Mese: ottobre 2017

Gola (anatomia)

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Strutture anatomiche che compongono la gola

Il termine gola (lat. fauces, gula) viene utilizzato, nel linguaggio comune, per indicare le strutture anatomiche presenti nel collo dei vertebratifacenti parte dell’apparato respiratorio e gastrointestinale, ovvero la faringe, la laringe e le porzioni cervicali dell’esofago e della trachea[1].

Deriva dal latino gŭla, a sua volta dalla radice indoeuropea *gel- o *gʷel-.[2]

Note

Naso

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Il Naso di una giovane donna di 22 anni

Il naso è un rilievo impari e mediano del viso che contribuisce, assieme alla faringe ed alla laringe, a formare l’apparato respiratorio.

Anatomia macroscopica[modifica | modifica wikitesto]

Naso esterno[modifica | modifica wikitesto]

Il naso è un rilievo dello splancnocranio e del volto di forma approssimativamente piramidale precipuo dell’uomo. La forma del naso è comunque variabile da individuo ad individuo. Il naso esterno costituisce la struttura esterna, si continua superiormente con la fronte tramite la radice del naso, anteriormente e superiormente le due facce laterali si uniscono formando il dorso del naso, che scende inferiormente in un rilievo più o meno appuntito, l’apice del naso. La base del naso, che è la superficie inferiore, delimita in basso tramite due espansioni laterali, le ali del naso, due aperture ellissoidali (una per ciascuna ala) dirette inferiormente, dette narici, più larghe lateralmente e superiormente e gradualmente più strette procedendo medialmente e inferiormente, così che spesso sono piriformi. Il loro diametro antero-posteriore è di circa 1–2 cm e quello trasversale 0,5–1 cm. Le narici collegano il naso esterno al naso interno, ovvero alle cavità nasali, sono provviste di peli chiamati vibrisse e presentano sia ghiandole sebacee che sudoripare. La cute nasale è sottile, particolarmente sul dorso del naso, si ispessisce procedendo verso la radice del naso e si arricchisce, ispessendosi, di ghiandole sebacee sull’apice (particolarmente nel maschio) e nell’area cutanea circostante che possono contribuire, se numerose, alla sua forma. Ad occhio nudo quest’area appare spesso punteggiata. La cute nasale è adesa solo lassamente alla sottostante aponeurosi nasale o ai muscoli del naso. Su di essa, lateralmente e superiormente alle ali del naso è possibile distinguere il solco alare che si continua inferiormente e medialmente nel solco nasolabiale. Le linee di tensione della cute nasale sono trasversali presso la radice e il dorso del naso, sagittali sull’apice del naso e oblique in senso infero-laterale sulle pareti laterali.

Ossa[modifica | modifica wikitesto]

Il naso esterno è costituito dalla superficie esterna delle ossa che circondano l’apertura piriforme, in posizione mediana. Superiormente e lateralmente questa apertura è delimitata dal margine inferiore delle due ossa nasali, di forma quadrangolare, che si articolano tra loro mediante la sutura internasale e decorrono superiormente e posteriormente formando la base ossea della radice del naso assieme ai processi frontali delle due ossa mascellari, posti lateralmente alle ossa nasali e ai processi mascellari delle ossa frontali, posti supero-lateralmente ad esse. La sutura che articola il processo mascellare dell’osso frontale con ciascun osso nasale è detta frontonasale, quella che le articola con il mascellare sutura nasomascellare. Il punto antropometrico in cui si intersecano la sutura internasale e le due suture frontonasali è detto Nasion. Ciascun osso nasale è più spesso posteriormente presso la radice del naso e più sottile agli angoli nasofrontali e nella sua porzione inferiore. Il punto più inferiore della sutura internasale costituisce l’apice dell’apertura piriforme. Lateralmente ed inferiormente l’apertura piriforme, oltre che dall’osso nasale, è delimitata in maggior proporzione dal processo frontale dell’osso mascellare, che si continua da ciascun lato nel processo alveolare, il quale, articolandosi con il laterale nella fessura intermascellare costituisce la spina nasale anteriore, facilmente palpabile. Ne costituisce anche in piccola parte le pareti laterali, perlopiù cartilaginee o fibroadipose.

Cartilagini[modifica | modifica wikitesto]

Le cartilagini del naso sono strutture di primaria importanza per il suo sostegno e partecipano in modo significativo a definirne la forma, che varia da individuo a individuo. Il naso è dunque formato da una cartilagine settale mediana, da due cartilagini laterali e da due cartilagini alari maggiori, cui si devono poi aggiungere un numero variabile di cartilagini alari minori e, talvolta, un numero variabile di piccoli cartilagini accessorie dette sesamoidi.

  • La cartilagine laterale ha forma triangolare e sostiene la parte superiore e parte della parete supero-laterale del naso. La sua base si articola con il margine inferiore dell’osso nasale corrispondente e con una piccola parte del processo frontale dell’osso mascellare, la porzione superiore è in continuità con la cartilagine del setto, che la divide dalla controlaterale. Tra ciascuna cartilagine laterale e la cartilagine del setto vi è una stretta fessura. L’apice di ciascuna cartilagine laterale si articola con la cartilagine alare maggiore tramite del tessuto fibroso. I margini articolari possono essere più o meno estesi a seconda del soggetto e spesso è presente una cartilagine sesamoide interposta e collegata alle due tramite fibre di collagene.
  • La cartilagine alare maggiore è una lamina sottile e ricurva che sostiene parzialmente le ali del naso (poiché la restante porzione è sostenuta da tessuto fibroadiposo e spesso da cartilagini alari minori, in numero da due a quattro, che si articolano con il mascellare), è costituita da una branca mediale, collocata sulla base del naso e divisa dalla controlaterale dalla cartilagine del setto (da cui è separata da una sottile fessura), da una branca intermedia, più spessa, che costituisce tutto l’apice del naso, e da una branca laterale che si piega sulla parete laterale del naso dirigendosi superiormente, ma senza essere sufficientemente estesa da aderire all’osso mascellare. Si articola superiormente, per un tratto di estensione variabile, con la cartilagine laterale e medialmente con la cartilagine del setto.

Muscoli[modifica | modifica wikitesto]

muscoli del naso sono deputati alla respirazione, alla mimica facciale, alla fonazione in coordinazione altri muscoli mimici del volto. Essi sono il procero, il nasale, il dilatatore anteriore della radice, l’elevatore del labbro superiore e dell’ala del naso e il depressore del setto nasale. Oltre a quelli elencati sono possibili muscoli accessori incostanti.

  • Il muscolo procero ha forma piramidale, origina dal pericondrio della cartilagine nasale laterale, dal periostio delle ossa nasali e dall’aponeurosi del naso. Le sue fibre sono spesso fuse o si inseriscono nella porzione mediale del muscolo frontale e dall’aponeurosi epicranica posta tra i due ventri muscolari del frontale, si inseriscono inoltre sulla cute che ricopre la glabella. Il muscolo procero è un depressore della porzione mediale delle palpebre, viene azionato tipicamente nell’atteggiamento della concentrazione, in cui le sopracciglia si corrugano e si formano rughe trasversali sulla radice nasale; in questa azione collabora con il muscolo corrugatore del sopracciglio e con il depressore del sopracciglio. Funge anche da muscolo accessorio all’orbicolare dell’occhio nel controllare l’apertura palpebrale quando si è esposti ad una luce intensa. È irrorato da rami dell’arteria faciale e dall’arteria sopratrocleare, ramo dell’arteria oftalmica. È innervato dai rami temporali e zigomatici del nervo faciale.
  • Il muscolo nasale è un muscolo di forma piramidale, costituito da una porzione trasversa e da una porzione alare. La porzione trasversa è talvolta definita come muscolo compressore della radice, si attacca al processo frontale del mascellare e le sue fibre decorrono superiormente e medialmente, espandendosi e fondendosi con le controlaterali per interposizione dell’aponeurosi nasale sul dorso del naso. Le sue fibre si fondono con il muscolo procero a livello della sutura nasofrontale tramite una sottile aponeurosi, altre si fondono con il muscolo elevatore del labbro superiore e dell’ala del naso, che gli è laterale. La porzione alare, detto anche dilatatore posteriore della radice, possiede fibre che originando superiormente alle fosse incisiva e canina dell’osso mascellare si dirigono in alto e attorno all’ala del naso, fondendosi in parte con la cute, medialmente con il muscolo depressore del setto e superiormente con la porzione trasversa del muscolo nasale. La porzione trasversa di questo muscolo comprime le narici, per esempio quando si viene a contatto con cattivo odore, mentre la porzione alare le dilata. È irrorato dall’arteria dorsale del naso e angolare del naso, rami dell’arteria faciale. È innervato da rami buccali del nervo faciale e da rami del nervo infraorbitario, ramo del nervo mascellare (quindi dal trigemino).
  • Il muscolo dilatatore anteriore della radice è un piccolo muscolo che origina dalla branca laterale della cartilagine alare maggiore, circondandola e da parte della cartilagine laterale e fonde le sue fibre con la porzione alare del muscolo nasale, contribuendo a mantenere dilatate le narici durante l’inspirazione. È irrorato dall’arteria angolare del naso. È innervato da rami zigomatici del nervo faciale.
  • Il muscolo depressore del setto nasale è un piccolo muscolo triangolare che origina dal processo alveolare dell’osso mascellare sopra gli incisivi centrali e laterali. Le sue fibre passano al di sotto oppure si fondono con il muscolo orbicolare della bocca e si inseriscono sulla branca mediale della cartilagine alare maggiore, sulla spina nasale anteriore e sulla cartilagine del setto. La sua azione consiste nell’abbassare la columella e il setto nasale, collabora con i dilatatori della narice durante l’inspirazione, durante il sorriso abbassa l’apice del naso. Talvolta questo muscolo è assente. È irrorato dall’arteria labiale superiore, ramo dell’arteria faciale. È innervato da rami buccali del nervo faciale.
  • Il muscolo elevatore del labbro superiore e dell’ala del naso è dotato di due fasci muscolari, uno mediale ed uno laterale, che originano comunemente sul processo frontale dell’osso mascellare. Il fascio mediale discende infero-medialmente per poi inserirsi sulla branca laterale della cartilagine alare maggiore del naso e sulla cute sopra di essa, mentre il fascio laterale discende obliquamente, passa dietro e appena lateralmente all’ala del naso, passa sotto al muscolo orbicolare della bocca e di fianco all’elevatore del labbro superiore (con cui si fondono alcune fibre) per inserirsi sulla cute del labbro e sulla cresta nasolabiale. Il fascio mediale del muscolo solleva la branca laterale della cartilagine alare maggiore, soprattutto durante l’inspirazione e funge da muscolo accessorio nella sua dilatazione, mentre il fascio laterale è un elevatore del labbro superiore, che può anche estroflettere. È irrorato dall’arteria angolare del naso, ramo dell’arteria faciale e dall’arteria infraorbitaria, ramo dell’arteria mascellare interna. È innervato da rami zigomatici e buccali superiori del nervo faciale.

Il Vangelo di oggi(Don Paolo Tonghini)

XXX Domenica del Tempo Ordinario

29 ottobre 2017

Il Vangelo odierno è una sintesi sorprendente che indica le direttrici fondamentali
dell’esperienza cristiana, innestata nella radice santa di Israele.
Da un fervido rappresentante dei credenti osservatori della Torah, quali erano i
farisei, viene la domanda legittima, ma anche ingannevole sul comandamento più
importante. E Gesù, nella sua furbizia, propone una risposta ben articolata in due
momenti, non separati o autonomi tra loro, ma complementari. Gesù rispondendo
fa riferimento a quei brani biblici che sono il fondamento della fede di Israele: il
primo è la preghiera dello Shemà Israel, recitata ancor oggi più volte dal pio ebreo e
che si trova al cap. 6 del Libro del Deuteronomio. Essa afferma il fondamento della
relazione con il Dio di Israele, l’unico Dio, e su una triplice condizione di amore:
amerai il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Il credo di
Israele comprende così l’intera persona nelle sue diverse dimensioni: il cuore , sede
delle scelte e della sintesi della vita, il corpo e le forze che riguardano l’azione
dell’uomo. L’amore è adesione totale e incondizionata a Dio.
Il secondo momento invece riguarda l’amore per il prossimo, altro aspetto
fondamentale, secondo il brano del testo del Libro del Levitico 19,18: “ama il tuo
prossimo come te stesso. Io sono il Signore.” E’ un invito a riconoscere prima di
tutto se stessi come dono di Dio e , di conseguenza, anche il prossimo come tale e
non come ostacolo o limite alla propria libertà o realizzazione. Anche questo aspetto
diventa fondamentale nell’esperienza relazionale che costituisce l’essere umano.
Gesù nella risposta che dà al fariseo lega indissolubilmente i due momenti, per cui
le due dimensioni dell’amore, quello verticale per Dio e quello orizzontale per il
prossimo, non sono separabili, ma complementari. Non sono due amori, ma lo
stesso amore che naturalmente uno sfocia nell’altro, uno si esprime nell’altro, uno si
realizza nell’altro. E una cosa da notare: l’unità tra la dimensione verticale e quella
orizzontale forma graficamente una croce: questo è il punto di convergenza,…….
l’unità inscindibile del comandamento dell’amore è data dalla croce di Cristo! Del
resto Gesù ci ha lasciato il nuovo comandamento, che è la sintesi di questi due:
“Amatevi gli uni gli altri COME io ho amato voi”. La persona di Gesù diventa il

criterio dell’amore fraterno: lui ha amato il prossimo ed i nemici, lui ha insegnato ad
amare il Padre. Noi siamo chiamati ad mare COME LUI. E la Sacra Scrittura ci ricorda
che “chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).
Qui emerge tutta la concretezza dell’amore cristiano, che non è una teoria o un idea,
ma una pratica di vita, uno stile di vita e di servizio, per cui l’amore per il prossimo è
la via per amare Dio. Allo stesso tempo non posso amare il prossimo in modo
autentico se non nella relazione d’amore con Dio.

Orecchio

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Orecchio umano

L’orecchio è l’organo del corpo umano preposto alla funzione uditiva: permette di rilevare onde sonore dai 20 hertz ai 20 kilohertz e di mantenere l’equilibrio grazie all’azione del sistema vestibolare contenuto nella porzione interna.

La funzione uditiva viene assolta da componenti presenti nell’orecchio esterno, medio e interno; la funzione vestibolare è appannaggio dell’orecchio interno. Tutte e tre le porzioni dell’orecchio sono anatomicamente posizionate all’interno dall’osso temporale del cranio.

Anatomia dell’orecchio umano[modifica | modifica wikitesto]

Sezione anatomica dell’orecchio.
Orecchio esterno: 1 cartilagine del padiglione e del condotto uditivo, 2 condotto uditivo esterno, 3 padiglione auricolare
Orecchio medio: 4 timpano, 5 finestra ovale, 6 martello, 7 incudine, 8 staffa
Orecchio interno: 9 canali semicircolari, 10 coclea, 11 nervo acustico, 12 tromba di Eustachio.

L’orecchio umano è anatomicamente suddivisibile in tre parti:

  • Orecchio esterno, attraverso il quale i suoni entrano e vanno ad infrangersi sulla superficie laterale della membrana timpanica, che è composto da padiglione auricolare e meato acustico esterno. Ha come limite laterale l’orifizio del meato acustico esterno nella porzione acustica dell’osso temporale e come limite mediale la membrana timpanica.
  • Orecchio medio, composto dalla superficie mediale della membrana timpanica, dalla cavità timpanica (epitimpano, mesotimpano e ipotimpano), dalle cellule mastoidee e dalla tuba uditiva che pone in comunicazione il cavo del timpano con gli spazi aerei del rinofaringe, permettendo la compensazione o azzeramento delle variazioni pressorie ambientali sulle due superfici della membrana timpanica
  • Orecchio interno, insieme di recettori ad origine embrionale comune, che si differenziano parte nell’apparato acustico e parte nell’apparato vestibolare.

Orecchio esterno[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Orecchio esterno.

L’orecchio esterno è formato dal padiglione auricolare, dal condotto uditivo esterno e dalla superficie laterale o esterna della membrana timpanica. Il padiglione auricolare è costituito da cartilagine rivestita dalla pelle che risulta strettamente adesa alla sottostante membrana di tessuto connettivo, il pericondrio, che a sua volta avvolge completamente, fornendo loro il supporto nutritizio vascolare, le cartilagini elastiche del condotto e del padiglione. La sua funzione è quella di raccogliere i suoni per inviarli all’orecchio medio. Il condotto uditivo è un tunnel dalle pareti lisce provvisto di peli e di ghiandole sebacee e ghiandole ceruminose, il cui secreto ricco di cere ha una funzione protettiva.

Orecchio medio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Orecchio medio.

Al termine del condotto uditivo si trova la membrana del timpano, che è una sottile membrana sensibile alle onde sonore che vengono a infrangersi su di essa. Le vibrazioni così raccolte vengono trasmesse a tre ossicini, i più piccoli del corpo umano: il martello, direttamente a contatto con la membrana del timpano, l’incudine e la staffa. Questa prende contatto col labirinto. I tre ossicini dell’udito sono contenuti in una cavità, la cassa del timpano, che comunica all’esterno attraverso un piccolo canale lungo 3-4 cm, la tromba di Eustachio, che sbocca nella faringe. In questo modo l’orecchio è collegato con la faringe. Ciò permette di mantenere in equilibrio la pressione dell’aria al di là e al di qua del timpano.

Orecchio interno[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Orecchio interno.

L’orecchio interno è la parte interna dell’apparato stato-acustico, divisibile in due porzioni, definite “labirinti”:

Tra le due porzioni di labirinto è presente un liquido, definito perilinfa, mentre internamente agli organi del labirinto membranoso è presente l’endolinfa.

Circuito osseo[modifica | modifica wikitesto]

Il circuito osseo presenta una parte centrale cava, detta scala vestibolare, comunicante anteriormente con la coclea e posteriormente con i tre canali semicircolari (anterioresuperiore e laterale) in cui trovano alloggio i recettori dell’equilibrio, chiamati recettori stato-cinetici. La scala vestibolare, inoltre, presenta due aperture:

Coclea[modifica | modifica wikitesto]

Atletica leggera

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Atletica leggera
Track and field stadium-2.jpg

Stadio di atletica leggera

Federazione IAAF
Inventato Antica Grecia
Componenti di una squadra Sport individuale
(eccetto le staffette con 3 o 4 atleti per squadra)
Contatto No
Genere Maschile e femminile
Indoor/outdoor Indoor e outdoor
Campo di gioco Pista di atletica leggera
(anello di 400 m se outdoor; anello di 200 m se indoor)
Olimpico dal 1896

L’atletica leggera è un insieme di discipline sportive che possono essere sommariamente suddivise in: corse su pista, concorsi (lanci, salti in elevazione e salti in estensione), prove multiplecorse su stradamarciacorsa campestre e corsa in montagna.

La parola atletica deriva etimologicamente dal latino athlēta, che a sua volta deriva dal greco αθλητής (athletès) da άθλος (àthlos), “impresa”, “prodezza”.[1]

Gli eventi di atletica leggera vengono di solito organizzati attorno a una pista ad anello della lunghezza di 400 m, sulla quale si svolgono le gare di corsa. Le gare di lanci e salti invece, si svolgono sul campo racchiuso dalla pista.

Molte delle discipline dell’atletica leggera hanno origini antiche, e si tenevano in forma competitiva già nell’antica Grecia. L’atletica leggera venne inserita nei Giochi olimpici fin dalla prima edizione del 1896,[2] e da allora ha sempre fatto parte del programma olimpico.

Il corpo di governo internazionale dell’atletica leggera, l’International Association of Athletics Federations (IAAF), è stato fondato nel 1912. La IAAF organizza i campionati del mondo di atletica leggera, con cadenza biennale: la prima edizione si è svolta nel 1983 ad Helsinki.[3] In Italia, l’attività dell’atletica leggera è regolata dalla Federazione Italiana di Atletica Leggera (FIDAL).[4]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Antico stadio di Olimpia.

L’atletica leggera trova le sue origini nell’antica Grecia: i poemi omerici, la statuaria, Pindaro e la pittura vascolare testimoniano la profonda passione sportiva degli antichi greci e l’onore in cui tenevano gli atleti.

Il canto ventitreesimo dell’Iliade descrive prove che anticipano gare che sono ancora tipiche nell’atletica moderna: una corsa a piedi e due prove di lancio, il disco e il giavellotto. Nel canto però dell’Odissea dedicato ai giochi dei FeaciOmero, quasi per completare la gamma delle attività naturali di base (correre, saltare, lanciare) parla anche di una prova di salto (“il maggior salto Anfiolo spiccollo”) senza specificare di quale salto si trattasse, anche se non è azzardato pensare che si trattasse di salto in lungo.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Un atleta dell’antichità in una scultura conservata al Museo archeologico nazionale di Napoli.

La nascita e gli inizi dell’atletica leggera, si perdono nella notte dei tempi, confondendosi con i primi gesti dell’uomo, alle prese con le sue necessità di sopravvivenza. Non si sa per quante migliaia di anni i primi uomini abbiano corso fuggendo ed inseguendo, e abbiano lanciato per aggredire o per difendersi, creando così la matrice naturale di un agonismo del tutto singolare e inconsapevole.[5]

GreciaEgittoIrlanda e poi Roma e l’Etruria, risultano essere in misura più probabile le terre in cui inizialmente il gesto atletico dell’uomo assunse le forme più definite, non escludendo comunque, per tempi più lontani la nascita di esso. Quasi nulla si conosce di quanto avveniva nei territori del Nilo e nella Valle dei Re, salvo alcune fragili notizie su gare di corsa avvenute verso il XV secolo prima dell’era di Cristo e su competizioni consistenti nel lancio a distanza di un blocco di pietra.

Poco si conosce anche dei Giochi di Lugnas, irlandesi, successivamente conosciuti come Giochi di Tailteann, datati intorno al 632 a.C. La radice di queste competizioni traeva origine da contenuti religiosi o celebrativi. Il programma dei giochi irlandesi era molto nutrito, consistendo in gare di corsa, di lancio (pietra e giavellotto) e di salto (lungo ed asta).[6]

Alla Grecia, però viene assegnato un ruolo essenziale, quasi totale, nel contesto sportivo di ogni tempo, grazie allo spirito che ha alimentato per originalità e per ampiezza di contenuti morali ed agonistici una grandissima parte del gesto sportivo e atletico, complice anche un numero cospicuo di testimonianze letterarie ed iconografiche. Parlare della Grecia significa normalmente parlare di Olimpia e dei giochi, di fiaccole, di tregue sacre e atleti-eroi cinti di corone di olivo. In effetti l’origine più o meno ufficiale dello sport e dell’atletica coincide, in terra ellenica, con il battesimo dei Giochi olimpici, confusi con il mito di Ercole alle prese con le stalle di Augia, ma inequivocabilmente costituenti la prima organizzazione ufficiale. Numerose le date d’inizio delle Olimpiadi: 12221000884, tutte date prima dell’era di Cristo, nessuna certa. Il primo grande atleta di cui si hanno notizie certe fu Corebo di Elea di professione cuoco, incontrastato dominatore delle gare veloci, che nel 776 a.C. fu primo alle soglie di pietra di Olimpia dopo 192 metri di gara.

Il discobolo di Mirone (455 a.C.).

Questa distanza, la più tradizionale, corrispondeva all’incirca alla lunghezza della pista originaria ed era denominata stadion; nei successivi anni olimpici furono aggiunte altre distanze di corsa, il diaulo distanza doppia dello stadion, e il dolichos, la cui misura variava dai 7 ai 24 stadi,[7] rimanendo così nei limiti delle nostre prove attuali di mezzofondo.

Nei Giochi olimpici del 708 a.C. venne inserita la prova più complessa e difficile dell’antichità, il pentathlon, in cui, assieme alla corsa ed alla lotta, erano fissate gare di salto in lungo di lancio del disco e del giavellotto.[7] Se poco si conosce delle misure e delle prestazioni di quel tempo, al contrario si sanno di alcuni particolari tecnici estremamente interessanti. Ad esempio, nel salto in lungo gli atleti si aiutavano nello slancio con degli speciali manubri di piombo o pietra agganciati alle mani,[7] gli alteres, saltando, dopo aver battuto su un piano rialzato del terreno, al di là di una buca.

Il disco, che era normalmente di legno o di bronzo, fin dall’inizio beneficiò, con ampie giustificazioni, data la bellezza degli assieme dei movimenti, di un’attenzione superiore rispetto agli altri lanci: artisti straordinari hanno lasciato all’attenzione e all’ammirazione del mondo civile alcune opere, il discobolo di Mirone, e il canto ventitreesimo dell’Iliade di Omero: «Pose, ciò fatto, i premii alla pedestre corsa: al primo un cratere ampio di argento, messo a rilievi, contenea sei metri, né al mondo si vedeva vaso più bello».[8]

Il getto del peso, o meglio il lancio della pietra, che come forma di lancio era sicuramente precedente al disco e che era in uso anche fra gli antichi egizi, viene citato come prova competitiva a Troia e ad Olimpia. Del lancio del giavellotto, specialità in cui l’originaria tradizione guerriera si accoppiava splendidamente al rituale agonistico, si sa che l’attrezzo, simile all’asta di guerra, aveva nella zona mediana un laccio di cuoio, occorrente a dare maggiore impulso al lancio ed una più facile precisione di traiettoria.

Anche gli etruschi una delle civiltà più affascinanti ed impenetrabili della storia, offrono enormi testimonianze storiche, per quanto riguarda lo sport e le gare. La Tomba dei carri o Tomba di Stackelberg datata al V secolo a.C., dal nome dello scopritore, a Tarquinia, ne è una testimonianza. Viene raffigurata un’immagine relativa al salto con l’asta. La Tomba della scimmia, invece raffigura il salto in lungo esercitato con l’aiuto dei pesi, e la Tomba dei Giochi olimpici raffigura gare di corsasalto in lungo e lancio del disco e giavellotto. Nella Tomba di Poggio al Moro, la presenza di un affresco del VI secolo a.C. raffigura quattro corridori in partenza.[9]

L’atletica nei secoli successivi[modifica | modifica wikitesto]

La rinascita e la diffusione dell’atletica leggera in epoca moderna divenne un dato di fatto alla fine del XIX secolo, anche grazie ad una piena regolamentazione.

Lo stadio olimpico del 1896.

Nel 1817 venne fondato il primo club atletico a Necton, in Inghilterra.[7] Ma fu l’inglese Thomas Arnold, nel 1828, a ripristinare alcuni esercizi praticati nell’antichità ed a fissarne le norme tecniche. Nel 1829, a Tailiti (Irlanda) vennero disputati per la prima volta dei giochi composti da corse, salti, lanci e salto con l’asta.[7] Nel 1855 uscì il primo manuale riguardante le corse, intitolato Training of man for pedestrian exercise e nel 1867 venne inaugurata a Londra la prima pista di atletica in cenere.[7][10]

È nel 1860 che nasce l’Olympic Club, il primo club atletico statunitense, a San Francisco. Questo venne affiancato l’8 settembre 1868 dal New York Athletic Club;[7] la prima gara per atleti dilettanti negli Stati Uniti venne disputata l’11 novembre dello stesso anno, e proprio in questa occasione venne introdotta la possibilità di indossare le scarpette chiodate.[7]

Grazie al barone francese Pierre de Coubertin, nel 1896 si tenne ad Atene la prima edizione dei Giochi olimpici moderni. Le gare allora più popolari erano i 100 metri piani e la prova di fondo, che si correva sulla distanza di 36 km. Si ebbe anche la distinzione tra atletica leggera e atletica pesante.[11]

Per quanto riguarda l’Italia, l’atletica leggera nacque alla fine dell’ottocento come attività podistica. Nel 1910 anche le gare di salto e di lancio (che erano ancora sotto il controllo della Federazione Ginnastica), iniziarono ad essere disciplinate dalla “Federazione italiana degli sports atletici” (che divenne FIDAL nel 1926), la quale venne riconosciuta dal CIO nel 1915.[11]

La rinascita dei Giochi olimpici diede un ulteriore incremento alla ripresa dell’atletica leggera: da allora essa ha guadagnato in popolarità, evolvendosi col moltiplicarsi e l’affinarsi delle tecniche e con l’aumento del numero dei praticanti; aumento determinato anche da un fatto nuovo per l’atletica, cioè la partecipazione femminile alle gare (nel 1921, venne costituita la “Fédération sportive féminine“) dopo secoli di esclusione quasi assoluta dalla vita sportiva.[11] Attualmente l’atletica leggera è una delle discipline principali ai Giochi olimpici.

Discipline[modifica | modifica wikitesto]

Gare di lunghezza insolita (ad esempio i 300 m) sono corse molto di rado. Con l’eccezione della corsa sul miglio, tutte le corse si svolgono su distanze calcolate in metri.

Uomini e donne competono in gare separate e da qualche anno, soprattutto nelle grosse competizioni internazionali, il programma delle donne è identico a quello degli uomini. Le uniche differenze sono costituite dall’altezza degli ostacoli e delle siepi (che è più bassa per le donne), dal peso degli attrezzi per i lanci (che è inferiore) e dal numero di discipline presenti nelle prove multiple, dieci (ovvero decathlon) per gli uomini, sette (eptathlon) per le donne. Dal 2008 è stato inserito il decathlon femminile nell’elenco ufficiale delle prove multiple IAAF.

Corse su pista[modifica | modifica wikitesto]

Rettilineo finale di una gara dei 400 metri piani.

Include tutte quelle specialità che prevedono una corsa con o senza ostacoli che si svolge interamente in pista:

Maratona e gare derivate[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Corsa su strada.

Gare condotte su strada, a volte con finale su pista. Distanze comuni sono la mezza maratona (21,097 km), la maratona,(42,195 km) oppure l’ultramaratona, con distanze superiori ai 42,195 km. Queste gare, considerate di fondo, possono svolgersi su circuito o anche avere il punto di arrivo diverso da quello di partenza.

Marcia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Marcia (atletica leggera).

La marcia è la forma competitiva del camminare, spinto alla massima velocità compatibile con l’obbligo di mantenere sempre un piede a contatto con il terreno e l’arto di appoggio completamente esteso. Le gare si svolgono solitamente su strada, con percorsi da 3 fino a 50 km. Alle olimpiadi le gare di marcia sono di 20 km e 50 km per gli uomini, mentre tra le donne l’unica distanza prevista è di 20 km.

Il Diabete

CONSIGLI

Il diabete e l’indice glicemico

6 aprile 2012

Come è risaputo, il diabete mellito è una malattia del metabolismo caratterizzata da un aumento patologico della concentrazione nel sangue di uno zucchero, il glucosio.

Per questo motivo, una corretta alimentazione gioca un ruolo fondamentale nella cura di questa patologia. Che un diabetico debba eliminare (o quantomeno limitare) gli zuccheri semplici (saccarosio, miele, frutta molto dolce, biscotti e dolciumi in genere) è ormai un concetto scontato, ma forse non è ancora così scontata l’affermazione che un diabetico dovrebbe preferire cibi a basso indice glicemico. Di che cosa stiamo parlando? L’indice glicemico (che non deve essere confuso con la glicemia, cioè con la concentrazione di zucchero nel sangue) è un parametro che riflette la capacità e la velocità di un alimento di aumentare la glicemia. In pratica, quando mangiamo un alimento ricco di carboidrati, il livello di glucosio nel sangue aumenta man mano che si vanno digerendo e assimilando gli amidi e gli zuccheri in esso contenuti. La velocità con cui il cibo viene digerito e assimilato cambia a seconda dell’alimento e viene appunto misurata tramite l’indice glicemico. Esso riguarda in particolare i cibi ad alto contenuto di carboidrati poiché i cibi ad alto contenuto di grasso o di proteine non hanno un effetto immediato sulla glicemia (ma attenzione: non per questo sono sempre da preferire!). Alla luce di questo concetto, la lista di cibi da limitare si allunga e va ad includere anche alimenti dal gusto non dolce (e quindi insospettabili) che però hanno un alto indice glicemico. Tipico esempio è il pane bianco, il riso (ad eccezione del riso integrale e di alcune qualità tipo il Basmati), le patate, i corn flakes, le gallette di riso e via dicendo. Esistono delle tabelle in cui alla maggior parte dei cibi di uso comune viene attribuito un numero da 1 a 100 in base al loro indice. Questo perché vengono paragonati a un alimento di riferimento (di solito il glucosio o il pane bianco) a cui si dà il valore di 100. Queste tabelle sono lunghissime e a volte generano confusione, di seguito quindi riportiamo un riassunto riferito ai cibi più utilizzati
CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI CIBI IN BASE ALL’INDICE GLICEMICO
ALTO INDICE (superiore a 80): glucosio, pane bianco, patate, miele, cereali per la prima colazione non integrali (es. corn flakes), uva, banane, carote, riso, gallette di riso soffiato, dolci in generale.
MODERATO INDICE (tra 50 e 80): pane integrale, pasta (sopr. spaghetti), mais, arance, cereali integrali per prima colazione, riso integrale.
BASSO INDICE (sotto il 50): Yogurt, legumi, mele, pesche, fagioli, noci, riso basmati o riso parboiled, latte, cereali come orzo, farro, miglio, avena.
In base a questa classificazione, quali sono quindi i cibi da preferire?
  • Tra i primi: Riso basmati e integrale, riso parboiled, spaghetti, pasta integrale, pasta al farro, spaghetti di soia, orzo perlato, farro, miglio, avena
  • Per la prima colazione: fiocchi di avena o muesli al naturale o cereali integrali
  • Pane: pane “completo” (o integrale) preparato con farine non raffinate di origine biologica, pane di segale o con avena o con altri cereali grezzi, fette integrali tipo “Wasa”
  • Via libera ai legumi, soprattutto le lenticchie
Importante sapere anche che:
  • Più un prodotto (pane, pasta, etc) è prodotto a partire da farine grezze, poco raffinate, più basso sarà l’indice glicemico (le fibre rallentano lo svuotamento gastrico e quindi diminuiscono la velocità con cui gli zuccheri entrano nel circolo sanguigno)
  • Le proteine e i grassi abbassano l’indice glicemico (ottimi quindi gli abbinamenti tipo pasta e fagioli, riso e piselli, etc). Esempio: un velo leggero di formaggio spalmabile magro su una fetta di pane (meglio se integrale) abbassa di molto l’indice glicemico, così come un po’ di parmigiano sulla pasta.
L’indice glicemico è molto importante nell’alimentazione del diabetico perchè una velocità elevata di innalzamento della glicemia (in seguito a un pasto) è difficile da fronteggi