Quando la mamma esce di senno

Quando la malattia mentale si affaccia nella vita di una donna, a subirne per prime le conseguenze sono i figli. E’ un trauma enorme dover fare i conti con il fatto che la propria mente non funziona più come prima. E’ la perdita di una parte di sé, del controllo sulla propria vita, sulle proprie emozioni.

Ogni madre vorrebbe essere perfetta e sa di non esserlo. La felicità  sta nascosta nell’equilibrio che riesce a trovare in se stessa tra il diavoletto col forcone che le sussurra all’orecchio “sei una pessima madre” e l’angioletto con l’aureola che sull’altra spalla la invita a guardare al nocciolo dell’amore che palpita nel suo cuore. E’ una battaglia quotidiana, che si combatte in ogni minuto della giornata e su tutti i terreni: dalla dedizione in cucina alla cura con cui si stirano i panni, passando per i compiti a casa e i saggi di fine anno a scuola.

Ogni madre si sente di dover fare di più, e i figli, istintivamente e subdolamente, succhiano da lei ogni energia facendo leva sul suo senso di colpa. Ma tu non stai mai con me, ma le altre mamme fanno così, ma davvero mi vuoi bene.

Da evitare assolutamente il confronto con altre mamme che non siano davvero amiche: facilissimo imbattersi nella classica madre-faccio-anche-il-pane-in-casa, che al il figlio (di solito unico) dedica una quantità di ore che non stanno in una giornata, o che per lo meno dice di farlo. Anche se sai che sta in parte mentendo, è impossibile non sprofondare in un senso di inferiorità pastoso come il cemento a presa rapida.

Chi più, chi meno, a tutte è capitato di sentirsi inadeguata al proprio ruolo in qualche occasione e di aver messo in dubbio l’esistenza effettiva di un efficacie istinto materno, capace di cavarci d’impiccio.
Ci sono donne, però, che patiscono più di altre, in un modo spesso silenzioso e sottovalutato: sono le madri che soffrono di una malattia mentale.

Le malattie mentali sono purtroppo più diffuse di quanto si pensi e sono le più disparate: disturbo ossessivo compulsivo, disturbo bipolare, panico e agorafobia, depressione, distimia, fobia sociale, disturbi della personalità, tanto per citarne alcune. Colpiscono uomini e donne con democratica uguaglianza di incidenza, ma sono devastanti quando a soffrirne sono le madri che hanno bambini piccoli: infatti le loro conseguenze si allungano sulla psiche dei figli in modi purtroppo prevedibili e spesso il padre, quando presente, non riesce a sopperire alla mancanza di equilibrio della figura materna.

Quando la malattia mentale si affaccia nella vita di una donna, spesso capita che la persona inizialmente attribuisca il disagio che prova al partner o ai parenti più prossimi (come i genitori o gli suoceri) e i problemi che possono oggettivamente esistere fanno purtroppo da schermo alla vera causa, cioè la malattia mentale. Questo è un meccanismo inconscio di autodifesa, lo stesso che si riscontra nei famigliari della persona malata che non vedono o non vogliono vedere la malattia. Lo stato di negazione è uno dei maggiori ostacoli alla guarigione e al recupero.

D’altra parte è un trauma enorme dover fare i conti con il fatto che la propria mente non funziona più come prima e credo sia un dolore paragonabile a un lutto. E’ la perdita di una parte di sé, del controllo sulla propria vita, sulle proprie emozioni. Lentamente ci si distacca dai figli, nell’inconscia speranza che guadagnino rapidamente autonomia e si difendano da soli dalle conseguenze della propria malattia, nell’amara consapevolezza di non poterli proteggere efficacemente dalle difficoltà della vita e, anzi, di poter essere per loro una causa di difficoltà.

I figli però amano la loro madre come se fosse la migliore del mondo, con la cecità adorante di ogni bambino, e non si lasciamo mettere ai margini senza lottare: essi chiedono soprattutto di essere coinvolti. Ciò che desiderano di più è, sempre, che venga spiegato loro cosa sta succedendo. Vogliono qualcuno che sia chiaro e diretto e che discuta con loro apertamente per aiutarli a pensare in modo più oggettivo.

Esiste anche il rischio che i figli si sentano in colpa, in quanto causa di stress per il genitore in difficoltà, e vivono al loro interno una lotta dolorosa tra il bisogno di essere amati, compresi e protetti come ogni figlio e il desiderio di aiutare il genitore, di non essere di peso, di renderlo felice.

La maternità viene spesso idealizzata, come un momento felice della vita di una donna, un compimento del suo essere, un’esperienza totalizzante e significante. E certo è vero. Queste madri ferite, però, si sentono sempre fuori posto, fuori luogo, fuori tempo. Passano altalenanti da sentimenti di repulsione e avversione, verso se stesse e i propri famigliari, a sentimenti di inadeguatezza profondi e a volte invalidanti: come poter sostenere il peso di un figlio, la responsabilità educativa nei suoi confronti, quando non ci si sente in grado di reggersi sulle proprie gambe?

Anche sostenere in modo convincente l’attività di un figlio diventa estremamente doloroso se si sta attraversando un momento depressivo, per cui la vita viene avvolta da un grigiore che toglie senso ad ogni cosa. O organizzare una festa di compleanno può essere problematico: chi può garantire che quel giorno ci si sentirà sufficientemente equilibrate per condurre due ore di conversazione amichevole con le altre mamme?

Le malattie mentali sono ancora oggi estremamente umilianti per chi ne soffre: il giudizio altrui piomba addosso con crudeltà e colpisce proprio dove si è più sensibili. Eppure l’omertà è il motivo più frequente per il quale le cure tardano ad essere intraprese e la sofferenza si allunga e si amplifica.

Giovanni Paolo II durante tutto il suo pontificato dedica una continua e confortante attenzione alle persone che soffrono di patologie della mente, con costanti riferimenti alla loro delicata condizione umana: l’essere fatti a immagine e somiglianza divina è pilastro dell’antropologia cristiana; anche i malati di mente sono creati a immagine e somiglianza divina. E se la tradizione filosofico-teologica individua nelle facoltà intellettuali dell’uomo, quali volontà e ragione, le caratteristiche che maggiormente sottolineano l’affinità della persona umana con il Creatore, Giovanni Paolo II precisa che «l’uomo intero, non quindi soltanto la sua anima spirituale con l’intelligenza e la volontà libera, ma anche col suo corpo partecipa alla dignità di “immagine di Dio” ».

Purtroppo però nel popolo cristiano si incontra spesso un atteggiamento diverso: il disagio psichico, soprattutto se non eccessivamente grave, viene interpretato superficialmente come una povertà di vita spirituale, per cui ci si imbatte con estrema facilità in persone che, in tutta buona fede, consigliano il rosario per curare la depressione.

E’ senz’altro vero che una terapia strettamente psichiatrica e farmacologica spesso non costituisce una risposta sufficiente: nella mente umana esiste il mistero di una dimensione spirituale che trascende la fisiologia cerebrale, qualcosa che sembra guidare tutte le nostre attività in quanto esseri liberi e autonomi, capaci di responsabilità e amore, e caratterizzati dalla dignità di esseri umani.

La sofferenza che attanaglia il cuore dei malati mentali, quando attraversano i momenti più cupi, si avvicina alla sera dell’agonia del Venerdì Santo: solitudine, difficoltà di comunicare e paura di non ricevere dagli altri la comprensione e l’amore cui aspirano, insieme a costrizioni di ogni genere che sono imposte dall’infermità e dalle condizioni di vita, ricordano da vicino l’isolamento di Gesù che suda sangue e non trova il conforto della vicinanza di nessuno.

Rivolgo dunque a tutti un invito personale e accorato: amate e non giudicate, perché il malato mentale è già un severissimo giudice di se stesso e non ha bisogno di essere esortato alla conversione, quanto piuttosto accompagnato con pazienza nel difficile cammino di presa di coscienza ed essere aiutato ad amarsi ancora come una persona vera.

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