Gli aforismi di Francesco di Simone per i poveri

IL DI SIMONE PENSIERO “Molti sono i poveri. Per i tre quarti almeno degli uomini che appartengono alla classe operaia, agricola o industriale, là vi è una lotta d’ogni giorno per conquistarsi i mezzi indispensabili all’esistenza. Essi lavorano e da questo assiduo, monotono, penoso lavoro, ritraggono appena il necessario alla vita fisica “. Così esordisce Francesco di Simone, un attento osservatore del mondo che gli sta attorno. E’ sempre interessante parlare con lui. Che dice dell’ idea di chi vorrebbe insegnare ai poveri il dovere di progredire, parlar loro di vita intellettuale e morale, di diritti politici, di educazione, nell’ordine sociale attuale, come propugnano i proclami dei politici nei giorni nostri? ” Direi che è una vera ironia. Essi non hanno tempo né mezzi per progredire “. Perchè ? ” Spossati, affranti, pressoché istupiditi da una vita spesa in un cerchio di poche operazioni meccaniche, essi v’imparano un muto, impotente, spesso ingiusto rancore contro la classe degli uomini, che l’impiegano; c’ è chi cerca l’oblio dei dolori presenti e dell’incertezza del domani negli stimoli delle forti bevande, e si corica in luoghi ai quali è meglio adatto il nome di covile che non quello di stanza, per ridestarsi allo stesso esercizio delle forze fisiche “. Che fare allora ? ” E’ tristissima condizione e bisogna mutarla.Voi poveri siete uomini, e come tali avete facoltà, non solamente fisiche, ma intellettuali e morali, che è vostro dovere di sviluppare. Figli tutti di Dio e fratelli in Lui e tra noi, noi siamo chiamati a formare una sola grande famiglia “. L’ utopia dell’ uguaglianza? ” In questa famiglia possono esistere disuguaglianze generate dalle diverse abitudini, dalle diverse capacità, dal diverso desiderio di lavoro; ma un principio deve signoreggiarla: qualunque è disposto a dare per il bene di tutti, ciò ch’egli può di lavoro, deve ottenere compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto tutti gli aspetti che la definiscono. E’ questo l’ideale al quale dobbiamo tutti studiar modo d’avvicinarci più sempre di secolo in secolo”. E se ciò non avviene? ” Ogni mutamento, ogni rivoluzione che non vi s’accosti d’un passo, che non faccia corrispondere al progresso politico un progresso sociale, che non promuova d’un grado il miglioramento materiale delle classi più povere, viola il disegno di Dio, si riduce a una guerra di fazioni contro fazioni in cerca di una dominazione illegittima: è una menzogna ed un male “. Ma fino a qual punto possiamo raggiungere oggi lo scopo? E come, per quali vie possiamo raggiungerlo? ” Taluni fra più timidi amici hanno cercato il rimedio nella moralità dell’operaio, mentre la società che vive del lavoro e chiede, ogni qualvolta è minacciata, tributo di sangue ai figli del popolo ha debiti sacri verso di loro”. Si deve allora lasciare libero il campo agli economisti? ” Altri, non nemici, ma poco curanti del popolo e del grido di dolore che sorge dalle viscere degli uomini del lavoro, paurosi d’ogni innovazione potente, e legati a una scuola detta degli economisti, che combatté con merito e con vantaggio tutte le battaglie della libertà, dell’industria, ma senza por mente alla necessità di progresso e di associazione, inseparabili anch’esse dalla natura umana, sostennero e sostengono, come i filantropi, che ciascuno può anche nella condizione di cose attuale, edificare colla propria attività la propria indipendenza; che ogni mutamento nella costituzione del lavoro riuscirebbe superfluo o dannoso; e che la formula ciascuno per sé, libertà per tutti è sufficiente a creare a poco a poco un equilibrio approssimativo d’agi e conforti fra le classi che costituiscono la Società “. Cosa’ è questo, egoismo altruistico? “Libertà di traffici interni, libertà di commercio fra le nazioni, abbassamento progressivo delle tariffe daziarie specialmente sulle materie prime, incoraggiamenti dati generalmente alle grandi imprese industriali, alla moltiplicazione delle vie di comunicazione, alle macchine che rendono più attiva la produzione: questo è quanto, secondo gli economisti, può farsi dalla Società: ogni suo intervento al di là è, per essi, sorgente di male. “. Qui Francesco fa una pausa di riflessione, scuote il capo, poi riprende: ” Se ciò fosse vero, la piaga della miseria sarebbe insanabile. Dio ha statuito un migliore avvenire, che non è quello contenuto nei rimedi degli economisti. Quei rimedi non mirano infatti che ad accrescere possibilmente e per un certo tempo la produzione della ricchezza, non a farne più equa la distribuzione “. Allora ben vengano i filantropi. ” Già: mentre i filantropi contemplano unicamente l’uomo e s’affannano a renderlo più morale senza farsi carico d’accrescere, per dargli campo a migliorarsi, la ricchezza comune, gli economisti non guardano che a fecondare le sorgenti della produzione senza occuparsi dell’uomo. Sotto il regime esclusivo di libertà ch’essi predicano e che ha più o meno regolato il mondo economico nei tempi a noi più vicini, i documenti più innegabili ci mostrano aumento d’attività produttrice e di capitali, non di prosperità universalmente diffusa: la miseria delle classi operaie è la stessa di prima. La libertà di concorrere per chi nulla possiede, per chi, non potendo risparmiare sulla giornata, non ha di che iniziare la concorrenza, è menzogna, com’è menzogna la libertà politica per chi mancando di educazione, d’istruzione, di mezzo e di tempo, non può esercitarne i diritti” . Ma oggi c’ è la comunicazione che dà una mano. ” I progressi nei modi di comunicazione, emanciperebbero a poco a poco il lavoro dalla tirannide del commercio della classe intermedia fra la produzione e i consumatori: ma non giovano a emanciparlo dalla tirannide del capitale, non danno i mezzi del lavoro a chi non li ha. E per difetto di un’equa distribuzione della ricchezza, d’un più giusto riparto dei prodotti, d’un aumento progressivo della cifra dei consumatori, il capitale stesso si svia dal suo vero scopo economico, s’immobilizza in parte nelle mani dei pochi invece di spandersi tutto nella circolazione, si dirige verso la produzione d’oggetti superflui, di lusso, di bisogni fittizi, invece di concentrarsi sulla produzione degli oggetti di prima necessità per la vita o si avventura in pericolose e spesso immorali speculazioni “

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