo investigatore un atteggiamento di chiusura: rifiutò la visita chiedendo l’autorizzazione scritta del Sant’Uffizio. Furono vane le proteste di padre Gemelli che riteneva di avere il diritto di effettuare un esame medico delle stimmate. Il frate, sostenuto dai suoi superiori, condizionò l’esame a un permesso da richiedersi per via gerarchica, disconoscendo le credenziali di padre Agostino Gemelli. Questi abbandonò dunque il convento, irritato e offeso. Padre Gemelli espresse quindi la diagnosi:

« È un bluff… Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell’isterico e dello psicopatico… Quindi, le ferite che ha sul corpo… Fasulle… Frutto di un’azione patologica morbosa… Un ammalato si procura le lesioni da sé… Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti… tipico della patologia isterica »

Padre Pio mentre celebra una messa.

e più brevemente lo chiamò “psicopatico, autolesionista ed imbroglione”; i suoi giudizi, che come si è visto non potevano contare sull’esame clinico rifiutatogli, avrebbero pesantemente condizionato, per l’autorevolezza della fonte, la vicenda del frate. Come risultato di queste vicende, il 31 maggio 1923, arrivò un decreto vero e proprio in cui si pronunciava la condanna esplicita. Il Sant’Uffizio dichiarava il non constat de supernaturalitatecirca i fatti legati alla vita di padre Pio ed esortava i fedeli a non credere e a non andare a San Giovanni Rotondo. La formula specifica utilizzata, nel linguaggio ecclesiastico, equivale ad asserire che al momento non sono stati evidenziati elementi sufficienti ad affermare la soprannaturalità dei fenomeni, pur non escludendo che possano esserlo in futuro[24].

Il decreto venne pubblicato da L’Osservatore Romano, organo di stampa del Vaticano, il 5 luglio successivo e subito ripreso dai giornali di tutto il mondo. Il 15 dicembre del 1924, il dottor Giorgio Festa chiese alle autorità ecclesiastiche l’autorizzazione a sottoporre il Padre a un nuovo esame clinico per uno studio ulteriore e più aggiornato, ma non l’ottenne. L’inchiesta sul frate si chiuse con l’arrivo del quinto decreto di condanna (23 maggio 1931) con l’invito ai fedeli di non considerare come sovrannaturali le manifestazioni certificate dal Gemelli, ma i più fedeli sostenitori di Padre Pio non considerarono il divieto di Roma vincolante. A Padre Pio venne vietata la celebrazione della messa in pubblico e l’esercizio della confessione.

Lo storico Luzzatto sottolinea[25] che il Sant’Uffizio dovette scontrarsi, a San Giovanni Rotondo, con il forte slancio devozionale di stampo «clerico-fascista» che, fin dal 1920, raggruppava «pie donne ed ex combattenti, illustri porporati e massoni convertiti, mansueti cristiani e feroci squadristi», spalleggiati peraltro da Giuseppe Caradonna, presidente del Consiglio Provinciale della Capitanata. Contribuì, inoltre, ad allentare le pressioni del Vaticano il controverso faccendiere torinese Emanuele Brunatto, che si industriò per dimostrare la corruzione di alti prelati che denigravano il frate.[26]

La revoca delle restrizioni e le ulteriori indagini (1933-1968)[modifica | modifica wikitesto]

Nel luglio del 1933 Papa Pio XI revocò le restrizioni precedentemente imposte a Padre Pio. Secondo alcuni, il Sant’Uffizio non ritrattò i suoi decreti.[27] Tuttavia, secondo altre fonti, Pio XI avrebbe detto a monsignor Cornelio Sebastiano Cuccarollo O.F.M. che Padre Pio era stato “più che reintegrato”, aggiungendo che “è la prima volta che il Santo Uffizio si rimangia i suoi decreti”;[28][29] il Santo Uffizio avrebbe parlato di “una grazia speciale per l’anno santo straordinario”.[30] A San Giovanni Rotondo accorreva gente comune, ma anche personaggi famosi. Nel 1938 arrivò Maria José del Belgio che volle farsi fotografare accanto a padre Pio. Giunsero i reali di Spagna, la regina del Portogallo in esilio, Maria Antonia di Borbone, Zita di Borbone-ParmaGiovanna di Savoia, Ludovico di Borbone-Parma, Eugenio di Savoia e tanti altri. Dopo la fine della seconda guerra mondiale il culto di Padre Pio come “santo vivente” iniziò a prosperare, complici le mutate condizioni socio-culturali del paese, il miglioramento della rete stradale e la progressiva trasformazione del frate in personaggio mediatico.[25]

Nel 1950 il numero di persone che si volevano confessare era talmente imponente, che venne organizzato un sistema di prenotazioni. Il 9 gennaio 1940 iniziò la costruzione del grande ospedale Casa Sollievo della SofferenzaPapa Giovanni XXIII ordinò ulteriori indagini su Padre Pio, inviando monsignor Carlo Maccari: nello spirito del Concilio Vaticano II si voleva intervenire con decisione verso forme di fede popolare considerate arcaiche. All’inizio dell’estate 1960, Papa Giovanni fu informato da monsignor Pietro Parente, assessore del Sant’Uffizio, del contenuto di alcune bobine audio registrate a San Giovanni Rotondo. Da mesi Roncalli assumeva informazioni sulla cerchia delle donne intorno a Padre Pio, si era appuntato i nomi di tre fedelissime: Cleonice Morcaldi, Tina Bellone e Olga Ieci», più una misteriosa contessa. Il Papa annota il 25 giugno 1960, su quattro foglietti rimasti inediti fino al 2007 e rivelati da Sergio Luzzatto:[31]

« Stamane da mgr Parente, informazioni gravissime circa P.P. e quanto lo concerne a S. Giovanni Rotondo. L’informatore aveva la faccia e il cuore distrutto. »
« Con la grazia del Signore io mi sento calmo e quasi indifferente come innanzi a una dolorosa e vastissima infatuazione religiosa il cui fenomeno preoccupante si avvia a una soluzione provvidenziale. Mi dispiace di P.P. che ha pur un’anima da salvare, e per cui prego intensamente »
« L’accaduto—cioè la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur [se sono vere le cose riferite], dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona— fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti. »
« Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili. »

Pasqua 1968: Padre Pio incontra monsignor Lefebvre a san Giovanni Rotondo.

Padre Carmelo Durante da Sessano riporta una discussione che si sarebbe avuta tra l’arcivescovo di Manfredonia Andrea Cesarano e papa Giovanni XXIII, in cui il papa sarebbe stato “tranquillizzato” circa le questioni riguardanti Padre Pio[32]:

« “Che mi racconti di Padre Pio?” “Santità…” “Non chiamarmi santità – lo interruppe – “chiamami don Angelo come hai sempre fatto. Dimmi di lui!” “Padre Pio è sempre l’uomo di Dio che ho conosciuto all’inizio del mio trasferimento a Manfredonia. È un apostolo che fa alle anime un bene immenso”. “Don Andrea, adesso si dice tanto male di Padre Pio”. “Ma per carità, don Angelo. Sono tutte calunnie. Padre Pio lo conosco sin dal 1933 e t’assicuro che è sempre un uomo di Dio. Un santo”. “Don Andrea, sono i suoi fratelli che l’accusano. E poi… quelle donne, quelle registrazioni… Hanno perfino inciso i baci”. Poi il Santo Padre tacque per l’angustia e il turbamento. Monsignor Cesarano, con un fremito che gli attraversava l’anima e il corpo, tentò di spiegare: “Per carità, non si tratta di baci peccaminosi. Posso spiegarti cosa succede quando accompagno mia sorella da Padre Pio?” “Dimmi”. E monsignor Cesarano raccontò al Santo Padre che quando sua sorella incontrava Padre Pio e riusciva a prendergli la mano, gliela baciava e ribaciava, tenendola ben stretta, malgrado le vive rimostranze nel timore di sentire un ulteriore male per via delle stimmate. Il buon Papa Giovanni alzò lo sguardo al cielo ed esclamò: “Sia lodato Dio! Che conforto che mi hai dato. Che sollievo! »

In quel periodo il superiore locale di Padre Pio era Padre Rosario da Aliminusa (al secolo Francesco Pasquale, 1914-1983), che ricopriva l’incarico di guardiano della comunità di san Giovanni Rotondo; Padre Rosario da Aliminusa, fermo custode delle regole dell’ordine[33], in diversi scritti testimoniò che padre Pio non venne mai meno ai suoi doveri d’obbedienza[33]; ne mise inoltre in risalto il rigore teologico[33]. Il 30 luglio 1964, il nuovo Papa Paolo VI comunicò ufficialmente tramite il cardinale Ottaviani che a Padre Pio da Pietrelcina veniva restituita ogni libertà nel suo ministero.[29] Concesse anche l’Indulto per continuare a celebrare, anche pubblicamente, la Santa Messa secondo il rito di San Pio V, sebbene dalla Quaresima del 1965 fosse in attuazione la riforma liturgica. Contemporaneamente, molteplici attività finanziarie gestite da Padre Pio passarono in gestione alla Santa Sede.

Padre Rosario da Aliminusa, inoltre, in relazione alla nomina – da parte della Santa Sede – di padre Clemente da Santa Maria in Punta quale amministratore apostolico destinato a gestire la situazione giuridico-economica dei beni della Casa Sollievo della Sofferenza, fu nominato procuratore generale dell’Ordine dei frati minori cappuccini, una delle massime cariche dell’ordine, incaricato, per la funzione, di mantenere i rapporti tra l’Ordine e la Santa Sede, cosa questa che favorì una ricomposizione della frizione che stava insorgendo in relazione alla gestione dei beni e delle donazioni: padre Pio istituì nel suo testamento la Santa Sede quale legataria di tutti i beni della Casa Sollievo della Sofferenza[34]. Alle ore 2:30 del mattino di lunedì 23 settembre 1968 Padre Pio morì all’età di 81 anni: ai suoi funerali parteciparono più di centomila persone giunte da ogni parte d’Italia[3

Perdersi veramente e per sempre?

ci sono delle storie che quando finiscono si perdono per sempre i contatti e le comunicazioni.a me per esempio e capitato,che con la mia ex ci siamo persi completamente.piu’ vista e piu’ sentita.tra l’altro anche quando lei mi ha illuso,usandomi per poter far ingelosire l’ex,io ho poi scoperto… visualizza altro
 
 8 risposte

Risposte

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Mary
 Migliore risposta:  Hai ragione, ma di solito le storie dopo le quali si perdono i contatti sono quelle che finiscono male, o quelle in cui uno dei due prova ancora un fortissimo sentimento nei confronti dell’altro, e fermamente credo che in questi due casi sia quasi impossibile rimanere amici…
Quando hai amato veramente con tutto il cuore una persona, e specialmente quando la ami ancora, non riusciresti a stargli vicino come amico, ne soffriresti te e ne soffrirebbe anche lei, sapendo che magari vorresti qualcosa di diverso… La guarderesti con occhi diversi tutte le volte, volente o nolente ti ritroveresti a dover uscire con lei e magari il suo nuovo ragazzo, e la cosa non credo che sarebbe molto carina da nessuna delle due parti… Mi dispiace, ma io la penso così, parlo per esperienza….
L’amore e l’amicizia non sono compatibili….
Mary · 8 anni fa
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Classificazione richiedente 5 su 5
  • bibiX
    la tua riflessione è più che giusta ma a volte ci sono rapporti e situazioni che devono interrompersi del tutto per forza.A volte infatti mantenere un”amicizia” è solo un modo per illudersi,per creare a se e agli altri confusione e per non voltare mai pagina.
    Questa ragazza di cui parli ti ha illuso ma secondo me scomparendo ti ha fatto un favore,perchè almeno non hai appigli ai quali aggrapparti…pensa al futuro.
    bibiX · 8 anni fa
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  • engi1995
    Si hai ragione, spesso capita di perdersi. Ma secondo me è l’unico modo per dimenticarsi di una persona, per smettere di amarla.
    engi1995 · 8 anni fa
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  • AURYK
    fatti anche tu una nuova vita..è lei che ti ha preso x il ****!!!si è brutto ma non è giusto starci a piangere vivi la tua vita..magari un giorno vi rincontrerete!!
    AURYK · 8 anni fa
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  • ?
    molto spesso ci sn dei rapporti k nn possono avere una continuazione, io ad esempio amo ancora il mio ex, e lui ama ancora me, xò mi ha usata, e mi ha trattata malissimo, e di conseguenza io nn voglio più senitrlo, e l’unico modo x nn ricordarmi di lui è nn avere più contatti, troncare tt e morta li!!!
    io lo amo ancora ma nn posso continuare una relazione del genre!
    quindi, si è possibile!
    ? · 8 anni fa
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  • principessa romana
    Sai cos’è? Col tempo ti rendi conto che,a parte rarissimi casi, i contatti mantenuti con gli ex si riducono a stanchi rapporti di cortesia/gelosia repressa e immotivata quando li vedi con le nuove fiamme.

    Di solito perdersi totalmente è il modo più semplice ed efficace per andare avanti. Anch’io sono stata male al pensiero che,una volta lasciato il mio ultimo ex,non avrei mai più potuto incontrarlo nemmeno per caso (viviamo lontani). Ma poi ho capito che era meglio così…del resto se con una persona c’è stato innamoramento (se non proprio amore),come fai a diventarle amico dopo esservi lasciati? La vita è tutta fatta di distacchi,bisogna imparare a conviverci…

    principessa romana · 8 anni fa
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  • Ylenia
    m disp mlt x qlo ke t è successo!!!!!!
    concordo cn la ragazza dl 1995…… purtroppo la vita fa parte anke d qst… ma inoltre dp tt qlo ket ha fatto tu nn la odi???? nn dovresti sentir il desiderio d sentirla , d vederla…….. poi 1 csi’ secondo te ke nn riesce ad essere 1 fidanzata affidabile lo riesce ad essere cm amika??? nn avresti paura d essere usato x 1 qlcs altro da lei?????? lascia perdere e poi tt passa… ke t frega???? fa parte dl tuo passato!!!!!!!!!!!
    Ylenia · 8 anni fa
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  • GianPiera
    io sn stata inx a un tipo x 2 giorni.. e dopo il 2 giorno ho xso i contatti di lui.. nn lo vedo +.. nn ci sentiamo +.. avevo il suo numero ma lo cancellato xke tnt nn me ne fregava + nnt.. ma nn so xke abiamo xso i contatti eppure ci dividono 2 paesini pikkolissimi..
    GianPiera · 8 anni fa
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Elemosina vuol proprio dire donare?

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Mendicante” rimanda qui. Se stai cercando il singolo di Mariella Nava, vedi Mendicante/La casa di Luigi.

Domenico di BartoloDistribuzione delle elemosineSienaSala del Pellegrinaio dell’Ospitale di Santa Maria della Scala

Elemosina indica l’atto gratuito di una donazione principalmente in denaro verso una persona bisognosa. L’aiuto alle persone bisognose è incoraggiato dalle maggiori religioni. In ambito cristiano, la raccolta di elemosine prende il nome di questua. Aspettare esplicitamente offerte in denaro si dice chiedere l’elemosina e con una parola sola si dice mendicare.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine deriva dal greco eleèo (=ho compassione), da cui attraverso l’aggettivo eléemon (=compassionevole) passò al basso latino (cristianoeleemosyna e da lì alle lingue romanze (francese aumônespagnolo limosnacatalano almoina) e non (inglese almstedesco Almosen).

Significato e implicazioni[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la sociologia, l’elemosina si distinguerebbe dal dono proprio perché quest’ultimo farebbe generalmente parte di un sistema di scambio rituale o sociale che, per definizione, implica reciprocità e tende a stabilire un rapporto di parità fra i due soggetti implicati che passa attraverso il consolidarsi di un rapporto. Secondo la dottrina marxista, l’elemosina si baserebbe sulla disparità tra chi dà e chi riceve, sul piano sociale ed economico, e non si proporrebbe di stabilire alcun rapporto diretto con la persona ricevente, ma si concluderebbe nell’atto stesso della donazione, favorendo il consolidarsi di fatto delle ingiuste diversità socio-economiche. Anche intesa in un senso più ampio, essa è esclusa dalla pura dottrina liberista come atto non economico, semplicemente perché estraneo alla logica mercantile. Inoltre alcuni sociologi sottolineano che le elargizioni fatte a persone che esercitano l’accattonaggio come professione non contribuiscono all’instaurazione della giustizia sociale[1].

Nelle diverse tradizioni religiose[modifica | modifica wikitesto]

La maggior parte delle tradizioni religiose chiede ai propri fedeli gesti di attenzione ai poveri e di condivisione della ricchezza, un’attenzione che viene indicata con termini diversi e assume anche contenuti diversi:

  • nell’Antica Grecia i mendicanti e i forestieri erano considerati sotto la protezione di Zeus, che puniva chi rifiutava di accoglierli e ospitarli[2]; inoltre, nella mitologia greca e nella mitologia romana esistevano delle divinità, le Grazie, collegate alla generosità;
  • nel Cristianesimo si parla di carità. In un messaggio per la Quaresima 2008[3]Papa Benedetto XVI ha sottolineato alcuni aspetti dell’elemosina cristiana: è, insieme alla preghiera e al digiuno, un impegno per il processo di rinnovamento quaresimale dei cristiani; aiuta a vincere la costante tentazione dell’idolatria del denaro; deve essere nascosta, come dice il Vangelo, e non mettere in evidenza noi stessi; non è semplice filantropia, ma espressione concreta della carità cristiana; suggerisce, come dice la Scrittura, che c’è più gioia nel dare che nel ricevere; può avere come frutto anche il perdono dei peccati, perché avvicinandoci agli altri ci avvicina a Dio; educa alla generosità dell’amore, in quanto il vero amore è quello che dona tutto se stesso; ci aiuta a seguire l’esempio di Gesù fattosi povero per arricchirci della sua povertà, ed è quindi un mezzo per approfondire la nostra vocazione cristiana; ha valore solo in quanto ispirata dall’amore; allena spiritualmente, per crescere nella carità e riconoscere nei poveri Cristo stesso; con essa regaliamo un segno del dono più grande che è la testimonianza di Cristo;
  • nell’Ebraismo ha un’attinenza con tzedakà (in ebraicoצדקה?), parola che tradotta letteralmente significa “giustizia” e viene comunemente usata per significare carità;[4]
  • l’Islam mette la zakat tra i suoi pilastri, anche se si tratta di un’elemosina obbligatoria al fine di fruire della propria ricchezza dopo averla, grazie a essa, “purificata”; accanto alla zakat (analoga alla decima che era in uso nell’ebraismo e nel cristianesimo) esiste una forma volontaria di elemosina chiamata saddka;
  • il Bahaismo prevede l’huqúqu’lláh, un’offerta da parte dei fedeli i cui proventi sono utilizzati per scopi di filantropia e promozione religiosa;
  • nel Buddismo tale pratica assume il nome di Brahmsta. L’elemosina verso i monaci è un dovere spirituale per i laici buddhisti[5], mentre quella verso i bisognosi è un modo di esprimere la compassione, virtù importante per un buddhista; l’elemosina aiuta a superare l’attaccamento ai beni materiali e a conseguire meriti spirituali, ma deve essere fatta senza autocompiacimento né desiderio di ricompense;
  • nell’Induismo prende il nome di dānā ed è uno degli aspetti che caratterizzano una vita virtuosa.

Iconografia

Papa Francesco proprio amato da tutti

– Papa Francesco, appena eletto è stato subito amato da tutti. Tante persone scelgono quindi di rendergli omaggio dedicandogli i più …
Ristorante Papà Francesco
http://www.papafrancesco.com/
La rivoluzione di Papa Francesco – W..papa-francesco. Da Lampedusa il Papa ha inaugurato la sua missione “ad gentes” … invece l’esatto contrario: Papa Francesco è amato dalla gente ma spaventa … nel Mediterraneo e dimenticati da tutti così come le inadempienze di una …
Papa Francesco: la piccola Alice chiede la sua benedizione | . Alice Maria e il papa amato da tutti, Francesco I, si sono incontrati un’unica volta il 3 giugno scorso a Roma in occasione del pellegrinaggio dei …
Il Nostro Amato Papa Francesco |..Amato-Papa-Francesco
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e La sfida di Papa Francesco alla Curia …
Acqua Viva | Il nostro caro e amato Papa Francesco
acquaviva-latisana.org/2013/il-nostro-caro-e-amato-papa-francesco/‎
Il nostro caro e amato Papa Francesco. pubblicato da: Gruppo Acquaviva. Papa Francesco è già nel cuore di tantissimi uomini e donne che …
«Papa Francesco è nostro» – VanityFair.it
http://www.vanityfair.it › News › Italia‎ – Appena lo vedi sbucare da una via laterale di piazza San Pietro. … Questo suo essere Papa diverso, è molto amato dalle persone, migliaia e migliaia … La cosa che piace a tutti, qui, è che Papa Francesco non si accontenta di …
Papa Francesco amato dai fedeli su Twitter – TweetBlog
tweetblog.blogosfere.it/…/papa-francesco-amato-su-twitter-il-90…‎
di Stefano Caneva – in 55 cerchie di Google+ – Papa Francesco amato su Twitter: il 90% dei tweet contiene commenti positivi … eletto Santo Padre da ormai più settimane, nei commenti che si sentono tutti i giorni in riferimento a Jorge Mario si va all’infinito….

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Ferrovia

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Ferrovia a binario singolo

Con il termine ferrovia (o strada ferrata) s’intende generalmente l’infrastruttura di trasporto terrestre, idonea alla circolazione di treni. Per estensione, la medesima parola assume anche il significato di “linea ferroviaria” o di “sistema ferroviario”, indicando in quest’ultimo caso tutte le infrastrutture, la tecnologia ed il personale, necessari a garantire la circolazione dei treni sulle linee ferroviarie.

Il termine fu coniato intorno alla metà del XIX secolo[1]. In precedenza questa infrastruttura era denominata strada ferrata o strada di ferro.

Storia

Le origini della ferrovia si individuano tradizionalmente in Inghilterra, dove venivano utilizzate ferrovie con trazione a cavalli, sia nelle zone minerarie per l’asportazione del minerale estratto che nelle grandi città con funzioni di trasporto pubblico.

Nel 1804Richard Trevithick, utilizzò per la prima volta una locomotiva a vapore, e la prima ferrovia pubblica fu il Stockton & Darlington Railway inaugurata nel Regno Unito nel 1825.

Tuttavia è di norma dare come inizio delle ferrovie la famosa gara di Rainhill in Inghilterra per individuare la futura locomotiva adatta a percorrere la linea Liverpool – Manchester. L’ing. George Stephenson costruì la Rocket nel 1829, considerata capostipite delle locomotive poiché unisce i meccanismi fondamentali come la caldaia tubolare e il tiraggio del camino. Con essa Stephenson raggiunse i 48 km/h e i 28 km/h con un convoglio di 17 tonnellate. In Inghilterra le ferrovie si svilupparono e contribuirono allo sviluppo della rivoluzione industriale. Sin da allora le linee ferroviarie britanniche usarono assegnare dei nomi specifici alle varie relazioni.

Nei decenni dopo la seconda guerra mondiale, i miglioramenti di automobili, strade e autostrade nonché aereihanno reso questi mezzi più pratici e convenienti per una sempre più larga schiera di utenti. In particolare negli Stati Uniti gli investimenti mirarono al miglioramento di autostrade ed aeroporti, delegando alla ferrovia il trasporto delle merci e trascurando per lungo tempo il trasporto di massa in ambito urbano. Lo stesso accadde per motivi diversi in Europa e in Giappone, dove furono necessari ingenti mezzi finanziari per la ricostruzione delle reti ferroviarie gravemente danneggiate dalla guerra, distogliendo così molte risorse dallo studio e sviluppo di nuove linee.

Viaggiare su rotaia diviene più conveniente solo in aree con maggiore densità di popolazione o quando il costo del carburante supera i costi richiesti dai treni, che sono in grado di trasportare molte più persone e cose a parità di potenza impegnata. Queste condizioni non sussistono negli Stati Uniti d’America dove, a causa delle grandi distanze, risulta più conveniente il trasporto aereo.

La prima ferrovia italiana fu la Napoli-Portici, nel Regno delle Due Sicilie, che fu inaugurata il 3 ottobre 1839 dal re Ferdinando II di Borbone[2]. Essa costituiva il primo tratto della futura Napoli-Salerno. La lunghezza di questo primo tronco era di circa 7.640 metri (altre fonti danno 7.250 m). La locomotiva Bayard raggiungeva la velocità di 60 km/h (50 km/h trainando un convoglio ferroviario).

Linee per nazione

Bandiera e origine di Soresina

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Soresina

del Lago Gerundo, un’estesa palude formatisi in seguito a numerose inondazioni. La dominazione romana determinò la costruzione di nuove strade e la bonifica di parte del territorio; durante questo periodo non esisteva, probabilmente, un solo abitato, ma varie case isolate che sfruttavano la fertilità dei terreni. Solo successivamente, durante l’occupazione longobarda, venne creato un centro unico, con la funzione di organizzare la produzione agricola di tutto il territorio limitrofo.

L’origine del nome della città risale al periodo medioevale, anche se non è conosciuto con esattezza il significato del toponimo: a questo proposito si intrecciano testimonianze storiche e leggendarie, che attribuiscono la fondazione del luogo al vescovo San Siro, alla via selciata che univa Crema a Cremona (Silicina), alla posizione sopraelevata del paese, o alla esclamazione di una donna scampata ad una terribile pestilenza: quest’ultima versione, tradizionale e popolare, trova espressione grafica nello stemmacomunale, in cui è ritratta una figura femminile e un’iscrizione che recita: “Sol Regina”.

Da quest’ultima versione deriva anche lo stemma della Città che vede raffigurata nel coronato scudo centrale una donna che con una mano regge un drappo in cui appare la scritta “Sol Regina” e con l’altra un castello di cui non si è mai trovato traccia ma che si può interpretare come simbolo di luogo o Città. Soresina viene citata per la prima volta in un documento dell’anno Mille, in cui è menzionato l’acquisto di alcuni possedimenti a “Surrecina” da parte di Usberto, vescovo di Cremona.

Tra il 1133 e il 1136 l’Imperatore Lotario II, per porre fine alle discordie tra Crema e Cremona per il possesso del borgo, distrusse interamente Soresina: successivamente ricostruita la cittadina fu nuovamente rasa al suolo nel 1217 e fu oggetto di aspri conflitti nel corso del Duecento e del Trecento, in occasione della lotta tra guelfi e ghibellini, tra le fazioni comandate da Buoso da Dovara, da Ponzino Ponzone e da Cabrino Fondulo. Quest’ultimo nel 1403 divenne signore di Cremona e di Soresina, sino a quando fu sconfitto e cacciato dai Visconti. Da quel momento, il paese si trovò nell’orbita dell’influenza milanese, prima con i Visconti e poi con gli Sforza.

Nel Cinquecento venne concessa in feudo ad alcune famiglie nobili del luogo, tra cui gli Stanga, Agostino Centurione, gli Affaitati e i Barbò, signori di Soresina fino al 1714. Sotto il marchesato dei Barbò Soresina ebbe grande sviluppo nell’agricoltura, nell’industria e nei commerci. Il suo mercato del lunedì, concessole nel 1492 da Ludovico Maria Sforza, s’ingrandì sempre più, attirando uomini d’affari da ogni parte. Solo il periodo della dominazione spagnola rappresenta per Soresina, come del resto per la Lombardia, una vera calamità: fu bersagliata da molte guerre che ne devastarono il territorio e la notizia della pace tra la Spagna e la Franciaavvenuta nel 1659 venne accolta con grande gioia. Al governo spagnolo successe quello francese al quale nel 1707 subentrò quello austriaco che governò quasi ininterrottamente fino al 1796.

Quando l’esercito francese, con a capo Napoleone Bonaparte, occupò l’Italia settentrionale, i soresinesi li accolsero come liberatori e Soresina, che fece parte prima della Repubblica Cisalpina e poi del Regno d’Italia, diede un notevole contributo alla causa del Risorgimento, e non pochi di loro parteciparono alle guerre d’Indipendenza e alla Spedizione dei Mille. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia e la raggiunta unità nazionale, per Soresina iniziò una nuova era di lavoro e prosperità. Nel 1863 fu costruita la linea ferroviaria Treviglio – Cremona grazie all’apporto determinante del Soresinese Dottor Francesco Genala (parlamentare del Regno d’Italia che ne istituì politicamente la viabilità), integrata nel 1914 dalla linea locale per Soncino, successivamente prolungata verso Cremona (1926) e Rovato (1932)[3].

Nei due conflitti mondiali (19151918 e 19401945) Soresina diede prova della sua generosità con le opere di assistenza e beneficenza ai militari dislocati sui vari fronti. Il secondo dopoguerra fu particolarmente duro per la città, colpita nelle sue principali attività industriali e commerciali e impossibilitata a dare lavoro alla sua esuberante massa di lavoratori.

Nel 1962, a ricostruzione terminata, Soresina fu insignita del titolo di città dal Presidente della Repubblica Antonio Segni “per l’operosità della sua gente, le virtù di tanti suoi figli, il fervore delle sue iniziative civiche, benefiche ed economiche”.