Mese: luglio 2017

Orchestra

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Un’orchestra è un grande gruppo musicale tipico della musica classica, composto da strumenti musicali a corde, a fiato e a percussione. Il significato della parola viene dal teatro dell’antica Grecia, dove il termine indicava la zona riservata al coro, agli strumentisti e ai danzatori. Tale spazio era situato tra la platea, dove sedeva il pubblico, ed il palcoscenico.

Categorizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Complessi da camera[modifica | modifica wikitesto]

Gruppi di strumenti che venivano ingaggiati per suonare nelle case del pubblico, spesso ristretto, da cui il nome “da camera”. Era perlopiù fruita da un pubblico nobile che poteva permettersi un concerto di strumenti in casa propria, e, ovviamente, era privata.

Orchestra da camera[modifica | modifica wikitesto]

Un’orchestra formata da un numero ridotto di strumenti viene definita orchestra da camera tipica del 1700.

Orchestra filarmonica[modifica | modifica wikitesto]

Un’orchestra filarmonica è un’orchestra di grandi dimensioni formata da componenti che, nell’aggregarsi, hanno fondato l’organico. Oltre al significato di struttura associativa, il termine può anche essere sinonimo di orchestra sinfonica, come nei casi dei Berliner Philharmoniker o della New York Philharmonic.

Orchestra sinfonica[modifica | modifica wikitesto]

Un’orchestra sinfonica è un’orchestra di grandi dimensioni dove i componenti dell’organico vengono assunti tramite concorso, con un’audizione. Oggi è composta normalmente da più di 40 strumentisti e può a volte superare il centinaio di elementi. Essa è costituita da vari tipi di strumenti: nella sua formazione minima, ne fanno parte archi e fiati (ottoni e/o legni). Talvolta sono presenti anche le percussioni e altri cordofoni come arpa, pianoforte, ecc.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

L’orchestra sinfonica è composta da:

Al giorno d’oggi le orchestre sono dirette da un direttore d’orchestra, ma in passato, e anche per le piccole orchestre, spesso il direttore era semplicemente il primo violino o comunque un musicista impegnato anche nell’esecuzione.

disposizione americanadell’orchestra sinfonica

Disposizione[modifica | modifica wikitesto]

La disposizione più diffusa è quella cosiddetta “americana”, illustrata in figura.

È ancora in uso, specialmente per esecuzioni storiche, la disposizione “tedesca”.

La differenza è che in quest’ultima primi e secondi violini siedono di fronte, i contrabbassi dietro ai primi violini, le viole accanto ai secondi violini e i violoncelli al centro [1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L’orchestra moderna ha avuto il suo sviluppo nel XVII e XVIII secolo [2].

Claudio Monteverdi per la sua opera Orfeo del 1607 utilizzò un’orchestra formata da archi, trombe, cornetti, arpa, fagottoclavicembaloorgano con funzione di basso continuo.
Nel 1637 Marin Mersenne nel suo Traité d’harmonie universelle riporta l’organico dell’orchestra d’archi, conosciuta come Les 24 Violons du Roy, attiva presso la corte di Luigi XIII di Francia:

  • Dessus
  • Haute-Contre ovvero Haute-Contre Taille
  • Taille
  • Quinte ovvero Cinquiesme
  • Basse

In questo organico è rappresentata la famiglia completa degli archi nella forma in cui era utilizzata nella Francia del XVII secolo. I dessus erano violini, mentre con haute-contretaillequinte si indicavano tre taglie diverse di viole, tutte però accordate come la viola attuale; più grandi erano gli strumenti, più gravi erano le parti che vi si eseguiva. Infine, vi erano i basse de violon, corrispondenti al nostro violoncello, ma accordati un tono sotto.[3]

A questo organico si affiancavano strumenti destinati alla realizzazione del basso continuoclavicembalo o organotiorba o arciliutoarpa, ecc.

Nelle altre nazioni, il gruppo di archi era completato da un violone o contrabbasso che eseguiva la stessa parte dei violoncelli un’ottava più in basso. A questi si affiancavano saltuariamente (e praticamente mai tutti insieme) oboiflauti drittiflauti traversifagottitrombetrombonicornitimpani.
Il clarinetto, da poco inventato, fece l’ingresso in orchestra verso la metà dello stesso secolo, e in casi particolari vennero aggiunte altre percussioni (ad esempio, la cosiddetta “musica alla turca“: triangolograncassa e piatti).

tromboni, che erano già usati da molto tempo nella musica sacra si aggiunsero solo alla fine del settecento nell’orchestra operistica.

All’inizio del XIX secolo si cominciò a strutturare definitivamente l’orchestra sinfonica con l’aggiunta di altre percussioni e della tuba.

Nel corso del secolo il numero dei musicisti in orchestra continuò a crescere fino alle dimensioni e alla composizione attuale. Spesso l’orchestra viene designata attraverso il numero di fiati della stessa famiglia che vengono utilizzati. Ad esempio, un’orchestra a 2 prevede coppie di flauti, di oboi, di clarinetti, ecc. mentre un’orchestra a 3 vede affiancati ai due flauti anche l’ottavino, alla coppia di oboi il corno inglese, ecc. Con l’aumentare del numero dei fiati, aumenta conseguentemente il numero di archi. Benché il numero esatto di questi ultimi non venga quasi mai specificato, quando l’orchestra è a 3 si tende ad utilizzare il seguente standard, istituito dalla tradizione di esecuzioni di lavori di Wagner e Richard Strauss:

Ultimamente si fa strada l’abitudine di segnare gli strumenti dell’orchestra di un brano attraverso una stringa numerica nella quale sono indicate le famiglie strumentali dei legniottonipercussioni, strumenti polifonici e archi, separate tra loro da barre oblique. Per ogni strumento viene poi indicato il numero in orchestra. Ad esempio:

2222/4230/tmp perc (2)/ar pf/ archi

si legge:

flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti / 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, nessuna tuba / timpani (con un esecutore addetto) più percussioni generiche suonate da altri 2 esecutori/ arpapianoforte / archi (violini I, violini II, viole, violoncelli, contrabbassi)

Quando si voglia indicare strumenti diversi da questi, li si inserisce nella famiglia appropriata, abbreviandoli.
Ad es: ott 222 clb 2/… si legge ottavino, 2 flauti, 2 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti. Quando lo stesso strumentista è chiamato a suonare due strumenti diversi all’interno della stessa composizione, lo strumento alternativo viene segnato tra parentesi. Ad es: 3(ott)3(cr ing)3(clb)3(cfg), va inteso come 3 flauti (il terzo con l’obbligo dell’ottavino), 3 oboi (il terzo con l’obbligo del corno inglese), e così via. Non esiste una lista standard delle abbreviazioni, tanto più che esse variano a seconda del paese di utilizzo.

Diamo a titolo puramente esemplificativo l’organico più usuale per diversi tipi di orchestra, tenendo presente che solo nell’Ottocento si avrà una certa standardizzazione degli strumenti mentre nei periodi precedenti le varianti erano la regola.

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Chitarra

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Chitarra
My Mates 3 (2082240480).jpg

Diversi tipi di chitarre (da sinistra: resofonicaclassicaelettricafolk). Ci sono anche: al centro un dulcimer e, poggiati in orizzontale, una Keytar ed un mandolino

Informazioni generali
Origine Europa
Invenzione evoluta dal 1500 circa al XVIII secolo
Classificazione 321.322
Cordofoni composti, con corde parallele alla cassa armonica, a pizzico
Famiglia Liuti a manico lungo
Uso
Musica medievale
Musica rinascimentale
Musica barocca
Musica galante e classica
Musica europea dell’Ottocento
Musica contemporanea
Musica pop e rock
Musica folk
Musica jazz e black music
Estensione
Chitarra – estensione dello strumento
Genealogia
← Antecedenti Discendenti →
Chitarra barocca Chitarra elettrica
Ascolto
MENU
0:00

(info file)

La chitarra è uno strumento musicale cordofono a pizzico, che può essere suonato con i polpastrelli, con le unghie o con un plettro.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

chitarra sei corde di Gian Battista Fabricatore del 1795. Esposta al Museo degli strumenti musicali di Milano.

La chitarra moderna ha origine dalla chitarra barocca che a sua volta deriva dallo strumento medievale a cinque corde chiamato quinterna (dal latino “quinque” = cinque e dal persiano “tar” = corda).

Le prime chitarre medievali avevano quattro corde come pure il liuto: I primi liuti arabi erano montati con sole 4 corde di fili di seta da qui la parola “Chahar” quattro e “Tar” corde da cui la parola araba Qîtâra dalla quale derivano anche le parole: kithára, la quinterna guiterne Gitterncitola e chitarra in Italia.

Lo strumento più antico ritrovato simile ad una chitarra ha 3500 anni ed è stato scoperto nella tomba egizia di Har-Mose Sen-Mut[1]. A sua volta le radici vanno trovate nel setar persiano (Iran) e nella la citara.

Dalla seconda metà del XVII secolo fino alla metà del XIX secolo, con i progetti e le innovazioni apportate in Spagna da Antonio de Torres, si ha la nascita del prototipo della chitarra classica moderna[2]

La conseguente diminuzione della sonorità, data dal fatto che si passa a sei corde semplici dalle dieci (cioè 5 corde doppie chiamate cori) o dodici corde (6 corde doppie) in uso sulla chitarra barocca, fu compensata dall’allargamento della cassa e dall’apertura completa della buca in mezzo alla tavola armonica[3]

La chitarra a sei corde sostituì la chitarra barocca perché più facile da maneggiare e suonare e con una struttura più robusta. Questo passaggio dalla chitarra barocca a quella moderna può essere paragonato alla sostituzione della viola da gamba con il violoncello[4]

Le prime chitarre a sei corde[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine del XVIII secolo i liutai napoletani furono i primi a produrre chitarre a sei corde: erano di dimensioni piuttosto ridotte, costruite in acero o legni da frutto. La chitarra napoletana più antica che conosciamo è del 1764 di Antonio Vinaccia. Lo strumento è interessante perché presenta quasi tutte le caratteristiche della chitarra moderna.[Nota 1]

« Nell’Ottocento, l’arte della liuteria chitarristica aveva raggiunto, in Italia, un altissimo grado di raffinatezza: i Fabricatore[Nota 2] avevano autorevolmente guidato a Napoli la transizione tra gli strumenti settecenteschi e quelli nuovi, a sei corde semplici, e i Guadagnini avevano acquisito, con la loro dinastia, in quel di Torino, un meritato prestigio[5] »
(Angelo Gilardino)

Subito dopo anche in Spagna la chitarra a 6 corde cominciò ad affermarsi soprattutto a Malaga e Siviglia.[Nota 3] Anche in Francia, verso il 1820, fiorisce questa caratteristica grazie al liutaio Renѐ François Lacôte molto apprezzato da famosi chitarristi del suo tempo: Fernando Sor e Ferdinando Carulli. A Cremona, Carlo Bergonzi, attivo dal 17801820, costruisce alcune interessanti chitarre a 6 corde.[6][Nota 4]

Ritratto di Antonio de Torres

L’innovazione di Antonio de Torres Jurado[modifica | modifica wikitesto]

I primi strumenti costruiti da Antonio de Torres arrivati a noi sono del 1854 e hanno già tutte le caratteristiche della chitarra classica moderna.
De Torres fu il primo a concentrare la propria attenzione sulla tavola armonica, aumentandone la superficie e disponendo il ponticello nel punto di massima larghezza. Dispose tre catene trasversali, due sopra e una sotto la buca; nella parte sotto il ponte si trovano sette raggi simmetrici disposti a ventaglio. Nel 1862costruì una chitarra con fasce e fondo di cartone per dimostrare le sue tesi sull’importanza della tavola armonica e dall’incatenatura. Torres fissò le misure moderne del manico e della tastiera e la forma del ponte[7]

Christian Frederik Martin e la Chitarra Folk[modifica | modifica wikitesto]

Una chitarra Martin in stile Staufer(c.1838), New York

Christian Frederik Martin, liutaio tedesco, dopo aver imparato l’arte della liuteria presso la bottega della grande famiglia di liutai Staufer a Vienna, nel 1833 si trasferì a New York da Mark Neukirchen e affitta un negozio (precisamente a Hudson Street 196) per la sua attività di rivenditore, grossista e importatore di strumenti[8] Qui si dedica alla riparazione di vari strumenti in legno ed alla creazione di sue chitarre acustiche, strutturate secondo il modello Legnani di Staufer e con corde di budello[9]

Nel 1920 la liuteria Martin (con la nuova aziende a Nazareth, Pennsylvania nel 1838) cominciò a costruire chitarre con corde in acciaio, grazie alla forte richiesta dei musicisti Country. Questo aumento di tensione, dato dalle corde in acciaio, portò forti adeguamenti alla struttura della cassa, adattando la speciale incatenatura della tavola ad “X” (già sviluppata verso il 1850). Questa incatenatura è ancora utilizzata nella maggior parte delle chitarre folk adesso in uso[10]

La nascita della chitarra elettrica[modifica | modifica wikitesto]

Gibson L-5

La storia della chitarra elettrica inizia quando si avvertì l’esigenza di uno strumento che avesse alcune caratteristiche proprie della chitarra (specialmente per quanto attiene alle modalità di esecuzione), ma che potesse suonare insieme agli altri senza esserne sovrastato dal volume di suono.Orville Gibson(Chateaugay, New York1856) era un abile liutaio specializzato in mandolini e chitarre. Sperimentò dei mandolini basandosi sulle progettazioni dei violini e dal 1890 applicó questa tecnica anche sulle chitarre, producendo strumenti a cassa arcuata e a buca ovale utilizzando corde d’acciaio al posto di quelle di budello per ottenere una maggiore potenza sonora, così che la chitarra non venisse sovrastata dagli altri strumenti nei complessi masse blues. Creò così l’odierna chitarra archtop.

Lloyd Loar, progettista alla Gibson dal 1920 al 1924, condusse i primi esperimenti mediante l’adozione di rilevatori in prossimità delle corde. Il concetto di chitarra elettrica deve però molto alle intuizioni di Adolph Rickenbacker, che nel 1931 realizzò il primo pick-up elettromagnetico (un dispositivo elettronico in grado di trasformare le vibrazioni delle corde in impulsi di tipo elettrico) ed iniziò ad applicarlo ai normali strumenti acustici, creando una chitarra lap steel chiamata frying pan guitar, in due modelli (A22 e A25)[11]

Nel 1935 la Gibson iniziò la produzione del modello ES 150, una chitarra semiacustica con cassa di risonanza, aperture a “f” sulla tavola e un unico pick-up. Il modello riscosse un grande successo. Finalmente la chitarra, grazie all’amplificazione, poteva inserirsi meglio nelle formazioni del tempo, senza essere sovrastata dal volume degli altri strumenti.

Molti si cimentarono nella costruzione di chitarre elettriche, limitandosi di fatto ad amplificare il suono di strumenti acustici. Se da una parte la presenza di una cassa armonica combinata ad un pick-up produceva un suono pastoso e ricco di armoniche, dall’altra presentava una serie di svantaggi, tra cui il più fastidioso era l’effetto noto come feedbackacustico. La cassa dello strumento entrava in risonanza (effetto Larsen) con il suono emesso dall’amplificatore, creando echi, armonici e fischi di difficile gestione, col risultato di un suono sgradevole di difficile definizione.

Nel 1941 Les Paul, chitarrista e inventore, crea nei laboratori Epiphone un prototipo, detto The Log, ideato per ovviare al problema del feedback. Esso consisteva in un manico di chitarra acustica attaccato a un blocco di legno massiccio su cui erano installate le parti elettriche, e ai cui lati erano fissati le due “ali” di una chitarra acustica a forma di otto. Les Paul la propose l’idea alla Gibson che la rifiutò.

Nel 1948 Leo Fender, tecnico progettista di amplificatori, dà una svolta definitiva e crea la Broadcaster, una chitarra con due pick-up single coil miscelabili e con il corpo pieno in legno massiccio che annulla completamente le risonanze indesiderate e aumenta il sustain delle corde, sviluppando il concetto di chitarra solid body. Inoltre lo strumento di Leo Fender presenta un vantaggio fondamentale: le fasi di costruzione e assemblaggio delle parti che compongono lo strumento sono molto semplificate. Questo si traduce nella possibilità di automatizzare il processo di produzione e di conseguenza produrre gli strumenti in serie, con costi notevolmente più contenuti. Il successo è enorme, tanto che la Broadcaster, divenuta poi Telecaster, viene prodotta dalla Fender ancor oggi.

La struttura e le sue parti[modifica | modifica wikitesto]

Fondo chitarra Taylor in Ovangkol dell’Africa tropicale

Nella chitarra ci sono due sistemi che concorrono al funzionamento dello strumento: un sistema di produzione e amplificazione del suono e un sistema del sostegno. Una buona chitarra deve avere un ottimo equilibrio fra questi due sistemi, deve essere elastica e deformarsi in modo controllato e nelle sezioni utili[12] Descriveremo le varie parti partendo dall’alto:

Paletta[modifica | modifica wikitesto]

La paletta è la parte finale del manico e sostiene la meccanica dell’accordatura. Si unisce al manico in diversi modi: incollata con incastro a V o con giuntura obliqua invertita oppure, la paletta e il manico sono ricavate da un solo pezzo di legno (questo ultimo metodo è ormai poco utilizzato perché rende molto fragile il manico nel punto attacco con la paletta, dove le fibre sono inclinate).Nelle chitarre fino all’inizio del XIX secolo le corde della chitarra venivano accordate tramite Piroli conici inseriti verticalmente nella paletta poi sostituiti con meccaniche a chiavi, che consentono un’accordatura più agevole e stabile[12].

Manico[modifica | modifica wikitesto]

Il manico supporta la tastiera e termina con un tacco fissato alla cassa armonica. I legni utilizzati nel manico e nella paletta sono gli stessi: Cedro di Cuba (Cederla Odorata con peso specifico 0,45 – 0,55), il Mogano dell’Honduras (Swietenia macrophilla con peso specifico 0,58 – 0,75) e più’ raramente di acero[13]

Capotasto[modifica | modifica wikitesto]

Si trova nella parte estrema della tastiera e rappresenta il punto iniziale della parte vibrante della corda. Nelle chitarre più’ pregiate il materiale del capotasto è di avorio oppure di osso, nelle chitarre più’ economiche solitamente è di plastica[14]

Tastiera[modifica | modifica wikitesto]

Vari modelli di tastiere di palissandro e ebano

La Tastiera è il supporto dei tasti e solitamente di legno duro come palissandro o ebano per sopportare lo strofinamento continuo delle dita e delle corde.
Dopo che il manico è stato unito a livello della cassa, il liutaio incolla la tastiera che percorre la parte del manico e parte della tavola armonica fino alla buca. La larghezza della tastiera varia da chitarra a chitarra. Generalmente nella chitarra classica si ha una tastiera molto larga e si stringe nelle chitarra folk ed elettriche[15]

Tasti[modifica | modifica wikitesto]

I tasti sono composti da una lamina inserita nel legno e la parte esterna con la sezione a semicerchio. Il materiale dei tasti è L’Alpacca (una lega costituita da ramezinco e nichel) molto resistente alla corrosione[13].La posizione dei tasti si può’ ottenere matematicamente con la “Regola del diciotto” (più’ precisamente 17,835). Questa formula si applica nel seguente modo: Si divide la lunghezza del diapason della chitarra per 17.835, in questo modo troviamo la larghezza del primo tasto cioè, la distanza tra il capotasto e la prima lamina inserita nel manico. Per calcolare la distanza tra il primo tasto e il secondo, si divide la lunghezza rimasta (dall’osso al primo tasto) e la si divide per 17,835. Si continua così per ogni tasto, ottenendo tasti in proporzione sempre più’ piccoli[16]

Qui sotto una tabella che rappresenta la tastiera e le note che possiamo trovare su ogni singola corda, come possiamo notare su ogni corda troviamo tutte le note della scala cromatica:

Suona la tromba

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Suona la tromba
Suona la tromba score.jpg

Copertina del pezzo Suona la trombapubblicato nel 1865, nella raccolta Euterpe Patria

Compositore Giuseppe Verdi
Tonalità La bemolle maggiore
Tipo di composizione Inno patriottico
Epoca di composizione 1848
Organico Coro maschile a tre voci e pianoforte

Suona la tromba, anche conosciuto come Inno popolare, è un inno laico composto da Giuseppe Verdi nel 1848, su di un testo del poeta italiano e patriota Goffredo Mameli. Il titolo del lavoro proviene dal verso di apertura della poesia di Mameli. È stato a volte indicato come Grido di guerra e Euterpe Patria.

Contesto di composizione[modifica | modifica wikitesto]

Il pezzo inizia con il verso: “Suona la tromba, ondeggiano le insegne gialle e nere”. Il riferimento alla bandiera gialla e nera indica l’Impero austriaco. Il pezzo fu commissionato da Giuseppe Mazzini come un nuovo inno di battaglia per la rivoluzione del 1848, quando i patrioti italiani cercavano l’indipendenza dall’Impero austriaco che controllava grandi porzioni del nord Italia. Mazzini convinse Verdi di comporre le musiche quando incontrò Verdi a Milano nel maggio del 1848, poco dopo che gli austriaci erano stati cacciati dalla città e da altre parti della Lombardia. Mazzini commissionò il testo a Mameli nel mese di giugno, chiedendogli di comporre un testo che sarebbe dovuto diventare la versione italiana della Marsigliese, citando inoltre il desiderio espresso da Verdi che il nuovo inno rendere le persone dimentiche sia del poeta sia del compositore.[1] Mameli finì il lavoro alla fine di agosto, e Mazzini immediatamente lo inviò a Verdi, che stava soggiornando a Parigi in quel momento. Verdi spedì il lavoro finito, composto per un coro maschile in tre parti senza accompagnamento, a Mazzini il 18 ottobre 1848. Nella lettera di accompagnamento Verdi scrive:

Copertina del 1898 di Ricordi per l’antologia: 5 Canti Popolari del 1848

“Vi mando l’inno e, sebbene un po’ tardi, spero vi arriverà in tempo. Ho cercato d’essere più popolare e facile che mi sia stato possibile. Fatene quell’uso che credete: abbruciatelo anche se non lo credete degno.”[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gossett, Philip (2009). “‘Edizioni distrutte’ and the significance of operatic choruses during the Risorgimento”, in Victoria Johnson, Jane F. Fulcher, Thomas Ertman (eds), Opera and Society in Italy and France from Monteverdi to Bourdieu, pp. 181-205. Cambridge University Press. ISBN 1139464051
  2. ^ Daolmi, Davide (2011). *Cori patriottici e inni popolari. Milano 1848″, booklet accompanying the CD Musica del Risorgimento recorded by the La Scala Chamber Orchestra.

Pianoforte

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Pianoforte
Steinway & Sons concert grand piano, model D-274, manufactured at Steinway's factory in Hamburg, Germany.png

Un moderno pianoforte a coda, di fabbricazione Steinway & Sons

Informazioni generali
Origine Italia
Invenzione 1700 circa
Inventore Bartolomeo Cristofori
Classificazione 314.122-4-8
Cordofoni a tastiera, a corde percosse
Uso
Musica galante e classica
Musica europea dell’Ottocento
Musica contemporanea
Musica jazz e black music
Musica pop e rock
Estensione
Pianoforte – estensione dello strumento

L’estensione è compresa fra 27,5000 e 4186,01 Hertz
Genealogia
← Antecedenti Discendenti →
FortepianoClavicordo TastieraSintetizzatoreContinuumPianoforte elettrico
Ascolto
MENU
0:00

Studio n. 12 in do minore op. 25 di Fryderyk Chopin(info file)

Il pianoforte è uno strumento musicale a corde percosse mediante martelletti azionati da una tastiera.

La tastiera è solitamente composta da 88 tasti, 52 di colore bianco e 36 di colore nero. I tasti bianchi rappresentano le note: do, re, mi, fa, sol, la, si. I tasti neri, invece, individuano le alterazioni (note bemolli o diesis). Il pianoforte è il più diffuso strumento appartenente ai cordofoni a corde percosse; altri membri sono il clavicordo, oggi utilizzato prevalentemente per l’esecuzione filologica della musica d’epoca, e il fortepiano, progenitore del pianoforte.

L’origine della parola pianoforte è italiana ed è riferita alla possibilità che lo strumento offre di suonare note a volumi diversi in base al tocco, effetto non ottenibile negli strumenti a tastiera precedenti, quali il clavicembalo.[1]

Anche mediante l’intervento sui pedali (solitamente tre), che azionano particolari meccanismi, il suono può essere modificato: in un moderno pianoforte a coda troviamo, da sinistra a destra, l’una corda, il tonale e quello di risonanza. Nei pianoforti verticali il pedale centrale aziona la sordina, che frappone una striscia di feltro fra le corde e i martelli per attutire il suono. Solo il primo e il terzo pedale sono presenti su tutti i pianoforti.

Chi suona il pianoforte viene chiamato pianista.

Struttura del pianoforte

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: fortepiano.

Il primo modello di pianoforte fu messo a punto in Italia da Bartolomeo Cristofori, padovano alla corte fiorentina di Cosimo III de’ Medici, a partire dal 1698. Per la precisione era un “gravicembalo col piano e forte”, chiamato verso la fine del Settecento con il nome pianoforte, piano-forte, ed anche “fortepiano” (come risulta dalle locandine coeve dei concerti di Beethoven ed altri grandi compositori dell’epoca in cui il pianoforte andò affermandosi). La novità era l’applicazione di una martelliera al clavicembalo. L’idea di Cristofori era di creare un clavicembalo con possibilità dinamiche controllabili dall’esecutore; nel clavicembalo, infatti, le corde pizzicate non permettono di controllare la dinamica (anche per questo motivo, pianoforte e clavicembalo non appartengono alla stessa sottofamiglia).

Il pianoforte non ebbe successo in Italia, ma l’idea finì molti anni dopo in Germania, dove il costruttore di organi Gottfried Silbermannnel 1726 ricostruì una copia esatta del pianoforte di Cristofori, che sottopose al parere di Johann Sebastian Bach, il quale ne diede un giudizio fortemente critico; successivamente, probabilmente a seguito dei miglioramenti tecnici apportati da Silbermann, lo stesso Bach risulta però aver personalmente favorito la vendita di alcuni pianoforti del costruttore, come risulta da un vero e proprio contratto di intermediazione firmato nel 1749. I pianoforti di Silbermann piacquero molto a Federico II di Prussia che, per arricchire i propri palazzi, ne comprò sette per 700 talleri (secondo la testimonianza di Johann Nikolaus Forkel, Federico acquistò negli anni più di 15 pianoforti Silbermann).

Alla bottega di Gottfried Silbermann si formò Johann Andreas Stein che, dopo essersi reso indipendente, perfezionò ad Augusta, in un proprio stabilimento, i sistemi dello scappamento e degli smorzatori. Nel 1777 ricevette la visita di Wolfgang Amadeus Mozart, il quale fu entusiasta delle infinite possibilità espressive dello strumento. I figli di Stein si trasferirono in seguito a Vienna, dove crearono una fabbrica di pianoforti.

In Italia, tra i non molti che si dedicarono alla costruzione dei pianoforti (in precedenza tutti costruttori di clavicembali) nel periodo napoleonico e della Restaurazione, sicuramente fu degna di fama la famiglia Cresci, di origine pisana, trasferitasi nella seconda metà del ‘700 a Livorno. Il musicologo Carlo Gervasoni, nella sua opera Nuova teoria di musica ricavata dall’odierna pratica, ossia (…) del 1812, menziona i pianoforti Cresci come paragonabili in qualità e sonorità agli Érard francesi, che andavano per la maggiore nella capitale imperiale Parigi.

La meccanica dei Cresci era di tipo viennese, cioè del tipo dei pianoforti di Joseph Böhm, Conrad Graf e Johann Schantz. La scuola viennese era sicuramente la più importante e sviluppata tra gli ultimi decenni del ‘700 e i primi dell’800.

Non fu un caso che tanto Mozart, quanto Beethoven o Franz Joseph Haydn, tutti in qualche modo legati a Vienna, sviluppassero per primi le incredibili potenzialità del nuovo strumento. Quello che frenava la diffusione del pianoforte nascente era il suo altissimo costo, per cui esso andò affermandosi solo nelle corti reali, nei palazzi governativi e nei saloni delle principali famiglie nobili. Inoltre il suo livello sonoro non era neppure paragonabile all’attuale e questo permetteva il suo uso solo in salotti o saloni di dimensioni relativamente contenute.

Fu in epoca romantica, dal 1840 in poi, che l’utilizzo di strutture rigide metalliche all’interno (in precedenza i pianoforti erano quasi tutti interamente in legno), con funzioni di telaio, consentì l’incremento della sonorità, grazie a più corde con tensioni maggiori e casse armoniche più grandi (ed andarono affermandosi i “coda” e “gran coda”, che all’epoca andavano da 220 a 260 cm). E anche il peso passò dai 180-200 kg (struttura interamente in legno) ai 300-400 (strutture in ferro), sino ai 600 ed oltre di inizio ‘900 (strutture in ghisa).

Questo incremento della potenza sonora del pianoforte ne consentì l’uso nei grandi teatri o nelle sale da concerto, ma trasformò profondamente la sua qualità sonora.

Ascoltare un brano di Beethoven suonato con un pianoforte viennese della sua epoca, o Liszt e Chopin con un Érard o Pleyel del periodo romantico, ci permette di comprendere veramente cosa volesse esprimere il compositore. Farlo con uno moderno ci conduce ad una reinterpretazione.

Il pianoforte attuale, apparso sul finire del XIX secolo, ha ben poco della timbrica originale di inizio ‘800. Oggi è molto diffuso chiamare “fortepiani” gli strumenti costruiti sino al 3° quarto dell’800, a causa della grande diversità della struttura e quindi della timbrica rispetto al pianoforte attuale. Non è, tuttavia, sempre facile distinguere nettamente fra l’una e l’altra tipologia, perché non si tratta di due strumenti diversi, ma del medesimo strumento, che ha subito gradualmente una profonda evoluzione; tanto più che all’epoca non si è mai avvertito un vero momento di stacco nel passaggio dal fortepiano al pianoforte moderno, come si può facilmente desumere dai documenti e dai testi.

I primi pianoforti verticali, più economici e meno ingombranti, furono creati forse nel 1780 da Johann Schmidt di Salisburgo e nel 1789 da William Southwell di Dublino.

I costruttori francesi più famosi, Sébastien Érard e Ignace Pleyel, furono i più grandi produttori di pianoforti dell’Ottocento. L’Érard, in particolare, era uno strumento di relativamente grande potenza sonora e di suono deciso (e potremmo dire “più moderno”), che dava particolare risalto espressivo. Franz Liszt ne fece il suo preferito. Ad Érard si devono moltissime invenzioni e perfezionamenti, tra cui quella del doppio scappamento. Il Pleyel invece aveva una grande dolcezza e pulizia sonora ed era relativamente più faticoso e difficile da suonare, perché permetteva molte sfumature interpretative ed aveva una maggiore sensibilità. Era il pianoforte romantico per eccellenza. Chopin ne fece il suo preferito (sebbene si narri che, quando era stanco, suonasse l’Érard, perché il Pleyel “gli chiedeva troppo..”).

Nel 1861 i torinesi Luigi Caldera e Ludovico Montù inventarono il melopiano, ovvero un pianoforte dotato di motore con carica a manovella.[2]

All’inizio del XX secolo la Steinway & Sons di New York brevettò il pianoforte con il telaio in ghisa e divenne il maggior produttore mondiale di pianoforti di qualità del Novecento.

Un valido costruttore italiano di pianoforti è stato Cesare Augusto Tallone. Attualmente, il costruttore italiano che è assurto a rinomanza mondiale è Fazioli.

La struttura[modifica | modifica wikitesto]

Tastiera di un pianoforte

Il pianoforte è costituito da otto parti:

  • la cassa, la tavola armonica;
  • la struttura portante e il rivestimento esterno;
  • la tastiera;
  • la meccanica;
  • la cordiera;
  • i pedali.

La cassa e la tavola armonica[modifica | modifica wikitesto]

La cassa e la tavola armonica sono generalmente in legno, principalmente abete e pioppo. Il somiere, parte in cui stanno le caviglie (o piroli) per tirare o allentare le corde, è spesso in legno di faggio.

La tastiera[modifica | modifica wikitesto]

Un’ottava con le sue alterazioni

La tastiera è la parte del pianoforte dove sono posizionati i tasti. La base su cui questa regge è spesso in abete. Lo strumento dispone generalmente di 88 tasti, 52 bianchi e 36 neri, corrispondenti ad un’estensione di sette ottave e una terza minore e disposti nella classica successione che intervalla gruppi di due e tre tasti neri. Questa successione permette di suonare le 12 note della scala cromaticaabbassando, nell’ordine, 12 tasti della tastiera. In alcuni pianoforti (pochi modelli) la tastiera si estende di 4 o persino 9 tasti oltre i normali 88, andando verso i bassi.[3] [4] Il punto di riferimento centrale della tastiera è un tasto do, chiamato per questo “do centrale”.

I tasti dei pianoforti più sofisticati sono spesso in avorio[5] ed ebano, mentre per i pianoforti comuni è usata generalmente la galalite(sostanza di consistenza cornea, ottenuta dalla caseina).

La nota do, a partire dalla quale è possibile eseguire la scala di do maggiore, priva di alterazioni, è il tasto bianco situato esattamente prima di ogni successione di due tasti neri. In genere i tasti neri, in considerazione della tonalità della musica da eseguire, vengono chiamati bemolle o diesis (più generalmente: alterazioni), a seconda che si riferiscano alla nota che li segue o a quella che li precede. Nei due casi, comunque, essi producono un suono che risulta più basso o più alto di un semitono (mezzo tono) rispetto ai tasti bianchi contigui.

Tastiera a 88 tasti, con ottave numerate, evidenziati il Do centrale (celeste) e il La del diapason (giallo)

La meccanica[modifica | modifica wikitesto]

Martelletti, corde, smorzatori e piroli: la meccanica di un pianoforte verticale

La meccanica è una delle parti fondamentali del pianoforte: comprende una serie di strumenti e sistemi che permettono la produzione del suono con l’azione del martelletto sulla corda attraverso l’abbassamento del tasto.

Funzionamento della meccanica[modifica | modifica wikitesto]

Quanto segue si riferisce alla meccanica “moderna” dei pianoforti a coda.

Quando si preme un tasto del pianoforte si alza lo smorzatore per permettere alle corde percosse dal martelletto di vibrare. Il cavalletto si solleva, trascinando con sé il bastone dello scappamento. Lo scappamento mette in funzione un rullino in feltro che è fissato all’asta del martelletto che di conseguenza si solleva. L’asta superiore del cavalletto va verso l’alto fin quando la sua estremità non tocca il bottoncino di regolazione. Il martelletto continua la sua corsa colpendo le corde e separandosi dal bastone di scappamento e dallo stesso cavalletto. Anche lo spingitore si alza e rimane sospeso fino a quando il tasto non viene rilasciato.

Dopo aver percosso la corda, a tasto ancora abbassato, il martelletto ricade anche se non completamente; infatti viene fermato dal rullino dell’asta del martelletto che si adagia sull’asta superiore del cavalletto ancora sollevata. Lo scappamento torna così alla sua posizione iniziale, cioè sotto l’asta del martelletto parzialmente alzato. Allo stesso tempo il paramartelletto impedisce che il martelletto rimbalzi sulle corde percuotendole nuovamente. Nel caso in cui il tasto venga rilasciato solo in modo parziale, il martelletto si muove libero dal paramartello mentre lo spingitore resta alzato. A questo punto se si preme di nuovo il tasto (che non è stato rilasciato completamente), lo scappamento è in grado di spingere di nuovo il rullino e l’asta del martello verso l’alto.

Questo sistema è chiamato “doppio scappamento” e permette di eseguire rapidamente la ripetizione di una stessa nota, senza che il tasto (e quindi anche il martelletto) ritornino alla propria posizione iniziale. Alla pressione del tasto, viene attivato un montante, che solleva lo smorzatore della corda relativa al tasto premuto, cosicché essa può vibrare liberamente. Rilasciato il tasto, di circa il 50% della sua corsa, lo smorzatore ricade sulla corda, bloccandone la vibrazione, e tutte le parti della meccanica tornano alla loro posizione d’origine, grazie anche alla forza di gravità. È opportuno ricordare che “doppio scappamento” è solo un modo di dire, in quanto teoricamente questo meccanismo permette di ripetere lo scappamento all’infinito.

Il pianoforte verticale, invece, non dispone del doppio scappamento; inoltre, non tutte le parti della sua meccanica tornano alla loro posizione iniziale grazie alla forza di gravità, perché i pezzi sono disposti verticalmente, per cui vengono utilizzate piccole strisce di feltro che aiutano il meccanismo.

Confronto con altri cordofoni[modifica | modifica wikitesto]

In quanto strumento dotato di una tastiera e di corde, il pianoforte è simile al clavicordo e al clavicembalo, dai quali si distingue per il modo in cui si produce il suono:

  • nel clavicembalo (e tutti gli altri strumenti a penna, come la spinetta e il virginale), le corde vengono pizzicate da un plettro (o penna) posizionato su un’asticella (detta salterello) che si alza quando il tasto viene abbassato, non permettendo così ottenere variazioni di intensità;
  • nel clavicordo, le corde vengono colpite da piccole lamine di metallo (dette tangenti) che rimangono a contatto con le corde per tutta la durata dell’azionamento del tasto. La variazione del tocco modifica, per una certa misura, l’intensità di un suono già per natura piuttosto debole;
  • nel pianoforte, le corde sono colpite da martelletti che immediatamente rimbalzano, permettendo quindi alla corda di vibrare liberamente, fino al rilascio del tasto che provoca l’intervento dello smorzatore.

Violino

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Violino
Lady Blunt top.jpg

Il Lady Blunt, violino costruito da Antonio Stradivari nel 1721

Informazioni generali
Invenzione XVI secolo
Classificazione 321.322-71
Cordofoni composti, con corde parallele alla cassa armonica, ad arco
Famiglia Viole da braccio
Uso
Musica barocca
Musica galante e classica
Musica europea dell’Ottocento
Musica contemporanea
Musica folk
Estensione
Violino – estensione dello strumento
Genealogia
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viellaribeca violino elettrico
Ascolto
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Ciaccona dalla seconda partita per violino solo, in re minore, in di Johann Sebastian BachBWV 1004 (info file)

Il violino è uno strumento musicale della famiglia degli archi, dotato di quattro corde accordate ad intervalli di quinta.

Si tratta dello strumento più piccolo e dalla tessitura più acuta tra i membri della sua famiglia. La corda più bassa (e quindi la nota più bassa ottenibile) è il sol3, il sol subito sotto al do centrale del pianoforte (do4); le altre corde sono, in ordine crescente di frequenza, il re4, il la4 e il mi5. Le parti per violino utilizzano la chiave di violino (chiave di sol). Quando devono essere eseguite note e passaggi particolarmente acuti, si usa un’indicazione che avvisa di trasportare le note interessate all’ottava superiore. Fino al XVIII secolo, invece, a seconda della tessitura dello specifico brano o frammento musicale, veniva usato un grande numero di chiavi secondarie: chiave di basso all’ottava superiore[1]contralto, mezzosoprano, soprano, e chiave di violino francese[2].

Violinista è chi suona il violino; l’artigiano che lo costruisce o lo ripara è il liutaio.

Il più noto violinista di tutti i tempi fu un italiano, Niccolò Paganini, nato a Genova nel 1782 e morto a Nizza nel 1840. Anche molti tra i liutai più famosi e apprezzati del mondo sono italiani: tra questi, Antonio StradivariGiovanni Paolo MagginiGiovanni Battista Guadagnini ed inoltre le storiche dinastie degli Amati, dei Guarneri e dei Testore.

Com’è fatto[modifica | modifica wikitesto]

Le parti del violino[modifica | modifica wikitesto]

Il violino separato nelle sue varie parti

Il violino, essenzialmente, è costituito dalla cassa armonica e dal manico, innestato nella parte superiore della cassa; tutte le parti sono di legno.

La cassa armonica dello strumento, di lunghezza tradizionale di 35,6 cm (tra i 34,9 ed i 36,2 cm), di forma curva e complessa che ricorda vagamente un otto, è costituita da una tavola armonica (detta anche piano armonico), di abete rosso e da un fondo, generalmente in acero montano, uniti da fasce di legno d’acero curvato. Sia la tavola e sia il fondo possono essere formati da una tavola unica, ma più spesso sono composti da due tavole affiancate specularmente, seguendo la venatura del legno. Le fasce sono modellate a caldo con un ferro. Fondo e piano armonico sono convessi e il loro spessore varia, degradando dal centro dei due piani verso il bordo esterno; le elaborate curvature si ottengono con un raffinato lavoro di scultura (sgorbiatura e piallatura) a mano. A pochi millimetri dal bordo della tavola armonica (che sporge dalle fasce) si intaglia nella faccia esterna della stessa tavola, lungo tutto il perimetro, una scanalatura larga poco più di un millimetro, in cui si inserisce una rima detta filetto; esso è formato da tre strati di diverse essenze di legno (generalmente ebano – ciliegio – ebano).Il filetto, oltre ad avere una funzione decorativa (normale lavoro di ebanisteria che si legando insieme le venature del legno) aiuta a stabilizzare eventuali crepe “soprattutto ai margini superiore ed inferiore dello strumento, dove il legno si presenta di testa”.[3]

Nel piano sono ricavate le uniche due aperture della cassa, due fessure chiamate effe perché hanno la forma di quella lettera dell’alfabeto nella scrittura corsiva.

Sezione longitudinale della cassa. La tavola è rivolta in basso (come si vede dalle effe) e il fondo in alto. Nella parte sinistra (sopra) si nota l’anima, in quella destra (sotto) la catena incollata alla tavola.

Internamente, incollata per circa quattro settimi della lunghezza totale della tavola armonica, è situata la catena, un listello in legno di abete, lavorato e sagomato in modo che aderisca perfettamente alla curvatura interna del piano. Essa contribuisce a “distribuire” la pressione generata dalle corde tese; in più distribuisce le vibrazioni prodotte dalle corde lungo tutto il piano armonico.

Tavola armonica e fondo sono collegati tra loro, oltre che dalle fasce, anche da un listello cilindrico di abete di circa 6 mm di diametro, detto anima, posto all’interno della cassa armonica. L’anima è incastrata (non incollata) fra tavola e fondo in una precisa posizione, vicino al “piede destro” del ponticello; serve a trasmettere le vibrazioni al fondo dello strumento e, anch’essa, interviene distribuendo sul fondo la pressione impressa dalle corde. Il posizionamento corretto dell’anima è fondamentale per ottenere la migliore qualità sonora ed il giusto equilibro timbrico e di intensità fra le 4 corde.

Nella cassa armonica è innestato superiormente il manico, di acero, che termina nella cassetta dei piroli (o cavigliere), ornata superiormente da un fregio a intaglio, chiamato riccio. Sulla faccia superiore del manico è incollata la tastiera, di ebano, sulla quale le corde vengono premute con le dita.

Dettaglio con ponticello e attaccatura delle corde alla cordiera. Si noti l’asimmetria della curvatura del ponticello, più basso dalla parte della I corda

Le estremità superiori delle corde vengono avvolte attorno ai piroli o bischeri, inseriti nel cavigliere. Essi servono a tenderle e modificarne la tensione e si usano quindi per accordare lo strumento. Le corde passano su di un sostegno all’inizio del manico, chiamato capotasto; scorrono al di sopra della tastiera e si appoggiano sul ponticello, una lamina verticale mobile, in legno di acero, che trasmette la vibrazione delle corde al piano armonico; vanno infine a fissarsi alla cordiera, collegata, per mezzo di un cavo, al bottone. Il ponticello ha due funzioni: trasmette le vibrazioni sonore alla cassa armonica, dove vengono amplificate e riflesse, uscendo infine dalle effe, e mantiene le corde in una posizione arcuata, permettendo così all’archetto di toccare una corda per volta.

Il violino nella sua forma moderna è, nella sua essenza quanto mai antica ed artigianale (non contiene alcuna parte metallica, al di fuori delle corde), una “macchina di precisione” in uno stato di delicato equilibrio: le forme, i vari elementi ed anche i più minuti dettagli costruttivi, oltre alla grande cura nel montaggio, derivano da un affinamento rimasto quasi immutato da più di 500 anni. Le curvature di piano e fondo, la forma della catena e delle “effe” e lo spessore dei legni usati sono determinanti per la qualità e la personalità del suono dello strumento. Su questi parametri si può, in parte, anche intervenire a posteriori: spostare anche solo di un millimetro gli elementi “mobili”, come anima e ponticello, provoca cambiamenti evidenti: è la cosiddetta “messa a punto” dello strumento, eseguita per ottenere le caratteristiche sonore ricercate dal violinista o per ottimizzare la resa dello strumento.

Cassa e riccio vengono ricoperti da una vernice, a base di olio o di alcool, ricca di resine vegetali e vari pigmenti. I liutai sono da sempre impegnati nello studio delle antiche ricette per le vernici e nell’elaborazione di nuove, dal momento che la vernice influisce fortemente sull’aspetto estetico dello strumento e condiziona anche la resa sonora.

Le parti dell’archetto[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Archetto.

L’archetto, più spesso semplicemente detto arco, è costituito da un’asticella di legno molto elastico, modellato e curvato a fuoco, ai cui estremi (detti punta e tallone) viene agganciato, mediante un’operazione tecnicamente definita “incrinatura” o “crinatura”, un fascio di crini di coda di cavallo maschio,[4] tenuto teso da un meccanismo a vite chiamato nasetto. La bacchetta può avere sezione circolare per tutta la sua lunghezza (più frequente negli archi di grande pregio), oppure sezione ottagonale per più di metà arco smussandosi poi alla punta fino a raggiungere la sezione circolare. I crini, sfregati sulle corde, le metteno in vibrazione e producono il suono. Per ottenere l’attrito necessario a mettere in vibrazione le corde, il violinista passa sui crini la colofònia (detta comunemente “pece”) composta prevalentemente di resina di larice e altre sostanze che determinano la possibilità per il crine di “aggrapparsi” alla corda e metterla in vibrazione.

Materiali adottati[modifica | modifica wikitesto]

Come accennato sopra, il piano armonico, la catena, l’anima e altri piccoli rinforzi interni alla cassa si costruiscono con l’abete rosso (Picea abies (L.) H. Karst.), un legno leggero ma molto resistente ed elastico, adatto a trasmettere le vibrazioni, che a questo scopo è selezionato di venatura diritta e regolare (sono famosi l’abete di risonanza della Val di Fiemme e anche della foresta di Paneveggio, in Trentino, e quello della Valcanale e del Tarvisiano, in provincia di Udine, utilizzati da secoli per la costruzione di strumenti). Fondo, fasce, manico – spesso anche il ponticello – sono di legno d’acero dei Balcani (Acer pseudoplatanus L.), un legno duro e più “sordo”, il cui compito è quello di riflettere, più che di trasmettere, il suono; a volte si usano anche legni meno nobili, come il pioppo, il faggio o il salice. Le parti della montatura – come piroli, capotasto, cordiera, reggicordiera, bottone e mentoniera – sono realizzate con legno duro da ebanisteria, soprattutto ebanopalissandro o bosso; capotasto e reggicordiera a volte sono d’osso; la tastiera è quasi sempre di ebano; la cordiera a volte è di metallo, plastica o carbonio. Alcuni strumenti antichi erano rifiniti con avorio o riccamente intarsiati, ma anche oggi alcune parti possono essere rifinite con intarsi d’osso o madreperla. La stagionatura dei legni è fondamentale per la qualità del suono e la stabilità dello strumento e i legni più stagionati sono molto ricercati e quotati.

Particolare di arco barocco in legno serpente

Punte di archi moderni, il primo di legno ferro, gli altri in pernambuco

Le corde un tempo erano fatte utilizzando budello animale, soprattutto di pecora, lavato, trattato e arrotolato a formare un filo: questo genere di corde, con pochi adattamenti tecnologici, venne usato fino alla metà del XX secolo[5]. Tali corde sono ancora usate abitualmente nelle “esecuzioni filologiche“, nelle quali l’uso di strumenti e tecniche esecutive propri dell’epoca della composizione costituisce uno degli elementi guida dell’interpretazione musicale. Tuttavia, queste corde hanno una tendenza accentuata a perdere l’accordatura in conseguenza delle condizioni esterne (temperatura e umidità) e del riscaldamento prodotto dalla mano dell’esecutore, a deteriorarsi e a rompersi con maggior facilità rispetto alle corde moderne.

Le moderne corde del La, Re e Sol sono dotate di un’anima di fibra sintetica (nylonrayon, o anche carbonio), oppure di budello, circondata da un avvolgimento di seta, e sempre rivestite esternamente con una sottile fascia di metallo (acciaio, alluminio, argento e persino oro) per conferire una maggiore massa all’insieme, così da permettere di produrre le note più gravi mantenendo la corda abbastanza sottile. La corda del Mi (la più acuta, detta cantino) è quasi sempre costituita da un unico sottile filo di acciaio armonico. Le corde con anima sintetica sono quelle oggi più frequentemente utilizzate, dal momento che permettono di ottenere un suono intenso e brillante con maggiore durata e stabilità nell’accordatura. Per contro, degradano più rapidamente rispetto a quelle con anima di budello. Il suono delle corde con anima di budello è più potente, caldo e morbido, ma il prezzo di vendita è più alto. La scelta viene generalmente fatta in base alle caratteristiche dello strumento, all’uso che se ne fa, al repertorio che si intende eseguire e alle preferenze individuali dello strumentista.

Il legno utilizzato per la bacchetta dell’archetto è generalmente di origine tropicale (si usa soprattutto il legno chiamato comunemente pernambuco o verzinoCaesalpinia echinata Lam.), ma oggi si sta affermando sempre di più la fibra di carbonio come materiale di buon rendimento e di prezzo contenuto per la fascia di qualità media. Nel passato si usavano anche altri tipi di legno, come il legno ferro (pau-ferro brasiliano, Caesalpinia ferrea C.Mart.) o il legno serpente (Brosimum guianense (Aubl.) Huber ex Ducke; sinonimo: Piratinera guianensis Aubl.; in francese: “amourette”), tipici degli archi del periodo barocco.[6]

Dimensioni[modifica | modifica wikitesto]

Un violino 1/16 accanto a un 4/4

Un violino di dimensioni tradizionali è denominato intero o 4/4, ed è destinato a strumentisti che hanno raggiunto il fisico da adulto; la sua lunghezza complessiva è generalmente di 59 cm, mentre lo standard per la lunghezza della cassa armonica è di 35,6 cm; questa dimensione è una regolamentazione delle esperienze dei costruttori del periodo della liuteria classica, presso i quali può variare dai 34 cm (il cosiddetto “violino 7/8”) ai 38 cm[7]. I violini di Antonio Stradivari hanno la cassa armonica lunga più di 36,2 cm nel periodo “sperimentale” (1691-1698), mentre si assestano tra i 35 ed i 35,8 nella maturità[8].

I bambini che suonano il violino utilizzano strumenti di dimensioni ridotte, i quali, pur avendo le varie parti proporzionalmente più piccole, sono funzionalmente identici ai violini di dimensioni normali. Questi strumenti sono realizzati nei tagli di tre quarti (corrispondente a una lunghezza della cassa da 32 a 34 cm), mezzo (da 30 a 32 cm), e così via fino al sedicesimo.

Occasionalmente, un adulto di piccola corporatura può usare un violino 7/8, anziché uno di dimensioni standard; questi strumenti, talvolta chiamati “violini da donna”, hanno una cassa armonica lunga 34–35 cm.

Orologio

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Orologio (disambigua).

L’orologio è uno strumento di indicazione dell’ora e, in senso più generale, di misurazione del trascorrere del tempo. È costituito essenzialmente da un motore, da un sistema di trasmissione e di controllo dell’energia nonché da un vero e proprio indicatore del tempo, il quadrante.

Dagli orologi a pendolo ai modelli a energia solare, in molte epoche l’orologio ha travalicato il significato per il quale è stato ideato – quello di registrare appunto il passare del tempo – divenendo uno status symbol, decodificatore degli usi e costumi di popoli differenti e di differenti generazioni.

Storia dell’orologio[modifica | modifica wikitesto]

L’orologio della Conciergerie di Parigi, del 1370 col quadrante del 1585

L’esigenza di misurare il trascorrere del tempo era sentita fin dall’antichità. Il più semplice strumento realizzabile è stato la meridiana, costituita al minimo da un palo infisso nel terreno, il cui uso è documentato in Cina a partire dal III millennio a.C. Il complesso di Stonehengeè ritenuto un dispositivo astronomico per la determinazione del momento degli equinozi. Fino a che la misurazione del tempo avveniva con le meridiane, la suddivisione del tempo prevalente era quella in cui l’ora era la dodicesima parte del ciclo diurno, dall’alba al tramonto. Era perciò più lunga d’estate e più corta d’inverno. Lo svantaggio principale della meridiana è quello di non funzionare di notte o nelle giornate nuvolose. Per questo motivo furono sviluppati orologi alternativi, basati sul progredire regolare di eventi. La clessidra ad acqua per esempio è un semplice dispositivo basato sulla regolare fuoriuscita di acqua da un contenitore forato. L’uso di clessidre ad acqua da parte degli Egiziè documentato nel XV secolo a.C.. In Grecia furono usate per scandire la durata di gare, giochi, turni di guardia e anche per controllare la durata delle deposizioni in tribunale. Nel III secolo a.C. in Grecia la clessidra ad acqua si perfezionò in modelli più moderni nei quali l’acqua fluiva tra due contenitori collegati. Furono anche creati orologi ad acqua dotati di un sistema meccanico di indicazione dell’ora.

Nel corso del Medioevo furono inventati i primi orologi meccanici: nel giro di un mezzo secolo, all’inizio del Trecento, molti campanili cittadini vennero dotati di orologio. Si possono ricordare quelli di: ParigiMilanoFirenzeForlì, etc.

Nel XVIII secolo John Harrison costruì i primi orologi a molle abbastanza precisi ed affidabili ma, soprattutto, in grado di funzionare a bordo di una nave. Questo permetteva il loro utilizzo per calcolare la longitudine[1] risolvendo uno dei più seri problemi per la navigazione di quel tempo.

L’orologeria artistica[modifica | modifica wikitesto]

L’orologio astronomico di Praga, costruito a partire dal 1410

L’orologio astronomico del 1493della Torre dei Mori di Venezia

L’orologio, in quanto oggetto d’uso comune, ha assunto spesso un’importante valenza artistica e simbolica. Fin dagli inizi dell’orologeria le casse erano più o meno riccamente decorate, e a volte lo era anche l’interno, per esaltare il fascino della meccanica di precisione. Gli orologi da tavolo potevano essere contenuti in materiali preziosi, oroargentobronzo, cofanetti laccati e intarsiati, mentre le pendole erano racchiuse in raffinati mobili in legno decorato, con una vetrata che metteva in evidenza il moto del pendolo. Anche gli orologi da torre non erano da meno. Un esempio formidabile è il famoso orologio di piazza San Marco a Venezia, costruito a partire dal 1493 per opera di Giancarlo Ranieri.

Al rintocco delle ore, due statue meccaniche (chiamati Mori per il colore scuro dovuto al materiale) si inchinano alla Madonna e colpiscono le campane con un martello. Oltre all’ora indica anche informazioni astronomiche quali posizione dei pianetifasi lunari posizione del sole nello zodiaco. Pregevole è anche l’edificio che lo contiene e il raffinato quadrante, di 4,5 metri di diametro. Il meccanismo attuale deriva da restauri compiuti nel secolo XVIII.

Altro importante orologio, famoso per essere l’orologio astronomico più grande del mondo, è quello custodito nel campanile del Duomo di Messina, in Sicilia, alto 48 metri alla torre e 60 metri alla cuspide. Costruito negli anni trenta del 1900 dalla ditta Ungerer di Strasburgo per volere dell’arcivescovo di Messina mons. Angelo Paino, presenta numerosi automi meccanici che ricordano i momenti più importanti della storia civile e religiosa della città e che ogni giorno, a mezzogiorno, si animano. L’orologio possiede inoltre un grande globo che indica le fasi lunari, un calendario perpetuo ed un calendario astronomico che riproduce fedelmente le posizioni dei pianeti in relazione alle varie costellazioni.

In Germania sono famose per l’orologeria AugustaNorimberga e la Sassonia. In questi luoghi furono fabbricati meccanismi incredibili, con piccole scene rappresentate da automimeccanici. Uno dei maestri tedeschi più noti è Johannes Beitelrock, prima metà del XVIII secolo.

In Francia nello stesso periodo abbiamo Jean-André Lepaute e Abraham-Louis Breguet.

In Italia abbiamo tra gli altri il trentino Bartolomeo Antonio Bertolla, di cui è conservato il laboratorio al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano.

Importante fino al 1700 è anche l’orologeria inglese. Diversi nomi di famiglie di orologiai sono rimasti nei marchi di famose case di orologeria attuali.

Attualmente all’orologeria è immediatamente associata la Svizzera, sede di molte grandi marche e principale esportatore di orologi di qualità. Questa nazione ha saputo infatti investire nella produzione di orologi artigianali pregiati, ma ha anche creato un mercato alternativo con la Swatch.

Galleria d’immagini[modifica | modifica wikitesto]

Il quadrante analogico[modifica | modifica wikitesto]

Orologio analogico da parete

Un orologio schematizzato

Orologio con la sola lancetta delle ore, 1643[2]

Nei sistemi di visualizzazione arcaici, l’elemento funzionale era anche visualizzatore della grandezza misurata. Per esempio l’accorciamento della lunghezza di una candela è indice diretto del tempo trascorso. L’informazione visualizzata è ottenuta per analogia con l’informazione prodotta dal fenomeno fisico, da cui il termine analogico.

Nelle meridiane si inizia ad avere il concetto di quadrante, ovvero un pannello attrezzato per evidenziare la lettura dell’ora.

Con l’avvento degli orologi meccanici, già a partire dalle clessidre ad acqua con galleggiante ed indicatore fino all’orologio a pendolo, diviene naturale l’impiego del quadrante a lancette. Nella versione più nota, due o più indicatori, in genere di forma affusolata/allungata, ruotano sopra una scala in cui sono incise le indicazioni di ora, minuti e secondi. Gli assi delle lancette sono in genere coassiali, ma non sempre. Nei cronografi da polso esistono spesso quadranti minori all’interno del quadrante principale.

Esistono o sono esistiti sistemi a lancette diversi da quello abituale. Nei primi orologi era impiegata una singola lancetta e le frazioni di ora potevano essere dedotte dalla posizione dell’indicatore tra due tacche di ore consecutive. In altri orologi vengono utilizzate lancette la cui estremità non ruota circolarmente ma si sposta avanti ed indietro lungo un arco. Da segnalare inoltre l’Orologio regolatore che ha come caratteristica di segnare ore, minuti e secondi su singoli quadranti indipendenti.

Alcuni modelli di orologi adatti per persone non vedenti hanno il coperchio del quadrante apribile in modo che la lettura dell’ora possa essere effettuata al tatto.

Il quadrante digitale[modifica | modifica wikitesto]

Orologio a display digitale in un elettrodomestico

Moderno orologio da polso Casiocon display LCD. La suoneria è generata da un microprocessore

Sono di tipo digitale tutte quelle modalità di visualizzazione dell’ora che avvengono per valori discreti. Mentre le lancette avanzano impercettibilmente senza soluzione di continuità, un orologio digitale mostra un orario preciso e ad un certo momento passa di scatto al valore successivo. Questo metodo è perfettamente adatto agli orologi in cui la generazione del segnale temporale è già digitale, come per esempio negli orologi al quarzo.

Un diverso metodo di visualizzazione digitale: l’orologio di Berlino segna le 10:31

In questa categoria rientra una varietà molto eterogenea di tecniche, in genere è mostrato direttamente l’orario sotto forma di cifre, ma esistono alternative anche molto fantasiose (un esempio è dato dall’orologio di Berlino). Inoltre in alcuni casi l’orario non è visualizzano direttamente all’utente, ma viene trasmesso in forma digitale ad un microprocessore. È il caso degli orologi integrati nei computer, nei videoregistratori ed altri apparecchi elettronici di consumo.

Campana

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Campana
Campana dei Caduti.jpg

Campana dei Caduti Di Rovereto.

Informazioni generali
Origine Oriente
Classificazione 111.212
Idiofoni a percussione diretta
Uso
Musica dell’antichità
Musica contemporanea

Campana della Chapelle Saint-Antoine a Chastel-sur-Murat, Cantal, Francia

La campana è uno strumento musicale, appartenente alla classe degli idiofoni, famiglia degli idiofoni a percussione a battente; nelle campane da chiesa il suono è prodotto generalmente dalla percussione di un pendolo di ferro dolce detto battacchio sulle pareti interne della campana stessa.

Per quanto riguarda lo strumento occidentale è solitamente in bronzo, ed è utilizzato nel mondo cristiano per scandire il tempo dai campanili delle chiese e come richiamo per funzioni, ricorrenze e eventi riguardanti la comunità; viene suonato dai campanari.

Il nome[modifica | modifica wikitesto]

Campana della chiesa di Sasso Pisano

Il nome italiano “campana” deriverebbe dal latino vasa campana, espressione che indicava dei catini emisferici (crateri) in bronzo e poi in terracotta prodotti nella zona di Napoli (che appunto era in “Campania“). Per la similitudine di forma anche la campana che suona fu chiamata come il vaso.

In latino la campana era chiamata tintinnabulum, con riferimento al suo suono.

L’insieme delle materie inerenti allo studio delle campane (storia, tecniche, musicologia, significati) è racchiusa nel neologismo campanologia.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Bottega per la fusione di campane, fine XVII secolo – inizi XVIII secolo. Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, Milano.

Il modello organologico “campana” è diffuso in moltissime culture, a partire dalla preistoria. Tuttavia sembra che le più antiche campane, così come oggi le intendiamo nel mondo occidentale, risalgano alla Cina di alcuni millenni prima di Cristo. Secondo una leggenda, la campana con batacchio interno sarebbe un’invenzione italiana: sarebbe stata introdotta da san Paolino vescovo di Nola nel V secolo, anche se non vi è nessun documento che attesti la paternità dell’invenzione al Santo. In ogni caso, solo nell’VIIIIX secolo le chiese e le pievi incominciano ad essere dotate di campane e sorgono i primi campanili, diffusi sempre più dopo il Mille. Col tempo si va affinando anche l’arte dei fonditori e le differenze di suono fra un paese e l’altro: nascono così segnali associati alle campane e codificati dalla popolazione che durano ancora oggi.Ancora oggi esiste un campanile con 4 campane del ‘600 suonate tutt’oggi a corda da Ciano Formentin.

« È una bella cosa ascoltare il suono delle campane, che cantano la gloria del Signore da parte di tutte le creature. Ciascuno di noi porta in sé una campana, molto sensibile. Questa campana si chiama cuore. Questo cuore suona e mi auguro che il vostro cuore suoni sempre delle belle melodie »
(San Giovanni Paolo II Discorso pronunciato nella Parrocchia di Nostra Signora del Rosario in Roma)

Le dimensioni, il suono e la nota[modifica | modifica wikitesto]

Il suono di una campana è strettamente legato ad un complesso equilibrio di spessori che determinano il profilo della campana. Gli spessori formano, assieme alla nota fondamentale e ai suoni parziali, il suono della campana. La nota, invece, è determinata dal volume del vaso sonoro: più grande è la campana più grave sarà la nota; più piccola è la campana e più acuta sarà la nota. Esistono diverse tipologie di campane a seconda dello spessore, della nota e della forma. Il profilo, che prende il nome di “sagoma”, può essere diverso (ad esempio) a seconda delle esigenze del luogo nel quale la nuova campana sarà collocata e delle varie epoche storiche. Esistono “sagome leggere” e “sagome pesanti” usate dai diversi fonditori.

Il maggiore peso, e quindi il maggior spessore, permette una maggiore e prolungata vibrazione dello strumento oltre che un maggiore sostegno dei toni parziali, soprattutto quelli di ottava inferiore e di terza maggiore, che devono essere presenti in ogni campana. In genere la campana in proporzione più pesante risulta avere un suono in generale più caldo e più gradevole, mentre una campana “leggera” è talvolta stridente e spiacevole all’orecchio.

Una buona campana può arrivare ad emettere fino a 50 toni parziali, ma i più importanti e soprattutto i più riconoscibili sono (rispetto alla nota fondamentale): parziale di “Prima”, di “Terza” (che può essere maggiore o minore), “Quinta” (che può essere diminuita), “Ottava Superiore” e “Ottava Inferiore”.

Funzioni e segnali[modifica | modifica wikitesto]

Ecco elencati i principali segnali (che possono variar di zona a zona) legati alla vita religiosa e civile:

Campane di edifici religiosi (seguono l’anno liturgico)
  • Annuncio di una S.Messa: a seconda delle regioni e delle zone: 15, 30, 45 o 60 minuti prima della celebrazione
  • Angelus Domini (“Ave Maria”): suono quotidiano ripetuto al mattino, mezzogiorno e sera.
  • Tutti i venerdì alle ore 15: Agonia di Gesù
  • Matrimoni, sacramenti, funerali, feste patronali, processioni, solennità, tridui, novene, rogazioni, S.Quarantore e tutte le vigilie di questi eventi.
  • Morte ed elezione del Pontefice
  • Suono per l’annuncio della morte di un parrocchiano, suoni funebri vari
  • Rintocchi ore, ribattuta, mezzore, quarti (ciascun modo di segnare le ore varia da paese a paese)
  • Vari: catechismo, benedizione delle case, mese mariano (maggio), viatico ai moribondi.
Campane di edifici civici
  • Convocazione consiglio comunale
  • Lutti particolari
  • Anniversari locali o nazionali (4 novembre25 aprile1º maggio2 giugno e altri)
  • Rintocchi ore, ribattuta, mezzore, quarti (ciascun modo di segnare le ore varia da paese a paese)
  • Scuola
  • Matrimoni
  • Vari
  • In alcuni comuni lombardi veniva suonato il “campanone” per l’arrivo dell’esattore delle tasse (fino agli anni ’80 del XX secolo)

Anticamente le campane segnalavano anche:

  • le incursioni dei pirati
  • gli incendi
  • il coprifuoco
  • le pestilenze

I concerti campanari italiani e i diversi usi e tradizioni regionali[modifica | modifica wikitesto]

Per poter parlare di “concerto” di campane si parte da un numero di due o tre elementi. Attualmente è possibile la presente classificazione:

  • Sono solitamente dotati di una o due campane gli oratori, le cappelle, i conventi, i monasteri.
  • Sono solitamente dotate di 3 o più campane la maggior parte delle chiese italiane.

Per ogni regione d’Italia vi sono diverse regole, usi e tradizioni nel suono delle campane. Per una trattazione e un panorama sui vari tipi di suono regionale è consigliabile visitare i siti internet delle varie associazione campanarie italiane.

Fonderie di campane[modifica | modifica wikitesto]

Campane esposte al museo annesso alla Fonderia Marinelli

Nel corso della storia, soprattutto in Occidente, sono sorte diverse fabbriche di campane, specialmente in Italia e Germania.

Centri italiani legati alla fusione delle campane sono, Marinelli,Capanni,Grassmayr,Paccard,Ecat,Allanconi.

Proprio in quest’ultima località sopravvive una delle fonderie più antiche: la Fonderia Pontificia Marinelli, le cui origini risalgono al Medioevo.

Il campanile del duomo di Atri: le campane sono state fuse dalla fonderia Marinelli

Le prime campane fuse dalla fonderia Marinelli risalgono al 1339, per opera del direttore Nicodemo Marinelli, detto “Campanarus”. Nel 1924il Papa Pio XI conferì alla famiglia Marinelli l’onore di avvalersi dello Stemma Pontificio.

Lavorazione[modifica | modifica wikitesto]