Mese: maggio 2015

  ARTCUREL : Arte, Cultura e Religione


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LA SANTISSIMA TRINITA’



” Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen ! “

Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana.  E’ il mistero di Dio in se stesso. E’ quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. E’ l’insegnamento più fondamentale ed essenziale nella gerarchia delle verità di fede. Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico : Padre , Figlio e Spirito Santo , il quale libera, riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato. Attraverso le missioni divine del Figlio e dello Spirito Santo , Dio Padre realizza il suo benevolo disegno di creazione , redenzione e santificazione . Il fine ultimo dell’intera Economia divina è che tutte le creature entrino nell’unità di amore perfetta della Beatissima Trinità .

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Il Vangelo di oggi 31 maggio commentato da don Paolo Tonghini

imagesIn questa domenica la liturgia ci fa fare una “sosta contemplativa”…è come se la Chiesa ci invitasse a “prendere fiato”, a fermarsi a contemplare la bellezza della nostra fede, la profondità del mistero del Nostro Signore e dunque della nostra salvezza. Come quando in montagna si è percorsa una lunga e difficile salita o scalata o una via ferrata e ci si volta indietro per vedere il meraviglioso panorama che finalmente si svela ai nostri occhi.

L’opera di salvezza progettata da Dio Padre, realizzata in Gesù Suo Figlio Unigenito, compiuta nello Spirito Santo è opera di un unico Dio, che si è rivelato a noi in Persone diverse e con ruoli diversi: Dio è Creatore e Padre misericordioso, è Figlio Unigenito, è Spirito Santo che tutto muove e anima verso il pieno compimento. Contemplare la Santissima Trinità e celebrarla vuol dire allora contemplare un Dio che non chiede tanto di essere capito intellettualmente, quanto piuttosto di essere accolto nell’amore, perchè Egli è tutto e solo Amore, amore purissimo, verissimo, infinito ed eterno.

Leggiamo in questa domenica la conclusione del Vangelo di Matteo, che ci dice una cosa molto importante. La fede nella Santissima Trinità è un dato antichissimo, risalente alla primitiva e primissima comunità cristiana. Se la riflessione e l’approfondimento teologico su questo mistero si è avuto sopratutto nei secoli successivi, è anche vero che la Chiesa ha custodito sin da subito questa verità rivelata dal Signore Gesù.

Questo è un dono, una grazia, perchè il mistero di Dio Trino ed unico poteva esserci rivelato soltanto dall’Alto…”Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).

Nessun uomo, per quanta intelligenza possa avere, per quanto possa scrutare e approfondire, da solo, con la sola razionalità, non vi può entrare nel Suo Mistero. E’ un Mistero di Amore, che si conosce e si comprende man mano che si familiarizza con Dio, che si entra nel Suo Amore, che ci lascia avvolgere e coinvolgere dalla Sua Misericordia.

Quanto più facciamo entrare il Signore nella nostra vita quotidiana, attraverso la preghiera, i sacramenti, l’ascolto continuo della Sua Parola, vivendo il suo stesso stile di vita, di amore e di servizio, ecco allora che tanto più questa realtà diventa

Il superdotato Domenico D’Annunzio

FIUGGI – Potenza del Vate. Basta appena una voce: Gabriele D’ Annunzio, l’ Immaginifico, immortalato in dodici minuti di pose da ‘ pornodivo’ , e dalle più lontane città italiane in molti si incollano al telefono per saperne di più, per spuntare una prenotazione in uno dei 280 alberghi di Fiuggi. Chiamano negli uffici dell’ Azienda di soggiorno da Roma, Milano, Napoli, vogliono sapere se il film con D’ Annunzio è integrale, cosa si vede, quanto tempo dura. Anche molti che si trovano già qui, per una vacanza che doveva essere dedicata soltanto al riposo o ‘ a passar le acque’ , sembrano aver dimenticato gli effetti benefici delle famose bollicine di Fiuggi. Fanno la fila per il biglietto, ma lontano dalle Terme: al Teatro Comunale danno per tutta la giornata ‘ Saffo e Priapo’ , cortometraggio senza firma del 1911. Tanto audace (vista l’ epoca), da oscurare le conturbanti imprese di Moana Pozzi. Ma cosa ci sarà mai, di tanto interessante, nell’ amore omosessuale di Pauline e Cleò, nei teneri approcci e nelle loro effusioni degne di Saffo? Perché tanta sorpresa per la curiosità morbosa di Ninetta, la cameriera sorpresa a spiare e per questo sculacciata a dovere? Come mai tanta attesa per quel pio Abate barbuto (D’ Annunzio), che – accortosi della scena – prima consola a modo suo la giovane e poi viene da questa ripagato con un fallo di marmo, impugnato per una ‘ vendetta di Priapo’ ? La pellicola ha suscitato notevole curiosità anche tra gli studiosi di D’ Annunzio. In questi ultimi giorni, in molti sono intervenuti per suffragare l’ autenticità della partecipazione del poeta alle riprese, altri hanno invece parlato di un possibile sosia. E tanto clamore stupisce, visto che la pellicola era già stata messa in onda da RaiTre alcuni anni fa, in uno dei notturni ‘ Fuori orario’ di Enrico Ghezzi. “In questi dodici minuti c’ è tutta la forza del cinema”, spiega il critico teatrale e drammaturgo Pino Pelloni, direttore artistico di questa quarta edizione del Festival FiuggiPlateaEuropa. “Nel film che mi ha donato un anno fa il famoso ‘ erotologo’ fiorentino Piero Lorenzoni, c’ è il gusto per il voyeurismo, una tenera oscenità più erotica che pornografica”. E D’ Annunzio? Si discute sulla effettiva partecipazione del poeta. Che si tratti di un sosia? “Sono convinto che si tratta di D’ Annunzio – dice sicuro Pelloni. La scena della servetta spiona presa a sculacciate è la stessa vissuta dalla governante del poeta, l’ ungherese Aelis Mazoyer, che la riporta nei suoi diari conservati al Vittoriale. Poi c’ è la testimonianza diretta che ho raccolto personalmente, di una modista romana amante di D’ Annunzio, che ha riconosciuto le dimensioni del pene e il suo caratteristico modo di amare, in ginocchio e a gambe larghe”. D’ Annunzio sì, D’ Annunzio no, insomma. Quasi il gioco dell’ estate per Fiuggi, che si è trasformato in un evento cinematografico, ancora più atteso dello strombazzato ‘ Jurassic Park’ . Per parteciparvi, la gente attende sotto il sole: vecchiette claudicanti, il termos con l’ acqua a tracolla, si mettono in coda accanto a coppiette di giovani studenti giunte in avanscoperta da Roma. Come Giorgio (22 anni) e Annalisa (23), studentessa universitaria lei, sottufficiale di Marina lui: “Per me è stata una sorpresa – dice Giorgio – Cicciolina e Ramba non si sono inventate nulla, anzi qui le attrici sono molto più spontanee”. Annalisa è invece colpita dalla forza trasgressiva del film, “dal fatto che qualcuno già pensasse alla possibilità e al piacere di filmarsi mentre si dedicava allegramente al sesso. Personalmente, D’ Annunzio l’ ho sempre considerato antipatico… Tutta quella retorica del superomismo, delle grandi imprese. Ma questa pellicola me l’ ha reso più simpatico”. Tra le anziane signore in fila, ce n’ è una che meriterebbe un ‘ premio fedeltà’ . Avrà novant’ anni, si muove col bastone e l’ accompagna un giovane, forse il nipote. E’ già venuta al mattino, e ora si appresta a vedere lo stesso programma nel pomeriggio: un’ ora di proiezioni che oltre a ‘ Saffo e Priapo’ prevede una serie di titoli da brivido, tutti del periodo muto: si va dal francese ‘ Il dopolavoro’ (con eloquentissimo ménage à trois di campagna), all’ americano ‘ La festa’ (con gigantesca ammucchiata tra i tavoli di un ristorante e, pare, il primo spogliarello della storia del cinema), per finire con il ‘ Domestico guardone’ .

Quando la mamma esce di senno

Quando la malattia mentale si affaccia nella vita di una donna, a subirne per prime le conseguenze sono i figli. E’ un trauma enorme dover fare i conti con il fatto che la propria mente non funziona più come prima. E’ la perdita di una parte di sé, del controllo sulla propria vita, sulle proprie emozioni.

Ogni madre vorrebbe essere perfetta e sa di non esserlo. La felicità  sta nascosta nell’equilibrio che riesce a trovare in se stessa tra il diavoletto col forcone che le sussurra all’orecchio “sei una pessima madre” e l’angioletto con l’aureola che sull’altra spalla la invita a guardare al nocciolo dell’amore che palpita nel suo cuore. E’ una battaglia quotidiana, che si combatte in ogni minuto della giornata e su tutti i terreni: dalla dedizione in cucina alla cura con cui si stirano i panni, passando per i compiti a casa e i saggi di fine anno a scuola.

Ogni madre si sente di dover fare di più, e i figli, istintivamente e subdolamente, succhiano da lei ogni energia facendo leva sul suo senso di colpa. Ma tu non stai mai con me, ma le altre mamme fanno così, ma davvero mi vuoi bene.

Da evitare assolutamente il confronto con altre mamme che non siano davvero amiche: facilissimo imbattersi nella classica madre-faccio-anche-il-pane-in-casa, che al il figlio (di solito unico) dedica una quantità di ore che non stanno in una giornata, o che per lo meno dice di farlo. Anche se sai che sta in parte mentendo, è impossibile non sprofondare in un senso di inferiorità pastoso come il cemento a presa rapida.

Chi più, chi meno, a tutte è capitato di sentirsi inadeguata al proprio ruolo in qualche occasione e di aver messo in dubbio l’esistenza effettiva di un efficacie istinto materno, capace di cavarci d’impiccio.
Ci sono donne, però, che patiscono più di altre, in un modo spesso silenzioso e sottovalutato: sono le madri che soffrono di una malattia mentale.

Le malattie mentali sono purtroppo più diffuse di quanto si pensi e sono le più disparate: disturbo ossessivo compulsivo, disturbo bipolare, panico e agorafobia, depressione, distimia, fobia sociale, disturbi della personalità, tanto per citarne alcune. Colpiscono uomini e donne con democratica uguaglianza di incidenza, ma sono devastanti quando a soffrirne sono le madri che hanno bambini piccoli: infatti le loro conseguenze si allungano sulla psiche dei figli in modi purtroppo prevedibili e spesso il padre, quando presente, non riesce a sopperire alla mancanza di equilibrio della figura materna.

Quando la malattia mentale si affaccia nella vita di una donna, spesso capita che la persona inizialmente attribuisca il disagio che prova al partner o ai parenti più prossimi (come i genitori o gli suoceri) e i problemi che possono oggettivamente esistere fanno purtroppo da schermo alla vera causa, cioè la malattia mentale. Questo è un meccanismo inconscio di autodifesa, lo stesso che si riscontra nei famigliari della persona malata che non vedono o non vogliono vedere la malattia. Lo stato di negazione è uno dei maggiori ostacoli alla guarigione e al recupero.

D’altra parte è un trauma enorme dover fare i conti con il fatto che la propria mente non funziona più come prima e credo sia un dolore paragonabile a un lutto. E’ la perdita di una parte di sé, del controllo sulla propria vita, sulle proprie emozioni. Lentamente ci si distacca dai figli, nell’inconscia speranza che guadagnino rapidamente autonomia e si difendano da soli dalle conseguenze della propria malattia, nell’amara consapevolezza di non poterli proteggere efficacemente dalle difficoltà della vita e, anzi, di poter essere per loro una causa di difficoltà.

I figli però amano la loro madre come se fosse la migliore del mondo, con la cecità adorante di ogni bambino, e non si lasciamo mettere ai margini senza lottare: essi chiedono soprattutto di essere coinvolti. Ciò che desiderano di più è, sempre, che venga spiegato loro cosa sta succedendo. Vogliono qualcuno che sia chiaro e diretto e che discuta con loro apertamente per aiutarli a pensare in modo più oggettivo.

Esiste anche il rischio che i figli si sentano in colpa, in quanto causa di stress per il genitore in difficoltà, e vivono al loro interno una lotta dolorosa tra il bisogno di essere amati, compresi e protetti come ogni figlio e il desiderio di aiutare il genitore, di non essere di peso, di renderlo felice.

La maternità viene spesso idealizzata, come un momento felice della vita di una donna, un compimento del suo essere, un’esperienza totalizzante e significante. E certo è vero. Queste madri ferite, però, si sentono sempre fuori posto, fuori luogo, fuori tempo. Passano altalenanti da sentimenti di repulsione e avversione, verso se stesse e i propri famigliari, a sentimenti di inadeguatezza profondi e a volte invalidanti: come poter sostenere il peso di un figlio, la responsabilità educativa nei suoi confronti, quando non ci si sente in grado di reggersi sulle proprie gambe?

Anche sostenere in modo convincente l’attività di un figlio diventa estremamente doloroso se si sta attraversando un momento depressivo, per cui la vita viene avvolta da un grigiore che toglie senso ad ogni cosa. O organizzare una festa di compleanno può essere problematico: chi può garantire che quel giorno ci si sentirà sufficientemente equilibrate per condurre due ore di conversazione amichevole con le altre mamme?

Le malattie mentali sono ancora oggi estremamente umilianti per chi ne soffre: il giudizio altrui piomba addosso con crudeltà e colpisce proprio dove si è più sensibili. Eppure l’omertà è il motivo più frequente per il quale le cure tardano ad essere intraprese e la sofferenza si allunga e si amplifica.

Giovanni Paolo II durante tutto il suo pontificato dedica una continua e confortante attenzione alle persone che soffrono di patologie della mente, con costanti riferimenti alla loro delicata condizione umana: l’essere fatti a immagine e somiglianza divina è pilastro dell’antropologia cristiana; anche i malati di mente sono creati a immagine e somiglianza divina. E se la tradizione filosofico-teologica individua nelle facoltà intellettuali dell’uomo, quali volontà e ragione, le caratteristiche che maggiormente sottolineano l’affinità della persona umana con il Creatore, Giovanni Paolo II precisa che «l’uomo intero, non quindi soltanto la sua anima spirituale con l’intelligenza e la volontà libera, ma anche col suo corpo partecipa alla dignità di “immagine di Dio” ».

Purtroppo però nel popolo cristiano si incontra spesso un atteggiamento diverso: il disagio psichico, soprattutto se non eccessivamente grave, viene interpretato superficialmente come una povertà di vita spirituale, per cui ci si imbatte con estrema facilità in persone che, in tutta buona fede, consigliano il rosario per curare la depressione.

E’ senz’altro vero che una terapia strettamente psichiatrica e farmacologica spesso non costituisce una risposta sufficiente: nella mente umana esiste il mistero di una dimensione spirituale che trascende la fisiologia cerebrale, qualcosa che sembra guidare tutte le nostre attività in quanto esseri liberi e autonomi, capaci di responsabilità e amore, e caratterizzati dalla dignità di esseri umani.

La sofferenza che attanaglia il cuore dei malati mentali, quando attraversano i momenti più cupi, si avvicina alla sera dell’agonia del Venerdì Santo: solitudine, difficoltà di comunicare e paura di non ricevere dagli altri la comprensione e l’amore cui aspirano, insieme a costrizioni di ogni genere che sono imposte dall’infermità e dalle condizioni di vita, ricordano da vicino l’isolamento di Gesù che suda sangue e non trova il conforto della vicinanza di nessuno.

Rivolgo dunque a tutti un invito personale e accorato: amate e non giudicate, perché il malato mentale è già un severissimo giudice di se stesso e non ha bisogno di essere esortato alla conversione, quanto piuttosto accompagnato con pazienza nel difficile cammino di presa di coscienza ed essere aiutato ad amarsi ancora come una persona vera.

Sognare è bello

Sognare è bello….ma vivere il sogno lo è ancora di più….
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Sognare è bello….ma vivere il sogno lo è ancora di più….
Alberto pisano

Senti questa brezza sotto le tue ali,
è arrivata l’ora di prendere il volo,
hai aspettato già troppo tempo,
hai visto sorgere e tramontare il sole
migliaia di volte,
senza mai avere il coraggio di raggiungerlo
ma ora puoi….
spiega le tue ali
e spicca il volo…
vola alto,
affinchè tu possa vedere quanto è bello il mondo,
vola attraverso le nuvole,
vola sul mare,
insiema ai gabbiani..
vola sui monti, sui laghi, sui fiumi
respira profondamente,
senti la vita che attraversa tutto il tuo corpo…
strappa un fiore in un prato
e donalo al deserto…
prendi un po di sabbia,
e regalala al vento..
vola in alto fino ad accarezzare l’aurora,
lasciati abbagliare dalla luce delle stelle
e coccolare dal bagliore della luna.
prova a sorridere,
e a diffondere la tua gioia
in ogni quando e in ogni dove..
prova ad amare,
e a far capire che senza amore..
non si vive…
ma poi ricordati di tornare con i piedi per terra
perchè sognare è bello..
ma vivere il sogno
lo è ancora di più..
Poesie maggio 9th, 2010 Commenti(0) Share

La morte non è niente.

ataque-panico

 

 

 

 

 

 

 

La morte è UN NULLA?
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.
Henry Scott Holland

Santa Giovanna d’Arco

giovanna d'arco

Giovanna d’Arco (in francese Jeanne d’Arc, in medio-francese Jehanne Darc; Domrémy, 6 gennaio 1412Rouen, 30 maggio1431) è un’eroina nazionale francese, venerata come santa dalla Chiesa cattolica, oggi conosciuta anche come la Pulzella d’Orléans.

Riunì al proprio Paese parte del territorio caduto in mano inglese, contribuendo a risollevarne le sorti durante la guerra dei cent’anni, guidando vittoriosamente le armate francesi contro quelle inglesi. Catturata dai Borgognoni davanti a Compiègne, Giovanna fu venduta agli inglesi che la sottoposero a un processo per eresia, al termine del quale, il 30 maggio 1431, fu condannata al rogo e arsa viva.

Nel 1456 papa Callisto III, al termine di una seconda inchiesta, dichiarò la nullità di tale processo.

Beatificata nel 1909 da Pio X e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV, Giovanna fu proclamata patrona di Francia