Le nonne e la saggia Nena

Il fattorino, preso un pò come bersaglio dai colleghi, salutò con un sospiro di sollievo il giorno del suo pensionamento, anche perchè, debole con la moglie, non lo era con la scrittura. Gli piaceva osservare ogni cosa: persone e angoli di natura. Aveva un debole per le persone anziane, da cui tutto c’è da imparare, e così andò a trovare i suoi compaesani di Regona, una frazione di 700 anime, dalle coordinate strette ma carica di ricordi: i nonni. Lui, soresinese, ricorda sempre la sua Regona, ove è nato e ha vissuto per tanti anni. Ricorda i nonni. Loro sapevano sempre in anticipo quando cambiava il tempo senza il meteorologo, si orientavano senza bussola e riuscivano a dirti che ora era anche senza l’orologio. Smettevano di lavorare col suono delle campane. Le nonne poi andavano a Pizzighettone a piedi scalzi, con le scarpe in mano, per non consumare le suole. Le nonne: erano tutte scarne, secche, rugose, quasi che una morte ingorda le volesse rapire da un momento all’altro. Ma loro hanno lasciato una luce che oggi, nel bagliore dei multimedia, non si riesce più a scorgere appieno. Ce n’era una, si chiamava Nena, tipico nome del vernacolo nostrano. Era la più vecchia del paese. Quando la salutavi con sorriso, per lei sospetto, ti apostrofava: “Sono volpe vecchia e non mi lascio schiacciare le cipolle sotto agli occhi”. Se replicavi con aria di sufficienza, si spazientiva con una esclamazione: “Esco a prendere un pò d’aria altrimenti impazzisco”. Allora tu, giovane di belle speranze, incominciavi a sfotterla bonariamente, e lei chiudeva il discorso così: “Insensato, mi vuoi ammazzare?”. Non erano forse frasi logiche, ma brandelli di ricordi di gioventù, quando recitava sul palco delle suore e che la mente anchilosata dagli anni non aveva ancora cancellati. Nena, qual è la tua filosofia di vita? “Ma cos’è, roba che si mangia?”. Ma poi si faceva tutta seria ed allora avevi il dubbio che avesse capito tutto quando diceva: “Tanti anni fa ho trovato per terra un’immaginetta con questo pensiero: Coraggio, Matteo, se questo mondo è una valle di lacrime, nell’altro avrai la ricompensa. Macchè ricompensa! Quando si è poverelli non c’è nulla da sperare ed anche in cielo mi si dirà sempre: Matteo, va a metter fuori la luna, Matteo, và a dare una lustratina alle stelle e così via. Sarà sempre il povero Matteo che birla”. Il giovane, fattosi pensoso, dovette battere in ritirata. Che mondo era quello, quando le nonne zappavano i germogli del granoturco perchè crescesse rigoglioso…Zappa, ancora, ancora chè il padrone è là in fondo al campo che ti guarda. Il ricordo si fa rabbioso, ma l’affetto per quelle donne cancella ogni rancore.

Giulio Zignani

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