Mese: gennaio 2017

 

Massimiliano Allegri

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Massimiliano Allegri
Allegri with Milan players (cropped) - 2.jpg

Allegri nel 2012

Nazionalità Italia Italia
Altezza 181[1] cm
Peso 73[1] kg
Calcio Football pictogram.svg
Ruolo Allenatore (ex centrocampista)
Squadra Juventus
Ritirato 2003 – giocatore
Carriera
Squadre di club1
1984-1985 Cuoiopelli 7 (0)
1985-1988 Livorno 29 (0)
1988-1989 Pisa 2 (0)
1989-1990 Pro Livorno 32 (8)
1990-1991 Pavia 29 (5)
1991-1993 Pescara 64 (16)
1993-1995 Cagliari 46 (4)
1995-1997 Perugia 41 (10)
1997 Padova 21 (0)
1997-1998 Napoli 7 (0)
1998-2000 Pescara 46 (4)
2000-2001 Pistoiese 18 (1)
2001-2003 Aglianese 32 (8)
Carriera da allenatore
2003-2004 Aglianese
2004-2005 SPAL
2005-2006 Grosseto
2006-2007 Udinese Coll. Tecnico
2007 Lecco [2]
2007-2008 Sassuolo
2008-2010 Cagliari
2010-2014 Milan
2014- Juventus
1 I due numeri indicano le presenze e le reti segnate, per le sole partite di campionato.
Il simbolo → indica un trasferimento in prestito.
Statistiche aggiornate al 17 luglio 2014

Massimiliano Allegri (Livorno, 11 agosto 1967) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, tecnico della Juventus.

Durante la sua carriera da calciatore, ha giocato in Serie A con le maglie di Pisa, Pescara, Cagliari, Perugia e Napoli. Nel 2002 vince il campionato di Serie D con l’Aglianese, squadra nella quale conclude la sua carriera agonistica e inizia quella da allenatore.

Dopo aver guidato diverse squadre, nella stagione 2007-2008 porta per la prima volta nella sua storia il Sassuolo alla promozione in Serie B, vincendo nella medesima annata, oltre al campionato, anche la Supercoppa di Serie C1. Dal 2008 al 2010 allena il Cagliari in Serie A, raggiungendo la salvezza in due campionati e iniziando a segnalarsi come uno dei tecnici italiani più promettenti della sua generazione. È al Milan dal 2010 al 2014, conquistando in rossonero uno scudetto e una Supercoppa italiana (2011). Dal 2014 è alla guida della Juventus, con cui vince due scudetti e due Coppe Italia consecutive (2015 e 2016) assieme a una Supercoppa italiana (2015), oltre a raggiungere la finale di UEFA Champions League 2014-2015.

A livello individuale, è stato eletto Panchina d’oro di Prima Divisione (2008), due volte Panchina d’oro (2009 e 2015), tre volte migliore allenatore AIC (2011, 2015 e 2016) e insignito del Premio Nazionale Enzo Bearzot (2015). È inoltre l’unico tecnico, nella storia del calcio italiano, ad aver conquistato un double nazionale per due stagioni consecutive.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Livornese, è cresciuto nel quartiere Coteto[3] all’interno di una famiglia operaia, composta dal padre Augusto, scaricatore al porto cittadino, dalla madre Carla, infermiera,[4] e dalla sorella Michela, di due anni più giovane.[3] Nel 1992, ventiquattrenne, divenne oggetto delle attenzioni della cronaca scandalistica per aver lasciato l’allora fidanzata a due giorni dalle nozze:[5] «decisi da solo, dopo essermi tormentato per mesi. Avevo davanti un muro alto tre metri. In quei casi hai due possibilità: provi a saltarlo e rischi di spaccarti le gambe o torni indietro. Io feci dietrofront e sparii per un po’».[3] Si è in seguito sposato nel 1994 con Gloria, matrimonio conclusosi quattro anni più tardi e dal quale nel 1995 è nata una figlia, Valentina; un altro figlio, Giorgio, del 2011, è invece il frutto nella relazione con Claudia, in essere dal 2004, da cui si è dapprima separato[4] e in seguito riconciliato.[3]

Caratteristiche tecniche[modifica | modifica wikitesto]

Giocatore[modifica | modifica wikitesto]

« Guardi che lui da giocatore ha fatto meno, molto meno di quanto meritasse. »
(Giovanni Galeone, 2011[6])

Allegri in azione al Pescara nella stagione 1992-1993: per via del fisico asciutto venne soprannominato Acciuga, appellativo poi mantenuto anche da allenatore.

Ai suoi esordi, Allegri venne definito da Italo Allodi, storico dirigente del calcio italiano, come un promettente giocatore «dotato di tanto talento e di un carattere un po’ scanzonato» che, nel corso degli anni, ne ha in parte precluso la carriera ad alti livelli, relegandolo al calcio di provincia:[7]«avessi avuto la testa che ho ora forse sarei arrivato in Nazionale!»,[8] ammetterà lo stesso Allegri a vent’anni di distanza, «sono stato un giocatore mediocre e senza rimpianti».[3]

Centrocampista dalle spiccate caratteristiche offensive,[9] emerse inizialmente come mezzala pura,[10] abile a inserirsi negli spazi;[6] in seguito cominciarono a essergli delegati anche compiti di fantasista,[9] venendo spesso impiegato come trequartista grazie a un bagaglio tecnico fatto soprattutto di corsa e abilità nel tiro,[10] arretrando infine negli ultimi anni di carriera il proprio raggio d’azione a mediano.[3] Eccelleva inoltre nel “leggere” la partita in corso d’opera, sia nel rapportarsi con gli avversari sia nell’aiutare compagni di squadra in difficoltà in una determinata zona del campo.[6]

Giocatore di grande qualità, per il suo maestro Giovanni Galeone «era già un allenatore sul rettangolo di gioco […] leader in campo e nello spogliatoio, capitano e uomo ovunque»[10] che pagò suo malgrado un certo ostracismo tattico dell’epoca, dove «il più bravo era sempre chi menava di più».[6] Per le sue origini livornesi nonché, soprattutto, per il suo fisico esile e dinoccolato, utile a “sgusciare” tra le difese avversarie, si guadagnò sin da giovane il soprannome di Acciuga inventato da Rossano Giampaglia, suo tecnico a Livorno; un nomignolo poi rimastogli addosso anche da allenatore.[11]

Allenatore[modifica | modifica wikitesto]

« Non sono un maniaco degli schemi, ma un estroso: non posso stare ventiquattr’ore di fila a cercare una soluzione, devo aspettare che arrivi l’ispirazione e il più delle volte capita quando non ci penso: capita che di notte cambi la formazione che avevo deciso, per esempio. La realtà è che si vive di sensazioni. »
(Massimiliano Allegri, 2014[12])

Con il passaggio in panchina, da allenatore ha mutuato alcune delle caratteristiche già espresse in precedenza da calciatore. Tra di esse, la capacità di saper “leggere” al meglio lo svolgimento delle gare, intervenendo in corso d’opera sull’assetto della squadra, nonché la volontà di spingere i suoi centrocampisti – proprio come accadeva allo stesso Allegri in campo – all’inserimento in area per cercare la conclusione a rete; un concetto, questo ultimo, ereditato dal suo mentore Galeone.[6]

Solitamente Allegri preferisce disporre in campo i suoi giocatori con moduli abbastanza offensivi quali il 4-3-3,[13] il 4-3-1-2 o il 4-3-2-1.[14] Questi prevedono alcuni elementi comuni, vedi una difesa schierata con quattro uomini in linea e un robusto centrocampo a sorreggere il gioco.[13] Per quanto concerne il reparto avanzato, si prestano invece a una maggiore variabilità con il possibile ricorso a un canonico tridente, a un trequartista dietro la coppia d’attacco[15] – soluzione in cui Allegri, peraltro, è più volte ricorso a giocatori agli antipodi rispetto al classico regista, vedi i “muscolari” Boateng o Vidal[16] –, o a due mezzepunte (altrimenti detto “doppio trequartista”) in appoggio all’unico terminale offensivo.[14]

Ciò nonostante in carriera ha fin qui mostrato molta duttilità, cercando sempre di adattare al meglio le proprie convinzioni tattiche in funzione degli elementi a disposizione in rosa o delle trattative di mercato, senza disdegnare all’occorrenza soluzioni diverse da quelle inizialmente concepite. Un approccio che ha incontrato le rimostranze di parte degli addetti ai lavori, venendo da questi inteso come troppo accondiscendente verso la politica della tal società, facendogli guadagnare in maniera spregiativa l’appellativo di “aziendalista”;[17][18][19][20] un giudizio che tuttavia lo stesso Allegri ha accolto e, anzi, rivalutato in ottica positiva: «quando mi danno dell’aziendalista, lo prendo per un complimento perché devo portare risultati alla mia società. Ma non vuol dire che la formazione la fa il presidente».[21]

Carriera[modifica | modifica wikitesto]

Giocatore[modifica | modifica wikitesto]

Allegri al Pescara, club a cui legò, nei primi anni 1990, i migliori trascorsi della sua carriera agonistica.

Dopo aver dato i primi calci al pallone nella natìa Livorno, nelle formazioni giovanili dei salesiani e dei portuali,[3] iniziò la carriera professionistica con il Cuoiopelli di Santa Croce sull’Arno, nell’allora Interregionale, nella stagione 1984-1985. Dopo tre annate con la squadra della sua città, il Livorno, passò ai rivali del Pisa con cui esordì in Serie A l’11 giugno 1989, nella gara contro il Milan.[22] Durante la stagione collezionò due sole presenze sicché alla fine della stessa fece ritorno a Livorno, in Serie C2. L’anno seguente si accasò invece in C1, al Pavia.

Allegri al Cagliari nel 1994

Notato da Pierpaolo Marino, dirigente del Pescara, nel 1991 si trasferì agli abruzzesi,[7] agli ordini del tecnico Giovanni Galeone con cui il giocatore instaurerà un profondo rapporto professionale e ancor più umano:[6][10] «ho avuto la fortuna di avere un maestro come lui, che magari non ha ottenuto grandi risultati ma che mi ha insegnato il piacere del calcio», ricorderà anni più tardi lo stesso Allegri,[12] mentre Galeone rammenterà come nell’occasione «la squadra era già fatta, ma la dirigenza ingaggiò questo ragazzo che sinceramente non conoscevo. Dopo tre giorni mi era tutto chiaro, era un gran calciatore sul prato verde e un ragazzo serio e rispettoso, arrivò in punta di piedi e dopo poco era già il leader dello spogliatoio».[10]

Con il club pescarese – a cui maggiormente legherà la carriera da calciatore – conquistò subito la promozione in quella Serie A dove, nel 1992-1993, disputerà sempre coi colori biancazzurri la sua migliore stagione realizzando 12 reti in 31 partite, e segnando il suo primo gol nella massima categoria al 1′ di Pescara-Milan (4-5) del 13 settembre 1992.[23]

Seguirono poi altre due stagioni in Serie A con il Cagliari, interrotte nell’ottobre del 1995 dal passaggio al Perugia, in Serie B, ancora agli ordini di Galeone. Con i grifoni raggiunse una nuova promozione in massima serie, dove poi disputò 15 gare condite da 3 reti prima di essere ceduto, nel gennaio del 1997, ai cadetti del Padova. Con l’annata 1997-1998 tornò in A, in un Napoli tuttavia in crisi, con cui giocherà le sue ultime gare nella massima categoria italiana.

Allegri al Perugia nel 1996

Successivamente militò per tre stagioni nella serie cadetta, fra Pescara e Pistoiese. Qui, nel marzo del 2001 venne inizialmente squalificato per un anno dalla Commissione Disciplinare in seguito a una condanna per un illecito sportivo relativo alla partita di Coppa Italia con l’Atalanta del 20 agosto 2000, con l’accusa di aver pilotato, insieme ad altri sette giocatori di entrambe le formazioni, il risultato in seguito a forti somme scommesse dagli stessi attraverso amici e parenti;[24][25] tuttavia, nel maggio del 2001, la Commissione di Appello Federale accoglierà il ricorso dei legali dei due club, prosciogliendo tutti i calciatori coinvolti nel presunto illecito e annullando quindi anche la squalifica di Allegri:[26] «ma la ferita ancora mi offende».[3] Dopo le ultime stagioni con l’Aglianese, tra Serie D e C2, concluse la carriera agonistica nel 2003 con all’attivo 374 partite e 56 reti. In Serie A, in particolare, mise a referto 101 incontri segnando 19 reti.

Allenatore[modifica | modifica wikitesto]

Inizi[modifica | modifica wikitesto]

Comincia la carriera di allenatore sulla panchina dell’Aglianese, nella stagione 2003-2004, in Serie C2. Successivamente passa a guidare dapprima la SPAL e poi il Grosseto, in C1; con i maremmani l’esperienza si consuma, in due tronconi,[27] a cavallo di un biennio, dal 2005 al 2007, concludendosi a seguito del secondo e definitivo esonero avvenuto dopo la nona giornata del campionato 2006-2007, per far posto ad Antonello Cuccureddu.[28]

Nel novembre del 2006, pochi giorni dopo la fine del rapporto coi grossetani, viene chiamato dall’Udinese per affiancare il suo mentore Giovanni Galeone in veste di collaboratore tecnico,[29][30] ruolo ricoperto fino al gennaio seguente quando Galeone viene esonerato dalla società friulana.[31] Avendo già lavorato per un’altra squadra nel corso della suddetta stagione, l’Udinese non ha potuto tesserare ufficialmente Allegri,[30] che nel dicembre del 2007 è per questo colpito da una squalifica trimestrale[32][33] per avere di fatto svolto in tale periodo attività tecnica per i bianconeri, affiancando o sostituendo Galeone durante gli allenamenti della squadra.[34] Nel giugno precedente era stato nel frattempo scelto come allenatore dal Lecco, squadra neopromossa in Serie C1, incarico lasciato dopo poche settimane a causa di divergenze con la società lombarda.[2]

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Alessandro Manzoni

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Alessandro Manzoni
Francesco Hayez 040.jpg

Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera.


Senatore del Regno d’Italia
Durata mandato 29 febbraio 1860 –
22 maggio 1873
Sito istituzionale

Deputato del Regno di Sardegna
Collegio Arona
Sito istituzionale

Dati generali
Professione Possidente, scrittore
Crown of Italian noble.svg
Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni.jpg

Litografia di Alessandro Manzoni

Signore di Moncucco di Mirasole[1]
In carica 18 marzo 1807 –
22 maggio 1873
Predecessore Pietro Manzoni
Nome completo Alessandro Francesco Tommaso Antonio
Trattamento Sua signoria
Altri titoli Nobile, trattamento di don
Nascita Milano, 7 marzo 1785
Morte Milano, 22 maggio 1873
Sepoltura Famedio del Cimitero Monumentale di Milano
Dinastia Manzoni
Padre Pietro Manzoni
Madre Giulia Beccaria
Consorte Enrichetta Blondel
Teresa Borri
Religione cattolicesimo
Firma Alessandro Manzoni firma trasparenza.png

Alessandro Manzoni, nome completo Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785Milano, 22 maggio 1873), è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

Considerato uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi per il suo celebre romanzo I promessi sposi, caposaldo della letteratura italiana[2], Manzoni ebbe il merito principale di aver gettato le basi per il romanzo moderno e di aver così patrocinato l’unità linguistica italiana, sulla scia di quella letteratura moralmente e civilmente impegnata propria dell’Illuminismo italiano.

Passato dalla temperie neoclassica a quella romantica, il Manzoni, divenuto fervente cattolico dalle tendenze liberali, lasciò un segno indelebile anche nella storia del teatro italiano (per aver rotto le tre unità aristoteliche) e in quella poetica (nascita del pluralismo vocale con gli Inni Sacri e della poesia civile).

Il successo e i numerosi riconoscimenti pubblici e accademici (fu senatore del Regno d’Italia) si affiancarono a una serie di problemi di salute (nevrosi, agorafobia) e famigliari (i numerosi lutti che afflissero la vita domestica dello scrittore) che lo ridussero in un progressivo isolamento esistenziale. Nonostante quest’isolamento, Manzoni fu in contatto epistolare con la migliore cultura intellettuale francese, con Goethe, con intellettuali di primo ordine come Antonio Rosmini e, seppur indirettamente, con le novità estetiche romantiche britanniche (influsso di Walter Scott per il genere del romanzo).

Indice

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Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Manzoni (famiglia).

Pietro Manzoni, Casa Manzoni, Brusuglio[3].

Alessandro Manzoni proveniva, dal lato materno, da una famiglia illustre, i Beccaria. Il nonno materno di Manzoni, infatti, era quel Cesare Beccaria, autore del trattato Dei delitti e delle pene, che fu uno dei principali animatori dell’illuminismo lombardo. A detta del Manzoni stesso, lui e il nonno si conobbero soltanto una volta, in occasione della visita della madre presso il celebre padre[4]. La parentela coi Beccaria lo rendeva inoltre lontano cugino dello scrittore scapigliato Carlo Dossi.

Più modesta era invece la famiglia paterna[N 1]: don Pietro Manzoni, il padre di Alessandro, discendeva da una nobile famiglia di Barzio, in Valsassina, e stabilitasi a Lecco (nella località del Caleotto) nel 1612 in seguito al matrimonio di Giacomo Maria Manzoni con Ludovica Airoldi nel 1611[5]. Per quanto don Pietro Antonio Pasino Manzoni (1657-1736) avesse poi ricevuto il feudo di Moncucco nel novarese nel 1691[6][7][8][9], e per quanto in virtù di ciò fossero conti, il titolo a Milano non era valido perché “straniero”[10][N 2]. Inizialmente don Pietro presentò al governo austriaco una richiesta ufficiale perché fosse riconosciuto, ma poi preferì non insistere[11]. In ogni caso, quando Roma attribuirà molto più tardi la cittadinanza al Manzoni, il titolo comitale apparirà sull’atto ufficiale e verrà mantenuto dalla sua discendenza.

Manzoni e Giovanni Verri[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante il padre legittimo fosse Pietro Manzoni, è molto probabile che il padre naturale di Alessandro fosse un amante di Giulia, Giovanni Verri (fratello minore di Alessandro e Pietro Verri)[10][12]. Con Giovanni, uomo attraente e libertino, ella aveva avviato una relazione già nel 1780, proseguendola anche dopo il matrimonio[12][13]. Dalle parole del Tommaseo pare evincersi come Verri fosse il vero padre dello scrittore, e come questi ne fosse pienamente a conoscenza: «Anco di Pietro Verri [Manzoni] ragiona con riverenza, tanto più ch’egli sa, e sua madre non glielo dissimulava, d’essere nepote di lui, cioè figliuolo d’un suo fratello»[14].

L’infanzia e l’adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

Galbiate e la separazione dei genitori[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni[15] nacque a Milano, al n. 20 di via San Damiano[16][N 3], il 7 marzo 1785 da Giulia Beccaria e, ufficialmente, da don Pietro Manzoni[17]. Trascorse i primi anni di vita prevalentemente nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina Panzeri, una contadina del luogo[18][19]. Questo fatto è attestato dalla targa tuttora affissa nella cascina. Sin d’ora passò alcuni periodi alla villa rustica di Caleotto, di proprietà della famiglia paterna, una dimora in cui amerà tornare da adulto e che venderà, non senza rimpianti, nel 1818. In seguito alla separazione dei genitori[N 4], Manzoni venne educato in collegi religiosi.

L’educazione religiosa a Merate e a Lugano[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Appiani, Ritratto di Giulia Beccaria e suo figlio Alessandro Manzoni bambino, 1790. Il ritratto fu donato da Giulia al Verri, evento che rafforza la supposta illegittimità di Alessandro[20].

Il 13 ottobre 1791[21] fu accompagnato dalla madre a Merate al collegio San Bartolomeo dei Somaschi, dove rimase cinque anni: furono anni duri, in quanto il piccolo Alessandro risentiva della mancanza della madre[N 5] e perché soffriva del difficile rapporto con i suoi compagni di scuola, violenti[N 6] tanto quanto gli insegnanti che lo punivano di frequente[22]. La letteratura era già una consolazione e una passione: durante la ricreazione, racconterà lo scrittore, «…mi chiudevo […] in una camera, e lì componevo versi»[23]. Nell’aprile del 1796 passò al collegio di Sant’Antonio, a Lugano, gestito ancora dai Somaschi, per rimanervi fino al settembre del 1798[21]. Nello stesso 1796, giungeva sul Lago di Lugano il somasco Francesco Soave, celebre erudito e pedagogista. Per quanto sia del tutto improbabile che Manzoni l’abbia avuto come maestro (se non per qualche giorno), la sua figura esercitò sul bambino una notevole influenza[24]. Vecchio e prossimo alla morte, l’autore de I Promessi Sposi ricordava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un’aureola di gloria»[25].

Passò, alla fine del ’98, al collegio Longone di Milano, gestito dai Barnabiti[26] e quindi si trasferì a Castellazzo de’ Barzi, dove l’istituto aveva stabilito provvisoriamente la propria sede a causa delle manovre belliche[21] per poi tornare, il 7 agosto 1799, a Milano[26]. Non è chiaro quanto l’adolescente rimanesse dai Barnabiti, anche se l’ipotesi più accreditata lo fa supporre allievo della scuola fino al giugno 1801[27]. Alessandro, nonostante l’isolamento cui era costretto per colpa dell’ambiente chiuso e bigotto, riuscì a stringere alcune amicizie che resteranno durature nel corso degli anni a venire: Giulio Visconti e Federico Confalonieri furono suoi compagni di classe. Un giorno imprecisato dell’anno scolastico 1800-1801, poi, gli scolari ricevettero una visita che suscitò nel Nostro una grande emozione: l’arrivo di Vincenzo Monti, che leggeva avidamente e considerava il più grande poeta vivente, «fu per lui come un’apparizione di un Dio»[28].

La formazione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Appiani, Vincenzo Monti, olio su tela, 1809, Pinacoteca di Brera.

La formazione culturale di Manzoni è imbevuta di mitologia e letteratura latina, come appare chiaramente dalle poesie adolescenziali. Due, in particolare, sono gli autori classici prediletti, Virgilio e Orazio[29]; notevole è anche l’influsso di Dante e Petrarca[30], mentre tra i contemporanei, assieme al Monti, svolgono un ruolo importante Parini e Alfieri[31][32][33][34]. Se si escludono gli esercizi di stile precedenti[N 7], le sue primissime esperienze poetiche risalgono alla metà del 1801, quando cominciò a stendere Del trionfo della libertà[35]. Tuttavia vi si può riscontrare una vena satirica e polemica che avrà un ruolo non trascurabile nel Manzoni adolescente, pur venendo mitigata già a metà del decennio. Ci restano le traduzioni, in endecasillabi sciolti, di alcune parti del libro quinto dell’Eneide e della Satira terza (libro primo) di Orazio, accanto a un epigramma mutilo in cui attacca un certo fra’ Volpino che, sotto mentite spoglie, raffigura il vicerettore del collegio, padre Gaetano Volpini[36].

Un giovane scapestrato[modifica | modifica wikitesto]

Uscito dall’angusto mondo del Longone, visse dall’estate 1801 al 1805 con l’anziano padre don Pietro, alternando la vita di città[37] con soggiorni alla tenuta di Caleotto[29], e dedicando buona parte del suo tempo al divertimento e in particolare al gioco d’azzardo, frequentando l’ambiente illuministico dell’aristocrazia e dell’alta borghesia milanese. Giocava nel ridotto del Teatro alla Scala, finché, sembra, un rimprovero del Monti lo convinse a rinunciare al vizio[38]. Fu anche l’epoca del primo amore, quello per Luigina Visconti, sorella di Ermes. Di questa esperienza sappiamo quanto il poeta stesso rivelò nel 1807 in una lettera a Claude Fauriel. A Genova, infatti, l’aveva casualmente rivista, ormai sposata al marchese Gian Carlo Di Negro, e l’episodio aveva risvegliato in lui la nostalgia e il dispiacere di averla perduta[39]. Oltre a questi svaghi, la giovinezza del Manzoni è contrassegnata anche da un soggiorno a Venezia (dall’ottobre 1803 al maggio 1804[21][40]) presso il cugino Giovanni Manzoni, durante il quale ebbe modo di conoscere la nobildonna Isabella Teotochi Albrizzi, a suo tempo musa di Foscolo[40], e di scrivere tre dei quattro Sermoni[41]. Non è chiaro il motivo del soggiorno veneziano, del quale Alessandro conservava anche ai tardi anni un bellissimo ricordo[42], ma non sembrano avere avuto un ruolo ragioni politiche: piuttosto vi entrò il desiderio del padre di allontanarlo da uno stile di vita dissipato[40].

La Milano illuminista[modifica | modifica wikitesto]

Anonimo inglese, Alessandro Manzoni nel 1805, olio su tela, attualmente nella Casa Manzoni di via del Morone, Milano. Natalia Ginzburg, con molta probabilità, descrive questo ritratto, quando dice: «Altrove ha una folta chioma scompigliata, gli occhi nuvolosi e rassomiglia a Ugo Foscolo»[43].

Il compiacimento neoclassico del tempo gli ispirò le prime composizioni di un qualche rilievo, modulate sull’opera di Vincenzo Monti, idolo letterario del momento. Ma, oltre questi, Manzoni si volge a Parini, portavoce degli ideali illuministi nonché dell’esigenza di moralizzazione, al poeta Ugo Foscolo, a Francesco Lomonaco, un esule lucano[44][N 8], e a Vincenzo Cuoco, assertore delle teorie vichiane[45], anche lui esule da Napoli dopo la restaurazione borbonica del 1799 e considerato il «primo vero maestro del Manzoni»[46]. La vicinanza all’ambiente neoclassico, e al suo campione Vincenzo Monti in particolare, spinsero il giovane Manzoni a frequentare alcuni corsi di eloquenza tenuti dal poeta romagnolo all’università di Pavia tra il 1802 e il 1803[10].Nei registri dell’ateneo il nome di Alessandro non risulta, ma è quasi certo che egli seguisse le lezioni montiane[10].

Oltre alla nota ammirazione per il Monti e all’opinione di illustri studiosi[47], sembra convalidare l’ipotesi il carteggio del periodo. I corrispondenti di Manzoni, infatti, sono quasi tutti studenti (o vecchi studenti) dell’università, da Andrea Mustoxidi a Giovan Battista Pagani, da Ignazio Calderari a Ermes Visconti e a Luigi Arese[10][N 9][48]. Il contesto accademico lo dovette mettere in contatto anche con due professori giansenisti, Giuseppe Zola e Pietro Tamburini, docenti rispettivamente di «storia delle leggi e dei costumi» e di «filosofia morale, diritto naturale e pubblico»[N 10].

Le loro idee in difesa della morale lo influenzarono molto, oltre a introdurlo per la prima volta al pensiero giansenista. Tamburini condannava la Curia romana per le sue deformazioni ma vedeva nel cattolicesimo un imprescindibile modello. Per l’elevatezza delle sue dissertazioni parve a Manzoni un punto di riferimento al pari di Zola, definito «sommo» in una lettera al Pagani del 6 settembre 1804[49]. Dal punto di vista letterario, a questo periodo si devono Del trionfo della libertà, Adda e I quattro sermoni che recano l’impronta di Monti e di Parini, ma anche l’eco di Virgilio e Orazio.

Il soggiorno parigino (1805-1810)[modifica | modifica wikitesto]

La morte di Carlo Imbonati e il ricongiungimento con la madre[modifica | modifica wikitesto]

Cameo del XIX secolo raffigurante il profilo di Carlo Imbonati.

Nel 1805 Manzoni venne invitato dalla madre e da Carlo Imbonati a Parigi, a quanto pare dietro suggerimento del Monti[50]. Alessandro accettò con entusiasmo, ma non fece in tempo a conoscere il conte – alla cui missiva rispose nel marzo, con parole di calore e riconoscimento che Imbonati non lesse mai -, il quale morì il 15 marzo, lasciando la Beccaria ereditiera universale del suo patrimonio[51][52]ma anche affranta e bisognosa dell’amore filiale[53]. Il giovane, ora ventenne, giunse nella capitale francese il 12 luglio[21][52], giorno in cui la polizia locale gli rilasciava il permesso di soggiorno[54]. Uniti entrambi nel dolore Manzoni, che per lo scomparso scrisse l’ode In morte di Carlo Imbonati, scoprì di avere una madre: le loro strade, divise sino ad allora, si incrociarono per non lasciarsi più. Fino al 1841, anno della morte della Beccaria, i due instaurarono un rapporto strettissimo la cui profondità emerge dalle lettere dello scrittore in numerosissime occasioni. Già il 31 agosto 1805 rivelava a Vincenzo Monti di aver trovato «la mia felicità […] fra le braccia d’una madre», e di non vivere che «per la mia Giulia»[55].

Il circolo parigino: gli Idéologues e Claude Fauriel[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Idéologues.

Claude Fauriel, Castello di Bignon, Francia.

Con la madre soggiornò al numero 3 di Place Vendôme. Molto spesso, però, madre e figlio si recavano ad Auteuil[N 11], cittadina ove si riuniva il circolo intellettuale sotto il patronato della vedova del filosofo Helvétius[21], e alla Maisonnette di Meulan, dove passò due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti Idéologues, filosofi di scuola ottocentesca eredi dell’illuminismo settecentesco ma orientato verso tematiche concrete nella società, e anticipatori per questo di tematiche romantiche (quali l’attenzione alle classi povere, alle emozioni)[56].

Un ruolo importante nel gruppo degli Idéologues (costituito, tra gli altri, da Volney, Garat, Destutt de Tracy e il danese Baggesen[57]) era ricoperto da Claude Fauriel[56][N 12], col quale Alessandro strinse una duratura amicizia per molti anni, una frequentazione facilitata anche dal legame che c’era tra Giulia e l’amante di Fauriel, Sophie de Condorcet[58], e dal più anziano Pierre Cabanis[59], autore della Lettre sur les causes premières, testo orientato in senso spiritualista, impregnato di spirito religioso, per quanto l’Essere supremo di cui si ammette l’esistenza non coincida completamente con il Dio cristiano secondo la concezione della Chiesa[60].

A Parigi, dunque, Alessandro entra in contatto con la cultura francese classicheggiante, assimilando il sensismo, le teorie volterriane e l’evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche. Ci sono rimaste poche lettere relative agli anni 1805-1807, e non è pertanto possibile definire con precisione la rilevanza – per Manzoni – di tutti i testi e gli autori che il poeta lombardo conobbe o approfondì nei primi anni francesi. Fauriel e Cabanis emergono tuttavia come i due principali punti di riferimento, e una certa importanza dovette avere anche Lebrun, riconosciuto, in una lettera al Pagani del 12 marzo 1806, «grand’uomo», «poeta sommo» e «lirico trascendente». Potrebbero essere anche parole di circostanza, dettate da un’amicizia ancor fresca e dalla riconoscenza per le parole di elogio che «Pindare Lebrun»[N 13] gli aveva rivolto, omaggiandolo di un suo componimento. Lo stile del poeta francese, improntato a un classicismo enfatico e di maniera, non pare in effetti conciliarsi con la poetica manzoniana, ma il poemetto Urania (ideato tra il 1806 e il 1807 e poi stancamente portato a compimento negli anni successivi) ne recherà parzialmente l’impronta[61].

Silvana Mangano

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Silvana Mangano a Roma nel 1974

Silvana Mangano (Roma, 21 aprile 1930Madrid, 16 dicembre 1989) è stata un’attrice cinematografica italiana.

Annoverata tra le maggiori attrici del cinema italiano, per le sue interpretazioni ha ottenuto tre David di Donatello e tre Nastri d’argento.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Esordi[modifica | modifica wikitesto]

Silvana Mangano in Riso amaro (1949)

Figlia di un ferroviere originario di Petralia Soprana (in provincia di Palermo) e di una casalinga britannica (Ivy Webb, originaria di Croydon), sorella dell’attore Roy Mangano, iniziò a seguire alcuni corsi di danza classica a Milano presso Jia Ruskaja e fu notata dal famoso costumista francese Georges Armenkov. Dopo qualche titubanza la Mangano decise di partire per la Francia dove nel 1945 apparve come comparsa nel suo primo film: Le jugement dernier di René Chanas[1].

Ritornata in Italia, lavorò come indossatrice per l’atelier Mascetti[2]. A soli 16 anni, grazie alla sua bellezza scultorea, fu eletta Miss Roma1946 ma all’ultimo momento non si presentò al concorso di Miss Italia 1947. Il titolo fu vinto da Lucia Bosè e a quella storica edizione parteciparono anche Gianna Maria Canale (seconda), Gina Lollobrigida (terza) ed Eleonora Rossi Drago (poi esclusa). Silvana venne comunque notata dal regista Mario Costa e ottenne piccolissimi ruoli in alcune pellicole come Il delitto di Giovanni Episcopo del 1947 di Alberto Lattuada in cui appare anche la Lollobrigida.

Nel frattempo, seguì un corso di recitazione incontrandovi Marcello Mastroianni, il suo primo grande amore; a proposito la Mangano disse anni dopo: “Ci conosciamo da sempre. A Roma da ragazzi abitavamo nello stesso quartiere, innamorati. Io sedici anni, lui ventidue. Marcello non lo ha mai dimenticato, anche perché una volta, mentre ci baciavamo su una panchina, sorprese un guardone; lo affrontò, gli tirò un pugno, quello si scansò… e Marcello colpì un tronco d’albero. Così, negli anni, ogni volta che quel pollice gli ha fatto male si è ricordato di me“.

Riso amaro e il successo internazionale[modifica | modifica wikitesto]

La relazione con Mastroianni dura poco ma, appena diciottenne, la Mangano fu scelta da Giuseppe De Santis per il film neorealista Riso amaro (1949) con Vittorio Gassman, Raf Vallone e Doris Dowling. L’attrice si presentò al provino in mezzo a una folla di ragazze, ma il regista non ne scelse nessuna: nemmeno lei, che era troppo truccata e vestita in modo vistoso. Tempo dopo, passeggiando per via Veneto a Roma si scontrò col regista sotto la pioggia. Senza trucco, coi capelli bagnati e un aspetto dimesso colpì De Santis che la sottopose a un secondo provino. Così lei ottenne la parte della protagonista Silvana Meliga.

Durante le riprese, nell’estate 1948, conobbe il futuro marito, il produttore cinematografico Dino De Laurentiis. Il film ottenne un successo straordinario e la Mangano s’impose nel mondo del cinema, come sex symbol nazionale del dopoguerra. La sua immagine fiera e indolente della mondina, con la maglietta attillata e le calze nere a metà coscia, diventa un’icona del cinema italiano. Nel 1949 lavorò nuovamente con Gassman ne Il lupo della Sila tanto che alcune voci la volevano fidanzata con l’attore.

L’anno successivo girò Il brigante Musolino con Amedeo Nazzari. Arrivò il successo a livello internazionale e i critici americani la soprannominarono la Rita Hayworth italiana. La Mangano ricevette proposte da Hollywood e dal regista inglese Alexander Korda, ma le rifiutò. Nel frattempo sposò Dino De Laurentiis dal quale ebbe quattro figli: Veronica (futura attrice), Raffaella (futura produttrice), Federico (futuro regista) e Francesca.

Gli anni cinquanta e l’evoluzione dell’immagine[modifica | modifica wikitesto]

La Mangano gestì attentamente la sua carriera cinematografica ma non apparve mai sul palcoscenico o in lavori di prosa televisivi. Scelse buoni soggetti e si allontanò gradualmente dalla fisicità erotica dei suoi primi film a favore dell’eclettismo interpretativo, come per la ballerina di night-club che prenderà i voti nel film Anna di Alberto Lattuada (1951), primo film italiano a toccare il miliardo di lire d’incasso[3], nel quale balla il famoso El negro Zumbon (ricordato da Nanni Moretti a distanza di quarant’anni nel film Caro diario).

Nella sua prima co-produzione ad alto budget, Ulisse (1954) di Mario Camerini con Kirk Douglas e Anthony Quinn, l’attrice interpretò due personaggi, Penelope e la Maga Circe, e questo rappresentò la consacrazione a diva del cinema internazionale.

Ne L’oro di Napoli (1954) di Vittorio De Sica interpretò la prostituta nell’episodio di Teresa e in Mambo (1954) tornò al fianco di Gassman. Furono due grandi successi commerciali. Tuttavia la Mangano aveva un carattere indolente e desiderava trascorrere più tempo con i figli nella sua villa sull’Appia antica o in quella in Costa Azzurra. Di conseguenza lei annunciò più volte un precoce ritiro dalle scene e finì per rinunciare a numerosi film importanti compreso il ruolo della protagonista nel kolossal italo-statunitense Guerra e pace, prodotto dal marito (che dopo il suo rifiuto venne affidato ad Audrey Hepburn).

Grande risalto giornalistico ebbero nel 1956 le riprese del film Uomini e lupi, di Peppino De Santis, accanto a un ancora immaturo Yves Montand e all’esperto Guido Celano: durante una pausa della lavorazione, nelle montagne della Majella in Abruzzo, la Mangano fu assalita da uno dei lupi utilizzati per le scene, sfuggito al proprio domatore. Celano, rischiando coraggiosamente, riuscì a deviare l’aggressione dell’animale, che fu poi abbattuto da un cacciatore che si trovava nella zona.

Più volte rifiutò di lavorare al fianco di Mastroianni, mentre accettò La tempesta (1958). Inevitabile il confronto divistico tra la Mangano e il mito nascente di Sophia Loren, sostenuto da Carlo Ponti, in precedenza socio di De Laurentiis. A seguire lavorò in La diga sul Pacifico (1958), diretto da René Clément e tratto da un romanzo di Marguerite Duras, al fianco di Anthony Perkins e Alida Valli come cointerpreti. Dalla fine degli anni cinquanta, nonostante il carattere riservato, la Mangano si cimentò anche in ruoli di commedia, dando prova della sua versatilità nel ruolo della prostituta Costantina ne La grande guerra (1959) di Mario Monicelli, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, o in quello della popolana in Crimen (1960) di Mario Camerini.

Gli anni sessanta: le commedie e i film d’autore[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1959 Federico Fellini le propose di recitare a fianco di Mastroianni ne La dolce vita ma De Laurentiis, forse per gelosia, la spinse a rifiutare la parte, che venne così interpretata da Anouk Aimée. A seguito del rifiuto di Gina Lollobrigida, la Mangano vestì i panni di una partigiana yugoslava che lotta contro i nazisti in Jovanka e le altre (1960) di Martin Ritt, accettando di tagliare a zero i suoi lunghi capelli per questo ruolo che le valse una copertina della rivista statunitense Life.

In seguito girò Il giudizio universale (1961), stringendo amicizia con Alberto Sordi, cui resterà affezionata per tutta la vita. Con la notevole interpretazione del personaggio di Edda Ciano nel film Il processo di Verona di Carlo Lizzani la Mangano iniziò a cimentarsi con ruoli sempre più tormentati, introspettivi e raffinati. Proseguì anche nella commedia, in coppia con Sordi, in La mia signora (1964) di Tinto Brass, prima che questi si dedicasse al genere erotico, e ne Il disco volante (1964), con Alessandro Blasetti in Io, io, io… e gli altri (1965) dove reincontrò Mastroianni e fu diretta sempre da Sordi nel satirico Scusi, lei è favorevole o contrario? (1966).

Pasolini e Visconti[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni dal 1967 al 1974, Silvana Mangano ebbe opportunità di buon livello artistico con due maestri quali Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti, che avevano compreso e intuito il suo modo di recitare. Il marito produttore confezionò su misura per lei il film a episodi Le streghe (1967), sul cui set per la prima volta venne diretta dai due registi.

Silvana Mangano in un fotogramma del film Morte a Venezia (1971)

Fu poi una splendida Giocasta nel film Edipo re (1967), interpretò una madre borghese e disorientata in Teorema (1968) con Massimo Girotti e Terence Stamp, quindi una partecipazione straordinaria nelle vesti della Madonna nel Decameron (1971) (il suo cameo in questo film si può considerare come una sorta di “risarcimento affettivo” da parte dell’amico Pasolini per la delusione della Mangano in seguito alle dure critiche ricevute da “Teorema”).

Recitò quindi nella commedia Lo scopone scientifico (1972), considerato tra i massimi film di Luigi Comencini, attorniata da Alberto Sordi, Bette Davis e Joseph Cotten. Visconti la volle in Morte a Venezia (1971) e, accanto a Romy Schneider, in Ludwig (1973), poi l’anno seguente nel cast all-stars di Gruppo di famiglia in un interno (1974) con Burt Lancaster ed Helmut Berger. Se in Morte a Venezia il suo personaggio rappresentava la trascendenza di una bellezza raffinata e malinconica, nell’ultima pellicola diretta da Visconti porta la sua recitazione su toni intensi come mai in passato, nel ruolo di una donna espressamente terrena.

Gina Lollobrigida

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« In Europa Gi-na-Lol-lo-bri-gi-da sono le sette sillabe più famose. È lei la ragazza che, secondo Humphrey Bogart, “fa sembrare Marilyn Monroe simile a Shirley Temple”. »
(TIME, 1954)

Gina Lollobrigida in un’immagine degli anni sessanta

Gina Lollobrigida, nome d’arte di Luigia Lollobrigida[1] (Subiaco, 4 luglio 1927), è un’attrice, cantante e scultrice italiana. Fu una delle attrici europee, oltre che sex symbol, più importanti a livello internazionale degli anni cinquanta e sessanta.

Durante la sua lunga e variegata carriera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui un Golden Globe per il film Torna a settembre, sette David di Donatello e due Nastri d’argento.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

« Ha le forme più perfette tra tutte le attrici che ho conosciuto »
(Philippe Halsman)

Nasce a Subiaco, in provincia di Roma, il 4 luglio 1927, figlia di Giovanni Lollobrigida (1897-1977) un facoltoso produttore di mobili che perde tutte le sue proprietà a causa di un bombardamento angloamericano, e di Giuseppina Mercuri (1900-1970).[2] Nipote di Chelidonia Merosi (1883-1995), supercentenaria già decana d’Italia, Luigina fin da piccola rivela un carattere ambizioso, determinato, combattivo e non incline ai compromessi.

Rino Barillari con Gina Lollobrigida – 1970 Premio Via dei Condotti Antico Caffè Greco

Nel 1944, ancor prima dell’arrivo degli Alleati, la famiglia si trasferisce a Roma iscrivendo Gina all’Istituto di Belle Arti. La famiglia non è più benestante quindi per mantenersi agli studi lei vende delle caricature disegnate col carboncino e posa per i primi fotoromanzi, con lo pseudonimo di Diana Loris.

Nella primavera del 1947 un amico la convince a partecipare all’ultimo momento al concorso di Miss Roma. Lei non ha nemmeno un vestito adatto ma si classifica seconda e ottiene un tale successo di pubblico che viene invitata a Stresa per le finali di Miss Italia dove ottiene il terzo posto dopo Lucia Bosè e Gianna Maria Canale, future stelle del cinema come lei. In quello stesso anno parteciparono alla manifestazione anche Eleonora Rossi Drago, esclusa perché priva dei requisiti (in quanto già sposata), e Silvana Mangano, anche loro in seguito divenute celebri attrici.

Carriera[modifica | modifica wikitesto]

Gina Lollobrigida in Moglie per una notte (1952)

Gina Lollobrigida in La romana (1954)

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1945 la Lollobrigida interpreta una parte nella commedia Santarellina di Eduardo Scarpetta nel Teatro della Concordia di Monte Castello di Vibio, il più piccolo teatro all’italiana del mondo.[3]

Nel 1947 è protagonista (sotto lo pseudonimo di Diana Loris) in uno dei primi due fotoromanzi italiani: Nel fondo del cuore, pubblicato a puntate sulla rivista Sogno.

L’attrice iniziò la carriera cinematografica prima come comparsa e controfigura, e successivamente in piccoli ruoli di contorno nei popolari film operistici dell’immediato dopoguerra. Silvana Pampanini ricordava con malizia che fu lei a sceglierla per una particina in una pellicola di cui era protagonista.

Nel 1950 Gina volò sola verso Hollywood, accettando l’invito del miliardario Howard Hughes, produttore e scopritore di dive come Jane Russell. Quando Gina scoprì che stava per essere chiusa in una gabbia dorata tornò precipitosamente a Roma. Il contratto in esclusiva che aveva già firmato le impedì fino al 1959 di lavorare negli Stati Uniti, ma non in produzioni statunitensi girate in Europa.

I primi successi[modifica | modifica wikitesto]

Arrivarono comunque i primi successi, fra i quali: Campane a martello di Luigi Zampa (1949), Achtung! Banditi! di Carlo Lizzani (1951) e soprattutto Fanfan la Tulipe di Christian-Jaque del 1952 (Orso d’argento al Festival di Berlino), che la consacrò star in Francia, mentre in Italia, nello stesso anno, conquistò una vasta popolarità con Altri tempi di Alessandro Blasetti, nell’episodio Il processo di Frine con Vittorio De Sica, che coniò per lei il neologismo maggiorata fisica.

Nel 1953 interpretò, ancora al fianco di Vittorio De Sica, il ruolo della Bersagliera, premiato con il Nastro d’argento e candidato al BAFTA, in Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini (Orso d’argento al Festival di Berlino), entrando definitivamente nell’immaginario collettivo grazie alla gradevole e spontanea caratterizzazione della bella popolana povera dal cuore d’oro. Raggiunti i vertici della notorietà, l’anno dopo girò un sequel altrettanto riuscito:

IV Domenica del Tempo Ordinario (Commento  di Paolo Tonghini)

29 gennaio 2017

In questa ultima domenica di gennaio ascoltiamo e meditiamo il Vangelo delle Beatitudini (Mt 5, 1-12), che ben conosciamo, ma mai a sufficienza riflettiamo e comprendiamo. Con le Beatitudini e tutto il capitolo 5 l’evangelista Matteo inaugura il primo dei grandi discorsi di Gesù sui quali ha costruito l’impianto del suo vangelo, il cosiddetto Discorso della Montagna.

Le Beatitudini: cosa sono? Sono il “discorso programmatico” di Gesù, sono la magna charta del cristiano, sono l’indicazione per poter vivere in pienezza la propria identità cristiana. Le beatitudini, però, indicano paradossalmente situazioni infelici della vita dell’uomo, situazioni che secondo la mentalità di questo mondo sono considerate delle sventure. Davanti a Dio, invece, gli infelici secondo il mondo hanno maggiore dignità e per questo potranno essere felici, perché Dio stesso li risolleverà dalla loro condizione.

E’ certamente un discorso rivoluzionario, nel vero senso del termine, e ribalta la prospettiva umana di successo, di felicità, di benessere, anche perché mette al centro l’umiltà, virtù scomoda, faticosa, ma necessaria. Sì per essere beati bisogna essere umili, cioè fidarsi di Dio, affidarsi a Lui. Ecco la beatitudine!

Allora la virtù necessaria dell’umiltà richiede fede, è l’esigenza della fede, è il nutrimento della fede.

Le beatitudini sono promessa di stabilità, di consolazione, di possesso eterno, di gaudio, di misericordia, di appartenenza a Dio, di gioia ed esultanza. In una sola parola le beatitudini ci parlano di felicità, ma di quella vera! Di quella felicità che viene solo da Dio e dalla vita in Cristo Gesù. Noi a volte confondiamo la felicità con benessere materiale, con gioie effimere, di un momento, passeggere, oppure abbiamo una idea distorta o perversa di felicità. Gesù, che è vero uomo e vero Dio, va al sodo, all’essenziale, al fondamento della vita umana, anche perché è realista, ha i piedi per terra, è concreto. Vuoi essere felice, vuoi realizzarti veramente e pienamente come uomo e come donna? Vuoi vivere sereno? Vivi il Vangelo, entra in questa logica nuova e rivoluzionaria di questo messaggio di salvezza e di liberazione

che è il Vangelo, la stessa persona di Gesù : e Gesù stesso ha personificato le beatitudini, le ha vissute sulla sua pelle, le ha realizzate.

Le beatitudini diventano così la segnaletica del Regno di Dio, qui e ora, i poveri in spirito, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a ragione della giustizia. L’insegnamento di Gesù ci interpella, a partire dal grande tema della povertà umile che sicuramente è attitudine filiale, di chi si riconosce figlio di Dio e sua creatura, riconoscimento della signoria di Dio, ma è pure condizione sociale di emarginazione e disprezzo da rimuovere alacremente e con determinazione, denunciandone le cause e ponendo in atto tutte quelle azioni che possono sconfiggerle. Ecco il perché di tutta l’azione sociale e caritativa della Chiesa in ogni tempo storico, a maggior ragione oggi.

Sophia Loren

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Sophia Loren, nome d’arte di Sofia Villani Scicolone (Roma, 20 settembre 1934), è un’attrice italiana.

Tra le più celebri attrici della storia del cinema, la Loren entra nel mondo della settima arte giovanissima e si impone ben presto, agli inizi degli anni cinquanta, come sex symbol grazie al corpo da maggiorata. Da Vittorio De Sica sarà diretta in film come La ciociara, che le valse l’Oscar alla migliore attrice, il primo dato ad un’attrice in un film non in lingua inglese e l’unica attrice insieme a Marion Cotillard a detenere questo record. Nel 1965, per il film Matrimonio all’italiana, riceverà una seconda candidatura all’Oscar, mentre nel 1991 le verrà assegnato un Oscar alla carriera.

Durante la sua lunga carriera, ha vinto 2 Oscar, 5 Golden Globe, un Leone d’oro, la Coppa Volpi a Venezia, un Prix d’interprétation féminine a Cannes, un Orso d’oro alla carriera a Berlino, un BAFTA, 9 David di Donatello (di cui quattro riconoscimenti speciali) e 3 Nastri d’argento. Nel 1999, l’American Film Institute (31 premi) ha inserito la Loren al ventunesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema, fra le 25 attrici della classifica la Loren è l’unica attrice ancora in vita.[1]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Sophia Loren a 21 anni mentre mangia un piatto di spaghetti. Foto tratta dall’album di famiglia, datata 4 dicembre 1955.

Sofia Villani Scicolone crebbe a Pozzuoli, figlia della napoletana Romilda Villani (19101991), insegnante di pianoforte, e di Riccardo Scicolone (19071976), affarista nel settore immobiliare. La madre aveva vinto nel 1932 un concorso per andare ad Hollywood come sosia di Greta Garbo, ma per la forte opposizione dei suoi genitori rinunciò. Il padre (figlio del marchese agrigentino Scicolone Murillo) riconobbe la paternità della bambina, che chiamò col nome di sua madre, Sofia, di origine veneta; tuttavia, rifiutò sempre di sposare Romilda che, per le conseguenti ristrettezze economiche[2] si trasferì con la piccola Sofia da Roma a Pozzuoli, presso la sua famiglia.

Qui Sofia trascorse l’infanzia e i primi anni dell’adolescenza, durante la seconda guerra mondiale, in condizioni economiche precarie.

Il porto e il magazzino di munizioni di Pozzuoli venivano spesso bombardati dalle forze aeree degli Alleati e nel corso di uno di questi bombardamenti, mentre Sofia correva nel rifugio antiaereo, fu colpita da una scheggia di shrapnel, che la ferì al mento. Dopo questo incidente, la famiglia si trasferì a Napoli, dove fu ospitata da lontani parenti.

Napoli e la cultura napoletana saranno presenti costantemente nella vita e nella carriera della Loren, che in molti film recita in napoletano.

Dopo la guerra, Sophia Loren e la sua famiglia tornarono a Pozzuoli. La nonna Luisa aprì nel salotto un piano-bar, vendendo liquori di ciliegia fatti in casa, Romilda suonava il piano, la sorella Maria cantava e Sofia badava ai tavoli e lavava le stoviglie. Il luogo era popolare presso i soldati americani, acquartierati nelle vicinanze.

A 15 anni Sofia vinse il suo primo concorso di bellezza e con quei soldi tornò a Roma insieme alla madre in cerca di successo ma entrambe vennero denunciate dal padre, che non accettava la carriera della figlia nel mondo dello spettacolo, per una presunta attività di prostituzione nella casa romana: tutto si risolse con un chiarimento di fronte alle forze dell’ordine.[3]

Gli inizi della carriera[modifica | modifica wikitesto]

La Loren nel film Era lui, si, si! del 1951

Nella Capitale partecipò a vari concorsi di bellezza, fra cui Miss Italia del 1950 (che la premiò come Miss Eleganza, un titolo creato apposta per lei).

Inoltre, posò per fotoromanzi e partecipò a diverse pellicole cinematografiche come comparsa o in ruoli marginali, che a poco a poco le portarono visibilità, essendo centrati sulle sue qualità estetiche. In un solo anno furono una quindicina i film nei quali fu scritturata. Affiancò anche Corrado, allora divo della radio, nella conduzione di Rosso e nero. Ma la svolta arrivò quando, sempre nel 1951, incontrò il produttore Carlo Ponti: lui la notò a un concorso di bellezza, dove lei era ospite, e il giorno dopo la ricevette nel suo studio per un colloquio. Carlo Ponti rimase subito colpito dalle sue potenzialità e le offrì un contratto di sette anni, trampolino di lancio del suo successo. Iniziò da quest’epoca a usare nomi d’arte: per un po’ si fece chiamare Sofia Lazzaro, poi, Sophia Loren, così da presentarsi in modo più “internazionale”: fu il produttore Goffredo Lombardo a darle il cognome Loren, “ispirandosi” a quello dell’attrice svedese Märta Torén (allora le attrici svedesi erano molto in voga).

La commedia degli anni cinquanta[modifica | modifica wikitesto]

Sophia Loren in L’oro di Napoli con Giacomo Furia (1954)

È da questo momento che la sua carriera prende il volo. Uno dei primissimi ruoli importanti col nome di Sophia Loren fu a fianco di Alberto Sordi, interpretando una splendida Cleopatra e quello di una sua sosia in Due notti con Cleopatra di Mario Mattoli nel 1953. L’anno seguente girerà altri film in ruoli secondari come Carosello napoletano, di Ettore Giannini, Un giorno in pretura, nell’episodio Don Michele, Anna e il biliardo con Walter Chiari di Steno, oppure Tempi nostri, con Totò di Alessandro Blasetti; ma il 1954 sarà anche l’anno decisivo per una svolta nella sua carriera interpretando ruoli da protagonista in celebri commedie. Importante fra tutti fu il ruolo della pizzaiola Sofia in L’oro di Napoli, che Vittorio De Sica le volle affidare soltanto poco dopo averla conosciuta e dopo un breve colloquio. Dello stesso anno è Peccato che sia una canaglia, di Alessandro Blasetti (tratto da un racconto di Alberto Moravia), dove incontra per la prima volta il suo partner per eccellenza Marcello Mastroianni. Qui interpreta una giovane ladra che cercherà con la sua esuberante bellezza di incastrare l’onesto tassista Paolo, che si difenderà con tutti i mezzi sia dalla giovane Lina e sia dal padre di lei, il professor Stroppiani, interpretato da Vittorio De Sica.

Nel 1955 i tre attori saranno protagonisti in La bella mugnaia, una simpatica commedia di Mario Camerini ambientata durante l’occupazione spagnola nel sud d’Italia. Dello stesso anno è Il segno di Venere, diretto dal maestro Dino Risi, dove veste i panni di Agnese, che, a causa della sua bellezza, mette in ombra la cugina Cesira di minuto aspetto, interpretata da Franca Valeri. Nel cast figurano Vittorio De Sica, Alberto Sordi, Raf Vallone e Tina Pica.

Sophia Loren con Vittorio De Sica nel film Pane, amore e… (1955)

Con Vittorio De Sica, Tina Pica e ancora diretti da Dino Risi, sempre nel 1955, Sophia Loren sarà protagonista in Pane, amore e…, dove cercherà con ogni mezzo possibile di sedurre il Maresciallo Carotenuto affinché le conceda una proroga per rimanere nella sua casa. Il film, ambientato a Sorrento e seguito di Pane, amore e fantasia e Pane, amore e gelosia (interpretati da Gina Lollobrigida da sempre indicata come la sua storica rivale cinematografica), rimane celebre per il sensuale mambo ballato da Sophia Loren per Vittorio De Sica.

Il suo primo importante ruolo drammatico arriva per un film diretto da Mario Soldati e scritto, tra gli altri, da Pier Paolo Pasolini e Giorgio Bassani: La donna del fiume. La Loren dà prova di una forte capacità interpretativa. Con La fortuna di essere donna (1956), di Alessandro Blasetti, ritorna in coppia con Marcello Mastroianni in una divertente commedia degli anni cinquanta. La celebre copertina su Life del 1955 segna l’inizio della sua carriera internazionale, grazie alla sua prorompente bellezza, che non ha mai rischiato di offuscarne l’aspetto artistico, e l’indubbia bravura come attrice, sia leggera che drammatica.

Sophia Loren con Cary Grant in Un marito per Cinzia (1958)

Hollywood[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 1956 recita anche in inglese in produzioni statunitensi di rilievo, affiancata dalle più grandi star di Hollywood. “Approdando in America, trova davanti gli anni d’oro del cinema hollywoodiano con attrici del calibro di: Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, Ingrid Bergman, Shirley Temple e tante altre”.

È questo il periodo di film come Il ragazzo sul delfino, diretto da Jean Negulesco e prodotto dalla 20th Century Fox, in cui la Loren muove i suoi primi passi nella musica cantando un brano musicale; Orgoglio e passione a fianco di Frank Sinatra e Cary Grant, con il quale, lei stessa afferma, ebbe un breve flirt. Oppure Timbuctù con John Wayne, La chiave con William Holden, il western Il diavolo in calzoncini rosa con Anthony Quinn, Un marito per Cinzia, ancora con Cary Grant. Un autentico successo americano è anche Orchidea nera, del 1958, per la regia di Martin Ritt, uno dei suoi miglior film americani, che ottiene molte acclamazioni anche in Italia, facendo vincere a Sophia il suo primo David di Donatello e la Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia di quell’anno.

Viene diretta da Delbert Mann nel drammatico Desiderio sotto gli olmi. Qui la Loren interpreta il ruolo dell’italiana Anna Cabot con a fianco Anthony Perkins, il celebre serial killer di Psyco di Alfred Hitchcock.

Grazie a questi film e a tanti altri, Sophia Loren riuscì a imporsi e farsi amare dal pubblico statunitense e di tutto il mondo, competendo con le grandi star femminili dell’epoca di Hollywood.

Gli anni sessanta: il successo internazionale[modifica | modifica wikitesto]

Sophia Loren con Eleonora Brown ne La ciociara (1960)

Divisa tra Italia e Hollywood, interpreta innumerevoli film di successo con le più grandi star mondiali, diretta da registi quali Vittorio De Sica, Mario Monicelli, Ettore Scola, Dino Risi, Mario Camerini, Charlie Chaplin, Sidney Lumet, George Cukor, Michael Curtiz, Anthony Mann e André Cayatte. In particolare con De Sica, con il quale gira otto film, forma un ideale sodalizio, spesso completato dalla presenza di Marcello Mastroianni.

Nel tempo va sempre più affermandosi come una vera icona del cinema italiano nel mondo; la definitiva consacrazione come attrice arriva con l’interpretazione del suo film-simbolo, La ciociara, diretto da Vittorio De Sica e prodotto dal marito Carlo Ponti. La parte di Cesira era stata offerta, in un primo momento, ad Anna Magnani, mentre la Loren avrebbe dovuto interpretare la figlia Rosetta, e la regia del film inizialmente era stata assegnata a George Cukor.

Ambientato negli anni della seconda guerra mondiale, il film è tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia. All’epoca Sophia Loren aveva solo 25 anni, quando inaspettatamente Vittorio De Sica le propose il ruolo di Cesira. Un personaggio semplice e popolano, ma costituito da una grande venatura drammatica, che lei riuscì a far emergere con straordinaria disinvoltura e naturalezza. Molteplici sono le scene emblematiche del film dove la Loren dimostra il suo straordinario istinto recitativo, come la scena dello stupro dentro una chiesa abbandonata, il momento del risveglio con l’abbraccio tragico di calore materno verso la figlia Rosetta pregante e uno sguardo intenso e commovente, oppure la scena simbolo in cui Cesira sfoga la propria rabbia per la violenza subita, cadendo a terra in un pianto straziante quanto liberatorio.

Questa interpretazione vale alla Loren il Premio Oscar, la Palma d’oro a Cannes, il BAFTA, il David di Donatello e il Nastro d’argento.

Nell’aprile dello stesso anno TIME le dedica una copertina con un’illustrazione di René Bouché[4].

Dopo il successo de La ciociara, Sophia vola in Spagna per girare il colossal El Cid, dove interpreta la bella Jimena, promessa sposa al leggendario condottiero El Cid Campeador, interpretato da Charlton Heston; nel cast figura anche Raf Vallone. Del seguente anno è l’indimenticabile ruolo di una procace Zoe, nell’episodio La riffa, diretta da Vittorio De Sica, in Boccaccio ’70. Successivamente girerà per lo stesso De Sica altri ruoli d’inconfondibile bellezza e solarità.

Negli anni immediatamente successivi reciterà con Peter Sellers in La miliardaria, con Clark Gable in La baia di Napoli, con Paul Newman in Lady L e con Marlon Brando e Charlie Chaplin ne La contessa di Hong Kong.

Nel 1961 invece, veste i panni di Madame Sans-Gêne, il film, diretto da Christian-Jaque, è ispirato ad una commedia storica in tre atti scritta nel 1893 dai francesi Victorien Sardou, famoso drammaturgo, e da Émile Moreau, commediografo e sceneggiatore.

Il sodalizio con De Sica e Mastroianni[modifica | modifica wikitesto]

Del 1963 è Ieri, oggi, domani, in cui interpreta tre ruoli divenuti celebri: Adelina, una giovane napoletana venditrice di sigarette di contrabbando che per sfuggire al carcere cerca di rimanere incinta più volte possibile; il secondo episodio è Anna, una signora milanese che, insoddisfatta della propria vita, cerca una consolazione in un amore extra-coniugale; il terzo episodio, probabilmente il più celebre, è Mara, una prostituta romana che all’inizio cerca di sedurre un seminarista, ma poi comprende che dovrà aiutarlo nel suo cammino spirituale. Rimane nell’immaginario di tutti lo spogliarello che ci regala di fronte a un sognante Marcello Mastroianni. Per questi ruoli riceverà il David di Donatello come migliore attrice protagonista, mentre il film ottiene numerosi premi, tra cui il Premio Oscar come miglior film straniero nel 1965.

Del 1964 è invece Matrimonio all’italiana, tratto dalla commedia Filumena Marturano di Eduardo De Filippo. Vittorio De Sica le assegna un altro celebre personaggio, quello della prostituta Filumena, complesso e battagliero. Una donna che cerca di rifarsi una vita credendo all’amore di Domenico Soriano (interpretato da Marcello Mastroianni), e poi con ogni mezzo trova il modo per garantire un futuro ai suoi tre figli, che ha nascosto per tutta la vita, sposando “don Dummì”. Un’eccellente interpretazione con celebri monologhi dove si evidenzia, soprattutto, l’istinto dell’essere madre e l’amore per i figli sopra ogni cosa. Per questo ruolo riceve una seconda nomination all’Oscar alla miglior attrice.

L’ultimo film, che vede protagonista la celebre coppia diretta da Vittorio De Sica, è I girasoli. Un’appassionata storia d’amore tra Giovanna e Antonio, che li vede felici e innamorati nella prima parte fino a quando la guerra li dividerà per sempre. Un altro ruolo intenso e drammatico in cui, questa volta, presta la sua energia nel ritrovare suo marito fino in Russia, dove è dato per disperso. Nel 1970 riceve un altro David di Donatello come miglior attrice protagonista.

L’ARTE ALLUCINANTE DI ANTONIO BIASINI

Dopo le nonne, l’ arte. Il fattorino scrittore va a visitare la mostra postuma dedicata alle opere di Antonio Biasini, uno degli artisti di maggior spicco della fertile terra soresinese, scomparso il 20.11.1983 a soli 44 anni, ha avuto un successo come raramente ci è capitato di verificare nelle mostre allestite alla galleria d’ arte della sala del podestà. Per tutto il mese di marzo è stato un accorrere di visitatori, colpiti principalmente dall’ unità ed ampiezza delle dimensioni delle sue figure( sia su carta-carboncino macchiato caffè- che su tela ad olio ), ricurve e imprigionate in un’ esistenza quasi impossibile, i cui presupposti intellettuali ed artistici vengono macerati dalla sofferenza, da un dolore che è insieme trionfo ed esaltazione. C’ è nel Biasini il rifiuto del falso, l’ odio per ciò che sta alla superficie. Qui appare il lato genuino della sua arte, da qui egli ne trae il contenuto. L’ abbiamo v isto per anni vivere così, nel suo mondo staccato, impossibile, fuori dalla realtà, senza compromessi col contingente, in un delirio artistico dove le cellule cerebrali vengono portate all’ eccesso. Un’ arte quasi allucinante, gelo del pensiero nella sua antitesi espressiva, perchè calore e sentimento dolci si leggono nei suoi quadri, rapimento ed estasi di un atto fideistico, che solo dall’ umiltà può raggiungere certe vette. In una parola, un’ arte concepita sì dalla fantasia poetica, ma approvata dal gusto di vivere non in superficie. Biasini si è espresso con una notevole varietà espressiva, passando dal sacro al profano con uguale sentimento di profondo rispetto. Collocare in modo compiuto i suoi quadri in una mostra, non era facile. Giuseppe Zumbolo, che è stato l’ ideatore dell’ iniziativa, ha il merito d’ aver posto il visitatore nelle condizioni di fare un percorso ideale delle opere di Antonio Biasini.
Giulio Zignani

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