Mese: settembre 2017

L’anno scolastico

Quanto dura un anno scolastico

di Lalla
ipsef

Franco Buccino – Ventimila ragazzi delle superiori erano a rischio bocciatura a causa delle assenze. Anche a Napoli un bel po’. Con l’inettitudine di sempre, il Ministero ha rimandato alle scuole autonome la decisione di applicare o no le proprie direttive.

Franco Buccino – Ventimila ragazzi delle superiori erano a rischio bocciatura a causa delle assenze. Anche a Napoli un bel po’. Con l’inettitudine di sempre, il Ministero ha rimandato alle scuole autonome la decisione di applicare o no le proprie direttive.

A marzo aveva scritto che con cinquanta assenze, un quarto dei canonici duecento giorni minimi di lezione, si era bocciati. Ora sono le scuole a stabilirlo. Per esempio, decidendo esse se le occupazioni sono giorni di assenza o di presenza. Sembrerebbe che l’orientamento dei consigli dei docenti sia di bocciare con misura per le assenze, e di lanciare un messaggio del tipo: quest’anno vi perdoniamo, ma l’anno prossimo pensateci bene.

Sostiene il Ministro Gelmini che come al solito non abbiamo capito niente. “Vogliamo solo invogliare i giovani alla partecipazione” ripete. Questo sarebbe il senso del provvedimento.

È molto pericoloso dire che con cinquanta assenze si è bocciati, perché se si stabilisce che uno studente per passare alla classe successiva o per essere ammesso all’esame deve fare un numero minimo di giorni di scuola e un numero minimo di ore di lezione nelle varie materie, allora garantire questi minimi diventa un problema più per l’Amministrazione che per gli studenti. Le lezioni cominciano a metà settembre e terminano a metà giugno: tolte le domeniche, sono 230 giorni. Tolte le vacanze di Natale e Pasqua, santo patrono e festività varie, sono circa 210 giorni. Con qualche altro giorno concesso dalla Regione o dal Consiglio d’istituto, ci si avvicina alla soglia minima dei 200 giorni, prevista per la validità dell’anno. Ma un anno scolastico è costellato da molti incidenti e imprevisti. Un rapido e incompleto elenco: manca l’acqua, le disinfestazioni dell’Asl, lavori urgenti e improcrastinabili, calamità naturali, elezioni e ballottaggi, assemblee e scioperi del personale. In tal modo i giorni utili di scuola calano di parecchio.

E stiamo parlando dei giorni, mentre bisogna parlare delle ore di lezione, e delle ore di ogni singola materia. Un’ora settimanale di lezione corrisponde a trentatre ore annue, due ore corrispondono a sessantasei, tre a novantanove, e così via. Quando non c’è scuola si perdono tante ore di lezione; ma anche nei giorni in cui c’è scuola, non sempre si riesce a coprire tutte le ore di lezione, e non tutte le ore con il docente della materia in orario.

Ci sono professori assenti, ci sono docenti nominati in ritardo, supplenti non nominati per mancanza di fondi. Allora: alcune classi entrano più tardi, altre escono prima, ci sono classi con docenti di altre materie in sostituzione, classi che rimangono affidate alla sorveglianza dei collaboratori scolastici, classi “scoperte” cioè in pratica senza controllo. E così il monte ore di una materia si può ridurre anche della metà nel corso dell’anno. Immaginiamo le conseguenze per una classe che in un anno fa cinquanta anziché novantanove ore di inglese oppure ottanta ore di matematica al posto di centocinquantacinque previste. È una vera e propria piaga che governo e ministro, con le loro scelte economiche e ideologiche, hanno acuito. Meno insegnanti, meno compresenze, meno completamenti di cattedre in ore non “frontali” rendono molto più problematica l’organizzazione di una scuola.

È questo il contesto nel quale si inseriscono le assenze degli studenti. Non tanto quelle individuali, che, se superano un livello fisiologico, rivelano malesseri di vario genere, per cui non è l’assenza il dato più importante. Sono le assenze collettive che contribuiscono a ridurre il numero di giorni effettivi di scuola.

È evidente che non sono l’unica e neanche la principale causa dei giorni in meno di scuola. Ma strumentalmente vengono presentate come se lo fossero. Per tener sotto controllo i ragazzi, per frenare il loro impegno e la loro protesta, ma anche per distrarre l’opinione pubblica dalle vere cause del fenomeno che sono generate in particolare dall’Amministrazione scolastica e dalle sue scelte. Le assenze collettive dei ragazzi, per manifestazioni, cortei, scioperi e occupazioni, sono un fenomeno esaltante per alcuni aspetti, ambiguo e contraddittorio per altri. Il movimento studentesco è stato tante volte, nel corso degli anni, apripista di proteste più generali e insieme strenuo difensore della scuola pubblica e dei diritti. E però in troppe scuole occupazioni e manifestazioni sono un pretesto per sospensioni forzate delle attività didattiche.

Occorrerebbe battersi per un anno scolastico in cui siano garantiti, senza eccezione, gli almeno duecento giorni di scuola e tutte le ore di lezione, con i recuperi, le flessibilità, le competenze, le risorse necessarie, soprattutto. Una scuola così organizzata potrebbe pretendere dai suoi studenti il minimo di giorni e di ore di frequenza, anche attraverso il recupero di ore perse. I ragazzi sarebbero messi di fronte alle proprie responsabilità, le decisioni di occupazioni e manifestazioni sarebbero assunte in forma più partecipata. Alcune brutte abitudini allora sì che scomparirebbero. In una scuola così organizzata il numero dei bocciati diminuirebbe: per il minor numero di assenze e, soprattutto, per un miglior rendimento degli studenti. E perfino la Gelmini potrebbe gioire nell’avere contemporaneamente una scuola più seria e meno bocciati.

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Italia ed Estero

  • «Andare a scuola non è come andare in spiaggia»


    ITALIA ED ESTERO

    7 giu 2017, 13:11

    Andare a scuola non è come andare in spiaggia. Ecco perchè gli studenti dovrebbero scegliere con più cura l’abbigliamento con cui presentarsi a scuola. La pensa così il preside Francesco Musarra del liceo scientifico Enrico Fermi di Ragusa che ha diffuso una circolare per docenti, genitori e soprattutto studenti. «Abbigliamento sobrio e decoroso».

    La circolare, diffusa a tutte le classi, recita così: «Si ricorda agli studenti sono tenuti a “presentarsi in abbigliamento decoroso e consono all’ambiente educativo scolastico” (articolo 14 del regolamento d’istituto), occorre mantenere a scuola un abbigliamento sobrio, consono all’ambiente scolastico ed alla dignità dell’attività che in esso si realizza».

    Il dirigente scolastico poi precisa: «Considerato che i concetti di decoro e sobrietà sono suscettibili di diversa interpretazione, lo scrivente, senza voler limitare la libertà individuale, si permette di precisare che occorre evitare bermuda, pantaloni corti, canotte ed ogni altro tipo di abbigliamento “balneare”».

il mare

Mare

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Mare (disambigua).

Il mare a Parga, in Grecia

Barca a vela che solca il mare di fronte alle coste dell’isola di Procida

Mare messicano

Il mare è una vasta distesa di acqua salataidrograficamente connessa con un oceano, che lambisce le coste di isole e terre continentali. Lo stesso termine è alle volte usato per indicare laghi, normalmente salati o molto voluminosi, che non hanno sbocchi sull’oceano come ad esempio il Mar Caspio, il Mar Morto ed il Mar di Galilea. Il termine mare è usato anche come sinonimo di oceano quando esprime un concetto generico, per esempio quando si parla dei mari tropicali o dell’acqua marina riferendosi, invece, a quella oceanica in generale.

Mar Ionio, sulla costa di Catanzaro

Mari[modifica | modifica wikitesto]

Sono suddivisi secondo l’oceano di appartenenza.

Oceano Pacifico[modifica | modifica wikitesto]

Oceano Atlantico[modifica | modifica wikitesto]

Oceano Indiano[modifica | modifica wikitesto]

Mare Glaciale Artico[modifica | modifica wikitesto]

Mari Antartici[modifica | modifica wikitesto]

Mari interni[modifica | modifica wikitesto]

Un mare si definisce “interno” quando è completamente racchiuso da un continente e non è collegato con altri mari se non grazie a fiumi. Mari interni sono:

Mari extraterrestri[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Mare (esogeologia).

La Luna è caratterizzata da varie configurazioni morfologiche chiamate mari. Sono stati chiamati mari perché il colore più scuro faceva presupporre la presenza di acqua, nonostante si tratti in verità di pianure basaltiche. Sulla Luna è presente dell’acqua sotto forma di ghiaccio; l’origine di tale ghiaccio dovrebbe essere dovuta a comete che si sono scontrate con il satellite in posizioni poco o per nulla irradiate dai raggi del Sole. Acqua liquida potrebbe essere presente sulla superficie o nel sottosuolo di molti satelliti, tra cui ricordiamo principalmente Europa, una delle lune di Giove. Si pensa che Europa ospiti al suo interno un vero e proprio oceano sotto la superficie ghiacciata, circondante tutto il satellite. Si pensa che sulla superficie di Titano siano presenti idrocarburi liquidi, anche se sarebbe più esatto descriverli come “laghi” al posto di “mari”.

Studio del mare[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Moto ondoso.

Lo studio del comportamento del mare e dei suoi fenomeni, tradizionalmente collegato con la navigazione, è stato spesso lasciato alle considerazioni empiriche basate sull’esperienza dei marinai. Il suo studio scientifico non è mai stato sviluppato finché non vi è stato l’interesse. Una prima grande campagna di ricerca venne fatta per poter prevedere le migliori condizioni per lo sbarco in Normandia della seconda guerra mondiale, altri fondi di ricerca furono stanziati dalle multinazionali nelle campagne di trivellazione delle piattaforme petrolifere dagli anni cinquanta ad oggi. Ancora oggi, gran parte delle ricerche si basano su considerazioni sperimentali e probabilistiche. Il movimento delle onde si definisce come moto ondoso e con le dovute approssimazioni il suo studio ha suddiviso le onde in diversi tipi, che si possono definire regolari.

Costa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: costa.

La costa o litorale è la linea di confine tra la terra e l’acqua di un oceano, golfo, mare o grande lago. Comprende sia la spiaggia sommersa che quella emersa e termina quando cambia l’assetto vegetativo o fisiologico. Le onde marine, il moto ondoso, le maree sviluppano fenomeni di trasporto dei sedimenti, che può essere longitudinale o trasversale alla linea di riva. Sotto il profilo della pendenza di una spiaggia, essa può essere divisa in dissipativa, intermedia o riflettente.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Guerra

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Guerra (disambigua).

Per guerra s’intende un fenomeno collettivo che ha il suo tratto distintivo nella violenza armata posta in essere fra gruppi organizzati[1]. Nel suo significato tradizionale la guerra è un conflitto fra stati sovrani o coalizioni per la risoluzione, di regola in ultima istanza, di una controversia internazionale più o meno direttamente motivata da veri o presunti (ma in ogni caso parziali) conflitti di interessi ideologici ed economici[1].

Il termine deriverebbe dalla parola werran dell’alto tedesco antico[2] che significa mischia. Nel diritto internazionale, il termine è stato sostituito, subito dopo la seconda guerra mondiale, dall’espressione “conflitto armato”, applicabile a scontri di qualsiasi dimensione e tipo.

La guerra in quanto fenomeno sociale ha enormi riflessi sulla cultura, sulla religione, sull’arte, sul costume, sull’economia, sui miti, sull’immaginario collettivo, che spesso la cambiano nella sua essenza, esaltandola o condannandola.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Fino alla seconda guerra mondiale era prassi di diritto internazionale ampiamente osservata il far precedere le ostilità da una dichiarazione di guerra. Le alleanze militari fra Stati obbligavano i firmatari a entrare nel conflitto se un altro Stato violava la neutralità e l’integrità territoriale, invadendo i confini esterni di uno Stato partecipante con le proprie truppe, oppure ne manifestava la volontà con una dichiarazione di guerra: i patti di mutua assistenza militare propagavano rapidamente le dimensioni dei conflitti.

Generalmente, il conflitto armato comincia a partire da un evento specifico, il cosiddetto casus belli: un’invasione militare, l’uccisione nemica di concittadini, come soldati, o beneficiari dell’immunità diplomatica, come ambasciatori, capi di Stato o reggenti. Anche incidenti diplomatici possono innescare crisi che si risolvono in un conflitto armato, a causa di inosservanze dei protocolli diplomatici, come non presentarsi a una convocazione o rifiutare di ricevere un ambasciatore, ingerenze politiche sulle nomine, dichiarazioni offensive senza scuse o smentite ufficiali degli organi di stampa ed eventuali dimissioni del dichiarante. Preso a sé, il casus belli può essere anche non molto grave, ma la sua importanza è amplificata dalle tensioni e dagli attriti già esistenti.

La guerra spesso si manifesta insieme a un periodo di sospensione dello Stato di diritto nel quale il diritto e la giustizia militare si sostituiscono a tutte le altre fonti della giurisprudenza.

Con l’avvento dell’ONU, il cui statuto condanna lo Stato aggressore e consente allo Stato aggredito di difendersi con immediatezza, la dichiarazione di guerra è praticamente scomparsa dallo scenario internazionale. Molte Costituzioni, fra le quali quella italiana, ammettono la guerra di sola difesa. Nessuno Stato è infatti disposto a dichiararsi aggressore con una tale procedura, mentre infiniti sono gli appigli per dichiararsi aggredito. In definitiva lo Statuto dell’ONU, che nelle intenzioni doveva servire a far scomparire la guerra, ha fatto invece scomparire soltanto la dichiarazione di guerra.[senza fonte]

Secondo quanto osservato da von Clausewitz, la guerra non è accesa dall’azione di chi offende, ma dalla reazione di chi si difende: se non ci fosse reazione, infatti, si verificherebbe un’occupazione e non un conflitto armato. Tale fu il caso, ad esempio, dell’Anschluss, ovvero l’invasione dell’Austria da parte della Germania nel 1938. Si ha pertanto l’inizio della guerra quando si verifica il primo combattimento fra forze contrapposte. La guerra non si conclude però semplicemente con la cessazione dei fatti d’arme; più formalmente è necessario che si verifichi uno dei seguenti eventi:

  • un armistizio, che riguardi cioè tutti i teatri e tutte le forze armate delle parti che lo stipulano;
  • la resa incondizionata di una parte;
  • la debellatio di una parte, cioè il completo annientamento delle sue forze armate, l’occupazione totale o annessione del suo territorio e la cessazione di ogni attività politica anche interna.

Talora, un Paese che vuole entrare in conflitto compie azioni per provocare a guerra l’aggressore e poter reagire, non necessariamente si inizia un conflitto con un’occupazione militare di un territorio straniero. Dalla seconda metà del XX secolo a seguire, molte guerre sono state combattute senza essere dichiarate, con interventi militari giustificati come aiuti a governi “fratelli” come la guerra del Vietnam, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, o semplicemente con un’azione militare diretta come o guerra di Corea o l’invasione del Kuwait. A volte a queste guerre hanno fatto seguito altre azioni ad esse collegate, come la prima guerra del Golfo nella quale una coalizione, in forza di un mandato dell’ONU, ha schierato sul campo un potente esercito appoggiato da forze navali ed aeree che hanno rimosso il contingente iracheno di occupazione dal Kuwait e distrutto gran parte dell’armamento terrestre ed aereo delle forze armate irachene disarticolandone le unità operative ma non occupando permanentemente il territorio dell’Iraq.

In età contemporanea, nei periodi di tensione e di crisi, si è soliti sviluppare un’attività politica e diplomatica di tutta la comunità internazionale per evitare il conflitto: in tali periodi, le forze armate giocano un ruolo rilevante nel dimostrare la credibilità e la determinazione dello Stato, con lo scopo deterrente di rendere evidente all’antagonista la sproporzione fra l’obiettivo da conseguire e il costo, sociale e materiale, di una soluzione militare. La guerra quindi può essere evitata quando ambedue i contendenti percepiscono questo sfavorevole rapporto.

Fasi temporali[modifica | modifica wikitesto]

La guerra è preceduta da:

  • un periodo di tensione, che ha inizio quando le parti percepiscono l’incompatibilità dei rispettivi obiettivi;
  • un periodo di crisi, che ha inizio quando le parti non sono più disponibili a trattare tra di loro per rendere compatibili tali obiettivi.

Le guerre sono combattute per:

  • il controllo di risorse naturali, in particolare risorse scarse (limitate o finite), fra cui: grano e acqua per il fabbisogno alimentare, fonti energetiche (gas, petrolio, carbone), materie prime per le industrie (ferro, acciaio, leghe), metalli preziosi (oro e argento) come valuta di riserva per l’emissione di moneta convertibile;
  • per risolvere dispute territoriali (i confini fra due Stati-nazione);
  • per risolvere dispute commerciali;
  • a causa di conflitti etnicireligiosi o culturali, per dispute di potere e per molti altri motivi. Si giunge alla guerra quando il contrasto di interessi economici, ideologici, strategici o di altra natura non riesce a trovare una soluzione negoziata attraverso la diplomazia, o quando almeno una delle parti percepisce l’inesistenza di altri mezzi per il conseguimento dei propri obiettivi.

Classificazione[modifica | modifica wikitesto]

Ci sono svariate classificazioni possibili della guerra. Una è: convenzionale/non convenzionale. Nella guerra convenzionale sono coinvolte forze armate ben identificate che combattono in modo relativamente aperto e palese, senza far ricorso ad armi di distruzione di massa.

La guerra non convenzionale comprende tutto il resto: tattiche di incursioneguerrigliainsurrezione e terrorismo o, in alternativa a tutto ciò, può includere la guerra nuclearebatteriologica o chimica. Tutte queste categorie ricadono normalmente in due più ampie: conflitti ad alta intensità ed a bassa intensità.
I primi si manifestano tra due superpotenze o due grandi paesi che si scontrano per ragioni politiche. I conflitti a bassa intensità implicano la contro-insurrezione, gli atti di guerriglia e l’impiego di corpi specializzati nel contrastare i rivoluzionari.

Il Peacekeeping[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Peacekeeping.

Le operazioni di peacekeeping, missioni militari armate e alle quali un mandato internazionale (ONU o Unione europea) ha conferito legittimità, se non possono essere considerate tecnicamente guerre presentano per il personale impegnato tutti i rischi di quelle operazioni, con limitazioni ancora maggiori dal punto di vista delle regole operative. Nell’accezione dàtagli dalle Nazioni Unite, il peacekeeping è “un modo per aiutare paesi tormentati da conflitti a creare condizioni di pace sostenibile“.[3] Il personale civile e militare delle missioni ONU viene fornito dai paesi membri.

Queste operazioni vengono compiute in territori sconvolti da guerre civili e le truppe impiegate dovrebbero fungere da forza di interposizione tra i contendenti e stabilizzazione del territorio, ma se necessario possono usare la forza necessaria a fermare azioni violente contro civili indifesi. Nondimeno la loro presenza non ha impedito episodi come il massacro di Srebrenica, avvenuto durante la guerra civile jugoslava sotto gli occhi di un battaglione di caschi blu olandesi.

Economia di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Nell’economia di guerra, lo Stato nazionale emette una crescente quantità di moneta. Una simile emissione causa svalutazione e iperinflazione che impoveriscono la popolazione e possono arrivare perfino ad azzerare il potere d’acquisto della moneta. È frequente che i beni essenziali vengano razionati e che il loro ottenimento venga dunque a prescindere dall’uso della moneta.

In controcorrente, è la teoria economica di John Maynard Keynes. Il deficit spending, la spesa pubblica finanziata con debiti, sarebbe utile anche in tempo di guerra, per generare piena occupazione e una crescita più che proporzionale del PIL/pro capite in una nazione con l’economia a terra. Il conflitto crea posti di lavoro che riportano la disoccupazione ai livelli normali pre-crisi, una ricchezza distribuita tra tutti cittadini, e il debito si ripaga da sé poiché genera una ricchezza nazionale più alta del debito iniziale. L’esito disastroso dei debiti di guerra al termine dei conflitti mondiali smentì questa tesi.
A ciò si aggiunge il fatto che il settore militare e della difesa è un settore dell’economia fra quelli più capital intensive e non labour intensive, vale a dire in cui all’investimento pubblico o privato sono richieste enormi quantità di denaro per generare un minimo numero di posti di lavoro, tutt’altro che utile a riassorbire la disoccupazione.

In vista dei conflitti, gli Stati accumulano riserve anche sotto forma di oro, investimento in sé poco conveniente perché non genera interessi, diversamente dagli strumenti finanziari o da un investimento produttivo. Tuttavia, l’oro conserva il suo valore nel tempo, mentre le valute si possono deprezzare e gli strumenti finanziari sono soggetti a rischio. La disponibilità di oro rappresenta quindi la garanzia che in cambio si potranno ottenere anche in futuro le risorse necessarie per i bisogni della guerra. L’uso dell’oro si diffonde in conformità alla Legge di Gresham: «la moneta cattiva scaccia quella buona». A causa della continua emissione di debito pubblico per finanziare la spesa militare, avviene l’iperinflazione e la svalutazione della moneta ufficiale a corso forzoso che, nonostante lo imponga la legge (a pena di multe e carcere per chi la rifiuta), viene sempre meno accettata per i pagamenti, in favore di mezzi di pagamento che non possono subire svalutazione perché hanno un valore intrinseco prossimo o uguale al loro valore nominale (come i metalli preziosi).

In tempo di guerra e anche in vista di un probabile rischio di guerra, gli investimenti in tutte le attività produttive civili (nei territori che rischiano di esserne coinvolti) crollano bruscamente, a causa sia della probabile incapacità per impoverimento della domanda di assorbire le nuove merci civili, sia a causa delle probabili difficoltà, impossibilità di eseguire la produzione, per la probabile indisponibilità o distruzione degli impianti e/o di uno o più degli altri fattori produttivi necessari.

In una certa misura l’economia di guerra (che include produzione e commercio di armi, un piccolo valore rispetto all’economia produttiva civile totale) sottrae risorse e soprattutto sottrae distruttivamente quasi ogni possibilità di espansione o ricostruzione ai settori dell’economia civile (la quasi totalità del valore).

In tempo di guerra, la spesa militare è una voce rilevante e spesso predominante della spesa pubblica. Per sostenerla, gli Stati ricorrono spesso all’indebitamento. Il debito contratto verso soggetti esterni allo Stato è in genere denominato in valuta estera o in oro. Mentre il debito contratto in moneta nazionale ne segue le sorti (come il debito italiano nella seconda guerra mondiale, che in termini reali si ridusse a ben poco dopo la fine del conflitto) il debito denominato in altre valute o in oro continua invariabilmente a pesare sull’economia del Paese. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia adottò un sistema in cui l’industria militare, che era a controllo pubblico, reinvestiva gli utili comprando titoli di debito pubblico italiano (che, come la moneta fortemente svalutata, non avevano molti acquirenti): in questo modo, si creava un circuito economico chiuso in cui lo Stato emetteva moneta a debito contro titoli per finanziare l’industria militare e questa sua volta ripagava/riacquistava i titoli in scadenza, consentendo una nuova emissione e produzione propria.

Lo Stato che esce vincitore da una guerra pretende non di rado dallo Stato sconfitto il pagamento di indennità dette riparazioni di guerra[4], che coprono in tutto o in parte le spese sostenute e a volte permettono anche un guadagno monetario. L’origine delle riparazioni di guerra risale all’antichità e si hanno tracce documentate di questa usanza già nel 440-439 a.C., quando la città di Samo sconfitta da Atene dovette pagare a questa le spese dell’assedio da essa stessa sostenuto e perso[4]. Nell’era moderna fu Napoleone Bonaparte a collegare inscindibilmente il pagamento dei danni di guerra al trattato di pace che la concludeva, pretendendo dai vari stati sconfitti, come AustriaPrussiaSpagna ed altri, il pagamento in natura e valuta dei danni, stimati dal vincitore; la pratica venne poi ripetuta a ruoli invertiti dopo la sconfitta dell’Impero Francese, e ancora dai prussiani verso la Francia che aveva perso la guerra del 1870; allo stesso modo gli Alleati, su espressa richiesta del presidente statunitense Woodrow Wilson, pretesero dai tedeschi un risarcimento dopo la fine della prima guerra mondiale, ma la sua entità venne calcolata tale da essere considerata altamente punitiva dai britannici, che esitarono prima di appoggiare le pretese francesi[4]. Le conseguenze di queste riparazioni sull’economia tedesca, sommate a quelle indotte dalla grande depressione del 1929, furono tali da venire additate da molti come una delle cause che spinsero i tedeschi ad appoggiare l’avvento del nazismo e lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Le forti oscillazioni borsistiche causate dalle vicende delle guerre, oltre che delle tensioni internazionali, sono fonte di ingenti guadagni immediati da parte dei pochi soggetti in grado di determinare (o di conoscere in anticipo) tali vicende.

Tipi di conflitto[modifica | modifica wikitesto]

I conflitti possono essere diversamente classificati in relazione al numero piuttosto vasto dei loro parametri.

In base all’estensione territoriale[modifica | modifica wikitesto]

  • Conflitto mondiale: conflitto esteso a più teatri operativi collocati anche in continenti diversi, coordinati fra di loro anche se coinvolti in tempi non strettamente coincidenti; vi partecipano tutte le grandi potenze e le medie potenze regionali dei teatri interessati, e un numero elevato di potenze minori. Unici esempi nella storia: la seconda guerra mondiale e, anche se la collocazione è discutibile, la prima guerra mondiale e la guerra dei sette anni.
  • Conflitto regionale: conflitto che si svolge essenzialmente in un solo teatro operativo in una regione geofisica ben delimitata, con la partecipazione di almeno una media potenza regionale, più altre potenze minori della stessa regione; non esclude la partecipazione diretta di una grande potenza o la partecipazione indiretta di più grandi potenze. Esempi nella storia (limitatamente al XX e XXI secolo): le guerre balcaniche, i conflitti arabo-israeliani, la prima guerra del Golfo.
  • Conflitto locale: conflitto fra un limitatissimo numero di potenze, spesso solo due, e che coinvolge un limitato territorio appartenente a uno solo o al massimo ai due contendenti diretti; esclude la partecipazione diretta di grandi e medie potenze i cui territori non siano direttamente coinvolti. Esempi nella storia (limitatamente al XX e XXI secolo): la guerra italo-turca, la guerra d’Etiopia.

In base al tipo dei soggetti che la combattono[modifica | modifica wikitesto]

Guerra

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Guerra (disambigua).

Per guerra s’intende un fenomeno collettivo che ha il suo tratto distintivo nella violenza armata posta in essere fra gruppi organizzati[1]. Nel suo significato tradizionale la guerra è un conflitto fra stati sovrani o coalizioni per la risoluzione, di regola in ultima istanza, di una controversia internazionale più o meno direttamente motivata da veri o presunti (ma in ogni caso parziali) conflitti di interessi ideologici ed economici[1].

Il termine deriverebbe dalla parola werran dell’alto tedesco antico[2] che significa mischia. Nel diritto internazionale, il termine è stato sostituito, subito dopo la seconda guerra mondiale, dall’espressione “conflitto armato”, applicabile a scontri di qualsiasi dimensione e tipo.

La guerra in quanto fenomeno sociale ha enormi riflessi sulla cultura, sulla religione, sull’arte, sul costume, sull’economia, sui miti, sull’immaginario collettivo, che spesso la cambiano nella sua essenza, esaltandola o condannandola.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Fino alla seconda guerra mondiale era prassi di diritto internazionale ampiamente osservata il far precedere le ostilità da una dichiarazione di guerra. Le alleanze militari fra Stati obbligavano i firmatari a entrare nel conflitto se un altro Stato violava la neutralità e l’integrità territoriale, invadendo i confini esterni di uno Stato partecipante con le proprie truppe, oppure ne manifestava la volontà con una dichiarazione di guerra: i patti di mutua assistenza militare propagavano rapidamente le dimensioni dei conflitti.

Generalmente, il conflitto armato comincia a partire da un evento specifico, il cosiddetto casus belli: un’invasione militare, l’uccisione nemica di concittadini, come soldati, o beneficiari dell’immunità diplomatica, come ambasciatori, capi di Stato o reggenti. Anche incidenti diplomatici possono innescare crisi che si risolvono in un conflitto armato, a causa di inosservanze dei protocolli diplomatici, come non presentarsi a una convocazione o rifiutare di ricevere un ambasciatore, ingerenze politiche sulle nomine, dichiarazioni offensive senza scuse o smentite ufficiali degli organi di stampa ed eventuali dimissioni del dichiarante. Preso a sé, il casus belli può essere anche non molto grave, ma la sua importanza è amplificata dalle tensioni e dagli attriti già esistenti.

La guerra spesso si manifesta insieme a un periodo di sospensione dello Stato di diritto nel quale il diritto e la giustizia militare si sostituiscono a tutte le altre fonti della giurisprudenza.

Con l’avvento dell’ONU, il cui statuto condanna lo Stato aggressore e consente allo Stato aggredito di difendersi con immediatezza, la dichiarazione di guerra è praticamente scomparsa dallo scenario internazionale. Molte Costituzioni, fra le quali quella italiana, ammettono la guerra di sola difesa. Nessuno Stato è infatti disposto a dichiararsi aggressore con una tale procedura, mentre infiniti sono gli appigli per dichiararsi aggredito. In definitiva lo Statuto dell’ONU, che nelle intenzioni doveva servire a far scomparire la guerra, ha fatto invece scomparire soltanto la dichiarazione di guerra.[senza fonte]

Secondo quanto osservato da von Clausewitz, la guerra non è accesa dall’azione di chi offende, ma dalla reazione di chi si difende: se non ci fosse reazione, infatti, si verificherebbe un’occupazione e non un conflitto armato. Tale fu il caso, ad esempio, dell’Anschluss, ovvero l’invasione dell’Austria da parte della Germania nel 1938. Si ha pertanto l’inizio della guerra quando si verifica il primo combattimento fra forze contrapposte. La guerra non si conclude però semplicemente con la cessazione dei fatti d’arme; più formalmente è necessario che si verifichi uno dei seguenti eventi:

  • un armistizio, che riguardi cioè tutti i teatri e tutte le forze armate delle parti che lo stipulano;
  • la resa incondizionata di una parte;
  • la debellatio di una parte, cioè il completo annientamento delle sue forze armate, l’occupazione totale o annessione del suo territorio e la cessazione di ogni attività politica anche interna.

Talora, un Paese che vuole entrare in conflitto compie azioni per provocare a guerra l’aggressore e poter reagire, non necessariamente si inizia un conflitto con un’occupazione militare di un territorio straniero. Dalla seconda metà del XX secolo a seguire, molte guerre sono state combattute senza essere dichiarate, con interventi militari giustificati come aiuti a governi “fratelli” come la guerra del Vietnam, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, o semplicemente con un’azione militare diretta come o guerra di Corea o l’invasione del Kuwait. A volte a queste guerre hanno fatto seguito altre azioni ad esse collegate, come la prima guerra del Golfo nella quale una coalizione, in forza di un mandato dell’ONU, ha schierato sul campo un potente esercito appoggiato da forze navali ed aeree che hanno rimosso il contingente iracheno di occupazione dal Kuwait e distrutto gran parte dell’armamento terrestre ed aereo delle forze armate irachene disarticolandone le unità operative ma non occupando permanentemente il territorio dell’Iraq.

In età contemporanea, nei periodi di tensione e di crisi, si è soliti sviluppare un’attività politica e diplomatica di tutta la comunità internazionale per evitare il conflitto: in tali periodi, le forze armate giocano un ruolo rilevante nel dimostrare la credibilità e la determinazione dello Stato, con lo scopo deterrente di rendere evidente all’antagonista la sproporzione fra l’obiettivo da conseguire e il costo, sociale e materiale, di una soluzione militare. La guerra quindi può essere evitata quando ambedue i contendenti percepiscono questo sfavorevole rapporto.

Fasi temporali[modifica | modifica wikitesto]

La guerra è preceduta da:

  • un periodo di tensione, che ha inizio quando le parti percepiscono l’incompatibilità dei rispettivi obiettivi;
  • un periodo di crisi, che ha inizio quando le parti non sono più disponibili a trattare tra di loro per rendere compatibili tali obiettivi.

Le guerre sono combattute per:

  • il controllo di risorse naturali, in particolare risorse scarse (limitate o finite), fra cui: grano e acqua per il fabbisogno alimentare, fonti energetiche (gas, petrolio, carbone), materie prime per le industrie (ferro, acciaio, leghe), metalli preziosi (oro e argento) come valuta di riserva per l’emissione di moneta convertibile;
  • per risolvere dispute territoriali (i confini fra due Stati-nazione);
  • per risolvere dispute commerciali;
  • a causa di conflitti etnicireligiosi o culturali, per dispute di potere e per molti altri motivi. Si giunge alla guerra quando il contrasto di interessi economici, ideologici, strategici o di altra natura non riesce a trovare una soluzione negoziata attraverso la diplomazia, o quando almeno una delle parti percepisce l’inesistenza di altri mezzi per il conseguimento dei propri obiettivi.

Classificazione[modifica | modifica wikitesto]

Ci sono svariate classificazioni possibili della guerra. Una è: convenzionale/non convenzionale. Nella guerra convenzionale sono coinvolte forze armate ben identificate che combattono in modo relativamente aperto e palese, senza far ricorso ad armi di distruzione di massa.

La guerra non convenzionale comprende tutto il resto: tattiche di incursioneguerrigliainsurrezione e terrorismo o, in alternativa a tutto ciò, può includere la guerra nuclearebatteriologica o chimica. Tutte queste categorie ricadono normalmente in due più ampie: conflitti ad alta intensità ed a bassa intensità.
I primi si manifestano tra due superpotenze o due grandi paesi che si scontrano per ragioni politiche. I conflitti a bassa intensità implicano la contro-insurrezione, gli atti di guerriglia e l’impiego di corpi specializzati nel contrastare i rivoluzionari.

Il Peacekeeping[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Peacekeeping.

Le operazioni di peacekeeping, missioni militari armate e alle quali un mandato internazionale (ONU o Unione europea) ha conferito legittimità, se non possono essere considerate tecnicamente guerre presentano per il personale impegnato tutti i rischi di quelle operazioni, con limitazioni ancora maggiori dal punto di vista delle regole operative. Nell’accezione dàtagli dalle Nazioni Unite, il peacekeeping è “un modo per aiutare paesi tormentati da conflitti a creare condizioni di pace sostenibile“.[3] Il personale civile e militare delle missioni ONU viene fornito dai paesi membri.

Queste operazioni vengono compiute in territori sconvolti da guerre civili e le truppe impiegate dovrebbero fungere da forza di interposizione tra i contendenti e stabilizzazione del territorio, ma se necessario possono usare la forza necessaria a fermare azioni violente contro civili indifesi. Nondimeno la loro presenza non ha impedito episodi come il massacro di Srebrenica, avvenuto durante la guerra civile jugoslava sotto gli occhi di un battaglione di caschi blu olandesi.

Economia di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Nell’economia di guerra, lo Stato nazionale emette una crescente quantità di moneta. Una simile emissione causa svalutazione e iperinflazione che impoveriscono la popolazione e possono arrivare perfino ad azzerare il potere d’acquisto della moneta. È frequente che i beni essenziali vengano razionati e che il loro ottenimento venga dunque a prescindere dall’uso della moneta.

In controcorrente, è la teoria economica di John Maynard Keynes. Il deficit spending, la spesa pubblica finanziata con debiti, sarebbe utile anche in tempo di guerra, per generare piena occupazione e una crescita più che proporzionale del PIL/pro capite in una nazione con l’economia a terra. Il conflitto crea posti di lavoro che riportano la disoccupazione ai livelli normali pre-crisi, una ricchezza distribuita tra tutti cittadini, e il debito si ripaga da sé poiché genera una ricchezza nazionale più alta del debito iniziale. L’esito disastroso dei debiti di guerra al termine dei conflitti mondiali smentì questa tesi.
A ciò si aggiunge il fatto che il settore militare e della difesa è un settore dell’economia fra quelli più capital intensive e non labour intensive, vale a dire in cui all’investimento pubblico o privato sono richieste enormi quantità di denaro per generare un minimo numero di posti di lavoro, tutt’altro che utile a riassorbire la disoccupazione.

In vista dei conflitti, gli Stati accumulano riserve anche sotto forma di oro, investimento in sé poco conveniente perché non genera interessi, diversamente dagli strumenti finanziari o da un investimento produttivo. Tuttavia, l’oro conserva il suo valore nel tempo, mentre le valute si possono deprezzare e gli strumenti finanziari sono soggetti a rischio. La disponibilità di oro rappresenta quindi la garanzia che in cambio si potranno ottenere anche in futuro le risorse necessarie per i bisogni della guerra. L’uso dell’oro si diffonde in conformità alla Legge di Gresham: «la moneta cattiva scaccia quella buona». A causa della continua emissione di debito pubblico per finanziare la spesa militare, avviene l’iperinflazione e la svalutazione della moneta ufficiale a corso forzoso che, nonostante lo imponga la legge (a pena di multe e carcere per chi la rifiuta), viene sempre meno accettata per i pagamenti, in favore di mezzi di pagamento che non possono subire svalutazione perché hanno un valore intrinseco prossimo o uguale al loro valore nominale (come i metalli preziosi).

In tempo di guerra e anche in vista di un probabile rischio di guerra, gli investimenti in tutte le attività produttive civili (nei territori che rischiano di esserne coinvolti) crollano bruscamente, a causa sia della probabile incapacità per impoverimento della domanda di assorbire le nuove merci civili, sia a causa delle probabili difficoltà, impossibilità di eseguire la produzione, per la probabile indisponibilità o distruzione degli impianti e/o di uno o più degli altri fattori produttivi necessari.

In una certa misura l’economia di guerra (che include produzione e commercio di armi, un piccolo valore rispetto all’economia produttiva civile totale) sottrae risorse e soprattutto sottrae distruttivamente quasi ogni possibilità di espansione o ricostruzione ai settori dell’economia civile (la quasi totalità del valore).

In tempo di guerra, la spesa militare è una voce rilevante e spesso predominante della spesa pubblica. Per sostenerla, gli Stati ricorrono spesso all’indebitamento. Il debito contratto verso soggetti esterni allo Stato è in genere denominato in valuta estera o in oro. Mentre il debito contratto in moneta nazionale ne segue le sorti (come il debito italiano nella seconda guerra mondiale, che in termini reali si ridusse a ben poco dopo la fine del conflitto) il debito denominato in altre valute o in oro continua invariabilmente a pesare sull’economia del Paese. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia adottò un sistema in cui l’industria militare, che era a controllo pubblico, reinvestiva gli utili comprando titoli di debito pubblico italiano (che, come la moneta fortemente svalutata, non avevano molti acquirenti): in questo modo, si creava un circuito economico chiuso in cui lo Stato emetteva moneta a debito contro titoli per finanziare l’industria militare e questa sua volta ripagava/riacquistava i titoli in scadenza, consentendo una nuova emissione e produzione propria.

Lo Stato che esce vincitore da una guerra pretende non di rado dallo Stato sconfitto il pagamento di indennità dette riparazioni di guerra[4], che coprono in tutto o in parte le spese sostenute e a volte permettono anche un guadagno monetario. L’origine delle riparazioni di guerra risale all’antichità e si hanno tracce documentate di questa usanza già nel 440-439 a.C., quando la città di Samo sconfitta da Atene dovette pagare a questa le spese dell’assedio da essa stessa sostenuto e perso[4]. Nell’era moderna fu Napoleone Bonaparte a collegare inscindibilmente il pagamento dei danni di guerra al trattato di pace che la concludeva, pretendendo dai vari stati sconfitti, come AustriaPrussiaSpagna ed altri, il pagamento in natura e valuta dei danni, stimati dal vincitore; la pratica venne poi ripetuta a ruoli invertiti dopo la sconfitta dell’Impero Francese, e ancora dai prussiani verso la Francia che aveva perso la guerra del 1870; allo stesso modo gli Alleati, su espressa richiesta del presidente statunitense Woodrow Wilson, pretesero dai tedeschi un risarcimento dopo la fine della prima guerra mondiale, ma la sua entità venne calcolata tale da essere considerata altamente punitiva dai britannici, che esitarono prima di appoggiare le pretese francesi[4]. Le conseguenze di queste riparazioni sull’economia tedesca, sommate a quelle indotte dalla grande depressione del 1929, furono tali da venire additate da molti come una delle cause che spinsero i tedeschi ad appoggiare l’avvento del nazismo e lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Le forti oscillazioni borsistiche causate dalle vicende delle guerre, oltre che delle tensioni internazionali, sono fonte di ingenti guadagni immediati da parte dei pochi soggetti in grado di determinare (o di conoscere in anticipo) tali vicende.

Tipi di conflitto[modifica | modifica wikitesto]

I conflitti possono essere diversamente classificati in relazione al numero piuttosto vasto dei loro parametri.

In base all’estensione territoriale[modifica | modifica wikitesto]

  • Conflitto mondiale: conflitto esteso a più teatri operativi collocati anche in continenti diversi, coordinati fra di loro anche se coinvolti in tempi non strettamente coincidenti; vi partecipano tutte le grandi potenze e le medie potenze regionali dei teatri interessati, e un numero elevato di potenze minori. Unici esempi nella storia: la seconda guerra mondiale e, anche se la collocazione è discutibile, la prima guerra mondiale e la guerra dei sette anni.
  • Conflitto regionale: conflitto che si svolge essenzialmente in un solo teatro operativo in una regione geofisica ben delimitata, con la partecipazione di almeno una media potenza regionale, più altre potenze minori della stessa regione; non esclude la partecipazione diretta di una grande potenza o la partecipazione indiretta di più grandi potenze. Esempi nella storia (limitatamente al XX e XXI secolo): le guerre balcaniche, i conflitti arabo-israeliani, la prima guerra del Golfo.
  • Conflitto locale: conflitto fra un limitatissimo numero di potenze, spesso solo due, e che coinvolge un limitato territorio appartenente a uno solo o al massimo ai due contendenti diretti; esclude la partecipazione diretta di grandi e medie potenze i cui territori non siano direttamente coinvolti. Esempi nella storia (limitatamente al XX e XXI secolo): la guerra italo-turca, la guerra d’Etiopia.

In base al tipo dei soggetti che la combattono[modifica | modifica wikitesto]

Bomba atomica

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il fungo atomico, causato da “Fat Man” su Nagasaki, raggiunse i 19 km di altezza, 9 agosto 1945

Bomba atomica (“bomba A” secondo una terminologia originaria) è il nome comune della bomba a fissione nucleare, un ordigno esplosivo la cui energia è prodotta da una reazione a catena di fissione nucleare. Si tratta di un processo di divisione del nucleo atomico di un elemento pesante, detto fissile, in due o più nuclei di massa inferiore, provocato dalla collisione con un neutrone libero. La rottura del nucleo produce a sua volta, oltre che nuclei più leggeri, anche solitamente qualche altro neutrone libero, oltre ad una quantità molto significativa di energia. Se il materiale fissile ha un grado di concentrazione sufficiente ed è in una massa sufficientemente grande, detta massa critica, i neutroni liberi prodotti a loro volta sono in grado di colpire nuovi nuclei di elemento fissile, producendo una reazione a catena che si propaga per tutta la massa di materiale e liberando una enorme quantità di energia in un tempo brevissimo.

Appartiene al gruppo delle armi nucleari, un insieme che include anche le armi basate sull’altro principio di reazione nucleare, cioè le bombe a fusione nucleare (dette armi termonucleari).

Nell’uso moderno il termine “bomba atomica” (talvolta “bomba nucleare“) viene usato anche per indicare armi di quest’ultimo tipo, cioè le armi termonucleari, in quanto queste ultime costituiscono quasi interamente gli arsenali nucleari di oggi. Questa voce descriverà principalmente le armi del primo tipo, cioè le bombe a fissione, il cui meccanismo costituisce comunque anche l’innesco delle bombe a fusione e quindi è contenuto anche in queste ultime.

La bomba atomica può essere un’arma di distruzione di massa, la comunità internazionale perciò limita e sanziona la produzione di tali armi con il Trattato di non proliferazione nucleare[1].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La reazione a catena di fissione dei nuclei avviene in forma “incontrollata” (cioè rapidissimamente divergente) in una massa di “materiale fissile”, in pratica uranio 235 o plutonio 239con sufficiente grado di purezza. Questi particolari materiali, elementi radioattivi dal nucleo instabile, hanno la proprietà di generare una reazione nucleare a catena, cioè un fenomeno a cascata in cui lo spezzarsi di un nucleo atomico produce come effetto la scissione (rottura di un legame fisico) di altri nuclei di atomi vicini. Ciò avviene statisticamente solo quando il numero di atomi è sufficientemente grande cioè la quantità di materiale supera una certa “massa critica”. Nell’istante in cui la massa viene resa “super-critica” essa libera una quantità di energia enorme in un tempo brevissimo. L’esplosione è devastante proprio per le enormi quantità di energia liberate nelle reazioni nucleari, dell’ordine di milioni di volte superiori a quelle in gioco nelle reazioni chimiche.

La reazione incontrollata si differenzia dai processi nucleari a catena che avvengono in un reattore nucleare per la produzione di energia elettrica, per l’andamento del processo rispetto al tempo. In un reattore la reazione nucleare viene mantenuta sempre al di sotto di una soglia di criticità, in uno stato stabile, ovvero controllato, cioè in cui l’energia viene liberata in modo costante nel corso del tempo senza alcuna possibilità di esplosione.

Nell’uso comune talvolta il nome “bomba atomica” è impropriamente impiegato per altre armi nucleari, di potenza simile o superiore, includendo così anche le bombe che utilizzano l’altro tipo di reazione nucleare, la fusione termonucleare dei nuclei di elementi leggeri.

Il termine “bomba atomica” nella classificazione originaria di “bomba A” indicava propriamente solo le bombe a fissione. Quelle che invece utilizzano la fusione termonucleare sono chiamate bombe H o bombe all’idrogeno, o anche raggruppate nella definizione di “armi termonucleari”. Le armi nucleari presenti negli arsenali contemporanei sono praticamente tutte di quest’ultimo tipo. La bomba a fissione però è comunque una componente fondamentale delle armi termonucleari stesse, costituendone il cuore o l’innesco, le armi termonucleari sono perciò bombe a “due stadi”. Questo perché la fusione di nuclei leggeri può essere innescata solo con energie altissime, e la bomba a fissione è l’unico dispositivo capace di produrre gli altissimi valori di pressione e temperatura indispensabili per innescare la reazione di fusione termonucleare.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il fondamento teorico è il principio di equivalenza massa-energia, espresso dall’equazione E=mc² prevista nella teoria della relatività ristretta di Albert Einstein. Questa equivalenza generica suggerisce in linea di principio la possibilità di trasformare direttamente la materia in energia o viceversa. Einstein non vide applicazioni pratiche di questa scoperta. Intuì però che il principio di equivalenza massa-energia poteva spiegare il fenomeno della radioattività, ovvero che certi elementi emettono energia spontanea.

Successivamente, si avanzò l’ipotesi che alcune reazioni che implicano questo principio potevano effettivamente avvenire all’interno dei nuclei atomici. Il “decadimento” dei nuclei provoca un rilascio di energia. L’idea che una reazione nucleare si potesse anche produrre artificialmente e in misura massiccia, sotto forma cioè di reazione a catena, fu sviluppata nella seconda metà degli anni trenta in seguito alla scoperta del neutrone. Alcune delle principali ricerche in questo campo furono condotte in Italia da Enrico Fermi.[2]

Un gruppo di scienziati europei rifugiatisi negli Stati Uniti d’America (Enrico FermiLeo SzilardEdward Teller ed Eugene Wigner) si preoccupò del possibile sviluppo militare del principio. Nel 1939, gli scienziati Fermi e Szilard, in base ai loro studi teorici, persuasero Albert Einstein a scrivere una lettera al presidente Roosevelt per segnalare che c’era la possibilità ipotetica di costruire una bomba utilizzando il principio della fissione ed era probabile che il governo tedesco avesse già disposto delle ricerche in materia. Il governo statunitense cominciò così a interessarsi alle ricerche.

Modello della prima bomba atomica al plutonio (nome in codice “The Gadget“) impiegata nel “Trinity test”.

Enrico Fermi proseguì negli Stati Uniti nuove ricerche sulle proprietà di un isotopo raro dell’uranio, l’uranio 235, fino a ottenere la prima reazione artificiale di fissione a catena autoalimentata: il 2 dicembre 1942, il gruppo diretto da Fermi assemblò a Chicago la prima “pila atomica” o “reattore nucleare a fissione” che raggiunse la condizione di criticità, costituito da una massa di uranio naturale e grafite disposti in maniera eterogenea.

Pochi mesi prima, nel giugno del 1942, in base ai calcoli fatti in una sessione estiva di fisica all’università della California guidata da Robert Oppenheimer, si era giunti alla conclusione che era teoricamente possibile costruire una bomba che sfruttasse la reazione di fissione a catena. La sua realizzazione tecnica richiedeva però enormi finanziamenti.

Gran parte dell’investimento sarebbe servito per produrre uranio sufficientemente “arricchito” del suo isotopo 235, o una quantità sufficiente di plutonio 239. I calcoli indicavano infatti che per produrre una massa critica occorreva una percentuale di arricchimento, cioè una concentrazione di isotopo fissile, molto più alta di quella necessaria per un reattore nucleare.

La prima bomba atomica fu realizzata con un progetto sviluppato segretamente dal governo degli Stati Uniti. Il programma assunse scala industriale nel 1942 (cfr. Progetto Manhattan). Per produrre i materiali fissili, l’uranio 235 e il plutonio 239, furono costruiti giganteschi impianti con una spesa complessiva di due miliardi di dollari dell’epoca. I materiali (escluso il plutonio prodotto nei reattori dei laboratori di Hanford nello stato del Washington e l’uranio prodotto nei laboratori di Oak Ridge) e i dispositivi tecnici, principalmente il detonatore a implosione, furono prodotti nei laboratori di Los Alamos, un centro creato apposta nel deserto del Nuovo Messico. Il progetto era diretto da Robert Oppenheimer e includeva i maggiori fisici del mondo, molti dei quali profughi dall’Europa.

“The Gadget” al “Trinity Site” in Alamogordo, New Mexico.

La prima bomba al plutonio (nome in codice “The Gadget“) fu fatta esplodere nel “Trinity test” il 16 luglio 1945 nel poligono di Alamogordo, in Nuovo Messico. La prima bomba, all’uranio, (“Little Boy“) fu sganciata sul centro della città di Hiroshima il 6 agosto 1945. La seconda bomba, al plutonio, denominata in codice “Fat Man“, fu sganciata invece su Nagasaki il 9 agosto 1945. Questi sono stati gli unici casi d’impiego bellico di armi nucleari, nella forma del bombardamento strategico.

L’Unione Sovietica recuperò rapidamente il ritardo; Stalin attivò la cosiddetta operazione Borodino che, grazie alla ricerca sovietica e anche all’apporto di spie occidentali, raggiunse inattesi successi. La prima bomba a fissione venne sperimentata il 29 agosto 1949, ponendo così fine al monopolio degli Stati Uniti d’America. La Gran Bretagna, la Francia e la Repubblica Popolare Cinese sperimentarono un ordigno a fissione rispettivamente nel 1952, nel 1960 e nel 1964Israele costruì la prima arma nel 1966, si ritiene effettuò un test insieme al Sudafricanel 1979, e il suo arsenale è tuttora non dichiarato. L’India effettuò il suo primo test nel 1974. Il Pakistan cominciò la produzione di armi nucleari nel 1983 ed effettuò un test nel 1998. La Corea del Nord effettuò un primo test nel 2006. Le testate nucleari, basate sia sul principio della fissione nucleare che della fusione termonucleare possono essere installate, oltre che su bombe aeree, su missiliproiettili d’artiglieria, mine o siluri.

Nel 1955 fu compilato il Manifesto di Russell-EinsteinRussel e Einstein promossero una dichiarazione invitando gli scienziati di tutto il mondo a riunirsi per discutere sui rischi per l’umanità prodotti delle armi nucleari.

Il Sudafrica, che aveva cominciato la produzione di bombe atomiche nel 1977, è stato l’unico paese a cancellare volontariamente il suo programma nucleare nel 1989, smantellando sotto il controllo dell’AIEA tutte le armi che aveva già costruito.

Principio di funzionamento[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fissione nucleare.

Il principio della bomba atomica è la reazione a catena di fissione nucleare, il fenomeno fisico per cui il nucleo atomico di certi elementi con massa atomica superiore a 230 si può dividere (fissione) in due o più nuclei di elementi più leggeri quando viene colpito da un neutrone libero. La fissione si può innescare in forma massiccia, cioè come reazione a catena, se i nuclei fissili sono tanto numerosi e vicini fra loro da rendere probabile l’ulteriore collisione dei neutroni liberati con nuovi nuclei fissili. Gli isotopi che è possibile utilizzare nella pratica sono l’uranio 235 e il plutonio 239. Questi metalli pesanti sono i materiali fissili per eccellenza.

Quando un neutrone libero colpisce un nucleo di U235 o di Pu239, viene catturato dal nucleo per un tempo brevissimo, rendendo il nucleo composto instabile: questo si spezza entro 10−12 secondi in due o più nuclei di elementi più leggeri, liberando contestualmente da due a quattro neutroni. Circa l’uno per cento della sua massa viene convertita in energia sotto forma principalmente di fotoni ed energia cinetica dei nuclei leggeri residui e dei neutroni liberi, per un totale di circa 200 MeV.

I neutroni liberati dal processo possono urtare a loro volta altri nuclei fissili presenti nel sistema, che quindi si fissionano liberando ulteriori neutroni e propagando la reazione a catena in tutta la massa di materiale. Come già detto però la reazione a catena avviene se e solo se la probabilità di cattura dei neutroni da parte dei nuclei fissili è sufficientemente alta, cioè se i nuclei sono numerosi, molto vicini fra loro e le perdite per fuga dal sistema sono opportunamente ridotte. Questo si ottiene, tipicamente, mettendo insieme in una geometria a basso rapporto superficie/volume una certa quantità di uranio (o plutonio) metallico altamente “arricchito”, in cui cioè l’isotopo fissile è presente in concentrazione molto più alta di quella naturale, addirittura superiore al 90% del totale, e in quantità tale che l’assemblaggio finale superi la cosiddetta “massa critica“.

Il valore esatto della “massa critica” dipende dall’elemento scelto, dal grado del suo arricchimento e dalla forma geometrica (una schermatura che circonda la massa stessa impedendo la fuga di neutroni può contribuire anch’essa a diminuirne il valore). Orientativamente è dell’ordine alcuni chilogrammi.[3]

Nella testata di una bomba atomica il materiale fissile è tenuto separato in più masse sub-critiche, oppure foggiato in una forma geometrica a guscio sferico cavo, che rende la massa sub-critica grazie all’alto rapporto superficie/volume tale da rendere sfavorevole il bilancio neutronico.

La bomba viene fatta detonare concentrando insieme il materiale fissile per mezzo di esplosivi convenzionali che portano istantaneamente a contatto le varie masse o fanno collassare il guscio sferico, unendo così il materiale in una massa super-critica. Al centro del sistema è collocato anche un “iniziatore”, un piccolo dispositivo in berillio contenente qualche grammo di una sostanza fortemente emissiva di neutroni come il polonio, un sistema che aiuta l’esplosione irraggiando la massa con un’ondata di neutroni al momento giusto. La testata è eventualmente rivestita esternamente con uno schermo in berillio, che riflette parzialmente i neutroni che altrimenti verrebbero persi all’esterno.

Energia e potenza dell’ordigno nucleare sono funzioni dirette della quantità di materiale fissile e della sua percentuale di arricchimento, così come della efficienza dell’arma (cioè la percentuale di materiale che effettivamente subisce la fissione) quest’ultima determinata dalla qualità o dalla taratura del suo sistema di detonazione.

La massa di materiale fissile in una bomba atomica è detta nòcciolo.

Reazione a catena[modifica | modifica wikitesto]

Esempio di reazione nucleare: un neutrone urta contro un atomo di uranio 235 formando un atomo instabil di uranio 236. Questo a sua volta si spacca in Cromo 92, Bario 141 e libera tre neutroni.

Diagramma della reazione nucleare.

La reazione nucleare a catena indotta da neutroni, in una massa di 235U avviene secondo uno schema di questo tipo:

235U + n → 236U "instabile" → 141Ba + 92Kr + 3 n + 200 MeV

Si hanno perciò i seguenti “prodotti di fissione”:

Elementi più leggeri. La formula esprime ciò che succede ad un nucleo di uranio (235U) quando viene colpito da un neutrone (n). L’effetto della cattura da parte del nucleo è la trasformazione di quest’ultimo in un isotopo più pesante (236U) che però dura solo un tempo brevissimo dopodiché l’elemento instabile si spezza formando due nuovi elementi. Gli elementi indicati nella seconda parte della formula sono il risultato relativamente più frequente della scissione, ma si possono formare anche elementi diversi a seconda del modo del tutto casuale in cui il nucleo si divide: accanto alla fissione dell’Uranio 235 in Bario 141 e Kripton 92 (riportata nel diagramma a fianco), se ne possono quindi verificare molte altre, ciascuna delle quali può comportare un numero di emissioni di neutroni che varia, di norma, da 2 a 4. Vediamo allora alcune delle reazioni nucleari che hanno luogo bombardando il nucleo dell’Uranio 235 con un neutrone, opportunamente rallentato, senza dimenticare però che le combinazioni possibili dei prodotti di fissione sono più di 40:

235U + n → 236U "instabile" → 137Te + 97Zr + 2 n + 200 MeV
235U + n → 236U "instabile" → 94Sr + 140Xe + 2 n + 200 MeV
235U + n → 236U "instabile" → 93Sr + 140Xe + 3 n + 200 MeV
235U + n → 236U "instabile" → 127Sn + 105Mo + 4 n + 200 MeV
(dove: Sr = Stronzio; Xe = Xeno; Te = Tellurio; Zr = Zirconio; Sn = Stagno; Mo = Molibdeno).

La maggior parte di questi elementi a loro volta sono isotopi instabili, perciò sono radioattivi e soggetti a ulteriore decadimento. Alcuni di questi risultano estremamente pericolosi per l’ambiente e la salute umana (frequenti sono il Cesio 137, lo Stronzio 90 e lo Iodio 131) data la facilità con cui tendono ad accumularsi nei tessuti degli esseri viventi.Fra i prodotti di fissione particolare importanza riveste lo Xeno 135, che viene generato sia come prodotto primario della fissione nucleare (nello 0.3% dei casi) sia più spesso (e cioè nel 5.6% delle fissioni termiche dell’Uranio 235) come decadimento del Tellurio 135, il quale subisce una serie di decadimenti beta, secondo il seguente schema:

135Te → 135I → 135Xe → 135Ce → Ba (stabile)

La sovraproduzione di Xeno 135 – o, più correttamente, l’incapacità degli ingegneri nucleari a interpretare correttamente tale dato – è stata una delle cause determinanti del disastro di Černobyl’. Lo Xeno 135, infatti, ha una elevata sezione di assorbimento per i neutroni termici, pari a circa 3.5×106 barn: tale sua caratteristica è in grado di “dissimulare” il livello reale della potenza della fissione nucleare in corso, determinando, in chi non conosce il comportamento di tale isotopo radioattivo, una sottovalutazione dello stadio della reazione a catena. A tal proposito è importante sottolineare come il procedimento di fissione nucleare che caratterizza la bomba atomica è il medesimo che consente la produzione dell’energia termoelettrica nei reattori nucleari civili: a conferma di ciò si osservi come il primo reattore nucleare civile – se si fa eccezione, naturalmente, per la Chicago Pile-1 sperimentata da Enrico Fermi il 2 dicembre 1942 per motivi di ricerca nell’ambito del Progetto Manhattan – è stato l’AM-1 (“Атом Мирный”, Atom Mirny, e cioè “Atomo Pacifico”, a riprova che sino a quel momento la fissione nucleare era stata impiegata esclusivamente a scopo bellico), costruito nel 1954 ad Obninsk, in Unione Sovietica, aggiungendo a un reattore nucleare militare “weapon-grade” (contenente cioè almeno il 90% di Plutonio 239) una turbina da 5MW.

Neutroni liberi. Ai nuovi elementi prodotti dalla reazione si aggiungono sempre da due a quattro neutroni liberi, che a loro volta possono venire catturati da altri nuclei fissili che si trovano all’interno della massa, e perciò li rendono instabili e contribuiscono a proseguire la reazione di fissione.

Energia. Per ciascun nucleo che si scinde, nel modo indicato dalla formula, si producono circa 200 MeV di energia, di cui circa 170 MeV sotto forma di energia cinetica dei prodotti di fissione e dei neutroni liberati. Più precisamente:

165 MeV per l'energia cinetica dei nuovi atomi formatisi a seguito della fissione;
5 MeV per l'energia cinetica dei neutroni;
8 MeV per l'energia della radiazione gamma istantanea;
5 MeV per l'energia di decadimento beta dei prodotti di fissione;
6 MeV per l'energia di decadimento gamma dei prodotti di fissione;
11 MeV per l'energia cinetica dei neutrini;

Questa rilevante produzione di energia è legato al fatto che la somma delle masse risultanti (frammenti di fissione e neutroni) è leggermente inferiore alla massa iniziale del nucleo e del neutrone che ha generato la fissione: una piccolissima percentuale di questa massa risulta perduta, “trasformata” in energia.La quantità di energia rilasciata dalle reazioni nucleari è molto più grande di quella delle reazioni chimiche in rapporto alla quantità di materia coinvolta. L’energia di legame all’interno dei nuclei (interazione forte) è molto più intensa di quella che lega tra loro gli elettroni esterni di due atomi. L’energia di legame all’interno dei nuclei è una misura di massa. Nel principio di equivalenza E=mc², poiché il secondo termine dell’uguaglianza è una grandezza enorme (a causa del valore della costante “c”, la velocità della luce nel vuoto, pari a 299 792 458 m/s) l’energia “E” risulta enorme in confronto ad una piccola massa “m”.Per confronto, in una molecola d’acqua il legame degli atomi di idrogeno può produrre una energia di circa 16 eV, dieci milioni di volte inferiore a quella liberata dal nucleo di uranio. Un grammo di U 235 che subisce interamente la fissione produce circa 8 x 1010 joule, ossia quanto la combustione di circa 3 tonnellate di carbone.

Materiale fissile[modifica | modifica wikitesto]

La rivoltella

Rivoltella

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il comune soppresso della Lombardia, ora frazione di Desenzano del Garda in provincia di Brescia, vedi Rivoltella del Garda.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il comune soppresso della Lombardia, ora l’unica frazione di Rosasco in provincia di Pavia, vedi Rivoltella (Rosasco).

La rivoltella (anche nota come pistola a tamburo o, in ingleserevolver), è un tipo di pistola a retrocarica/avancarica del tamburo a ripetizione semplice (tecnicamente arma corta a ripetizione multicamera monocanna), caratterizzata da un serbatoio a tamburo capace di compiere illimitate rivoluzioni intorno al proprio asse longitudinale; dal particolare moto del tamburo deriva il nome (revolvere infatti, nella lingua latina, significa girare o rivoltarsi).

Disegno di una rivoltella della metà del XIX secolo, sistema Lefaucheux. Le cartucce hanno l’innesco a spillo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La Colt Navy del 1851 calibro .36, arma ad avancarica del tamburo (sulla cui parte posteriore si trovano i luminelli)

“The Faithful Colt”, la fedele Colt, una delle prime immagini pubblicitarie (1890) in assoluto, ed un notissimo dipinto di William Michael Harnett. L’arma è una Colt Army mod. 1860, in calibro .44, ad avancarica del tamburo.

Rivoltella Remington mod. 1858calibro .44, esempio di arma originariamente ad avancarica ma convertita per l’uso di cartucce metalliche (si noti la mancanza dei luminelli)

Un raro esemplare di rivoltella con 10 colpi Lefaucheux conservata presso il Museo del Palazzo di Beiteddine, Libano.

La rivoltella nacque nella prima metà del XIX secolo, come evoluzione concettuale di un tipo di pistola multicanna, di fatto non evolutosi da una fase prettamente sperimentale, nella quale i congegni di armamento e sparo erano ripetuti su più linee di fuoco costituite appunto da una serie di canne, tutte comandate dal medesimo grilletto.

L’estrema inaffidabilità delle meccaniche (effetto però anche della limitata capacità tecnica dei tempi, nei quali ogni elemento metallico era forgiato a mano) costrinse a ricercare nuove soluzioni anche in vista dell’esigenza di garantire una più rapida ricarica dei serbatoi, ciò che nelle multicanna (ma anche nella pistola a due canne e due grilletti, ancora ad avancarica) appariva un obiettivo di difficile ottenibilità.

Invece di provare soluzioni con più canne e più armi (cioè multipli dell’ordinario sistema canna-armo), si pensò allora ad un metodo per sparare più colpi (senza ricaricare) con la stessa canna e con lo stesso armo.

Nel 1818 l’inglese Elisha Collier aveva sviluppato un modello di pistola a tamburo e monocanna già assai simile alla rivoltella attuale, ma di scarsa praticità in quanto l’accensione delle cariche di lancio era ancora a pietra focaia. Successivamente, con l’invenzione della capsula a percussione furono fabbricate le cosiddette “Pepperboxes” cioè rivoltelle provviste di un fascio di canne disposte in modo da formare una struttura cilindrica ruotante, simile ad un tamburo, ma assai più lunga e prive di canna: la lunghezza delle camere di scoppio sostituiva quest’ultima. Naturalmente il peso e l’ingombro erano elevati e queste armi risultarono di scarsa praticità specialmente nei calibri maggiori. L’idea di combinare le caratteristiche delle “Pepperboxes” e del revolver di Collier fu sviluppata da Samuel Colt, che nel 1836 ottenne il brevetto per iniziare lo stesso anno la produzione di un proprio revolver (il modello Paterson), nel quale l’accensione delle cariche di lancio avveniva per mezzo delle capsule a percussione. Fu il primo vero revolver affidabile e ad esso seguirono modelli di grande successo e popolarità come ad esempio il modello Navy. L’inventore americano gettò così le fondamenta di una delle aziende tuttora leader nella produzione mondiale sia di armi corte che lunghe.

Una pistola a tamburo, simile a quella inventata da Samuel Colt, fu inventata da Francesco Antonio Broccu, fabbro artigiano dal multiforme ingegno, nel 1833 a Gadoni in Sardegna; non vi sono comunque prove di alcun contatto tra Broccu e Colt. Per questa sua invenzione ricevette vari riconoscimenti e un premio di 300 franchi da parte del re Carlo Alberto. Però Broccu non brevettò mai le sue invenzioni, inclusa questa prima forma di pistola a tamburo.

La tecnica e la meccanica[modifica | modifica wikitesto]

Nel caso della Colt mod. 1873 (il primo revolver a retrocarica veramente pratico prodotto dalla Casa statunitense), il brevetto prevedeva appositi fori cilindrici del tamburo per l’alloggiamento della cartuccia (inserita dalla apertura posteriore, cioè quella dalla parte del calcio); i fori, con la rotazione, venivano allineati anteriormente all’invito della canna e posteriormente allo spillo del cane, che fuoriusciva solo per lo sparo dal telaietto verticale, e costituivano perciò la camera di scoppio, nella quale si innescava l’esplosione. La parte posteriore del telaio avrebbe mantenuto in sede (con un’escursione di rinculo di pochi decimi di millimetro, assai poco influente) il bossolo della cartuccia, che rigonfiandosi per l’esplosione avrebbe impedito la fuga dei gas all’indietro e convogliato la forza di spinta nell’altra direzione, verso la canna.

In queste prime rivoltelle, dopo lo sparo, si doveva riarmare il cane manualmente, facendo così ruotare il tamburo (si ebbero modelli rotanti in senso sia orario che antiorario) sino alla posizione di sparo della cartuccia successiva, oltre a ricaricare la molla di scatto del cane stesso (armi “a singola azione“). Esistevano già verso la metà dell’Ottocento, revolver a “doppia azione“, nei quali il grilletto svolgeva la doppia funzione di armare il cane nella prima parte della sua corsa e di rilasciarlo nel breve tratto restante (per esempio molte “Pepperboxes” ed i modelli di Robert Adams), ma la loro complicatezza e la metallurgia dell’epoca li rendeva soggetti a frequenti rotture. Solo successivamente, con i progressi tecnici, furono prodotte armi “a doppia azione” veramente affidabili.

Il minimo ed ineliminabile spazio fra l’invito della canna (in realtà col perfezionamento delle tecniche produttive la larghezza dell’invito fu molto ridotta, preferendosi lavorare sulla precisione di allineamento delle camere di cartuccia) e la parte anteriore del tamburo causava, e causa tuttora in tutti i revolver, una certa fuoriuscita dei gas in espansione e perciò una leggera caduta della pressione di spinta. Questo tuttavia non pregiudica in misura significativa il funzionamento.

La celebre Colt Single Action Armydel 1873 in astuccio con accessori e cartucce. Il calibro è, in questo caso, il .357 Magnum

Oltre alle versioni ad azione singola o doppia, esistono anche alcuni modelli di rivoltelle semiautomatiche, come la Mateba Autorevolver o la Webley-Fosbery, che usano la spinta del rinculo per operare il ciclo di fuoco. Queste però sono poco diffuse, in quanto non presentano caratteristiche nettamente superiori sia alle rivoltelle che alle pistole semiautomatiche, avendone anzi svantaggi in alcuni aspetti.

I punti deboli[modifica | modifica wikitesto]

Le prime rivoltelle a retrocarica venivano caricate tramite uno sportellino situato sul lato destro dell’arma. Il tamburo girava in senso orario ed il bossolo vuoto si trovava appunto a destra. Un pistoncino situato sotto alla canna, leggermente disassato, permetteva di spingere via il bossolo vuoto, una volta aperto lo sportellino. Questa operazione richiedeva ovviamente un certo tempo. Per ovviare a questo problema il maggiore di cavalleria George W. Schofield progettò per la Smith & Wesson un’arma a castello basculante (in inglese top-break). Il vantaggio di tale sistema era che, all’apertura, i bossoli venivano espulsi automaticamente e l’arma era già pronta per accogliere le nuove cartucce, semplificando il caricamento soprattutto nel caso di un soldato in sella. La tacca di mira fungeva da gancio di ritenzione per tenere chiusa l’arma. Per questi tipi di soluzione (ve ne furono anche altri, di poco differenziati), i problemi venivano dalle rotture dei fermi o comunque dalla mancata ritenzione del blocco complessivo, che poteva causare la pericolosa apertura della pistola durante lo sparo ed il controlancio del bossolo (oltre che di altri pezzi eventualmente sganciatisi) contro il tiratore. Successivamente il sistema divenne più affidabile e rimase in produzione per le pistole d’ordinanza britanniche Webley in calibro .38 e .455 fino a tutta la seconda guerra mondiale.

La massima affidabilità però non fu raggiunta neanche con il sistema moderno, che prevede il basculamento laterale del tamburo, poiché, oltre alle sollecitazioni termodinamiche cui si sottoponeva l’intero castello, e quindi a maggior ragione il sistema di apertura e ritenuta, la stessa necessaria frequenza d’uso del meccanismo ne determinava effetti di logorio, non essendo infrequente il caso di rottura dei perni.

Altrettanto grave si rivelò, nell’attesa che si elevasse la precisione nella realizzazione dei singoli pezzi, il problema dei difetti di allineamento, anche incidentali, del tamburo, in qualche occasione dovuti all’irregolare meccanismo di rotazione (che, ad esempio anticipando la rotazione di una frazione di secondo prima dello sparo, poteva disassare cilindro e canna): in questi casi i problemi più gravi potevano nascere dall’urto della pallottola sul bordo della canna stessa, con pericolosissimi picchi pressori che portavano facilmente all’esplosione del tamburo, anche in considerazione del fatto che, fin dal primo apparire delle cartucce a percussione centrale, molti tiratori avevano iniziato a ricaricare personalmente i bossoli sparati, senza porre troppa attenzione al dosaggio della polvere.

L’evoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Una Smith & Wesson modello 60. Le guancette del calcio sono ergonomiche ed in gomma dura per offrire una migliore impugnabilità.

Con l’esperienza realizzata sul campo dalle centinaia di migliaia di tiratori (talvolta a loro spese, in caso di incidente), e grazie anche al massiccio ricorso a questo tipo di arma portatile, leggera e di pronto impiego, che si ebbe nel leggendario “Far West“, la Colt applicò metodologie industriali alla produzione di pezzi più precisi, più affidabili e, innovativamente, collaudati uno ad uno.

Sul finire dell’Ottocento fu perfezionato il meccanismo di “doppia azione”, già menzionato, con il quale è possibile sparare mediante la sola pressione sul grilletto, senza dover armare il cane con il pollice ad ogni colpo: ciò consente lo sparo di più colpi al secondo, in dipendenza della velocità del dito del tiratore.

Una volta consolidata la produzione intorno a modelli di provata affidabilità, vennero messi in commercio anche modelli con optional, fra i quali grande apprezzamento riscossero le guance del calcio decorate (in avoriomadreperla, argento o con fregi ed istoriazioni su legnopregiato). Alcune pistole vennero ricoperte da bagnatura d’argento o (ma furono davvero pochissimi esemplari) d’oro.

Da un punto di vista tecnico, si implementò l’accessoristica funzionale nel senso, ad esempio, di realizzare ausili di estrazione che, una volta aperto il tamburo, facilitassero la rimozione dei bossoli e si diede grande attenzione all’ergonomia, adeguando grilletti, ponticelli, cani, calci ed in genere ogni elemento della rivoltella alle misure biologicamente considerate standard per la media dell’utenza.

Una S&W 686 in calibro 357 magnum

I modelli[modifica | modifica wikitesto]

Nel tempo, anche grazie all’ingresso di nuovi produttori in questo particolare mercato, i modelli di rivoltella si moltiplicarono, distinguendosi tecnicamente per:

  • calibro: dal sottile e leggero .22, adatto al tiro di precisione, al .44 Magnum, reso noto da certa letteratura popolare, e ad altri assai potenti (ad es. il .454 Casull), i calibri usati sono numerosissimi; in tempi recenti si è assistito ad un certo revival del .38 Special, le cui caratteristiche (nelle versioni potenziate +P) sono alquanto affini a quelle del calibro 9 mm Parabellum delle pistole semiautomatiche, e che infatti è in uso anche presso alcune forze di Polizia;
  • tamburi: i modelli più diffusi contengono da 6 a 8 cartucce, ma vi sono anche armi particolari più o meno capienti;
  • canna: dalla canna super-corta da mezzo pollice, capace di consentire impensabili occultamenti dell’arma, sino alle pistole “cinematografiche” da mezzo metro (in realtà di scarsissima utilità, se non per la caccia nei paesi in cui ciò è consentito), anche nella lunghezza delle canne la gamma delle opzioni è va

Scherma (sport)

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Scherma
Le Pechoux v Meinhardt Master de fleuret 2014 t210013.jpg
Gli schermidori Erwann Le Péchoux (Francia) eGerek Meinhardt (USA) duellano al Master de Fleuret Melun Val de Seine 2014
Federazione FIE
Contatto no
Genere Maschile e femminile
Indoor/outdoor Indoor
Olimpico sì (dal 1896)

La scherma sportiva è uno sport olimpico di opposizione a contesto aperto che consiste nel combattimento leale tra due contendenti armati di spadafioretto o sciabola. Lo sport trae origine dall’arte marziale denominata scherma tradizionale.

L’etimologia italiana della stessa parola scherma porta con sé il significato della disciplina, essa infatti deriva dal longobardo “Skirmjan” che significa proteggerecoprire (stessa etimologia della parola schermare). Ciò è probabilmente collegato al concetto dell’uso della spada non come strumento nato per colpire, ma come strumento difensivo.

Le armi[modifica | modifica wikitesto]

Dall’alto: fiorettospadasciabola

La scherma sportiva comprende tre armi:

Le tre armi hanno particolarità differenti, derivanti dai diversi regolamenti e stili di combattimento: queste sono alcune delle caratteristiche principali, secondo il regolamento tecnico della FIE[1]:

Lunghezza max Lunghezza lama Peso max
Fioretto 110 cm 85/88/90 cm 500 g
Spada 110 cm 80/85/90 cm 770 g
Sciabola 105 cm 85/88 cm 500 g

Nelle categorie giovanili under-14 sono in uso anche fioretti, spade e sciabole con lame di dimensioni ridotte, da 80 a 85 cm nella Spada a seconda delle diverse età e da 85 cm nel Fioretto e nella Sciabola fino ai 12 anni di età compresi (Categoria Giovanissimi).

Le impugnature delle tre armi sono diverse. Per il Fioretto e la Spada: 1. “anatomica”, o “tedesca”, nelle varie tipologie dalla cosiddetta “viscontea”, sino a quella sagomata “portoghese”; 2. “francese”, o “manico liscio”, di varie tipologie di sagomatura; 3. “italiana”, ormai da diversi anni in disuso; Per la Sciabola l’impugnatura è di un solo tipo, simile alla “francese”, ma di sezione cilindrica anziché rettangolare.

Fioretto[modifica | modifica wikitesto]

Bersaglio valido nel fioretto

La prima, il fioretto, è un’arma “puramente accademica” in quanto non è mai stata un’arma di combattimento sul terreno. Storicamente il fioretto nacque come una “spada alleggerita” per l’allenamento, non destinata all’uso in battaglia ed ai duelli, ma all’esercizio nelle sale d’armi in cui ci si abituava, per efficacia, a colpire al bersaglio mortalmente. Il bersaglio valido del fioretto è infatti rappresentato dal busto, sede degli organi vitali, perché portare a segno una stoccata su tale porzione del corpo era quasi sicuramente letale; essendo un’arma “accademica” tende a privilegiare il fraseggio schermistico nella sua perfetta esecuzione ed è per questo che il colpo simultaneo viene considerato nullo. Il fioretto è una disciplina che richiede leggerezza e riflessività, conciliando agilità e buone capacità tattiche; proprio per questo il fioretto, nella tradizione della scuola italiana, è l’arma con la quale vengono avviati alla scherma i bambini che, con quest’arma, iniziano solitamente il loro percorso nel mondo della scherma agonistica. Il bersaglio del fioretto, coperto da un giubbetto conduttivo di tessuto laminato (chiamato comunemente, e impropriamente, “giubbetto elettrico”), comprende il busto con esclusione di braccia, gambe e testa. Il bersaglio valido può essere colpito solo con la punta dell’arma, che ha sulla sommità un bottone sostenuto da una molla. Perché sia segnalato il colpo, è necessario che sia esercitata una forza equivalente ad un peso minimo di 500 grammi.

Inoltre nel fioretto vige la “convenzione”: si tratta di una serie di regole che disciplinano l’attribuzione del punto. L’atleta che attacca per primo ha la priorità su chi subisce l’attacco. Chi subisce l’attacco deve prima parare e solo dopo può rispondere. Come portare un attacco è perfettamente codificato dalla tecnica schermistica. Mantiene la priorità di attacco anche chi tiene l’arma “in linea” (ovvero con il braccio e l’arma distesi orizzontalmente e la punta rivolta al petto dell’avversario)[2] In caso di attacco simultaneo, il punto non viene attribuito. Per stabilire questo, il ruolo del giudice di gara è fondamentale, in quanto deve ricostruire l’azione in base alle convenzioni ed assegnare il punto.

Sciabola[modifica | modifica wikitesto]

Bersaglio valido nella sciabola

La sciabola è l’arma di attacco per eccellenza, molto veloce e istintiva. La sciabola storicamente discende dalle armi usate dai cavalieri e dagli ufficiali di cavalleria, che, stando a cavallo, colpivano i fanti a piedi soprattutto nella parte superiore del corpo con movimenti ampi, usando di rado la punta: caratteristiche conservate nella determinazione del bersaglio valido anche nella moderna sciabola sportiva.

Lo sciabolatore deve avere un’ottima resistenza fisica e grande mobilità nelle gambe; deve avere inoltre il pregio di riuscire a riflettere in tempi rapidissimi sulle proprie azioni e naturalmente su quelle dell’avversario. Il bersaglio della sciabola è costituito da busto (tranne l’inguine), braccia e testa; si può colpire di punta, di taglio e di controtaglio. La sciabola è preferita dai ragazzi, forse perché più muscolare delle altre due armi, ma da diversi anni è praticata da molte ragazze. Dal 1988 anche la sciabola si è avvalsa dell’elettrificazione per la segnalazione delle stoccate ed attribuzione dei punteggi. Si indossa pertanto un giubetto di laminato conduttivo sul tronco e sulle braccia. Anche la maschera protettiva per il volto è di materiale conduttivo.

Spada[modifica | modifica wikitesto]

Bersaglio valido nella spada

La spada è l’arma che più si avvicina alle armi del passato oltre ad essere quella più rappresentativa del duello sul terreno. È un’arma molto complessa ad alti livelli perché il suo bersaglio comprende tutto il corpo; si può colpire solo di punta, come nel fioretto, ma non vi è la convenzione. Il primo che tocca l’avversario si aggiudica il punto; se ci si colpisce contemporaneamente entro un venticinquesimo di secondo il punto viene assegnato ad entrambi e si ottiene un “colpo doppio”. Sulla sommità dell’arma c’è un bottone, che viene azionato da una pressione di almeno 750 grammi. La bellezza della spada risulta palese se praticata da schermidori di alto livello, anche se la facilità di inizio ed il fatto che – al contrario delle altre due armi – non vi è la convenzione la rendono allettante anche per i neofiti. Per questo motivo è l’arma più praticata. In generale, in Italia, si nota una preponderanza di fiorettisti in tenera età (categoria bambine/maschietti), una sostanziale parità di praticanti fioretto e spada alla categoria giovanissime/i, mentre a partire dalla categoria ragazze/i si nota una netta prevalenza degli spadisti[3]. Alla spada si deve il colore bianco della divisa da scherma: infatti i duelli combattuti con la spada erano al “primo sangue”: qualsiasi ferita da cui uscisse sangue, su qualsiasi parte del corpo, determinava l’interruzione del combattimento e la sconfitta del duellante ferito. Per meglio evidenziare queste ferite era richiesto di vestirsi integralmente in bianco. Nelle competizioni moderne, per rendere sicuri gli “assalti”, la divisa deve presentare una resistenza alla penetrazione di 800 newton. Per le categorie “Maschietti/Bambine” (10 anni) e “Giovanissimi” (11 anni) la lama è lunga 80 cm, per la categoria “Ragazzi/Allievi” (12-13 anni) 85 cm (fino alla stagione 2013-14) ed a partire dalla categoria “Cadetti” (14 anni) fino agli “Assoluti” (14-99 anni) la lama è di 90 cm.

Disciplina[modifica | modifica wikitesto]

Azioni schermistiche[modifica | modifica wikitesto]

  • Cavazione: azione comune a tutte e tre le armi, che permette allo schermidore di eludere la parata dell’avversario, facendo girare la propria punta attorno alla lama avversa con un moto a spirale.
  • Fendente, nella sola disciplina della Sciabola: colpo portato con il taglio dell’arma, dall’alto verso il basso, spesso lungo una diagonale; più raramente è parallelo al terreno.
  • Botta dritta, comune a tutte e tre le armi: azione che permette allo schermidore di colpire il bersaglio avversario col solo prolungamento del braccio o andando in affondo, comunque facendo seguire alla lama una linea diretta per la via più breve verso il bersaglio.
  • Finta, è la simulazione di un colpo, il quale presenta le stesse caratteristiche di un’offesa esclusa la sua conclusione. Lo scopo della finta è di simulare un’azione d’attacco, per indurre l’avversario alla parata così da colpirlo nel punto che viene scoperto.
  • Affondo, comune a tutte e tre le armi: permette allo schermidore di colpire il bersaglio avversario da una distanza superiore a quella del solo allungamento del braccio armato. Con uno slancio della gamba posteriore, il busto viene proteso in avanti mentre il braccio armato si distende.
  • Presa di ferro: è un’azione molto praticata in tutte le tre armi, che permette di deviare la lama avversaria, per colpire il bersaglio acquisendo il diritto secondo la convenzione (fioretto e sciabola); nella spada, in cui non vige la convenzione, serve comunque a deviare l’arma avversaria o comunque a provocare una reazione.
  • Flèche, o, in italiano, “frecciata”, è un’azione d’attacco che si compie sbilanciando il busto in avanti fino alla quasi totale perdita dell’equilibrio, slanciandosi verso l’avversario per toccarlo e portando poi in avanti la gamba posteriore in una corsa di smorzamento per interrompere lo sbilanciamento del corpo. Se l’avversario non viene toccato e lo schermitore che ha eseguito la frecciata è uscito lateralmente dalla pedana, alla rimessa in guardia deve per regolamento concedere un metro di avanzamento all’avversario. È un movimento proibito in tutte le categorie della sciabola.
  • Il fuetto, dal francese “fouet” (colpo di sferza), è una azione che richiede molta forza nel polso in quanto si deve far piegare la lama sino a far giungere la punta perpendicolarmente sul bersaglio desiderato (generalmente la schiena).

Categorie[modifica | modifica wikitesto]

Come nella maggior parte degli sport esistono due criteri di base per la suddivisione degli atleti in categorie, ovvero per età e per ranking.
Per quanto riguarda l’età l’attività agonistica inizia a 10-11 anni e prevede per l’anno 2015-2016 le seguenti categorie:

  • Gran Premio Giovanissimi’
    • Bambine e Maschietti * dal 1º gennaio 2006 al 31 dicembre 2006.
    • Giovanissime e Giovanissimi * dal 1º gennaio 2005 al 31 dicembre 2005.
    • Ragazze e Ragazzi * dal 1º gennaio 2004 al 31 dicembre 2004.
    • Allieve e Allievi * dal 1º gennaio 2003 al 31 dicembre 2003.
  • Gran Premio Giovani’
    • Cadette e Cadetti * dal 1º gennaio 2000 al 31 dicembre 2002.
    • Giovani * dal 1º gennaio 1997 al 31 dicembre 1999.
  • Gran Premio Assoluti’
    • Assoluti * nati fino al 1º gennaio 2001
    • Under 23 * nati dal 1º gennaio 1994 al 31 dicembre 1996.
  • Gran Premio Master’
    • Over 24
    • Over 40