Un uccello rapace

Aquila

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Aquila

GoldenEagle-Nova.jpg

Aquila chrysaetos

Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Superclasse Tetrapoda
Classe Aves
Sottoclasse Neornithes
Ordine Accipitriformes
Famiglia Accipitridae
Sottofamiglia Buteoninae
Genere Aquila
Brisson, 1760
Specie
Vedi testo

Le aquile (Aquila Brisson, 1760) sono un genere di uccelli rapaci della famiglia Accipitridae.[1]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Tutte le aquile sono caratterizzate da particolare robustezza e prestanza fisica: becco potente ed uncinato, testa grande, ali ampie, corpi generalmente ricoperti di piume sino al piede che presenta artigli robusti, ricurvi e affilati. Le aquile dispiegano un volo potente, spesso veleggiato e maestoso; piombano dall’alto rapidissime sulle prede per poi afferrarle a volo radente.

Come tutti i rapaci, le aquile, dopo aver immobilizzato la vittima, iniziano a divorarla ancora viva e, spesso, la inghiottono intera per poi rigettarne ossa, penne e piume che non riescono a digerire.

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Il cibo di questi rapaci è vario, ma sempre di origine animale. L’aquila reale preda marmotte, lepri, fagianidi, corvidi, tartarughe, piccioni, conigli, giovani cerbiatti. L’Aquila codacuneata, preda anche grossi pitoni, koala, opossum, canguri, wallaby, uccelli del paradiso e piccoli marsupiali.

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Il genere Aquila comprende le seguenti specie:[1]

Leggende, miti e simboli[modifica | modifica wikitesto]

L’aquila, grazie alle sue caratteristiche di grosso rapace, dalla vista acutissima, dal volo maestoso, dalla capacità di volare ad altezze irraggiungibili e piombare con velocità impressionante sulle prede, ha destato in tutti i popoli antichi il mito dell’invincibilità, paragonato ora al sole, ora al messaggero degli dei o allo stesso Dio. Se il leone è ritenuto il re degli animali terrestri, l’aquila è la regina dei volatili. Nell’antica arte sumerica si trovano reperti archeologici, che mostrano un animale con corpo d’aquila e testa di leone: emblema di sovranità sulla terra e sull’aria.[2] Simbolo celeste e solare, l’aquila indica pure acutezza mentale e d’ingegno, tanto che ancor oggi, parlando di una persona d’intelligenza mediocre, se non scarsa, si ricorre alla litote: «Quella persona non è certo un’aquila». A “canonizzare” questa metafora ci pensa Dante Alighieri, allorché nella sua Divina Commedia parla di Omero, che ai tempi del sommo poeta era considerato una delle più grandi menti mai esistite:

« Quel signor dell’altissimo canto, / che sovra gli altri com’aquila vola »
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, IV, 95-96)

D’altra parte anche l’antico proverbio latino

Aquila non capit muscas (L’aquila non cattura mosche)

che sta ad indicare come i grandi non si curino delle piccole cose, attribuisce automaticamente all’aquila il simbolo di grandezza.

Altra caratteristica dell’aquila, secondo antiche credenze, è quella di poter fissare con lo sguardo il sole senza che i suoi occhi ne patiscano. Conferma questa credenza anche Dante Alighieri, affermando nel I canto del Paradiso (vv. 46-48):

«…/ quando Beatrice, in sul sinistro fianco / vidi rivolta e riguardar nel sole:/ aquila sì non li s’affisse unquanco.»

L’aquila nelle tradizioni precristiane e precolombiane[modifica | modifica wikitesto]

Nello sciamanesimo asiatico l’aquila era il simbolo di un dio e presso il popolo degli Jakuti Siberiani il suo nome è il medesimo del Dio Creatore e gli sciamani, intermediari fra il popolo e la divinità, erano detti “figli dell’aquila”. È l’aquila infatti, secondo tale credenza, che trasporta l’anima dello sciamano durante la sua fase d’iniziazione.[3]

Secondo la mitologia greca, Zeus si trasformò in aquila per rapire Ganimede.[4]

Nella mitologia dei pellerossa l’aquila è la rappresentazione tangibile di Wakan Tanka, il Grande Uccello del Tuono, che elargisce i raggi solari ed è la manifestazione del Grande Spirito, la divinità suprema. Il diadema che ornava la testa dei grandi capi indiani era fatto di penne d’aquila, simbolo solare, e penne d’aquila, artigli e addirittura teste di questo regale uccello costituivano un corredo di amuleti indispensabile ad ogni guerriero.[5] Nella “Danza del Sole” i partecipanti indossavano piume di aquila ed un fischietto di osso dello stesso uccello.[6]

Nella mitologia azteca il dio-sole Tonatiuh era rappresentato da un’aquila, confermando anche qui la valenza solare che il mito assegna a questo uccello.

L’aquila fu anche considerata uccello aruspice, messaggero che portava i presagi dagli dei agli uomini. Nell’Iliade Priamo, prima di recarsi presso il nemico Achille per ottenerne il corpo del figlio Ettore, ucciso dall’eroe greco, offre a Zeus una libagione chiedendogli che gl’invii «…l’uccello che ti è caro fra tutti e che ha la forza suprema […] e il prudente Zeus ascolta la sua preghiera e subito lancia l’aquila, il più sicuro degli uccelli, il cacciatore fosco che è chiamato il nero.»[7]

L’aquila era, secondo la mitologia greco-romana, la portatrice dei fulmini di Giove e veniva anche raffigurata con i fulmini tra gli artigli.[8] E così, leggermente modificata, compare nell’emblema degli Stati Uniti d’America.[9]

Portatrice di fulmini ma anche protettrice da essi: secondo Plinio il Vecchio i greci antichi a questo fine inchiodavano aquile sulle porte delle loro case.[10]

Essa è nemica mortale del serpente, che attacca e uccide. Così viene mostrata su antiche monete greche e galliche, mentre in Siria la leggenda vuole che Etana, pastore divenuto re, abbia salvato l’aquila dalle spire del serpente cui l’uccello aveva divorato i figli. L’aquila, per ricompensarlo, lo avrebbe portato sulle sue ali fino in cielo.[2]

L’aquila nella mitologia norrena[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la mitologia norrena, l’aquila è l’eccelso tra gli uccelli, poiché sa volare molto in alto e può fissare il sole: è dunque emblema della percezione diretta della luce divina e della suprema sublimazione.
È altresì animale rapace, nemico dei serpenti, che strisciano sul terreno, e ciò ne accentua la simbologia di antagonista della materialità. Un’aquila con un falco tra gli occhi – immagine che simboleggia una straordinaria percezione visiva – è appollaiata sui rami dell’albero cosmico Yggdrasill e scambia continuamente cattive parole con il serpente Níðhöggr, che con altri ne rode le radici. La connessione dell’aquila con l’albero cosmico appare confermata non solo da un verso che recita «sui rami dei frassini si posano le aquile», bensì anche là dove si parla di un’aquila che si trova sopra la Valhalla, dimora di Odino, nello stesso luogo in cui cresce l’albero Læraðr, da identificare con l’albero cosmico.
L’aquila è dunque un uccello sacro, iniziatico e dotato di grande sapienza, e sul suo becco sono incise le rune. È estremamente sapiente perché è l’uccello delle origini, il primo che vola sul mondo ogni volta che un nuovo ciclo ha inizio. Dall’alto dello spazio e dall’alto del tempo, essa ha chiara percezione del mondo.
L’aquila è altresì uccello di Odino: sotto forma d’aquila egli compie il furto dell’idromele, che rende poeta chi lo beve; a tale mito alludono verosimilmente i suoi appellativi Arnhöfði, «testa d’aquila», e Örn, «aquila».
Come un sacrificio al dio dev’essere presumibilmente intesa anche la pratica crudele di mettere a morte i nemici incidendo la cosiddetta «aquila di sangue» (rista blóðörn): ciò consisteva nello staccare le costole dalla spina dorsale, aprirle come ali d’aquila ed estrarre i polmoni della vittima.
Alla definizione dell’aquila quale uccello di Odino non è estranea la qualità rapace dell’uccello, che si nutre di cadaveri: la metafora «rallegrare le aquile», «dare cibo all’aquila» vale «uccidere molti nemici».
La trasformazione magica in aquila non è tuttavia prerogativa esclusiva del dio: così, infatti, è detto dello jarl Fránmarr che vuole proteggere due donne dall’assalto di un esercito; così soprattutto è detto di taluni giganti quali Þjazi, il rapitore di Idunn, Suttungr, derubato da Odino del sacro idromele, o Hraesvelgr, che col battito delle sue ali possenti genera il vento sulla terra.[11]

L’aquila nell’iconologia e nel simbolismo cristiano[modifica | modifica wikitesto]

Nell’antico testamento il Libro di Ezechiele inizia con la descrizione di una visione del profeta-autore:

« Al centro apparve la figura di quattro esseri animati che avevano sembianze umane ed avevano ciascuno quattro facce e quattro ali. […] Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila. »
(Ezechiele, 1, 5-10)

Si tratta del Tetramorfo, figura ripresa da San Giovanni evangelista nell’Apocalisse:

« Il primo vivente era simile ad un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’un uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. »
(Apocalisse di San Giovanni, 4, 7)

L’aquila, simbolo cristologico[modifica | modifica wikitesto]

La sua funzione di psicopompa si è evoluta, dalla leggenda siriana di Etana, nota sicuramente alle prime comunità cristiane, in immagine di Cristo salvatore, che porta le anime in cielo. Così già il Deuteronomio, nel Cantico di Mosé, assimila la figura di Dio all’aquila:

«Come un’aquila incita la sua nidiata e aleggia sopra i suoi piccoli, così Egli spiega le ali, lo prende e lo porta sulle sue penne.»[12]

ove quell’Egli è il Signore.

Scrive Filippo di Thaon, monaco e poeta normanno del XII secolo:

« L’aquila significa / il figlio di Santa Maria, / che è un re di tutti gli uomini / senza alcun dubbio, / sta in alto e vede lontano, / sa bene che cosa deve fare »
(Filippo di Thaon, Bestiario[13])

seguendo quanto ancor più esplicitamente aveva detto Sant’Ambrogio in proposito, nel suo commento ad un passo dei Proverbi:[14]

«L’aquila si comprende come quella del Cristo che, col suo volo, è sceso in terra. Questo genere di animale non riceve cibo prima che la castità di sua madre sia dimostrata quando con gli occhi aperti, senza battere le ciglia, può contemplare il sole. È dunque a giusto titolo che questo animale è paragonato al Salvatore perché, quando vuole catturare qualche essere, non calpesta il suolo, ma elegge un luogo elevato: così il Cristo, sospeso all’alta croce, in un fracasso terribile ed in un volo tonante prende d’assalto gl’inferi e porta via verso i cieli i santi che ha afferrato.»[15]

L’aquila rigeneratrice[modifica | modifica wikitesto]

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