Mese: luglio 2015

Sant’Ignazio di Loiola

 

Ignazio di Loyola

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Sant’Ignazio di Loyola
St Ignatius of Loyola (1491-1556) Founder of the Jesuits.jpg
Fondatore della Compagnia di Gesù
Nascita Azpeitia, 24 dicembre1491[1]
Morte Roma, 31 luglio 1556
Venerato da Chiesa cattolica
Canonizzazione 12 marzo 1622, da papa Gregorio XV
Ricorrenza 31 luglio
Attributi JHS (monogramma di Cristo)

Ignazio di Loyola, in basco Íñigo López Loiola (Azpeitia, 24 dicembre 1491 [1]Roma, 31 luglio 1556), è stato un religiosospagnolo, fondatore della Compagnia di Gesù (Gesuiti). Nel 1622 fu proclamato santo da papa Gregorio XV.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

Don Íñigo López, questo il suo nome di battesimo, nacque a Loyola (oggi nel comune di Azpeitia) intorno al 1491, membro della numerosa famiglia (ben tredici figli) di don Yanez e donna Marina Sáenz. Il padre era stato soldato al servizio di Enrico IV, dei Re cattolici e di Giovanni II; al fianco di Fernando il Cattolico guidò l’assedio contro le città di Toro, Burgos, Loja (conquistata il 29 maggio 1486) e Vélez-Málaga. Per la sua fedeltà alla corona ricevette la conferma dal re, che lo definì proprio vassallo, degli antichi privilegi concessi alla sua famiglia: la rendita annuale di duemila maravedís dalle ferriere di Barrenola e Aranaz e il diritto di patronato sulla parrocchia di Azpeitia[2].

La madre era figlia del dottor Don Martín García de Licona, figura di alto lignaggio, cortigiano dei re di Castiglia e consigliere dei Re cattolici, possedeva il dominio e il maggiorascato della casa di Balda. In quanto agli altri figli sappiamo fossero otto maschi e cinque femmine, di cui Íñigo fu il minore.

Il primogenito Juan Pérez, cadde in battaglia, a Napoli, contro le truppe di Carlo VIII di Francia; Martín García de Onaz[chi?], cresciuto alla corte di Castiglia, ebbe un ruolo fondamentale, con la moglie Magdalena Araoz, nella crescita del futuro fondatore della Compagnia di Gesù, rimasto ben presto orfano di madre. Degli altri non possediamo che spurie notizie, la maggior parte di essi sembra essere caduta in battaglia come Beltran, morto durante la guerra di Napoli o Juan Beltrán, imbarcatosi per le Americhe e morto nell’odierna Panama. Uno degli otto maschi, Pero López, nato poco prima di Inigo, era stato l’unico a intraprendere la carriera ecclesiastica, nella parrocchia di Azpeitia, patrocinata dalla sua stessa famiglia. Delle sorelle non conosciamo che i nomi (desunti perlopiù dai testamenti dei fratelli): Juaniza, Magdalena, Sancha, Petronila, Maria Beltrán.

In quanto a Inigo non conosciamo il giorno preciso della nascita, secondo una tradizione di dubbia storicità il 1º giugno[3], del 1491, battezzato nella chiesa parrocchiale di Azpeitia ricevette al fonte battesimale il nome di Inigo e il patronimico López prima del cognome paterno, secondo l’usanza tradizionale. Sarà durante gli studi a Parigi che egli mutò il suo nome in Ignatius, probabilmente per la sua speciale devozione verso sant’Ignazio di Antiochia[4]. Svezzato da una nutrice nel casolare di Eguibar, vicino Loyola, crebbe sotto le attenzioni del fratello Don Martín e della cognata Donna Magdalena, nonostante l’educazione non si applicò mai troppo agli studi preferendo divertimenti quali il ballo, amava molto partecipare alle danze popolari, e il canto. Intorno al 1506, perché avesse una formazione cortigiana, venne inviato dal fratello ad Arévalo, presso il ministro delle finanze del regno, il potente Juan Velázquez, la cui sposa donna María de Velasco era parente della defunta madre.

Sotto due diversi patronati[modifica | modifica wikitesto]

Vicino del protettore Inigo conobbe la corte reale e i grandi del regno, presso la regina Germana de Foix, nipote di Luigi XII di Francia, e seconda moglie di Fernando il Cattolico, partecipò ai banchetti organizzati in suo onore dall’amica María de Velasco ai quali senz’altro partecipò anche il giovane paggio de Loyola. Egli rimase in casa del Velázquez per undici anni, fino al 1517 trascorrendo una vita agiata, dedita ai banchetti, alla musica, alla lettura di romanzi cavallereschi e alla composizione poetica. Il focoso giovane venne perfino processato insieme al fratello Pero López per un fatto a noi oggi sconosciuto. Con la morte del re Fernando la situazione della famiglia Velazquez precipitò in breve tempo. La regina Germana sollecitò il nuovo re, Carlo I, a concedergli le cittadine di Arévalo e Olmedo, proprietà del ministro delle finanze.

Il giovane Ignazio in abiti militari

Quest’ultimo, ritenendo tale decisione un sopruso e una violazione dei suoi diritti, si ribellò al re difendendo la sua città, una ribellione che durò parecchi mesi. Ma risultò vana. Juan Velázquez perse tutto, caduto in sfavore e rattristato per la morte del primogenito Gutierre si ritirò a Madrid dove morì qualche mese dopo, il 12 agosto 1517, mentre la moglie Maria passò al servizio dell’ormai reclusa Giovanna la Pazza, madre di Carlo, e della figlia di questa Caterina. Aveva ventisei anni Inigo quando, abbandonata la famiglia Velazquez caduta in disgrazia, fatto che peraltro lo turbò notevolmente dato l’affetto che lo legava al suo patrono, raggiunse il palazzo di don Antonio Manrique de Lara, duca di Najera e viceré di Navarra, per passare al suo servizio.

Questi aveva la sua residenza ordinaria a Pamplona, è lì che Inigo si diresse per trascorrervi non meno di tre anni durante i quali, nella cerchia dei gentiluomini al servizio di don Manrique, ebbe l’onore di assistere allo sbarco della nave che conduceva in Spagna il nuovo re Carlo I, il futuro Carlo V allora appena diciassettenne. Alla partenza di questi per la Germania, dove lo attendeva la corona dell’impero, si diffusero moti di ribellione per le città ispaniche, irritate dalla precedenza che il re aveva dato al trono germanico a scapito di quello spagnolo, lasciandovi come suoi rappresentati alti funzionari fiamminghi, invisi al popolo e alla nobiltà. Antonio Manrique, fedele al re, fu uno dei condottieri che diedero battaglia ai rivoltosi a fianco dei propri figli e dello stesso Inigio, che aveva prestato la sua spada al patrono. È certo che con questi egli sostenne e vinse l’assedio alla città ribelle di Najera[5]. Don Manrique ebbe anche una missione speciale per il fedele Inigo: pacificare la provincia di Guipúzcoa. Missione che egli risolse nel migliore dei modi.[6]

Ma un incarico ben più arduo attendeva Inigo: la fortezza di Pamplona era in pericolo e presto sarebbe crollata. Non solo i nemici di don Manrique minacciavano la cittadina ma lo stesso re francese Francesco I, il quale, approfittando della situazione, progettò il suo attacco contro la Navarra. La fortezza era priva di forze militari perché il duca se n’era privato per soccorrere il suo sovrano. Enrico d’Albret, pretendente al trono di Navarra, appoggiato da Francesco I, piombava sulla fortezza sotto il comando di Andres de Foix con ben dodicimila soldati di fanteria, ottocento lancieri e ventinove pezzi di artiglieria[7]. A Pamplona non era rimasto che un piccolo esercito di un migliaio di soldati, sotto gli ordini di don Pedro de Beamonte, celermente sostenuto dall’arrivo inaspettato delle milizie comandate da Inigo e suo fratello Martin.

La situazione si aggravò per conflitto degli stessi condottieri: Martin, che voleva il comando delle truppe, di fronte al rifiuto del Beamonte, decise di ritirarsi col grosso delle sue truppe, lasciando in tal modo il fratello con pochi soldati[8]. Il 19 maggio la città cadde in mano al nemico, Inigo e i suoi rimasero a difendere l’ultimo baluardo di Pamplona, rifiutando le condizioni poste da Andres de Foix per la loro resa. Il giorno dopo fu adoperata l’artiglieria pesante e durante i bombardamenti un tiro colpì in pieno la gamba destra di Inigo rompendogliela in più parti[9]. Il comandante e i suoi soldati si arresero dopo sei ore di assedio. I francesi, e particolarmente il generale nemico, che aveva già precedentemente manifestato stima nei confronti dell’avversario gli risparmiò la vita e ordinò che se ne prendessero cura, come Ignazio stesso raccontò in seguito nella sua autobiografia[10].

Dopo quindici giorni di degenza a Pamplona venne trasportato in barella alla casa paterna. Il suo stato era grave e più volte si temette per la sua vita[11]. Solo dopo dolorosissime operazioni e atroci sofferenze egli poté ristabilirsi pur non potendosi reggere bene sulla gamba, a causa della quale dovette zoppicare per il resto della vita. In quei giorni fu costretto a un’esasperante immobilità, rimase a letto leggendo. Gli vennero dati la Vita Christi, del certosino Landolfo di Sassonia e il Flos sanctourm, le celebri vite dei santi composte dal domenicano Jacopo da Varazze. “Quando pensava alle cose del mondo, provava molto piacere, ma quando stanco le lasciava si trovava vuoto e scontento. Quando pensava di andare a Gerusalemme scalzo, di mangiare solo erbe e di fare tutte le altre cose dure che vedeva che avevano fatto i santi, non solo si consolava quando vi stava pensando ma anche dopo aver lasciato questi pensieri restava contento e allegro[12]. In lui qualcosa andava mutando, cominciava il suo processo di conversione religiosa. Cominciava pian piano a spendere il tempo nella preghiera, nella lettura di testi sacri, nella meditazione durante il suo periodo di degenza, cominciando a trascrivere alcuni appunti che in seguito avrebbero dato vita ai suoi esercizi. Sognava di partire pellegrino per Gerusalemme e per realizzare tale desiderio, una volta ristabilito, si decise di partire pellegrino per i santuari mariani della Spagna, con una particolare sosta presso il celebre santuario di Montserrat.

Aspirazioni religiose[modifica | modifica wikitesto]

Si recò in Terra santa. Dopo poco tempo fu costretto a rientrare in Spagna.

In quel periodo elaborò, in prima persona, il suo metodo di preghiera e contemplazione, basato sul “discernimento“. Queste esperienze hanno in realtà origine da un passaggio della Seconda lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso . Essi descrivono una serie di meditazioni a cui, poi, dovranno attenersi i futuri gesuiti. Quest’opera ha influenzato profondamente i successivi metodi di evangelizzazione della Chiesa cattolica. Ebbe anche l’occasione di visitare il Monastero benedettino di Montserrat il 25 marzo 1522, dove appese i suoi paramenti militari davanti a un’immagine della Vergine Maria, in una vera e propria veglia militare dedicata alla Madonna. Entrò nel monastero di Manresa, inCatalogna, dove praticò un severissimo ascetismo. La Vergine divenne l’oggetto della sua devozione cavalleresca: l’immaginario militare giocò sempre una parte importante nella sua vita e nelle sue contemplazioni religiose.

Gli studi a Parigi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1528 si iscrisse all’Università di Parigi, dove rimase sette anni, ampliando la sua cultura letteraria e teologica, e cercando di interessare gli altri studenti agli “Esercizi spirituali”[13].

Entro il 1534 ebbe sei “seguaci” – Pierre Favre (francese), Francesco Saverio, Diego Laínez, Alfonso Salmerón, Nicolás Bobadilla (spagnoli), e Simão Rodrigues (portoghese).

La fondazione della Compagnia di Gesù[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 agosto del 1534, Ignazio e gli altri sei studenti si incontrarono a Montmartre, vicino Parigi, legandosi reciprocamente con un voto di povertà e castità e fondando laCompagnia di Gesù, allo scopo di eseguire lavoro missionario e di ospitalità a Gerusalemme o andare incondizionatamente in qualsiasi luogo il Papa avesse ordinato loro.

Nel 1537 essi si recarono in Italia in cerca dell’approvazione papale per il loro ordine religioso. Papa Paolo III li lodò e consentì loro di essere ordinati sacerdoti. Essi vennero ordinati a Venezia dal vescovo di Arbe (ora Rab, in Croazia) il 24 giugno. Si dedicarono alla preghiera e ai lavori di carità in Italia, anche perché il nuovo conflitto tra l’imperatore,Venezia, il Papa e l’Impero Ottomano rendeva impossibile qualsiasi viaggio a Gerusalemme.

Con Faber e Lainez, Ignazio si diresse a Roma nell’ottobre del 1538, per far approvare dal Papa la costituzione del nuovo ordine. Una congregazione di cardinali si dimostrò favorevole al testo preparato da Ignazio e papa Paolo III confermò l’ordine con la bolla papale Regimini militantis ecclesiae (27 settembre 1540), ma limitò il numero dei suoi membri a sessanta. Questa limitazione venne rimossa con una successiva bolla, la Iniunctum nobis, del 14 marzo 1543. L’ultima e definitiva approvazione della Compagnia di Gesù è stata data nel 1550 con la bolla Exposcit debitum di Giulio III.

Superiore Generale dei Gesuiti[modifica | modifica wikitesto]

Incisione di sant’Ignazio.

Ignazio venne scelto come primo preposito generale della Compagnia di Gesù. Inviò i suoi compagni come missionari in giro per tutto il mondo per creare scuole, istituti, collegi e seminari.

Nel 1548 vennero stampati per la prima volta gli Esercizi spirituali, per i quali venne condotto davanti al tribunale dell’Inquisizione, per poi essere rilasciato.

Sempre nel 1548, Ignazio fondò a Messina il primo Collegio dei Gesuiti al mondo, il famoso Primum ac Prototypum Collegium ovveroMessanense Collegium Prototypum Societatis, primo e, quindi, prototipo di tutti gli altri collegi di insegnamento che i gesuiti fonderanno con successo nel mondo facendo dell’insegnamento la marca distintiva dell’ordine.

Ignazio scrisse le Costituzioni gesuite, adottate nel 1554, che creavano un’organizzazione monarchica e spingevano per un’abnegazione e un’obbedienza assoluta al Papa e ai superiori (perinde ac cadaver, “[lasciati guidare] come un cadavere” scrisse Ignazio). La regola di Ignazio diventò il motto non ufficiale dei gesuiti: Ad Maiorem Dei Gloriam.

I gesuiti hanno dato un apporto determinante al successo della Controriforma.

Tra il 1553 e il 1555, Ignazio dettò al suo segretario, padre Gonçalves da Câmara, la storia della sua vita. Questa autobiografia, essenziale per la comprensione dei suoi Esercizi spirituali, rimase però segreta per oltre 150 anni negli archivi dell’ordine, fino a che il testo non venne pubblicato negli Acta Sanctorum.

Morì a Roma nel 1556 e venne canonizzato il 12 marzo 1622. Il 23 luglio 1637 il suo corpo fu collocato in un’urna di bronzo dorato, nella Cappella di Sant’Ignazio della Chiesa del Gesù in Roma. La statua del Santo, in argento, è opera di Pierre Legros. La festa religiosa viene celebrata il 31 luglio, giorno della sua morte.

Prototipo officina Paolo Taino per il 7 agosto Autosburla in piazza Garibaldi

Alcune ulteriori immagini esclusive dei due prototipi autosburla in fase di ultimazione presso l’ officina di PAOLO TAINO fabbro
La verniciatura dei mezzi in blue france e italian red è stata eseguita con vernici speciali a basso coefficiente di penetrazione aerodinamica che hanno dato riscontri positivi durante le prove svolte nella galleria del vento.
Le grandi doti di rigidità e leggerezza telaistica, unite a una evoluta ciclistica ed a una sofisticata aerodinamica,fanno di questi due mezzi” la massima espressione tecnologica mai applicata a un mezzo a spinta”(citazione tratta dall’INTERNATIONAL AUTOSBURLA MAGAZINE ).

Siete tutti invitati alla presentazione della RIONI’S RACE che si svolgerà venerdì 7 agosto davanti alla sede della PRO LOCO SORESINA in Piazza Garibaldi alle ore 21.30

foto di Pro Loco Soresina.

Enrico Mattei, scopritore del petrolio,ucciso in aereo

 

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Enrico Mattei

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on. Enrico Mattei
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Enrico Mattei
Luogo nascita Acqualagna
Data nascita 29 aprile 1906
Luogo morte Bascapè
Data morte 27 ottobre 1962
Professione imprenditore
Partito DC
Legislatura I,
Gruppo DC
Circoscrizione Milano

Enrico Mattei (Acqualagna, 29 aprile 1906Bascapè, 27 ottobre 1962) è stato un imprenditore, politico e dirigente pubblicoitaliano.

Nell’immediato dopoguerra fu incaricato dallo Stato di smantellare l’Agip, creata nel 1926 dal regime fascista; ma invece di seguire le istruzioni del Governo, riorganizzò l’azienda fondando nel 1953 l’ENI, di cui l’Agip divenne la struttura portante. Mattei diede un nuovo impulso alle perforazioni petrolifere nella Pianura Padana, avviò la costruzione di una rete di gasdotti per lo sfruttamento delmetano, e aprì all’energia nucleare.

Sotto la sua presidenza l’ENI negoziò rilevanti concessioni petrolifere in Medio Oriente e un importante accordo commerciale con l’Unione Sovietica (grazie all’intermediazione di Luigi Longo, suo amico durante la guerra partigiana e più tardi segretario del Partito Comunista Italiano). Queste iniziative contribuirono a rompere l’oligopolio delle ‘Sette sorelle‘, che allora dominavano l’industria petrolifera mondiale. Mattei introdusse inoltre il principio per il quale i Paesi proprietari delle riserve dovevano ricevere il 75% dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti.[1] Pur non essendo attivamente impegnato in politica, era vicino alla sinistrademocristiana e fu parlamentare dal 1948 al 1953.

Per la sua attività Mattei nel 1961 fu insignito della laurea in ingegneria ad honorem dalla Facoltà di Ingegneria (ora Politecnico) dell’Università degli Studi di Bari. Fu insignito anche di altre lauree honoris causa, della croce di cavaliere del lavoro e della Bronze Star Medal dell’Esercito statunitense (5 maggio 1945), nonché della Cittadinanza onoraria del comune di Cortemaggiore e post mortem, l’11 aprile 2013 la Cittadinanza onoraria del comune di Ferrandina (MT), dove nel 1958 l’Agip Mineraria fece alcuni studi e trovò il metano nella Valle del Basento.

Morì nel 1962, in un misterioso incidente aereo le cui cause rimasero oscure per moltissimi anni. In seguito a nuove evidenze, nel2005 fu stabilita la natura dolosa dell’incidente; vennero infatti ritrovati segni di esposizione a esplosione su parti del relitto, sull’anello e sull’orologio di Mattei.[2] Vennero poi alla luce testimonianze, all’epoca quasi ignorate, di persone che avevano visto esplodere in volo l’aereo, come se vi fosse una bomba a bordo, mentre schegge metalliche e tracce di esplosivo,[3][4] in particolaretritolo,[5] furono rinvenute, dopo la riesumazione del 1995, sul corpo di Mattei e delle altre due vittime[6][7] ma anche in un pezzo dell’aereo conservato intatto da un dipendente ENI.[5] Queste prove tendono a far considerare l’incidente come un omicidiopremeditato, con alta probabilità, attuato mediante il posizionamento di una carica esplosiva nell’abitacolo, collegata al carrello o alle luci di atterraggio.[8][9]

Nel 2007 è stata ritrovata la tessera di adesione al partito fascista, avvenuta nel 1922. In merito alla supposta sua condivisione del fascismo, Indro Montanelli (che ne fu critico severo) affermò che «l’ambizione di questo self-made man lo portava senza scampo a compromissioni con il regime al potere».[10] Entrò nei circoli di amici che avrebbero dato vita alle correnti democristiane di sinistra. Si iscrisse al Partito Popolare Italiano e successivamente rimase sempre legato all’area democristiana

Che Guevara

.
(ES)« Hasta la victoria siempre. Patria o muerte. » (IT)« Fino alla vittoria sempre. Patria o morte. »
(Ernesto Che Guevara[1])

La foto di Korda, intitolataGuerrillero Heroico. La foto che ritrae Guevara è stata una delle fotografie più stampate del XX secolo. Nel mondo, ci sono innumerevoli immagini del Che su riviste, libri, cartoline, poster, magliette e bandiere, ma il fotografo che la scattò,Alberto Korda, non ne trasse alcun guadagno[3].

Ernesto Guevara de la Serna, più noto come Che Guevara o semplicemente el Che (in spagnolo: pronuncia [el ‘ʧe]) o, in italiano, il Che(pronuncia [il ‘ʧe]) (Rosario, 14 giugno 1928[2]La Higuera, 9 ottobre 1967), è stato un rivoluzionario, guerrigliero, scrittore e medicoargentino.

Firma di Che Guevara

Guevara fu membro del Movimento del 26 di luglio e, dopo il successo della rivoluzione cubana, assunse un ruolo nel nuovo governo, secondo per importanza solo a Fidel Castro, suo alleato politico.

Nella prima metà del 1965 lasciò Cuba per attuare la Rivoluzione popolare in altri Paesi, prima nell’ex Congo Belga (ora Repubblica Democratica del Congo), poi in Bolivia. L’8 ottobre 1967 venne ferito e catturato da un reparto anti-guerriglia dell’esercito boliviano – assistito da forze speciali statunitensi costituite da agenti speciali della CIA – a La Higuera, nella provincia di Vallegrande (dipartimento di Santa Cruz). Il giorno successivo venne ucciso e mutilato delle mani nella scuola del villaggio. Il suo cadavere – dopo essere stato esposto al pubblico a Vallegrande – fu sepolto in un luogo segreto e ritrovato da una missione di antropologi forensi argentini e cubani, autorizzata dal governo boliviano di Sanchez de Lozada, nel 1997. Da allora i suoi resti si trovano nel Mausoleo di Santa Clara di Cuba.

E’ sempre vivo il ricordo del miglior parroco di soresina per bontà:Don Lino Bornati

Don Lino Bornati, un parroco ricordato per la sua bontà

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Un uomo che celebra i misteri cristiani e cerca di
portare l’annuncio evangelico a quanti più possibile,
un uomo che sta vicino alle persone in tanti
momenti della vita, quelli gioiosi e quelli tristi, un
uomo che spesso percorre le strade alla ricerca degli
ultimi che hanno bisogno di conforto materiale e non
solo. Questi è stato Don Lino Bornati, che ricordiamo come il parroco la cui precipua virtù era la bontà d’animo. E’ stato un sacerdote
costretto a farsi in quattro, a sostenere ritmi di
“lavoro” sfiancanti che si ripercuotono su quella che
dovrebbe essere la sua dimensione primaria, quella spirituale.
Ed è stato proprio al riferimento alla sapienza di
don Lino a cui proprio il Vescovo Bolognini, promuovendolo parrocvo del duomo, ha voluto dare testimonianza
ricordando quando fin da primi
mesi del suo servizio a Cremona ha trovato in lui una guida
saggia e amorevole che lo ha
introdotto a conoscere la realtà della chiesa cittadina, a conoscere le sue
situazioni, i suoi problemi, le sue
urgenze. Tutte le persone che con lui vennero a contatto ne hanno apprezzato la bontà d’animo, come anche gli venne affidato
il compito di vicario generale.
In questo nuovo incarico rivelò tutta la sua sapienza,
che l’ha portato anche a
collaborare con umiltà
e con disponibilità con
il Vescovi, a collaborare
con uno spirito di obbedienza.
Don Lino sapeva dire la verità,
ma sapeva anche accettare che
il Vescovo la pensasse diversamente. E così la sua schiettezza
si abbinava alla sua obbedienza,
davvero esemplare per un prete..
Una sapienza, ha ricordato infine
mons. Lafranconi, di cui hanno
potuto godere i molti fedeli che
affollavano il suo confessionale.
Al termine della messa la benedizione della salma da parte del
Vescovo e l’ultimo saluto dei suoi confratelli
in piazza del Duomo
prima del trasferimento a Soresina dove il
pomeriggio nella chiesa parrocchiale, don
Luigi Parmigiani ha
presieduto un rito esequiale che
ha preceduto la tumulazione nella Cappella dei sacerdoti del locale cimitero, dove già ha trovato dimora mons. Enos Scazza, suo
successore a Soresina e deceduto
solo pochi anni fa.
Il rito del commiato al termine del funerale di mons. Lino Bornati

Giulio Zignani

SCOPERTA UNA TERRA GEMELLA

Un altro mondo è possibile

Kepler 452b è un po’ più grande (e più vecchio) del nostro pianeta. È a 1.440 anni luce da noi e ruota intorno a una stella. L’atmosfera è primaverile, è abitabile. E potrebbero essercene altri

È dalla metà degli anni Novanta che cerchiamo pianeti al di fuori del sistema solare. Da allora ne abbiamo scoperti migliaia. Ieri però, per la prima volta, è stata ufficializzata l’individuazione di un corpo celeste delle dimensioni della Terra ubicato nella cosiddetta habitable zone .

Di cosa si tratta? Di un’area ben precisa occupata da un certo pianeta in rotazione attorno a una stella, dove possono sussistere le condizioni climatiche per lo sviluppo della vita. Dove non c’è troppo freddo, ma nemmeno troppo caldo; dove l’acqua può scorrere liberamente creando i presupposti per la formazione di quei mattoncini della vita chiamati amminoacidi e l’atmosfera imprigionare gli elementi necessari a processi naturali come la fotosintesi. La notizia è stata diramata dalla Nasa ieri sera alle 18, auspicando la seria possibilità di identificare un mondo in tutto e per tutto simile alla Terra.

«È una cosa che le persone hanno sognato per migliaia di anni», rivelano i tecnici dell’ente spaziale statunitense. Vari disegnatori si sono già messi all’opera cercando di immaginare quali possano essere le potenziali caratteristiche della Terra bis. Sembra di vedere un fumetto di fantascienza degli anni Sessanta, ma questa volta non è solo frutto della fantasia umana, bensì di dati certi, recuperati grazie al lavoro di Kepler, un super telescopio lanciato nel 2009 per fare luce sui misteri degli esopianeti. Nelle grafiche compaiono montagne caratterizzate da affascinanti cime e torrenti che scorrono alle loro pendici, creando meandri e canyon . La verità è che non è ancora possibile affermare con sicurezza che si tratti di un pianeta roccioso, tuttavia le prime analisi propendono per questa tesi; fondamentale per sperare nella presenza della vita. Per arrivare a questa certezza sarà necessario valorizzare massa e densità dell’oggetto celeste.

Il nuovo pianeta è stato battezzato Kepler 452b. É un corpo situato a 1440 anni luce dal nostro sistema solare, nella costellazione del Cigno. La stella da cui dipende è un po’ più luminosa del sole, ma le sue dimensioni sono molto simili a quelle terrestri. È anche un po’ più «maturo» del nostro pianeta. Si stima che abbia sei miliardi di anni, contro i 4,5 miliardi della Terra. Può significare molte cose. In primis che la vita possa essersi sviluppata prendendosi tutto il tempo necessario. «Ha trascorso miliardi di anni intorno alla sua stella – dice Jon Jenkins, che coordina i dati provenienti da Kepler – potrebbe avere ospitato la vita in passato, e ospitarla tuttora». Altri dati riguardano il periodo di rivoluzione del pianeta, il tempo che impiega a girare intorno al corpo madre: 385 giorni, contro i 365 giorni terrestri. E c’è poi la distanza fra i due corpi che è pressoché identica a quella che separa il sole dalla Terra, vale a dire 150 milioni di chilometri. Potrebbe esistere un perfetto bilancio energetico fra le due realtà cosmiche, altro parametro chiave a favore dello sviluppo di molecole organiche.

Dunque l’avventura di Kepler prosegue per conoscere nel dettaglio le altre caratteristiche di Kepler 452b, forte del fatto che il pianeta individuato non è l’unico ad avere certe caratteristiche. La scrematura dei dati provenienti da uno dei più potenti telescopi mai progettati dall’uomo, rivela l’esistenza di altri 11 corpi a cui dare nome e significato. Non è escluso che ce ne possa essere qualcun altro simile a Kepler 452b, se non addirittura qualcosa di ancora più vicino alla Terra. Già quattro anni fa Kepler fece sobbalzare gli esperti della Nasa, dopo aver tradotto i segnali provenienti da Kepler 22b. Altro pianeta interessante, sempre nella costellazione del Cigno, ma con caratteristiche intermedie fra un pianeta roccioso e un gigante gassoso. Le analisi hanno evidenziato una realtà cosmica molto più grande della Terra, ma con una temperatura superficiale prevedibilmente compresa fra -11 gradi e 22 gradi centigradi; né più né meno il divario termico stagionale riscontrabile in moltissime località terrestri.

IL Vangelo di ogg:la moltiplicazione dei pani

download-101Con questa domenica, la liturgia interrompe la lettura del Vangelo di Marco e proclama un tratto del Vangelo di Giovanni, precisamente il famoso capitolo 6, che contiene il racconto della moltiplicazione dei pani e il discorso sul “Pane di Vita” che Gesù fa nella Sinagoga di Cafarnao.

E questo per un motivo molto pratico: il Vangelo di Marco, essendo il più breve di tutti, non basta a coprire tutto l’anno liturgico e viene perciò integrato con il quarto Vangelo che non si legge in un anno particolare, come invece avviene per i Sinottici (ossia Matteo, Marco e Luca).

Avremo modo di sviluppare una riflessione sistematica sull’Eucarestia in queste prossime domeniche. Oggi la nostra attenzione si concentra sul fatto della moltiplicazione dei pani (Gv 6,1-15). Il popolo, la folla, la gente sta seguendo Gesù perchè attirata dai segni che compie sui malati nei vari villaggi e paesi della Palestina, per le strade che quotidianamente percorre e probabilmente non matura il passo più importante che è di riconoscere il vero segno che è Lui, il Figlio di Dio. Senza questo passo la gente rischia di fermarsi su aspetti secondari e superficiali. Gesù, dice l’evangelista Giovanni, “sale sul monte”…e “vide una grande folla che veniva da Lui…”. Bellissimo questo particolare, uno sguardo che vede “oltre” la materia, oltre i bisogni primari, che sa leggere il desiderio profondo del cuore dell’uomo. Vede una moltitudine di uomini e donne affamate di senso, desiderosi di trovare ciò che è in grado di colmare il vuoto interiore, di entrare finalmente in quella Terra Promessa da sempre…e proprio per questo desiderata…e dove il cuore possa da ultimo sbocciare in tutta la sua pienezza.

E noi, come l’ingenuo apostolo Filippo di questo brano, continuiamo a credere che ciò di cui necessitiamo è il pane che riempie la pancia, disposti magari anche a pagarlo “duecento denari”, ossia una follia!!! E pensiamo che ciò che conta abbia necessariamente un prezzo, ed erroneamente se costa di più deve valere. Ma non è proprio così…perchè le cose che hanno veramente un valore non hanno prezzo: sono preziose sì, ma non prezzabili, …come un figlio non ha prezzo, un amico non ha prezzo, un Padre Spirituale non ha prezzo,……..”Non di solo pane vivrà l’uomo” dice Gesù in un altro passo del Vangelo!

La nostra vita diventa umana e più umana non perchè ci nutriamo di pane, ma perchè riusciamo a condividere il pane! Ciò che fa vivere è la relazione, la condivisione, la cura reciproca , l’aiuto fraterno e non l’accaparramento egoistico dei beni. Dove si negano le relazioni, dove si smette di condividere il “pane”.