Fantasia

Immaginazione

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Per immaginazione s’intende la capacità di rappresentarsi cose non presenti in atto alla sensazione[1].

Immaginazione e conoscenza[modifica | modifica wikitesto]

Nel rapporto tra immaginazione e conoscenza nella storia del pensiero si sono alternati momenti in cui si considerava la prima come positivamente accrescitrice e fomentatrice di conoscenza e periodi in cui si vedeva nell’immaginazione un elemento di turbativa e offuscamento della pura conoscenza razionale tale da essere considerata alla fine inutile o dannosa per il processo conoscitivo.

Il termine immaginazione nella storia della filosofia è coinciso ad un certo punto con quello di fantasia[2] e solo nell’ultimo periodo della storia del pensiero le due parole sinonime vengono usate in modo differenziato.

Platone[modifica | modifica wikitesto]

Platone pensava che la sede dell’immaginazione fosse il fegato[3] che con la sua superficie lucida rispecchiava le immagini sensibili ricevute dall’esterno[4]. Nella cosiddetta teoria della linea Platone distingue i quattro gradi della conoscenza dove l’immaginazione (in greco antico: εἰκασία) (eikasìa) non ha il significato di fantasia ma quello di saper cogliere le immagini percepite come verità inferiori a quelle sensibili ma tuttavia sono nell’ambito della conoscenza:

(EL)« […] ὥσπερ τοίνυν γραμμὴν δίχα τετμημένην λαβὼν ἄνισα τμήματα, πάλιν τέμνε ἑκάτερον τὸ τμῆμα ἀνὰ τὸν αὐτὸν λόγον, τό τε τοῦ ὁρωμένου γένους καὶ τὸ τοῦ νοουμένου, καί σοι ἔσται σαφηνείᾳ καὶ ἀσαφείᾳ πρὸς ἄλληλά ἐν μὲν τῷ ὁρωμένῳ τὸ μὲν ἕτερον τμῆμα εἰκόντες – λέγω δὲ τὰς εἰκόνας πρῶτον μὲν τὰς σκιάς, ἔπειτα τά ἐν τοῖς ὕδασι φαντάσματα καί ἐν τοῖς ὅσα πυκνά τε καὶ λεῖα καὶ φανὰ συνέστηκεν, καὶ πᾶν τὸ τοιοῦτον, […]. Τὸ τοίνυν ἕτερον τίθει ᾧ τοῦτο ἔοικεν, τά τε περὶ ἡμᾶς ζῷα καὶ πᾶν τὸ φυτευτὸν καὶ τὸ σκευαστὸν ὅλον γένος.[5] » (IT)« Considera per esempio una linea divisa in due segmenti disuguali, poi continua a dividerla allo stesso modo distinguendo il segmento del genere visibile da quello del genere intelligibile. In base alla relativa chiarezza e oscurità degli oggetti farai un primo taglio, corrispondente alle immagini: considero tali in primo luogo le ombre, poi i riflessi nell’acqua e nei corpi opachi lisci e brillanti, e tutti i fenomeni simili a questi. […] Considera poi l’altro segmento, di cui il primo è l’immagine: esso corrisponde agli esseri viventi, alle piante, a tutto ciò che esiste. »

Secondo Platone infatti la riflessione delle immagini poteva originarsi sia dalle apparenze sensibili delle cose esterne sia per opera degli dei attraverso la divinazione dove prendevano forma le immagini trasmesse, riflesse dalla divinità.

Aristotele[modifica | modifica wikitesto]

Per Platone dunque l’immaginazione può essere sia “terrena” che “celeste” mentre per Aristotele, coerentemente al suo carattere filosofico “scientifico”, l’immaginazione è sempre collegata all’immagine sensibile garantendo così il suo sussidio conoscitivo. L’immaginazione quindi è «un movimento prodotto dalla sensazione in atto»[6].

L’immaginazione cioè, è parte del processo conoscitivo poiché essa contribuisce a formare concretamente l’immagine collegata all’oggetto percepito in base

  • ai suoi dati sensibili propri, per es. il sapore al gusto, il colore alla vista ecc.
  • ai suoi dati sensibili comuni, per es. la massa, il movimento, la figura
  • ai suoi dati sensibili accidentali, che intervengono occasionalmente, ad es. un sapore disgustoso[7].

Nel momento della sensazione in atto tuttavia l’immagine scompare perché viene sovrastata dalla forza e dalla intensità della percezione sensibile: al contrario quando i dati sensibili sono assenti prevalgono le immagini sotto forma di visioni: questo ad esempio accade nei sogni[8].

La concezione aristotelica dell’immagine, generata dall’immaginazione, come costantemente collegata all’attività sensibile si prolunga per tutta la storia della filosofia antica che non esclude anche la tesi platonica, come accade con Plotino.

Plotino[modifica | modifica wikitesto]

Secondo Plotino il processo di formazione delle immagini, così come lo descrive Aristotele, sbocca nell’intelletto che si avvale della immaginazione per elaborare i concetti. L’immaginazione infatti fa parte di quel variegato complesso delle cose sensibili che tende all’Uno: culmine neoplatonico di tutto il reale.

Allora l’immaginazione non è semplicemente una facoltà umana ma un aspetto particolare dell’Essere come il nous, l’intelletto, e la psiche, l’anima.

Quando dall’Uno promana, si forma, la varietà degli enti sensibili questo avviene per gradi, secondo procedimento di mediazioni il cui ultimo scalino è quello dell’anima e in questa il definitivo gradino dell’immaginazione che esalta e dà forma alla materia.[9]

La dottrina neoplatonica su questo aspetto prosegue nel pensiero antico con Sinesio di Cirene e nel Medioevo con Ugo di San Vittore che ripropone, nella sua opera De unione corporis et spiritus, la teoria di Sinesio.

È nell’Umanesimo e nel Rinascimento che la dottrina neoplatonica sull’immaginazione viene ampiamente sviluppata da Marsilio Ficino e Giordano Bruno.

Giordano Bruno[modifica | modifica wikitesto]

In Bruno la teoria dell’immaginazione si collega alla mnemonica: un sapere universale dove tutte le particolari nozioni fanno capo a idee, tòpoi, cioè a delle immagini che rimandano ad altre idee che l’immaginazione ha il potere di cogliere nella loro somiglianza e affinità.

Se in Aristotele l’immaginazione svolgeva una mediazione conoscitiva tra i sensi e l’intelletto, e in Platone era una facoltà che metteva in rapporto il mondo delle idee con quello delle cose sensibili, in Bruno la capacità di formare immagini svolge il ruolo di una mediazione universale per la quale «tutto forma ed è formato da tutto… e noi possiamo essere portati a trovare, indagare, giudicare, argomentare, ricordarci di ogni cosa attraverso ogni altra.»[10]

Empirismo[modifica | modifica wikitesto]

Per il pensiero inglese del Seicento, attento alla realtà empirica, l’immaginazione, priva di ogni riferimento metafisico, come era in Bruno, è confermata come la capacità di stabilire collegamenti anche tra le cose più lontane ma, afferma Francesco Bacone, essa mette in opera «matrimoni e divorzi illegali» tra le cose[11].

Da questo momento, per tutto il XVII secolo l’immaginazione, mescolata con le teorie estetiche barocche del wit (arguzia, ingegno), viene relegata nel campo esclusivo della poesia tranciando ogni rapporto con le potenzialità conoscitive razionali con le quali prima veniva connessa.

« Tutti infatti sanno che quante teste, tanti pareri; che ognuno stima d’aver giudizio anche più del necessario; che ci son tante differenze fra le idee quante fra i gusti: detti, questi, che mostrano a sufficienza come gli umani giudichino delle cose secondo la disposizione del loro cervello, e come le immaginino più che comprenderle. Se infatti gli umani le comprendessero mediante l’intelletto, le cose nella loro realtà – come testimonia la Matematica – potrebbero magari non attrarre tutti, ma almeno convincere tutti alla stessa maniera.[12] »

Immaginazione e arte[modifica | modifica wikitesto]

La connessione che si opera tra immaginazione ed arte nell’età moderna era del tutto esclusa nel mondo antico dove al più si parlava di fantasia, in particolare nell’età ellenistica, come la capacità del retore e del poeta di abbellire formalmente con immagini il discors

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