Mese: marzo 2015

ll Liceo Classico Manin di una volta

LICEO CLASSICO MANIN

manin

Il primo ricordo del “mio”liceo classico Daniele Manin anni 50 è lo scalone d’ accesso alle aule: Eravamo giovani ma si aveva voglia di correre ed era alla fine era una faticaccia con la borsa piena di libri. E’ in un certo senso la premessa tangibile di cosa fosse il liceo di quei tempi: faticoso perchè le materie venivano studiate in maniera particolarmente approfondita, greco e latino in maniera ossessiva, dalla traduzione dell’ Iliade dal greco a Senofonte, senza poi parlare della Divina Commedia, tutta setacciata parola per parola. Ciò permetteva alla fine di acquisire una preparazione solida e molto approfondita. Insomma le grandi discipline “umanistiche” tradizionali erano la lingua, la letteratura e la civiltà greca, latina, italiana la filosofia e la storia; la storia dell’arte erano la base, accanto c’ erano le materie scientifiche , le une e le altre distribuite con equilibrio nel corso dei cinque anni, per una formazione umana e intellettuale dello studente veramente completa. Era un quinquennio ” forte “. C’ era un biennio davvero preparatorio, e un triennio di graduale approfondimento secondo un’impostazione storica di grande validità didattica. Certo occorreva il desiderio di imparare e la disponibilità a migliorarsi. Ricordo la prima lezione del professore di filosofia: l’ insegnante disse queste parole: ” Chi non capisce la filosofia è un cretino ed è meglio che cambi indirzzo scolastico “.Occorreva serietà e impegno nello studio, la curiosità intellettuale; l’interesse per il dialogo. Il tutto favoriva l’organizzaione del pensiero in forma scritta, oltre a saper gestire informazioni complesse; saper aggiornarsi; saper affrontare i problemi con flessibilità, apertura mentale e creatività. Un ricordo meno piacevole era l’ estrazione sociale: si mirava all’ èlite del liceo in coincidenza con la condizione sociale stessa: dello studente. Insomma i benestanti erano i ben accetti per il classico e se qualche ” campagnolo ” vi si intrufolava, era guardato con una certa sufficienza..Giulio Zignani

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La Dignità del Vangelo

“Dopo 20 anni l'”Evangelium Vitae” è sempre attuale

“Rispettare la dignità umana e promuovere la vita è una luce che la Chiesa continua ad accendere a difesa dell’umanità e del Vangelo”. Così si è espresso mons. Jean-Mate Musivi Mupendawatu, segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, a margine della giornata di studio, tenutasi oggi presso l’aula San Pio X, per i vent’anni della “Evangelium vitae”. L’anniversario, che coincide con il giorno in cui la Chiesa ricorda l’Annunciazione del Signore, è stato preceduto ieri sera da una veglia internazionale di preghiera, che si è svolta contemporaneamente presso i santuari di Fatima, Lourdes

A vent’anni esatti dalla pubblicazione dell’”Evangelium vitae”, mons. Mupendawatu sottolinea l’attualità dell’Enciclica con cui San Giovanni Paolo II ha manifestato la verità sul valore e l’inviolabilità della vita umana, da quella nascente a quella sua via del tramonto:

“Rispettare questa dignità e promuovere questa vita stessa che è dono di Dio nell’uomo è un compito non solo della Chiesa, ma di tutta l’umanità, di tutto il mondo. E’ una luce che ancora oggi la Chiesa continua ad accendere per tutti, perché la difesa della vita è la difesa dell’umanità, di noi stessi”.

Lo “scarto” dell’aborto e dell’eutanasia

E sulla continuità tra il contenuto dell’”Evangelium vitae” e le parole di Papa Francesco nel condannare la cultura dello scarto, il segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari aggiunge:

“Lo scarto oggi – possiamo dire – che è il bambino cui non si dà questa opportunità di nascere, come Dio vuole. Questa è quindi spesso per decisione degli uomini, certamente per decisioni immorali, di diventare scarto per la nostra società. E ce ne sono tanti, tanti… Non solo questo, c’è anche l’eutanasia: quindi anche gli anziani, i malati fanno parte di questo scarto di cui parla Francesco oggi. Tutte le vittime dei conflitti, delle guerre, i morti che sono provocati dall’odio, dal non riconoscere il fratello, dal non riconoscere che la vita è di Dio. Noi l’amministriamo, ma non siamo noi i padroni della vita”.

Segnali di vita e cultura di morte
Ma come e quanto è cambiato il contesto socioculturale dell’”Evangelium vitae” in questi vent’anni? Mons. Mauro Cozzoli, consultore del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari e ordinario di Teologia morale alla Pontificia Università Lateranense:

“Non è cambiato molto anzi per certi aspetti, pur essendo tanti i segnali di una cultura della vita e sono davvero tanti, magari si vedono meno, però ci sono. Peraltro, lo slittamento, lo smottamento verso una cultura della morte purtroppo c’è stato ed è in atto. I delitti contro la vita sono tantissimi, da quelli microscopici a quelli macroscopici”.

L’amore è della famiglia
Di sfida antropologica parla mons. Carlos Simòn Vazquez, Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e sul ruolo della famiglia in questa sfida afferma:

“La famiglia è in grado di manifestare al mondo che l’uomo è un essere irrepetibile, unico, prezioso. La famiglia è in grado di mostrare questa singolarità. Questa unione famiglia e vita ha come denominatore comune l’amore. E quindi riscoprire la questione antropologia porterebbe alla riscoperta di questa logica dell’amore sia nell’istituto familiare e matrimoniale, sia nella vita. E questa è la bella notizia, la buona notizia che il mondo di oggi può ricevere”.

Nel messaggio fatto pervenire alla Giornata di studi da parte del presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, mons. Zygmunt Zimowski, oltre a sottolineare l’importanza dell’iniziativa, si rivolge agli operatori Sanitari e scrive loro: “Dobbiamo essere coraggiosi difensori della vita umana”.
Radio Vaticana”
Radio Maria
Dopo 20 anni l'”Evangelium Vitae” è sempre attuale

“Rispettare la dignità umana e promuovere la vita è una luce che la Chiesa continua ad accendere a difesa dell’umanità e del Vangelo”. Così si è espresso mons. Jean-Marie Mate Musivi Mupendawatu, segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, a margine della giornata di studio, tenutasi oggi presso l’aula San Pio X, per i vent’anni della “Evangelium vitae”. L’anniversario, che coincide con il giorno in cui la Chiesa ricorda l’Annunciazione del Signore, è stato preceduto ieri sera da una veglia internazionale di preghiera, che si è svolta contemporaneamente presso i santuari di Fatima, Lourdes

A vent’anni esatti dalla pubblicazione dell’”Evangelium vitae”, mons. Mupendawatu sottolinea l’attualità dell’Enciclica con cui San Giovanni Paolo II ha manifestato la verità sul valore e l’inviolabilità della vita umana, da quella nascente a quella sua via del tramonto:

“Rispettare questa dignità e promuovere questa vita stessa che è dono di Dio nell’uomo è un compito non solo della Chiesa, ma di tutta l’umanità, di tutto il mondo. E’ una luce che ancora oggi la Chiesa continua ad accendere per tutti, perché la difesa della vita è la difesa dell’umanità, di noi stessi”.

Lo “scarto” dell’aborto e dell’eutanasia

E sulla continuità tra il contenuto dell’”Evangelium vitae” e le parole di Papa Francesco nel condannare la cultura dello scarto, il segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari aggiunge:

“Lo scarto oggi – possiamo dire – che è il bambino cui non si dà questa opportunità di nascere, come Dio vuole. Questa è quindi spesso per decisione degli uomini, certamente per decisioni immorali, di diventare scarto per la nostra società. E ce ne sono tanti, tanti… Non solo questo, c’è anche l’eutanasia: quindi anche gli anziani, i malati fanno parte di questo scarto di cui parla Francesco oggi. Tutte le vittime dei conflitti, delle guerre, i morti che sono provocati dall’odio, dal non riconoscere il fratello, dal non riconoscere che la vita è di Dio. Noi l’amministriamo, ma non siamo noi i padroni della vita”.

Segnali di vita e cultura di morte
Ma come e quanto è cambiato il contesto socioculturale dell’”Evangelium vitae” in questi vent’anni? Mons. Mauro Cozzoli, consultore del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari e ordinario di Teologia morale alla Pontificia Università Lateranense:

“Non è cambiato molto anzi per certi aspetti, pur essendo tanti i segnali di una cultura della vita e sono davvero tanti, magari si vedono meno, però ci sono. Peraltro, lo slittamento, lo smottamento verso una cultura della morte purtroppo c’è stato ed è in atto. I delitti contro la vita sono tantissimi, da quelli microscopici a quelli macroscopici”.

L’amore è della famiglia
Di sfida antropologica parla mons. Carlos Simòn Vazquez, Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e sul ruolo della famiglia in questa sfida afferma:

“La famiglia è in grado di manifestare al mondo che l’uomo è un essere irrepetibile, unico, prezioso. La famiglia è in grado di mostrare questa singolarità. Questa unione famiglia e vita ha come denominatore comune l’amore. E quindi riscoprire la questione antropologia porterebbe alla riscoperta di questa logica dell’amore sia nell’istituto familiare e matrimoniale, sia nella vita. E questa è la bella notizia, la buona notizia che il mondo di oggi può ricevere”.

Nel messaggio fatto pervenire alla Giornata di studi da parte del presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, mons. Zygmunt Zimowski, oltre a sottolineare l’importanza dell’iniziativa, si rivolge agli operatori Sanitari e scrive loro: “Dobbiamo essere coraggiosi difensori della vita umana”.
Radio Vaticana

I poveri figli della globalizzazione.Don Gallo ci manchi

Copia di 800px-Don_Gallo

La globalizzaazione , madre.generatrice di povertà nel mondo moderno,rovina dell’umaniità, antitesi del concetto evangelico di Cristo.Ma cos’è la globalizzazione? E’ selezione del ricco, raro animale putrido. ai danni di tutta un’umanità sofferente. Già,
il globo,il mostro che da un’origine vergine si fa belua,carogna, iena, concimaia, vomitevole,gettando nel lastrico intere generazioni.Ed è da una così mostruosa evoluzione che oggi si contano, solo in Italia,9 milioni 563 mila poveri .
Sono 9 milioni 563 mila i poveri relativi in Italia, pari al 15,8% della popolazione.
Di questi, quasi la metà, 4 milioni 814 mila persone (l’8% della popolazione), vive in condizioni di povertà assoluta, cioè non riesce ad acquistare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa. Un dato record, quest’ultimo, dal 2005. E’ un’Italia sempre più in difficoltà quella che emerge dal report dell’Istat diffuso ieri. Anche a causa della crisi economica, le persone che non ce la fanno ad arrivare a fine mese sono in aumento: nel 2011 gli indigenti in termini relativi (coloro la cui spesa per consumi è inferiore alla linea di povertà) erano il 13,6% della popolazione, i più poveri tra i poveri il 5,7%. Nel 2012 questi due valori sono aumentati rispettivamente fino al 15,8% e all’8%.
QUASI LA META’ DEI PIU’ POVERI VIVE AL SUD. Sono 2 milioni 347 mila i poveri assoluti che risiedono nel Mezzogiorno (1 milione 828 mila nel 2011). In generale, tra le persone che vivono in miseria, 1 milione 058 mila sono minori (723 mila nel 2011, l’incidenza in un anno è salita dal 7% al 10,3%) e 728 mila anziani (707 mila nel 2011 con un’incidenza del 5,8% per entrambi gli anni). 1 milione 506 mila sono membri di famiglie operaie (incidenza salita dall’8,5% all’11%) e 764 mila di famiglie con a capo una persona disoccupata (da 18,6% a 27,3%).
COLPITE LE FAMIGLIE PIU’ NUMEROSE E I GIOVANI. L’incidenza di povertà assoluta aumenta tra le famiglie con tre (dal 4,7% al 6,6%), quattro (dal 5,2% all’8,3%) e cinque o più componenti (dal 12,3% al 17,2%); tra le famiglie composte da coppie con tre o più figli (dal 10,4% al 16,2%), con tre figli minori (dal 10,9% al 17,1%) e tra quelle di monogenitori (dal 5,8% al 9,1%).
L’incidenza di povertà assoluta riguarda l’8,1% delle famiglie con persona di riferimento entro i 34 anni d’età e il 7,4% di quelle con a capo una persona tra i 35-44 anni. L’unico segnale di miglioramento si osserva, in termini relativi, per le persone anziane sole (incidenza passa da 10,1% a 8,6%), anche perché hanno un reddito da pensione, per gli importi più bassi adeguato alla dinamica inflazionistica.
RELATIVAMENTE POVERA UNA FAMIGLIA SU 5 CON DUE FIGLI MINORI. Nel 2012 il 20,1% delle famiglie con due figli minori risulta relativamente povero. Stessa sorte anche per il 15,7% dei nuclei con un solo minore. Nel 2011 questa incidenza era pari rispettivamente al 16,2% e al 13,5%.
INDIGENZA RIGUARDA OPERAI E DISOCCUPATI, MA ANCHE DIRIGENTI. Aumentano le famiglie di operai in povertà assoluta: in un anno l’incidenza passa dal 7,5% al 9,4%.
Il dato è in aumento pure tra gli impiegati e i dirigenti (dall’1,3% al 2,6%), anche se la crescita più marcata si registra per le famiglie con a capo una persona non occupata: dall’8,4% all’11,3% se in condizione non professionale, dal 15,5% al 23,6% se in cerca di occupazione. Quest’ultimo dato sale fino al 35,6% se si considerano le famiglie relativamente povere. Al Sud, in particolare, è relativamente povera una famiglia su due tra quelle con a capo un disoccupato.
SICILIA E PUGLIA LE ‘PIU’ POVERE’. L’incidenza della povertà relativa tra le famiglie raggiunge il 29,6% in Sicilia, il 28,2% in Puglia e il 27,4% in Calabria. I valori più bassi vengono registrati invece Trento (4,4%), Emilia Romagna (5,1%) e Veneto (5,8%). In generale, al nord è relativamente povero il 6,2% delle famiglie, al Centro il 7,1% e al Sud il 26,2%. 2,8%.
FAMIGLIE A RISCHIO POVERTA’. Si tratta di nuclei con una spesa per consumi equivalente superiore, ma molto prossima, alla linea di povertà.
La quota sale al 4,7% nel Mezzogiorno. Con una spesa improvvisa queste famiglie potrebbero cadere in povertà. In generale, le famiglie quasi povere sono il 5,6%. Se a queste si sommano le famiglie povere (12,7%), risulta che in Italia è povera o quasi povera circa una famiglia su cinque.
E qui sta il grande rimpianto della perdita di un sacerdote come don Gallo. Qulacuno lo ha descritto così:”Il sigaro, il cappello, la voce roca, le sue verità rivoluzionarie. E’ morto a Genova Don Gallo (si chiamava Andrea, ma restava sempre sottinteso), da diversi giorni in condizioni di salute critiche. Don Gallo lo guardavi, lo sentivi parlare, e non potevi fare a meno di pensare che strano corpaccione fosse la Chiesa cattolica italiana, capace di contenere lui insieme a Ruini, Scola, Andreotti, Comunione e liberazione… Prete, comunista, anarchico, no global, irriducibile dei “movimenti”, sempre dalla parte degli “ultimi”. La copertina di uno dei suoi tanti libri (“Non uccidete il futuro dei giovani”) lo ritrae in campo rosso con il basco, il pugno alzato, la bandiera della pace: un Che Guevara anziano e con la tonaca. Al G8 di Genova, nel 2001, si spese moltissimo. Incontrò Manu Chao per organizzare il concerto del musicista-icona dell’epoca, vide l’attacco immotivato dei carabinieri al corteo dei Disobbedienti di Casarini: “Una vera imboscata”, dirà a caldo pochi giorni dopo, e “Carlo muore”. Anche lui, di fronte alla “caccia all’uomo” in piazza e “al vergognoso termine della Diaz”, prova in quei giorni lo spiazzamento di chi ha “tutt’ora tanti amici nelle forze dell’ordine”.
Don Gallo, ci manchi.Il mondo sarebbe diverso con te! Chiedi a Dio che ne arrivino altri come te e Papa Francesco. Grazie, don Andrea, per il bene che hai fatto e le sofferenze che hai dovuto ingiustamente sopportare…
Giulio Zignani

La settimana santa di don Paolo Tonghini

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Notizie

Paolo Tonghini
4 h ·
Siamo alla vigilia della Domenica delle Palme, che dà inizio alla Grande Settimana, la più grande e importante di tutto l’anno, la Settimana Santa, e le palme e gli ulivi che vengono benedetti in tutto il mondo e che vengono portati nelle case e donati alle persone care come segno di autentica pace, quella di Dio che in Gesù Suo Figlio ci ha rivelato integralmente, pare versino lacrime…lacrime di guerre in tante parti del mondo, lacrime di violenze terroristiche, lacrime di traffici disumani come il traffico di esseri umani e le nuove schiavitù, lacrime di ingiustizie ed efferettezze che si scatenano persino sulle creature innocenti, quali sono i bambini. Gridiamo a Dio il dono della pace. “Sia Shalom”.
Mi commuove e mi fa molto riflettere come Gesù, il Maestro, che pur essendo il Creatore di tutto e di tutti, la stessa ragione della nostra esistenza, l’origine della bellezza del creato, ami sempre vestire gli abiti dell’umiltà. come fosse l’ultimo di tutti. Ce lo presenta così San Paolo nella seconda lettura di questa Domenica (Fil 2,6-11): “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò u tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo…”
La gente semplice non conosce affatto la pericolosità dell’orgoglio che si fa esibizione di superbia, che fa degli uomini “lo sgabello dei suoi piedi” e li rende “oggetti della sua ambizione”, fino alla guerra, che da troppo tempo in alcuni angoli della terra sta riempiendo il cuore degli uomini buoni, che Dio ama, di lacrime di dolore e di speranza. La gente semplice ha conservato e conserva tuttora gli occhi del cuore “puri”, capaci di contemplare la Bontà di Dio. E assimilarla!
Per la gente semplice di Gerusalemme e che si trovava lì per la Festa di Pasqua, Gesù era l’uomo dolce, il Salvatore, l’amico vero che non ti usava, ma ti faceva crescere nella vita e nella gioia autentica. Bastava vederlo per accorgersi e capire che Lui era solo “Amore senza fine”.
Il punto che mi colpisce di più nel “Passio”, ossia il racconto della Passione di Gesù che ascoltiamo in questa domenica, tratto dal Vangelo di Marco, è la forte provocazione lanciata a Gesù dai piedi della Croce: “Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo”…straziante, lancinante, perforante!!! Qualsiasi re, qualsiasi potente, qualsiasi uomo, scenderebbe dalla croce. Gesù no!!!!!!!!!!!
Solo un Dio non scende dal legno, solo il nostro Dio, il Dio Padre di Gesù è totalmente differente: è il Dio che entra nella tragedia umana, entra nella morte perchè da lì passa ogni suo figlio. E sale sulla croce per essere con me, integralmente, totalmente, e come me, così che io possa essere con Lui e come Lui.
Ecco il Mistero ineffabile, profondo, stupendo…tutto Amore, solo Amore, pienamente Amore! Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce, perchè il primo dovere dell’amore è di essere con l’amato, unito all’amato, incollato a lui, per poi trascinarlo incollato a lui nel mattino di Pasqua, nella Luce sfolgorante della Risurrezione.
Se Gesù non avesse fatto questo ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio!
Solo la croce ci toglie ogni dubbio, perchè la croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante…e solo il linguaggio dell’amore spiega Dio.
Sia una buona Settimana Santa per tutti voi…e dove arriva la palma benedetta e l’ulivo benedetto, che arrivi Gesù: nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nei nostri amici, nelle nostre piazze e…persino nei nostri palazzi governativi con il coraggio di dirci: “La pace di Dio sia con te e con tutto il mondo”. Non quella ricavata dai nostri pozzi di petrolio, ma quella che scende dal Cielo.
Serena Settimana Santa!!!

I mestieri scomparsi

I Mestieri scomparsi

NON C’E’ PIU’ EL PABIE’ER, EL GRAPE’ER, EL TRIPE’ER….

Soresina
I ragazzi delle terze medie hanno a suo tempo condotto un’ inchiesta oltremodo interessante quanto faticosa. Infatti sono andati di casa in casa, alla ricerca delle persone più anziane che sapessero raccontare loro i ” mestieri ” di una volta, ora purtroppo scomparsi, perchè spazzati via dal progresso. Ne hanno intervistato una cinquantina e sono riusciti a compilare come un vocabolario dei mestieri scomparsi. Vediamoli: El basulòn, cioè il portatore di pesi, portava in giro generi di prima necessità. El pabièer venditore di pere cotte. El vecia invece proponeva prodotti da pulire. El grapèer vendeva la grappa nelle cascine. El tripèer vendeva la trippa. El palèer aveva il carro stracolmo di attrezzi. El giasèer vendeva il ghiaccio perchè non c’era ancora il frigorifero. El limunèer venditore di limoni. El patunèer vendeva il castagnaccio. El maièer è l’equivalente di magliaio. Chei de li càagni, ambulanti che vendevano tessuti nelle cascine. El pesèer era il pescivendolo in bicicletta. La patèra vendeva indumenti usati. L’ umbrelèer venditore di ombrelli e di setacci. Le scarpèer vendeva zoccoli trascinando con la bicicletta un carrettino. Li castagnini scendevano dalle momtagne e vendevano castagne e nocciole. El furmagèer venditore ambulante di formaggi. El caagnèer venditore di cesti, canestri e panieri. I caagnin fabbricavano cesti con rami lunghi e sottili detti “stropi”. El turcèer venditore di olio di linosa. L’ustèer venditore di vino sfuso. El gelatèer si muoveva con un triciclo per vendere gelati. El marengòn o legnamè faceva il falegname nelle cascine. El rutamàt raccoglitore di robe vecchie. El magnàa stagnava i paiuoli. El selèer serviva a bardare il cavallo da sella. El fera caai applicava i ferri agli zoccoli dei cavalli. I spasacamèn scendevano dalle montagne per pulire i camini. El menalàt trasportava latte. El mulinèer macinava il grano nel mulino.

Giulio Zignani

San Francesco d’Assisi

“Partecipiamo troppo spesso alla globalizzazione dell´indifferenza; cerchiamo invece di vivere una solidarietà globale.”
venerdì 27 marzo 2015 – S. Lidia martire

La Storia di San Francesco d’Assisi

 

“Partecipiamo troppo spesso alla globalizzazione dell´indifferenza; cerchiamo invece di vivere una solidarietà globale.”
venerdì 27 marzo 2015 – S. Lidia martire
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Buon Signore, il Luminoso Prospetto della Magnifica Allegrezza dedicato alle mie Nozze (di Dorotea Marcella Sarno) in Operò di Santo Spirito, dona la pace alla nostra famiglia cristiana in Eterno. DOROTEA MARCELLA OSA     •     Carissimo santo prega per noi Silvio Iengo     •     Buon Signore, il Paradiso che vivo con Te, è l’apice del tenerissimo Custode d’Amore. DOROTEA MARCELLA OSA     •     CARISSIMO SANTO PREGA PER NOI SILVIO IENGO     •     Cara san Francesco ti chiedo una grazia affinchr io e mia moglie possiamo avere le grazie che ti chiedo ogno giorno prega per noi attraverso Dio     •     Caro san Francesco fai che la mia amica Elisa possa superare i problemi di salute, vorrei aiutarla le voglio bene     •     Buon Signore, la preghiera con Te dona Grazia, che è vita nella opera salvifica d’amore. DOROTEA MARCELLA OSA     •     Carissimo santo prega per noi Silvio Iengo     •     CARISSIMO SANTO PREGA PER NOI SILVIO IENGO     •     Buon Signore, la Tua verità di fede illumina la strada. DOROTEA MARCELLA OSA

La Storia di San Francesco d’Assisi

Storia San FrancescoSan Francesco d’Assisi nacque ad Assisi nel 1182 ca. e morì nel 1226. Giovanni Francesco Bernardone, figlio di un ricco mercante di stoffe, istruito in latino, in francese, e nella lingua e letteratura provenzale, condusse da giovane una vita spensierata e mondana; partecipò alla guerra tra Assisi e Perugia, e venne tenuto prigioniero per più di un anno, durante il quale patì per una grave malattia che lo avrebbe indotto a mutare radicalmente lo stile di vita: tornato ad Assisi nel 1205, Francesco si dedicò infatti a opere di carità tra i lebbrosi e cominciò a impegnarsi nel restauro di edifici di culto in rovina, dopo aver avuto una visione di san Damiano d’Assisi che gli ordinava di restaurare la chiesa a lui dedicata.

Il padre di Francesco, adirato per i mutamenti nella personalità del figlio e per le sue cospicue offerte, lo diseredò; Francesco si spogliò allora dei suoi ricchi abiti dinanzi al vescovo di Assisi, eletto da Francesco arbitro della loro controversia. Dedicò i tre anni seguenti alla cura dei poveri e dei lebbrosi nei boschi del monte Subasio. Nella cappella di Santa Maria degli Angeli, nel 1208, un giorno, durante la Messa, ricevette l’invito a uscire nel mondo e, secondo il testo del Vangelo di Matteo (10:5-14), a privarsi di tutto per fare del bene ovunque.

Tornato ad Assisi l’anno stesso, Francesco iniziò la sua predicazione, raggruppando intorno a sé dodici seguaci che divennero i primi confratelli del suo ordine (poi denominato primo ordine) ed elessero Francesco loro superiore, scegliendo la loro prima sede nella chiesetta della Porziuncola. Nel 1210 l’ordine venne riconosciuto da papa Innocenzo III; nel 1212 anche Chiara d’Assisi prese l’abito monastico, istituendo il secondo ordine francescano, detto delle clarisse. Intorno al 1212, dopo aver predicato in varie regioni italiane, Francesco partì per la Terra Santa, ma un naufragio lo costrinse a tornare, e altri problemi gli impedirono di diffondere la sua opera missionaria in Spagna, dove intendeva fare proseliti tra i mori.

Storia San FrancescoNel 1219 si recò in Egitto, dove predicò davanti al sultano, senza però riuscire a convertirlo, poi si recò in Terra Santa, rimanendovi fino al 1220; al suo ritorno, trovò dissenso tra i frati e si dimise dall’incarico di superiore, dedicandosi a quello che sarebbe stato il terzo ordine dei francescani, i terziari. Ritiratosi sul monte della Verna nel settembre 1224, dopo 40 giorni di digiuno e sofferenza affrontati con gioia, ricevette le stigmate, i segni della crocifissione, sul cui aspetto, tuttavia, le fonti non concordano.

Francesco venne portato ad Assisi, dove rimase per anni segnato dalla sofferenza fisica e da una cecità quasi totale, che non indebolì tuttavia quell’amore per Dio e per la creazione espresso nel Cantico di frate Sole, probabilmente composto ad Assisi nel 1225; in esso il Sole e la natura sono lodati come fratelli e sorelle, ed è contenuto l’episodio in cui il santo predica agli uccelli. Francesco, che è patrono d’Italia, venne canonizzato nel 1228 da papa Gregorio IX. Viene sovente rappresentato nell’iconografia tradizionale nell’atto di predicare agli animali o con le stigmat