Il mondo e la fame

Sulla Terra i dieci miliardi di persone sono ormai un ricordo, e si pone di conseguenza un interrogativo drammatico. Come sopravvivere, con un’agricoltura sempre compromessa dai riequilibri ecologici delle costruzioni di edifici? Ci sarà l’erosione distruttiva di terre coltivabile con conseguente rimozione di produzione agricola globale. C’è gente, la stragrande maggioranza, che soffre di denutrizione e pochi magnati sfruttatori. C’è chi muore di fame e chi ha il ventre gonfio. L’orribile morte incombe fra troppa gente perché la condizione delle popolazione affamate è veramente drammatica. Occorrerebbe sostenere chi può garantire alle popolazioni un nutrimento con un’opera di distribuzione delle disponibilità, ma ciò è un’utopia, perché il Vangelo viene così calpestato come lo è stato Carlo Marx. Ci sono ancora grandi estensioni di terreno, ma non vengono considerate per l’egoismo di pochi sfruttatori guerrafondai. E così si arriverà alla fine del secolo, senza che nessuno muova un dito, visto che le persone per bene sono sempre più una rarità. Le possibilità di crescere ci sono, ma non vengono considerate da nessuno. Le istituzioni politiche ed economiche fanno altre scelte più propriamente personali: gli armamenti sono la loro ricchezza, altro che le superfici terrestri irrigate. Ci sono grandi coltivazioni di terreno che potrebbero garantire benessere per tutti, ma è una pianificazione che fa ridere i potenti. Ci si dice: “Si potrà ancora attingere energia necessaria per aumentare la produzione?” Certamente, ma in quale direzione? La risposta viene da sé: i soliti sfruttatori

La vita di cascina di un tempo

Soresina-Cascina Mancina
Soresina – Il cascinaro era nato e vissuto in cascina. Era sotto padrone da sempre, come salariato fisso. La gerarchia di cascina poneva subito dopo il padrone, il fattore, che aveva le chiavi della cascina e dipendeva da lui concedere o meno l’uscita a una cert’ora. Succedeva di solito al bergamino, che faceva la notte ed era rimasto senza sigarette. “Va bene, vai per stavolta: Speriamo non ti veda il padrone, sennò il cicchetto me lo prendo io”. Il fattore era il ruffiano del padrone e faceva schifo ai salariati, che da lui ricevevano gli ordini di lavoro di presto mattino: “Tu vai alla “matonda” a tagliare l’erba, tu carica il fieno del “campaccio”. E loro partivano a passo cadenzato, come i buoi che mettevano al giogo e trainavano i carri agricoli là, verso i campi. Chi faceva il tagliatore d’erba, entrava in azione come un campione. Facevano la gara per arrivare primi alla fine del campo, dopo aver tagliato il tratto d’erba affidatogli con la falce e sostando solo un attimo per “dare il filo” alla lama con la “cùut”, infilata in un corno di bue legato alla cinghia dei pantaloni, perchè il taglio dell’erba doveva essera perfetto alla base, come una testa rapata. Se spuntava qualche filo d’erba, riceveva il rimprovero del fattore. Ora si è tentati di ridere di tutto ciò e la ragione c’é: ma per secoli i salariati vissero in compagnia di queste regole ed ora che sono arrivate le macchine agricole, i campi sono stati abbandonati. Vita di cascina, poesia del passato, mentre i ragazzini nelle sere invernali si davano convegno nelle stalle, al tepore delle mucche. Non c’erano ancora le nudità dello schermo televisivo, ma per loro riuscire a sentire qualche conversazione “proibita” degli adulti era una conquista, mentre le mamme rattoppavano i loro abitini strappati. C’era anche il reduce di guerra che raccontava per l’ennesima volta le sue gesta. Il cascinaro diventava un’altra persona di domenica: andava a messa con l’abito buono, dopo essersi pettinato con la brillantina e si notava sempre un pò di forfora sulle sue spalle. Ora tutto è finito e se c’è qualche salariato sopravvissuto, questi ce la mette tutta per avere una macchina più grossa dell’agricoltore.

Giulio Zignani
giuliozignani@alice.it

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