Questa pagina è semiprotetta. Può essere modificata solo da utenti registrati

Giacomo Leopardi

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Leopardi” rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Leopardi (disambigua).
Giacomo Leopardi
Leopardi, Giacomo (1798-1837) - ritr. A Ferrazzi, Recanati, casa Leopardi.jpg

A. Ferrazzi, Giacomo Leopardi, 1820 circa[1][2], olio su tela, Recanati, Casa Leopardi

Conte di San Leopardo
Predecessore Monaldo Leopardi (ancora in carica[3])
Successore Carlo Leopardi
Nome completo Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi
Trattamento Sua Eccellenza
Heraldic Crown of Spanish Count.svg
Nascita Recanati, Stato Pontificio, 29 giugno 1798
Morte Napoli, Regno delle Due Sicilie, 14 giugno 1837
Sepoltura Parco Vergiliano a Piedigrotta, Napoli
Dinastia Leopardi
Padre Monaldo Leopardi
Madre Adelaide Antici Leopardi
Firma Leopardi firma.gif

Il conte Giacomo Leopardi (al battesimo Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi; Recanati, 29 giugno1798Napoli, 14 giugno 1837) è stato un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano.

È ritenuto il maggior poeta dell’Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché una delle principali del romanticismo letterario; la profondità della sua riflessione sull’esistenza e sulla condizione umana – di ispirazione sensista e materialista – ne fa anche un filosofo di notevole spessore. La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale europeo e internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca.

Leopardi, intellettuale dalla vastissima cultura, inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alle opere dell’antichità greco-romana, ammirata tramite le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto ed altri, approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei, quali Byron, Shelley, Chateaubriand, Foscolo, divenendone un esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni materialiste – derivate principalmente dall’Illuminismo – si formarono invece sulla lettura di filosofi come il barone d’Holbach[4], Pietro Verri e Condillac[5], a cui egli unisce però il proprio pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo affliggeva (forse la malattia di Pott[6] o una spondilite[7]) ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico e poetico:

« Questo io conosco e sento, / Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale, / Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male »
(Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv.100-104)

Il dibattito sull’opera leopardiana a partire dal Novecento, specialmente in relazione al pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e cinquanta, ha portato gli esegeti ad approfondire l’analisi filosofica dei contenuti e significati dei suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento esistenziale. Riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che Leopardi, al pari di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell’Esistenzialismo.

Biografia

La madre di Giacomo, marchesa Adelaide Antici
Il padre di Giacomo, conte Monaldo Leopardi

L’infanzia

Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, nello Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle Marche), da una delle più nobili famiglie del paese, primo di dieci figli.[8] Quelli che arrivarono all’età adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo (1799-1878), Paolina (1800-1869), Luigi (1804-1828) e Pierfrancesco (1813-1851).[9] I genitori erano cugini fra di loro.[10] Il padre, il conte Monaldo, figlio del conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, era uomo amante degli studi e d’idee reazionarie; la madre, la marchesa Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa fino alla superstizione, legata alle convenzioni sociali e ad un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo che non ricevette tutto l’affetto di cui aveva bisogno.[11][12]

In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal marito[13][14], la marchesa prese in mano un patrimonio familiare dissestato, riuscendo a rimetterlo in sesto grazie ad una rigida economia domestica.[15] I sacrifici economici ed i pregiudizi nobiliari dei genitori resero infelice il giovane Giacomo che, costretto a vivere in un piccolo borgo di provincia, rimase escluso dalle correnti di pensiero che circolavano nel resto del paese e in Europa.[16]

Fino al termine dell’infanzia Giacomo crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli,[17] soprattutto con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d’età e che amava intrattenere con racconti ricchi di fervida fantasia.[18]

La formazione giovanile

Ricevette la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori ecclesiastici, il gesuita don Giuseppe Torres fino al 1808 e l’abate don Sebastiano Sanchini fino al 1812, che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo leopardiano a Recanati è conservato, infatti, il frontespizio di un trattatello sulla chimica, composto insieme al fratello Carlo.[19] I momenti significativi delle sue attività di studio, che si svolgono all’interno del nucleo familiare, sono da rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati ed accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione della riunione della Congregazione dei nobili.[20]

Busto del poeta presente a Villa Doria d’Angri

Il ruolo avuto dai precettori non impedì, comunque, al giovane Leopardi di intraprendere un suo personale percorso di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila volumi)[21] e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei Roberti e probabilmente da quella di Giuseppe Antonio Vogel, esule in Italia in seguito alla Rivoluzione francese e giunto a Recanati tra il 1806 e il 1809 come membro onorario della cattedrale della cittadina. Nel 1809 il giovane Giacomo compone il sonetto intitolato La morte di Ettore che, come lui stesso scrive nell’Indice delle produzioni di me Giacomo Leopardi dall’anno 1809 in poi[22], è da considerarsi la sua prima composizione poetica. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti chiamati “puerili”.[23]

La produzione dei “puerili”

Puerili e abbozzi vari

Il corpus delle opere cosiddette “puerili”[24] dimostra come il giovane Leopardi sapesse scrivere in latino fin dall’età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento, come la metrica barbara di Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al precettore e ai fratelli.[25]

Nel 1810 iniziò lo studio della filosofia e due anni dopo, come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni filosofiche che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria dell’elettricità, eccetera). Tra queste è nota la Dissertazione sopra l’anima delle bestie. Nel 1812, con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che discusse davanti a ad esaminatori di vari ordini religiosi ed al vescovo, si può far concludere il periodo della sua prima formazione che è soprattutto di tipo seisettecentesco ed evidenzia l’amore per l’erudizione oltre che uno spiccato gusto arcadico[26].

La formazione personale

Primi due volumi di Opere

Dal 1809 al 1816 Leopardi si immerse totalmente in uno “studio matto e disperatissimo”[27][28], della durata di sette anni, che assorbì tutte le sue energie e che recò gravi danni alla sua salute. Apprese perfettamente il latino (sebbene si considerò sempre “poco inclinato a tradurre” da questa lingua in italiano[29]) e, senza l’aiuto di maestri, il greco, l’ebraico e, seppure in modo più sommario, altre lingue (francese[30], sanscrito[31][32][33], inglese, spagnolo, tedesco e yiddish[34]) e compose, poi, opere di grande impegno ed erudizione. Nel frattempo, nel 1812 cessa la formazione dell’abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono a questi anni la Storia dell’astronomia del 1813, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi del 1815, diversi discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, dei versi e le tre tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana, Pompeo in Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta).[35]

Iniziò anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco, dimostrando sempre di più il suo interesse per l’attività filologica. Sono questi anche gli anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco, corredate di discorsi introduttivi e di note, tra i quali gli Scherzi epigrammatici, tradotti dal greco del 1814 e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre dalla Tipografia Frattini di Recanati nel 1816, la Batracomiomachia nel 1815 e pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 30 novembre 1816, gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell’Odissea, la Traduzione del libro secondo dell’Eneide e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 1º giugno 1817.[36]

La conversione letteraria: dall’erudizione al bello

Tra il 1815 e il 1816 si avverte in Leopardi un forte cambiamento, frutto di una profonda crisi spirituale, che lo porterà ad abbandonare l’erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge, pertanto, ai classici non più come ad arido materiale adatto a considerazioni filologiche, ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di autori moderni come Alfieri, Parini,[37] Foscolo e Vincenzo Monti, che serviranno a maturare la sua sensibilità romantica.[38] Ben presto egli legge I dolori del giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de Staël. In questo modo Leopardi inizia a liberarsi dall’educazione paterna accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura recanatese ed a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari. Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze, L’Appressamento della morte e l’Inno a Nettuno, nonché la celebre e non pubblicata Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata nel luglio 1816 ai redattori della rivista milanese, in risposta alla lettera Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio dello stesso anno.[39]

Le condizioni di salute

La biblioteca di Casa Leopardi

Nel 18151816 Leopardi fu colpito da alcuni seri problemi fisici e disagi psicologici che egli attribuì almeno in parte – come la presunta scoliosi – all’eccessivo studio, isolamento ed immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo.[40] La malattia gli causò la deviazione della spina dorsale (da cui la doppia “gobba“), con dolori e conseguenti problemi cardiaci, circolatori e respiratori, una crescita stentata[6], problemi neurologici alle gambe, alle braccia ed alla vista e disturbi disparati e stanchezza continua; nel 1816 Leopardi era convinto di essere sul punto di morire.[41] Egli stesso si ispira a questi seri problemi di salute, di cui parlerà anche a Pietro Giordani, per la lunga cantica L’appressamento della morte[42] e, anni dopo, per Le ricordanze, in cui definisce la sua malattia come un “cieco malor”, cioè un male di non chiara origine.[43]

L’ipotesi più accreditata è che Leopardi soffrisse della malattia di Pott (gli studiosi scartano la diagnosi dell’epoca, più volte riproposta anche nel Novecento, di una normale scoliosi dell’età evolutiva)[6][44], cioè tubercolosi ossea o spondilite tubercolare[45], oppure una malattia genetica ereditaria dovuta alla consanguineità dei genitori, probabilmente la spondilite anchilosante[46] giovanile.[7][47]

Sempre in questo periodo comincia a soffrire di crisi depressive che taluni attribuiscono all’impatto psicologico della malattia fisica.

La conversione filosofica: dal bello al vero

Dopo il primo passo verso il distacco dall’ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico, ma neoclassico, si annuncia nel 1819 quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale che il poeta definì l’unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici.[48]

I mutamenti profondi del 1817 e la “teoria del piacere”

Busto di Giacomo Leopardi op. 1 o delle “Rimembranze”, uno dei due busti del poeta di Michele Tripisciano, esposto nel museo Tripisciano di Caltanissetta

Il 1817 fu per Leopardi, che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito, in tutta la sua intensità, il peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del suo desiderio di gloria ed insofferente dell’angusto confine in cui, fino a quel momento, era stato costretto a vivere, sentì l’urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall’ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale in modo determinante.[49]

In questo periodo è anche la prima formulazione della “teoria del piacere”, una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La maggiore parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio 1820[50].

Pietro Giordani

La corrispondenza con Pietro Giordani

Sempre nel 1817 egli scrisse al classicista Pietro Giordani che aveva letto la traduzione leopardiana del II libro dell’Eneide e, avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbero inizio così una fitta corrispondenza ed un rapporto di amicizia che durerà nel tempo.[51] In una delle prime lettere scritte al nuovo amico, datata 30 aprile 1817, il giovane Leopardi sfogherà il suo malessere non con atteggiamento remissivo, ma polemico ed aggressivo:

« Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s’io m’arrischio di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo […] Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia »

Egli vuole uscire da quel “centro dell’inciviltà e dell’ignoranza europea” perché sa che al di fuori c’è quella vita alla quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con studio profondo.[51]

Nell’estate 1817 fissa le prime osservazioni all’interno di un diario di pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà per la prima volta della cugina. Pietro Giordani riconosce l’abilità di scrittura di Leopardi e lo incita a dedicarsi alla scrittura; inoltre lo presenta all’ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare al dibattito culturale tra classicisti e romantici. Leopardi difende la cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l’unica persona che riesce a comprenderlo.[51]

Il primo amore

« Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia! »
(Il primo amore, v.3)

Geltrude Cassi Lazzari con i figli, illustrazione di Giuseppe Chiarini per la Vita di Giacomo Leopardi (1905)

Nel luglio del 1817 il Leopardi iniziò a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà fino al 1832 le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere. Lesse la vita di Alfieri e compilò il sonetto “Letta la vita scritta da esso” che toccava i temi della gloria e della fama.[52] Alla fine del 1817 un altro avvenimento lo colpì profondamente: l’incontro, nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni e per la quale provò un amore inespresso. Scrisse in questa occasione il “Diario del primo amore” e l'”Elegia I” che verrà in seguito inclusa nei “Canti” con il titolo “Il primo amore”.[51][53]

Una presa di posizione anti-romantica

Fra il 1816 e il 1818 la posizione di Leopardi verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche ed aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone ed in due saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della “Biblioteca italiana”, scritta nel 1816 in risposta a quella di Madama la baronessa di Staël, ed il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro di Byron[54]. Le due opere mostrano l’avversione, sul piano più strettamente concettuale, al Romanticismo. La posizione di Leopardi rimane fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che professava sulla pagina critica si rivelerà, poi, profondamente diverso dai risultati ottenuti nella poesia dove i temi e lo spirito saranno, invece, perfettamente in sintonia con la mentalità romantica.[51][55]

Aveva, intanto, scritto le due canzoni ispirate a motivi patriottici All’Italia e Sopra il monumento di Dante che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani.[51]

Il suo materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell’unità nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella lingua.[56]

La prima fase dell’ideologia leopardiana

« E il naufragar m’è dolce in questo mare »
(Giacomo Leopardi, L’infinito, v.15)

Nel 1819 si riacutizzarono i problemi agli occhi.[57] Tra il luglio e l’agosto progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il LombardoVeneto, da un amico di famiglia, il conte Saverio Broglio d’Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fallì.[58] Fu nei mesi di depressione che seguirono che il Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo sulla vanità delle speranze e l’ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti “primi idilli” o “piccoli idilli”. Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa di coscienza dell’impossibilità di essere felici.[59]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...