Cristoforo Colombo

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Cristoforo Colombo

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Ritratto postumo di Cristoforo Colombo, eseguito da Sebastiano del Piombo, 1519
Firma di Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo (in latino: Christophorus Columbus, in spagnolo: Cristóbal Colón, in portoghese: Cristóvão Colombo; Genova, fra il 26 agosto e il 31 ottobre 1451[1]Valladolid, 20 maggio 1506) è stato un esploratore e navigatore italiano, cittadino della Repubblica di Genova prima e suddito del Regno di Castiglia poi.

È stato tra i più importanti navigatori[2] che presero parte al processo di esplorazione delle grandi scoperte geografiche a cavallo tra il XV e il XVI secolo. Marinaio sin da giovane, Colombo maturò l’idea dell’esistenza di una terra oltreoceano (secondo lui l’Asia) proprio durante i suoi viaggi da mercante. Convinto della veridicità delle sue credenze, dapprima chiese finanziamenti per salpare verso l’Asia attraverso la nuova rotta al re Giovanni II del Portogallo, ma vistosi negati i fondi necessari decise di tentare con i re di Castiglia e Aragona i quali, dopo alcune discussioni e soprattutto grazie all’appoggio della regina di Castiglia, Isabella, accettarono di finanziare l’impresa e di concedere privilegi a Colombo in caso di buona riuscita della stessa. Salpato da Palos de la Frontera il 3 agosto 1492, Colombo giunse nell’odierna San Salvador il 12 ottobre dello stesso anno. A questo primo viaggio ne seguirono altri tre – sempre per le Americhe – di minor fortuna, che lo portarono alla rovina e al discredito presso la corte di Castiglia.

La gioventù e i primi viaggi da mercante[modifica | modifica wikitesto]

Genova, Castello d’Albertis, Museo delle Culture del Mondo, Loggia, statua del “Colombo giovinetto”, di Giulio Monteverde

Genova, presunta casa di nascita di Colombo

Fu primogenito dei quattro figli (tre maschi e una femmina)[3] di Domenico Colombo (Dominicus Columbus quomdam Johannis) e Susanna Fontanarossa (Sozana de Fontana Rubea), gestori dapprima di una piccola azienda tessile e successivamente, in seguito al trasferimento da Genova a Savona, di un’osteria.[4] Colombo trascorse l’infanzia seguendo i genitori nella nuova abitazione sita in vico Diritto di Ponticello,[5] mentre le informazioni sul suo conto diventano note a partire dal 1470, quando la famiglia si spostò a Savona. Con molta probabilità, nacque all’interno del territorio genovese.[6]

Colombo stesso afferma, in una sua lettera, di aver cominciato a navigare a quattordici anni.[7] Durante i suoi viaggi latinizzò il suo nome (com’era usanza del tempo) nelle firme che poneva su lettere e documenti; in seguito utilizzò come firma anche il nome in castigliano, Cristóbal Colón.[8]

Stemma di Colombo istituito dai sovrani di Castiglia e Aragona il 20 maggio 1493[10]
Stemma della famiglia Colombo adottato di propria iniziativa da Cristoforo a partire dal 1502[9]

Dopo aver prestato servizio sotto Renato d’Angiò, nel 1473 Cristoforo cominciò l’apprendistato come mercante al servizio delle famiglie genovesi Centurione, Di Negro, Imperiali e Spinola.[11] Nel 1473 partì alla volta di Chio in Grecia, navigando su di un’imbarcazione di nome Roxana, e vi rimase circa un anno.[12] In seguito giunse nel Portogallo. Nel 1476 era a Bristol, arrivato in Inghilterrapresumibilmente al seguito della flotta genovese che fu attaccata da navi francesi al largo del Capo Vincenzo dove a stento, secondo le fonti, trovò scampo.[13]Successivamente approdò a Galway in Irlanda e nel 1477, infine, raggiunse l’Islanda.[14]

Verso il 1479, continuando a curare i commerci per conto della sola famiglia Centurione, Colombo si trasferì temporaneamente a Lisbona per poi fare, dopo poco tempo, ritorno in Liguria.

Nel 1480, al rientro dal suo viaggio verso i mari del Nord e le isole britanniche, Colombo sposò Filipa Moniz Perestrello,[15] figlia di Bartolomeo Perestrello il Vecchio (genovese[senza fonte] e governatore di Porto Santo) e di Isabel Moniz, dalla quale nel 1481 ebbe un figlio (l’unico nato dalla relazione), Diego. La coppia si trasferì prima a Porto Santo dove rimase per due anni e successivamente a Madera.[16] In questo periodo Colombo si dedicò, senza successo, al commercio in proprio.[17]

Poco tempo dopo si trasferì da Madera nuovamente a Lisbona, dove il fratello Bartolomeo lavorava come cartografo (professione diffusa tra i molti genovesi che all’epoca dimoravano nella città lusitana). Fu probabilmente in questo periodo della sua vita che nella mente di Colombo cominciò a prendere forma il disegno della rotta breve per le Indie. Sempre a questo periodo risalirebbe l’incontro tra il navigatore genovese e un naufrago il quale, in punto di morte, tracciò una mappa delle lontane terre oltre oceano che fu d’ispirazione per Colombo.[18] Nel 1485 la moglie morì.

La via breve per le Indie[modifica | modifica wikitesto]

Cristoforo Colombo in ginocchio davanti alla regina Isabella di Castiglia

Basandosi sulle carte geografiche del suocero, sui racconti dei marinai e sui reperti (canne, legni e altro) trovati al largo delle coste delle isole del “Mare Oceano” (l’Atlantico), Colombo cominciò a convincersi che al di là delle Azzorre dovesse esserci una terra e che questa non potesse essere altro che l’Asia.

A Lisbona Colombo cominciò a documentarsi e a leggere testi geografici come l’Historia rerum ubique gestarum di papa Pio II stampata nel 1477, l’Imago mundi di Pierre d’Ailly (1480) e Il Milione di Marco Polo. Una notevole influenza sulla decisione poi presa da Colombo dovette esercitare una lettera che nel 1474 Paolo Toscanelli indirizzò al canonico di Lisbona Fernando Martins de Reriz, in risposta al quesito postogli da Alfonso V del Portogallo attraverso lo stesso canonico.[19] Nella missiva, che è quasi certo che Colombo avesse conosciuto, il fisico fiorentino riteneva percorribile una rotta verso ovest per raggiungere l’India.

Colombo incontrò il re Giovanni II di Portogallo nel 1483[20] e nell’udienza gli chiese la somma necessaria per il suo progetto, ma dopo aver consultato i suoi esperti il Re rifiutò la proposta.[21]

Statua dedicata a Colombo a Madrid

Colombo nel 1485, dopo la morte della sua donna, si recò nel Regno di Castiglia, a Palos de la Frontera, insieme al figlio,[22] quindi si recò a Siviglia. Cristoforo era alla ricerca di qualcuno che potesse finanziare l’impresa: dapprima provò con il duca Medina Sidonia, ma questi non ottenne l’appoggio della Corona e si trovò costretto a rifiutare; in seguito tentò con don Luis de la Cerda, duca di Medinaceliche convinse parzialmente la regina Isabella di Castiglia, la quale decise di incontrare Colombo.[23]

Recatosi a Cordova[24] giunse, il 20 gennaio 1486, al cospetto di Alfonso de Quintanilla, tesoriere dei regnanti,[25] come preludio all’incontro con la Regina, in quel momento assente. L’esploratore intanto visse nella città frequentando i fratelli Luciano e Leonardo Barroia, che gli presentarono Diego de Arana,[26] di cui conobbe la moglie Costanza e la cugina Beatrice (Beatriz Enríquez de Arana). Quest’ultima, ventenne di famiglia dedita al commercio vinicolo e orfana da tempo, ebbe una relazione con Colombo[27] che non giunse al matrimonio. Il navigatore ebbe una relazione anche con la marchesa di Moya.[28] Ai primi di maggio dello stesso anno i regnanti arrivarono nella città e finalmente Ferdinando II di Aragona e Isabella incontrarono Cristoforo.[29] L’esploratore presentò il suo progetto di raggiungere per mare il Catai e il Cipango. Tra il 1486 e il 1487 una commissione, presieduta da padre Hernando de Talavera(confessore dei re cattolici) e composta da uomini dotti (letrados) come Rodrigo Maldonado de Talavera, si riunì per vagliare le effettive possibilità di riuscita del viaggio. Essa seguì i reali nella città di Cordova fino a fine anno e poi si trasferì al loro seguito a Salamanca. Il verdetto di quella che venne definita la “battaglia di Colombo” arrivò solo alla fine del 1490 e gli esperti alla fine bocciarono la proposta.[30]

Nel 1488 Colombo ebbe un altro figlio, Fernando, da Beatrice. Negli anni seguenti Colombo cercò varie volte di farsi ascoltare dalla corte castigliana e decise di rivolgersi pure, tramite il fratello Bartolomeo, ai sovrani d’Inghilterra e di Francia. Intanto conobbe Martín Alonso Pinzón. Nel 1492, col protrarsi dell’attesa, il navigatore era giunto oramai ai limiti della resistenza, e, dopo sette anni di soggiorno nel regno di Castiglia, anche le sue risorse economiche si erano ridotte al punto da non essere quasi più in grado di provvedere alla sua famiglia,[31]costringendolo a vendere libri e disegnare mappe.[32]

Realizzazione del progetto[modifica | modifica wikitesto]

I tre velieri in una stampa di Gustav Adolf Closs del 1892

Padre Juan Pérez, confessore personale della Regina, tramite Sebastiano Rodriguez[33] fece recapitare una missiva alla stessa regina, la quale due settimane dopo fece convocare il padre. Il tesoriere Luis de Santangel, Ferdinando Pinello e altri intanto assicurarono la copertura finanziaria eventualmente richiesta.[34] Si riunirono nuovamente gli esperti, mentre Colombo ricevette tramite lettera la comunicazione di una nuova udienza. Decisivo fu anche il contributo del vescovo Alessandro Geraldini originario della città di Amelia, anche lui confessore della regina Isabella e amico personale di Colombo e del fratello Antonio; per sua insistenza, la Regina si convinse definitivamente a consentire il viaggio del grande navigatore. Colombo avrebbe poi intitolato una delle isole del Nuovo Mondo a Graziosa, madre del Geraldini, e il prelato divenne anche il primo vescovo residenziale delle Americhe.

Colombo si recò a Siviglia, ma i reali si erano trasferiti a Santa Fe. Colombo li raggiunse e nell’incontro, dove i reali erano propensi ad accettare di finanziare l’impresa, dettò le sue condizioni. Chiese il titolo di ammiraglio e la carica di viceré e “governatore delle terre scoperte” (titolo che doveva essere ereditario), la possibilità di conferire ogni tipo di nomina nei territori conquistati[35] e, inoltre, una rendita pari al 10% di tutti i traffici marittimi futuri. Le richieste furono considerate eccessive e non si fece alcun accordo, per cui Colombo partì, ma venne richiamato[36] e le richieste vennero accettate in caso di riuscita del viaggio. Durante le trattative, che durarono tre mesi, Isabella si fece rappresentare da Juan de Coloma, mentre le bozze erano redatte dallo stesso padre Perez. Il contratto (Capitolaciones), firmato il 17 aprile 1492, prevedeva cinque paragrafi.[37]

La somma necessaria per l’armamento della flotta, pari a 2 000 000 di maravedí, sarebbe stata versata metà dalla corte e metà da Colombo, finanziato da un istituto di credito genovese, il Banco di San Giorgio e dal mercante fiorentino Giannotto Berardi. Si trattava, in realtà, di una somma modesta anche per quei tempi: si calcola, infatti, che quella che si sarebbe rivelata come una delle più importanti spedizioni della storia umana, fu finanziata con una spesa complessiva variabile fra gli attuali 20 000 e 60 000 .[38] Dopo la firma Colombo lasciò la città il 12 maggio, quando era già deciso il luogo di partenza, Palos.[39] Furono così allestiti tre velieri (di norma definiti caravelle[40]), di cui due – la Santa Maria e la Pinta – dotati di alberi a vele quadre e uno – la Niña – dotato di vela latina (quindi tecnicamente non navi dal punto di vista velico, perché non dotati di tre alberi a vele quadre).

La Santa María[41] (in realtà si trattava di una caracca) stazzava 150 tonnellate e, in qualità di nave ammiraglia, era capitanata dallo stesso Colombo. La Pinta, che stazzava 140 tonnellate, e la piccola Niña[42], che ne stazzava solamente 100, erano comandate rispettivamente da due armatori di Palos, Martín Alonso Pinzón e suo fratello minore Vicente Yáñez Pinzón.[43] Inizialmente solo due navi erano pronte, recuperate senza grosse spese a carico della Corona di Castiglia,[44] mentre si decise che chi avesse partecipato all’impresa avesse sospesa ogni pendenza legale (sia civile sia penale) in carico.[45] Nel reclutare i 90 marinai,[46] Colombo fu validamente aiutato da Martín Pinzón che godeva di ottima fama nella città.[47] A Martín Pinzón spettava il ruolo di comandante in seconda di Colombo e l’esecuzione pratica del viaggio, mentre a Colombo spettava la guida come condottiero dell’idea.[48] Il pilota della flotta era il cantabrico Juan de la Cosa, proprietario della Santa Maria.

Viaggi per le Americhe[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: viaggi di Cristoforo Colombo.

Primo viaggio[modifica | modifica wikitesto]

I quattro viaggi di Colombo

Primo viaggio nel mar dei Caraibi

La partenza avvenne alle sei del mattino del 3 agosto 1492 da Palos de la Frontera,[49] con rotta verso le Isole Canarie per sfruttare i venti. Il 6 agosto[50] si ruppe il timone della Pinta e si credette a un’opera di sabotaggio,[51] quindi furono costretti a uno scalo di circa un mese a La Gomera per le necessarie riparazioni.[31] La Pinta giunse con due settimane di ritardo a causa dell’avaria, tanto che Colombo pensò di sostituirla con un’altra caravella. Si approfittò della sosta per modificare anche la velatura della Niña, trasformandola da latina a quadra per meglio adeguarla alla navigazione oceanica. Va anche detto che a La Gomera era presente la giovane vedova del governatore, Beatrice di Bodabilla, che a quanto pare aveva già avuto uno scambio di cortesie col navigatore.[52]

Le tre navi ripresero il largo il 6 settembre spinte dagli alisei, dei quali Colombo conosceva l’esistenza. Questi venti spirano sempre da est verso ovest formando stabilmente una striscia di nuvole galleggiante nell’aria, tanto che l’ammiraglio nel giornale di bordo scrisse: «Si naviga come tra le sponde di un fiume». Un’altra, tra le suggestioni del primo viaggio transoceanico, fu la posizione delle navi costantemente rivolte verso il tramonto, oltre che la sensazione di procedere per ampi spazi mai prima toccati.[53] Le caravelle navigarono per un mese senza che i marinai riuscissero a scorgere alcuna terra. Il 16 settembre le caravelle cominciarono a entrare nel Mar dei Sargassi e Colombo approfittò dello spettacolo delle alghe galleggianti (un fenomeno tipico di questo mare) per sostenere che tali vegetali erano sicuramente indizi di terra vicina (cosa in realtà non vera), tranquillizzando temporaneamente i suoi uomini.[31]

A partire dal giorno 17 si osservò con stupore il fenomeno assolutamente sconosciuto della declinazione magnetica: la bussola indicava il polo magnetico distaccandosi sempre più dal nord geografico, col rischio di allontanare le navi dalla loro rotta.[54] Questi strani fenomeni ebbero l’effetto di spaventare i marinai e la tensione crebbe inevitabilmente. Il 6 ottobre Colombo registrò di aver percorso 3652 miglia, già cento in più di quante ne aveva previste. Lo stesso giorno vi fu una riunione generale dei comandanti a bordo della Santa Maria, durante la quale Martín Pinzón suggerì di cambiare rotta da ovest a sud-ovest.[55] Il 7 ottobre Colombo decise di virare quindi verso sud-ovest, avendo visto alcuni uccelli dirigersi verso quella direzione.

Il giorno 10 vi fu un principio di ammutinamento;[56] Colombo, più che mai fermo nella propria idea e forte degli studi che aveva compiuto nel corso del viaggio, riuscì forse a ottenere un accordo[57]: se entro tre o quattro giorni le vedette non avessero scorto alcuna terra le caravelle sarebbero tornate indietro[31] o si sarebbe deciso diversamente.[58] Giovedì 11 ottobre si ebbero alcuni segnali positivi: furono avvistati diversi oggetti fra cui un giunco, un bastone e un fiore fresco[59] che un marinaio pescò in mare:[31] soltanto la vicinanza della terra emersa poteva giustificare questi ritrovamenti. Durante la notte Colombo si disse convinto di avere intravisto in lontananza una luce, «como una candelilla que se levava y se adelantaba» (“come una piccola candela che si levava e si agitava”). Fu solo alle due di notte di venerdì 12 ottobre 1492 che Rodrigo de Triana, a bordo della Pinta, distinse finalmente la costa[60]; (tuttavia, il premio in denaro promesso al primo che avesse avvistato la terra fu aggiudicato a Colombo).[61]

Colombo sbarcato nel Nuovo Mondo

La mattina del 12 le caravelle riuscirono a trovare un varco nella barriera corallina e gli equipaggi riuscirono a sbarcare su un’isola chiamata, nella lingua locale, Guanahani, che Colombo battezzò Isola di San Salvador; sebbene l’identità moderna di questa isola corrisponde, presumibilmente, con quella di un’isola delle Bahamas. Gli spagnoli furono accolti con grande cortesia e condiscendenza dai Taino[62], la tribù abitante dell’isola. Colombo stesso, nella sua relazione, sottolinea più volte la gentilezza e lo spirito pacifico dei suoi ospiti:

« Gli abitanti di essa […] mancano di armi, che sono a loro quasi ignote, né a queste son adatti, non per la deformità del corpo, essendo anzi molto ben formati, ma perché timidi e paurosi […] Del resto, quando si vedono sicuri, deposto ogni timore, sono molto semplici e di buona fede, e liberalissimi di tutto quel che posseggono: a chi ne lo richieggia nessuno nega ciò che ha, ché anzi essi stessi ci invitano a chiedere »
(Cristoforo Colombo, prima relazione sul viaggio nel Nuovo Mondo, 14 marzo 1493[63])

La sera del 27 ottobre[64] le caravelle arrivarono alla fonda della baia di Bariay,[65] a Cuba, nell’attuale provincia di Holguín. Nel diario di bordo di domenica 28 ottobre troviamo scritto: “Es la isla mas hermosa que ojos humanos hayan visto” (“È l’isola più bella che occhio umano abbia mai visto”). Tuttavia, data la mancanza di oro e la condizione primitiva degli indigeni, l’ammiraglio pensò di essere arrivato soltanto in un remoto avamposto della grande civiltà asiatica descritta da Marco Polo.[66] Martín Alonso Pinzón aveva udito dagli indigeni delle immense ricchezze dell’isola di Babeque[67] e dopo alcuni tentativi fatti insieme a Colombo decise di proseguire le ricerche senza autorizzazione.[68] Sta di fatto che per circa due mesi la flottiglia si ridusse a due sole caravelle, con le quali venne esplorata la costa settentrionale di Haiti, battezzata “Hispaniola”. Giunsero quindi nella baia che Colombo chiamò “Bahia de los Mosquitos” (altro nome che sopravvisse nei secoli) e si parlò di un’isola a forma di tartaruga che il navigatore chiamò “Tortuga“.[69]

Sempre convinto di trovarsi in Asia, Colombo confuse la parola indigena Cibao col ricchissimo Cipango, ovvero il Giappone,[70] alla ricerca del quale si mise subito in viaggio superando Capo d’Haiti. Verso la mezzanotte del 25 dicembre, a poca distanza dalla costa, la Santa Maria andò in secco di prua arenandosi sopra un banco corallino. L’Ammiraglio, svegliatosi, ordinò di tonneggiare gettando l’ancora verso poppa per poi trainarla da un argano allo scopo di far retrocedere la nave. Venne quindi gettata in mare una lancia su cui salì anche Juan de la Cosa, che però, inaspettatamente, decise di dirigersi verso la Niña.[71] La Santa Maria rimase in condizioni precarie e venne abbandonata; a nulla servirono gli ultimi sforzi dei marinai.[72]

L’Ammiraglio, rimasto con una sola caravella, dovette abbandonare parte della ciurma (39 persone in tutto)[73]con la promessa che sarebbe tornato a riprenderli durante il secondo viaggio transoceanico. Fece quindi costruire un forte – La Navidad[74] – a poca distanza dal luogo dell’incidente. Successivamente gli indigeni dissero di aver avvistato “un’altra casa sull’acqua” (la Pinta) ma a nulla servì il messaggio che Colombo cercò di inviargli.[75] Il 4 gennaio si tentò ancora di entrare in contatto mentre il 5 la flotta si riunì nelle vicinanze di Monte Christi. Seguirono l’incontro e le giustificazioni di Martín Alonso Pinzón.[76]

Il capitano della Pinta affermò di essersi recato senza successo a Babeque e di aver fatto scambi proficui con Caonabò, un potente cacicco indio.[77][78] Colombo non gli credette ma lo perdonò in quanto gli era impossibile intraprendere il viaggio di ritorno con una sola imbarcazione.[79] Prima del rientro decisero di trarre in secco le due navi a Capo Samanà per un lavoro di restauro. Il 13 gennaio furono attaccati da una tribù ostile, che Colombo credette fossero i temibili Canibi.[80] Negli scontri si ebbero soltanto alcuni feriti ma Colombo decise comunque di partire prima possibile all’alba del 16 gennaio 1493.[81]

Consapevole che per il viaggio di ritorno la flotta avrebbe dovuto muovere a settentrione per uscire dal regime degli alisei, Colombo risalì fino al 35º parallelo, quasi in linea col parallelo di Capo San Vincenzo in Portogallo. Quindi, il 23 gennaio, puntò la prua a levante.[82] Il navigatore non poteva sapere che in inverno, a tali latitudini, l’oceano Atlantico è sconvolto da violentissime tempeste come quella in cui s’imbatté il 13 febbraio.[83] L’uragano durò circa due giorni, ridusse allo stremo la resistenza delle piccole caravelle e le separò senza alcuna possibilità di manovra. Colombo, temendo il peggio, gettò in acqua un barile che conteneva i documenti e i resoconti dell’impresa (il barile non venne mai ritrovato).[84] Placatasi finalmente la burrasca, Colombo approdò fortunosamente alle isole Azzorre, sull’isola di Santa Maria. Da qui, la malconcia Niña ripartì il 24 febbraio arrivando otto giorni dopo a Restelo, nei pressi di Lisbona. Rui de Pina, umanista portoghese alla corte di Giovanni II, scrisse del suo arrivo in Portogallo:

« Il 6 marzo 1493 è arrivato dalle Antille di Castiglia Cristoforo Colombo, italiano… »

Nonostante l’inimicizia dei portoghesi, Colombo venne cortesemente ricevuto da re Giovanni II[85] a Vale do Paraíso, vicino Azambuja, mettendo a sua disposizione il porto di Lisbona per il restauro della caravella. Martín Alonso Pinzón, intanto, era riuscito a giungere a Baiona nell’attuale Galizia ai primi di marzo (rientrando quindi nella Penisola Iberica prima di Colombo)[86]; fece poi vela per Palos arrivandovi poche ore dopo la Niña, già sofferente di una misteriosa malattia che in breve tempo lo condusse alla morte (probabilmente la sifilide).[87]

Colombo aveva portato con sé un po’ di oro, tabacco e alcuni pappagalli da offrire ai sovrani quali segni tangibili delle potenzialità delle “isole dell’India oltre il Gange”. Condusse anche dieci indiani Taino. Furono giorni di festa nelle città di Siviglia, Cordova e Barcellona, dove l’Ammiraglio giunse il 20 aprile accolto dai sovrani con onori trionfali. Il ricevimento continuò nella cappella di Sant’Anna per celebrare il Te Deum[88] consumando poi un pranzo con il rito della “salva”, solitamente riservata alla stirpe di sangue reale.[89] I sovrani lo sollecitarono infine a intraprendere una seconda spedizione.

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