Prigione

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Il carcere di Alcatraz, definitivamente chiuso nel 1963.

La prigione (detta anche galera, carcere, penitenziario, istituto di pena, colloquialmente gattabuia) è un luogo dove vengono reclusi individui privati della libertà personale in quanto riconosciuti colpevoli di reati per i quali sia prevista una pena detentiva.

Nei moderni ordinamenti l’irrogazione della pena del carcere avviene dopo un processo; alcune categorie di soggetti possono essere rinchiusi nel luogo di detenzione anche per motivi e cause diverse, ove ciò sia previsto dalla legge.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Età antica[modifica | modifica wikitesto]

Giuridicamente, il problema penitenziario è tipico di una società organizzata giuridicamente, ovvero secondo diritto, con la fissazione di sanzioni penali per i trasgressori delle leggi, isolandoli in appositi luoghi detti appunto carceri che, secondo alcuni, deriverebbe dal latino coercere (cioè costringere), secondo altri dall’aramaico carcar che significa tumulare[1](riferendosi alla prassi di trattenere i prigionieri in cisterne sotterranee allo scopo di una più facile vigilanza). Le prigioni nacquero, verosimilmente, col sorgere della civile convivenza umana e svolsero, inizialmente, la funzione di allontanare dalla vita attiva e separare dalla comunità quei soggetti che il potere dominante considerava minacciosi per sé e/o nocivi alla comunità stessa. Ne troviamo ad esempio menzione nella Bibbia in (Gn 39,7), quando Giuseppe, figlio di Giacobbe, arrestato dai fratelli fu calato in una cisterna in attesa di essere venduto come schiavo. Le prime notizie abbastanza precise risalgono dunque a fatti contenuti nella Bibbia, e nella Antica Grecia, e nella civiltà romana. Presso i greci e i romani le prigioni erano composte da ambienti in cui i prigionieri erano protetti da un semplice vestibolo, nel quale, in taluni casi, avevano la libertà di incontrare parenti ed amici, anche al fine di far versare un risarcimento alla vittima, che poteva portare ad una cancellazione o mitigazione della pena. Il carcere, comunque, non veniva mai preso in considerazione come misura punitiva, in quanto esso serviva in linea di principio ad continendos homines, non ad puniendos.

Nel diritto romano, il carcere era considerato come un mezzo di detenzione preventiva in attesa della pena capitale o corporale, non era quindi previsto l’ergastolo (tra le prigioni romane più celebri si ricordi il carcere Mamertino che era riservato a coloro che si macchiavano di reati contro lo Stato, ne furono relegati tra l’altro Pietro apostolo e Paolo di Tarso prima del martirio). Dell’antica Grecia funzionava il “sofronistero” dove erano rinchiusi i minorenni traviati, e il “pritaneo” dove fu rinchiuso Socrate, 30 giorni prima di ingoiare la cicuta[2].

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

I regni romano-barbarici introdussero la faida che autorizzava direttamente la vittima a rivalersi in qualsiasi misura sull’aggressore, anche nel senso che un guerriero forte e combattivo aveva sempre ragione. Nel sistema feudale alla vendetta privata si sostituì la composizione pubblica, giudice essendo il feudatario con dominio sul territorio. A poco a poco al feudatario si sostituì il potere comunale prima e poi del re. La carcerazione riapparve quindi prima di tutto come luogo di segregazione degli oppositori del monarca. Il senso era che, salvo che in casi eclatanti, in cui era ritenuta opportuna una punizione esemplare, il re non voleva giustificare in un processo una carcerazione che tutti sapevano esser dettata solo da motivi politici. In epoca moderna in Francia ed in Inghilterra si fece gran uso dei prigionieri come lavoratori forzati nelle colonie, in un primo momento venduti come schiavi per un periodo (da 10 a 17 anni) ai coloni, poi, quando questi sostituirono gli schiavi neri (meno costosi e più abbondanti) ai detenuti, come schiavi di stato per l’esecuzione di opere pubbliche in luoghi impervi. Cessato il principio della schiavitù e ridottosi molto l’uso della pena di morte, i detenuti furono ammassati in isole prima in lontane zone coloniali, poi in isole della madrepatria (famosissime Cayenna (F), Alcatraz (USA) e, in Italia, Asinara, Pianosa, Ventotene, ecc.) sino a quando nuove concezioni umanitarie e l’ostilità del personale di guardia verso tali sistemazioni non indussero a legare le prigioni al territorio.

Il principio secondo il quale la pena deve essere espiata nelle carceri andrebbe fatto risalire all’ordinamento di diritto canonico, che prevedeva il ricorso all’afflizione del corpo per i chierici e per i laici che avessero peccato e commesso reati sulla base del principio che la Chiesa non ammetteva le cosiddette pene di sangue, se non nei casi ritenuti più gravi, cioè eresia e stregoneria (cioè alleanza col demonio).

Età moderna[modifica | modifica wikitesto]

Più tardi con l’istituzione dell’inquisizione ecclesiastica fu introdotto il carcere a vita come strumento di espiazione morale della pena (a Roma fu costruito nel 1647 il Palazzo delle Prigioni tuttora visibile)[3], ferma restando la possibilità della pena di morte per i reati ritenuti più gravi. Non mancarono, tuttavia, dei fecondi esempi di apostolato: Vincenzo de’ Paoli (1581-1660) il quale fondò l’ordine delle Figlie della Carità, benemerite dell’assistenza, oppure Giuseppe Cafasso (1811-1860) che, per aver speso tutta la sua vita in favore dei detenuti, è stato assunto a patrono dei carcerati.

Il movimento illuminista seguendo il filone rivoluzionario e grazie a esponenti come Immanuel Kant (1724-1804), Cesare Beccaria (1738-1794) e Gaetano Filangieri (1753-1788) elaborò un nuovo sistema carcerario basato su principi morali, il libero arbitrio, l’integrità fisica e morale, l’istruzione e il lavoro. La pena, intesa come castigo e dolore, è volta a contrastare non più l’uomo ma il delitto come entità avulsa dal proprio autore. A causa degli austriaci, fu edificato a Milano nel 1764 un carcere di tipo cellulare che si basava sull’isolamento dei detenuti.

Con l’avvento della scuola positiva che si proponeva, non solo lo studio del delitto in sé, ma anche e principalmente dell’uomo delinquente, furono pubblicati i dati sperimentali di eminenti antropologi quali Cesare Lombroso (1835-1909), Enrico Ferri (1856-1929) ed Enrico Pessina (1828-1916).

Età contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Dagli anni ’80 del XX secolo in poi anche l’Italia ha progressivamente abbandonato la prigione (e la multa) come unica sanzione per la violazione delle leggi penali. Sono state introdotte un po’ alla volta una serie di pene alternative alla prigione come la detenzione domiciliare, affidamento in prova al servizio sociale, lavoro volontario di pubblica utilità, ecc… Sin da allora provvedeva a depenalizzare una serie di fattispecie di reati minori, trasformandoli in illeciti amministrativi puniti solo con un’ammenda, anche se d’altro lato provvedeva all’opposto sia ad inasprimenti di pene per alcuni reati di particolare allarme sociale (mafia, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, stupro, evasione, ecc.) sia ad istituire nuovi reati (stalking, scambio elettorale politico-mafioso, nuove ipotesi di evasione fiscale, ecc.). Inoltre, è stata limitando la possibilità di fruire dei benefici delle pene alternative ad alcuni reati (associazione di tipo mafioso, stupro di gruppo o di minore, estorsione, recidivi, ecc.) ed è stata creata una normativa di particolare rigore per detenuti che facciano parte del crimine organizzato, come ad esempio il regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario italiano.

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