Paolo VI

Diario Vaticano / Che cosa resta di Paolo VI, prossimo beato

Fu il papa che guidò i primi passi della conferenza episcopale italiana, anche nella strenua difesa del matrimonio indissolubile. Oggi Francesco prende lui il comando della CEI. Con uno spericolato secondo pilota: monsignor Galantino

di Sandro Magister



CITTÀ DEL VATICANO, 19 maggio 2014 –  Nel pomeriggio di oggi papa Francesco introdurrà lui, con un suo discorso, i lavori dell’annuale assemblea plenaria della conferenza episcopale italiana.

Sarà la prima volta che un pontefice compirà un atto di tale portata e significato, anteponendosi al presidente in carica della CEI che prenderà la parola solo il giorno dopo.

È già questo un evento fuori dal comune. Ma in questi stessi giorni sono accaduti altri due fatti che toccano anch’essi nel profondo la vita della Chiesa italiana, nel suo passato, nel suo presente e forse nel suo prossimo futuro.

Il primo è l’annuncio che Paolo VI – il papa che “creò” l’attuale CEI – sarà presto fatto beato.

Il 10 maggio papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto che certifica canonicamente un miracolo attribuito all’intercessione di Paolo VI e nello stesso giorno ha ufficializzato che il rito di beatificazione di papa Giovanni Battista Montini sarà celebrato in Vaticano il 19 ottobre prossimo.

Il secondo fatto è lo scoccare del quarantesimo anniversario del referendum del 12 maggio 1974 che sancì definitivamente l’introduzione del divorzio in Italia.

La legge che consentiva il divorzio era stata votata dal parlamento italiano il 28 novembre del 1970, mentre Paolo VI faceva tappa nelle Filippine durante un suo lungo viaggio in Estremo Oriente e in Oceania. Un gruppo di autorevoli laici cattolici tra i quali Gabrio Lombardi, Sergio Cotta, Augusto Del Noce e Giorgio La Pira promossero un referendum popolare al fine di abrogarla. Il referendum si tenne dopo quasi quattro anni. Ma il proposito di cancellare il divorzio fu respinto dal “no” di quasi il 60 per cento dei votanti.

La Chiesa italiana e Paolo VI per primo vissero come una svolta drammatica quel passaggio epocale.

Ne fanno testo i due discorsi che papa Montini rivolse all’episcopato italiano subito prima e poco dopo quel memorabile 12 maggio 1974.

*

Il primo discorso, del 9 maggio di quell’anno, fu occasionato dall’inaugurazione della nuova sede della conferenza episcopale:

> “Noi siamo lieti…”

Rivolgendosi al consiglio permanente dell’episcopato italiano Paolo VI disse:

“Non possiamo in questo momento tacere la nostra piena adesione alla posizione presa – per fedeltà al Vangelo e al costante magistero della Chiesa universale – dall’episcopato italiano nelle presenti circostanze per la difesa e per la promozione religiosa, morale, civile, sociale e giuridica della famiglia”. 

E aggiunse con la sua densa ed elegante prosa, in epoca web andata fuori moda ma non per questo meno chiara ed efficace:

“L’affermazione, fatta da voi, pastori saggi e responsabili di tutta la comunità ecclesiale italiana, circa l’indissolubilità del matrimonio, fondata sulla  parola di Cristo e sull’essenza stessa della società coniugale, esige anche da noi, e da noi per primi, aperta conferma, la quale non è suggerita da una considerazione unilaterale della questione, né vuole avere alcuna risonanza polemica, ma vuole pubblicamente riconoscere l’autorevolezza della vostra pastorale notificazione, e vuole insieme riproporre con fiducioso rispetto a quanti hanno a cuore l’incondizionata pienezza dell’amore fra i coniugi, la saldezza dell’istituto familiare, la protezione doverosa e l’educazione amorosa della prole da parte dei genitori, un tema quanto mai grave”.

*

Il successivo discorso di Paolo VI ai vescovi italiani riguardante l’ormai confermata legge del divorzio risale invece all’8 giugno 1974, nell’omelia della messa che papa Montini concelebrò durante l’assemblea generale della CEI di quell’anno:

> “Eccoci ancora una volta uniti…”

In essa Paolo VI lamentò così l’esito del referendum:

“Esso ha procurato a noi la dolorosa conferma di vedere documentato quanti cittadini di codesto sempre dilettissimo Paese non siano stati solidali in un esperimento relativo a un tema, l’indissolubilità del matrimonio, che avrebbe dovuto, per indiscutibili ragioni civili e religiose, trovarli assai più concordi e più comprensivi”.

In più, Paolo VI criticò in modo fermissimo quei consistenti settori di mondo cattolico che avevano rifiutato di appoggiare il referendum contro il divorzio, ed anzi, si erano pronunciati pubblicamente per il “no” all’abrogazione della legge:

“Faremo un paterno appello agli ecclesiastici e religiosi, agli uomini di cultura e di azione, e a tanti carissimi fedeli e laici di educazione cattolica, i quali non hanno tenuto conto, in tale occasione, della fedeltà dovuta ad un esplicito comandamento evangelico, ad un chiaro principio di diritto naturale, ad un rispettoso richiamo di disciplina e comunione ecclesiale, tanto saggiamente enunciato da codesta conferenza episcopale e da noi stessi convalidato: li esorteremo tutti a dare testimonianza del loro dichiarato amore alla Chiesa e del loro ritorno alla piena comunione ecclesiale, impegnandosi con tutti i fratelli nella fede al vero servizio dell’uomo e delle sue istituzioni, affinché queste siano internamente sempre più animate da autentico spirito cristiano”.

*

Oggi queste parole di Paolo VI di quarant’anni fa potrebbero provocare non pochi sorrisi di commiserazione anche all’interno di quella Chiesa che si appresta ad elevarlo alla gloria degli altari.

Rimangono però scolpite per sempre quelle sue frasi a sostegno della “indissolubilità del matrimonio fondata sulla parola di Cristo e sull’essenza stessa della società coniugale”, da difendere e promuovere per la “fedeltà dovuta ad un esplicito comandamento evangelico”.

Continua a restare impresso quel suo appello alla “promozione” della famiglia come realtà non solo  “religiosa” e “morale” ma anche “civile, sociale e giuridica”.

Nonché continua a valere intatto quel suo riferimento al “costante magistero della Chiesa universale”.

Sono frasi e riferimenti che non appartengono, quindi, solo a un Giovanni Paolo II ossessivamente fissato su vita e famiglia – come molti amano pensare – ma anche a quel Paolo VI che oggi nell’immaginazione di tanti viene dipinto come un papa più aperto alla modernità del suo successore polacco e meno incline di lui a intervenire di persona e pubblicamente in campo politico; insomma, come un antesignano di papa Francesco.

Il 19 ottobre, quando Paolo VI sarà proclamato beato da papa Francesco, si concluderà anche la prima sessione del prossimo sinodo dei vescovi, convocato proprio sul tema della famiglia. 

È facile prevedere che la questione dell’introduzione del divorzio nelle legislazioni civili non sarà questa volta al centro della discussione sinodale. Perché l’argomento principale di disputa è piuttosto diventato – con toni particolarmente accesi – quello della comunione ai divorziati risposati.

E già questa è una variazione non da poco. E come se dalla disputa nell’agorà pubblica sulla dissoluzione del matrimonio come istituto “naturale” – autorizzata ormai quasi ovunque dalle leggi del divorzio – si sia passati ora alla disputa tutta interna alla Chiesa sulla dissoluzione del matrimonio “sacramentale”, di fatto presupposta da chi vuole dare la comunione ai divorziati risposati.

Dissoluzione ormai teorizzata apertamente – come “coraggiosa riformulazione della dottrina della indissolubilità” una volta constatata dai coniugi “la morte del vincolo” – da un teologo come Andrea Grillo, professore al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, in un’intervista a “il Foglio” del 13 maggio scorso e in un libro uscito in questi giorni in Italia:

A. Grillo, “Indissolubile? Contributo al dibattito sui fedeli divorziati risposati”, Cittadella Editrice, Assisi, 2014.

Ma, in un futuro non lontano, altrettanto incandescente potrà essere il dibattito sull’atteggiamento pastorale da tenersi nei confronti dei “matrimoni” o unioni tra persone dello stesso sesso. Basta vedere la guerra senza quartiere che infuria a questo proposito, da anni, nella comunione anglicana.

In questo contesto sarà interessante misurare se e come le parole chiare e nette pronunciate dal Paolo VI quarant’anni fa saranno ricordate e attualizzate. Al sinodo domani. E tra i vescovi italiani oggi.

Tra i quali, intanto, hanno creato stupore e scalpore le dichiarazioni del segretario generale imposto da papa Francesco alla CEI, il vescovo Nunzio Galantino, in un’intervista di pochi giorni fa:

“In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro”.

E ancora, in risposta alla domanda “Qual è il suo augurio per la Chiesa italiana?”:

“Che si possa parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucarestia ai divorziati, di omosessualità, senza tabù, partendo dal Vangelo e dando ragioni delle proprie posizioni”.

__________


Circa la considerazione che papa Francesco ha di Paolo VI, si veda il giudizio straordinariamente positivo che egli ha dato della più contestata enciclica di quel papa prossimo beato:

> Francesco, il papa della “Humanae vitae”



__________

19.5.2014

 

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