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Dante Alighieri

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Sandro Botticelli, Dante Alighieri, olio su tela, 1495, Ginevra, collezione privata

Dante Alighieri, o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri e anche noto con il solo nome Dante, della famiglia Alighieri (Firenze, tra il 21 maggio e il 21 giugno 1265Ravenna, notte tra il 13 e il 14 settembre[1] 1321), è stato un poeta, scrittore e politico italiano. Il nome “Dante”, secondo la testimonianza di Jacopo Alighieri, è un ipocoristico di Durante;[2] nei documenti era seguito dal patronimico Alagherii o dal gentilizio de Alagheriis, mentre la variante Alighieri si affermò solo con l’avvento di Boccaccio.

È considerato il padre della lingua italiana; la sua fama è dovuta eminentemente alla paternità della Comedìa, divenuta celebre come Divina Commedia e universalmente considerata la più grande opera scritta in lingua italiana e uno dei maggiori capolavori della letteratura mondiale[3]. Espressione della cultura medievale, filtrata attraverso la lirica del Dolce stil novo, la Commedia è anche veicolo allegorico della salvezza umana, che si concretizza nel toccare i drammi dei dannati, le pene purgatoriali e le glorie celesti, permettendo a Dante di offrire al lettore uno spaccato di morale ed etica.

Importante linguista, teorico politico e filosofo, Dante spaziò all’interno dello scibile umano, segnando profondamente la letteratura italiana dei secoli successivi e la stessa cultura occidentale, tanto da essere soprannominato il “Sommo Poeta” o, per antonomasia, il “Poeta”[4]. Dante, le cui spoglie si trovano presso la tomba a Ravenna costruita nel 1780 da Camillo Morigia, è diventato uno dei simboli dell’Italia nel mondo, grazie al nome del principale ente della diffusione della lingua italiana, la Società Dante Alighieri[5], mentre gli studi critici e filologici sono mantenuti vivi dalla Società dantesca.

A partire dal XX secolo e nei primi anni del XXI, l’autore della Commedia è entrato a far parte della cultura di massa, mentre l’opera e la figura di Dante hanno ispirato il mondo dei fumetti, dei manga, dei videogiochi e della letteratura.

Indice

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Biografia

Le origini

La data di nascita e il mito di Boccaccio

La data di nascita di Dante non è conosciuta con esattezza, anche se solitamente viene indicata attorno al 1265. Tale datazione è ricavata sulla base di alcune allusioni autobiografiche riportate nella Vita Nova e nella cantica dell’Inferno, che comincia con il celeberrimo verso Nel mezzo del cammin di nostra vita. Poiché la metà della vita dell’uomo è, per Dante, il trentacinquesimo anno di vita[6][7] e poiché il viaggio immaginario avviene nel 1300, si risalirebbe di conseguenza al 1265. Oltre alle elucubrazioni dei critici, viene in supporto di tale ipotesi un contemporaneo di Dante, lo storico fiorentino Giovanni Villani il quale, nella sua Nova Cronica, riporta che «questo Dante morì in esilio del comune di Firenze in età di circa 56 anni»[8]: una prova che confermerebbe tale idea. Alcuni versi del Paradiso ci dicono inoltre che egli nacque sotto il segno dei Gemelli, quindi in un periodo compreso fra il 21 maggio e il 21 giugno[9].

Luca Signorelli, Dante, affresco, 1499-1502, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

Tuttavia, se sconosciuto è il giorno della sua nascita, certo invece è quello del battesimo: il 27 marzo 1266, di Sabato santo[10]. Quel giorno vennero portati al sacro fonte tutti i nati dell’anno per una solenne cerimonia collettiva. Dante venne battezzato con il nome di Durante, poi sincopato in Dante, in ricordo di un parente ghibellino[11]. Pregna di rimandi classici è la leggenda narrata da Giovanni Boccaccio ne Il Trattatello in laude di Dante riguardo alla nascita del poeta: secondo Boccaccio, la madre di Dante, poco prima di darlo alla luce, ebbe una visione e sognò di trovarsi sotto un alloro altissimo, in mezzo a un vasto prato con una sorgente zampillante insieme al piccolo Dante appena partorito e di vedere il bimbo tendere la piccola mano verso le fronde, mangiare le bacche e trasformarsi in un magnifico pavone[12][13].

La famiglia paterna e materna

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Alighieri.

Dante apparteneva agli Alighieri, una famiglia di secondaria importanza all’interno dell’élite sociale fiorentina che, negli ultimi due secoli, aveva raggiunto una certa agiatezza economica. Benché Dante affermi che la sua famiglia discendesse dagli antichi Romani,[14] il parente più lontano di cui egli fa nome è il trisavolo Cacciaguida degli Elisei[15], fiorentino vissuto intorno al 1100 e cavaliere nella seconda crociata al seguito dell’imperatore Corrado III[16].

Come sottolinea Arnaldo D’Addario sull’Enciclopedia dantesca, la famiglia degli Alighieri (che prese tale nominativo dalla famiglia della moglie di Cacciaguida)[16] passò da uno status nobiliare meritocratico[17] a uno borghese agiato, ma meno prestigioso sul piano sociale[18]. Il nonno paterno di Dante, Bellincione, era infatti un popolano e un popolano sposò la sorella di Dante[13]. Il figlio di Bellincione (e padre di Dante), Aleghiero o Alighiero di Bellincione, svolgeva la professione di compsor (cambiavalute), con la quale riuscì a procurare un dignitoso decoro alla numerosa famiglia[19][20]. Era un guelfo, ma senza ambizioni politiche: per questo i ghibellini non lo esiliarono dopo la battaglia di Montaperti, come fecero con altri guelfi, giudicandolo un avversario non pericoloso[13].

La madre di Dante si chiamava Bella degli Abati, figlia di Durante Scolaro[21][22] e appartenente a un’importante famiglia ghibellina locale[13]. Il figlio Dante non la citerà mai tra i suoi scritti, col risultato che di lei possediamo pochissime notizie biografiche. Bella morì quando Dante aveva cinque o sei anni e Alighiero presto si risposò, forse tra il 1275 e il 1278[23], con Lapa di Chiarissimo Cialuffi. Da questo matrimonio nacquero Francesco e Tana Alighieri (Gaetana) e forse anche – ma potrebbe essere stata anche figlia di Bella degli Abati – un’altra figlia ricordata dal Boccaccio come moglie del banditore fiorentino Leone Poggi e madre del suo amico Andrea Poggi[23]. Si ritiene che a lei alluda Dante in Vita nuova (Vita nova) XXIII, 11-12, chiamandola «donna giovane e gentile […] di propinquissima sanguinitade congiunta»[23].

La formazione intellettuale

I primi studi e Brunetto Latini

Codice miniato raffigurante Brunetto Latini, Biblioteca Medicea-Laurenziana, Plut. 42.19, Brunetto Latino, Il Tesoro, fol. 72, secoli XIII-XIV.

Della formazione di Dante non si conosce molto. Con ogni probabilità seguì l’iter educativo proprio dell’epoca, che si basava sulla formazione presso un grammatico (conosciuto anche con il nome di doctor puerorum, probabilmente) con il quale apprendere prima i rudimenti linguistici, per poi approdare allo studio delle arti liberali, pilastro dell’educazione medioevale[24][25]: teologia, filosofia, fisica, astronomia da un lato (quadrivio); dialettica, grammatica e retorica dall’altro (trivio). Come si può dedurre da convivio II, 12, 2-4, l’importanza del latino quale veicolo del sapere era fondamentale per la formazione dello studente, in quanto la ratio studiorum si basava essenzialmente sulla lettura di Cicerone e di Virgilio da un lato e del latino medievale dall’altro (Arrigo da Settimello, in particolare)[26].

L’educazione ufficiale era poi accompagnata dai contatti “informali” con gli stimoli culturali provenienti ora da altolocati ambienti cittadini, ora dal contatto diretto con viaggiatori e mercanti stranieri che importavano, in Toscana, le novità filosofiche e letterarie dei rispettivi Paesi d’origine[26]. Dante ebbe la fortuna di incontrare, negli anni ottanta, il politico ed erudito fiorentino Ser Brunetto Latini, reduce da un lungo soggiorno in Francia sia come ambasciatore della Repubblica, sia come esiliato politico[27]. L’effettiva influenza di Ser Brunetto sul giovane Dante è stata oggetto di studio da parte di Francesco Mazzoni[28]prima, e di Giorgio Inglese poi[29]. Entrambi i filologi, nei loro studi, cercarono di inquadrare l’eredità dell’autore del Tresor sulla formazione intellettuale del giovane concittadino. Dante, da parte sua, ricordò commosso la figura del Latini nella Commedia, rimarcandone l’umanità e l’affetto ricevuto:

« […] e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna […] »
(Inferno, Canto XV, vv. 82-85)

Da questi versi, Dante espresse chiaramente l’apprezzamento di una letteratura intesa nel suo senso “civico”[24][30], nell’accezione di utilità civica. La comunità in cui vive il poeta, infatti, ne serberà il ricordo anche dopo la morte di quest’ultimo. Umberto Bosco e Giovanni Reggio, inoltre, rimarcano l’analogia tra il messaggio dantesco e quello manifestato da Brunetto nel Tresor, come si evince dalla volgarizzazione toscana dell’opera operata da Bono Giamboni[31].

Lo studio della filosofia

« E da questo imaginare cominciai ad andare là dov’ella [la Donna Gentile] si dimostrava veracemente, cioè ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti. Sì che in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire de la sua dolcezza, che lo suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero. »
(Convivio, 12 7)

Dante, all’indomani della morte dell’amata Beatrice (in un periodo oscillante tra il 1291 e il 1294/1295)[32], cominciò a raffinare la propria cultura filosofica frequentando le scuole organizzate dai domenicani di Santa Maria Novella e dai francescani di Santa Croce; se gli ultimi erano ereditari del pensiero di Bonaventura da Bagnoregio, i primi erano ereditari della lezione aristotelico-tomista di Tommaso d’Aquino, permettendo a Dante di approfondire (forse grazie all’ascolto diretto del celebre studioso Fra’ Remigio de’ Girolami)[33] il Filosofo per eccellenza della cultura medievale[34]. Inoltre, la lettura dei commenti di intellettuali che si opponevano all’interpretazione tomista (quali l’arabo Averroè), permise a Dante di adottare una sensibilità «polifonica dell’aristotelismo»[35].

I presunti legami con Bologna e Parigi

Giorgio Vasari, Sei poeti toscani (da destra: Cavalcanti, Dante, Boccaccio, Petrarca, Cino da Pistoia e Guittone d’Arezzo), pittura a olio, 1544, conservata presso il Minneapolis Institute of Art, Minneapolis. Considerato uno dei maggiori lirici volgari del XIII secolo, Cavalcanti fu la guida e il primo interlocutore poetico di Dante, quest’ultimo poco più giovane di lui.

Alcuni critici ritengono che Dante abbia soggiornato a Bologna[36]. Anche Giulio Ferroni ritiene certa la presenza di Dante nella città felsinea: «Un memoriale bolognese del notaio Enrichetto delle Querce attesta (in una forma linguistica locale) il sonetto Non mi poriano già mai fare ammenda: la circostanza viene considerata indizio pressoché certo di una presenza di Dante a Bologna anteriore a questa data»[37]. Entrambi ritengono che Dante abbia studiato presso l’Università di Bologna, ma non vi sono prove in proposito[38].

Invece è molto probabile che Dante soggiornasse a Bologna tra l’estate del 1286 e quella del 1287 dove conobbe Bartolomeo da Bologna[39], alla cui interpretazione teologica dell’Empireo Dante in parte aderisce. Riguardo al soggiorno parigino, ci sono invece parecchi dubbi: in un passo del Paradiso, (Che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidïosi veri)[40], Dante alluderebbe alla Rue du Fouarre, dove si svolgevano le lezioni della Sorbona. Questo ha fatto pensare a qualche commentatore, in modo puramente congetturale, che Dante possa essersi realmente recato a Parigi tra il 1309 e il 1310[41][42].

La lirica volgare. Dante e l’incontro con Cavalcanti

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dolce stil novo.

Dante ebbe inoltre modo di partecipare alla vivace cultura letteraria ruotante intorno alla lirica volgare. Negli anni sessanta del XIII secolo, in Toscana giunsero i primi influssi della “Scuola siciliana“, movimento poetico sorto intorno alla corte di Federico II di Svevia e che rielaborò le tematiche amorose della lirica provenzale. I letterati toscani, subendo gli influssi delle liriche di Giacomo da Lentini e di Guido delle Colonne, svilupparono una lirica orientata sia verso l’amor cortese, ma anche verso la politica e l’impegno civile. Guittone d’Arezzo e Bonaggiunta Orbicciani, vale a dire i principali esponenti della cosiddetta scuola siculo-toscana, ebbero un seguace nella figura del fiorentino Chiaro Davanzati[43], il quale importò il nuovo codice poetico all’interno delle mura della sua città. Fu proprio a Firenze, però, che alcuni giovani poeti (capeggiati dal nobile Guido Cavalcanti) espressero il loro dissenso nei confronti della complessità stilistica e linguistica dei siculo-toscani, propugnando al contrario una lirica più dolce e soave: il dolce stil novo.

Dante si trovò nel pieno di questo dibattito letterario: nelle sue prime opere è evidente il legame (seppur tenue)[44] sia con la poesia toscana di Guittone e di Bonagiunta[45], sia con quella più schiettamente occitana[46]. Presto, però, il giovane si legò ai dettami della poetica stilnovista, cambiamento favorito dall’amicizia che lo legava al più anziano Cavalcanti[47].

Il matrimonio con Gemma Donati

Quando Dante aveva dodici anni, nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all’età di vent’anni nel 1285[24][48]. Contrarre matrimoni in età così precoce era abbastanza comune a quell’epoca; lo si faceva con una cerimonia importante, che richiedeva atti formali sottoscritti davanti a un notaio. La famiglia a cui Gemma apparteneva – i Donati – era una delle più importanti nella Firenze tardo-medievale e in seguito divenne il punto di riferimento per lo schieramento politico opposto a quello del poeta, vale a dire i guelfi neri.

Il matrimonio tra i due non dovette essere molto felice, secondo la tradizione raccolta dal Boccaccio e fatta propria poi nell’Ottocento da Vittorio Imbriani[49]. Dante non scrisse infatti un solo verso alla moglie, mentre di costei non ci sono pervenute notizie sulla effettiva presenza al fianco del marito durante l’esilio. Comunque sia, l’unione generò tre figli: Jacopo, Pietro, Antonia e un possibile quarto, Giovanni[48][50]– Dei tre certi, Pietro fu giudice a Verona e l’unico che continuò la stirpe degli Alighieri, in quanto Jacopo scelse di seguire la carriera ecclesiastica, mentre Antonia divenne monaca con il nome di Sorella Beatrice, sembra nel convento delle Olivetane a Ravenna[48].

Impegni politici e militari

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: guelfi bianchi e neri e storia di Firenze § Gli Ordinamenti di Giustizia.

Giovanni Villani, Corso Donati fa liberare dei prigionieri, in Cronaca, XIV secolo. Corso Donati, esponente di punta dei Neri, fu acerrimo nemico di Dante, il quale lancerà contro di lui violenti attacchi nei suoi scritti[51].

Poco dopo il matrimonio, Dante cominciò a partecipare come cavaliere ad alcune campagne militari che Firenze stava conducendo contro i suoi nemici esterni, tra cui Arezzo (battaglia di Campaldino dell’11 giugno 1289) e Pisa (presa di Caprona, 16 agosto 1289)[24]. Successivamente, nel 1294, avrebbe fatto parte della delegazione di cavalieri che scortò Carlo Martello d’Angiò (figlio di Carlo II d’Angiò) quando questi si trovava a Firenze[52]. L’attività politica prese Dante a partire dai primi anni 1290, in un periodo quanto mai convulso per la Repubblica. Nel 1293 entrarono in vigore gli Ordinamenti di Giustizia di Giano Della Bella, che escludevano l’antica nobiltà dalla politica e permettevano al ceto borghese di ottenere ruoli nella Repubblica, purché iscritti a un’Arte. Dante, in quanto nobile, fu escluso dalla politica cittadina fino al 6 luglio del 1295, quando furono promulgati i Temperamenti, leggi che ridiedero diritto ai nobili di rivestire ruoli istituzionali, purché si immatricolassero alle Arti[24]. Dante, pertanto, si iscrisse all’Arte dei Medici e Speziali[53].

L’esatta serie dei suoi incarichi politici non è conosciuta, poiché i verbali delle assemblee sono andati perduti. Comunque, attraverso altre fonti, si è potuta ricostruire buona parte della sua attività: fu nel Consiglio del popolo dal novembre 1295 all’aprile 1296[54]; fu nel gruppo dei “Savi”, che nel dicembre 1296 rinnovarono le norme per l’elezione dei priori, i massimi rappresentanti di ciascuna Arte che avrebbero occupato, per un bimestre, il ruolo istituzionale più importante della Repubblica; dal maggio al dicembre del 1296 fece parte del Consiglio dei Cento[54]. Fu inviato talvolta nella veste di ambasciatore, come nel maggio del 1300 a San Gimignano[55]. Nel frattempo, all’interno del partito guelfo fiorentino si produsse una frattura gravissima tra il gruppo capeggiato dai Donati, fautori di una politica conservatrice e aristocratica (guelfi neri), e quello invece fautore di una politica moderatamente popolare (guelfi bianchi), capeggiato dalla famiglia Cerchi[56]. La scissione, dovuta anche a motivi di carattere politico ed economico (i Donati, esponenti dell’antica nobiltà, erano stati surclassati in potenza dai Cerchi, considerati dai primi dei parvenu)[56], generò una guerra intestina cui Dante non si sottrasse schierandosi, moderatamente, dalla parte dei guelfi bianchi[54

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