Mese: dicembre 2016

Corpo umano

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Corpo umano

Corpo umano

Il corpo umano è l’intera struttura fisica dell’organismoumano. Il corpo umano consiste in una testa, un collo, un torso, due arti superiori e due arti inferiori. L’altezza media di un umano adulto è di circa 1,77 metri. La taglia è significativamente determinata dal sesso e da caratteristiche acquisite in vita: la tipologia (grasso, magro, alto, minuto ecc.) e la composizione del corpo sono infatti influenzate da fattori post-nascita come la dieta e l’esercizio fisico, ma rimangono legati al patrimonio genetico dell’individuo. Il corpo umano ha subito un’evoluzione costante dalle origini della comparsa dell’uomo fino ad oggi.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Prima che l’essere umano raggiunga l’età adulta, il corpo consiste in 100.000 miliardi di cellule. Ognuna è parte di un sistema o un apparato di organi il cui scopo è consentire le funzioni vitali essenziali. I sistemi di organi del corpo umano includono:

Spesso, con “corpo” ci si riferisce sia al corpo umano quando è ancora in vita sia, per estensione del termine, quando è morto, ovvero quando si parla di cadavere.

Scienze naturali[modifica | modifica wikitesto]

La fisiologia studia il funzionamento del corpo umano. L’anatomia umana studia le strutture e i sistemi del corpo umano. L’ecologia si concentra sull’ecosistema e su interazioni fra l’essere umano e l’ambiente.

Il corpo umano è costituito mediamente, tralasciando altri sistemi, da 206 ossa e circa 650 muscoli.

Scienze sociali[modifica | modifica wikitesto]

Le scienze sociali si concentrano sugli aspetti sociali del corpo umano. Gli umani, coscientemente o incoscientemente, mandano e ricevono segnali non verbali tutto il tempo. Il linguaggio del corpo è parte della comunicazione non verbale.

Arte[modifica | modifica wikitesto]

Disegno dei primi dell’Ottocento sulle proporzioni del corpo umano

Il corpo umano è anche un importante tema per il disegno, la pittura e la fotografia. Leonardo da Vinci è stato un grande studioso del corpo e una sua più importante opera è l’Uomo vitruviano che è anche stampato sulla moneta da un euro italiana.

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Volpe

Volpe

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Progetto:Forme di vita/Come leggere il tassobox

Come leggere il tassobox

Volpe

Fuzzy Freddy.jpg
Vulpes vulpes
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Mammalia
Ordine Carnivora
Sottordine Caniformia
Famiglia Canidae
Genere Alopex
Atelocynus
Cerdocyon
Dusicyon
Otocyon
Pseudalopex
Urocyon
Vulpes

Il fennec è la più piccola specie di volpe.

Volpe polare ben nascosta tra la neve.

Scheletro di volpe.

Una volpe grigia sudamericana nel Parco Nazionale di Pan de Azúcar, sulle coste del deserto di Atacama.

Volpe rossa davanti a un’abitazione a Evergreen (Colorado).

Con il nome comune di volpe vengono indicate 24 specie di mammiferionnivori appartenenti alla famiglia dei Canidi, diffusi in America, Europa, Asia e Africa, dalla tundra artica al centro delle città. Il più vasto dei generi di volpe, Vulpes, è anche il genere di Canidi con la più ampia distribuzione e uno dei suoi membri, la volpe rossa, è il più diffuso e con ogni probabilità il più adattabile carnivoro.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Volpe deriva dal latino vulpēs[1] o volpēs, dalla radice indoeuropea *wlpé- [2], con esiti[3] in greco attico ἀλώπηξ alṑpēx (da ϝαλώπηξ walṑpēx, forma conservata in altri dialetti), gotico vulfo. Il Pott, non seguito dal Curtius, connette la stessa radice con il sanscrito lopacas per *vlopacas, da cui il lituano làpe per *vlape. Da confrontare con il gotico volfas, il tedesco Wolf, l’inglese wolf (ambedue parole che indicano il lupo).

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Le volpi sono piccoli Canidi con il muso appuntito, cranio leggero e piuttosto appiattito, orecchie larghe e coda molto pelosa. La loro taglia varia da una lunghezza totale del corpo di 60–80 cm, la lunghezza della coda è di circa 25 cm e un peso di 0,7-1,6 kg nel fennec, ad una lunghezza totale del corpo di 72–100 cm, una lunghezza della coda di 25–35 cm e un peso di 9 kg nella volpe dalle orecchie corte.

Il mantello è perlopiù grigio o arancio-rossiccio, ma anche bianco, giallo cuoio e nero (a seconda della specie).

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Alimentazione[modifica | modifica wikitesto]

Tutte le specie mostrano una grande adattabilità rispetto al cibo, e usano tecniche di caccia che possono variare dall’appostamento furtivo fino all’attacco improvviso. Tranne l’otocione che si nutre di termiti, non esistono grandi differenze nella dieta delle varie specie, tranne quelle costituite dal tipo di prede a disposizione in natura. Le volpi polari si nutrono di uccelli marini, pernici bianche, invertebrati marini, frutti e bacche e delle carcasse che trovano nelle loro metodiche esplorazioni delle spiagge. Le puntate sulle spiagge coincidono con la bassa marea, che lascia allo scoperto cibo fresco.

Anche le volpi rosse hanno una dieta altrettanto varia che consiste di piccoli ungulati, conigli, lepri, roditori e uccelli, ma anche di invertebrati come scarafaggi, cavallette e lombrichi. Sono state anche viste volpi rosse intente a pescare sguazzando in stagni poco profondi. Quando è la stagione, il 90% della dieta può essere costituito da more, mele e dai frutti della rosa canina[4].

Tutte le vere volpi catturano i roditori saltando a un metro da terra e ricadendo in picchiata sulla preda con le zampe anteriori, e ciò con ogni probabilità per neutralizzare il balzo verticale con cui alcuni ratti cercano di sfuggire ai predatori. Le volpi rosse catturano i lombrichi che abbandonano le loro gallerie nelle notti calde e umide, e per far ciò camminano lentamente avanti e indietro cercando di captare il rumore prodotto dalle setole dei lombrichi contro l’erba. Una volta localizzato il verme, la volpe lo punta prima di afferrarlo: i vermi ancora parzialmente ancorati alla galleria non vengono rotti, ma sono tesi e tirati con delicatezza dopo una pausa momentanea, una tecnica che le volpi condividono con i pescatori in cerca di esche.

Poche specie di volpi sono state studiate in differenti habitat, e quelle che lo sono state mostrano di nutrirsi di ogni tipo di cibo a disposizione. Tuttavia hanno alcune preferenze. Le volpi rosse, per esempio, preferiscono i roditori della famiglia dei Cricetidi, come l’arvicola, a membri della famiglia dei Muridi, come il topo selvatico.

Ecologia[modifica | modifica wikitesto]

Le abitudini alimentari simili delle varie specie possono influenzarne la distribuzione geografica, a causa della competizione per il cibo. Un tempo si pensava che la volpe polare e quella rossa fossero separate a causa della notevole capacità delle volpi polari di resistere alle basse temperature: il loro metabolismo non inizia a crescere fino a -50 °C, mentre quello delle volpi rosse aumenta a partire da -13 °C[4]. Tuttavia le volpi rosse sono state a volte trovate in regioni perfino più fredde di quelle abitate dalle volpi polari, così che sembra logico dedurne che le due specie siano separate dalla competizione alimentare: la volpe rossa pesa oltre il doppio di quella polare e necessita di conseguenza di una maggior quantità di cibo; pertanto nelle regioni più settentrionali, dove scarseggiano le prede, non può controbilanciare adeguatamente i consumi energetici come invece fa la volpe polare.

Tuttavia nelle aree dove entrambe le specie potrebbero vivere, la maggior taglia della volpe rossa le permette di sovrastare la volpe polare, costituendo così un limite alla diffusione meridionale delle volpi polari. Il limite fra gli areali delle due specie ha subito delle fluttuazioni durante le varie epoche glaciali.

La competizione diretta può aver influenzato anche la distribuzione e la taglia delle varie specie di Pseudalopex. Nel Cile centrale e meridionale sia la volpe delle Ande sia la volpe grigia sudamericana si nutrono di quantità all’incirca eguali di roditori, uccelli, uova e serpenti. All’interno del loro areale, però, la taglia delle due specie varia secondo la latitudine.

Da 34° S a 54° S la lunghezza del corpo della volpe delle Ande aumenta da 70 a 90 cm, mentre quella della volpe grigia sudamericana diminuisce da 68 a 42 cm[4]. A 34° S, dove le due specie sono della medesima taglia, la volpe delle Ande popola le regioni più elevate delle Ande, riducendo così la competizione[4]. Più a sud, dove l’altitudine delle Ande diminuisce portando così apparentemente le due specie in competizione diretta, la minor taglia della volpe grigia sudamericana la predispone a cacciare prede più piccole di quelle della volpe delle Ande, riducendo così le possibilità di una competizione diretta.

Riproduzione[modifica | modifica wikitesto]

Le volpi si riproducono una volta all’anno. Il numero dei cuccioli è normalmente da 1 a 6 per cucciolata; a seconda dell’ambiente, la media dei cuccioli di volpe rossa varia da 4 a 8: il numero massimo di feti trovati in una femmina di volpe rossa è 12[4].

Le femmine hanno 6 mammelle[4]. I periodi di gestazione noti sono di 60-63 giorni per la volpe rossa e di 51 per il fennec[4]. I cuccioli sono in genere messi alla luce in gallerie (scavate dalle stesse femmine o strappate ad altre specie) o in fenditure delle rocce. Piccoli di volpe rossa sono stati trovati anche in alberi cavi, presso i muri delle case o nell’erba alta.

Le volpi sono state di solito considerate animali monogami, ma sono state scoperte tane comuni fra le volpi del Bengala e le volpi rosse; nelle tane di queste ultime come anche in quelle delle volpi polari si possono trovare anche degli «aiutanti».

Fra le volpi rosse la percentuale delle femmine che si riproducono varia a seconda delle zone dal 30% al 100% circa[4].

Firenze

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Firenze

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Firenze
comune
Firenze – Stemma Firenze – Bandiera
(dettagli)
Un collage di Firenze con gli Uffizi (in alto a sinistra), seguito dal Palazzo Pitti, una vista del tramonto sulla città e la Fontana del Nettuno in piazza della Signoria.
Un collage di Firenze con gli Uffizi (in alto a sinistra), seguito dal Palazzo Pitti, una vista del tramonto sulla città e la Fontana del Nettuno in piazza della Signoria.
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Tuscany.svg Toscana
Provincia Provincia di Firenze-Stemma.png Firenze
Amministrazione
Sindaco Dario Nardella (PD) dal 26/05/2014
Territorio
Coordinate 43°46′17″N 11°15′15″ECoordinate: 43°46′17″N 11°15′15″E (Mappa)
Altitudine 50 e 55 m s.l.m.
Superficie 102,32 km²
Abitanti 383 083[2] (30-06-2016)
Densità 3 743,97 ab./km²
Frazioni Circoscrizioni: Quartiere 1: Centro storico
Quartiere 2: Campo di Marte
Quartiere 3: Gavinana-Galluzzo
Quartiere 4: Isolotto-Legnaia
Quartiere 5: Rifredi.Frazioni: Gavinana, Bandino Cascine del Riccio, Galluzzo, Il Cionfo, La Lastra, Mantignano, Nave a Rovezzano, Ponte a Ema, Settignano, Trespiano, Ugnano.
Comuni confinanti Bagno a Ripoli, Campi Bisenzio, Fiesole, Impruneta, Scandicci, Sesto Fiorentino
Altre informazioni
Cod. postale da 50121 a 50145
Prefisso 055
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 048017
Cod. catastale D612
Targa FI
Cl. sismica zona 3s (sismicità bassa)
Cl. climatica zona D, 1 821 GG[3]
Nome abitanti fiorentino, fiorentina, fiorentini[1]
Patrono san Giovanni Battista
Giorno festivo 24 giugno
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia

Firenze
Firenze
Posizione del comune di Firenze all'interno dell'omonima città metropolitana
Posizione del comune di Firenze all’interno dell’omonima città metropolitana
Sito istituzionale

Veduta del centro storico di Firenze da Monterinaldi

Panorama di Firenze da Piazzale Michelangelo, foto di ∆le

Firenze (AFI: /fiˈrεnʦe/[4]; pronuncia[?·info]; in epoca medievale e nel linguaggio poetico anche Fiorenza, /fjoˈrɛnʦa/[5][6]; Florentia in latino) è un comune italiano di 383 083 abitanti[7], capoluogo della Toscana e centro della propria città metropolitana con una popolazione di 1 013 820 abitanti. È l’ottavo comune italiano per popolazione e il primo[8] della Toscana.

La città di Firenze è il cuore dell’Area metropolitana Firenze – Prato – Pistoia, una conurbazione che conta oltre 1 520 000 abitanti[9][10].

Nel Medioevo è stata un importante centro culturale, commerciale, economico e finanziario. Nell’età moderna ha ricoperto il ruolo di capitale del Granducato di Toscana, dal 1569 al 1859, con il governo delle famiglie dei Medici e dei Lorena. Fu capitale d’Italia dal 1865 al 1871, dopo l’unificazione del Paese (1861).

Importante centro universitario e patrimonio dell’umanità UNESCO, è considerata il luogo d’origine del Rinascimento ed è universalmente riconosciuta come una delle culle dell’arte e dell’architettura, nonché rinomata come una delle più belle città del mondo, grazie ai suoi numerosi monumenti e musei – tra cui il Duomo, Santa Croce, gli Uffizi, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria e Palazzo Pitti.

Indice

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Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Panorama di Firenze

Firenze si trova in una posizione scenografica, al centro di un’ampia conca ad anfiteatro all’estremità sud-orientale della piana di Firenze-Prato-Pistoia, circondata dalle incantevoli colline argillose di Cercina, appena sopra il quartiere di Rifredi e l’ospedale di Careggi (a nord), dalle colline di Fiesole (a nord-est), di Settignano (a est), e di Arcetri, Poggio Imperiale e Bellosguardo (a sud).

La piana dove sorge la città è attraversata dall’Arno (la città stessa divide il suo corso fra Valdarno superiore e Valdarno inferiore) e da corsi d’acqua minori come il Mugnone, il Terzolle e il fiume Greve.

L’area metropolitana Firenze – Prato – Pistoia istituita dal Consiglio Regionale della Toscana il 29 marzo 2000 comprende interamente le province di Firenze, Prato e Pistoia, con una popolazione di circa 1 520 000 abitanti. Le zone pianeggianti dell’area metropolitana costituiscono un ambiente fortemente antropizzato con presenza di ampie zone industriali e commerciali, dove gli spazi naturali sono ridotti. Le zone collinari hanno da secoli una vocazione agricola e abitativa, con i boschi originari fortemente ridotti, specialmente nelle zone a sud e ad est della città. Nella piana sono presenti aree umide non urbanizzate nella zona ad ovest della città lungo il fiume Arno.

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Clima di Firenze, Clima della Toscana, Stazione meteorologica di Firenze Peretola, Stazione meteorologica di Firenze Ximeniano, Stazione meteorologica di Firenze Museo La Specola e Stazione meteorologica di Firenze Reparto Idrografico.

Nel panorama meteorologico mondiale la città di Firenze fu una delle prime ad emergere storicamente, grazie alla stazione meteorologica di Firenze Monastero degli Angeli che tra il 1654 e il 1670 effettuava osservazioni meteorologiche e registrazioni di dati termometrici per la rete meteorologica granducale, istituita da Ferdinando II de’ Medici.[11]

Dal punto di vista climatico, Firenze ha un clima temperato con estati calde e talvolta con episodi afosi e inverni moderatamente freddi e umidi; secondo la classificazione dei climi di Köppen, quello fiorentino risulta un clima temperato umido (Cfa). In inverno, e qualche volta anche fra ottobre e novembre e tra marzo e aprile, la temperatura può scendere sotto lo zero, anche di diversi gradi in caso di irruzioni di aria fredda artico continentale o di effetto albedo susseguente a nevicate (in media i giorni di gelo sono 41). In estate, soprattutto negli ultimi anni, sono frequenti le giornate in cui si raggiungono i 35-36 °C e talvolta le temperature si avvicinano anche ai 40 °C, raggiungendoli e superandoli di poco in alcune annate.[12] A tal proposito, vanno ricordati i valori massimi e minimi assoluti, registrati presso la stazione aeroportuale di Peretola nella periferia di NW della città, che hanno portato il termometro a salire fino a 42,6 °C il 26 luglio 1983 (errati i 43,3 °C omologati il 1º agosto 2012) e a scendere fino a −23,2 °C il 12 gennaio 1985. Nel centro storico invece la temperatura massima assoluta è quella di 42,1 °C del 21 agosto 2011 registrata presso la stazione meteorologica di Firenze Città del servizio agrometeorologico dell’ARSIA (stazione non attiva nel luglio 1983,[13] mentre la temperatura minima assoluta resta finora quella di −12,9 °C del 30 dicembre 1849 registrata alla storica stazione meteorologica di Firenze Ximeniano.

Le precipitazioni risultano concentrate prevalentemente in primavera ed autunno, stagione durante la quale possono risultare abbondanti. L’anno più piovoso registrato a Firenze è stato il 1937 con 1 269,9 mm totali annui, mentre il più siccitoso è finora risultato il 1894 con 433,7 mm totali annui. A livello mensile nel centro storico cittadino, in base alla serie storica pluviometrica dell’Osservatorio Ximeniano, dal 1822 al 2006 sono stati 15 i mesi ad aver chiuso senza accumuli pluviometrici, mentre il mese più piovoso è risultato ottobre 1992 con 470,6 mm totali. Per accumulo totale novembre 1844 è all’ottavo posto assoluto e al quarto posto mensile, mentre novembre 1966 si piazza oltre il decimo posto assoluto, nonostante nei suddetti mesi si siano verificate due fra le più devastanti alluvioni cittadine mai documentate.[14]

Le precipitazioni nevose avvengono quasi tutti gli anni (la media delle segnalazioni di neve nei METAR della stazione meteorologica di Firenze Peretola è di poco più di due giorni l’anno fra il 1964 e il 2011, pur essendoci alcune annate totalmente prive di precipitazioni nevose[15]), spesso però si tratta solo di deboli fioccate o nevischio con accumuli scarsi o nulli; gli eventi di rilievo, più frequenti fino agli anni sessanta, negli ultimi decenni hanno tempi di ritorno sui 10 anni circa anche se un nuovo aumento della frequenza si è verificato negli ultimi inverni.[16]

La ventilazione nel corso dell’anno risulta essere prevalentemente di debole intensità, con possibili rinforzi fino a vento moderato nelle ore tardo-pomeridiane dei mesi estivi, per l’attivazione delle brezze marine dovute al forte gradiente termico che si viene a creare fra il Mar Ligure e le aree interne, e fino a vento di moderata e talvolta forte intensità di tramontana o di bora nei mesi invernali durante le irruzioni artiche, sia per gradiente isobarico che per gradiente termico. La direzione prevalente è pertanto quella settentrionale nei mesi autunnali, invernali e nella prima parte della stagione primaverile, mentre il periodo tardo primaverile e i mesi estivi vedono la prevalenza di venti occidentali.

merda

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Merda

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Escrementi equini

Merda (dal latino merda) è un sostantivo della lingua italiana che, nella sua accezione primaria, indica le feci umane o animali. È principalmente usato in ambito colloquiale ed è ritenuto un termine volgare, normalmente da evitare in contesti formali. La sua etimologia appare collegata al tema *mard (da una forma fondamentale smard-), come ad esempio l’antico slavo[quale esattamente? punta ad una disambigua] smruzdo[senza fonte], smradu, lituano smirdas (puzzare), o anche il greco smerdalèos (orrido)[1].

Linguistica

« vidi un col capo sì di merda lordo
che non parea s’era laico o cherco. »
(Dante, Inferno XVIII, 116-117)

Origine e significato

La naturale sensazione di disgusto per gli escrementi (coprofobia) è alla base della valenza negativa che molte culture vi associano. Nell’italiano moderno, questa valenza negativa si riscontra pienamente nella parola merda, ed è mitigata nei suoi molti sinonimi. Il termine merda è considerato generalmente una parolaccia, e il suo uso al di fuori del linguaggio colloquiale è oggi deprecato come offensivo, oppure come espressione volgare per manifestare le proprie idee riguardo alle diverse situazioni che possono essere di disagio o negative. Viene usato in modo volgare per insultare una persona o un oggetto.

L’uso come qualificativo e interiezione

Merda; graffito a Torino, giugno 2016

Un caso particolare è la locuzione di merda (o merda di), usata come qualificativo in senso di pessimo: «una situazione di merda», una situazione spiacevolissima; «un uomo/pezzo di merda», un uomo esecrabile, un farabutto; ricorre frequentemente nelle esclamazioni del linguaggio triviale: «Che merda di film!». L’espressione «essere/stare/trovarsi nella merda» significa essere nei guai. Tra le frasi polirematiche, possiamo citare «avere la merda fino al collo» e «essere una merda». Si può usare anche l’espressione «Che merda!» per indicare una situazione sfortunata.

Sinonimi e alternative lessicali

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Feci § Sinonimi volgari.

Esistono per quasi tutti gli usi linguistici, per ogni dialetto, diverse alternative alla parola merda.

L’uso della merda nell’arte e nella letteratura

La locandina della prima di Ubu re. In mano Ubu tiene uno dei suoi attributi: il bastone da Merdre

Nel passo dantesco di Inf. XVIII, 116-117 («vidi un col capo sì di merda lordo / che non parea s’era laico o cherco»), c’è un uso “comico” della parola. Siamo in Malebolge, seconda bolgia, nello sterco sono tuffati adulatori e lusingatori. Il personaggio dei due versi è il lucchese Alessio Interminelli. Vicino a lui la meretrice Taide (di cui parla il poeta latino Terenzio), «sozza e scapigliata», chiamata da Dante «la puttana» (v. 133).

L’atto di mangiare la merda è un classico della satira di tutti i tempi. C’è un aspetto antropologico legato al mangiare la merda e un aspetto psicologico che colpisce nel profondo. Anticamente era un rito della clownerie religiosa insieme col bere l’urina: oscenità apotropaiche che celavano sottili valenze simboliche. Gli esempi più illustri si possono ritrovare nei classici di Aristofane, Plauto, Rabelais, Swift e Sterne.

L’autore satirico Daniele Luttazzi ha dichiarato che «la satira ha nella merda la sua pietra filosofale». In uno sketch della trasmissione Satyricon, Luttazzi mangiava uno spuntino a base di merda da un elegante vassoio d’argento. Il comico ha, successivamente, spiegato: «c’è un legame fra comicità e televisione in particolare: il fatto del corpo in primo piano che può essere esacerbato da certi sketch. E lì ero ben consapevole del caos che si sarebbe scatenato: mangiando, facendo quel gesto. In realtà era un gesto cristico, assumevo su di me la merda del mondo e della televisione.»

Recentemente, Marco Paolini in un suo spettacolo ha presentato l’aneddoto del mangiare la merda come punizione da ragazzi per chi non avesse superato una prova di coraggio. Interrotti per motivi esterni, uno dei ragazzi si recava di notte a mangiare la sua parte, e Paolini descriveva il gesto in modo epico, come fosse quella la vera prova di coraggio.

Il premio Nobel per la letteratura Dario Fo, intervistato durante la trasmissione Satyricon, ha citato come esempi dell’uso della merda nella satira e nel teatro: La fame dello Zanni di Ruzante, un canovaccio in cui Arlecchino si cala le brache e lancia la cacca (finta) addosso al pubblico.

Un uso comune dei lavoratori di teatro in vari paesi del mondo, sia per quanto riguarda gli attori che per quanto riguarda il personale tecnico, è augurarsi il successo con le parole “Merda, merda, merda!” Questa usanza deriva dal fatto che, in passato, agli spettacoli di successo accorrevano molti nobili con le loro carrozze e cavalli, riempiendo di escrementi i dintorni del teatro. Quindi, più merda c’era per terra, maggior successo aveva lo spettacolo.

Citata goliardicamente dagli Amici miei del film di Monicelli (un grande esempio di commedia del cinema italiano degli anni settanta) nell’aria della “cacatella longa longa… filulella squacquarella” cantata a squarciagola dai quattro amici nell’ospedale dov’erano allora pazienti, e indirizzata alle sorelle di quel ricovero. L’uso che ne viene fatto in questo caso ha solo del provocatorio e del goliardico: il loro comportamento li spinge a rompere due tabù, cioè a parlare di merda davanti a delle suore (con l’intenzione di sembrare realmente malati di testa, o semplicemente stupidi). Ciò è solo per compiere costantemente delle bonarie e gratuite trasgressioni. Nella scena seguente questo loro comportamento farà scattare l’ira e la vendetta del primario, che si rivelerà più goliardico e sadico di loro altri[2].

Alpi

Alpi

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Alpi
Alps 2007-03-13 10.10UTC 1px-250m.jpg

Alpi innevate viste dal satellite, marzo 2007

Continente Europa
Stati Austria Austria
Francia Francia
Germania Germania
Italia Italia
Liechtenstein Liechtenstein
Monaco Monaco
Slovenia Slovenia
Svizzera Svizzera
Ungheria Ungheria
Cima più elevata Monte Bianco (4810,9 m s.l.m.)
Lunghezza 1200 km
Larghezza da 100 a 400 km
Superficie 190 000 km2
Età della catena Oligocene
Tipi di rocce Rocce metamorfiche, rocce sedimentarie

Le Alpi sono la catena montuosa più importante d’Europa, situate nell’Europa centrale a cavallo dei confini di Italia, Francia, Svizzera, Liechtenstein, Germania, Austria, Slovenia e Ungheria. Suddivise in svariati sottogruppi racchiudono in sé le vette più alte del continente centrale europeo, rivestendo anche un’importanza storica, naturalistica, idrografica e turistico-economica per i rispettivi paesi.

Nome[modifica | modifica wikitesto]

Il toponimo deriva dal latino Alpes, che può significare “pietra”, “collina”, “montagna”, “bianco“. Si chiamano in francese Alpes, in occitano Aups/Alps, in tedesco Alpen, in romancio Alps, in sloveno Alpe, in friulano Alps. Sesto Pompeo Festo nel suo Primo Libro attesta che il nome deriva da ALBUS (bianco) che i Sabini pronunciavano Alpus e indicava il colore sempre bianco della catena innevata anche durante la stagione estiva[1].

Geografia[modifica | modifica wikitesto]

Le Alpi dallo spazio (maggio 2002)

Per convenzione le Alpi iniziano a ovest del colle di Cadibona anche se in realtà il confine geologico è posto all’interno della superficie comunale di Genova ed è costituito dal gruppo di Voltri (dal nome del quartiere occidentale genovese presso cui è posto il confine geologico, lungo una discontinuità tettonica denominata linea Sestri-Voltaggio) e terminano a oriente nei pressi della città di Vienna, coprendo una distanza di circa 1.300 km a forma di arco tra l’Italia Settentrionale, la Francia sud-orientale, la Svizzera, il Liechtenstein, l’Austria, il sud della Germania, la Slovenia e l’Ungheria occidentale[2]. Tra Verona e Monaco di Baviera raggiungono la larghezza massima (circa 250 km). Tra Cuneo e la Costa Azzurra quella minima (circa 50 km). L’arco alpino italiano presenta 3 grandi archi concavi presso Cuneo, Varese e Udine e una parte convessa presso Verona. L’arco alpino settentrionale viceversa è più lineare con un unico arco presso Ginevra.

La cima più alta è costituita dal Monte Bianco che con i suoi 4.810 m è considerato anche il tetto d’Europa; seguono il Monte Rosa (4.634 m), il Dom (4.545 m), il Weisshorn (4.505 m) e il Cervino (4.478 m). Altre vette importanti sono il Grand Combin (4.314 m), il Finsteraarhorn (4.274 m), l’Aletschhorn (4.193 m), la Jungfrau (4.158  m), il Barre des Écrins (4.102 m), il Gran Paradiso (4.061 m), il Bernina (4.049 m), l’Eiger (3.970 m), il Monte Pelvoux (3.946 m), l’Ortles (3.905 m), il Monviso (3.842 m), il Großglockner (3797 m), la Aiguille de la Grande Sassière (3751 m), la Palla Bianca (3.738 m), il Monte Emilius (3.559 m), la Presanella (3558 m), l’Adamello (3.554 m s.l.m.), il Monte Leone (3.552 m) il Rocciamelone (3.538 m), l’Adula (3 402 m) e la Marmolada (3.343 m)

Le Alpi sono abitate in tutto da circa 16 milioni di persone.

Suddivisione[modifica | modifica wikitesto]

Non esiste una suddivisione del sistema alpino universalmente accettata da tutti. Vengono di seguito riportate le principali suddivisioni.

Partizione delle Alpi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Partizione delle Alpi.

Le 26 sezioni della Partizione delle Alpi

A seguito del IX Congresso geografico italiano, svoltosi nel 1924, vennero ufficializzate nel 1926 le suddivisioni del sistema alpino sulla base del documento “Nomi e limiti delle grandi parti del Sistema Alpino”. La ripartizione principale individua tre grandi parti: Alpi Occidentali, Alpi Centrali e Alpi Orientali, suddivise a loro volta in 26 sezioni e 112 gruppi.

Le Alpi Occidentali vanno dal colle di Cadibona al col Ferret; le Alpi Centrali dal col Ferret al passo del Brennero; le Alpi Orientali dal passo del Brennero alla città di Fiume. Queste tre grandi parti sono suddivise ulteriormente in:

Tale classificazione deve considerarsi superata.

SOIUSA[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Suddivisione Orografica Internazionale Unificata del Sistema Alpino.

Le 36 sezioni della SOIUSA

Nel 2005 è stata presentata ufficialmente la classificazione SOIUSA, acronimo di Suddivisione Orografica Internazionale Unificata del Sistema Alpino, allo scopo di uniformare le denominazioni utilizzate negli Stati dell’area alpina. Questa classificazione prevede 2 grandi parti (Alpi Occidentali e Alpi Orientali) anziché le tre tradizionali italiane, in accordo con le classificazioni in uso oltralpe, ed una ulteriore suddivisione in 5 settori, 36 sezioni e 132 sottosezioni.

Le Alpi Occidentali sono suddivise in:

Le Alpi Orientali sono suddivise in:

Altre suddivisioni[modifica | modifica wikitesto]

Esistono anche le tradizionali classificazioni nazionali, che considerano soltanto la parte del sistema alpino ricadente sul territorio nazionale:

Esiste infine una classificazione delle Alpi Orientali secondo i Deutscher und Österreichischer Alpenverein, i club alpini austro-tedeschi detta Alpenvereinseinteilung der Ostalpen (AVE).

Geologia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Geologia delle Alpi.

Le Alpi formano una parte della cintura orogenetica terziaria, chiamata catena Alpino-Himalaiana, che si estende quasi ininterrottamente dall’Europa sud-occidentale fino all’Asia, formatasi come risultato della collisione tra la placca africana e la placca europea, evento in cui si è chiuso l’oceano della Tetide. Durante l’Oligocene e il Miocene enormi sforzi tettonici hanno premuto i sedimenti marini della Tetide, spingendoli contro la placca di Eurasia formando quindi le attuali Alpi. All’interno della catena è quindi possibile ritrovare porzioni del vecchio basamento cristallino, che costituisce il substrato dei depositi marini, affiorante in superficie.

Idrologia[modifica | modifica wikitesto]

Dalle Alpi nascono importanti fiumi europei, tra i quali si ricordano il Po e molti suoi affluenti, il Reno, il Rodano, l’Adige, il Brenta, l’Inn, il Piave, il Tagliamento che vanno a lambire importanti città europee nelle loro rispettive pianure. Numerosi sono anche i laghi alle loro pendici che si nutrono delle acque provenienti dalle Alpi come il lago Lemano, il lago di Costanza, il lago di Lugano, il lago di Como, il lago Maggiore, il lago d’Iseo, il lago d’Orta, il lago di Garda e numerosi altri bacini lacustri alpini d’altura. Le Alpi costituiscono anche un serbatoio di acqua dolce con i suoi numerosi ghiacciai. Lungo le creste più elevate poste in genere lungo i confini geografici delle nazioni interessate passa lo spartiacque alpino che dà vita ai bacini idrografici della Pianura padana a sud, che sfocia le proprie acque nel Mare Adriatico, e dell’Europa Centrale le cui acque confluiscono a est nel Danubio e da qui nel Mar Nero da una parte, e nel mar Mediterraneo ad ovest dall’altra ed a nord nel Reno che sfocia nel mare del Nord).

basilica di San Pietro

Basilica di San Pietro in Vaticano

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Papale Basilica Maggiore di San Pietro in Vaticano
Saint Peter's Basilica 2014.jpg

Basilica di San Pietro

Stato Città del Vaticano Città del Vaticano
Località Città del Vaticano
Religione Cattolica di rito romano
Titolare Pietro apostolo
Diocesi Roma (Vicariato generale dello Stato della Città del Vaticano)
Consacrazione 18 novembre 1626 (basilica attuale)
Architetto Bernardo RossellinoGiuliano da SangalloBramante Raffaello Sanzio Giovanni Giocondo Antonio da Sangallo il GiovaneBaldassarre PeruzziMichelangelo BuonarrotiDomenico FontanaGiacomo Della PortaJacopo Barozzi da Vignola Pirro LigorioCarlo Maderno Gian Lorenzo Bernini
Stile architettonico architettura rinascimentale e architettura barocca
Inizio costruzione 18 aprile 1506 (basilica attuale)
Completamento 18 novembre 1626
Sito web Sito ufficiale

Coordinate: 41°54′08″N 12°27′12″E (Mappa)

Interno della basilica in un dipinto di Giovanni Paolo Panini

La basilica di San Pietro in Vaticano (nome esatto completo: papale basilica maggiore di San Pietro in Vaticano) è una basilica cattolica della Città del Vaticano; simbolo dello Stato del Vaticano, cui fa da coronamento la monumentale piazza San Pietro.

È la più grande delle quattro basiliche papali di Roma,[1] spesso descritta come la più grande chiesa del mondo[2] e centro del cattolicesimo. Non è tuttavia la chiesa cattedrale della diocesi romana poiché tale titolo spetta alla basilica di San Giovanni in Laterano, che è anche la prima per dignità essendo Madre e Capo di tutte le Chiese dell’Urbe e del Mondo.

In quanto Cappella pontificia, posta in adiacenza del Palazzo Apostolico, la basilica di San Pietro è la sede delle principali manifestazioni del culto cattolico ed è perciò in solenne funzione in occasione delle celebrazioni papali, ad esempio per il Natale, la Pasqua, i riti della Settimana Santa, la proclamazione dei nuovi papi e le esequie di quelli defunti, l’apertura e la chiusura dei giubilei e le canonizzazioni dei nuovi Santi. Sotto il pontificato di Pio IX ospitò le sedute del Concilio Vaticano I e sotto papa Giovanni XXIII e Paolo VI quelle del Concilio Vaticano II.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La costruzione della basilica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Antica basilica di San Pietro in Vaticano.

L’antica basilica costantiniana

Il progetto di Rossellino ricostruito in un disegno del XVII secolo di Martino Ferrabosco

La costruzione dell’attuale basilica di San Pietro fu iniziata il 18 aprile 1506 sotto papa Giulio II[3] e si concluse nel 1626, durante il pontificato di papa Urbano VIII, mentre la sistemazione della piazza antistante si concluse solo nel 1667. Si tratta tuttavia di una ricostruzione, dato che nello stesso sito, prima dell’odierna basilica, ne sorgeva un’altra risalente al IV secolo, fatta costruire dall’imperatore romano Costantino I sull’area del circo di Nerone e di una contigua necropoli dove la tradizione vuole che san Pietro, il primo degli apostoli di Gesù, fosse stato sepolto dopo la sua crocifissione. Oggi è possibile solo immaginare l’imponenza di questo edificio, immortalata soltanto in alcune raffigurazioni artistiche: l’impianto, arricchito nel corso dei secoli con preziose opere d’arte, era suddiviso in cinque navate con copertura lignea e presentava analogie con quello della basilica di San Paolo fuori le mura, aveva 120 altari di cui 27 dedicati alla Madonna.[4]

Il coro del Rossellino[modifica | modifica wikitesto]

Sotto papa Niccolò V (14471455), la basilica costantiniana, sopravvissuta ai saccheggi e agli incendi subiti dalla città dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, fu interessata da un progetto di sostanziale trasformazione, affidato a Bernardo Rossellino, che prevedeva il mantenimento del corpo longitudinale a cinque navate coprendolo con volte a crociera sui pilastri che dovevano inglobare le vecchie colonne, mentre veniva rinnovata la parte absidale con l’ampliamento del transetto, l’aggiunta di un coro, che fosse la prosecuzione logica della navata e di un vano coperto a cupola all’incrocio tra transetto e coro.

Questa configurazione forse influì in qualche modo sul successivo progetto di Bramante per un rinnovamento totale dell’edificio, che infatti inizialmente conservò quanto già costruito.[5]

I lavori cominciarono intorno al 1450, ma con la morte del papa non ebbero ulteriore sviluppo, e furono sostanzialmente fermi durante i pontificati successivi. Una parziale ripresa dei lavori si ebbe tra il 1470 e il 1471 sotto la direzione di Giuliano da Sangallo, che preparò un progetto di ristrutturazione complessiva per Paolo II, ma senza ulteriore seguito.[6]

Nel 1505 le fondazioni e le murature del coro absidale erano alzate fino a un’altezza di 1,75 m circa.

I progetti di Bramante[modifica | modifica wikitesto]

Uno dei progetti di Bramante

Il cantiere fu riaperto da Giulio II che probabilmente intendeva proseguire i lavori intrapresi da Niccolò V. Tuttavia nel 1505, forse dietro consiglio di Michelangelo, al probabile fine di dare un grandioso contorno al mastodontico mausoleo che aveva concepito per la propria sepoltura, e comunque all’interno di un clima culturale pienamente rinascimentale che aveva coinvolto la Chiesa, Giulio II decise la costruzione di una nuova colossale basilica.

Il pontefice consultò i maggiori artisti del tempo, tra cui fra Giovanni Giocondo che inviò da Venezia un progetto a cinque cupole ispirato alla basilica di San Marco.

I lavori furono affidati a Donato Bramante, da qualche anno giunto a Roma da Milano, che superò il confronto con l’architetto di fiducia del pontefice, Giuliano da Sangallo, affermandosi come il più importante architetto dell’epoca, tanto che a lui fu commissionato anche il disegno del vicino Cortile del Belvedere.

Il dibattito, non privo di polemiche e rivalità, che si svolse nel corso del 1505, si imperniava sull’idea di costruire un edificio a perfetta pianta centrale, condivisa dagli architetti e dagli intellettuali della Curia, tra cui il neoplatonico Egidio da Viterbo.

Bramante non lasciò un unico progetto definitivo della basilica, ma è opinione comune che le sue idee originarie prevedessero un rivoluzionario impianto a croce greca (ideale richiamo ai primi martyria della cristianità), caratterizzato da una grande cupola emisferica posta al centro del complesso.[7] Tale configurazione si può desumere, in parte,[8] dall’immagine impressa su una medaglia del Caradosso coniata per commemorare la posa della prima pietra del tempio, il 18 aprile 1506, e soprattutto da un disegno ritenuto autografo, detto “piano pergamena” in cui la ricerca del perfetto equilibrio tra le parti portò lo stesso architetto a omettere persino l’indicazione dell’altare maggiore, segno evidente che gli ideali del Rinascimento erano maturati anche all’interno della Chiesa.

Il cantiere con il coro rosselliano completato, i piloni e gli arconi di sostegno della cupola in costruzione e l’antica basilica ancora in piedi (circa 1524)

La medaglia commemorativa datata 1506

Tale progetto rappresenta un momento cruciale nell’evoluzione dell’architettura rinascimentale, ponendosi come conclusione di varie esperienze progettuali e intellettuali e confluenza di molteplici riferimenti. La grande cupola era ispirata a quella del Pantheon e doveva essere realizzata in conglomerato cementizio; in generale tutto il progetto faceva riferimento all’architettura romana antica nella caratteristica di avere le pareti murarie come masse plastiche capaci di articolare lo spazio in senso dinamico. I richiami all’architettura romana erano presenti anche nelle grandi volte a botte dei bracci della croce. Degni di nota del progetto bramantesco sono inoltre la soluzione dei quattro pilastri a sostegno della cupola, nonché il rapporto che aveva voluto creare fra volumi concavi interni (scavando le pareti come si trattasse di una scultura) e la convessità esterna.

La costruzione della nuova basilica avrebbe inoltre rappresentato la più grandiosa applicazione degli studi teorici intrapresi da Francesco di Giorgio Martini, Filarete e soprattutto Leonardo da Vinci per chiese a pianta centrale, le cui elaborazioni sono chiaramente ispirate alla tribuna ottagonale della cattedrale di Firenze.[9] Altri riferimenti vengono dall’architettura rinascimentale fiorentina, e in particolare con Giuliano da Sangallo che aveva utilizzato la pianta a croce greca e aveva già proposto un progetto a pianta centrale per la basilica di San Pietro.[10]

Tuttavia non tutti i disegni di Bramante indicano una soluzione di pianta centrale perfetta, segno forse che la configurazione finale della chiesa era ancora questione aperta al momento di cominciare il cantiere.

Il cantiere dal 1505 al 1514[modifica | modifica wikitesto]

Nei lavori in cantiere, infatti, venne mantenuto quanto costruito dal Rossellino per il coro absidale, anzi proseguendo i lavori della muratura perimetrale con lesene doriche, in contrasto con il progetto del “piano pergamena” a cui quindi nel 1506 Bramante e Giulio II avevano in qualche modo rinunciato. La sola certezza sulle ultime intenzioni di Bramante e Giulio II è la realizzazione dei quattro possenti pilastri uniti da quattro grandi arconi destinati a sorreggere la grande cupola, fin dall’inizio, dunque, elemento fondante della nuova basilica.[11]

Per poter eseguire tali lavori Bramante fece demolire quasi tutta la parte presbiterale dell’antica e veneranda basilica, suscitando polemiche permanenti fuori e dentro la Chiesa,[12] a cui presero parte anche Michelangelo che criticò la distruzione delle colonne[13] e persino Erasmo da Rotterdam. Bramante fu soprannominato “maestro ruinante” (ossia delle rovine) e fu dileggiato nel dialogo satirico Simia (“Scimmia”) di Andrea Guarna, pubblicato a Milano nel 1517, che racconta come l’architetto, presentandosi da morto davanti a san Pietro, venga da questi rampognato per la demolizione, rispondendo con la proposta di ricostruire l’intero Paradiso.[14]

La forte polemica per il gigantismo del progetto, per la distruzione delle più antiche testimonianze della chiesa e per lo scandalo delle indulgenze che fin dal 1507 Giulio II aveva accordato a coloro che avessero offerto elemosine per la costruzione della basilica, continuò anche dopo la morte del papa ed ebbe un ruolo nella nascita della Riforma protestante di Lutero, che vide i lavori in corso nel suo viaggio a Roma alla fine del 1510.

La morte di papa Giulio II (1513), alla quale fece seguito quella dell’architetto (1514), causò forti rallentamenti al cantiere.

Il cantiere dal 1514 al 1546[modifica | modifica wikitesto]

Progetto di Raffaello

Progetto di Antonio da Sangallo il Giovane

Dal 1514, come successore di Bramante fu chiamato Raffaello Sanzio con Giuliano da Sangallo e Fra’ Giocondo.

Dopo la morte di Raffaello, dal 1520 subentrò come primo architetto Antonio da Sangallo il Giovane con Baldassarre Peruzzi. Tutti gli architetti sopra riportati approntarono progetti per completare la basilica; si creò pertanto un largo dibattito che di fatto rallentò il cantiere. La maggior parte delle soluzioni proposte per il completamento dell’edificio, compresa quella di Raffaello prevedevano il ritorno a un impianto di tipo basilicale, con un corpo longitudinale a tre navate, mentre solo il progetto di Peruzzi rimaneva sostanzialmente fedele alla soluzione a pianta centrale. Dopo una ripresa del ritmo dei lavori nel 1525, che permise di terminare la tribuna e portare avanti decisivamente il braccio meridionale (come appare nelle vedute di Maarten van Heemskerck), il Sacco di Roma (1527) fermò il concretizzarsi di questi progetti.

Fu solo sotto papa Paolo III, intorno al 1538, che i lavori furono ripresi da Antonio da Sangallo il Giovane, il quale, intuendo che non avrebbe potuto vedere la fine dei lavori per limiti di età, approntò un grandioso e costoso modello ligneo (oggi conservato nelle cosiddette sale ottagone che si aprono tra le volte e il sottotetto della basilica) sul quale lavorò dal 1539 al 1546, avvalendosi dell’aiuto di Antonio Labacco, per illustrare nei minimi dettagli il suo disegno. Il progetto sangallesco si poneva come una sintesi tra la soluzione a pianta centrale di Bramante e la croce latina di Raffaello. All’impianto centrale, caldeggiato anche dal Peruzzi, si innestava infatti un avancorpo cupolato, affiancato da due altissime torri campanarie; anche la cupola si allontanava dall’ideale classico del Bramante, elevandosi con una volta a base circolare con sesto rialzato, mitigata all’esterno per farla apparire a tutto sesto con un doppio tamburo classicheggiante scalare a pilastri e colonne.

Durante il periodo dal 1538 al 1546, in cui fu responsabile del cantiere, Antonio da Sangallo coprì la volta del braccio orientale, cominciò le fondazioni del braccio nord, rinforzò i pilastri della cupola murando le nicchie previste da Bramante e rialzò la quota di progetto del pavimento[15] creando così le condizioni per la realizzazione delle Grotte Vaticane.

Ancora sopravviveva una parte della navata della vecchia basilica costantiniana, ormai come un’appendice della nuova struttura, dalla quale fu separata nel 1538 da una parete divisoria (“muro farnesiano”), probabilmente per ripararla dal rumore e dalle polveri del cantiere. Sangallo fu anche incaricato del rifacimento del coronamento del campanile medievale che affiancava l’antica facciata, segno forse che non era stato ancora decisa definitivamente la completa demolizione delle preesistenze.[16]

Il progetto di Michelangelo[modifica | modifica wikitesto]

Progetto di Michelangelo

Sezione del progetto di Michelangelo nell’incisione di Dupérac

Dopo Sangallo, deceduto nel 1546, alla direzione dei lavori subentrò Michelangelo Buonarroti, all’epoca ormai settantenne. La storia del progetto michelangiolesco è documentata da una serie di documenti di cantiere, lettere, disegni dello stesso Buonarroti e di altri artisti, affreschi e testimonianze dei contemporanei, come Giorgio Vasari. Malgrado ciò, le informazioni ricavabili spesso sono in contraddizione tra loro. Il motivo principale risiede nel fatto che Michelangelo non redasse mai un progetto definitivo per la basilica vaticana, preferendo procedere per parti.[17]Tuttavia, dopo la morte di Michelangelo, furono stampate diverse incisioni nel tentativo di restituire una visione complessiva del disegno concepito dall’artista toscano, tra cui quelle di Stefano Dupérac, che subito si imposero come le più diffuse e accettate.[18]

Una delle cupole minori, presumibilmente di Vignola e Pirro Ligorio

Sezione di una delle cupole minori, in cui si evidenzia la la loro funzione esclusivamente ornamentale

Michelangelo, ritenendo il costosissimo modello del Sangallo poco luminoso, troppo artificioso e con richiami all’architettura tedesca (guglie, risalti, ecc.), rifiutò l’idea del suo predecessore; tornò pertanto alla pianta centrale del progetto originario, così da sottolineare maggiormente l’impatto della cupola, ma annullando la perfetta simmetria studiata da Bramante con la previsione di un pronao.

Non mancarono le critiche, avanzate con forza dai sostenitori del modello di Sangallo, primo fra tutti Nanni di Baccio Bigio (a sua volta aspirante alla direzione dei lavori), secondo le quali Michelangelo avrebbe speso più in demolizioni che in costruzioni. Al fine di prevenire il rischio che dopo la sua morte qualcuno alterasse il suo disegno, Michelangelo avviò il cantiere in diversi punti della basilica (con l’esclusione della facciata, dove sorgevano ancora i resti della basilica paleocristiana), così da obbligare i suoi successori a continuare la costruzione secondo la sua concezione.

Quindi, all’equilibrio rinascimentale egli contrappose la forza e la drammaticità che derivavano dal suo genio: innanzitutto, sul lato orientale disegnò una facciata porticata sormontata da un attico, dando quindi una direzione principale all’intero edificio; poi, dopo aver demolito parti già realizzate dai suoi predecessori (come il deambulatorio previsto dal Sangallo all’estremità delle absidi), rafforzò ancora le strutture portanti a sostegno della cupola, allontanandole dalle delicate proporzioni bramantesche. Alla pianta di Bramante, con una croce maggiore affiancata da quattro croci minori, Michelangelo sostituì una croce centrata su un ambulacro quadrato, semplificando quindi la concezione dello spazio interno. In questo modo il fulcro del nuovo progetto sarebbe stata la cupola, ispirata nella concezione della doppia calotta a quella progettata da Filippo Brunelleschi per la cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore.

Ciononostante, i sostenitori del progetto di Sangallo avanzarono ancora critiche sull’operato di Michelangelo, senza perdere occasione per mettere in cattiva luce il maestro. Nel 1551 un crollo dovuto a un errore tecnico del capomastro di fiducia di Michelangelo non fece altro che gettare benzina sul fuoco, e i lavori subirono un’interruzione. Michelangelo presentò le sue dimissioni nel 1562, allorquando il suo rivale Nanni di Baccio divenne, invischiato com’era nelle speculazioni relative al cantiere, consulente della commissione.

Nel 1564, alla morte dell’artista, la cupola non era stata ancora terminata e i lavori erano giunti all’altezza del tamburo: fu Giacomo Della Porta (15331602) a eseguirne il completamento (15881590), conferendole un aspetto a sesto rialzato per ridurre le spinte laterali della calotta. All’epoca del Della Porta risalgono anche le cupole minori, aventi essenzialmente funzione ornamentale, poste intorno a quella maggiore, la cui concezione fu presumibilmente opera di Jacopo Barozzi da Vignola e Pirro Ligorio. Secondo alcuni studiosi non sarebbe da escludere l’attribuzione allo stesso Ligorio dell’attico che corre alla sommità della basilica, che forse era stato pensato da Michelangelo solo come una semplice superficie liscia.[19]

Uno studio sul riuso di colonne antiche all’interno della basilica, recuperate durante la direzione di Michelangelo, ha mostrato che con ogni probabilità alcune tra le colonne di granito grigio presenti nel transetto e nell’abside di fondo provengono dal Tempio di Venere e Roma.[20]

Il completamento della basilica[modifica | modifica wikitesto]

Progetto di completamento di Carlo Maderno

Nel 1603 papa Clemente VIII affidò la direzione del cantiere a Carlo Maderno, il quale dovette affrontare la questione del completamento della basilica. Le intenzioni del pontefice erano probabilmente quelle di far coesistere le navate longitudinali dell’antica basilica costantiniana, con il corpo centrico cinquecentesco, tuttavia, con l’elezione di papa Paolo V nel 1605 prevalse l’orientamento di concludere la pianta centrale di Michelangelo con un nuovo corpo longitudinale.[21] Consapevole di questi desideri Maderno approntò un disegno, forse il primo suo progetto noto per la basilica di San Pietro, che prevedeva l’inserimento di uno spazio biassiale giustapposto a quello esistente. Nel progetto erano comprese due grandi cappelle, che fungevano da raccordo tra l’ambulacro cinquecentesco e il corpo longitudinale. La pianta assumeva una forma scalare, restringendosi sensibilmente verso la facciata della chiesa; quest’ultima era aperta da un grande atrio, che introduceva un ulteriore asse trasversale nella composizione.[22]

Per il completamento della basilica fu probabilmente indetto un concorso, del quale non è però pervenuta alcuna prova documentaria. Oltre al Maderno, vi parteciparono Flaminio Ponzio, Girolamo Rainaldi, Orazio Torriani, Giovanni Antonio Dosio, il Cigoli, Niccolò Branconio e Domenico Fontana, ma a vario titolo si registrano anche le proposte di Fausto Rughesi, Giovanni Paolo Maggi e Martino Ferrabosco.[23][24]

Tra questi prevalse Carlo Maderno, il cui progetto fu tradotto in un modello ligneo tra l’aprile e il novembre 1607. Nel progetto definitivo Maderno mantenne le cappelle di raccordo tra la navata e la pianta centrale previste nel suo primo disegno, ma eliminò sia la composizione biassiale del braccio est, sia l’arco trionfale che doveva fungere da collegamento tra la nuova navata e il nucleo michelangiolesco; in ogni caso la distinzione tra le parti fu rimarcata da un lieve risalto tra la volta a botte della crociera e quella della navata. L’opera, realizzata a partire dal 1608,[25] mutò radicalmente il progetto di Michelangelo e attenuò l’impatto della cupola sulla piazza antistante. Le campate trasformarono la chiesa in un organismo a tre navate, con profonde cappelle inserite lungo le mura perimetrali. Nel clima della Controriforma la pianta fu così ricondotta a una croce latina; come è stato osservato, si trattava di una tipologia capace di ospitare un maggior numero di fedeli, che trasformava la chiesa in uno “strumento di culto di massa”.[26] Le navate laterali furono coperte con cupole a pianta ovale, incassate nel corpo della basilica e caratterizzate all’esterno solo da piccole lanterne, per le quali è nota anche la proposta del Ferrabosco, non realizzata, di chiuderle, alla sommità del tetto, per mezzo di numerose cupole ornamentali a pianta ottagonale.[27]

La facciata con i campanili di Ferrabosco, in un dipinto di Viviano Codazzi

Contestualmente alla costruzione della navata, Maderno pose mano anche alla facciata, dove riprese l’ordine gigante previsto da Michelangelo, reinterpretandolo però su un unico piano prospettico, senza il marcato avanzamento del pronao centrale. A lavori praticamente ultimati, per volontà di papa Paolo V, alla facciata vennero aggiunti i corpi dei campanili laterali. Nel prospetto fatto incidere da Matteo Greuter nel 1613, Maderno raffigurò quella che forse è la facciata definitiva del prolungamento, con le torri campanarie caratterizzate da due esili edicole, aperte da serliane timpanate e sormontate da un coronamento a lanterna. Tuttavia la costruzione dei campanili -di cui è noto anche il progetto del Ferrabosco- si interruppe nel 1622 e le due torri, rimaste incomplete al primo ordine, finirono per aumentare le dimensioni orizzontali della facciata,[28] che per questo apparve sproporzionata e piatta, malgrado il tentativo, tipicamente barocco, di rafforzarne la plasticità in corrispondenza dell’asse centrale mediante un uso graduale di pilastri, colonne e avancorpi aggettanti.

Successivamente la questione dei campanili fu ripresa da Gian Lorenzo Bernini. Approvato il progetto e dato inizio alla costruzione, si manifestarono preoccupanti problemi statici alle fondazioni che decretarono la sospensione dei lavori e l’abbattimento di quanto eseguito fino ad allora. Le colonne dell’unico campanile in parte realizzato vennero però reimpiegate per le facciate delle chiese di Santa Maria dei Miracoli e Santa Maria in Montesanto di piazza del Popolo. Nel tentativo di dare slancio al severo prospetto, Gian Lorenzo Bernini, autore della piazza antistante alla basilica, eseguì una serie di trasformazioni: limitò alla sola parte centrale la scalinata d’ingresso alla chiesa e, davanti ai due archi che avrebbero dovuto sostenere i suddetti campanili, scavò il terreno sottostante, portando il nuovo piano di calpestio quanto più possibile vicino al livello della piazza.

Frattanto, nel 1611 fu data per la prima volta la benedizione papale dalla nuova loggia; nel 1614 si lavorò alla volta a botte della navata centrale, mentre nel 1615 fu demolito il muro divisorio che divedeva la vecchia basilica dalla nuova. Nello stesso tempo si procedette alla realizzazione delle volte delle cappelle laterali e nel 1616 fu conclusa la Confessione. Nel contempo numerose maestranze lavorarono all’apparato decorativo, iniziato già nel 1576 con il rivestimento a mosaico della cappella Gregoriana e proseguito, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, con la decorazione musiva della grande cupola e della cappella Clementina.[29] Nella definizione dell’apparato ornamentale ebbero un ruolo fondamentale Gian Lorenzo Bernini e i suoi aiuti, che lavorarono all’ottagono sotto la cupola e al rivestimento dell’involucro maderniano.[30]

La basilica, completata con le grandi statue alla sommità della facciata, fu consacrata da papa Urbano VIII il 18 novembre 1626.[31] Urbano VIII, salito sul soglio pontificio nel 1623, ebbe un ruolo importante nell’ideazione e progettazione della nuova basilica. Egli fece innalzare il proprio sepolcro con una statua in bronzo somigliante a quella bronzea di San Pietro, inoltre, negli anni trenta del secolo, fece decorare i quattro altari sotto la cupola con simboli araldici e dagli stemmi di famiglia, così da esaltare la sua figura e la sacralità del suo potere.[32]

Il rivestimento in marmo delle grandi paraste dell’interno, fino ad allora trattate in finto marmo bianco, si concretizzò solo a partire dal pontificato di papa Pio IX, con la realizzazione di alcune basi; i lavori furono ripresi sotto papa Pio X, nel 1913, prolungandosi fino all’epoca di papa Pio XII.[33]

Stretto di Messina

Stretto di Messina

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Stretto di Messina
Lo stretto di Messina.jpg

Lo stretto fotografato dalla via panoramica dello stretto, a Messina

Parte di Mar Mediterraneo
Stato Italia Italia
Regione Calabria Calabria
Sicilia Sicilia
Coordinate 38°14′37.74″N15°37′39.69″ECoordinate: 38°14′37.74″N 15°37′39.69″E (Mappa)
Dimensioni
Larghezza 3,14 km
Idrografia
Isole Sicilia
Mappa di localizzazione: Italia

Stretto di Messina
Stretto di Messina
Stretto di messina satellite.jpg

Vista satellitare dello stretto con i comuni che vi si affacciano

Lo stretto di Messina (localmente u Strittu), chiamato nell’antichità stretto di Scilla e Cariddi, stretto di Scilla e Fretum Siculum, in epoca tardo-medievale e moderna faro di Messina, collega il mar Tirreno con il mar Ionio e, separando le due città di Messina e Reggio con le rispettive aree urbane, divide la Sicilia dalla Calabria, dunque dall’Italia peninsulare e dal continente. Nel tratto più stretto (a nord) è largo circa 3,2 km, ed è compreso tra le coordinate 38°00′ – 38°20′ Nord e 15°30′ – 15°40′ Est.

Fig. 1B: Lo stretto visto dal colle di “Pentimele”, presso Reggio. Sullo sfondo l’Etna innevato

Geografia dello stretto[modifica | modifica wikitesto]

Morfologia e batimetria[modifica | modifica wikitesto]

Lo Stretto di Messina, per gli aspetti morfologici, può essere rappresentato come un imbuto con la parte meno ampia verso nord, in corrispondenza della congiungente ideale capo Peloro (Sicilia) – Torre Cavallo (Calabria); verso sud, invece, questo imbuto si apre gradualmente fino al traverso di capo dell’Armi (Calabria). Il limite settentrionale è nettamente identificabile, mentre quello meridionale può avere un significato geografico (ad esempio la carta nautica n° 138 dell’Istituto idrografico della Marina (I.I.M.) si ferma poco prima di punta Pellaro in Calabria), o idrologico; quest’ultimo può essere considerato la linea ideale che congiunge capo Taormina (Sicilia) con capo d’Armi (Calabria). Come area idrologica, anche il confine settentrionale è ben più ampio di quello geografico e comprende l’area del mar Tirreno compresa tra capo Milazzo, l’arco delle isole Eolie e le coste del golfo di Gioia in Calabria (Figura 2).

Fig. 1A: Lo stretto visto da Messina, presso “Dinnammare” (monti Peloritani); i colori mostrano chiaramente le differenti masse d’acqua presenti.

Per quanto si riferisce al profilo sottomarino dello stretto, esso può essere paragonato ad un monte, il cui culmine è la “sella” (lungo la congiungente Ganzirripunta Pezzo), i cui opposti versanti hanno pendenze decisamente differenti. Nel mar Tirreno, infatti, il fondo marino digrada lentamente fino a raggiungere i 1.000 m nell’area di Milazzo e, per trovare la batimetrica dei 2.000 m, si deve oltrepassare l’isola di Stromboli. Nella parte meridionale (mare Ionio), invece, il pendio è molto ripido ed a pochi chilometri dalla “sella” è possibile registrare la profondità di 500 m tra le città di Messina e Reggio, oltrepassare ampiamente i 1.200 m poco più a sud (punta Pellaro), per raggiungere i 2.000 m al centro della congiungente ideale capo Taorminacapo d’Armi.

Fig. 2: Batimetria dell’area idrologica dello stretto di Messina

[1]

La minore ampiezza (3.150 metri nel punto più stretto) si riscontra lungo la congiungente Ganzirri-punta Pezzo cui corrisponde a livello del fondo una “sella” sottomarina ove si riscontrano le minori profondità (80–120 m). In questo tratto i fondali marini (Fig. 4) presentano un solco mediano irregolare, con profondità massima di 115 m, che divide una zona occidentale (in prossimità di Ganzirri) caratterizzata da profonde incisioni, da quella orientale di Punta Pezzo, più profonda e pianeggiante (Fig. 18).

Caratteristica del settore settentrionale dello stretto è l’ampia valle di Scilla, con una parte più profonda e ripida (circa 200 m). La valle comincia poi ad appiattirsi e ad essere meno acclive verso il mar Tirreno dove prende il nome di bacino di Palmi. Le pareti laterali della valle, profonde e scoscese, si elevano bruscamente conferendo alla sezione trasversale una forma ad “U”. Un’ampia ed irregolare depressione, meno incisa (valle di Messina), avente anch’essa sezione ad “U”, si riscontra nella parte meridionale. A profondità superiori ai 500 m, la valle di Messina si stringe divenendo più profonda e dando origine ad un ripido canyon sottomarino (canyon di Messina) che si protende fino alla piana batiale dello Ionio.

Le correnti[modifica | modifica wikitesto]

Generalità[modifica | modifica wikitesto]

Tralasciando gli aspetti mitologici, la cui influenza ha permeato per secoli la visione anche artistica dello stretto di Messina (Fig. 3),

Fig. 3: Antica stampa dello stretto di Messina dove sono evidenziate le correnti

i primi studi di carattere scientifico sulle correnti dello stretto di Messina si devono a Ribaud, vice-console francese a Messina, che nel 1825 pubblica un compendio di quanto noto all’epoca su tale argomento. Le sue osservazioni hanno rappresentato un punto fermo per quasi un secolo. Da segnalare anche la pubblicazione nel 1882 di un “manuale pratico” molto dettagliato da parte di F. Longo, comandante di navi mercantili particolarmente esperto dello stretto.

Finalmente, a distanza di quasi un secolo dalle osservazioni di Ribaud, il particolare regime delle correnti dello stretto fu studiato per la prima volta con grande dettaglio scientifico mediante la raccolta sistematica di dati mirati ad una conoscenza completa dei fenomeni, durante le campagne di studio della Nave Marsigli della Marina Militare, svolte durante gli anni 1922 e 1923 sotto la direzione del prof. Vercelli (fisico, direttore dell’Istituto geofisico di Trieste); furono indagate anche le caratteristiche fisico-chimiche di quelle acque grazie alle analisi condotte da Picotti (chimico dello stesso istituto).

Dall’insieme dei risultati raccolti vennero costruite le “Tavole di Marea” dello stretto, tuttora edite dall’Istituto idrografico della Marina (I.I.M. Pubbl. n° 3133), dalla cui lettura è possibile conoscere le previsioni della corrente (velocità e direzione) in due punti (punta Pezzo in Calabria e Ganzirri in Sicilia); è inoltre possibile calcolare, grazie a formule molto semplici, le previsioni di corrente in altri 9 punti.[2]

Nel corso degli anni sono state effettuate periodiche verifiche di tali misure, con strumenti sempre più sofisticati, che hanno di fatto confermato l’ottimo lavoro svolto nel 1922-1923. Anche le ulteriori elaborazioni di Defant (1940) hanno contribuito all’aumento delle nostre conoscenze ed alla migliore comprensione dei fenomeni dinamici dello stretto di Messina.

Nel 1980, al fine di valutare la possibilità di uno sfruttamento delle correnti dello stretto per la produzione di energia, è stata condotta dall’OGS (Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale) di Trieste una campagna di misure su lungo periodo per conto dell’ENEL, con il posizionamento in 9 punti dello stretto, nell’area di minore ampiezza compresa tra le congiungenti Ganzirri-Punta Pezzo e Capo Peloro-Scilla, di una serie di catene correntometriche con 3 moderni correntometri ciascuna, per un totale di 27 strumenti di misura operativi in situ per un periodo di 4-6 mesi.[3]