QUANDO SI PARLAVA ANCORA IN DIALETTO

Le vie di Regona non erano ancora asfaltate, ma c’erano sassi sconnessi. I ragazzini ne toglievano uno, il più grosso, e nel buco, chiamato tana, mettevano le palline. Poi con un colpetto dell’indice, il più lesto che riusciva a infilarvi la biglia coi colori dell’iride, si assicurava il malloppo. Alla fine vinceva chi aveva le tasche più piene di palline. Succedeva che nel bel mezzo del giuoco bisognava spostarsi perchè passava il carro pieno di fieno trainato da un paio di buoi. Per diversi minuti la strada odorava di fieno, specie se era il maggengo, magnifico smog dell’epoca. Si parlava tutti in dialetto, la parlata che marcava con efficacia il territorio. Regona aveva il suo dialetto, Pizzighettone il suo e Gera, di là dal ponte, già si distingueva per alcune sfumature. I soresinesi poi li riconoscevi dappertutto, per il loro coloratissimo idioma. Ora sono tutti uguali i bambini: parlano il tricolore, ma hanno perso le loro origini, e non sai più di che paese sono. Però all’inizio del paese, a fianco del nome in italiano, appare il nome del paese in dialetto. A Soresina hanno scritto “Suresina”, “poi “Caergnaniga” al posto di Capergnanica, “Sunsi” accanto a Soncino e via via altre località che fanno tornare indietro nel tempo l’idioma. Le leccornìe dell’epoca erano i ghiaccioli delle grondaie o la neve miscelata con vino e zucchero. Poi, la domenica, si andava a comperare un cartoccino di farina di castagne con liquirizia infilata nel limone. Se non avevi il centesimo in tasca, andavi per i campi in cerca di more selvatiche, raccoglievi i muròn (morus nigra, che sono le bacche dei gelsi), i sanzavrin (giuggiole) e perfino il cuore dei ravizzoni. Poi si andava all’assalto della pianta di carrube per succhiarne il liquoroso contenuto. Era il massimo. Succedeva che si esagerava, veniva il mal di pancia ed allora bisognava andare dalla maga, una vecchia donna del paese, che sapeva se avevi i vermi negli intestini, muovendo col dito l’acqua in un bicchiere con dentro dei fili di refe. Il rimedio era un cucchiaio d’olio di ricino, il peggio che gli potesse capitare, sì, al nostro fattorino scrittore.GIULIO ZIGNANI

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