Mese: novembre 2015

Dante descrive così l’inferno

ataque-panico

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Canto III

 

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:

5fecemi la divina podestate,

la somma sapienza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.

10  Queste parole di colore oscuro

vid’io scritte al sommo d’una porta;

per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

Ed elli a me, come persona accorta:

«Qui si convien lasciare ogne sospetto;

15ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto

che tu vedrai le genti dolorose

c’hanno perduto il ben de l’intelletto».

E poi che la sua mano a la mia puose

20con lieto volto, ond’io mi confortai,

mi mise dentro a le segrete cose.

Quivi sospiri, pianti e alti guai

risonavan per l’aere sanza stelle,

per ch’io al cominciar ne lagrimai.

25  Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d’ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira

sempre in quell’aura sanza tempo tinta,

30come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’error la testa cinta,

dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?

e che gent’è che par nel duol sì vinta?».

Ed elli a me: «Questo misero modo

35tegnon l’anime triste di coloro

che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro

de li angeli che non furon ribelli

né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

40  Caccianli i ciel per non esser men belli,

né lo profondo inferno li riceve,

ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve

a lor, che lamentar li fa sì forte?».

45Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;

50misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna

che girando correva tanto ratta,

che d’ogne posa mi parea indegna;

55  e dietro le venìa sì lunga tratta

di gente, ch’i’ non averei creduto

che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,

vidi e conobbi l’ombra di colui

60che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui

che questa era la setta d’i cattivi,

a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,

65erano ignudi e stimolati molto

da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,

che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi

da fastidiosi vermi era ricolto.

70  E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,

vidi genti a la riva d’un gran fiume;

per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume

le fa di trapassar parer sì pronte,

75com’io discerno per lo fioco lume».

Ed elli a me: «Le cose ti fier conte

quando noi fermerem li nostri passi

su la trista riviera d’Acheronte».

Allor con li occhi vergognosi e bassi,

80temendo no ‘l mio dir li fosse grave,

infino al fiume del parlar mi trassi.

Ed ecco verso noi venir per nave

un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: «Guai a voi, anime prave!

85  Non isperate mai veder lo cielo:

i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

E tu che se’ costì, anima viva,

pàrtiti da cotesti che son morti».

90Ma poi che vide ch’io non mi partiva,

disse: «Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui, per passare:

più lieve legno convien che ti porti».

E ‘l duca lui: «Caron, non ti crucciare:

95vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».

Quinci fuor quete le lanose gote

al nocchier de la livida palude,

che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

100  Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,

cangiar colore e dibattero i denti,

ratto che ‘nteser le parole crude.

Bestemmiavano Dio e lor parenti,

l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme

105di lor semenza e di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,

forte piangendo, a la riva malvagia

ch’attende ciascun uom che Dio non teme.

Caron dimonio, con occhi di bragia,

110loro accennando, tutte le raccoglie;

batte col remo qualunque s’adagia.

Come d’autunno si levan le foglie

l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo

vede a la terra tutte le sue spoglie,

115  similemente il mal seme d’Adamo

gittansi di quel lito ad una ad una,

per cenni come augel per suo richiamo.

Così sen vanno su per l’onda bruna,

e avanti che sien di là discese,

120anche di qua nuova schiera s’auna.

«Figliuol mio», disse ‘l maestro cortese,

«quelli che muoion ne l’ira di Dio

tutti convegnon qui d’ogne paese:

e pronti sono a trapassar lo rio,

125ché la divina giustizia li sprona,

sì che la tema si volve in disio.

Quinci non passa mai anima buona;

e però, se Caron di te si lagna,

ben puoi sapere omai che ‘l suo dir suona».

130  Finito questo, la buia campagna

tremò sì forte, che de lo spavento

la mente di sudore ancor mi bagna.

La terra lagrimosa diede vento,

che balenò una luce vermiglia

135la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

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La mia sera poesia di Giovanni Pascoli

 

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.
E’, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Nè io … che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don … Don … E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra …
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era …
sentivo mia madre … poi nulla …
sul far della sera.

La notte dei giovani

Quando comincia e quando finisce la “notte dei giovani”? Difficile dirlo. Qualche volta, infatti, si conclude quando già splende il sole. Una cosa è certa: la goliardia notturna delle nuove generazioni ha una sua liturgia. Cioè un rituale consolidato, e più o meno, sempre uguale. Nessuno lo ha codificato, ma tutti lo accettano… perchè è così: punto e basta! Come si svolge, dunque, la notte dei giovani? La prima serata la si consuma, in genere, al bar. Il quale può essere un “buco”, ma tutti devono stare lì, possibilmente in mezzo la strada, in tanti, a parlare ad alta voce, con una birra in mano… tanto per sentire crescere la gioia di vivere e cominciare a “lasciarsi un po’ andare”. Alle 22.00-23.00 circa comincia la seconda notte. Ci si porta in un pub, dove c’è la possibilità di ascoltare musica dal vivo e di incontrare qualche trasgressione. Tra la prima e la seconda serata ci sta, magari, un viaggio in automobile abbastanza prudente, anche lungo. Fino a mezzanotte il locale è pieno di ragazzi che vanno e vengono, bevono, scherzano. Comincia qualche attrattiva sul cubo o sui tavoli… Qui, comunque, si fa il pieno di birra per esser pronti alla terza serata, la vera notte. In che cosa consiste? Si va dalla discoteca classica, con piste per tutti i gusti, all’aperto, al chiuso, con luci psichedeliche, angoli per l’intimità, servizi igienici per vomitare… a diverse altre alternative. Chi va in discoteca deve decidere che livelli di “sballo” vuole sopportare: i locali che propongono ballo hardcore non possono lamentarsi se qualcuno o tutti si “impasticcano”, poichè lo esige il ritmo della musica, il clima, il contesto. In ogni caso è meglio essere in diversi, così uno del gruppo guiderà l’auto: egli ha la proibizione di toccare alcoolici o pasticche dopo la mezzanotte; è il suo turno come autista: la prossima settimana toccherà ad un altro. Intanto il tempo passa… e arriva l’alba, anche avanzata. Si esaurisce l’effetto notte. Si torna a casa. L’impatto con il mondo reale,  quello “senza brividi”, esige un periodo “cuscinetto” che è il sonno. Per fortuna che si va a dormire, perchè il passaggio dall’euforia notturna alla vita “vera” sarebbe non solo stridente, ma drammatico e deprimente. Ti sei divertito? E’ difficile ottenere una risposta convinta e sicura: “Sì, mi sono proprio divertito!”. A conti fatti, la felicità non è garantita a nessuno in nessun locale, così come la possibilità di vivere una bella relazione. Anzi… finito l’effetto notte, tu ti trovi molto solo… con le tue paure. Gli altri ti sembrano più ancora inaffidabili di prima: i ragazzi vogliono solo… e le ragazze sono tutte delle… Scarichi sugli altri la tua incapacità di aprirti, di rischiare un’amicizia sincera. Ma ci sarà un’alternativa a tutto ciò? C’è qualcuno che prende in mano la sua vita, il suo corpo, invece di venderlo a pezzi? Qualcuno lo fa: molti ragazzi e ragazze, di notte, vanno con le autolettighe della Croce Rossa a salvare i loro compagni incidentati e feriti sulla strada; altri raccattano i barboni nelle città; altri pregano in gruppo o in solitudine nel solenne silenzio notturno; qualcuno usa la notte, come Nicodemo, per chiacchierare con un prete… e magari provocare la misericordia di Dio.

Il Parroco don Angelo Piccinelli

Prima Domenica del Tempo di Avvento:Il Vangelo con Don Paolo Tonghini

 

29 novembre 2015

Inizia un nuovo anno liturgico, un nuovo anno ci celebrazione dei misteri cristiani, e lo iniziamo meditando su un testo apocalittico che riguarda la “fine del mondo”. Come? All’inizio di un cammino parlare della fine? Che senso ha?

Gesù nel Tempio di Gerusalemme leva alte le braccia e indica quel che avverrà nell’alto dei Cieli, nel grembo della terra e dei mari il giorno che il Figlio dell’Uomo tornerà per liberare i giusti e convocarli nella strepitosa luce della sua gloria divina. Ci sarà sconvolgimento: un misto tra lodi, stupori, angosce e paure sfrenate, fragori e grida laceranti. E chi ha saputo amare in terra, con cuore di uomo, sarà sospinto con la forza degli angeli nella letizia sconfinata dell’eternità.

Immagini del linguaggio apocalittico, certo. Più che di descrizioni obiettive si tratta di modi di dire, iperbolici, irreali, a cui l’evangelista Luca fa ricorso per annunciare il rinnovamento messianico, l’inizio stravolgente e meraviglioso della Vita Nuova. Quì l’evangelista Luca richiama frasi dell’Apocalisse di Isaia (Libro di Isaia, profeta dell’Antico Testamento)

Non giriamoci attorno: è una profezia, quella di oggi, della fine del mondo fisico e materiale. La Venuta del Cristo Glorioso (Cristo re, celebrato domenica scorsa) non è una notizia di cronaca, ma un annuncio di fede. In realtà gli uomini non vedranno nulla sulle nubi del Cielo, ma noteranno un affermazione, un’espansione del messaggio cristiano e perciò di Cristo stesso. Cosa che è successa veramente e continua ad avvenire fino agli estremi confini della terra e del creato.

I nemici l’avevano condannato ed ucciso, per toglierlo dalla Storia, ma dopo la sua morte, gli uomini cominceranno ad accorgersi della sua presenza sempre più incisiva nella Storia.

La Venuta di Cristo si identifica con la liberazione degli uomini, già iniziata e all’opera efficacemente con la sua Risurrezione. Gesù si era adoperato nel suo ministero terrestre per la liberazione totale degli uomini da qualsiasi forma di male o di malattie, del corpo e dello spirito. E più questa liberazione avanza, s’intensifica e si estende e più si attesta la Venuta di Cristo e il suo primato, il suo trionfo nella storia. La salvezza cristiana non è il risultato di teorizzazioni, ma di operazioni di bene, opere di amore, sullo stile di Gesù. Bisogna essere sempre all’opera: infatti, oggi Gesù ci dice: “Vegliate e pregate in ogni momento”.

Eccoci al dunque! Nessuno oserà chiamare persona umana un individuo che vive semplicemente perchè si trova al mondo: perchè mangia, beve, va a lavorare, dorme,… Questo è lasciarsi vivere portati dalle cose e dominati dagli avvenimenti. E’ necessario rompere il cerchio e la rottura si chiama coscienza: “I vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze, affanni della vita…”

Nella conclusione della storia di Pinocchio troviamo questa affermazione che mi colpisce sempre e ve la lascio come provocazione per questa prima settimana del

Tempo di Avvento che ci accingiamo a vivere: “Sono stufo di fare il burattino! Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo come tutti gli altri”.

Dunque: il primo grande obbligo umano, morale, religioso è quello di vivere “da vivi” per vivere in eterno. E questo è l’Avvento.

Auguri e…buon cammino a tutti verso il Santo Natale.

Sindrome di Down:credetelo, sono stupendi.

 

La persona con sindrome di down è risaputamente Affettuosa, Allegra, Amorevole, Amichevole.

Sebbene in queste definizioni ci siano degli indubbi tratti di pregiudizialità e di stereotipia… genitori esperti e ravveduti asseriscono che in realtà questo noto stereotipo non è poi proprio del tutto basato sul nulla… mannaggia alla saggezza popolare…!

Cambiando tema… le persone con sdd sono spesso descritte nel linguaggio comune come “Affette” dalla Sindrome. Anche se non è una malattia (infatti dalla sdd non si guarisce!), e quindi il termine è usato impropriamente… il consiglio è quello di non concentrare troppi sforzi sulle questioni linguistiche per conservare le poche residue energie genitoriali a questioni più sostanziali… e per non offendere troppo e demotivare chi in modo magari non perfettamente politically correct, comunque si occupa e preoccupa dei “diversi”…

Con maggiore frequenza rispetto ai bambini normodotati, i piccoli con sdd sono definiti “Angeli” (sostantivo più usato della forma aggettivata “Angelici”); si rimanda alla lettera B per il commento ragionato ed esaustivo di questa definizione.

 

B come Benevoli, Buoni:

la persona con sdd è per sua natura incapace di cattiveria. Questo assioma, che altro non è che un corollario degli attributi derivanti dal primo punto della lettera precedente… è raramente soggetto a discussione. A mio modesto parere questi (vedi “angeli” della lettera A) sono invece alcuni degli attributi più pericolosi e da combattere, in quanto eliminando all’origine la possibilità per le persone cui sono riferiti di pensare e fare il male (peraltro molto reale!) … si giustifica la famosa “destinazione Paradiso” di default per tutti gli organismi superdotati cromosomicamente… togliendo di fatto loro quel “libero arbitrio” che rappresenta il vero carattere distintivo dell’essere umano, e perciò discriminandoli in modo estremamente subdolo.

l dolce naufragio ne “L’ Infinito” di Giacomo Leopardi

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Poesia di Leopardi “Il sabato del villaggio”

Leopardi “Il sabato del villaggio
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IN

Il

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell’erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch’ebbe compagni nell’età piú bella.
Già tutta l’aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
giú da’ colli e da’ tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo.Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l’altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s’affretta, e s’adopra
di fornir l’opra anzi al chiarir dell’alba.Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l’ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d’allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
ch’anco tardi a venir non ti sia grave