Il ragazzo che lotta con la morte
I compiti dei compagni in corsia

Speranze appese a un filo per il quindicenne che si è buttato dal tetto del liceo Lussana. I compagni di classe si danno il cambio con i docenti per star vicino ai genitori

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È uno di loro, e non lo dimenticano mai. È una solidarietà silenziosa e dolente, quella che i ragazzi della terza del Liceo scientifico «Lussana» portano ogni pomeriggio al loro compagno che sta lottando con la morte in un letto dell’ospedale di Bergamo dopo essersi lanciato nel vuoto dal terrazzo sul tetto dell’istituto. Il disperato gesto del quindicenne risale a lunedì mattina, e quel giorno gli studenti erano troppo sconvolti per capire come reagire al gesto di un amico di cui non avevano mai sospettato alcun problema, e che avevano sempre visto come parte integrante della loro piccola comunità tanto da eleggerlo come rappresentanti di classe. E da essere pronti a nominarlo anche quest’anno, come gli avevano promesso due di loro poco prima che lui uscisse per imboccare le scale di sicurezza e salire verso la terrazza. Già martedì mattina i ragazzi si sono guardati negli occhi e si sono detti che non potevano lasciarlo solo mentre lotta con la morte. «La situazione è disperata – conferma uno dei sanitari –. La caduta ha provocato un grosso ematoma che ha causato danni gravissimi. Ma il paziente ha un organismo molto forte e sta reagendo in modo sorprendente alle cure». E mentre lui continua la sua lotta silenziosa da martedì pomeriggio nel corridoio su cui si affaccia la terapia intensiva pediatrica si dà appuntamento un folto gruppo di ragazzi.

L’altro giorno erano arrivati anche alcuni studenti di terza del Liceo classico «Sarpi», compagni della sorella del quindicenne. Ma la presenza più costante è quella dei giovani del «Lussana». Ogni giorno dopo le lezioni si prendono una piccola pausa per un panino o una pizzetta, poi salgono in autobus accompagnati da un paio di insegnanti, arrivano in ospedale e si accampano attorno ai genitori del loro amico, assediandoli come in un abbraccio. È un commosso presidio di vicinanza come possono farlo dei quindicenni: seduti per terra, con lo smartphone in mano e il giubbotto legato in vita, ogni tanto mormorano qualcosa o mandano un messaggino. Qualcuno ne approfitta per portarsi avanti con i compiti: una ragazza sfoglia un libro di testo, un’altra fa calcoli e tira con un righello ascisse e ordinate su un quadernone ad anelli. «Non importa cosa facciamo, l’importante è essere qui — spiega la studentessa con il libro —. Ci siamo detti che non potevamo lasciarlo solo, e allora siamo qui con i suoi genitori e vicino a lui, è l’unica cosa che possiamo fare». «Non sappiamo perché ha fatto quello che ha fatto — aggiunge un compagno —. Ma non ci interessa. Dopo il primo momento di sorpresa non ce lo siamo più chiesti, l’importante è che si salvi. E noi siamo qui ad aspettarlo, in fondo mi sembra una cosa normale». «In questi giorni hanno cominciato gli incontri con la psicologa — dice una delle insegnanti — speriamo che sia di aiuto». Ma l’incoraggiamento dei ragazzi ai loro amici non si limitano alla presenza: ieri hanno preparato un grosso striscione e hanno cominciato a farlo circolare tra le classi per farlo firmare a più gente possibile. Qualcuno vuole appenderlo nel corridoio del reparto, altri preferirebbero affiggerlo a scuola, forse proprio nel cortile che ha visto il tragico volo del quindicenne. Una decisione non è ancora stata presa, anche perché si sta continuando a raccogliere adesioni. Anche lo striscione dovrebbe essere silenzioso: nelle intenzioni dei promotori non dovrebbe avere alcuna scritta ma essere ricoperto solo dai nomi dei tanti studenti del «Lussana» che vogliono rivedere fra i banchi il loro amico.

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