Mese: marzo 2017

Evviva l’Italia

GIUSEPPE MAMMARELLA

L’Italia di oggi

Storia e cronaca di un ventennio 1992-2012

Con l’insediamento del governo Monti è giunto al termine un ventennio nella storia d’Italia: aperto e chiuso da una crisi di sistema e dallo smottamento dei partiti. Il libro mette l’accento su quello che sembra essere un declino inarrestabile, conseguenza non solo della crisi internazionale ma anche del fallimento di due progetti politici. Il primo, identificabile con il centro-sinistra, mirava a fare dell’Italia un «paese normale», il secondo, incarnato da Silvio Berlusconi, prometteva una «rivoluzione liberale». Una deriva da cui si potrà uscire solo con una classe politica nuova e un nuovo modello di sviluppo.

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I problemi di una nazione

VISIONI

L’altra nascita di una nazione

Cinema . In concorso al Sundance il controverso «The Birth of a Nation» di Nate Parker sulla figura di Nat Turner, lo schiavo predicatore che nel 1831 condusse alla rivolta dove vennero uccisi 60 bianchi

Nate Parker

Era uno dei titoli più anticipati del festival. Il pubblico – già elettrizzato prima dell’inizio e progressivamente più elettrico durante la proiezione – ha salutato con una standing ovation la fine del film e gli autori/protagonisti – una quarantina di persone – saliti tutti insieme sul palco. Entro un’ora, era partita l’asta dei compratori dalla quale, il mattino dopo, usciva vittoriosa la Fox Searchlight, con l’offerta altissima di 17.5 milioni di dollari. E, dato che oggi non è mai troppo presto, troppo tardi, o semplicemente troppo superfluo parlare di Oscar, «i pronostici» gli hanno già assegnato almeno un paio di statuette.

È, The Birth of a Nation, la nascita di una nazione, non come raccontata da D.W. Griffith, nel 1915, in quello che rimane tutt’ora in uno dei capolavori più indigeribili della storia del cinema, ma vista da un trentasettenne afroamericano, che non ha mai diretto un film e che qui firma sceneggiatura, regia e produzione, oltre ad essere il protagonista. Con questo esordio, Nate Parker (nato a Norfolk, in Virginia – lo avete visto in Santi senza paradiso, La vita segreta delle api e Red Tails) non sfida solo le fondamenta dell’industria cinematografica Usa («siamo costruiti su sabbia», ha detto dopo il film), ma una storia che il cinema ha raramente esplorato, quella di Nat Turner, lo schiavo /predicatore religioso che, nel 1831, condusse una rivolta durante la quale vennero uccisi una sessantina di bianchi e, in risposta all’insurrezione, almeno duecento schiavi.

Prima di Parker, solo il grandissimo regista afroamericano Charles Burnett aveva dedicato un intero film a Turner, Nat Turner. Troublesome Property, un affascinante, intricato, mix di documentario e ricostruzione drammatica che esplorava, nel contesto della storia e della cultura black, la problematica eredità dello «schiavo mistico», del suo rapporto con la religione e della sua rivolta.

Rispetto alla riflessione di Burnett, The Birth of Nation è un biopic relativamente tradizionale, quasi grezzo, che, poco a poco, sconfina nel pulp -più Braveheart (Mel Gibson è anche ringraziato nei credit, insieme a Spike Lee, con cui Parker ha lavorato in Red Hook Summer) che 12 anni schiavo. Insolitamente kolossal per un titolo in concorso al Sundance, il film di Parker inizia con Nat bambino – la sua futura grandezza anticipata in una cerimonia ancestrale in mezzo ai boschi – che gioca con il figlio dei padroni della piantagione dove è nato e da cui prende il nome, senza sapere che tra loro esiste una differenza. L’anomalia del suo percorso diventa marcata dopo che la signora Turner (Penelope Ann Miller), scoperto che sa leggere, lo invita nella grande casa coloniale e gli permette di studiare.

Solo la Bibbia, ovvio. Il resto dei libri sono riservati ai bianchi. Nat cresce raccogliendo cotone come gli altri schiavi della famiglia Turner, ma la sua educazione, e il fervore religioso, determinano un destino diverso. Problemi finanziari, fanno sì che il suo ex compagno di giochi (Arme Hammer), diventato «il» padrone, affitti Nat ad altre piantagioni dove i suoi sermoni, vengono usati per pacificare gli schiavi, sottoposti ad angherie molto peggiori di quelle riservate a lui. E, dall’accettazione incondizionata di quelle angherie, in nome del volere di Dio, Nat passa gradualmente a diventare il tramite divino di una rivoluzione che lui stesso inizia.

Il film – girato senza i vezzi artistici di Steve McQueen o la propensione sadico/barocca di Mel Gibson – cresce in quel progredire e decolla veramente solo con lo scoppio di violenza (la prima testa di un bianco che viene sfracellata salutata in sala da qualche applauso e «yeah» abbastanza raggelanti).

Pur interpretandolo in modo intelligente e sottile, non ci sono dubbi, o inibizioni, nella prospettiva eroica secondo cui Nate Parker dipinge in suo protagonista, anche nei momenti più brutali. E la forza delle sue convinzioni, della sua ambizione, diventa sostanzialmente la forza di questo lavoro, determinato a scuotere ulteriormente un dibattito culturale già in corso. Per realizzarlo, Nate Parker ci ha messo sette anni. «È stato difficile. Un film sulla schiavitù è duro da fare. È un soggetto che storicamente abbiamo ripulito, che nessuno vuole trattare. Mi dicevano che all’estero non sarebbe interessato a nessuno», ha detto l’attore/regista al pubblico del Sundance.

E ancora: «Volevo provare che tutti abbiamo la responsabilità di iniziare un cambiamento. Nat Turner lo ha fatto usando gli strumenti che aveva a sua disposizione. Solo perché esistono sistemi corrotti non vuol dire che non si possa sovvertirli. Al cinema, gli schiavisti sono sempre ritratti come degli aguzzini, dei sociopatici, da cui è facile prendere le distanze. In realtà erano gli agenti di un sistema economico sociale ben preciso, sancito dalla costituzione. Gente che spesso credeva di fare del bene. Guardare lo schiavismo secondo quell’ottica rende più facile capire i modi in cui la sua eredità ci impatta ancora oggi».

Qual è il miglior cane da guardia?

di VALERIA ROSSI – Me lo chiedono in molti: qual è il miglior cane da guardia? Qual è il miglior cane da difesa? Qual è il miglior cane da compagnia?
La risposta è sempre difficile, perché bisognerebbe conoscere ogni volta le famiglia, la “location” in cui il cane andrà a vivere, l’esperienza e le aspettative dei futuri proprietari e così via.
Premesso, quindi, che non posso certo dare una risposta “mirata” per tutti, proverò a fornire qualche informazione generale, sperando che possa essere ugualmente utile a chi si sta ponendo questi quesiti: e inizio proprio con i cani da guardia, perché è proprio su questi che mi si chiedono più spesso consigli.
Ovviamente queste informazioni vanno intese come “punti di vista di Valeria Rossi” e non certo come verità assolute: qualcuno sicuramente la penserà in modo drasticamente diverso dal mio.
Però… io la vedo così:

Ca de bou
Ca de bou

a) i “veri” cani da guardia, ovvero quelli selezionati esclusivamente a questo scopo, non sono poi moltissimi: quasi sempre il cane capace di fare la guardia alla casa e alla famiglia è un cane che inizialmente aveva il compito di custodire le greggi o il bestiame, oppure era stato selezionato per altri compiti di utilità come la caccia o la difesa personale.
Tra le razze riconosciute FCI i veri e propri “cani da guardia” (esclusivamente o prioritariamente tali) sono cane corso e mastino napoletano, dogue de bordeaux, fila brasileiro, mastiff e bullmastiff, tibetan mastiff, schnauzer medio e alcune razze praticamente sconosciute in Italia, come il broholmer, il ca de bou (perro dogo maillorquin), il cane dell’atlas, il rafeiro do alentejo.

Pastore del Caucaso
Pastore del Caucaso

Nonostante questo, i più efficaci cani da guardia sono considerati in realtà i cosiddetti cani da guardianìa, nati per proteggere greggi o mandrie dall’attacco dei predatori (lupi, orsi…) e ovviamente dai ladri a due zampe: tra questi brillano i pastori russi (pastore del Caucaso, dell’Asia centrale e della Russia meridionale), il nostro maremmano-abruzzese, il Ciobanesc Romanesc de Bucovina ed alcuni altri, quasi tutti “cagnoni” di grande mole e grande temperamento.

Ciobanesc
Ciobanesc romanesc de bucovina

Questo significa anche che non si tratta di cani adatti ai neofiti; e li sconsiglierei anche a chi non ha mai avuto cani simili, perché se le precedenti esperienze cinofile hanno visto protagonisti cani da difesa, o pastori da conduzione, ci si potrebbe trovare in seria difficoltà con queste razze totalmente diverse da quelle a cui siamo abituati.
Tra i cani da caccia quello con maggiori attitudini alla guardia è sicuramente il dogo argentino, anch’esso non proprio facile per chi non è avvezzo alle razze “toste”.
Ovviamente, come sempre accade, informandosi ed appoggiandosi a persone esperte chiunque può imparare a gestire nel modo migliore qualsiasi cane: però occorrono molto tempo e molto impegno. Se non ne abbiamo a disposizione, meglio rivolgersi a razze meno complicate.

Boerboer
Boerboer

Oltre ai cani sopracitati ci sono poi tutte quelli non riconosciuti dall’FCI (dogo sardo, boerboel, american bulldog, bandog…) ricercati da molti italiani che ci tengono ad avere il cane “particolare”: ma bisogna fare molta attenzione, perché trattandosi di cani senza documenti ufficiali, o con soli documenti stranieri, è facilissimo vedersi rifilare dei clamorosi meticcioni spacciati per razze rare.
Una nota sui terrier di tipo bull, in particolare sul pit bull e sull’amstaff: questi non sono cani da guardia (e neppure da difesa) perché sono stati selezionati per avere la minima aggressività possibile nei confronti dell’uomo. Il fatto che molti cerchino “il pit bull da guardia” significa che in Italia non si è ancora capito un accidenti su queste razze;
b) poiché siamo nel 2014 e non nell’800, il concetto di “cane da guardia” deve essere adattato ai tempi moderni.
Non è proprio più concepibile l’idea di lasciare il cane in giardino pensando che basti a dissuadere eventuali malintenzionati: con i mezzi che ha oggi a disposizione la criminalità, eliminare un cane è diventato un giochetto da ragazzi.
Il cane da guardia,  a mio avviso, ha senso solo se sta dentro casa, cosicché possa abbaiare avvisando i proprietari che qualcuno sta tentando di entrare, ma senza essere facile preda di spray, polpette, consegni elettronici e tutto quanto può essere utilizzato agevolmente in giardino, ma non altrettanto attraverso una porta.

Pastore maremmano-abruzzese
Pastore maremmano-abruzzese

Problema collaterale: i grandi guardiani hanno bisogno di ampi spazi e solitamente non amano vivere in appartamento (anzi, spesso si stressano). Quindi una cosa esclude l’altra: o si sceglie un cane da guardianìa o si tiene il cane dentro casa. Personalmente, per i motivi appena esposti, preferisco il cane in casa e quindi, se dovessi prendermi un guardiano, mi orienterei verso i cani da difesa (dobermann, riesenschnauzer, rottweiler) o verso uno dei pastori da conduzione con buona predisposizione alla guardia (pastore tedesco, beauceron, briard e molti altri).
Tra i cani da difesa ho escluso il boxer perché ritengo che possa essere un validissimo avvisatore… ma come “guardia armata” spesso lascia a desiderare a causa del suo eccessivo amore verso tutti gli umani. Il boxer è un eccellente difensore della persona, ma non altrettanto del territorio (o meglio: alcuni soggetti lo sono, ma è impossibile prevederlo quando si prende un cucciolo);

Mastino napoletano
Mastino napoletano

c) i cani da guardianìa e molti grandi molossi non si limitano ad avvisare, ma sanno passare anche alle vie di fatto (e che vie di fatto!): ma siamo davvero sicuri di volere un cane capace di sbranare l’eventuale intruso?
A parte il fatto che l’intruso potrebbe essere soltanto un ragazzino in vena di bravate, ricordiamo che la legge italiana purtroppo tutela quasi più il delinquente della vittima: e anche se il nostro cane ferisse seriamente (o  addirittura ammazzasse), un vero ladro, lui o la sua famiglia ci farebbero sicuramente causa e a passare i peggiori guai saremmo quasi sicuramente noi.
Purtroppo ci sono già stati fin troppi casi in cui la vittima ha finito per diventare colpevole agli occhi della legge: quindi, prima di volere davvero un cane killer, bisognerebbe pensarci almeno cento volte.
Non si può pretendere che un cane distingua l’intruso “buono” (amico in visita, bambino che scavalca il cancello per riprendersi il pallone e così via) dall’intruso “cattivo”: questa selezione dobbiamo farla noi.

Rottweiler
Rottweiler

Il cane ha il compito di avvisare che “qualcuno” è entrato o sta tentando di entrare nella nostra proprietà: se poi lo si debba fermare (e magari mordere) oppure lasciarlo entrare, deve deciderlo l’umano.
Un cane da guardia che abbia ancora un senso nella società moderna dovrebbe essere, a mio avviso, un buon avvisatore, che però attende sempre l’ordine del proprietario prima di assumere eventuali atteggiamenti aggressivi.
E in assenza del proprietario?
Se il cane sta dentro casa (d’altro canto… temete che vi portino via le rose e le sedie da giardino, oppure che entrino a fregarvi i gioielli?) e fa BAU con un bel vocione tonante, nove volte su dieci l’effetto deterrente sarà sufficiente a far fare dietro front ai ladruncoli da strapazzo: quanto ai professionisti, purtroppo non c’è cane al mondo che possa fermarli.
Non li fermano neppure i sistemi d’allarme più sofisticati, figuriamoci se si lasciano bloccare da un cane.

pastore_tedesco
Pastore tedesco

Per fortuna i professionisti non prendono di mira le case della gente “normale”, ma solo quelle dei benestanti, anzi dei benissimo stanti… che di solito hanno sistemi di difesa adeguati al loro status: e di questi sistemi possono anche far parte uno o più cani (solitamente “più”), ma non certo da soli.
Le case delle persone normali vengono invece prese di mira proprio dai ladruncoli, che ormai sanno tutti come mettere fuori combattimento un cane in giardino… ma non sono altrettanto preparati a neutralizzarne uno che li aspetta dietro a una porta chiusa;
d) molte persone in procinto di scegliere un cane da guardia si chiedono se non sarà pericoloso per i bambini, o per altri animali già presenti in casa (soprattutto gatti). La risposta è: assolutamente NO, purché il cane venga inserito nei dovuti modi, “presentandogli” a dovere gli altri membri della famiglia (a due o quattro zampe che siano) e purché il cane viva davvero in famiglia e non ai margini della stessa. Per questi cani tutti i membri del suo branco sono sacri e vanno difesi a costo della vita. Certo, se il cane lo releghiamo in giardino o in un recinto, e non ha mai modo di interagire con nessuno… allora le cose cambiano e possono succedere gli incidenti. La cosa peggiora drasticamente se  il cane, oltre a vivere isolato dal suo branco, non viene neppure socializzato.
Purtroppo anche qualche allevatore suggerisce di non socializzare i cuccioli (anche se fortunatamente consiglia di farli interagire con i bambini di casa: almeno quello…): ma questo significa disconoscere la pura e semplice essenza del cane e le sue esigenze etologiche, che sono quelle di un animale sociale. Il cane da guardia non socializzato è una macchina da guerra pericolosissima che forse poteva essere accettabile cent’anni fa, ma non è neppure più concepibile in una realtà come quella attuale;

Rafeiro do alentejo
Rafeiro do alentejo

e) visto tutto ciò che sappiamo oggi sul cane, che non può più essere considerato un “oggetto utile” ma che dev’essere rispettato come l’animale senziente, intelligente e sensibile che è… il cane preso “solo” per la guardia non dovrebbe neppure più esistere.
Il cane dev’essere un membro della famiglia a tutti gli effetti, che all’occorrenza può anche saper difendere noi e le nostre proprietà: ma la sua vita, la sua sicurezza e il rispetto per le sue esigenze devono venire al di sopra di qualsiasi considerazione utilitaristica.
Per questo, a chi ha “solo” l’esigenza di sentirsi al sicuro, consiglio un buon sistema di allarme (che  costa decisamente meno di un cane di grossa taglia, se non altro perché l’allarme non mangia e non va mai dal veterinario).
Un cane… è un’altra cosa!

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l’affisso “di Ferranietta”) e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E’ autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva “I fedeli amici dell’uomo” ed è stata conduttrice del programma TV “Ti presento il cane”, che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al “richiamo della foresta” (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

Parlamento della Repubblica Italiana

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Parlamento della Repubblica Italiana
Emblem of Italy.svg
Giuramento Mattarella Montecitorio.jpg

Il Parlamento in seduta comune per il giuramento del presidente Sergio Mattarella.

Stato Italia Italia
Tipo Bicamerale perfetto
Camere
Istituito 1946
Predecessore Assemblea Costituente della Repubblica Italiana
Operativo dal 1948
Presidente del Senato della Repubblica Pietro Grasso (PD)
Presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini (Indip.)
Ultima elezione 2013
Numero di membri 950
Durata mandato 5 anni
Impiegati 2.392
Sede Roma
Sito web

Il Parlamento della Repubblica Italiana è l’organo costituzionale che, all’interno del sistema politico italiano, è titolare della funzione legislativa o potere legislativo e del controllo politico sul governo. È un parlamento bicamerale composto da due camere: la Camera dei deputati (camera bassa) e il Senato della Repubblica (camera alta), ciascuna con gli stessi doveri e poteri assegnatigli dalla Costituzione. Tuttavia, poiché il presidente del Senato può ricoprire il ruolo di presidente supplente quando il presidente della Repubblica deve essere sostituito, il Senato è tradizionalmente considerato la camera alta.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del parlamentarismo italiano.
Data Costituzione Camera Alta Camera Bassa
18481861[1] Statuto Albertino Senato Subalpino Camera dei deputati
18611939 Senato del Regno[2] Camera dei deputati
19391943 Camera dei fasci e delle corporazioni
19431945 Periodo costituzionale transitorio
19451946 Consulta Nazionale
19461948 Assemblea Costituente
1948 Costituzione della Repubblica Italiana Senato della Repubblica Camera dei deputati

Lo status parlamentare[modifica | modifica wikitesto]

Il Palazzo Montecitorio ospita la Camera dei deputati della Repubblica Italiana, uno dei due rami del parlamento.

La Costituzione descrive lo status parlamentare negli artt. 66, 67, 68 e 69.

L’art. 67 (cosiddetto divieto di mandato imperativo) dispone che «ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», ossia riceve un mandato generale da parte del corpo elettorale, il quale non è suscettibile di iniziative di revoca né da parte dell’ambito territoriale (collegio) che l’ha eletto, né da parte del partito di affiliazione; mandato generale il cui rispetto non può essere sindacato in termini giuridici (così come invece avviene per il mandato previsto dal Codice civile), ma solo (eventualmente) in termini politici, nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione (quindi, principalmente, con le consultazioni elettorali).

Nell’art. 68 trovano espressione, invece, gli istituti dell’insindacabilità e dell’inviolabilità, laddove si prescrive, rispettivamente, che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni» e che «senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento a intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza».

Sia l’insindacabilità sia l’inviolabilità non rappresentano prerogative del singolo parlamentare, ma sistemi di tutela della libera esplicazione delle funzioni del Parlamento, contro indebite ingerenze da parte della magistratura (ma costituiscono anche il portato del talora minaccioso passato in cui la magistratura non costituiva un autonomo potere, ma era sottoposta al governo).

Per ciò che, in particolare, concerne l’insindacabilità, essa consiste nell’irresponsabilità penale, civile, amministrativa e disciplinare per le opinioni espresse dai membri delle Camere nell’esercizio delle loro funzioni. Particolarmente controversa è l’interpretazione concernente questa disposizione: quando un’opinione è espressa nell’esercizio delle funzioni parlamentari? Il contenzioso costituzionale al riguardo ha dato modo alla Corte costituzionale di precisare la distinzione tra attività politica e attività istituzionale del parlamentare e, anche con riguardo a quest’ultima, tra attività insindacabile e attività sindacabile in quanto lesiva di altri principi o diritti costituzionali (e in particolare dell’onore come espressione della pari dignità umana).

L’inviolabilità, invece, rappresenta il residuo derivante dalla riforma operata con legge costituzionale n. 3 del 1993, che ha cancellato il precedente istituto dell’autorizzazione a procedere nel caso di condanna con sentenza definitiva.

Infine, a norma dell’art. 69, «i membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge»: ribaltando l’opposto principio enunciato dallo Statuto albertino, si afferma la necessità (e irrinunciabilità) dell’indennità, da intendersi strettamente collegata con l’art. 3 (principio di eguaglianza) e con il sopra richiamato art. 67 (divieto di mandato imperativo).

Il Parlamento in seduta comune[modifica | modifica wikitesto]

Nei casi previsti dalla Costituzione italiana, il Parlamento si riunisce in seduta comunec. Come avverte l’articolo 55 gomma 2 della carta fondamentale, l’ipotesi sancita da questo articolo è tassativa e non suscettibile di modifica o di applicazione per via anallergica.

Questo organico si riunisce presso gli uffici della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, ed è presieduto dal presidente della Camera con il proprio ufficio di presidenza (s:Costituzione della Repubblica Italiana#funArt. 63 art. 63 Cost.). Del resto, quando si trattò di scrivere l’articolo 55 della Costituzione, nonostante la prima idea di una terza Camera giuridicamente indistinta dalle altre due (idea in seguito scartata), i costituenti diedero il potere al solo presidente della Camera di presiedere il Parlamento in seduta comune per stabilire equilibrio con il presidente del Senato, che sostituisce il presidente della Repubblica nel caso questi non possa adempiere alle sue funzioni.

In dottrina ci sono dibattiti circa la possibilità che le Camere in seduta comune possano darsi autonome norme regolamentari. La maggior parte della dottrina è di opinione favorevole, supportata anche dal regolamento del Senato (art. 65) che esplicitamente prevede tale ipotesi.[3]

Il Parlamento in seduta comune si riunisce:

  1. con la partecipazione dei rappresentanti delle regioni, per l’elezione del presidente della Repubblica. È richiesta la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini, la maggioranza assoluta nei successivi (art. 83 Cost.);
  2. per assistere al giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione del presidente della Repubblica (art. 91 Cost.);
  3. per l’elezione di otto membri del Consiglio superiore della magistratura (art. 104 Cost.) Il quorum richiesto è la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea nei primi due scrutini, la maggioranza dei tre quinti dei soli votanti nei successivi;[4]
  4. per la messa in stato di accusa del presidente della Repubblica, a maggioranza assoluta (art. 90 Cost.);
  5. per l’elezione di un terzo dei membri della Corte costituzionale (art. 135 Cost.). Il quorum è la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini, la maggioranza dei tre quinti nei successivi[5];
  6. per la compilazione di un elenco di 45 cittadini fra i quali estrarne a sorte sedici, che integreranno la Corte costituzionale nei giudizi d’accusa contro il presidente della Repubblica (il quorum richiesto è il medesimo di quello previsto per l’elezione dei giudici costituzionali) (art. 135 Cost.).ahahahah bello

Bicameralismo perfetto[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema parlamentare italiano si caratterizza per il bicameralismo perfetto: nessuna camera può vantare una competenza che non sia anche dell’altra camera.

Dai lavori preparatori dell’Assemblea costituente[6] si evince che una delle possibili spiegazioni del bicameralismo era quella secondo cui il Senato avrebbe potuto svolgere la funzione di “camera di raffreddamento” presente in altri ordinamenti[7].

Numero di parlamentari

>Il lavoro dipendente

Lavoro subordinato

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il lavoro subordinato, informalmente detto anche lavoro dipendente, indica un rapporto di lavoro nel quale il lavoratore cede il proprio lavoro (tempo ed energie) ad un datore di lavoro in modo continuativo, in cambio di una retribuzione monetaria, di garanzie di continuità e di una parziale copertura previdenziale.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

In un primo momento, alla fine del XIX secolo, non avendo veri e propri riferimenti legislativi ma trovandosi di fronte a un contesto storico-sociale che richiedeva un intervento, i legislatori e la dottrina utilizzarono lo schema tradizionale della locazione.

In Italia, secondo il codice del commercio, il lavoro subordinato veniva visto come un “prestare le proprie energie lavorative per un determinato lasso di tempo” (locatio operarum), mentre la normale obbligazione di risultato veniva inserita nel contesto della locatio operis. Fondamentale la precisazione squisitamente teorico-dottrinale operata da Francesco Carnelutti. L’insigne giurista osserva che non sarebbe corretto parlare di locazione di energie umane perché soggette a consumo e deterioramento, incompatibili con l’obbligo di restituzione alla scadenza. Pertanto, egli indica come vero oggetto della locazione: il corpo del lavoratore distinguendolo dalla persona del lavoratore.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Normalmente il lavoro subordinato è regolato/disciplinato da un contratto di lavoro col datore di lavoro, che stabilisce mansioni, orario di lavoro, luoghi e remunerazione della prestazione. Il lavoratore dipendente può esercitare la sua attività di lavoro subordinato sia nel campo del lavoro privato (impresa) sia nel campo del lavoro pubblico (pubblica amministrazione, quali enti pubblici o enti parastatali).

Esso è attualmente la forma lavorativa più diffusa nel mondo economico e la rispettiva figura di lavoro è posta al centro del diritto del lavoro. A questa modalità lavorativa si affiancano le forme di lavoro autonomo, quella del lavoro parasubordinato e tante altre più specifiche.

Al concetto di lavoratore subordinato si contrappone quella di conduttore dell’attività di impresa (imprenditore, amministratore delegato) o di datore di lavoro[1].

Disciplina normativa italiana[modifica | modifica wikitesto]

Non esiste nessuna definizione formale di lavoro dipendente nell’ordinamento italiano. L’articolo 2094 del codice civile italiano, rubricato come “Prestatore di lavoro subordinato”, si limita ad enunciare la definizione di prestatore di lavoro:

« È prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore. »

Il dibattito sulla definizione[modifica | modifica wikitesto]

La nozione giuridica di lavoro subordinato più recente deriva dal presupposto dell'”assoggettamento” del prestatore di lavoro nei confronti del datore di lavoro, assoggettamento identificabile nella possibilità da parte del datore di lavoro di poter determinare modalità e tempi di esecuzione dell’oggetto dell’obbligazione sorta dal contratto stipulato dalle parti.

Inoltre, per l’identificazione di una fattispecie di lavoratore subordinato, la giurisprudenza ha individuato alcuni criteri indiziari (mentre quello fondamentale rimane solo l’assoggettamento): la continuità della prestazione, che presuppone la natura dell’oggetto come attività e non risultato; il luogo di lavoro; l’obbligo di un determinato orario di lavoro più o meno flessibile, ma comunque determinato; una retribuzione anch’essa fissa e determinata, con l’assenza di rischio per il lavoratore.

Per Scognamiglio[senza fonte], il vincolo della subordinazione si ha quando il prestatore mette a disposizione del datore le sue energie psicofisiche al fine della realizzazione di un bene o servizio nell’interesse del datore. Si avrebbe pertanto un fenomeno di alienazione delle energie psicofisiche del lavoratore al datore. La natura sociale di tale vincolo sarebbe da rintracciare nel fatto che il prestatore subordinato, anche a livelli dirigenziali, può svolgere il proprio lavoro solo tramite i mezzi e le strutture di cui dispone il datore. Fa eccezione il rapporto di lavoro a domicilio, per il quale il vincolo di subordinazione assume una definizione “tecnica”, ossia quella che definisce il vincolo di subordinazione come l’assoggettamento del prestatore di lavoro nei confronti delle direttive del datore di carattere organizzativo, sulle modalità di esecuzione della prestazione, i requisiti, le caratteristiche e le finalità del rapporto di lavoro.

Statistiche[modifica | modifica wikitesto]

Secondo l’ISTAT[2] negli anni tra il 1993 e il 2011, gli occupati in Italia oscillavano tra i 21 e 23 milioni, di cui 15-17 milioni di dipendenti, ossia una percentuale variabile fra 71 e 74%.

La bellezza del cavallo

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Equus caballus

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« I miei tesori non luccicano né tintinnano ma brillano nel sole e nitriscono nella notte »
(Proverbio gitano)

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Come leggere il tassobox

Cavallo domestico

Nokota Horses cropped.jpg
Equus caballus
Stato di conservazione
Status none NE.svg
Specie non valutata
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Infraphylum Gnathostomata
Superclasse Tetrapoda
Classe Mammalia
Sottoclasse Theria
Infraclasse Eutheria
Superordine Laurasiatheria
Ordine Perissodactyla
Sottordine Hippomorpha
Famiglia Equidae
Genere Equus
Specie E. ferus
Sottospecie E. f. caballus
Nomenclatura binomiale
Equus caballus
Linnaeus, 1758
Sinonimi
E. africanus Sanson, 1878; E. agilis Ewart, 1910; E. anglicus Desmarest, 1822; E. arabicus Desmarest, 1822; E. aryanus Piétrement, 1875; E. asiaticus Sanson, 1878; E. belgius Sanson, 1878; E. bohemicus Marchlewski, 1924; E. brittanicus Sanson, 1878; E. celticus Ewart, 1903; E. cracoviensis Skorkowski, 1946; E. domesticus Gmelin, 1788; E. equuleus C. H. Smith, 1841; E. europaeus Stegmann von Pritzwald, 1924; E. ewarti Skorkowski, 1946; E. frisius Desmarest, 1822; E. gallicus Fitzinger, 1858; E. germanicus Fitzinger, 1859; E. gracilis Ewart, 1909; E. gutsenensis Skorkowski, 1946; E. helveticus Desmarest, 1822; E. hibernicus Fitzinger, 1859; E. hippagrus C. H. Smith, 1841; E. italicus Desmarest, 1822; E. lalisio C. H. Smith, 1841; E. libycus Ridgeway, 1905; E. midlandensis Quinn, 1957; E. moldavicus Desmarest, 1822; E. mongolicus Piétrement, 1875; E. muninensis Skorkowski, 1946; E. nehringi Duerst, 1904; E. nipponicus Shikama et Onuki, 1962; E. nordicus Skorkowski, 1933; E. pallas Skorkowski, 1933; E. parvus Franck, 1875; E. persicus Desmarest, 1822; E. pumpelii Duerst, 1908; E. robustus Fitzinger, 1859; E. sequanicus Desmarest. 1822; E. sequanius Sanson, 1878; E. silvaticus Vetulani, 1927 [non disp.]; E. sinensis Fitzinger, 1858; E. sylvestris von den Brincken, 1828 [nomen nudum]; E. tanghan Gray, 1846 [nomen nudum]; E. tataricus Desmarest, 1822; E. transylvanicus Desmarest, 1822; E. typicus Ewart, 1904; E. varius S. D. W., 1836; E. ferus Boddaert, 1785; E. equiferus Pallas, 1811; E. gmelini Antonius, 1912; E. tarpan Pidoplichko, 1951 [nomen nudum]; E. przewalskii Poliakov, 1881; E. hagenbecki Matschie, 1903; E. prjevalskii Ewart, 1903.[1]
Sottospecie
  • E. c. caballus
  • E. c. ferus
  • E. c. przewalskii

Il cavallo (Equus ferus caballus Linnaeus, 1758)[2] è un mammifero di medio-grossa taglia appartenente all’ordine dei Perissodactyla, sottordine degli Hippomorpha, unico della famiglia Equidae, genere Equus, specie Equus caballus[3][4] (secondo alcuni autori Equus ferus caballus)[2].

L’evoluzione del cavallo è cominciata dai 55 ai 45 milioni di anni fa e ha portato dal piccolo Hyracotherium con più dita, al grande animale odierno, a cui rimane un unico dito. L’essere umano ha iniziato ad addomesticare i cavalli più tardi rispetto ad altri animali, attorno al 5.000 a.C. nelle steppe orientali dell’Asia (il tarpan), mentre in Europa lo si iniziò ad addomesticare non prima del III millennio a.C.[5] I cavalli della specie caballus sono tutti addomesticati, sebbene alcuni di questi vivano allo stato brado come cavalli inselvatichiti, diversi dai cavalli selvaggi che, invece, non sono mai stati addomesticati. L’unico cavallo selvaggio rimasto oggi è il quasi estinto cavallo di Przewalski. Il cavallo ha accompagnato e accompagna l’uomo in una notevole varietà di scopi: ricreativi, sportivi, di lavoro e di polizia, bellici, agricoli, ludici e terapeutici. Tutte queste attività hanno generato vari modi di cavalcare e guidare i cavalli usando ogni volta i finimenti più appropriati. L’uomo trae dal cavallo anche carne, latte, ossa, pelle e capelli, nonché estratti di urine e sangue per scopi farmaceutici.

La femmina del cavallo, chiamata giumenta, ha un periodo di gestazione dei puledri di circa undici mesi, al termine dei quali il piccolo, una volta partorito, riesce a stare in piedi e a correre da solo dopo pochissimo tempo. Solitamente l’addomesticamento avviene dopo i tre anni di vita dell’animale. A cinque anni è completamente adulto, con una prospettiva di vita che si aggira sui 25-30 anni. Il cavallo presenta un’elevata specializzazione morfologica e funzionale all’ambiente degli spazi aperti come le praterie, in particolare ha sviluppato un efficace apparato locomotore e un apparato digerente adatto all’alimentazione con erbe dure integrate con modeste quantità di foglie, ramoscelli, cortecce e radici.

Le oltre trecento razze di cavalli si dividono in base alla corporatura (dolicomorfi, mesomorfi e brachimorfi) e in base al temperamento (a sangue freddo, mezzo sangue e i cosiddetti purosangue). Il tipo brachimorfo comprende i cavalli da tiro (Shire, Vladimir, Gypsy Vanner, ecc.), il tipo dolicomorfo le “razze leggere da sella” (purosangue inglese, arabo, trottatori, ecc.), mentre il tipo mesomorfo comprende le “razze da sella” (inglese e americana, Quarter Horse, trottatori, ecc.).

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

La parola cavallo deriva dal tardo latino căballus, che indicava però principalmente il cavallo da fatica o castrato, invece in latino cavallo si dice ĕquus, da cui il nostro equitazione. L’aggettivo ippico invece dal greco ἵππος (híppos) che significa appunto cavallo.[6]

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Aspettative di vita[modifica | modifica wikitesto]

A seconda della razza, della cura con cui è stato mantenuto e dal modo in cui si è sviluppato, il cavallo domestico ha una vita media variabile dai 25 ai 30 anni;[7] più raramente supera i 40 anni di vita. Il record è detenuto da Old Billy, un cavallo del XIX secolo morto all’età di 62 anni.[7]

Per gran parte delle competizioni sportive l’età del cavallo è calcolata come se l’animale fosse nato il 1º gennaio nell’emisfero boreale[7][8] e il 1º agosto nell’emisfero australe,[9] a prescindere dal vero giorno di nascita. Un’eccezione è l’endurance equestre, dove l’età minima del cavallo per partecipare è calcolata dall’effettivo giorno di nascita.[10]

A seconda dell’età e del sesso ci si può riferire ad un cavallo in vari modi, alcuni mutuati dalla lingua inglese:

  • Puledro: cavallo con meno di un anno di vita[11]. Solitamente i puledri vengono svezzati dopo cinque o sette mesi, sebbene lo svezzamento possa essere attuato senza danni psicologici anche dopo il quarto mese[12]
  • Yearling o Vannino: cavallo tra uno e due anni di vita[13]
  • Colt: maschio di cavallo sotto i quattro anni[14][15]
  • Filly: femmina di cavallo sotto i quattro anni[11]
  • Giumenta: femmina adulta di cavallo[16]
  • Stallone: maschio adulto di cavallo capace di riprodursi[17][18]
  • Castrone: cavallo castrato di qualsiasi età[11]

Nell’ippica questi termini possono cambiare: ad esempio, nelle corse di purosangue inglesi che si svolgono nell’arcipelago britannico sono definiti “colt” e “filly” i cavalli con meno di cinque anni di vita, anziché quattro.[19]

Anatomia[modifica | modifica wikitesto]

Conformazione esterna e struttura del cavallo. Dettagli:

  1. regione brachiocefalica
  2. scapola
  3. garrese
  4. dorso
  5. regione lombare
  6. groppa
  7. punta dell’anca
  8. anca
  9. natica
  10. coda
  11. coscia
  12. addome
  13. regione delle cinghie
  14. costato
  15. braccio
  16. petto
  17. punta della spalla
  18. regione sottoioidea

Testa[modifica | modifica wikitesto]

La testa del cavallo può essere di colore uniforme o con chiazze bianche che possono essere classificabili in:

  • La stella è una piccola macchia bianca a forma di rombo e ben definita sulla fronte del cavallo
  • Il fiore è una piccola macchia bianca non ben definita sulla fronte del cavallo
  • La lista è una lunga striscia bianca e stretta che, solitamente, parte dal ciuffo e arriva al naso ma può essere anche interrotta e, in questo caso, prende il nome di lista interrotta, oppure larga che prende il nome di Stella prolungata
  • La lista in bevente è uguale alla lista ma si prolunga fino alla bocca e può cadere di lato
  • Il taglio: piccola macchia bianca in mezzo alle narici del cavallo; un po’ più sopra della bocca.Contorni solitamente ben definiti e abbastanza visibili.
  • La striscia: lunga e stretta striscia bianca che parte dal ciuffo e va a finire un po’ sopra la bocca. Contorni abbastanza definiti.
  • La testa in più è protetta dalla cosiddetta criniera, un ammasso di capelli che servono a proteggere la testa e il muso del cavallo dagli agenti atmosferici e dal freddo.

Denti[modifica | modifica wikitesto]

Alla nascita il puledro è apparentemente privo di denti, ma già dopo la prima settimana di vita spuntano gli incisivi superiori, ai quali seguiranno gli altri.

La dentatura da latte è composta da 24 denti: 6 incisivi superiori, 6 incisivi inferiori, 6 premolari superiori, 6 premolari inferiori.

Nell’adulto il numero dei denti dipende dal sesso: 40 nel maschio e 36 nella femmina, in particolar modo nel maschio sono presenti due canini (o scaglioni) superiori e due inferiori, che nella femmina compaiono raramente. In entrambi i casi la dentatura è caratterizzata da uno spazio vuoto di nuda gengiva denominato barra, tra incisivi e premolari nella femmina o tra canini e premolari nel maschio.

I denti sono un utile elemento di valutazione per determinare l’età del cavallo, sia per l’inclinazione visibile di profilo (“tutto sesto”, “sesto ribassato”, “sesto acuto”), che per l’usura, che più il cavallo è anziano, più sarà evidente.

Apparato digerente[modifica | modifica wikitesto]

Il cavallo è un erbivoro monogastrico (= all’esofago segue direttamente un solo sacco stomacale) anche se in parte atipico, perché riunisce i vantaggi di una digestione sia enzimatica (quale è quella dei monogastrici), sia microbica (propria dei ruminanti). La digestione enzimatica permette di ottenere il miglior rendimento dai glucidi, lipidi, proteine, e vitamine, mentre le fermentazioni microbiche offrono la possibilità di trarre vantaggio da alimenti fibrosi e da un reciclo di azoto. Per questo motivo il cavallo si adatta molto bene a svariati tipi di regimi alimentari.

L’apparato digerente è formato da:

  • bocca
  • esofago
  • stomaco
  • intestino tenue (piccolo intestino)
  • intestino crasso (grande intestino, formato da: crasso, colon e retto)

Fondamentale per una buona digestione, è la masticazione. In un cavallo infatti la capacità in litri dello stomaco è pari a 13-15 L mentre quella dell’intestino cieco è di 30-35 l. Per questo motivo il cibo si ferma nello stomaco solo per breve tempo, mentre permane a lungo nell’intestino nel quale avvengono le fasi più importanti del processo digestivo e di assimilazione (la digestione gastrica dura circa 6 ore, mentre quella intestinale va da 12 ore a 3 giorni!).

Macchie e mantelli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Mantello (cavallo).

Cavallo islandese

È una macchia bianca sul naso chiamata anche infarinatura se comprende tutto il naso. Essa è tipica dei cavalli islandesi.

  • “Bella faccia” è una macchia bianca che comprende tutto il muso e, spesso, uno o entrambi gli occhi che diventano azzurri.

La testa e il corpo del cavallo possono presentare anche dei remolini ovvero dei punti in cui il pelo cambia direzione e possono essere classificabili in:

  • “Remolino semplice” che si dirama intorno ad un punto centrale e sembra un piccolo vortice;
  • “Remolino spigato” è una linea centrale che separa un tratto di peli indirizzato verso l’alto e un tratto verso il basso;
  • “Remolino sinuoso” è un remolino la cui linea di separazione non è dritta ma a S mandando un ciuffo verso l’alto.

L’occhio, talvolta, può essere circondato da una sclera bianca e viene chiamato, in questo caso, “occhio umano”. È tipico della razza americana appaloosa.

I crini di cavallo maschio possono essere usati per gli archetti dei violini.

Un frisone col caratteristico mantello morello

Il mantello (o manto) è il complesso dei peli che rivestono il corpo del cavallo, proteggendolo dagli agenti atmosferici. Il suo colore e disegno è l’elemento tra i più significativi nella distinzione tra i soggetti, ogni animale, anche se apparentemente sembra dello stesso colore, nel mantello ha caratteristiche e particolarità che servono per il suo riconoscimento. Alcune razze hanno mantelli caratteristici. A volte può risultare difficile determinare l’esatta classificazione di un mantello. Fenotipicamente possiamo suddividere i mantelli in:

  • Semplici: monocromatici
  • Composti: a due colori separati; a due colori mescolati; a tre colori mescolati
  • A due pelami: a componente bianca

I mantelli base sono:

  • Baio: Il baio presenta crini ed estremità nere e corpo marrone in tutte le sue gradazioni. Il baio, essendo il mantello ancestrale del cavallo (gene Agouti), è il più diffuso.
  • Morello: È un manto completamente nero che caratterizza alcune razze, come il Frisone e il Murgese; il morello (gene E) è dominante autosomico nei confronti del sauro (gene A).
  • Sauro: È marrone rossastro o color zenzero. Può variare dal marrone chiaro ai colori più scuri. La coda e la criniera sono dello stesso colore del mantello, o leggermente più chiari o più scuri.

Diego Armando Maradona

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Diego Armando Maradona
Maradona gol Napoli 1987-1988.jpg

Maradona al Napoli nel 1988

Nazionalità Argentina Argentina
Altezza 165[1] cm
Peso 68[2] kg
Calcio Football pictogram.svg
Ruolo Allenatore (ex centrocampista)
Ritirato 1997 – giocatore
Carriera
Giovanili
1970-1976 Argentinos Jrs
Squadre di club1
1976-1981 Argentinos Jrs 166 (116)
1981-1982 Boca Juniors 40 (28)
1982-1984 Barcellona 36 (22)
1984-1991 Napoli 188 (81)
1992-1993 Siviglia 26 (5)
1993-1994 Newell’s Old Boys 5 (0)
1995-1997 Boca Juniors 30 (7)
Nazionale
1977-1979 Argentina Argentina U-20 24 (13)
1977-1994 Argentina Argentina 91 (34)
Carriera da allenatore
1994 Textil Mandiyú
1995 Racing Club
2008-2010 Argentina Argentina
2011-2012 Al-Wasl
Palmarès
Transparent.png Mondiali di Calcio Under-20
Oro Giappone 1979
Coppa mondiale.svg Mondiali di calcio
Oro Messico 1986
Argento Italia 1990
Coppa America calcio.svg Copa América
Bronzo Brasile 1989
1 I due numeri indicano le presenze e le reti segnate, per le sole partite di campionato.
Il simbolo → indica un trasferimento in prestito.

Diego Armando Maradona (Lanús, 30 ottobre 1960) è un allenatore di calcio, dirigente sportivo ed ex calciatore argentino, di ruolo centrocampista offensivo, capitano della Nazionale argentina di calcio vincitrice del Mondiale del 1986.

Noto anche come El Pibe de Oro (Il Ragazzo d’Oro), è considerato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi[3][4][5][6] e, da alcuni, il migliore in assoluto.[7][8][9]

In una carriera da professionista più che ventennale, ha militato nell’Argentinos Jrs, nel Boca Juniors, nel Barcellona, nel Napoli, nel Siviglia e nel Newell’s Old Boys. Con la Nazionale argentina ha partecipato a quattro edizioni dei Mondiali (1982, 1986, 1990 e 1994); i 91 incontri disputati e le 34 reti realizzate in Nazionale costituirono due record, successivamente battuti.[10] Il suo gol realizzato contro la Nazionale inglese nei quarti di finale del Mondiale 1986 è considerato il gol del secolo, e segue di cinque minuti l’altro famoso e controverso episodio per cui è spesso ricordato, quello della mano de Dios.

Non è mai potuto entrare nelle graduatorie del Pallone d’oro, perché fino al 1995 il premio era riservato solo ai giocatori europei (proprio per questo nel 1995 vinse il Pallone d’oro alla carriera). Ha comunque ricevuto altri numerosi riconoscimenti individuali: condivide con Pelé il premio ufficiale FIFA come Miglior giocatore del XX secolo,[11] e nel 1993 è stato insignito del titolo di miglior calciatore argentino di sempre, tributatogli dalla federazione calcistica dell’Argentina (AFA).[12] Nel 2002 è stato inserito nella FIFA World Cup Dream Team,[13] selezione formata dai migliori undici giocatori della storia dei Mondiali, ottenendo, tra gli undici della squadra ideale, il maggior numero di voti. Nel 2004 è stato inserito da Pelé nel FIFA 100, la lista dei 125 migliori calciatori viventi, stilata in occasione del centenario della federazione[14] Nel 2012 viene premiato come Miglior Calciatore del Secolo ai Globe Soccer Awards e nel 2014 entra a far parte della Hall of Fame del calcio italiano tra i giocatori stranieri.[15]

Ritenuto una delle figure più controverse della storia del calcio per la sua personalità eccentrica dentro e fuori il campo, fu sospeso due volte dal calcio giocato per differenti motivi: una volta per droga nel 1991 (per uso di cocaina) e un’altra volta per positività ai test antidoping, nel Mondiale 1994 (per uso di efedrina, sostanza non legale spesso usata per perdere peso). C’è da sottolineare che, nonostante la cocaina in sé non sia considerata sostanza dopante poiché essa peggiora le prestazioni sportive senza migliorarle, le autorità possono comunque provvedere alla squalifica se la positività è accertata durante il periodo della gara.[16] Dopo il suo ritiro ufficiale dal calcio nel 1997, Maradona ha subito un aumento eccessivo di peso (risolto con l’aiuto di un bypass gastrico) e le conseguenze della dipendenza dalla droga, dalla quale si è liberato dopo lunghi soggiorni in centri di disintossicazione.[16]

Nonostante la poca esperienza nel ruolo, nel novembre 2008 fu nominato CT dell’Argentina[17] con il compito di condurre la Nazionale nelle qualificazioni per i Mondiali del 2010, obiettivo infine raggiunto nell’ottobre 2009.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Diego è il terzo dei sette figli nati dall’unione di Don Diego (1928-2015) e Doña Dalma (1930-2011).[18] La sua famiglia ha origini italiane, spagnole, croate e nativo americane.[19]Sposò Claudia Villafañe il 7 novembre 1989, a Buenos Aires, dopo la nascita delle loro figlie, Dalma[20] Nerea (nata nel 1987) e Gianinna Dinorah (nata nel 1989).

Nella sua autobiografia Maradona ha ammesso che non è sempre stato fedele a Claudia, benché la definisca “l’amore della sua vita”.[21] Nel 2004 i due divorziarono, rimanendo però amici: sono stati visti insieme in diverse occasioni, come nelle partite della Nazionale argentina durante il Mondiale 2006. Dopo il divorzio, Claudia intraprese la carriera di produttrice di teatro.[22] L’altra figlia Gianinna è stata invece legata sentimentalmente al giocatore del Manchester City Sergio Agüero, da cui ha avuto un figlio, Benjamin, nato il 19 febbraio 2009, facendo diventare quindi Maradona nonno per la prima volta.[23]

Il figlio naturale Diego Sinagra nel 2008

Cristiana Sinagra iniziò una causa in Italia in modo che Maradona riconoscesse la paternità di suo figlio, chiamato Diego come suo padre, nato il 20 settembre 1986 dopo una relazione tra i due. Il 6 maggio 1992, dato che l’argentino si rifiutò per tre volte di sottoporsi al test del DNA, il giudice Maria Lidia de Luca confermò la paternità, autorizzando la Sinagra ad usarne il cognome e obbligando il giocatore a pagare 4.000 dollari al mese: la sentenza verrà poi confermata nel 1995.[24]

Diego Sinagra incontrò il suo padre biologico solo nel 2003, durante un torneo di golf a Fiuggi.[25] In passato Maradona affermava di non volerlo riconoscere come suo figlio, dichiarando, nell’ottobre del 2005 durante il suo programma televisivo La Noche del 10: “accettare non significa riconoscere. Ho due figlie con l’amore della mia vita. Si chiamano Dalma e Gianinna. Sto pagando i miei errori del passato. Un giudice mi obbligò a pagare, ma non può obbligarmi a sentire affetto per lui”.[26] A seguito di queste dichiarazioni, Diego jr. iniziò una causa per danni morali.[27] A causa di ritardi nel pagamento degli alimenti, all’inizio del 2005 Cristiana Sinagra diede il via ad un procedimento volto al recupero del dovuto, che portò alla vendita all’asta di una proprietà che Maradona possedeva a Perito Moreno. Dopo una lunga serie di negoziazioni tra le parti, la vendita dell’immobile fu sospesa.[28]

Soltanto di recente Maradona ha infine riconosciuto il figlio Diego Sinagra[29] chiedendo perdono per essere stato un padre assente. Queste le parole di Maradona: ‘chiedo scusa dopo 30 anni a mio figlio Diego. Non ti lascerò mai più.[30]

Maradona ha inoltre altri figli: nel 1996 nacque una bambina, che fu chiamata Jana, frutto della relazione dell’argentino con Valeria Sabalaín. Maradona, come già in passato, rifiutò di sottoporsi all’esame del DNA per cinque volte: il giudice Graciela Varela gli assegnò la paternità, autorizzò la madre ad usare il cognome Maradona[31] e il 29 giugno 2001, durante la sentenza di appello, dispose una quota per gli alimenti pari a 2.000 pesos.[32] Nel 2004 venne raggiunto un accordo tra le parti per la chiusura della causa, sulla base di un pagamento di 400.000 pesos e di 2.400 pesos di alimenti mensili tramite l’impresa Aceites y Esencias Patagónicas, alla quale Maradona aveva ceduto alcuni diritti commerciali.[33] L’azienda non rispettò l’accordo, pertanto si riaprì la disputa legale che, a seguito del pagamento delle cifre pattuite, vide l’assoluzione di Maradona: l’indagine infatti provò che la responsabilità dei pagamenti era a carico di Guillermo Coppola, indicato pertanto come colpevole dei mancati pagamenti.[34]

Alla fine del 2005 fu intentata un’altra causa per un nuovo sospetto figlio del calciatore argentino. I genitori del ragazzo, chiamato Santiago, sarebbero Maradona e Natalia Garat, morta a causa di un tumore nel novembre del 2005 e alla quale l’argentino avrebbe elargito diverse somme di denaro.[35] Maradona non ha mai però riconosciuto neanche Santiago.

Il 14 febbraio 2013 dalla relazione con Veronica Ojeda nasce Diego Fernando, quinto figlio riconosciuto da Maradona. Il Pibe de Oro ha trascorso gli ultimi mesi a Dubai, lontano da Veronica. La donna ha avuto problemi con le altre figlie di Diego, Dalma e Gianinna, e con l’ex moglie Claudia Villafane. Un litigio tra le donne, anche via Twitter, finito in tribunale. I giudici hanno poi emesso una sentenza di restrizione nei confronti di Claudia: non può avvicinarsi a meno di 300 metri dall’abitazione di Veronica e a meno di 100 metri da lei. Il provvedimento scadrà il prossimo marzo ed era stato richiesto esplicitamente dalla Ojeda mentre era al sesto mese di gravidanza.[36]

Anche suo figlio Diego jr. è calciatore, così come lo sono stati i suoi fratelli Hugo e Raúl (detto Lalo) e come lo sono i suoi nipoti Diego Hernán Valeri[37] e i gemelli Nicolás e Santiago Villafañe.

Problemi di salute[modifica | modifica wikitesto]

Dai primi anni ottanta fino al 2004 Maradona fu dipendente dalla cocaina: egli ammise, nella sua autobiografia pubblicata nel 2000, di aver iniziato a far uso di droga dal 1983 quando militava nel Barcellona. Durante il suo soggiorno a Napoli il consumo divenne una vera e propria tossicodipendenza, che cominciava ad interferire con la sua capacità di giocare a calcio.[38] Negli anni successivi al suo ritiro, la sua salute peggiorò progressivamente: il 4 gennaio 2000, durante una vacanza a Punta del Este (in Uruguay), dovette essere trasportato d’emergenza nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale locale, il Cantegril. Qui gli fu riscontrata una aritmia ventricolare e una crisi ipertensiva: nella successiva conferenza stampa, i medici dichiararono di aver riscontrato danni al muscolo cardiaco e il suo rappresentante Coppola confermò che il ricovero non era dovuto all’abuso di droga, ma al fatto che Maradona soffrisse di ipertensione:[39]. In realtà le analisi del sangue e delle urine rilevarono tracce di cocaina: fu pertanto coinvolta la polizia uruguaiana, alla quale Maradona dovette rispondere anche se il consumo di droga non è considerato reato.[39] Due settimane dopo Maradona fu dimesso e si recò a Cuba, dove rimase per qualche tempo, per iniziare un piano di riabilitazione e disintossicazione.[40]

Il 18 aprile 2004 Maradona fu nuovamente ricoverato d’urgenza nella clinica Suizo-Argentina di Buenos Aires, questa volta per un infarto e una nuova crisi ipertensiva dovuti ad un’overdose di cocaina.[41] Il respiratore artificiale fu rimosso il 23 aprile ma Maradona rimase in terapia intensiva fino a quando fu dimesso, il 29 aprile. Entrò il 9 maggio nella clinica neuropsichiatrica “Del Parque” per iniziare un nuovo ciclo di disintossicazione: dopo 3 mesi cercò di ripartire per Cuba, ma la sua famiglia si oppose avendo ottenuto la responsabilità legale sulle azioni di Maradona, dato che egli non era in grado di esercitarla in base al codice civile argentino.[42] Il trattamento pertanto continuò in Argentina.

Lontano dall’attività sportiva e a causa degli eccessi con cibo e droga, Maradona aumentò considerevolmente di peso, arrivando a pesare 120 chili nel febbraio del 2005. Il 6 marzo 2005 si fece ricoverare in una clinica di Cartagena de Indias (Colombia) specializzata nelle cure contro l’obesità:[43] tramite un intervento gli venne impiantato un bypass gastrico che, grazie anche ad un regime alimentare controllato, gli permise di perdere più di 50 chili.

Il 29 marzo 2007 fu nuovamente ricoverato all’ospedale Güemes di Buenos Aires a causa di un’epatite dovuta all’eccesso di alcool, aggravata da un nuovo aumento di peso e dall’abuso di sigari cubani.[44] Ciò costrinse Maradona a una degenza di circa due settimane e fu dimesso l’11 aprile. Il suo medico personale, Alfredo Cahe, dichiarò: “quello che mi preoccupa è il suo entourage, perché tutti quelli che gli si avvicinano lo fanno per approfittarsi di lui. E da quando ha cominciato con il cosiddetto showbol mangia e beve in quantità eccessive”.[45] Due giorni dopo essere stato dimesso, Maradona avvertì un nuovo malore che lo costrinse a un ennesimo ricovero, questa volta nella clinica privata Madre Teresa di Calcutta di Buenos Aires, dove rimase fino al 21 aprile. Circolarono alcune notizie riguardo alla sua morte[46] che furono subito smentite, così come le voci precedenti che lo dichiaravano morto in un incidente automobilistico.[47] Per curare la sua dipendenza dall’alcool, rimase per due settimane nelle clinica psichiatrica Avril, dalla quale fu dimesso il 7 maggio.[48] Il giorno dopo apparve in televisione, dichiarando di aver smesso di bere e di non usare droga da due anni e mezzo.[49]

Il 14 gennaio 2012, dopo la vittoria per 7-1 contro l’Al-Ahli Club, viene ricoverato a Dubai dopo aver sofferto di lievi complicazioni di calcoli renali. Maradona, dopo essersi sottoposto a un intervento chirurgico,[50][51][52][53] viene dimesso dall’ospedale il 16 gennaio.[54][55]

Nel novembre 2015 a Maracaibo (Venezuela) si sottopone a un secondo intervento di bypass gastrico.[56]

Idee politiche[modifica | modifica wikitesto]