Mese: settembre 2016

Edoardo Bennato

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Edoardo Bennato
Edoardo Bennato
Edoardo Bennato
Nazionalità Italia Italia
Genere Rock and roll
Pop rock
Blues
Rhythm and blues
Rock progressivo
Periodo di attività 1966 – in attività
Strumento Chitarra (chitarra a 12 corde, chitarra folk,chitarra elettrica),armonica a bocca,kazoo, tamburello basco
Etichetta Parade, Numero Uno,Dischi Ricordi, Virgin,Cheyenne Records, Universal Music Italia.
Gruppi Trio Bennato
Album pubblicati 40
Studio 19
Live 9
Raccolte 12
Gruppi e artisti correlati Eugenio Bennato,Mauro Spina Giorgio Zito, Tony Esposito,Lucio Bardi, Tony Cercola, Roberto Ciotti,Gianna Nannini, Alex Britti, Blue Stuff, Herbert Pagani, Mogol, Bo Diddley, Bruno Lauzi,Roberto De Simone,Shel Shapiro, Enzo Avitabile
Sito web
« Eugenio dice che io sono un rinnegato,
perché ho rotto tutti i ponti col passato:
guardare avanti, sì, ma a una condizione,
che tieni sempre conto della tradizione! »
(Rinnegato di Edoardo Bennato, 1973)

Edoardo Bennato (Napoli, 23 luglio 1946) è un cantautore,chitarrista e armonicista italiano[1].

È ritenuto da molti critici e musicisti uno dei più grandi rocker italiani[2][3][4]; è stato il primo cantante italiano a riempire lo stadio milanese di San Siro con più di sessantamila persone, il 19 luglio1980[5][6]; è stato inoltre il primo cantante italiano in assoluto a suonare l’armonica a bocca[7][8][9] e il primo cantante italiano ad esibirsi, nel 1976, al Montreux Jazz Festival[10] (l’anno precedente si era esibito il primo gruppo italiano, gli Agorà[11]).

Tra gli altri primati, Edoardo Bennato ha anche quello di essere stato il primo artista ad aver pubblicato due album a distanza di soli 15 giorni, nel marzo 1980, Uffà! Uffà! e Sono solo canzonette[12][13](dodici anni dopo Bruce Springsteen effettuerà la stessa operazione con i due album Human Touch e Lucky Town), e quello di essere stato, nel 1974, il primo cantante italiano ad essere etichettato dai giornalisti punk[14].

Chitarrista, armonicista e cantante, dopo un’esperienza londinesecominciò a proporsi come uomo orchestra suonando contemporaneamente, oltre alla chitarra e all’armonica, anche deitamburelli, il kazoo e altre percussioni. L’influenza di grandi del rock(Dylan su tutti) e della musica pop caratterizzò subito il suo personaggio e la sua musica, nella quale però non potevano mancare influenze mediterranee e partenopee. Tra gli altri autori che ne hanno ispirato l’opera vanno citati anche Jimmy “Hammond” Smith, Paul Anka e Neil Sedaka. I suoi testi — specie quelli degli anni settanta — sono spesso ironici[15] e dissacranti[16][17] e rivolti in modo graffiante contro il potere, a qualsiasi livello e in qualsiasi forma si manifesti[18].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gli esordi e gli anni ’60[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Carlo Bennato, impiegato all’Italsider, e di Adele Zito, casalinga, fratello di Eugenio e di Giorgio, si accosta sin da piccolo alla musica, da un lato spinto dalla madre, che invoglia i figli a suonare e li manda a lezione da un maestro di fisarmonica[19], dall’altro dal rock’n’roll, che lo appassiona sin dal suo arrivo in Italia, anche grazie ai soldati americani di stanza a Napoli[20] (in particolare il giovane Edoardo è colpito da Paul Anka, Chuck Berry e Neil Sedaka[21]; altri influssi su Bennato provengono da cantanti napoletani come Renato Carosone,Aurelio Fierro e, soprattutto per il modo di cantare, Peppino di Capri[22]).

Con i fratelli forma nel 1958 il Trio Bennato, in cui Edoardo canta e suona la chitarra, Eugenio suona la fisarmonica e Giorgio le percussioni[23]; i tre iniziano ad esibirsi in vari locali cittadini (il Circolo Canottieri, il dopolavoro dell’Italsider, il Teatro Mediterraneo ed altri), e nel 1959 vengono chiamati come ospiti nel programma televisivo Il nostro piccolo mondo, realizzato da Zietta Liù[23]: è la prima apparizione televisiva per Bennato e i suoi fratelli.

Nello stesso anno a luglio, grazie all’armatore Aldo Grimaldi, i tre fratelli eseguono una serie di spettacoli in una crociera verso il Sudamerica e poi in Venezuela, apparendo anche nel programma televisivo Lo show de las doces, trasmesso da Canal 7[24].

Nel 1965 Bennato si diploma presso il liceo artistico di Napoli, e decide di trasferirsi a Milano per frequentare la facoltà di architettura, ma anche per mettersi in contatto con il mondo della discografia[25]: con questo obiettivo, su suggerimento della madre, contatta la Dischi Ricordi, di cui è direttore artistico Vincenzo Micocci, che è interessato all’artista. Vincenzo Micocci decide di ritornare a Roma e di fondare la Parade (insieme a Carlo Rossie Ennio Morricone), per cui Bennato viene messo sotto contratto da questa etichetta, per cui incide il primo 45 giri,Era solo un sogno/Le ombre.

Inizialmente Micocci cerca di proporre “Era solo un sogno” a Bobby Solo ma, fallendo l’operazione, decide di farla incidere allo stesso Bennato. Sul retro viene inserita la canzone “Le ombre”, dove Edoardo suona l’armonica, diventando così il primo cantante italiano in assoluto a suonare questo strumento[7][8][9]; entrambe le canzoni vengono scritte per quel che riguarda il testo insieme a Alessandro Portelli, professore di letteratura angloamericana all’Università la Sapienza di Roma e musicologo. Il disco, pubblicato nel 1966, non riscuote il successo sperato.

Bennato riprende gli studi a Milano, e qui ritrova un giovane cantautore che ha già avuto modo di incontrare nei suoi soggiorni romani, Herbert Pagani, presentatogli da Mia Martini; Pagani si interessa alle sue musiche, scrivendogli dei testi da abbinare, ed è così che nascono i successi di Cin cin con gli occhiali (1968), Ahi le Hawai(1969) e Fuoco bianco (1970), cantati da Pagani. Nel frattempo si laurea in Architettura.[26]

Edoardo Bennato nel 1969 dal vivo con il suo bassista Marco Ghirardelli

Il buon esito commerciale di questi dischi fa sì che la Numero Uno, la nuova casa discografica fondata da Mogol e Lucio Battisti, lo metta sotto contratto, grazie soprattutto all’intuito di Alessandro Colombini[27], facendogli incidere un 45 giri, Marylou/La fine del mondo (Marylou è scritta insieme al fratello Eugenio, con testo di Mogol), con chiare influenze del rock’n’roll anni cinquanta, in particolare di Elvis Presley[28]; la canzone sul retro, La fine del mondo, è scritta da Edoardo su un testo di Herbert Pagani.

Edoardo Bennato nel 1969

Gli anni ’70 ed il successo[modifica | modifica wikitesto]

In questo periodo Bennato scrive molte canzoni per altri autori: nel 1970Perché… perché ti amo (insieme al fratello Eugenio per la musica, su testo di Mogol) per i Formula 3, nel 1971 Lei non è qui… non è là perBruno Lauzi, che scrive il testo (nel disco di Lauzi Edoardo suona l’armonica a bocca). Nello stesso anno esce un secondo 45 giri, contenente 1941, cover di una canzone dallo stesso titolo di Harry Nilsson, scritta da Mogol e Alessandro Colombini, autore del testo del brano sul retro, Vince sempre l’amore. L’anno dopo è la volta di Good Bye Copenaghen e Marjorie, che sono le prime due canzoni a essere scritte interamente, testo e musica, da Edoardo. L’esito commerciale di questi dischi è però scarso, e Bennato, spinto anche da Alessandro Colombini (il quale, a causa di alcuni attriti avuti con Mogol, ha abbandonato la Numero Uno in favore della Ricordi) che si propone come suo produttore[29], decide di cambiare casa discografica e di passare alla Ricordi ottenendo da questa fiducia per la realizzazione di un intero LP. Scrive poi Un uomo senza una stella per Michele e The village per Bobby Solo; nel 1972 Perché perché, presentata da Giovanna a Un disco per l’estate e, nel 1973, Apri gli occhi bambina, ancora per i Nuovi Angeli.

Bennato, dopo aver trascorso qualche mese a Londra esibendosi suonando contemporaneamente oltre alla chitarra e all’armonica anche dei tamburelli, il kazoo e altre percussioni, torna a Milano dove incide il primo LP,Non farti cadere le braccia: si tratta di un lavoro sperimentale[senza fonte], dove tra canzoni ispirate (come il brano omonimo, Rinnegato e Campi Flegrei) vi sono alcune tracce che esulano dalla forma-canzone[senza fonte] (Ma quando arrivi treno, MM o Tempo sprecato); oltre alla canzone scritta con Lauzi, Lei non è qui… non è là, eseguita in versione acustica. Dal sodalizio con Patrizio Trampetti, componente della Nuova Compagnia di Canto Popolare, nasce Un giorno credi, tra le sue canzoni più amate[30]. Nello stesso disco si trova Una settimana… Un giorno…, brano che verrà ripreso più volte dallo stesso autore con diversi arrangiamenti nel corso della sua carriera.

Il disco non riscuote un gran successo di vendita: l’edizione originale, apribile con un fiammifero in rilievo, ultimo di un’ipotetica scatola di Minerva, diventa una rarità di valore nel mondo dei collezionisti[31]. Per Bennato arrivano i primi passaggi radiotelevisivi, a Per voi giovani e ad Alto gradimento, e i primi concerti.

Le scarse vendite dell’album però spingono l’allora direttore artistico della Dischi Ricordi, Lucio Salvini, ad invitare il cantautore a smettere di cantare per dedicarsi alla professione di architetto[32].

La Ricordi, spinta dalle buone recensioni del disco, nel 1974 pubblica il secondo lavoro: si tratta di un concept album intitolato I buoni e i cattivi, sulla difficoltà di distinguere il bene dal male, e su come i concetti di buono e cattivo siano spesso intrecciati, come ben rappresenta la copertina, in cui compaiono due carabinieri (lo stesso Bennato e Raffaele Cascone) ammanettati tra loro[33]. Uno buono è dedicata al concittadino Giovanni Leone, presidente della Repubblica in carica. Anche la scuola è presa di mira come istituzione apportatrice di una cultura dominatrice[34] (In fila per tre); non mancano le critiche alle amministrazioni pubbliche (Ma che bella città), alle autorità (Bravi ragazzi) e alle classi dirigenti del dopoguerra (Arrivano i buoni). Viene riproposta Un giorno credi, già pubblicata nell’album d’esordio. Il disco riscuote un buon successo di vendite, entrando anche nelle classifiche.

Sempre nel 1974 esce un 45 giri contenente due nuove canzoni: Meno male che adesso non c’è Nerone e Parli di preghiere, di discreto successo; la prima sarà inserita nell’album successivo, Io che non sono l’imperatore, pubblicato dalla Ricordi agli inizi del 1975, mentre la seconda resterà inedita su LP (ma verrà inserita nella raccolta “Le Origini”). Anche Io che non sono l’imperatore vende discretamente: tra le canzoni più trasmesse dalle numerose trasmissioni radiofoniche ci sono Signor censore, Feste di piazza (con un testo scritto nuovamente daPatrizio Trampetti) e il “divertissement” di Io per te Margherita, dove Bennato si diverte a cantare ironicamente una triste storia d’amore. La canzone Affacciati affacciati è registrata dal vivo durante un concerto all’Università Bocconi di Milano, e prende di mira il Papa. La copertina raffigura sia all’esterno che all’interno la tesi di laurea di Bennato, e cioè un progetto per la realizzazione di una rete capillare della metropolitana di Napoli.

La torre di Babele esce nel 1976 e prosegue sulla strada dell’impegno sociale dei testi, ma con venature musicali più vicine al rock e al blues, sempre in chiave acustica, grazie anche alla presenza del chitarrista Roberto Ciotti e di Dario Iori alla chitarra e banjo tenore. Il disco contiene tutti i temi cari a Bennato, che si schiera contro la guerra, l’arrivismo, l’arroganza e il divismo della sua categoria (in Cantautore).

Bennato nel 1982 a Venezia

Nel 1977 esce Burattino senza fili, un disco che, sulla falsariga della storia del burattino di Collodi, analizza, critica e sentenzia su alcuni importanti aspetti sociali e filosofici che interessano la vita: il conflitto tra la sincerità dei piccoli e l’ipocrisia dei “grandi” (in Quando sarai grande); l’arroganza dei potenti e dei privilegiati (in In prigione, in prigione); la strumentalizzazione ipocrita della femminilità (inLa fata); lo stato di isolamento in cui si trova chi cerca di dire qualcosa di semplice e sensato, senza secondi fini né interessi personali (in Tu grillo parlante)[35]. Questi temi torneranno anche nei dischi successivi e sono già abbozzati in quelli precedenti. Ma qui trovano una organicità notevolissima, grazie anche alle scelte musicali che spaziano dal rock alla musica da camera in un impasto variegato di stili che riesce a cogliere da ognuno di essi le caratteristiche e le espressioni che più si adattano al messaggio di ciascun brano[36].

I tre anni di silenzio successivi (escluse le versioni in inglese de La torre di Babele e Cantautore) preludono al momento più fortunato della carriera di Edoardo Bennato, che produce un altro disco ispirato a una favola, quella di Peter Pan, che affianca Burattino senza fili. L’album è Sono solo canzonette, titolo che riassume il pensiero dell’autore[37].

Ma, con qualche giorno di anticipo, senza aver comunicato la cosa né ai giornalisti né al pubblico, e tantomeno ai media, esce Uffà! Uffà!, disco irriverente anche per i contenuti folli e dissacratori di cui è ricco, nel quale sembra prevalere un’ispirata componente di divertimento e di distacco dal politicamente corretto che dà a Edoardo la possibilità di prendere e prendersi in giro con grande libertà e ironia. Non manca l’impegno sociale, almeno nel brano che dà il titolo al disco: una rabbiosa quanto magistrale incursione addirittura nel punk-rock, con testo a sfondo ecologico in cui ‘Edo’ tenta di spiegare quanto siano ridicole le ragioni delle guerre per il petrolio. È un album pensato sempre in chiave ironica e autoironica, senza mai eccedere nell’insulto, nello sberleffo, e tantomeno nella volgarità (eccetto lo sputo di protesta annunciato, proprio al termine dell’ultima canzone Uffà! Uffà)[38].

Pochi giorni dopo l’uscita di Uffà! Uffà, prendendo in contropiede il pubblico, critica, giornali e televisioni che in quel periodo lo tallonavano e che avevano ascoltato il disco non capendo come mai la canzone presentata precedentemente in televisione non vi comparisse, viene finalmente distribuito Sono solo canzonette. La favola diPeter Pan è il pretesto per sottolineare ancora una volta che il modo di pensare e di agire delle cosiddette persone serie, rispettate, consapevoli, equilibrate, colte, istruite, spesso sconfina nell’arroganza e nella presunzione e non riesce a soddisfare l’istinto di libertà e fantasia che è dentro ogni persona[39]. Il brano L’isola che non c’è è quello maggiormente ispirato. Si sviluppa da una frase ricopiata testualmente dalla fiaba e accompagnata da un arpeggio di chitarra acustica che poco per volta viene affiancata da una chitarra a 12 corde, dal contrabbasso e da un leggero tappeto di tastiere, fino alla climax creata da un assolo di armonica a bocca: un piccolo manuale di rock popolare che sottolinea un testo di altissimo valore poetico ed evocativo[40]. Altri brani si muovono tra il rock e la musica lirica, tra echi rinascimentali e swing, tra sintetizzatori e ciaramelle, fino a quello che forse può essere considerato il manifesto spirituale dell’autore[37]: “sono solo canzonette, non mettetemi alle strette”; in mezzo a tanti che coltivano la propria immagine di filosofi e di santoni, Edoardo Bennato confessa di non avere risposte da suggerire agli adepti. Il successo è notevole, i concerti dell’artista napoletano richiamano decine di migliaia di persone e Bennato riesce, il 19 luglio 1980, primo tra gli italiani[6], a riempire lo stadio milanese di San Siro con più di sessantamila persone, oltre ad avere il pienone negli stadi di tutta Italia[6], partendo con le sessantamila persone accorse al San Paolo di Napoli e con le 50.000 del Comunale di Torino, totalizzando in totale mezzo milione di persone in tredici date.

Durante il tour viene registrato un programma televisivo in due puntate, …e invece no…e invece sì – Pensieri, parole, musica e dubbi di Edoardo Bennato, curato da Gianni Minà, con alcune canzoni tratte da vari concerti (in particolare da quello di Milano) ed interviste al cantautore ed ai suoi collaboratori, trasmesso il 13 e il 21 maggio1981 su Raidue[41]; nel 2007 il programma è stato pubblicato su DVD con il titolo Invece no – Invece sì.

Gli anni ’80[modifica | modifica wikitesto]

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Padre Pio da Pietrelcina

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Padre Pio” rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Padre Pio (disambigua).
San Pio da Pietrelcina
P-pio.jpg
Presbitero
Nascita Pietrelcina, 25 maggio1887
Morte San Giovanni Rotondo,23 settembre 1968
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione Città del Vaticano, 2 maggio 1999 da papa Giovanni Paolo II
Canonizzazione Città del Vaticano, 16 giugno 2002 da papa Giovanni Paolo II
Santuario principale Chiesa di Padre Pio, San Giovanni Rotondo
Ricorrenza 23 settembre
Patrono di Volontari di protezione civile, adolescenticattolici.

Pio da Pietrelcina, noto anche come Padre Pio, al secoloFrancesco Forgione (Pietrelcina, 25 maggio 1887San Giovanni Rotondo, 23 settembre 1968), è stato un presbitero italianodell’Ordine dei frati minori cappuccini; la Chiesa cattolica lo venera come santo e ne celebra la memoria liturgica il 23 settembre, anniversario della morte.

È stato destinatario, ancora in vita, di una venerazione popolare di imponenti proporzioni, anche in seguito alla fama di taumaturgoattribuitagli dai devoti, così come è stato anche oggetto di aspre critiche in ambienti ecclesiastici e non.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni (1887-1904)[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Forgione nacque a Pietrelcina, un piccolo comune alle porte di Benevento, il 25 maggio 1887, da Grazio (detto “Orazio”) Maria Forgione[1] (18601946) e Maria Giuseppa (detta “Peppa”) di Nunzio (18591929). Fu battezzato il giorno successivo nella chiesa di Sant’Anna. Gli venne dato il nome Francesco per desiderio della madre, devota a san Francesco d’Assisi[2]. Il 27 settembre 1899 ricevette la comunione e la cresima dall’alloraarcivescovo di Benevento Donato Maria Dell’Olio. La madre era una donna molto cattolica e le sue convinzioni ebbero una grande influenza sulla formazione religiosa del futuro frate. Il giovane non frequentò le scuole in maniera regolare perché doveva rendersi utile in famiglia lavorando la terra. Solo quando ebbe dodici anni cominciò a studiare sotto la guida del sacerdote Domenico Tizzani che, in un biennio, gli fece svolgere tutto il programma delle elementari. Poi, passò alla scuola per gli studi ginnasiali.

Il desiderio di diventare sacerdote fu sollecitato dalla conoscenza di un frate del convento di Morcone, fra’ Camillo da Sant’Elia a Pianisi, che periodicamente passava per Pietrelcina a raccogliere offerte. Le pratiche per l’entrata in convento furono iniziate nella primavera del 1902, quando Forgione aveva 14 anni, ma la sua prima domanda ebbe esito negativo. Solo nell’autunno del 1902 arrivò l’assenso. Forgione sostenne di aver avuto una visione, il 1º gennaio 1903 dopo la comunione, che gli avrebbe preannunciato una continua lotta con Satana[3]. La notte del 5 gennaio, l’ultima che passava con la sua famiglia, dichiarò di aver avuto un’altra visione in cui Dio e Maria lo avrebbero incoraggiato assicurandogli la loro predilezione[4]. Il 22 gennaio dello stesso anno, a 15 anni, vestì ipanni di probazione del novizio cappuccino e diventò “fra’ Pio”.[5] Concluso l’anno del noviziato, fra Pio emise la professione dei voti semplici (povertà, castità e obbedienza) il 22 gennaio del 1904. Intraprese gli studi ginnasialia Sant’Elia a Pianisi (CB).

A Serracapriola (1907-1908)[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni 1907-1908, compiendo il percorso scolastico, fu nel Convento di Serracapriola. Qui fra Pio aveva compagni di studio i fraticelli di San Giovanni Rotondo Clemente, Guglielmo e Leone e, da Roio, Anastasio che abitava la cella accanto a quella sua. I cinque erano allievi del Padre Lettore Agostino da San Marco in Lamis. Del fra Pio “serrano”, Padre Agostino scrisse: “Conobbi Padre Pio da frate il 1907, quando l’ebbi studente in Teologia a Serracapriola. Era buono, obbediente, studioso, sebbene malaticcio… “. “Pel continuo pianto” che faceva meditando sulla Passione di Cristo fra Pio “ammalò negli occhi”. Quel suo pianto, a grosse lacrime e copioso, cessò nel Convento di Serracapriola. Il Venerdì Santo del 1908 (17 aprile) nel Convento serrano fra Pio, già sofferente di “male toracico”, fu ulteriormente colpito da una “emicrania” che continuò ad affliggerlo “per tutto il tempo” della permanenza a Serracapriola impedendogli, a volte, di partecipare alle lezioni scolastiche. Nel Convento di Serracapriola, oltre ai malesseri generali, fra Pio patì anche la calura estiva dell’anno 1908: “… qui si sta un po’ male”, scriveva ai “carissimi genitori”, a “cagione del caldo che in questi mesi è un po’ eccessivo in questo paese. Non v’impensierite in quanto a ciò, perché sono miserie che l’uomo non può andarne esente…”

Quegli “infiniti affanni” fisici, causati “da una misteriosa malattia” che “galoppava” e l’inappetenza cronica del giovane, allarmarono i Cappuccini di Sant’Angelo. Comunicando telegraficamente con Salvatore Pannullo, parroco di Pietrelcina, i frati convocarono Grazio Forgione, genitore di fra Pio. Giunto a Serracapriola, egli trovò ospitalità nel Convento. Con il padre fra Pio andò al suo paese per una vacanza di salute consigliata dal medico che lo aveva visitato. Già prima dell’anno scolastico 1907/1908 fra Pio era stato per alcuni giorni nel Convento di Serracapriola; vi arrivò in “gita di lavoro”, con altri confratelli, dal Convento molisano di Sant’Elia a Pianisi. E tutti insieme, con i frati serrani, vendemmiarono la vigna del Convento. Durante le operazioni di vendemmia, i fumi di alcool liberatisi dalle uve pigiate nella cantina conventuale, inebriarono fra Pio che a Bacco non aveva brindato.

Nel tempo, rinverdendo i particolari di questo episodio serrano, Padre Pio commentava: “Fu l’unica volta in vita mia che il vino mi fece perdere la testa” (cit. P. Luigi Ciannilli da Serracapriola). Ultimato il primo anno del Corso di Teologia a Serracapriola, fra Pio proseguì il suo “benessere morale e scientifico” nel Convento di Montefusco, nell’avellinese, ove per i diversi insegnamenti erano Lettori i Padri: Agostino da San Marco in Lamis, Bernardino da San Giovanni Rotondo, Bonaventura da San Giovanni Rotondo e Luigi da Serracapriola. Il 27 gennaio 1907professò i voti solenni. Nel novembre del 1908, completati gli studi, si recò a Montefusco dove studiò teologia. Il 18 luglio del 1909 ricevette l’ordine del diaconato, nel noviziato di Morcone. Nei mesi di novembre e dicembre dello stesso anno, risiedette nel convento di Gesualdo (AV). Il 10 agosto 1910 fu ordinato sacerdote. Nonostante fosse ancora ventitreenne, il vescovo decise per un’eccezione alle disposizioni del diritto canonico che all’epoca prevedevano un’età minima per l’ordinazione di 24 anni[6].

In tale periodo gli agiografi collocano la comparsa sulle sue mani delle stimmate. Fra’ Pio diede comunicazione per la prima volta l’8 settembre 1911, in una lettera indirizzata al padre spirituale di San Marco in Lamis: qui il frate racconta che il fenomeno andrebbe ripetendosi da quasi un anno, e che avrebbe taciuto perché vinto «sempre da quella maledetta vergogna»[7]. Il 7 dicembre 1911 fece ritorno a Pietrelcina per ragioni di salute, restandovi, salvo qualche breve interruzione, sino al 17 febbraio 1916[8]. Il 10 ottobre dello stesso anno fra’ Pio rispose alle domande perentorie, rivoltegli da padre Agostino da San Marco in Lamis, affermando che avrebbe ricevuto le stigmate, «visibili, specie in una mano», e che, pregando il Signore, il fenomeno sarebbe scomparso, ma non il dolore che sarebbe rimasto «acutissimo»; sostenne inoltre che avrebbe subito quasi ogni settimana, da alcuni anni, la coronazione di spine e la flagellazione[9].

Prestò il servizio militare a Benevento dal 6 novembre 1915. Un mese dopo venne assegnato alla decima compagnia sanità di Napoli.[10]. Svolse il servizio con molte licenze per motivi di salute, sino a essere definitivamente riformato tre anni più tardi, a causa di una «broncoalveolite doppia», il 16 marzo 1918, dall’ospedale principale di Napoli[11]. Il 17 febbraio 1916 fra’ Pio giunse a Foggia, restandovi sette mesi circa e dimorando nel convento di Sant’Anna. La sera del 28 luglio, accompagnato da padre Paolino da Casacalenda, arrivò per la prima volta a San Giovanni Rotondo. Pur sentendosi meglio in tale luogo, dopo una settimana circa scese di nuovo a respirare l’aria afosa di Foggia, poiché il permesso chiesto al padre provinciale, anche se non necessario, tardava a venire[12]. In ragione di ciò il 13 agosto Pio scrisse al provinciale, chiedendo di poter «passare un po’ di tempo a San Giovanni Rotondo» anche perché, a suo dire, Gesù gli avrebbe assicurato che là sarebbe stato meglio[13]. Fra’ Pio venne infine lasciato in tale convento, con l’ufficio di direttore spirituale del seminario serafico[14].

La comparsa delle stigmate (1918-1920)[modifica | modifica wikitesto]

Nell’agosto del 1918 fra Pio affermò di aver avuto delle visioni su di un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta (transverberazione). Poco tempo dopo, in seguito a una ulteriore presunta visione, fra Pio affermò che avrebbe ricevuto delle stigmate. Tali lesioni vennero variamente interpretate: come segno di una particolare santità, o come una patologia della cute (per es. piaghe da psoriasi), o come auto-inflitte. L’inizio del manifestarsi delle stigmate risalirebbe al 1910, quando per la sua malattia il religioso aveva avuto il permesso di lasciare il convento e di vivere nella sua casa natale a Pietrelcina. Non distante dal paese, tutti i giorni dopo aver celebrato la messa, si recava in una località detta Piana Romana, dove il fratello Michele aveva costruito per lui una capanna e dove aveva la possibilità di pregare e meditare all’aria aperta, che giovava molto ai suoi polmoni malati. Il fenomeno delle stigmate, rivelò al suo confessore, cominciò a manifestarsi proprio in quel luogo, nel pomeriggio del 7 settembre 1910, e si manifestò con maggior intensità un anno dopo nel settembre 1911, quando il frate scrisse al suo direttore spirituale:

« In mezzo al palmo delle mani è apparso un po’ di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte e acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore. »

Nello stesso periodo cominciarono a circolare voci secondo le quali la sua persona aveva cominciato a emanare un “inspiegabile” profumo, che non era percepito da tutti allo stesso modo: «Chi diceva di sentire profumo di rose, chi di violette, di gelsomino, di incenso, di giglio, di lavanda ecc.»[15]. La voce della comparsa delle stigmate fece il giro del mondo e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie[16].

I pellegrini gli attribuirono il merito di alcune conversioni e guarigioni “inaspettate”, grazie alla sua intercessionepresso Dio. La popolarità di padre Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora grazie al passa-parola e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l’accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore. La situazione divenne imbarazzante per alcuni ambienti della Chiesa cattolica[17]: la Santa Sede infatti non aveva notizie precise su cosa stesse realmente accadendo; le scarne informazioni ricevute ben si prestavano ad alimentare il timore di una macchinazione, di fatto sommovente interessi economici, eventualmente perpetrata sfruttando il nome della Chiesa e la tonaca. Un primo inconcludente rapporto fu stilato dal Padre Generale deicappuccini, il quale a sua volta aveva inviato Giorgio Festa. Questi ipotizzò una possibile origine soprannaturale del fenomeno, ma proprio il suo entusiasmo ne minò la credibilità. Si commissionarono perciò ulteriori indagini, molte delle quali condotte in incognito.[senza fonte]

Le impronte di Dio  sulla sabbia

C’era una volta un pescatore che viveva in una plaga solitaria, lontano dagli uomini ma non lontano da Dio.
Un giorno passeggiava sulla riva del mare e si sentiva felice mentre parlava con Dio. E così parlandogli, gli disse: «Signore, vorrei che tu mi dimostrassi che sei sempre al mio fianco, che mi ami e mi ascolti». E, pregando, continuava a camminare.
All’improvviso udì la voce di Dio che gli diceva: «Figlio mio, guarda le tue impronte. Qui sta la prova che io sono al tuo fianco». Ed ecco, vide sulla sabbia che vi erano quattro impronte di due persone che camminavano l’una accanto all’altra.
La gioia che provò fu immensa. Dio lo amava e viveva al suo fianco. Cosa poteva sperare e desiderare di più? La sua gratitudine non aveva limiti. La sua lode era il pane di ogni giorno. Ma i giorni e i mesi passarono, e la stanchezza del duro lavoro gli faceva barcollare la sua fede.
Un giorno era paricolarmente triste. Il cielo era nuvoloso e sul mare c’era una grande tempesta; tutto sembrava oscurato. Aveva fame, provava freddo e si sentiva persino malato. Allora si rivolse a Dio e gli disse: «Signore, dammi la prova che anche oggi sei al mio fianco con me. Non abbandonarmi. Ho bisogno di te, dammi la tua gioia e la tua pace».
E proseguì nel cammino… finché si azzardò a guardare le sue impronte e vide con tristezza che sull’arena ve n’erano solo due.
Allora, sconsolato, gli disse: «Signore, perché mi ha lasciato solo? Dove sei ora? Non mi ami più? Mi lasci solo adesso che sono triste e malato?»
Ma subito udì di nuovo la voce di Dio: «Figlio mio, quando le cose nella tua vita andavano bene, hai potuto vedere le mie impronte al tuo fianco, ma ora che sei malato, stanco e
abbattuto, ho preferito portarti sulle mie braccia. Guarda attentamente, queste impronte sulla sabbia sono le mie, non le tue».
E così, fratello infermo, Dio è al tuo fianco e ti ama. Se non avverti la sua presenza, non vuol dire che ti ha abbandonato. Vuol dire che è con te sulla tua croce e ti abbraccia nel suo cuore, piange con te, soffre con te e ti ama nell’intimo.
Perciò la pace che senti nel profondo del tuo essere è un chiaro indizio che Dio ti ama e che si sente orgoglioso di te che sei suo figlio.

Padre Angel Peña

LA MERIDIANA DEL CAMPANILE DI SAN SIRO

Il campanile della chiesa parrocchiale di San Siro è uno
dei simboli storici di Soresina. Non molti soresinesi, però,
hanno avuto la possibilità di osservare da vicino le statue
che lo ornano e la grande meridiana, opportunità che, invece, hanno avuto coloro che si sono inerpicati sul ponteggio che, nel corso dell’anno 2002, è stato montato per
ingabbiare il campanile interessato da importanti lavori
di restauro e manutenzione.
Le belle raffigurazioni dei segni zodiacali della meridiana
sono state eseguite, nell’anno 1951, dal concittadino prof.
Leone Lodi che appose la propria firma nel cartiglio disegnato accanto al segno zodiacale del leone.
Ad occhio nudo è difficilmente distinguibile la firma del
prof. Lodi, così come la data di esecuzione dell’opera:
opera che è ben ricordata dal prof. Roberto Cabrini
suo libro “LA TORRE CAMPANARIA DELLA CHIESA
PREPOSITURALE DI SAN SIRO IN SORESINA” – edito
nel 1997 – ivi pag. 153 –
[relazione sui lavori di restauro della torre, eseguiti
nell’anno 1951, e sui festeggiamenti per l’alloggiamento
delle nuove campane nella cella campanaria].
“… Terminate le feste ripresero i lavori alla torre. L’architetto
Giulio Carotti li aveva già programmati da tempo perché ritenuti non solo necessari ma indilazionabili… Oltretutto era doveroso restaurare i quadranti dell’orologio e la stessa grande meridiana sulla quale non era più leggibile alcuna linea oraria…
La ditta soresinese Bosio Primo e Figlio, appaltatrice dei lavori,
ingabbiò la torre dalla base alla sommità con un’impalcatura
lignea robusta ma snella… Il restauro interessò tutto il monumentale edificio…
Per le decorazioni della vasta superficie della meridiana fu richiesto l’intervento del concittadino professor Leone Lodi, scultore e
pittore di grande talento. Egli operò con generosità di mente e di
cuore rinnovando il complesso delle linee orarie, disegnandovi
accanto i simboli classici delle costellazioni e restituendo alla
grande meridiana anche la massima antica che ancor oggi vi si
legge: «AL SOL MISURO I PASSI A L’UOM LA VITA»” —
Ricordiamo che nel sito “FOTOGRAFIE DI SORESINA”
è pubblicata la fotografia “meridiana di San Siro”, nella
quale si nota molto bene il simbolo della costellazione del
“leone” con accanto la firma di Leone Lodi e la datazione
dell’opera: il 1951.
La meridiana del campanile di

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Papa Francesco

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Papa Francesco
Canonization 2014- The Canonization of Saint John XXIII and Saint John Paul II (14036966125).jpg
266º papa della Chiesa cattolica
Insigne Francisci.svg
Elezione 13 marzo 2013
Insediamento 19 marzo 2013
Motto Miserando atque eligendo[1]
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Benedetto XVI
Nome Jorge Mario Bergoglio
Nascita Buenos Aires, 17 dicembre 1936 (79 anni)
Ordinazione sacerdotale 13 dicembre 1969dall’arcivescovo Ramón José Castellano
Nomina a vescovo 20 maggio 1992 da papa Giovanni Paolo II
Consacrazione a vescovo 27 giugno 1992 dalcardinale Antonio Quarracino
Elevazione ad arcivescovo 3 giugno 1997 da papa Giovanni Paolo II
Creazione a cardinale 21 febbraio 2001 da papa Giovanni Paolo II
Firma FirmaPapaFrancisco.svg

Papa Francesco[N 1] (in latino: Franciscus PP., in spagnolo:Francisco, nato Jorge Mario Bergoglio (pronuncia italiana /beɾˈgɔʎʎo/; pronuncia spagnola [βeɾˈɣoɣljo], [beɾˈɣoɣljo][N 2]; Buenos Aires, 17 dicembre 1936) è dal 13 marzo 2013[2] il 266º papa dellaChiesa cattolica e vescovo di Roma, 8º sovrano dello Stato della Città del Vaticano, primate d’Italia, oltre agli altri titoli propri delromano pontefice.

Di nazionalità argentina e appartenente ai chierici regolari dellaCompagnia di Gesù (indicati anche come gesuiti), è il primo pontefice di questo ordine religioso, nonché il primo proveniente dalcontinente americano.[3]

Indice

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Biografia

Jorge Mario Bergoglio (quarto da sinistra, terza fila dall’alto) a 12 anni, durante gli studi nel collegio salesiano

Nato in una famiglia di origini italiane, per l’esattezza piemontesi (il bisnonno Francesco è nativo di Montechiaro d’Asti[4] mentre il nonno Giovanni Angelo era nato in località Bricco Marmorito[5] di Portacomaro Stazione, frazione di Asti non lontana da Portacomaro[6][7][8][9][10]; attualmente vi vivono ancora alcuni parenti[11]), è il primogenito dei cinque figli[12] di Mario, funzionario delle ferrovie salpato nel 1928 dalporto di Genova per cercare fortuna a Buenos Aires,[13] e di Regina Maria Sivori, una casalinga la cui famiglia materna era originaria di Santa Giulia di Centaura, frazione collinare di Lavagna in provincia di Genova,[14][15]mentre la nonna paterna Rosa era originaria di Piana Crixia in provincia di Savona[16][17] e la nonna materna era originaria della frazione Teo diCabella Ligure in provincia di Alessandria[18].

All’età di 21 anni, a causa di una grave forma di polmonite, gli viene asportata la parte superiore del polmonedestro. A quell’epoca, infatti, malattie polmonari come infezioni fungine o polmoniti erano curate chirurgicamente per la scarsità di antibiotici. Anche per questo fatto i vaticanisti lo esclusero dalla lista dei papabili durante il conclave della sua elezione.[19]

Perito chimico,[20] si è mantenuto per un certo periodo facendo le pulizie in una fabbrica e poi facendo anche ilbuttafuori in un locale malfamato di Córdoba.[21][22] In base a quanto dichiarato dallo stesso, ha avuto anche una fidanzata prima di intraprendere la vita ecclesiastica.[23]

Decide di entrare nel seminario di Villa Devoto e l’11 marzo 1958 comincia il suo noviziato nella Compagnia di Gesù, trascorrendo un periodo in Cile e tornando a Buenos Aires in seguito, per laurearsi in filosofia nel 1963.[24]Dal 1964 insegna per tre anni letteratura e psicologia nei collegi di Santa Fe e Buenos Aires.[25]

Riceve l’ordinazione presbiterale il 13 dicembre 1969 per l’imposizione delle mani dell’arcivescovo di CórdobaRamón José Castellano.

Dopo altre esperienze di insegnamento e la nomina a superiore provinciale dell’Argentina (dal 31 luglio 1973 al1979[25]) è rettore della Facoltà di teologia e filosofia a San Miguel. Nel 1979 partecipa al vertice della Celam (Consiglio episcopale latinoamericano) a Puebla ed è fra coloro che si oppongono decisamente alla teologia della liberazione, sostenendo la necessità che il continente latino-americano faccia i conti con la propria tradizione culturale e religiosa. Nel 1986 si reca in Germania per un periodo di studio alla “Philosophisch-Theologische Hochschule Sankt Georgen” di Francoforte sul Meno, con lo scopo di completare la tesi di dottorato, ma non consegue il titolo.[26] Nel breve periodo tedesco Bergoglio ha modo di vedere e conoscere l’immagine votiva diMaria che scioglie i nodi, devozione che poi contribuirà a diffondere in Argentina[27][28]. Ritornato in patria diventadirettore spirituale e confessore della chiesa della Compagnia di Gesù di Córdoba.

Bergoglio nel 2008durante la messa per la commemorazione della mediazione papale diGiovanni Paolo II nel Conflitto del Beagle avvenuta nel1979.

Ministero episcopale

Il 20 maggio 1992 papa Giovanni Paolo II lo nomina vescovo ausiliare di Buenos Aires, titolare di Auca. Riceve la consacrazione episcopale il 27 giugno 1992 per l’imposizione delle mani del cardinale Antonio Quarracino, arcivescovo di Buenos Aires, assistito dal vescovo Emilio Ogñénovich e dall’arcivescovo Ubaldo Calabresi.

Il 3 giugno 1997 è nominato arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Succede alla medesima sede il 28 febbraio 1998, a seguito della morte del cardinaleAntonio Quarracino. Diventa così primate d’Argentina. Dal 6 novembre dello stesso anno è anche ordinario per i fedeli di rito orientale in Argentina.

Il 21 febbraio 2001 Giovanni Paolo II, tenendo un concistoro ordinario pubblico per la creazione di quarantadue nuovi cardinali e la pubblicazione dei due cardinali riservati in pectore nel concistoro del 21 febbraio 1998, lo crea cardinaledel titolo di San Roberto Bellarmino.

Dal 2005 al 2011 è a capo della Conferenza Episcopale Argentina.

È inoltre consigliere della Pontificia commissione per l’America Latina, gran cancelliere dell’Università Cattolica Argentina, presidente della Commissione episcopale per la Pontificia Università Cattolica Argentina, membro della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, membro della Congregazione per il clero, membro della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, membro del Comitato di presidenza del Pontificio consiglio per la famiglia e membro del Consiglio post sinodale.

Durante il suo impegno come vescovo ha scelto uno stile di grande semplicità, spostandosi con i mezzi pubblici e rinunciando a vivere nella sede dell’Episcopato, a favore di un comune appartamento dove si cucinava da solo i pasti.[22]

Motto episcopale

Lo stemma cardinalizio

Il motto che compare nello stemma adottato da Bergoglio dopo la sua ordinazione a vescovo è Miserando atque eligendo, espressione tratta da un’omelia di Beda il Venerabile, santo e dottore della Chiesa e traducibile come «[lo] guardò con misericordia (con sentimento di pietà) e lo scelse»:[29]

(LA)« Vidit, inquit, Iesus hominem sedentem in telonio, Matthaeum nomine, et ait illi: Sequere me. Vidit autem non tam corporei intuitus, quam internae miserationis aspectibus, […] Vidit ergo Iesus publicanum, et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi, Sequere me. » (IT)« Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi” (Mt 9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: “Seguimi”. »
(Beda il Venerabile, Homelie[30], traduzione dalle Omelie (Om. 21; CCL 122, 149-151)[31])

Posizioni teologiche, morali, sociali e su temi politici

La teologia della liberazione

Negli anni settanta nel Sudamerica si accese il dibattito sulla “teologia della liberazione”: Bergoglio non condivise le aperture di diversi membri importanti del suo ordine e assunse una posizione più moderata[32], esprimendo anche parole di condanna verso quei gesuiti che si lasciavano attrarre dalla teologia della liberazione[33]. Quando partecipò nel 1979, a Puebla, alla terza conferenza generale del Consiglio episcopale latinoamericano, fu tra i principali oppositori di questa riflessione teologica[34], anche se alcuni lo considerano vicino a una sua “scuola argentina”[35]. Durante gli anni della dittatura, si impegnò in prima persona per offrire rifugio e protezione ai religiosi perseguitati per la loro vicinanza alla teologia della liberazione. Il Colegio Máximo dei gesuiti, di cui era il provinciale, divenne in quel periodo una centrale di soccorso dove, con la scusa degli esercizi spirituali, veniva fornito un nascondiglio sicuro e una via clandestina per poter lasciare il Paese[36].

Amministrazione dei sacramenti

Padre Pio da Pietrelcina

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Padre Pio” rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Padre Pio (disambigua).
San Pio da Pietrelcina
P-pio.jpg
Presbitero
Nascita Pietrelcina, 25 maggio1887
Morte San Giovanni Rotondo,23 settembre 1968
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione Città del Vaticano, 2 maggio 1999 da papa Giovanni Paolo II
Canonizzazione Città del Vaticano, 16 giugno 2002 da papa Giovanni Paolo II
Santuario principale Chiesa di Padre Pio, San Giovanni Rotondo
Ricorrenza 23 settembre
Patrono di Volontari di protezione civile, adolescenticattolici.

Pio da Pietrelcina, noto anche come Padre Pio, al secoloFrancesco Forgione (Pietrelcina, 25 maggio 1887San Giovanni Rotondo, 23 settembre 1968), è stato un presbitero italianodell’Ordine dei frati minori cappuccini; la Chiesa cattolica lo venera come santo e ne celebra la memoria liturgica il 23 settembre, anniversario della morte.

È stato destinatario, ancora in vita, di una venerazione popolare di imponenti proporzioni, anche in seguito alla fama di taumaturgoattribuitagli dai devoti, così come è stato anche oggetto di aspre critiche in ambienti ecclesiastici e non.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni (1887-1904)[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Forgione nacque a Pietrelcina, un piccolo comune alle porte di Benevento, il 25 maggio 1887, da Grazio (detto “Orazio”) Maria Forgione[1] (18601946) e Maria Giuseppa (detta “Peppa”) di Nunzio (18591929). Fu battezzato il giorno successivo nella chiesa di Sant’Anna. Gli venne dato il nome Francesco per desiderio della madre, devota a san Francesco d’Assisi[2]. Il 27 settembre 1899 ricevette la comunione e la cresima dall’alloraarcivescovo di Benevento Donato Maria Dell’Olio. La madre era una donna molto cattolica e le sue convinzioni ebbero una grande influenza sulla formazione religiosa del futuro frate. Il giovane non frequentò le scuole in maniera regolare perché doveva rendersi utile in famiglia lavorando la terra. Solo quando ebbe dodici anni cominciò a studiare sotto la guida del sacerdote Domenico Tizzani che, in un biennio, gli fece svolgere tutto il programma delle elementari. Poi, passò alla scuola per gli studi ginnasiali.

Il desiderio di diventare sacerdote fu sollecitato dalla conoscenza di un frate del convento di Morcone, fra’ Camillo da Sant’Elia a Pianisi, che periodicamente passava per Pietrelcina a raccogliere offerte. Le pratiche per l’entrata in convento furono iniziate nella primavera del 1902, quando Forgione aveva 14 anni, ma la sua prima domanda ebbe esito negativo. Solo nell’autunno del 1902 arrivò l’assenso. Forgione sostenne di aver avuto una visione, il 1º gennaio 1903 dopo la comunione, che gli avrebbe preannunciato una continua lotta con Satana[3]. La notte del 5 gennaio, l’ultima che passava con la sua famiglia, dichiarò di aver avuto un’altra visione in cui Dio e Maria lo avrebbero incoraggiato assicurandogli la loro predilezione[4]. Il 22 gennaio dello stesso anno, a 15 anni, vestì ipanni di probazione del novizio cappuccino e diventò “fra’ Pio”.[5] Concluso l’anno del noviziato, fra Pio emise la professione dei voti semplici (povertà, castità e obbedienza) il 22 gennaio del 1904. Intraprese gli studi ginnasialia Sant’Elia a Pianisi (CB).

A Serracapriola (1907-1908)[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni 1907-1908, compiendo il percorso scolastico, fu nel Convento di Serracapriola. Qui fra Pio aveva compagni di studio i fraticelli di San Giovanni Rotondo Clemente, Guglielmo e Leone e, da Roio, Anastasio che abitava la cella accanto a quella sua. I cinque erano allievi del Padre Lettore Agostino da San Marco in Lamis. Del fra Pio “serrano”, Padre Agostino scrisse: “Conobbi Padre Pio da frate il 1907, quando l’ebbi studente in Teologia a Serracapriola. Era buono, obbediente, studioso, sebbene malaticcio… “. “Pel continuo pianto” che faceva meditando sulla Passione di Cristo fra Pio “ammalò negli occhi”. Quel suo pianto, a grosse lacrime e copioso, cessò nel Convento di Serracapriola. Il Venerdì Santo del 1908 (17 aprile) nel Convento serrano fra Pio, già sofferente di “male toracico”, fu ulteriormente colpito da una “emicrania” che continuò ad affliggerlo “per tutto il tempo” della permanenza a Serracapriola impedendogli, a volte, di partecipare alle lezioni scolastiche. Nel Convento di Serracapriola, oltre ai malesseri generali, fra Pio patì anche la calura estiva dell’anno 1908: “… qui si sta un po’ male”, scriveva ai “carissimi genitori”, a “cagione del caldo che in questi mesi è un po’ eccessivo in questo paese. Non v’impensierite in quanto a ciò, perché sono miserie che l’uomo non può andarne esente…”

Quegli “infiniti affanni” fisici, causati “da una misteriosa malattia” che “galoppava” e l’inappetenza cronica del giovane, allarmarono i Cappuccini di Sant’Angelo. Comunicando telegraficamente con Salvatore Pannullo, parroco di Pietrelcina, i frati convocarono Grazio Forgione, genitore di fra Pio. Giunto a Serracapriola, egli trovò ospitalità nel Convento. Con il padre fra Pio andò al suo paese per una vacanza di salute consigliata dal medico che lo aveva visitato. Già prima dell’anno scolastico 1907/1908 fra Pio era stato per alcuni giorni nel Convento di Serracapriola; vi arrivò in “gita di lavoro”, con altri confratelli, dal Convento molisano di Sant’Elia a Pianisi. E tutti insieme, con i frati serrani, vendemmiarono la vigna del Convento. Durante le operazioni di vendemmia, i fumi di alcool liberatisi dalle uve pigiate nella cantina conventuale, inebriarono fra Pio che a Bacco non aveva brindato.

Nel tempo, rinverdendo i particolari di questo episodio serrano, Padre Pio commentava: “Fu l’unica volta in vita mia che il vino mi fece perdere la testa” (cit. P. Luigi Ciannilli da Serracapriola). Ultimato il primo anno del Corso di Teologia a Serracapriola, fra Pio proseguì il suo “benessere morale e scientifico” nel Convento di Montefusco, nell’avellinese, ove per i diversi insegnamenti erano Lettori i Padri: Agostino da San Marco in Lamis, Bernardino da San Giovanni Rotondo, Bonaventura da San Giovanni Rotondo e Luigi da Serracapriola. Il 27 gennaio 1907professò i voti solenni. Nel novembre del 1908, completati gli studi, si recò a Montefusco dove studiò teologia. Il 18 luglio del 1909 ricevette l’ordine del diaconato, nel noviziato di Morcone. Nei mesi di novembre e dicembre dello stesso anno, risiedette nel convento di Gesualdo (AV). Il 10 agosto 1910 fu ordinato sacerdote. Nonostante fosse ancora ventitreenne, il vescovo decise per un’eccezione alle disposizioni del diritto canonico che all’epoca prevedevano un’età minima per l’ordinazione di 24 anni[6].

In tale periodo gli agiografi collocano la comparsa sulle sue mani delle stimmate. Fra’ Pio diede comunicazione per la prima volta l’8 settembre 1911, in una lettera indirizzata al padre spirituale di San Marco in Lamis: qui il frate racconta che il fenomeno andrebbe ripetendosi da quasi un anno, e che avrebbe taciuto perché vinto «sempre da quella maledetta vergogna»[7]. Il 7 dicembre 1911 fece ritorno a Pietrelcina per ragioni di salute, restandovi, salvo qualche breve interruzione, sino al 17 febbraio 1916[8]. Il 10 ottobre dello stesso anno fra’ Pio rispose alle domande perentorie, rivoltegli da padre Agostino da San Marco in Lamis, affermando che avrebbe ricevuto le stigmate, «visibili, specie in una mano», e che, pregando il Signore, il fenomeno sarebbe scomparso, ma non il dolore che sarebbe rimasto «acutissimo»; sostenne inoltre che avrebbe subito quasi ogni settimana, da alcuni anni, la coronazione di spine e la flagellazione[9].

Prestò il servizio militare a Benevento dal 6 novembre 1915. Un mese dopo venne assegnato alla decima compagnia sanità di Napoli.[10]. Svolse il servizio con molte licenze per motivi di salute, sino a essere definitivamente riformato tre anni più tardi, a causa di una «broncoalveolite doppia», il 16 marzo 1918, dall’ospedale principale di Napoli[11]. Il 17 febbraio 1916 fra’ Pio giunse a Foggia, restandovi sette mesi circa e dimorando nel convento di Sant’Anna. La sera del 28 luglio, accompagnato da padre Paolino da Casacalenda, arrivò per la prima volta a San Giovanni Rotondo. Pur sentendosi meglio in tale luogo, dopo una settimana circa scese di nuovo a respirare l’aria afosa di Foggia, poiché il permesso chiesto al padre provinciale, anche se non necessario, tardava a venire[12]. In ragione di ciò il 13 agosto Pio scrisse al provinciale, chiedendo di poter «passare un po’ di tempo a San Giovanni Rotondo» anche perché, a suo dire, Gesù gli avrebbe assicurato che là sarebbe stato meglio[13]. Fra’ Pio venne infine lasciato in tale convento, con l’ufficio di direttore spirituale del seminario serafico[14].

La comparsa delle stigmate (1918-1920)[modifica | modifica wikitesto]

Nell’agosto del 1918 fra Pio affermò di aver avuto delle visioni su di un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta (transverberazione). Poco tempo dopo, in seguito a una ulteriore presunta visione, fra Pio affermò che avrebbe ricevuto delle stigmate. Tali lesioni vennero variamente interpretate: come segno di una particolare santità, o come una patologia della cute (per es. piaghe da psoriasi), o come auto-inflitte. L’inizio del manifestarsi delle stigmate risalirebbe al 1910, quando per la sua malattia il religioso aveva avuto il permesso di lasciare il convento e di vivere nella sua casa natale a Pietrelcina. Non distante dal paese, tutti i giorni dopo aver celebrato la messa, si recava in una località detta Piana Romana, dove il fratello Michele aveva costruito per lui una capanna e dove aveva la possibilità di pregare e meditare all’aria aperta, che giovava molto ai suoi polmoni malati. Il fenomeno delle stigmate, rivelò al suo confessore, cominciò a manifestarsi proprio in quel luogo, nel pomeriggio del 7 settembre 1910, e si manifestò con maggior intensità un anno dopo nel settembre 1911, quando il frate scrisse al suo direttore spirituale:

« In mezzo al palmo delle mani è apparso un po’ di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte e acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore. »

Nello stesso periodo cominciarono a circolare voci secondo le quali la sua persona aveva cominciato a emanare un “inspiegabile” profumo, che non era percepito da tutti allo stesso modo: «Chi diceva di sentire profumo di rose, chi di violette, di gelsomino, di incenso, di giglio, di lavanda ecc.»[15]. La voce della comparsa delle stigmate fece il giro del mondo e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie[16].

I pellegrini gli attribuirono il merito di alcune conversioni e guarigioni “inaspettate”, grazie alla sua intercessionepresso Dio. La popolarità di padre Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora grazie al passa-parola e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l’accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore. La situazione divenne imbarazzante per alcuni ambienti della Chiesa cattolica[17]: la Santa Sede infatti non aveva notizie precise su cosa stesse realmente accadendo; le scarne informazioni ricevute ben si prestavano ad alimentare il timore di una macchinazione, di fatto sommovente interessi economici, eventualmente perpetrata sfruttando il nome della Chiesa e la tonaca. Un primo inconcludente rapporto fu stilato dal Padre Generale deicappuccini, il quale a sua volta aveva inviato Giorgio Festa. Questi ipotizzò una possibile origine soprannaturale del fenomeno, ma proprio il suo entusiasmo ne minò la credibilità. Si commissionarono perciò ulteriori indagini, molte delle quali condotte in incognito.[senza fonte]

Le indagini (1919-1923)[modifica | modifica wikitesto]

Le stimmate.

Il primo medico a studiare le ferite di Padre Pio fu il professore Luigi Romanelli, primario dell’ospedale civile di Barletta, per ordine del padre superiore Provinciale, nei giorni 15 e 16 maggio 1919. Nella sua relazione fra le altre cose scrisse: «Le lesioni che presenta alle mani sono ricoperte da una membrana di colore rosso bruno, senza alcun punto sanguinante, niente edema e niente reazione infiammatoria nei tessuti circostanti. Ho la certezza che quelle ferite non sono superficiali perché, applicando il pollice nel palmo della mano e l’indice sul dorso e facendo pressione, si ha la percezione esatta del vuoto esistente». Due mesi dopo, il 26 luglio, arrivò a San Giovanni Rotondo il professore Amico Bignami, ordinario di patologia medica all’Università di Roma.

Le sue considerazioni mediche non si discostarono da quelle del prof. Romanelli, in più però affermò che secondo lui quelle “stigmate” erano cominciate come prodotti patologici (necrosi neurotonica multipla della cute) ed erano state completate, forse inconsciamente per un fenomeno di suggestione, o con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio[18]. Nel 1920 padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e consulente del Sant’Uffizio, fu incaricato dal cardinale Rafael Merry del Val di visitare padre Pio ed eseguire “un esame clinico delle ferite”. Il Segretario del Sant’Uffizio, chiamato in causa per indagare l’attività del cappuccino, scelse il Gemelli, è dato supporre, sia per le sue conoscenze scientifiche, sia per i suoi studi specialistici sui “fenomeni mistici”, che aveva condotti sin dal 1913.

“Perciò – pur essendosi recato nel Gargano di propria iniziativa, senza che alcuna autorità ecclesiastica glielo avesse chiesto – Gemelli non esitò a fare della sua lettera privata al Sant’Uffizio una sorta di perizia ufficiosa su padre Pio”[19] Il Gemelli volle esprimersi compiutamente in merito e volle incontrare il frate. Padre Pio mostrò nei confronti del nuovo investigatore un atteggiamento di chiusura. Il frate rifiutò la visita, chiedendo l’autorizzazione scritta del Sant’Uffizio. Furono vane le proteste di padre Gemelli che riteneva di avere il diritto di effettuare un esame medico delle stigmate. Mario Guarino interpreta questo rifiuto come un’implicita ammissione di colpa da parte di padre Pio[20]. Il frate, sostenuto dai suoi superiori, condizionò l’esame a un permesso da richiedersi per via gerarchica, disconoscendo le credenziali di padre Agostino Gemelli. Questi abbandonò dunque il convento, irritato e offeso.

Padre Gemelli espresse quindi la diagnosi:

« È un bluff… Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell’isterico e dello psicopatico… Quindi, le ferite che ha sul corpo… Fasulle… Frutto di un’azione patologica morbosa… Un ammalato si procura le lesioni da sé… Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti… tipico della patologia isterica »

Padre Pio mentre celebra una messa.

e più brevemente lo chiamò “psicopatico, autolesionista ed imbroglione”; i suoi giudizi, che come si è visto non potevano contare sull’esame clinico rifiutatogli, avrebbero pesantemente condizionato, per l’autorevolezza della fonte, la vicenda del frate. Come risultato di queste vicende, il 31 maggio 1923, arrivò un decreto vero e proprio in cui si pronunciava la condanna esplicita. Il Sant’Uffizio dichiarava il non constat de supernaturalitatecirca i fatti legati alla vita di padre Pio ed esortava i fedeli a non credere e a non andare a San Giovanni Rotondo. La formula specifica utilizzata, nel linguaggio ecclesiastico, equivale ad asserire che al momento non sono stati evidenziati elementi sufficienti ad affermare la soprannaturalità dei fenomeni, pur non escludendo che possano esserlo in futuro[21].

Il decreto venne pubblicato da L’Osservatore Romano, organo di stampa del Vaticano, il 5 luglio successivo e subito ripreso dai giornali di tutto il mondo. Il 15 dicembre del 1924, il dottor Giorgio Festa chiese alle autorità ecclesiastiche l’autorizzazione a sottoporre il Padre a un nuovo esame clinico per uno studio ulteriore e più aggiornato, ma non l’ottenne. L’inchiesta sul frate si chiuse con l’arrivo del quinto decreto di condanna (23 maggio 1931) con l’invito ai fedeli di non considerare come sovrannaturali le manifestazioni certificate dal Gemelli, ma i più fedeli sostenitori di Padre Pio non considerarono il divieto di Roma vincolante. A Padre Pio venne vietata la celebrazione della messa in pubblico e l’esercizio della confessione.

Padre Pio da Pietrelcina

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San Pio da Pietrelcina
P-pio.jpg
Presbitero
Nascita Pietrelcina, 25 maggio1887
Morte San Giovanni Rotondo,23 settembre 1968
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione Città del Vaticano, 2 maggio 1999 da papa Giovanni Paolo II
Canonizzazione Città del Vaticano, 16 giugno 2002 da papa Giovanni Paolo II
Santuario principale Chiesa di Padre Pio, San Giovanni Rotondo
Ricorrenza 23 settembre
Patrono di Volontari di protezione civile, adolescenticattolici.

Pio da Pietrelcina, noto anche come Padre Pio, al secoloFrancesco Forgione (Pietrelcina, 25 maggio 1887San Giovanni Rotondo, 23 settembre 1968), è stato un presbitero italianodell’Ordine dei frati minori cappuccini; la Chiesa cattolica lo venera come santo e ne celebra la memoria liturgica il 23 settembre, anniversario della morte.

È stato destinatario, ancora in vita, di una venerazione popolare di imponenti proporzioni, anche in seguito alla fama di taumaturgoattribuitagli dai devoti, così come è stato anche oggetto di aspre critiche in ambienti ecclesiastici e non.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni (1887-1904)[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Forgione nacque a Pietrelcina, un piccolo comune alle porte di Benevento, il 25 maggio 1887, da Grazio (detto “Orazio”) Maria Forgione[1] (18601946) e Maria Giuseppa (detta “Peppa”) di Nunzio (18591929). Fu battezzato il giorno successivo nella chiesa di Sant’Anna. Gli venne dato il nome Francesco per desiderio della madre, devota a san Francesco d’Assisi[2]. Il 27 settembre 1899 ricevette la comunione e la cresima dall’alloraarcivescovo di Benevento Donato Maria Dell’Olio. La madre era una donna molto cattolica e le sue convinzioni ebbero una grande influenza sulla formazione religiosa del futuro frate. Il giovane non frequentò le scuole in maniera regolare perché doveva rendersi utile in famiglia lavorando la terra. Solo quando ebbe dodici anni cominciò a studiare sotto la guida del sacerdote Domenico Tizzani che, in un biennio, gli fece svolgere tutto il programma delle elementari. Poi, passò alla scuola per gli studi ginnasiali.

Il desiderio di diventare sacerdote fu sollecitato dalla conoscenza di un frate del convento di Morcone, fra’ Camillo da Sant’Elia a Pianisi, che periodicamente passava per Pietrelcina a raccogliere offerte. Le pratiche per l’entrata in convento furono iniziate nella primavera del 1902, quando Forgione aveva 14 anni, ma la sua prima domanda ebbe esito negativo. Solo nell’autunno del 1902 arrivò l’assenso. Forgione sostenne di aver avuto una visione, il 1º gennaio 1903 dopo la comunione, che gli avrebbe preannunciato una continua lotta con Satana[3]. La notte del 5 gennaio, l’ultima che passava con la sua famiglia, dichiarò di aver avuto un’altra visione in cui Dio e Maria lo avrebbero incoraggiato assicurandogli la loro predilezione[4]. Il 22 gennaio dello stesso anno, a 15 anni, vestì ipanni di probazione del novizio cappuccino e diventò “fra’ Pio”.[5] Concluso l’anno del noviziato, fra Pio emise la professione dei voti semplici (povertà, castità e obbedienza) il 22 gennaio del 1904. Intraprese gli studi ginnasialia Sant’Elia a Pianisi (CB).

A Serracapriola (1907-1908)[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni 1907-1908, compiendo il percorso scolastico, fu nel Convento di Serracapriola. Qui fra Pio aveva compagni di studio i fraticelli di San Giovanni Rotondo Clemente, Guglielmo e Leone e, da Roio, Anastasio che abitava la cella accanto a quella sua. I cinque erano allievi del Padre Lettore Agostino da San Marco in Lamis. Del fra Pio “serrano”, Padre Agostino scrisse: “Conobbi Padre Pio da frate il 1907, quando l’ebbi studente in Teologia a Serracapriola. Era buono, obbediente, studioso, sebbene malaticcio… “. “Pel continuo pianto” che faceva meditando sulla Passione di Cristo fra Pio “ammalò negli occhi”. Quel suo pianto, a grosse lacrime e copioso, cessò nel Convento di Serracapriola. Il Venerdì Santo del 1908 (17 aprile) nel Convento serrano fra Pio, già sofferente di “male toracico”, fu ulteriormente colpito da una “emicrania” che continuò ad affliggerlo “per tutto il tempo” della permanenza a Serracapriola impedendogli, a volte, di partecipare alle lezioni scolastiche. Nel Convento di Serracapriola, oltre ai malesseri generali, fra Pio patì anche la calura estiva dell’anno 1908: “… qui si sta un po’ male”, scriveva ai “carissimi genitori”, a “cagione del caldo che in questi mesi è un po’ eccessivo in questo paese. Non v’impensierite in quanto a ciò, perché sono miserie che l’uomo non può andarne esente…”

Quegli “infiniti affanni” fisici, causati “da una misteriosa malattia” che “galoppava” e l’inappetenza cronica del giovane, allarmarono i Cappuccini di Sant’Angelo. Comunicando telegraficamente con Salvatore Pannullo, parroco di Pietrelcina, i frati convocarono Grazio Forgione, genitore di fra Pio. Giunto a Serracapriola, egli trovò ospitalità nel Convento. Con il padre fra Pio andò al suo paese per una vacanza di salute consigliata dal medico che lo aveva visitato. Già prima dell’anno scolastico 1907/1908 fra Pio era stato per alcuni giorni nel Convento di Serracapriola; vi arrivò in “gita di lavoro”, con altri confratelli, dal Convento molisano di Sant’Elia a Pianisi. E tutti insieme, con i frati serrani, vendemmiarono la vigna del Convento. Durante le operazioni di vendemmia, i fumi di alcool liberatisi dalle uve pigiate nella cantina conventuale, inebriarono fra Pio che a Bacco non aveva brindato.

Nel tempo, rinverdendo i particolari di questo episodio serrano, Padre Pio commentava: “Fu l’unica volta in vita mia che il vino mi fece perdere la testa” (cit. P. Luigi Ciannilli da Serracapriola). Ultimato il primo anno del Corso di Teologia a Serracapriola, fra Pio proseguì il suo “benessere morale e scientifico” nel Convento di Montefusco, nell’avellinese, ove per i diversi insegnamenti erano Lettori i Padri: Agostino da San Marco in Lamis, Bernardino da San Giovanni Rotondo, Bonaventura da San Giovanni Rotondo e Luigi da Serracapriola. Il 27 gennaio 1907professò i voti solenni. Nel novembre del 1908, completati gli studi, si recò a Montefusco dove studiò teologia. Il 18 luglio del 1909 ricevette l’ordine del diaconato, nel noviziato di Morcone. Nei mesi di novembre e dicembre dello stesso anno, risiedette nel convento di Gesualdo (AV). Il 10 agosto 1910 fu ordinato sacerdote. Nonostante fosse ancora ventitreenne, il vescovo decise per un’eccezione alle disposizioni del diritto canonico che all’epoca prevedevano un’età minima per l’ordinazione di 24 anni[6].

In tale periodo gli agiografi collocano la comparsa sulle sue mani delle stimmate. Fra’ Pio diede comunicazione per la prima volta l’8 settembre 1911, in una lettera indirizzata al padre spirituale di San Marco in Lamis: qui il frate racconta che il fenomeno andrebbe ripetendosi da quasi un anno, e che avrebbe taciuto perché vinto «sempre da quella maledetta vergogna»[7]. Il 7 dicembre 1911 fece ritorno a Pietrelcina per ragioni di salute, restandovi, salvo qualche breve interruzione, sino al 17 febbraio 1916[8]. Il 10 ottobre dello stesso anno fra’ Pio rispose alle domande perentorie, rivoltegli da padre Agostino da San Marco in Lamis, affermando che avrebbe ricevuto le stigmate, «visibili, specie in una mano», e che, pregando il Signore, il fenomeno sarebbe scomparso, ma non il dolore che sarebbe rimasto «acutissimo»; sostenne inoltre che avrebbe subito quasi ogni settimana, da alcuni anni, la coronazione di spine e la flagellazione[9].

Prestò il servizio militare a Benevento dal 6 novembre 1915. Un mese dopo venne assegnato alla decima compagnia sanità di Napoli.[10]. Svolse il servizio con molte licenze per motivi di salute, sino a essere definitivamente riformato tre anni più tardi, a causa di una «broncoalveolite doppia», il 16 marzo 1918, dall’ospedale principale di Napoli[11]. Il 17 febbraio 1916 fra’ Pio giunse a Foggia, restandovi sette mesi circa e dimorando nel convento di Sant’Anna. La sera del 28 luglio, accompagnato da padre Paolino da Casacalenda, arrivò per la prima volta a San Giovanni Rotondo. Pur sentendosi meglio in tale luogo, dopo una settimana circa scese di nuovo a respirare l’aria afosa di Foggia, poiché il permesso chiesto al padre provinciale, anche se non necessario, tardava a venire[12]. In ragione di ciò il 13 agosto Pio scrisse al provinciale, chiedendo di poter «passare un po’ di tempo a San Giovanni Rotondo» anche perché, a suo dire, Gesù gli avrebbe assicurato che là sarebbe stato meglio[13]. Fra’ Pio venne infine lasciato in tale convento, con l’ufficio di direttore spirituale del seminario serafico[14].

La comparsa delle stigmate (1918-1920)[modifica | modifica wikitesto]

Nell’agosto del 1918 fra Pio affermò di aver avuto delle visioni su di un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta (transverberazione). Poco tempo dopo, in seguito a una ulteriore presunta visione, fra Pio affermò che avrebbe ricevuto delle stigmate. Tali lesioni vennero variamente interpretate: come segno di una particolare santità, o come una patologia della cute (per es. piaghe da psoriasi), o come auto-inflitte. L’inizio del manifestarsi delle stigmate risalirebbe al 1910, quando per la sua malattia il religioso aveva avuto il permesso di lasciare il convento e di vivere nella sua casa natale a Pietrelcina. Non distante dal paese, tutti i giorni dopo aver celebrato la messa, si recava in una località detta Piana Romana, dove il fratello Michele aveva costruito per lui una capanna e dove aveva la possibilità di pregare e meditare all’aria aperta, che giovava molto ai suoi polmoni malati. Il fenomeno delle stigmate, rivelò al suo confessore, cominciò a manifestarsi proprio in quel luogo, nel pomeriggio del 7 settembre 1910, e si manifestò con maggior intensità un anno dopo nel settembre 1911, quando il frate scrisse al suo direttore spirituale:

« In mezzo al palmo delle mani è apparso un po’ di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte e acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore. »

Nello stesso periodo cominciarono a circolare voci secondo le quali la sua persona aveva cominciato a emanare un “inspiegabile” profumo, che non era percepito da tutti allo stesso modo: «Chi diceva di sentire profumo di rose, chi di violette, di gelsomino, di incenso, di giglio, di lavanda ecc.»[15]. La voce della comparsa delle stigmate fece il giro del mondo e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie[16].

I pellegrini gli attribuirono il merito di alcune conversioni e guarigioni “inaspettate”, grazie alla sua intercessionepresso Dio. La popolarità di padre Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora grazie al passa-parola e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l’accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore. La situazione divenne imbarazzante per alcuni ambienti della Chiesa cattolica[17]: la Santa Sede infatti non aveva notizie precise su cosa stesse realmente accadendo; le scarne informazioni ricevute ben si prestavano ad alimentare il timore di una macchinazione, di fatto sommovente interessi economici, eventualmente perpetrata sfruttando il nome della Chiesa e la tonaca. Un primo inconcludente rapporto fu stilato dal Padre Generale deicappuccini, il quale a sua volta aveva inviato Giorgio Festa. Questi ipotizzò una possibile origine soprannaturale del fenomeno, ma proprio il suo entusiasmo ne minò la credibilità. Si commissionarono perciò ulteriori indagini, molte delle quali condotte in incognito.[senza fonte]

Le indagini (1919-1923)[modifica | modifica wikitesto]

Le stimmate.

Il primo medico a studiare le ferite di Padre Pio fu il professore Luigi Romanelli, primario dell’ospedale civile di Barletta, per ordine del padre superiore Provinciale, nei giorni 15 e 16 maggio 1919. Nella sua relazione fra le altre cose scrisse: «Le lesioni che presenta alle mani sono ricoperte da una membrana di colore rosso bruno, senza alcun punto sanguinante, niente edema e niente reazione infiammatoria nei tessuti circostanti. Ho la certezza che quelle ferite non sono superficiali perché, applicando il pollice nel palmo della mano e l’indice sul dorso e facendo pressione, si ha la percezione esatta del vuoto esistente». Due mesi dopo, il 26 luglio, arrivò a San Giovanni Rotondo il professore Amico Bignami, ordinario di patologia medica all’Università di Roma.

Le sue considerazioni mediche non si discostarono da quelle del prof. Romanelli, in più però affermò che secondo lui quelle “stigmate” erano cominciate come prodotti patologici (necrosi neurotonica multipla della cute) ed erano state completate, forse inconsciamente per un fenomeno di suggestione, o con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio[18]. Nel 1920 padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e consulente del Sant’Uffizio, fu incaricato dal cardinale Rafael Merry del Val di visitare padre Pio ed eseguire “un esame clinico delle ferite”. Il Segretario del Sant’Uffizio, chiamato in causa per indagare l’attività del cappuccino, scelse il Gemelli, è dato supporre, sia per le sue conoscenze scientifiche, sia per i suoi studi specialistici sui “fenomeni mistici”, che aveva condotti sin dal 1913.

“Perciò – pur essendosi recato nel Gargano di propria iniziativa, senza che alcuna autorità ecclesiastica glielo avesse chiesto – Gemelli non esitò a fare della sua lettera privata al Sant’Uffizio una sorta di perizia ufficiosa su padre Pio”[19] Il Gemelli volle esprimersi compiutamente in merito e volle incontrare il frate. Padre Pio mostrò nei confronti del nuovo investigatore un atteggiamento di chiusura. Il frate rifiutò la visita, chiedendo l’autorizzazione scritta del Sant’Uffizio. Furono vane le proteste di padre Gemelli che riteneva di avere il diritto di effettuare un esame medico delle stigmate. Mario Guarino interpreta questo rifiuto come un’implicita ammissione di colpa da parte di padre Pio[20]. Il frate, sostenuto dai suoi superiori, condizionò l’esame a un permesso da richiedersi per via gerarchica, disconoscendo le credenziali di padre Agostino Gemelli. Questi abbandonò dunque il convento, irritato e offeso.

Padre Gemelli espresse quindi la diagnosi:

« È un bluff… Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell’isterico e dello psicopatico… Quindi, le ferite che ha sul corpo… Fasulle… Frutto di un’azione patologica morbosa… Un ammalato si procura le lesioni da sé… Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti… tipico della patologia isterica »

Padre Pio mentre celebra una messa.

e più brevemente lo chiamò “psicopatico, autolesionista ed imbroglione”; i suoi giudizi, che come si è visto non potevano contare sull’esame clinico rifiutatogli, avrebbero pesantemente condizionato, per l’autorevolezza della fonte, la vicenda del frate. Come risultato di queste vicende, il 31 maggio 1923, arrivò un decreto vero e proprio in cui si pronunciava la condanna esplicita. Il Sant’Uffizio dichiarava il non constat de supernaturalitatecirca i fatti legati alla vita di padre Pio ed esortava i fedeli a non credere e a non andare a San Giovanni Rotondo. La formula specifica utilizzata, nel linguaggio ecclesiastico, equivale ad asserire che al momento non sono stati evidenziati elementi sufficienti ad affermare la soprannaturalità dei fenomeni, pur non escludendo che possano esserlo in futuro[21].

Il decreto venne pubblicato da L’Osservatore Romano, organo di stampa del Vaticano, il 5 luglio successivo e subito ripreso dai giornali di tutto il mondo. Il 15 dicembre del 1924, il dottor Giorgio Festa chiese alle autorità ecclesiastiche l’autorizzazione a sottoporre il Padre a un nuovo esame clinico per uno studio ulteriore e più aggiornato, ma non l’ottenne. L’inchiesta sul frate si chiuse con l’arrivo del quinto decreto di condanna (23 maggio 1931) con l’invito ai fedeli di non considerare come sovrannaturali le manifestazioni certificate dal Gemelli, ma i più fedeli sostenitori di Padre Pio non considerarono il divieto di Roma vincolante. A Padre Pio venne vietata la celebrazione della messa in pubblico e l’esercizio della confessione.

Guai ai ricchi,Beati i poveri

XXVI Domenica del Tempo Ordinario

25 settembre 2016

In questa ultima domenica di settembre, all’inizio del’autunno, ascoltiamo una parabola (Lc 16, 19-31) molto forte: quella del ricco gaudente, senza nome, e del povero Lazzaro.

La parte iniziale drammatizza il giudizio di Dio (16, 19-26). L’evangelista sembra voglia illustrare in bianco e nero, senza colori e senza sfumature, quanto ha già affermato nelle beatitudini, contenute nel capitolo 6: “Guai ai ricchi che ora ridono nella loro sazietà, beati i poveri che ora piangono e hanno fame”. La seconda parte, invece, tratta il tema della conversione e dell’ascolto delle Sacre Scritture (16,27-31).Il legame tra le due parti è costituito dal motivo della ricchezza.

La parabola si apre con due figure fortemente contrastanti: il ricco è un gaudente e la sua principale occupazione sembra quella di godere, perché nuota nell’abbondanza e nei piaceri. Invece il povero Lazzaro muore nell’indigenza, perché giace debole e ammalato, senza riuscire a muoversi, incapace persino di scacciare i cani randagi che gli danno fastidio. Un povero che aspetta alla porta di un ricco in Oriente non era una scena rara! Ma la cosa più sorprendente è che il povero e il ricco sono vicini, ma il ricco non si accorge del povero.

Delineate le due figure e le due situazioni contrastanti, la narrazione prosegue capovolgendole: il povero è nel seno di Abramo e il ricco all’inferno, fra i tormenti. Non basta l’appartenenza ad un popolo per essere salvi, ma decisivo è il modo in cui si è vissuti. Il ricco non è condannato perché violento e oppressore, ma semplicemente perché ha vissuto da ricco, ignorando il povero. E questo pensiero è completato dalla seconda parte della parabola (16, 27-31) dove sono di scena i fratelli del ricco che continuano a vivere senza sospetto nella loro ricchezza.

E’ proprio il loro vivere da ricchi che li rende ciechi di fronte al povero (eppure così vicino) e di fronte alle Sacre Scritture (eppure così chiare). Il ricco non osteggia Dio e nemmeno opprime il povero, ma semplicemente non lo vede. E’ questo il grave pericolo della ricchezza ed è questa la principale lezione della parabola odierna. Il ricco vorrebbe che i suoi fratelli fossero avvertiti. Ma a che servirebbe? Hanno già Mosè e i Profeti, ossia la Parola di Dio che è molto chiara, limpida e vera. Dunque

non occorre altro. La Parola c’è e Dio ci parla in essa, ci indica la strada da seguire, ci suggerisce i comportamenti da avere e le scelte da fare, ma può mancare la libertà per comprendere l’appello alla conversione che Dio ci fa attraverso la Sua Parola e la lucidità per vedere. Il vivere da ricchi rende ciechi, il lusso, l’indifferenza rendono ciechi e impassibili agli appelli di Dio e dei fratelli (anche attraverso i fratelli Dio ci parla r vi chiama a conversione.                                                                                                                                                                                              Don Paolo Tonghini