I Sadducei tentano Gesù

6 novembre 2016

L’Anno Liturgico che ormai va verso la sua conclusione motiva il crescendo di riflessione sulle cose ultime, cioè la realtà della vita eterna, delle sue ultime domeniche, queste del mese di novembre, all’indomani delle feste dei Santi e dei Morti che abbiamo celebrato nei giorni scorsi.

Questa domenica, XXXII domenica del Tempo Ordinario, ci fa riflettere sulla realtà della Risurrezione. Gesù ha ormai concluso il suo camminare e incedere verso la Città Santa, Gerusalemme, è ormai entrato nel Tempio scacciandone i venditori (cap 19) e ora insegna nel Tempio (cap 20) mentre si acuisce il conflitto con i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani, dunque le autorità religiose.

Nel brano odierno (20,27-38) chi mette in difficoltà Gesù sono i Sadducei, appartenenti ad uno dei gruppi religiosi dell’Israele del tempo di Gesù, i quali non credono nella risurrezione. E mettono davanti agli occhi di Gesù il caso di sette fratelli, i quali muoiono senza lasciare prole e secondo la legge del levirato (Dt 25,5), tocca al parente più prossimo, al fratello in questo caso, dare una discendenza al morto. Tutti e sette sposano la stessa donna: dunque costei di chi sarà moglie alla risurrezione? Questo il quesito!

In risposta a tale provocazione, Gesù parla della vita oltre la storia: un conto è la vita presente, un altro la vita futura e provare ad ingabbiare l’una nell’altra è segno di poca o niente intelligenza, soprattutto nei riguardi della stessa Legge. Gesù nella sua risposta riafferma la fede nella risurrezione, e anzi la fonda nella Torah, nell’esperienza che Mosè fa del roveto ardente, dove Dio si fa conoscere come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Gesù gioca questa carta decisiva per convincere i Sadducei a proposito della risurrezione, in quanto loro ritengono Mosè l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Nella vita futura, segnata dall’immortalità, la procreazione non è più necessaria e di conseguenza anche il matrimonio non è più necessario. Per Gesù la risurrezione è un qualcosa di assolutamente nuovo: l’uomo non sarà disumanizzato, né saranno rinnegati o distrutti i suoi legami affettivi della vita terrena, ma vi sarà una partecipazione piena alla figliolanza divina.

“Dio non è dei morti, ma dei viventi: tutti vivono per lui”: così afferma Gesù. La ragione ultima e vera della fede nelle risurrezione è squisitamente teologica, cioè chiama in causa il mistero di Dio, quale il Vivente!

Se lui è il Vivente, se è il Dio della vita e se è la vita stessa che egli dona, la morte non può che essere sconfitta. La sua esperienza, che è inevitabile per tutti gli uomini, non costituisce una rottura. Anzi nessuno e nessuna creatura o cosa al mondo può separare il credente dall’amore fedele del suo Dio. Meglio ancora si può dire che la sua fedeltà gli è garanzia di una vita ininterrotta e piena e di una comunione che si sviluppa e cresce sempre di più diventando così l’antidoto alla morte.                                                                                                                        Don Paolo Tonghini

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