Mese: dicembre 2017

La condizione degli anziani nella società moderna
Il Ricordo – Il pensiero di Alvise

La società in cui viviamo è giunta ormai alle soglie del 2000, portando con se tutti quei valori positivi e negativi, che si possono ben vedere in gran parte del mondo occidentale. Se da un lato, lo sviluppo del progresso, dell’industrializzazione e l’aumento della ricchezza media per ogni cittadino, hanno determinato una parallela crescita del benessere generale, è evidente che diverse e tangibili problematiche, spesso incontrollabili, affliggono il mondo contemporaneo.
Droga, povertà, malgoverno, diminuzione dei valori di riferimento, sono solo alcuni degli argomenti che riempiono assiduamente le pagine dei quotidiani e danno lavoro ai cosiddetti opinionisti del dolore. Negli ultimi tempi ho avuto modo di leggere molte storie di anziani che vivono in uno stato di disinteresse generale, emarginati dal tessuto sociale e abbandonati al proprio destino.
In merito, credo sia dovuta una riflessione, su chi sono gli anziani. A che età lo si diventa, cosa può pretendere un anziano dalla società e cosa un uomo può ancora dare alla collettività, a chi e in che modo?I temi sono molti e per fortuna i sessantenni, quelli che fino a pochi anni fa erano considerati anziani, oggi non lo sono più, proprio perché grazie al benessere generale, vivono nel pieno delle loro forze, spesso ben inseriti nella realtà quotidiana, del lavoro e della famiglia,  tanto che la loro esperienza è di fondamentale sostegno allo sviluppo del paese.
Dunque il problema si è spostato negli anni, in quanto la vita media si è allungata ed i cittadini che hanno superato i 70, se non gli 80 sono sempre più numerosi e si trovano ad affrontare da  soli le molteplici carenze assistenziali, economiche, previdenziali, ed affettive, che la nostra arida società non ha saputo affrontare. Carenze quindi generate dall’evoluzione della società sempre più attenta a chi produce ricchezza e sempre meno disponibile a sostenere il prossimo che non può produrre e che ha poco, in tutti i termini, per consumare.Fino a pochi decenni fa gli anziani vivevano nell’ambiente famigliare per tutto l’arco della vita mentre oggi molti, i più fortunati, vengono accolti in case di riposo: un eufemistico “modo di dire” per intendere più in sintesi  solitudini poste l’una accanto altra mentre per i più disagiati, e sono la maggioranza, non vi è né il calore della famiglia né il sollievo di essere custoditi in una collettività.
Questo radicale mutamento è il frutto dei tempi, di una società, che vinta dal ritmo del successo e dal superamento dei valori passati, trascura quelli più tradizionali. Gli uomini, pertanto, hanno dimenticato il concetto di sacrificio , inteso nel suo più nobile significato, facendosi loro stessi portavoce di un’etica e di una cultura edonistica, che mira in particolar modo a premiare il consumismo e la incommensurabile ricerca del piacere materiale.
Purtroppo, nel nostro paese, sono molto carenti le strutture sociali, che spesso non si rilevano confacenti alla mena accoglienza della popolazione della cosiddetta “III” età, un dato sconfortante, visto che oggi un italiano su cinque ha superato i 60 anni.
Quindi vi è innanzitutto il predominare di una lenta e progressiva emarginazione,  dolorosa e reale che è di origine interiore e deriva dal fatto che nessuno, si pone in ascolto di queste persone.
Questa deleteria situazione fa si che essi non riescano ad esprimere i loro sentimenti, portandoli verso un mondo dove l’ansia, la paura e la solitudine sono gli elementi predominanti di questa tragica condizione di vita.
Capita spesso di incontrare nelle città, dei volti scavati spesso sofferenti che camminano lentamente per le strade più tranquille, facendo intravedere una forte malinconia, costernati da un’aria mesta ben rappresentando una rassegnazione evidente e un senso di calma apparente.
Ecco per me questi sono i veri anziani, uomini che superata la soglia dell’ottantesimo anno d’età hanno la consapevolezza di avere pochi anni a disposizione, ma anche la certezza di pensioni modeste sempre più taglieggiate da uno stato ingrato, di una salute fisica in continuo declino evidenziando così un universo sconosciuto a tanti ma che è quotidianamente davanti ai nostri occhi.
Allora credo sia necessario documentarsi sulla situazione degli anziani, cercando di comprendere le loro molteplici esigenze e, aiutandoli quindi dove possibile a recuperare quanto di buono c’è ancora in loro, a svolgere un ruolo attivo nella società a favore di altri più bisognosi, assistendoli non solo nei casi di inidoneità fisica, ma ancor di più dove necessitano la parola, l’affetto e la compagnia.
Tutti questi comportamenti devono essere una regola di vita per ognuno di noi, proprio per tutelare il nostro futuro e dare un insegnamento alle generazioni che verranno.
La famiglia dovrà riappropriarsi del proprio ruolo e i governi dovranno ridistribuire la ricchezza e gli aiuti sociali durante tutta la vita dei cittadini.
Certo è che se la storia degli antichi popoli ci ha tramandato questi valori,  una nazione civile e libera come la nostra ha il dovere etico e culturale di rispettarli.

 

Il Tuo cinque per mille

 

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I Testimoni di Geova sono una setta?

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No, noi Testimoni di Geova non siamo una setta. Piuttosto, siamo cristiani e facciamo del nostro meglio per seguire l’esempio e gli insegnamenti lasciati da Gesù Cristo.

Cos’è una setta?

Il termine “setta” non suggerisce a tutti la stessa cosa. Esaminiamo due idee comuni riguardo alle sette e vediamo perché non si applicano a noi.

  • Alcuni pensano che una setta sia una religione nuova o distaccata da una maggiore. Noi però non abbiamo inventato una religione nuova. Basiamo la nostra adorazione su quello che già facevano i primi cristiani, di cui la Bibbia riporta l’esempio e l’insegnamento (2 Timoteo 3:16, 17). Siamo convinti che siano le Sacre Scritture a stabilire qual è il modo giusto di adorare Dio.

  • Alcuni pensano che una setta sia una religione pericolosa guidata da un leader umano. Noi però non abbiamo un leader umano. Ci atteniamo strettamente al principio che Gesù enunciò ai suoi seguaci quando disse: “Uno solo è il vostro Condottiero, il Cristo” (Matteo 23:10).

Non siamo una setta pericolosa, anzi pratichiamo una religione che reca beneficio a noi stessi e ad altri. Per esempio la nostra opera ha aiutato molti a liberarsi da tossicodipendenza, alcolismo e altri vizi. Inoltre, grazie a corsi di alfabetizzazione, insegniamo a migliaia di persone in tutto il mondo a leggere e a scrivere. Partecipiamo a operazioni di soccorso in caso di calamità. Proprio come comandò Gesù, facciamo del nostro meglio per aiutare gli altri (Matteo 5:13-16).

Al Bano

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Al Bano
Albano 2014.jpg

Al Bano nel 2014

Nazionalità Italia Italia
Genere Musica leggera
Crossover classico
Periodo di attività musicale 1965 – in attività
Etichetta FantasyLa voce del padroneEMI ItalianaWarner Music GermanyEdel Music, Al Bano Carrisi Production SAS
Album pubblicati 55 (33 da solista, 17 in coppia con Romina Power, 5 con altri cantanti)
Studio 36 (21 da solista, 13 in coppia con Romina Power, 2 in coppia con Massimo Ferrarese)
Live 3 (2 da solista, 1 in coppia con Romina Power)
Raccolte 18 (12 da solista, 3 in coppia con Romina Power, 3 con altri cantanti)
Sito ufficiale

Al Bano, pseudonimo di Albano Carrisi (Cellino San Marco20 maggio 1943), è un cantautore italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gli inizi[modifica | modifica wikitesto]

Proveniente da una famiglia di contadini, la madre è Iolanda Ottino (1923), si diletta sin da piccolo insieme al padre Carmelo Carrisi (1914 – 2005), agricoltore, a suonare la chitarra e a cantare stornelli e canzoncine della sua terra d’origine. Scrive a dodici anni le parole di una canzoncina da lui improvvisata con la chitarra, Addio Sicilia, e a diciassette anni abbandona l’istituto magistrale emigrando a Milano, dove trova lavoro dapprima come manovale, poi come cameriere in una trattoria e come operaio metalmeccanico alla Innocenti. Lavorando nel ristorante Il dollaro di Milano,[1] all’epoca frequentato da personaggi dello spettacolo, ha l’opportunità di farsi conoscere dal produttore maestro Pino Massara, che lo invita a sottoporsi a un provino alla CM (Celentano-Massara) casa di produzione affiliata al Clan Celentano e aperta alla ricerca di nuovi talenti, affidandolo agli arrangiamenti di Detto Mariano, l’arrangiatore del clan di Adriano Celentano. Dall’impostazione naturale della voce, per alcuni aspetti nella tradizione melodica italiana, per altri con inflessioni da blues-man, Pino Massara decide di battezzarlo Al Bano (sulla falsariga di Al Jolson).

Al Bano incide il suo primo disco, La stradacover di un brano di Gene Pitney nel 1965 per la Fantasy (etichetta discografica della CM), e comincia a esibirsi come spalla negli spettacoli di Adriano Celentano, senza però abbandonare il lavoro. Nell’autunno 1965partecipa alla manifestazione Ribalta per Sanremo e, visto che l’interesse nei suoi confronti da parte del Clan era piuttosto tiepido, Pino Massara lo propone a La voce del padrone, che lo fa debuttare al Festival delle rose nel 1966 in coppia con Pino Donaggio, con un brano scritto da quest’ultimo, Quando il sole chiude gli occhi. Debutta anche in televisione, a Settevoci, gioco musicale condotto da Pippo Baudo, dove riesce a vincere per quattro settimane consecutive la prova dell’applausometro, un apparecchio che misura l’intensità degli applausi del pubblico in sala. In una delle trasmissioni presenta Io di notte, una canzoncina con venature blues, che desta l’interesse di artisti affermati come Milva – che vorrà inciderne una sua versione – e della giovane promessa Roberta Mazzoni.

Il successo[modifica | modifica wikitesto]

Romina Power e Al Bano in Nel sole (1967)

Nel 1967 ottiene il suo primo grande successo con la canzone Nel sole (di Massara-Carrisi-Pallavicini) con l’arrangiamento di Detto Mariano, finalista al Disco per l’estate, che raggiunge il primo posto nelle classifiche di vendita dei 45 giri per quattro settimane, vendendo poco più di un milione e mezzo di copie. La sua voce, dotata di una bella estensione, lo mette in luce e lo fa apprezzare dal pubblico e dalla stampa che parla di un “secondo Claudio Villa“. Nel sole diventa anche un film, che avrà per protagonista lui e una giovane figlia d’arte, Romina Power: tra i due si crea un legame sentimentale che sfocerà più tardi, nonostante l’opposizione delle rispettive famiglie, nel matrimonio. Sempre nel 1967 pubblica anche il suo primo LP omonimo, Al Bano, dove oltre ai successi del periodo vi è una versione della canzone La donna di un amico mio di Roberto Carlos; al disco collabora come autore di alcuni testi Alessandro Colombini, che Al Bano ha conosciuto al Clan Celentano. Vengono poi L’oro del mondo e Il ragazzo che sorride, quest’ultima con testo di Vito Pallavicini su musica di Mikis Theodorakische si ispira ai tragici avvenimenti dell’insediamento del Regime dei Colonnelli in Grecia del 1967.

Quest’ultima canzone dà il titolo al suo secondo 33 giri, a cui collabora lo stesso staff del precedente. Nel 1968 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo con La siepe (testo di V.Pallavicini, musica di Pino Massara) (in coppia con la folk-singer americana Bobbie Gentry), che ottiene il premio speciale della critica e che arriva al nono posto; nel 1969 vince il Disco per l’estate con Pensando a te (titolo del suo terzo disco, ancora con Detto Mariano come arrangiatore) che arriva prima in classifica, da tale disco sarà poi tratto pure il film Pensando a tedello stesso ’69. Ancora nell’estate del 1969 Al Bano riscuoterà grande successo come autore con l’hit Acqua di mare, interpretato da Romina Power e nel quale egli stesso compare come vocalist a sostegno.

Sempre nello stesso anno, scrive, insieme a Mansueto Deponti e a Vito Pallavicini, il brano L’onda, per la giovane Giuni Russo, allora chiamata semplicemente, Giusy Romeo. Il brano, che avrà un discreto successo estivo, verrà presentato in diverse manifestazioni canore, tra cui al Festivalbar 1968. Il 26 luglio 1970 sposa Romina Power, figlia del celebre attore Tyrone Power, da cui avrà quattro figli: Ylenia (n. 29 novembre 1970 m. 31 dicembre 1993), Yari (n. 21 aprile 1973), Cristèl (n. 25 dicembre 1985) e Romina Jr. Jolanda (n. 1º giugno 1987). La primogenita Ylenia scomparve tra il 31 dicembre 1993 e il 1º gennaio 1994 in circostanze misteriose mentre si trovava a New Orleans. Con Romina, Al Bano aveva già cominciato a condividere la carriera artistica, incidendo nel 1969, come poc’anzi detto, i cori di Acqua di mare e nel 1970 Storia di due innamorati, ispirato alla colonna sonora del film di René Clément Giochi proibiti.

Quest’ultima canzone è anche inserita nel suo quarto album, A cavallo di due stili, da ricordare perché è il primo disco in cui il cantante pugliese interpreta anche brani lirici accanto alle sue canzoni, e infatti nel disco troviamo l’Ave Maria di Franz Schubert, il Mattino di Ruggero Leoncavallo e una canzone, Angeli senza paradiso, con un testo scritto da Pallavicini su un’altra musica di Schubert. Nell’album troviamo anche alcune reinterpretazioni di canzoni della tradizione napoletana: O sole mioCore ‘ngratoO marenariello e Guapparia. Torna a Sanremo nel 1971 con 13 storia d’oggi che arriva al ottavo posto,celebre brano che verrà anche inciso da Claudio Baglioni; e nello stesso anno è semifinalista a Un disco per l’estate con “E il sole dorme tra le braccia della notte”.

L’album successivo però viene pubblicato nel 1972, è intitolato come l’anno di uscita, e ha come caratteristica principale che Al Bano è autore di tutte le musiche (tranne di una, la reinterpretazione di Vogliamoci tanto bene di Renato Rascel). In questi anni, inoltre, le sue canzoni vengono realizzate in altre lingue per i mercati esteri, e particolare successo riscuotono quelle in spagnolo pubblicate in America Latina. Nel 1973 porta al successo una canzone scritta per lui da Bruno LauziLa canzone di Maria, che presenta nuovamente a Un disco per l’estate; il 33 giri seguente, Antologia, non è (nonostante il titolo) una raccolta, ma un disco in cui il cantante torna a interpretare brani d’opera, tra cui Addio alla madredi Pietro MascagniE lucean le stelle di Giacomo PucciniUna furtiva lagrima di Gaetano DonizettiVesti la giubba di Ruggero Leoncavallo. Nel 1974, Al Bano partecipa al Festival di Sanremo con In controluce arrivando finalista nella classifica finale.

In coppia con Romina Power[modifica | modifica wikitesto]

Romina (Lucia) e Albano (Renzo) con Felice Chiusano (don Abbondio) e Lucia Mannucci (Agnese) nella parodia dei Promessi Sposi realizzata nel 1985 dal Quartetto Cetra

Dal 1974 Al Bano incomincia la collaborazione in pianta stabile con la moglie: formano una loro casa discografica, la Libra, propongono Dialogo (con cui partecipano a Un disco per l’estate nel 1975), e nel 1976 partecipano all’Eurovision Song Contest con We’ll live it all again (Noi lo rivivremo di nuovo) arrivando settimi ma raggiungendo la seconda posizione in Francia. In quest’occasione, si dimentica alcune parole verso metà canzone nell’esibizione in diretta. Nel 1980 presentano la canzone Amarci èscritta da Antonello De Sanctis e Marcello Marrocchi al Festival mondiale della canzone popolare di Tokyo e vincono il premio “Kawakami Award” nonostante si classifichino al decimo posto. Nel 1981 è la volta di Sharazan mentre l’anno successivo sono a Sanremo con Felicità, che si classifica al secondo posto. Vincono il Festival nel 1984 con Ci sarà e nel 1985 sono nuovamente all’Eurovision Song Contest con Magic oh magic arrivando ancora settimi.

Inoltre, nello stesso anno è (insieme a Silvio Pozzoli, Moreno Ferrara e altri) tra i coristi nella canzone di sua moglie Il ballo del qua qua. Nel 1985 partecipano alla parodia dei Promessi Sposi realizzata dal Quartetto Cetra (con la regia di Antonello Falqui), interpretando Renzo e Lucia. Altri successi sono del 1987Nostalgia canaglia, terza a Sanremo, e Libertà. Seguono Makassar e Cara terra mia, ancora terza a Sanremo nel 1989. Nel 1991 la coppia propone al Festival Oggi sposi arrivando ottava. Sempre nel 1991pubblicano in Italia il loro primo album di canzoni natalizie intitolato Corriere di Natale. Nel 1993 presentano nella prima edizione di Festival Italiano su Canale 5 il brano Il mondo degli angeli.

Il ritorno da solista dal 1996[modifica | modifica wikitesto]

Il 1995 può essere considerato come il vero e proprio ultimo anno di collaborazione stabile con la moglie Romina, dopo ben vent’anni di carriera artistica e discografica insieme. La coppia continua a esibirsi frequentemente sia in Italia sia all’estero (in particolare nell’America latina), ma l’unione dei due cantanti comincia lentamente a diventare non più ricca di sintonia e di amorosa intesa così come lo era stata negli anni passati, e nonostante Al Bano e Romina continuino anche una seppure poco proficua attività discografica fino alla fine dell’anno (in uno dei loro ultimi album prodotto insieme si avvalgono persino della collaborazione del grande soprano spagnolo Montserrat Caballè e del chitarrista di flamenco anch’egli spagnolo Paco de Lucía), la perdita tragica e dolorosa della loro figlia Ylenia incomincia subito a trasformarsi in motivo di rottura della loro storia d’amore.

Al Bano sente sia pure temporaneamente il bisogno di separarsi dalla moglie per ridare a sé stesso una sorta di dignità coscienziosa alla sua importanza di solista; nel febbraio del 1996 si presenta al Festival di Sanremo senza Romina: dal punto di vista artistico, ciò coincide con un ritorno a interpretazioni melodiche più impegnative, dove può ridare sfogo alle sue capacità vocali che, nel repertorio precedente, a volte erano sacrificate in funzione dell’armonia con la voce di Romina, indubbiamente poco estesa e potente, e ciò è evidente nella canzone che presenta nello stesso anno a Sanremo, È la mia vita, scritta da Maurizio Fabrizio e Giuseppe Marino che arriva settima, in cui nel testo viene tracciato un bilancio della vita in cui appaiono velate allusioni alla triste vicenda familiare che lo ha coinvolto (la scomparsa della figlia Ylenia).

Torna al Festival con Verso il sole nel 1997 che arriva Finalista e Ancora in volo nel 1999 che arriva al sesto posto. Nel 1999 si separa dalla moglie Romina. Per le doti canore risale al 1998 una esibizione in Austria a Bad Ischl con Placido Domingo e José Carreras in un inedito terzetto in cui ai tre tenori, Al Bano sostituiva Luciano Pavarotti.[2]

Le accuse di plagio a Michael Jackson[modifica | modifica wikitesto]

Benito Mussolini

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Mussolini” rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Mussolini (disambigua).
Benito Mussolini
Mussolini mezzobusto.jpg

Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia
dal 24 dicembre 1925 “Capo del governo primo ministro segretario di Stato
Durata mandato 31 ottobre 1922 –
25 luglio 1943
Monarca Vittorio Emanuele III
Predecessore Luigi Facta
Successore Pietro Badoglio

Primo maresciallo dell’Impero
titolo condiviso con il re d’Italia
Vittorio Emanuele III
Durata mandato 30 marzo 1938 –
25 luglio 1943
Predecessore carica creata
Successore carica abolita

Ministro dell’Interno
Durata mandato 31 ottobre 1922 –
17 giugno 1924
Presidente Benito Mussolini
Predecessore Paolino Taddei
Successore Luigi Federzoni

Durata mandato 6 novembre 1926 –
25 luglio 1943
Presidente Benito Mussolini
Predecessore Luigi Federzoni
Successore Bruno Fornaciari

Duce e capo del governo della Repubblica Sociale Italiana
Durata mandato 23 settembre 1943 –
28 aprile 1945
Predecessore carica creata
Successore carica abolita

Ministro degli Esteri della Repubblica Sociale Italiana
Durata mandato 23 settembre 1943 –
28 aprile 1945
Predecessore carica creata
Successore carica abolita

Duce del Fascismo
dal 1936 “Duce Fondatore dell’Impero”
Durata mandato 23 marzo 1919 –
28 aprile 1945
Predecessore carica creata
Successore carica abolita

Deputato del Regno d’Italia
Durata mandato 11 giugno 1921 –
2 marzo 1939
Legislature XXVIXXVIIXXVIIIXXIX
Sito istituzionale

Consigliere nazionale del Regno d’Italia
Durata mandato 23 marzo 1939 –
2 agosto 1943
Legislature XXX
Gruppo
parlamentare
Membri del Governo nazionale
Membri del Gran Consiglio del Fascismo

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Italiano(1912-1919)
Fasci italiani di combattimento (1919-1921)
Partito Nazionale Fascista (1921-1943)
Partito Fascista Repubblicano (1943-1945)
Professione insegnante, giornalista pubblicista
Firma Firma di Benito Mussolini

Benito Amilcare Andrea Mussolini (Dovia di Predappio29 luglio 1883 – Giulino di Mezzegra28 aprile 1945) è stato un politicodittatore e giornalista italiano.

Fondatore del fascismo, fu presidente del Consiglio del Regno d’Italia dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Nel gennaio 1925 assunse de facto poteri dittatoriali e dal dicembre dello stesso anno acquisì il titolo di capo del governo primo ministro segretario di Stato. Dopo la guerra d’Etiopia, aggiunse al titolo di duce quello di “Fondatore dell’Impero” e divenne Primo Maresciallo dell’Impero il 30 marzo 1938. Fu capo della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 al 27 aprile 1945.

Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano e direttore del quotidiano socialista Avanti! dal 1912. Convinto anti-interventista negli anni della guerra italo-turca e in quelli precedenti la prima guerra mondiale, nel 1914 cambiò opinione, dichiarandosi a favore dell’intervento in guerra. Trovatosi in netto contrasto con la linea del partito, si dimise dalla direzione dell’Avanti! e fondò Il Popolo d’Italia,[1] schierato su posizioni interventiste, venendo quindi espulso dal PSI. Nell’immediato dopoguerra, cavalcando lo scontento per la “vittoria mutilata“, fondò i Fasci italiani di combattimento (1919), poi divenuti Partito Nazionale Fascista nel 1921, e si presentò al Paese con un programma politico nazionalista e radicale.

Nel contesto di forte instabilità politica e sociale successivo alla Grande Guerra, puntò alla presa del potere; forzando la mano alle istituzioni, con l’aiuto di atti di squadrismo e d’intimidazione politica che culminarono il 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma, Mussolini ottenne l’incarico di costituire il Governo (30 ottobre). Dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, instaurò nel gennaio 1925 la dittatura, risolvendo con forza la delicata situazione venutasi a creare dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti. Negli anni successivi consolidò il regime, affermando la supremazia del potere esecutivo, trasformando il sistema amministrativo e inquadrando le masse nelle organizzazioni di partito.

Nel 1935, Mussolini decise di occupare l’Etiopia, provocando l’isolamento internazionale dell’Italia. Appoggiò quindi i franchisti nella guerra civile spagnola e si avvicinò alla Germania nazionalsocialista di Adolf Hitler, con il quale stabilì un legame che culminò con il Patto d’Acciaio nel 1939. È in questo periodo che furono approvate in Italia le leggi razziali.

Nel 1940, ritenendo ormai prossima la vittoria della Germania, decise per l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale. In seguito alle disfatte subite dalle Forze Armate italiane e alla messa in minoranza durante il Gran Consiglio del Fascismo (ordine del giorno Grandi del 24 luglio 1943), fu arrestato per ordine del Re (25 luglio) e successivamente tradotto a Campo Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler, instaurò nell’Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. In seguito alla definitiva sconfitta delle forze italotedesche, abbandonò Milano la sera del 25 aprile 1945, dopo aver invano cercato di trattare la resa. Il tentativo di fuga si concluse il 27 aprile con la cattura da parte dei partigiani a Dongo, sul lago di Como.[2][3][4][5][6] Fu fucilato il giorno seguente insieme alla sua amante Claretta Petacci.

Indice

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Biografia

Le origini, la gioventù e la formazione

La nascita e la famiglia

Figlio del fabbro Alessandro Mussolini (Montemaggiore di Predappio, 11 novembre 1854– Forlì, 19 novembre 1910) e della maestra elementare Rosa Maltoni (San Martino in Strada, 22 aprile 1858– Predappio, 19 febbraio 1905), nacque il 29 luglio 1883 a Dovia, frazione del comune di Predappio, in una casa tuttora esistente nell’attuale via Varano Costa, ormai inglobata nel paese.

Il nome “Benito Amilcare Andrea” fu deciso dal padre,[7] socialista, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, leader rivoluzionario ed ex-presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, imolese, leader del socialismo italiano (nell’agosto 1881 aveva fondato a Rimini il «Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna»). Contrariamente al marito, la madre Rosa era credente e fece battezzare il figlio.[8]

L’istruzione e l’adolescenza

Mussolini in una fotografia del 1897, all’età di 14 anni, all’epoca studente delle scuole magistrali di Forlimpopoli

Mussolini frequentò le prime due classi elementari prima a Dovia e poi a Predappio (18891891); entrò quindi per volontà della madre nel collegio salesiano di Faenza (1892-ottobre 1894), ma venne trasferito in seguito a una punizione (comprensiva della retrocessione dalla classe quarta alla seconda) per una rissa nella quale ferì un suo compagno più anziano con un coltello.[9] A Faenza, Benito passò un periodo infelice: oltre alle punizioni corporali subite dai salesiani per la sua scarsa osservanza delle regole del collegio, visse con rabbia e frustrazione la sua condizione sociale.[10] La famiglia era di modeste condizioni: il padre, pur avendo una propria attività, viveva ai margini della comunità locale a causa delle sue idee politiche; la madre, che insegnava ai bambini delle elementari presso Palazzo Varano, guadagnava uno stipendio insufficiente a compensare le mancate entrate del marito.[11]

Aiutato dalla madre, proseguì gli studi nella laica Regia Scuola Magistrale maschile Carducci di Forlimpopoli, diretta da Valfredo Carducci, fratello di Giosuè Carducci, dove conseguì nel settembre 1898 la licenza tecnica inferiore. A partire dall’ottobre di quell’anno, per via di uno scontro con un altro alunno, venne costretto a frequentare come esterno (solo nel 1901 fu riammesso come convittore).[12] A Forlimpopoli, anche per l’influsso paterno, Mussolini si avvicinò al socialismo militante facendosi notare in comizi serali nei paesi limitrofi e nel 1900 si iscrisse al Partito Socialista Italiano, dove fece amicizia con Olindo Vernocchi.[13] Dopo aver ottenuto sempre nello stesso istituto di Forlimpopoli il diploma di Maestro elementare l’8 luglio 1901, avanzò domanda d’insegnamento per concorso o per incarico in diversi comuni: PredappioLegnanoTolentinoAnconaCastelnuovo Scrivia.

Non riuscendo ad ottenere la cattedra e non avendo nemmeno avuto il posto di “sostituto aiutante” del segretario comunale di Predappio (la sua domanda fu respinta dal gruppo clerico-moderato con 10 voti su 14),[14] dopo una supplenza di pochi mesi nella scuola elementare di Pieve Saliceto (frazione di Gualtieri), emigrò il 9 luglio 1902 in Svizzera per sfuggire al servizio militare obbligatorio,[15] stabilendosi a Losanna. Lì si iscrisse al sindacato muratori e manovali, di cui poi divenne segretario, e il 2 agosto 1902 pubblicò il suo primo articolo su L’Avvenire del lavoratore, il giornale dei socialisti svizzeri;[16] l’attività giornalistica vera e propria cominciò nel 1904.

La Svizzera e la prima militanza

Foto segnaletica di Mussolini nel periodo svizzero (1903), quando fu arrestato dalla polizia elvetica perché sprovvisto di documento d’identità: Il cartello riporta l’erronea dicitura Mussolini Benedetto

Fino a novembre visse in Svizzera, spostandosi di città in città e svolgendo lavori occasionali, tra cui il garzone di una bottega di vini a Losanna. Venne espulso due volte dal paese: il 18 giugno 1903 fu arrestato a Berna come agitatore socialista, trattenuto in carcere per 12 giorni e poi espulso il 30 giugno dal Canton Berna, mentre il 9 aprile 1904 venne incarcerato per 7 giorni a Ginevra a causa del permesso di soggiorno falsificato, per poi essere espulso una settimana dopo dal Canton Ginevra.[17] Nel frattempo ricevette anche una condanna a un anno di carcere per renitenza alla leva militare. Venne protetto da alcuni socialisti e anarchici del Canton Ticino, tra cui Giacinto Menotti Serrati e Angelica Balabanoff, con la quale avviò una relazione sentimentale.[18] Nel periodo in cui Mussolini risiedette in Svizzera, abitò a Savosa, comune periferico a nord di Lugano, e partecipò al consolidamento dei muri sulla strada di Trevano, sulla CassarateMonte Brè e soprattutto alla costruzione della ferrovia Lugano-Tesserete.

In Svizzera Mussolini ebbe la possibilità di avvicinarsi a Vilfredo Pareto, frequentandone le lezioni all’Università di Losanna, dove l’economista italo-francese insegnò per alcuni anni. Pareto (che definirà Mussolini “un grande statista”)[19] inciterà il suo allievo a prendere il potere e organizzare la Marcia su Roma (inviando un telegramma dalla Svizzera in cui si diceva «ora o mai più»).[20][21] Mussolini utilizzò le idee di Pareto per rivedere la sua adesione al socialismo.

Sempre in Svizzera Mussolini collaborò con periodici locali d’ispirazione socialista (tra cui il Proletario) e inviò corrispondenze al giornale milanese l’Avanguardia socialista. L’attività di giornalista rese evidente sin dai suoi primi scritti l’avversione ideologica al positivismo, allora predominante nel socialismo italiano; Mussolini prese subito posizione contro questo orientamento e si schierò con l’ala rivoluzionaria del partito socialista, capeggiata da Arturo Labriola. Con il passare degli anni Mussolini sviluppa una sempre più aspra avversione verso i riformisti, tentando di diffondere e di imporre all’intero movimento socialista la propria concezione rivoluzionaria.[22] È in questo periodo che mostrò le maggiori affinità ideologiche con il sindacalismo rivoluzionario. Dalle discussioni con il pastore evangelico Alfredo Taglialatela, Mussolini trasse una conclusione negativa sul problema dell’esistenza di Dio, sul quale tornò a riflettere molti anni dopo. Le sue opinioni saranno in seguito raccolte nell’opuscolo L’uomo e la divinità, una breve dissertazione sui motivi per i quali bisognerebbe negare l’esistenza di Dio.

Mussolini in questo periodo studiò assiduamente il francese e cercò di imparare il tedesco, avvalendosi in quest’ultimo caso dell’aiuto della Balabanoff.[23]

Mussolini giornalista e agitatore politico

Nel novembre 1904, caduta la condanna per renitenza alla leva in seguito all’amnistia concessa in occasione della nascita dell’erede al trono Umberto, Mussolini tornò in Italia. Dovette tuttavia presentarsi al Distretto militare di Forlì e adempì ai suoi doveri di leva venendo assegnato il 30 dicembre 1904 al 10º Reggimento bersaglieri di Verona. Poté tornare a casa con una licenza per assistere la madre morente (19 gennaio 1905). Poi riprese il servizio militare, ottenendo al termine una dichiarazione di buona condotta per il contegno disciplinato.[24] In Svizzera lasciò libero il posto di corrispondente dalla Confederazione elvetica del giornale italiano Avanguardia Socialista, e tale incarico venne assegnato al giovane socialista Luigi Zappelli, che già aveva conosciuto[25].

Congedato, Mussolini rientrò a Dovia di Predappio il 4 settembre 1906. Poco dopo si recò a insegnare a Tolmezzo, dove ottenne un posto da supplente dal 15 novembre sino al termine dell’anno scolastico. Il periodo nel comune friulano fu difficile: con gli studenti si dimostrò incapace di mantenere l’ordine e l’anticlericalismo e il linguaggio sboccato gli attirarono le antipatie della popolazione locale, tanto che le ragazze del paese lo chiamavano “tiranno”.[26][27]

Nel novembre del 1907 ottenne l’abilitazione all’insegnamento della lingua francese e nel marzo 1908 gli venne assegnato un incarico come professore di francese presso il Collegio Civico di Oneglia, dove insegnò anche Italiano, Storia e Geografia. A Oneglia ottenne la sua prima direzione di un giornale, il settimanale socialista La Lima. Nei suoi articoli il neo direttore attaccò le istituzioni sia politiche sia religiose, accusando il governo Giolitti e la Chiesa di difendere gli interessi del capitalismo ai danni del proletariato. Per evitare problemi si firma con lo pseudonimo di “Vero Eretico”. Il giornale suscitò grande interesse e Mussolini comprese che il giornalismo d’eversione poteva essere uno strumento politico.[28]

Tornato a Predappio, si mise a capo dello sciopero dei braccianti agricoli. Il 18 luglio 1908 fu arrestato per minacce a un dirigente delle organizzazioni padronali. Processato per direttissima fu condannato a tre mesi di carcere, ma il 30 luglio venne rilasciato in libertà provvisoria su cauzione.[29] Nel settembre dello stesso anno fu di nuovo incarcerato per dieci giorni per aver tenuto a Meldola un comizio non autorizzato.

In novembre si trasferì a Forlì, dove visse in una stanza affittata, assieme al padre vedovo che nel frattempo aveva aperto la trattoria Il bersagliere con la compagna Anna Lombardi. In questo periodo, Mussolini pubblicò su Pagine libere (rivista del sindacalismo rivoluzionario edita a Lugano e diretta da Angelo Oliviero Olivetti) l’articolo La filosofia della forza, in cui faceva riferimento al pensiero di Nietzsche. Il 6 febbraio 1909 si trasferì a Trento, capitale dell’irredentismo italiano,[30] dove venne eletto segretario della Camera del Lavoro e diresse il suo primo quotidiano, L’avvenire del lavoratore.

Il 7 marzo di quell’anno si rese protagonista di un breve scontro giornalistico con Alcide De Gasperi, direttore del periodico cattolico Il Trentino. Mussolini collaborò anche con il quotidiano Il Popolo, diretto da Cesare Battisti, sulle cui pagine scrisse della “santa di Susà”, una contadina di nome Rosa Broll che era stata adescata da un sacerdote del luogo.[31]L’articolo ebbe un tale successo che la direzione del Partito Socialista trentino decise di farne una pubblicazione a sé stante, al prezzo di 6 centesimi.

Il 10 settembre dello stesso anno Mussolini venne incarcerato a Rovereto con l’accusa, da cui poi fu assolto, di diffusione di giornali già sequestrati e istigazione alla violenza verso l’Impero asburgico. Il giorno 26 fu comunque espulso dall’Austria e fece ritorno a Forlì.[32] Il caso del “professor Mussolini” divenne di interesse nazionale tanto che durante un’interrogazione parlamentare alla Camera (presentata dal deputato socialista Elia Musatti), fu interpellato il ministro degli Esteri Francesco Guicciardini il quale rispose che “per quanto possa essere dispiacevole che l’espulsione di cittadini italiani dall’Austria si rinnovi con una certa frequenza, pure io non credo in nessun modo di intervenire nella faccenda trattandosi di questione interna dell’Austria”.[33] I fatti trentini comunque procurarono a Mussolini una notevole notorietà in Italia, lo spinsero ulteriormente verso l’azione politica e segnarono l’inizio del passaggio da una concezione socialista e internazionalista a posizioni marcatamente nazionaliste.[34]

Nel Partito Socialista

A Forlì

A partire dal gennaio 1910, divenne segretario della Federazione socialista forlivese e diresse il suo periodico ufficiale L’idea socialista, settimanale di quattro pagine (ribattezzato da Mussolini stesso Lotta di classe). Il 17 gennaio Mussolini iniziò a convivere con Rachele Guidi, sua futura moglie, in un appartamento ammobiliato di Via Merenda nº 1. Cominciò inoltre a collaborare con la rivista socialista Soffitta. In questi anni forlivesi, decise anche di prendere lezioni di violino dal Maestro Archimede Montanelli.[35] Fra le opere preferite di Mussolini si ricordano: La Follia di Corelli, le sonate di Beethoven, le composizioni di VeraciniVivaldiBachGranadosFauré e Ranzato.[36]

Dal punto di vista giornalistico, continuò anche il rapporto con Il popolo di Trento. Cesare Battisti gli chiese di scrivere un romanzo a puntate. Il compenso era di 15 lire a puntata. Mussolini scelse uno dei suoi argomenti preferiti, la critica sociale anticlericale. Ispirandosi a una storia realmente avvenuta a Trento nel Seicento (lo scandaloso amore tra il vescovo-principe di Trento, Carlo Emanuele Madruzzo, e una cortigiana) scrisse L’amante del cardinale. Claudia Particella.[37] Il romanzo uscì a puntate, dal 20 gennaio all’11 maggio 1910.

Come rappresentante della federazione di Forlì, Mussolini partecipò all’XI congresso socialista di Milano (1910).

L’11 aprile 1911 la sezione socialista di Forlì guidata da Mussolini votò l’autonomia dal PSI. Nel maggio dello stesso anno la prestigiosa rivista letteraria La Voce, diretta da Giuseppe Prezzolini, pubblicò il suo saggio Il Trentino veduto da un socialista, costituito dagli appunti stesi da Mussolini durante il 1909.[38]

Pietro Nenni, all’epoca della contestazione alla guerra di Libia giovane esponente repubblicano

A Forlì Mussolini conobbe Pietro Nenni, all’epoca segretario della nuova Camera del Lavoro repubblicana, nata dopo la frattura tra repubblicani e socialisti. All’inizio i due, pur essendo vicini di casa, furono avversari (spesso tra repubblicani e socialisti finiva a botte), in seguito divennero amici.[39]

Il 27 settembre 1911, assieme all’amico repubblicano Pietro Nenni, Mussolini partecipò a una manifestazione contro la guerra con l’impero ottomano per il possesso di Cirenaica e Tripolitania, che si concluse con scontri violenti con la polizia. Mussolini aveva definito l’impresa

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Italia

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Italia
Italia – Bandiera Italia - Stemma
(dettagli) (dettagli)
Italia - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo Repubblica Italiana
Nome ufficiale Repubblica Italiana
Lingue ufficiali Italiano[1]
Altre lingue Bilinguismo a livello regionale o locale, vedi lista
Capitale Roma  (2 876 051[2] ab. / 30-6-2017)
Politica
Forma di governo Repubblica parlamentare
Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni
Proclamazione 10 giugno 1946[3]
Ingresso nell’ONU 14 dicembre 1955
Ingresso nell’UE 25 marzo 1957
(membro fondatore)
Superficie
Totale 301 340 km² (72º)
 % delle acque 2,4%
Popolazione
Totale 60 507 590[2] ab. (30-6-2017) (23º)
Densità 200,8 ab./km² (42º)
Tasso di crescita -0,20%[4]
Nome degli abitanti Italiani
Geografia
Continente Europa
Confini San MarinoCittà del VaticanoFranciaSvizzeraAustria e Slovenia
Fuso orario UTC+1 (CET)
UTC+2 (CEST) in ora legale
Economia
Valuta Euro[5]
PIL (nominale) 1 850 735[6] milioni di $ (2016) ()
PIL pro capite(nominale) 30 527 $ (2016) (25º)
PIL (PPA) 2 234 500 milioni di $ (2016) (12º)
PIL pro capite(PPA) 36 833 $ (2016) (34º)
ISU (2015) 0,887[7] (molto alto) (25º)
Fecondità 1,34 (2016)[8]
Varie
Codici ISO 3166 IT, ITA, 380
TLD .it.eu
Prefisso tel. +39[9]
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Inno nazionale Il Canto degli Italiani

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Italia - Mappa
Evoluzione storica
Stato precedente Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg Regno d’Italia

Coordinate43°N 12°E (Mappa)

« Il bel paese / ch’Appennin parte, e ‘l mar circonda et l’Alpe »
(Francesco PetrarcaRerum Vulgarium Fragmenta, s. CXLVI)

L’Italia (/iˈtalja/[10]ascolta[?·info]), ufficialmente Repubblica Italiana,[11] è una repubblica parlamentare situata nell’Europa meridionale, con una popolazione di 60,5 milioni di abitanti e Roma come capitale.

La parte continentale, delimitata dall’arco alpino, confina a nord, da ovest a est, con FranciaSvizzeraAustria e Slovenia; il resto del territorio, circondato dai mari LigureTirrenoIonio e Adriatico, si protende nel mar Mediterraneo, occupando la penisola italiana e numerose isole (le maggiori sono Sicilia e Sardegna), per un totale di 301 340 k[12]. Gli Stati della Città del Vaticano e di San Marino sono enclavi della Repubblica mentre Campione d’Italia è l’unica exclave italiana.

Roma, che fu capitale dell’Impero romano, è stata per secoli il centro politico e culturale della civiltà occidentale. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, l’Italia medievale fu soggetta a invasioni e dominazioni di popolazioni germaniche, come gli Ostrogoti, i Longobardi e i Normanni. Nel XV secolo, con la diffusione del Rinascimento, ridivenne il centro culturale del mondo occidentale, ma dopo le guerre d’Italia del XVI secolo ricadde sotto l’egemonia delle potenze straniere, quali Francia, Spagna e Austria. Durante il Risorgimento combatté per l’indipendenza e per l’unità finché nel 1861 fu proclamato il Regno d’Italia che cessò di esistere nel 1946, dopo il ventennio fascista, la sconfitta nella seconda guerra mondiale e la guerra di Liberazione, quando, a seguito di un referendum istituzionale, lo Stato italiano divenne una repubblica parlamentare.

Nel 2013 l’Italia, ottava potenza economica mondiale e quarta a livello europeo, è un paese con un alto standard di vita: l’indice di sviluppo umano è molto alto, 0,872, e la speranza di vita è di 82,4 anni[13]. È membro fondatore dell’Unione europea, della NATO, del Consiglio d’Europa e dell’OCSE; aderisce all’ONU e al trattato di Schengen. È inoltre membro del G7G8 e G20, partecipa al progetto di condivisione nucleare della NATO, è una grande potenza regionale europea[14], in grado di esercitare influenza politica anche su scelte e decisioni di ordine extra-europeo e globale[15], e si colloca in nona posizione nel mondo per spese militari. L’Italia vanta il maggior numero di siti dichiarati patrimonio dell’umanitàdall’UNESCO[16] ed è il quinto paese più visitato del mondo.

Etimologia del nome Italia

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Etimologia del nome Italia.

Il nome proprio “Italia” nasce come toponimo. La sua origine, oggetto di studi sia da parte di linguisti sia di storici, è controversa. Non sempre, tuttavia, sono suggerite etimologie in senso stretto, bensì ipotesi che poggiano su considerazioni estranee alla specifica ricostruzione linguistica del nome oppure che sono riferite a tradizioni non dimostrate (come l’esistenza del re Italo)[17] o poco verosimili (come la correlazione del nome con la vite)[18].

Storia

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia d’Italia.

Preistoria e protostoria

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Italia preistorica e protostorica e Popoli dell’Italia antica.

Il popolamento del territorio italiano risale alla preistoria, epoca di cui sono state ritrovate importanti testimonianze archeologiche. L’Italia è stata abitata a partire dal paleolitico, periodo di cui conserva numerosi siti archeologici come la grotta dell’Addaura, i Balzi RossiMonte Poggiolo, il ponte di Veja, la Grotta GuattariGravina in PugliaAltamura e Ceprano.[19]

Numerosi ritrovamenti documentano anche il periodo neolitico (cultura della ceramica cardiale e cultura dei vasi a bocca quadrata), l’età del rame (cultura di Remedellocultura del Rinaldonecultura del Gaudo), l’età del bronzo (incisioni rupestri della Val Camonicacultura dei castelliericultura appenninicaciviltà nuragica, cultura delle terramarecultura protovillanoviana).

Espansione della civiltà etrusca dall’VIII al VI secolo a.C.

Per ciò che riguarda l’età del ferro, che in Italia coincide con il periodo preromano, si ricordano la civiltà villanoviana e i popoli indoeuropeitrasferitisi in Italia dall’Europa orientale e centrale in varie ondate migratorie; essi si mescolano alle etnie preesistenti nel territorio, assorbendole, o stabilendo una forma di convivenza pacifica con esse; si delinea in tal modo fin da quest’epoca la suddivisione regionale del territorio italiano.

Nell’Italia Settentrionale, accanto ai Celti (comunemente chiamati Galli), vi sono i Liguri (originariamente non indoeuropei poi fusisi con i Celti), mentre nell’Italia nord-orientale vivono i Paleoveneti, di origine incerta, forse italica o illirica o, secondo alcune fonti, provenienti dall’Asia Minore.[20][21]

Nell’Italia peninsulare, accanto agli Etruschi convivono popoli di origine indoeuropea definiti italici, fra cui UmbriLatiniSabiniFalisciVolsciEquiPiceniSannitiApuliMessapiLucaniBruzi e Siculi. Altri popoli non indoeuropei, autoctoni, erano presenti in Sicilia (Elimi e Sicani) e in Sardegna, abitata fin dal II millennio a.C. da varie etnie nuragiche, forse identificabili con l’antico popolo degli Shardana.[22]

Colonizzazione fenicia e greca

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Colonie nell’antichità e Siti archeologici dell’Italia antica.

I primi colonizzatori stranieri sono i Fenici che fondano inizialmente vari empori sulle coste della Sicilia e della Sardegna. Alcuni di questi diventano in breve piccoli centri urbani e si sviluppano parallelamente alle colonie greche; tra i principali centri vi sono le città di MoziaZyzKfra in Sicilia e NoraSulkiTharros in Sardegna.[23]

Dopo l’VIII secolo a.C., colonizzatori provenienti dalla Grecia si stabiliscono sulle coste del sud Italia (dando vita alla Magna Grecia) e su quelle della Sicilia. Coloni ionici fondano ElaiaKymeRhegionParthenopeNaxosZanklesHymera e KataneColoni dorici fondano TarasSyrakousaiMegara HyblaiaLeontinoiAkragasGhelas; i siracusani fondarono Ankòn e Adria. Gli Achei fondano SybarisPoseidoniaKrotonLokroi Epizephyrioi e Metapontion; tarantini e thurioti fondano Herakleia.

La colonizzazione greca pone i popoli italici a contatto con forme di governo democratiche e con espressioni artistiche e culturali elevate.[24]

L’età romana

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia romana e Italia romana.

Massima espansione dell’Impero romano, 117 d.C.

La regione geografica italiana viene unita politicamente per la prima volta con la Repubblica romana (509-27 a.C.), ma il carattere imperiale delle conquiste effettuate nei secoli seguenti da Roma snatura il carattere nazionale che questa regione stava acquisendo sul finire del I secolo a.C.[25]

Giunta all’apice dello sviluppo politico, economico e sociale, Roma imperiale, con la sua organizzazione socio-politica, lascia un segno indelebile nella storia dell’umanità. In tutti i territori dell’impero, i Romani costruiscono cittàstradepontiacquedotti e fortificazioni, esportando ovunque il loro modello di civiltà e al contempo integrando le popolazioni e civiltà assoggettate, in un processo così profondo che per secoli, ancora dopo la fine dell’impero, queste genti continueranno a definirsi romane. La civiltà nata sulle rive del Tevere, cresciuta in epoca repubblicana e infine sviluppatasi in età imperiale, è alla base dell’attuale civiltà occidentale.

Dei confini dell’Italia parlava già Antioco di Siracusa (V secolo a.C.) nella sua opera Sull’Italia.[26] Egli andava a identificarla con l’antica Enotria, estendendosi dallo stretto di Sicilia, fino al golfo di Taranto e al golfo di Posidonia.[27] In seguito, con la conquista romana dei secoli successivi, il termine Italia venne identificato con i territori compresi fino alle Alpi, inclusa la Liguria (fino al fiume Varo) e l’Istria fino a Pola.[27]Di fatto tutti i suoi abitanti furono considerati Italici e Romani.[27]

L’Impero romano d’Occidente cade nel 476 quando Odoacre, ultimo di una schiera di condottieri germanici che nel periodo di decadenza dell’Impero romano d’Occidente avevano condotto le proprie orde in territorio italico, depone l’ultimo imperatore d’OccidenteRomolo Augusto.[28]

Il Medioevo

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Italia medievale.

La Corona Ferrea, simbolo dei re d’Italia

Odoacre governa l’Italia fino al 493, quando viene deposto e ucciso, dopo una guerra di cinque anni, dagli Ostrogoti di Teodorico. Comincia allora il regno ostrogoto, un dominio che rappresenta un periodo di pace e stabilità e che s’interrompe nel 535 quando il territorio italiano diventa teatro della guerra gotica, che vede l’imperatore d’Oriente Giustiniano I contrapporsi al regno ostrogoto. Nel 553, dopo quasi un ventennio, l’impero bizantino riesce a sconfiggere gli Ostrogoti e ad annettere l’Italia. Il conflitto devasta l’intero territorio, portando a una grave crisi demografica, economica, politica e sociale.[29] Centro del potere bizantino in Italia diviene Ravenna. Gli anni della dominazione bizantina vedono l’aggravarsi delle condizioni di vita dei contadini a causa della forte pressione fiscale e di una terribile pestilenza che spopola ulteriormente il territorio tra il 559 e il 562. L’Italia, indebolita e impoverita, non ha la forza di opporsi a una nuova invasione germanica, quella dei Longobardi capeggiati da Alboino.

L’Italia nell’anno 1084

Tra il 568 e il 569 la penisola perde l’unità politica: i Longobardi, entrando dal Friuli, conquistano gran parte dell’Italia centro-settentrionale, chiamata Langobardia Maior, e poi dell’Italia meridionale, la Langobardia Minor.[30] Le tre capitali dell’Italia longobarda furono MilanoPavia e Lucca. La Langobardia Maior, con capitale Pavia, cade dopo circa due secoli, a seguito della sconfitta subita per opera di Carlo Magno nel 774,[30] quella Minor sopravvive fino all’XI secolo, quando viene conquistata dai Normanni. I successivi tentativi di costituire un Regno d’Italia autonomo dal Sacro Romano Impero, per opera in particolare di Berengario del Friuli e di Arduino d’Ivrea,[31] non hanno successo.

Localizzazione e antichi stemmi delle repubbliche marinare

I primi secoli dopo l’800 vedono l’affermarsi delle repubbliche marinare (le più conosciute sono AmalfiGenovaPisa e Venezia, meno note AnconaGaetaNoli), che controllarono il commercio tra l’Europa cristiana e il Medio Oriente arabo, e poi dei liberi comuni medievali, spesso in conflitto tra loro ma accomunati dal ricordo dell’antica grandezza romana, perpetuata idealmente da quella cristiana, nonché da un forte desiderio di autonomia, che li porterà a schierarsi, nella contesa tra Papato e Impero, in due opposte fazioni, rispettivamente Guelfi e Ghibellini.[32]

La vittoria della Lega Lombarda contro l’imperatore Federico Barbarossa nella battaglia di Legnano(1176), e la rivolta dei Vespri siciliani contro il tentativo del fratello del re di Francia Carlo I d’Angiò di assoggettare la Sicilia (1282), saranno assunte dalla retorica romantica ottocentesca come i simboli del primo ridestarsi di una coscienza di patria.[33] Questi sono i segnali di un cambiamento che, consolidandosi e accompagnato dal risveglio religioso che si ha nel Duecento con Gioacchino da Fiore e Francesco d’Assisi, portano al Rinascimento.[34]

Con l’uscita di scena degli imperatori di Germania, il fervore della civiltà comunale raggiunge infine il suo apogeo economico, spirituale, artistico, alimentato dagli ideali di numerosi poeti, tra cui Dante Alighieri, e dall’esigenza, fatta propria da Cola di Rienzo, della rinascita dell’unità d’Italia.[35]

L’età moderna

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Italia rinascimentale.

L’Italia nel 1494

Diversi fattori impediscono tuttavia la nascita di uno Stato unitario come avviene nel resto d’Europa: al timore del Papato di veder sorgere una potenza statale in grado di compromettere la sua autonomia, si aggiunge la suddivisione in tanti piccoli Comuni, che lentamente si tramutano in Signorie, rette da importanti famiglie, come i Medici a Firenze, i Visconti e gli Sforza a Milano, i Della Scala a Verona e gli Estea Ferrara. I capi politici italiani devono supplire con l’intelligenza strategica alla superiorità di forze degli stati nazionali europei. Un esempio è Cosimo de’ Medici, tra i maggiori artefici del Rinascimento fiorentino, la cui politica estera saprà individuare nella concordia italiana l’elemento chiave per impedire agli stati stranieri di intervenire in Italia approfittando delle sue divisioni.[36]

La strategia di Cosimo, proseguita dal suo successore Lorenzo il Magnifico, non viene compresa dagli altri prìncipi italiani, e si conclude con la morte di Lorenzo nel 1492. Da allora l’Italia diventa il teatro di numerose invasioni straniere: dapprima da parte francese per opera di Carlo VIII e Luigi XII, poi delle truppe spagnole di Carlo V. L’inizio della dominazione straniera si deve quindi al ritardo del processo politico di unificazione, ma fa anche registrare episodi di patriottismo, come il gesto di Ettore Fieramosca nella disfida di Barletta.[37]

Fortificazione all’italiana

L’età Moderna è anche il periodo dell’evoluzione bellica, con la comparsa della polvere da sparo e di nuovi mezzi militari (cannoni, moschetti ecc.). Ciò modificò anche la faccia di molte città italiane, costrette a evolvere le proprie difese militari: nasce la Fortificazione alla moderna, detta anche “Fortificazione all’italiana”, proprio perché i primi esempi di mura moderne compaiono nelle città italiane (classico esempio è quello delle Mura di Lucca).

Nella seconda metà del Cinquecento comincia il tramonto della vitalità rinascimentale, indebolita anche dalle nuove tensioni religiose dovute all’avvento della riforma protestante in Europa, che avevano portato a episodi luttuosi come il sacco di Roma del 1527 a opera dei Lanzichenecchi. Soltanto la repubblica di Venezia manterrà una certa prosperità e autonomia politica. Il Seicento è invece un secolo di crisi per tutto il paese: la Chiesa, che ha subìto la perdita dell’unità cristiana dei fedeli, cerca con la controriforma di rafforzare la sua presenza nei paesi rimasti cattolici, sia con iniziative educative e assistenziali, sia isolandoli dall’influsso degli stati protestanti. L’Italia viene così salvaguardata dai conflitti religiosi che si accendono in Europa, ma è soggetta ugualmente a carestie, spesso seguite da epidemie.[38] Scoppiano perciò numerose rivolte contro la dominazione spagnola, di cui la più nota avviene a Napoli nel 1647 per opera di Masaniello, ma non portano a nessun cambiamento.

All’inizio del Settecento finisce il periodo di pace e di torpore: a seguito dei trattati di Utrecht e Rastatt, gli Asburgo d’Austria si impossessano di vari domini italiani subentrando agli spagnoli.[36]Tornata la pace in tutta la penisola, dalla seconda metà del secolo, la diffusione dell’illuminismo fa sì che anche l’Italia venga investita da importanti riforme, che coinvolgono in particolare il Ducato di Milano sotto Maria Teresa d’Austria e Giuseppe II d’Asburgo, il Granducato di Toscana sotto Pietro Leopoldo di Lorena, che nel 1786 con il codice leopoldino abolisce, per la prima volta nella storia, la pena di morte e il Regno di Napoli, animato dal vivace dibattito dei pensatori. Di rilievo le figure degli intellettuali Giambattista VicoGaetano FilangieriCesare BeccariaMario PaganoAlessandro e Pietro Verri[39].

Presepe

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Un presepio tedesco

Un presepio africano

Il presepe (o presepio[1]) è una rappresentazione della nascita di Gesù, che ha avuto origine da tradizioni medievali; inizialmente italiana, l’usanza di allestire il presepio è diffusa oggi in tutti i paesi cattolici del mondo.

Le prime fonti per la raffigurazione del presepe sono i 180 versetti dei Vangeli di Matteo e di Luca, cosiddetti “dell’infanzia”, che riportano la nascita di Gesù avvenuta al tempo di re Erode, a Betlemme di Giudea, piccola borgata ma sin da allora nobile, perché aveva dato i natali al re David. Molti elementi del presepe, però, derivano dai Vangeli apocrifi e da altre tradizioni, come il protovangelo di Giacomo.

Il presepe tradizionale è una complessa composizione plastica della Natività di Gesù Cristo, allestita durante il periodo natalizio; vi sono presenti statue formate di materiali vari e disposte in un ambiente ricostruito in modo realistico. Vi compaiono tutti i personaggi e i luoghi della tradizione: la grotta o la capanna, la mangiatoia dov’è posto Gesù bambino, i due genitori, Giuseppe e Maria, i magi, i pastori, le pecore, il bue e l’asinello e gli angeli. La statuina di Gesù Bambino viene collocata nella mangiatoia alla mezzanotte tra il 24 e il 25 dicembre, mentre le figure dei magi vengono avvicinate ad adorare Gesù nel giorno dell’Epifania. Lo sfondo può raffigurare il cielo stellato oppure può essere uno scenario paesaggistico. A volte le varie tradizioni locali prevedono ulteriori personaggi.

Esiste anche un altro modo per allestire il presepio: si tratta del presepe vivente, in cui agiscono persone reali; di origine medievale, ha avuto negli ultimi decenni in Italia una notevole diffusione.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia, ma anche recinto chiuso dove venivano custoditi ovini e caprini; il termine è composto da prae (innanzi) e saepes(recinto), ovvero luogo che ha davanti un recinto. Un’altra ipotesi fa nascere il termine da praesepire cioè recingere. Nel latino tardo delle prime vulgate evangeliche viene chiamato cripia, che divenne poi greppia in italianokrippe in tedescocrib in inglesekrubba in svedese e crèche in francese. Il termine presepe è utilizzato, oltre che in Italia, anche in Ungheria, perché vi giunse via Napoli nel XIV secolo quando un discendente Angiò divenne re di quelle regioni, Portogallo e Catalogna.

Origine ed evoluzione[modifica | modifica wikitesto]

(LA)« Maria peperit filium suum primogenitum, et pannis eum involvit, et reclinavit eum in praesepio: quia non erat eis locus in diversorio. » (IT)« Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. »
(Vangelo di Luca, II, 7)

La Natività raffigurata nelle Catacombe di Priscilla, a Roma.

Raffigurazioni pittoriche e scultoree della Natività

La più antica raffigurazione della Vergine con Gesù Bambino è raffigurata nelle Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria a Roma, dipinta da un ignoto artista del III secolo all’interno di un arcosolio del II secolo.[2]

Nel Quattrocento alcuni grandi maestri della pittura italiana raffigurarono scene della natività, dette anch’esse “presepe”: Botticellinell’Adorazione dei Magi (FirenzeGalleria degli Uffizi) raffigurò personaggi della famiglia Medici; Giotto con la Natività della Cappella degli Scrovegni a PadovaFilippino Lippi compose la Natività che si trova al Museo Diocesano di MilanoPiero della Francesca la Natività della National Gallery di Londra, il Correggio la Natività della Pinacoteca di Brera.

Anche Luca e Andrea Della Robbia hanno rappresentato scene della Natività, in bassorilievo: per tutte valga quella del convento della Verna. Un’altra terracotta robbiana, con sfondo affrescato da Benozzo Gozzoli, si trova nel duomo di Volterra e rappresenta i pastori e il corteo dei Magi.

Origine del presepe

Il presepe di Greccio, nella Basilica superiore di AssisiGiotto(attribuzione), 230×270 cm, 1290-1295 circa

La tradizione pittorica di raffigurare la Natività fu seguita poi dalla rappresentazione tridimensionale, allestita in occasione delle festività natalizie, ossia a ciò che comunemente si intende oggi con il termine “presepe”[3]. Questa usanza, all’inizio prevalentemente italiana, ebbe origine all’epoca di San Francesco d’Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione della Natività, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da papa Onorio III. Francesco era tornato da poco (nel 1220) dalla Palestina e, colpito dalla visita a Betlemme, intendeva rievocare la scena della Natività in un luogo, Greccio, che trovava tanto simile alla città palestinese[4] Tommaso da Celano, cronista della vita di San Francesco descrive così la scena nella prima Vita[5]:

« Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme. »

Il presepio di Greccio ha come antefatto le “sacre rappresentazioni” delle varie liturgie celebrate nel periodo medievale. Nella rappresentazione preparata da San Francesco, al contrario di quelle successive, non erano presenti la Vergine MariaSan Giuseppe e Gesù Bambino; nella grotta fu celebrata la Messa con un altare portatile[6] posto sopra una mangiatoia presso la quale erano i due animali ricordati dalla tradizione, ossia l’asino e il bue[7]. Nella prima Vita Tommaso da Celano ci dà una descrizione più dettagliata della notte in cui fu allestito il primo presepio a Greccio; il racconto di Tommaso è poi ripreso da Bonaventura da Bagnoregio nella Leggenda maggiore[8]:

« I frati si radunano, la popolazione accorre; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L’uomo di Dio [Francesco] stava davanti alla mangiatoia, pieno di pietà, bagnato di lacrime, traboccante di gioia, Il rito solenne della messa viene celebrato sopra alla mangiatoia e Francesco canta il Santo Vangelo. Poi predica al popolo che lo circonda e parla della nascita del re povero che egli […] chiama “il bimbo di Betlemme”. Un cavaliere virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia e si era legato di grande familiarità all’uomo di Dio, messer Giovanni di Greccio, affermò di avere veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo bimbo addormentato che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno. »
(Bonaventura, Legenda maior, XX.)

La descrizione di Bonaventura è la fonte che ha usato Giotto per comporre l’affresco Presepe di Greccio, nella Basilica superiore di Assisi.

Quattrocento

L’iconografia del presepio, su impulso di ciò che aveva fatto Francesco a Greccio, ben presto passò dall’ambito prettamente artistico a quello popolare, soprattutto all’interno delle chiese, nelle quali la rappresentazione della nascita di Gesù, con le statuine ed elementi tratti dall’ambiente naturale, diventò un rito irrinunciabile. Specialmente nelle regioni dell’Italia centrale[9] e in Emilia[10], nel XV secolo infatti, si era già diffusa infatti l’usanza di collocare nelle chiese statue dei protagonisti della Natività.

Il presepe napoletano della Reggia di Caserta, del Settecento

Presepio Cuciniello, al Museo nazionale di San Martino di Napoli, realizzato tra XVIII e XIX secolo

Presepe moderno, allestito in un vecchio apparecchio radiofonico

Cinquecento

La tradizione del presepe si diffuse anche durante tutto il XVI secolo ed arrivò nel Regno di Napoli[9].

Seicento

Dal XVII secolo il presepe iniziò a diffondersi anche nelle case dei nobili sotto forma di “soprammobili” o di vere e proprie cappelle in miniatura anche grazie all’invito del papa durante il Concilio di Trento; egli infatti ammirava la capacità del presepio di trasmettere la fede in modo semplice e vicino al sentire popolare.

Settecento

Il grande sviluppo dei presepi scolpiti si ebbe nel Settecento, quando si formarono le grandi tradizioni presepistiche del presepe napoletanogenovesebolognese, ma anche di altre zone. A Roma, infatti, in questo secolo i pupazzari iniziarono la produzione di statuine in terracotta atte all’uopo, e da Roma poi l’usanza si diffuse anche in Umbria e nelle Marche, all’epoca regioni pontificie, dove si rafforzò la tradizione presepistica già presente[11]. In questo secolo si diffusero i presepi nelle case. Nel XVIII secolo, addirittura, a Napoli si scatenò una vera e propria competizione fra famiglie su chi possedeva il presepe più bello e sfarzoso: i nobili impegnavano per la loro realizzazione intere camere dei loro appartamenti ricoprendo le statue di capi finissimi di tessuti pregiati e scintillanti gioielli autentici. Nello stesso secolo a Bologna, altra città italiana che vanta un’antica tradizione presepistica, venne istituita la Fiera di Santa Lucia quale mercato annuale delle statuine prodotte dagli artigiani locali, che viene ripetuta ogni anno, ancora oggi, dopo oltre due secoli. Nel Settecento si diffuse capillarmente l’usanza di allestire il presepio nelle chiese. Alcuni di essi sono sopravvissuti, nonostante i molti furti subiti, e vengono tuttora esposti nel periodo natalizio.

IV Domenica di Avvento Santa Vigilia di Natale

 

In questa domenica, giorno vigiliare del Santo Natale, ascoltiamo nella Parola il
racconto dell’annunciazione di Maria. Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge a
Maria è molto significativo e profondo. Parla di “Grazia”, cioè di favore, gratuità, di
elezione,…
Maria è piena di Grazia, è graziosa perchè Dio la ama: è l’amore che rende belli e
non la bellezza che crea l’amore! Ed è sempre l’amore che fa avvicinare, che fa
fare il primo passo. Dio dunque si avvicina, si fa vicino, fa il primo passo verso
Maria e la chiama per una missione speciale così come ha chiamato Abramo,
nostro padre nella fede, Giacobbe, Mosè: chiamandoli affida a ciascuno un
compito e assicura la sua presenza nella missione affidata, nella loro storia, nelle
loro esperienze, nel loro cammino, nella loro vita.
Per Maria la storia è Nazaret di Galilea, è Giuseppe con il suo casato importante,
è lei stessa. Tutto è coinvolto in questa notizia, così originale e così unica, tutto
prosegue come prima ma anche nella novità. E’ il paradosso ed anche la
caratteristica di Dio riuscire ad irrompere con la sua novità nel quotidiano
dell’esistenza umana. E quando Dio irrompe ed entra nella vita umana e chiama,
non mancano resistenze, dubbi, timori, paure. Alla fine del racconto Maria è sola:
l’angelo se ne va, Giuseppe non si sa dove sia, Elisabetta è un segno lontano.
Anche noi spesso sentiamo questa solitudine, anche se è solitudine apparente!
Dio, infatti, ha promesso e promettere significa aprire alla speranza, cioè dare un
senso, una direzione al tempo, suscitare un’attesa e, soprattutto, significa
impegnare se stesso al futuro. Il Dio della promessa è il Dio fedele, che impegna e
dona la propria presenza: lo Spirito Santo la ricoprirà, il Figlio nascerà… ma tutto
questo nel futuro. E qui occorre la fede!!! Maria è esempio, modello, immagine di
fede e di affidamento.
Aprirsi al futuro significa non fermarsi. E infatti Maria si mise in cammino verso
Elisabetta, dove Dio è già in azione. Maria cammina, compie un percorso per
vedere l’azione di Dio, per riconoscerla questa presenza e questa azione divine.
Senza invidia per chi ha già iniziato ed è più avanti, senza remore nel condividere
ciò che succede in lei.
Questo tempo storico che viviamo con le sue luci e le sue ombre, con le sue gioie
e le sue difficoltà è un tempo favorevole all’azione di Dio come è stato favorevole
il tempo in cui ha vissuto Maria. In questo tempo difficile, cambiamento di epoca
storica, Dio irrompe nella nostra vita chiedendoci di volgere lo sguardo al futuro, di
cogliere la sua presenza nella nostra storia personale e comunitaria e di essere
disponibili al suo progetto di salvezza per tutti.
Buona e gioiosa Vigilia a tutti!