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Alessandro Manzoni

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Alessandro Manzoni
Francesco Hayez 040.jpg

Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera.


Senatore del Regno d’Italia
Durata mandato 29 febbraio 1860 –
22 maggio 1873
Sito istituzionale

Deputato del Regno di Sardegna
Collegio Arona
Sito istituzionale

Dati generali
Professione Possidente, scrittore
Crown of Italian noble.svg
Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni.jpg

Litografia di Alessandro Manzoni

Signore di Moncucco di Mirasole[1]
In carica 18 marzo 1807 –
22 maggio 1873
Predecessore Pietro Manzoni
Nome completo Alessandro Francesco Tommaso Antonio
Trattamento Sua signoria
Altri titoli Nobile, trattamento di don
Nascita Milano, 7 marzo 1785
Morte Milano, 22 maggio 1873
Sepoltura Famedio del Cimitero Monumentale di Milano
Dinastia Manzoni
Padre Pietro Manzoni
Madre Giulia Beccaria
Consorte Enrichetta Blondel
Teresa Borri
Religione cattolicesimo
Firma Alessandro Manzoni firma trasparenza.png

Alessandro Manzoni, nome completo Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785Milano, 22 maggio 1873), è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

Considerato uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi per il suo celebre romanzo I promessi sposi, caposaldo della letteratura italiana[2], Manzoni ebbe il merito principale di aver gettato le basi per il romanzo moderno e di aver così patrocinato l’unità linguistica italiana, sulla scia di quella letteratura moralmente e civilmente impegnata propria dell’Illuminismo italiano.

Passato dalla temperie neoclassica a quella romantica, il Manzoni, divenuto fervente cattolico dalle tendenze liberali, lasciò un segno indelebile anche nella storia del teatro italiano (per aver rotto le tre unità aristoteliche) e in quella poetica (nascita del pluralismo vocale con gli Inni Sacri e della poesia civile).

Il successo e i numerosi riconoscimenti pubblici e accademici (fu senatore del Regno d’Italia) si affiancarono a una serie di problemi di salute (nevrosi, agorafobia) e famigliari (i numerosi lutti che afflissero la vita domestica dello scrittore) che lo ridussero in un progressivo isolamento esistenziale. Nonostante quest’isolamento, Manzoni fu in contatto epistolare con la migliore cultura intellettuale francese, con Goethe, con intellettuali di primo ordine come Antonio Rosmini e, seppur indirettamente, con le novità estetiche romantiche britanniche (influsso di Walter Scott per il genere del romanzo).

Indice

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Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Manzoni (famiglia).

Pietro Manzoni, Casa Manzoni, Brusuglio[3].

Alessandro Manzoni proveniva, dal lato materno, da una famiglia illustre, i Beccaria. Il nonno materno di Manzoni, infatti, era quel Cesare Beccaria, autore del trattato Dei delitti e delle pene, che fu uno dei principali animatori dell’illuminismo lombardo. A detta del Manzoni stesso, lui e il nonno si conobbero soltanto una volta, in occasione della visita della madre presso il celebre padre[4]. La parentela coi Beccaria lo rendeva inoltre lontano cugino dello scrittore scapigliato Carlo Dossi.

Più modesta era invece la famiglia paterna[N 1]: don Pietro Manzoni, il padre di Alessandro, discendeva da una nobile famiglia di Barzio, in Valsassina, e stabilitasi a Lecco (nella località del Caleotto) nel 1612 in seguito al matrimonio di Giacomo Maria Manzoni con Ludovica Airoldi nel 1611[5]. Per quanto don Pietro Antonio Pasino Manzoni (1657-1736) avesse poi ricevuto il feudo di Moncucco nel novarese nel 1691[6][7][8][9], e per quanto in virtù di ciò fossero conti, il titolo a Milano non era valido perché “straniero”[10][N 2]. Inizialmente don Pietro presentò al governo austriaco una richiesta ufficiale perché fosse riconosciuto, ma poi preferì non insistere[11]. In ogni caso, quando Roma attribuirà molto più tardi la cittadinanza al Manzoni, il titolo comitale apparirà sull’atto ufficiale e verrà mantenuto dalla sua discendenza.

Manzoni e Giovanni Verri[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante il padre legittimo fosse Pietro Manzoni, è molto probabile che il padre naturale di Alessandro fosse un amante di Giulia, Giovanni Verri (fratello minore di Alessandro e Pietro Verri)[10][12]. Con Giovanni, uomo attraente e libertino, ella aveva avviato una relazione già nel 1780, proseguendola anche dopo il matrimonio[12][13]. Dalle parole del Tommaseo pare evincersi come Verri fosse il vero padre dello scrittore, e come questi ne fosse pienamente a conoscenza: «Anco di Pietro Verri [Manzoni] ragiona con riverenza, tanto più ch’egli sa, e sua madre non glielo dissimulava, d’essere nepote di lui, cioè figliuolo d’un suo fratello»[14].

L’infanzia e l’adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

Galbiate e la separazione dei genitori[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni[15] nacque a Milano, al n. 20 di via San Damiano[16][N 3], il 7 marzo 1785 da Giulia Beccaria e, ufficialmente, da don Pietro Manzoni[17]. Trascorse i primi anni di vita prevalentemente nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina Panzeri, una contadina del luogo[18][19]. Questo fatto è attestato dalla targa tuttora affissa nella cascina. Sin d’ora passò alcuni periodi alla villa rustica di Caleotto, di proprietà della famiglia paterna, una dimora in cui amerà tornare da adulto e che venderà, non senza rimpianti, nel 1818. In seguito alla separazione dei genitori[N 4], Manzoni venne educato in collegi religiosi.

L’educazione religiosa a Merate e a Lugano[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Appiani, Ritratto di Giulia Beccaria e suo figlio Alessandro Manzoni bambino, 1790. Il ritratto fu donato da Giulia al Verri, evento che rafforza la supposta illegittimità di Alessandro[20].

Il 13 ottobre 1791[21] fu accompagnato dalla madre a Merate al collegio San Bartolomeo dei Somaschi, dove rimase cinque anni: furono anni duri, in quanto il piccolo Alessandro risentiva della mancanza della madre[N 5] e perché soffriva del difficile rapporto con i suoi compagni di scuola, violenti[N 6] tanto quanto gli insegnanti che lo punivano di frequente[22]. La letteratura era già una consolazione e una passione: durante la ricreazione, racconterà lo scrittore, «…mi chiudevo […] in una camera, e lì componevo versi»[23]. Nell’aprile del 1796 passò al collegio di Sant’Antonio, a Lugano, gestito ancora dai Somaschi, per rimanervi fino al settembre del 1798[21]. Nello stesso 1796, giungeva sul Lago di Lugano il somasco Francesco Soave, celebre erudito e pedagogista. Per quanto sia del tutto improbabile che Manzoni l’abbia avuto come maestro (se non per qualche giorno), la sua figura esercitò sul bambino una notevole influenza[24]. Vecchio e prossimo alla morte, l’autore de I Promessi Sposi ricordava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un’aureola di gloria»[25].

Passò, alla fine del ’98, al collegio Longone di Milano, gestito dai Barnabiti[26] e quindi si trasferì a Castellazzo de’ Barzi, dove l’istituto aveva stabilito provvisoriamente la propria sede a causa delle manovre belliche[21] per poi tornare, il 7 agosto 1799, a Milano[26]. Non è chiaro quanto l’adolescente rimanesse dai Barnabiti, anche se l’ipotesi più accreditata lo fa supporre allievo della scuola fino al giugno 1801[27]. Alessandro, nonostante l’isolamento cui era costretto per colpa dell’ambiente chiuso e bigotto, riuscì a stringere alcune amicizie che resteranno durature nel corso degli anni a venire: Giulio Visconti e Federico Confalonieri furono suoi compagni di classe. Un giorno imprecisato dell’anno scolastico 1800-1801, poi, gli scolari ricevettero una visita che suscitò nel Nostro una grande emozione: l’arrivo di Vincenzo Monti, che leggeva avidamente e considerava il più grande poeta vivente, «fu per lui come un’apparizione di un Dio»[28].

La formazione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Appiani, Vincenzo Monti, olio su tela, 1809, Pinacoteca di Brera.

La formazione culturale di Manzoni è imbevuta di mitologia e letteratura latina, come appare chiaramente dalle poesie adolescenziali. Due, in particolare, sono gli autori classici prediletti, Virgilio e Orazio[29]; notevole è anche l’influsso di Dante e Petrarca[30], mentre tra i contemporanei, assieme al Monti, svolgono un ruolo importante Parini e Alfieri[31][32][33][34]. Se si escludono gli esercizi di stile precedenti[N 7], le sue primissime esperienze poetiche risalgono alla metà del 1801, quando cominciò a stendere Del trionfo della libertà[35]. Tuttavia vi si può riscontrare una vena satirica e polemica che avrà un ruolo non trascurabile nel Manzoni adolescente, pur venendo mitigata già a metà del decennio. Ci restano le traduzioni, in endecasillabi sciolti, di alcune parti del libro quinto dell’Eneide e della Satira terza (libro primo) di Orazio, accanto a un epigramma mutilo in cui attacca un certo fra’ Volpino che, sotto mentite spoglie, raffigura il vicerettore del collegio, padre Gaetano Volpini[36].

Un giovane scapestrato[modifica | modifica wikitesto]

Uscito dall’angusto mondo del Longone, visse dall’estate 1801 al 1805 con l’anziano padre don Pietro, alternando la vita di città[37] con soggiorni alla tenuta di Caleotto[29], e dedicando buona parte del suo tempo al divertimento e in particolare al gioco d’azzardo, frequentando l’ambiente illuministico dell’aristocrazia e dell’alta borghesia milanese. Giocava nel ridotto del Teatro alla Scala, finché, sembra, un rimprovero del Monti lo convinse a rinunciare al vizio[38]. Fu anche l’epoca del primo amore, quello per Luigina Visconti, sorella di Ermes. Di questa esperienza sappiamo quanto il poeta stesso rivelò nel 1807 in una lettera a Claude Fauriel. A Genova, infatti, l’aveva casualmente rivista, ormai sposata al marchese Gian Carlo Di Negro, e l’episodio aveva risvegliato in lui la nostalgia e il dispiacere di averla perduta[39]. Oltre a questi svaghi, la giovinezza del Manzoni è contrassegnata anche da un soggiorno a Venezia (dall’ottobre 1803 al maggio 1804[21][40]) presso il cugino Giovanni Manzoni, durante il quale ebbe modo di conoscere la nobildonna Isabella Teotochi Albrizzi, a suo tempo musa di Foscolo[40], e di scrivere tre dei quattro Sermoni[41]. Non è chiaro il motivo del soggiorno veneziano, del quale Alessandro conservava anche ai tardi anni un bellissimo ricordo[42], ma non sembrano avere avuto un ruolo ragioni politiche: piuttosto vi entrò il desiderio del padre di allontanarlo da uno stile di vita dissipato[40].

La Milano illuminista[modifica | modifica wikitesto]

Anonimo inglese, Alessandro Manzoni nel 1805, olio su tela, attualmente nella Casa Manzoni di via del Morone, Milano. Natalia Ginzburg, con molta probabilità, descrive questo ritratto, quando dice: «Altrove ha una folta chioma scompigliata, gli occhi nuvolosi e rassomiglia a Ugo Foscolo»[43].

Il compiacimento neoclassico del tempo gli ispirò le prime composizioni di un qualche rilievo, modulate sull’opera di Vincenzo Monti, idolo letterario del momento. Ma, oltre questi, Manzoni si volge a Parini, portavoce degli ideali illuministi nonché dell’esigenza di moralizzazione, al poeta Ugo Foscolo, a Francesco Lomonaco, un esule lucano[44][N 8], e a Vincenzo Cuoco, assertore delle teorie vichiane[45], anche lui esule da Napoli dopo la restaurazione borbonica del 1799 e considerato il «primo vero maestro del Manzoni»[46]. La vicinanza all’ambiente neoclassico, e al suo campione Vincenzo Monti in particolare, spinsero il giovane Manzoni a frequentare alcuni corsi di eloquenza tenuti dal poeta romagnolo all’università di Pavia tra il 1802 e il 1803[10].Nei registri dell’ateneo il nome di Alessandro non risulta, ma è quasi certo che egli seguisse le lezioni montiane[10].

Oltre alla nota ammirazione per il Monti e all’opinione di illustri studiosi[47], sembra convalidare l’ipotesi il carteggio del periodo. I corrispondenti di Manzoni, infatti, sono quasi tutti studenti (o vecchi studenti) dell’università, da Andrea Mustoxidi a Giovan Battista Pagani, da Ignazio Calderari a Ermes Visconti e a Luigi Arese[10][N 9][48]. Il contesto accademico lo dovette mettere in contatto anche con due professori giansenisti, Giuseppe Zola e Pietro Tamburini, docenti rispettivamente di «storia delle leggi e dei costumi» e di «filosofia morale, diritto naturale e pubblico»[N 10].

Le loro idee in difesa della morale lo influenzarono molto, oltre a introdurlo per la prima volta al pensiero giansenista. Tamburini condannava la Curia romana per le sue deformazioni ma vedeva nel cattolicesimo un imprescindibile modello. Per l’elevatezza delle sue dissertazioni parve a Manzoni un punto di riferimento al pari di Zola, definito «sommo» in una lettera al Pagani del 6 settembre 1804[49]. Dal punto di vista letterario, a questo periodo si devono Del trionfo della libertà, Adda e I quattro sermoni che recano l’impronta di Monti e di Parini, ma anche l’eco di Virgilio e Orazio.

Il soggiorno parigino (1805-1810)[modifica | modifica wikitesto]

La morte di Carlo Imbonati e il ricongiungimento con la madre[modifica | modifica wikitesto]

Cameo del XIX secolo raffigurante il profilo di Carlo Imbonati.

Nel 1805 Manzoni venne invitato dalla madre e da Carlo Imbonati a Parigi, a quanto pare dietro suggerimento del Monti[50]. Alessandro accettò con entusiasmo, ma non fece in tempo a conoscere il conte – alla cui missiva rispose nel marzo, con parole di calore e riconoscimento che Imbonati non lesse mai -, il quale morì il 15 marzo, lasciando la Beccaria ereditiera universale del suo patrimonio[51][52]ma anche affranta e bisognosa dell’amore filiale[53]. Il giovane, ora ventenne, giunse nella capitale francese il 12 luglio[21][52], giorno in cui la polizia locale gli rilasciava il permesso di soggiorno[54]. Uniti entrambi nel dolore Manzoni, che per lo scomparso scrisse l’ode In morte di Carlo Imbonati, scoprì di avere una madre: le loro strade, divise sino ad allora, si incrociarono per non lasciarsi più. Fino al 1841, anno della morte della Beccaria, i due instaurarono un rapporto strettissimo la cui profondità emerge dalle lettere dello scrittore in numerosissime occasioni. Già il 31 agosto 1805 rivelava a Vincenzo Monti di aver trovato «la mia felicità […] fra le braccia d’una madre», e di non vivere che «per la mia Giulia»[55].

Il circolo parigino: gli Idéologues e Claude Fauriel[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Idéologues.

Claude Fauriel, Castello di Bignon, Francia.

Con la madre soggiornò al numero 3 di Place Vendôme. Molto spesso, però, madre e figlio si recavano ad Auteuil[N 11], cittadina ove si riuniva il circolo intellettuale sotto il patronato della vedova del filosofo Helvétius[21], e alla Maisonnette di Meulan, dove passò due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti Idéologues, filosofi di scuola ottocentesca eredi dell’illuminismo settecentesco ma orientato verso tematiche concrete nella società, e anticipatori per questo di tematiche romantiche (quali l’attenzione alle classi povere, alle emozioni)[56].

Un ruolo importante nel gruppo degli Idéologues (costituito, tra gli altri, da Volney, Garat, Destutt de Tracy e il danese Baggesen[57]) era ricoperto da Claude Fauriel[56][N 12], col quale Alessandro strinse una duratura amicizia per molti anni, una frequentazione facilitata anche dal legame che c’era tra Giulia e l’amante di Fauriel, Sophie de Condorcet[58], e dal più anziano Pierre Cabanis[59], autore della Lettre sur les causes premières, testo orientato in senso spiritualista, impregnato di spirito religioso, per quanto l’Essere supremo di cui si ammette l’esistenza non coincida completamente con il Dio cristiano secondo la concezione della Chiesa[60].

A Parigi, dunque, Alessandro entra in contatto con la cultura francese classicheggiante, assimilando il sensismo, le teorie volterriane e l’evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche. Ci sono rimaste poche lettere relative agli anni 1805-1807, e non è pertanto possibile definire con precisione la rilevanza – per Manzoni – di tutti i testi e gli autori che il poeta lombardo conobbe o approfondì nei primi anni francesi. Fauriel e Cabanis emergono tuttavia come i due principali punti di riferimento, e una certa importanza dovette avere anche Lebrun, riconosciuto, in una lettera al Pagani del 12 marzo 1806, «grand’uomo», «poeta sommo» e «lirico trascendente». Potrebbero essere anche parole di circostanza, dettate da un’amicizia ancor fresca e dalla riconoscenza per le parole di elogio che «Pindare Lebrun»[N 13] gli aveva rivolto, omaggiandolo di un suo componimento. Lo stile del poeta francese, improntato a un classicismo enfatico e di maniera, non pare in effetti conciliarsi con la poetica manzoniana, ma il poemetto Urania (ideato tra il 1806 e il 1807 e poi stancamente portato a compimento negli anni successivi) ne recherà parzialmente l’impronta[61].

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