Il colosseo

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Colosseo

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Amphitheatrum Flavium
Colosseum in Rome-April 2007-1- copie 2B.jpg

Il Colosseo visto di sera

Civiltà romana
Utilizzo anfiteatro
Epoca 72 d.C. (costruzione) – 80 d.C. (inaugurazione) – VI secolo d.C. o 523 d.C.(ultimo spettacolo)
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Roma-Stemma.png Roma
Altitudine 15,32 m s.l.m.
Dimensioni
Superficie 3 357 
Altezza 48,5 m (altezza attuale)
Amministrazione
Patrimonio Centro storico di Roma
Ente Parco archeologico del Colosseo
Responsabile Alfonsina Russo
Visitabile
Sito web parcocolosseo.it
Mappa di localizzazione

Coordinate41°53′25″N 12°29′32″E (Mappa)

UNESCO white logo.svg Bene protetto dall’UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell’umanità
Centro storico di Roma, le proprietà extraterritoriali della Santa Sede nella città e la basilica di San Paolo fuori le mura
(ENHistoric Centre of Rome, the Properties of the Holy See in that City Enjoying Extraterritorial Rights and San Paolo Fuori le Mura
Colosseum-exterior-2007.JPG
Tipo Culturali
Criterio (I)(II)(III)(IV)(V)
Pericolo In parte in pericolo
Riconosciuto dal 1980
Scheda UNESCO (ENScheda
(FRScheda
(LA)«Quamdiu stabit Colyseus stabit et Roma;
cum cadet Colyseus cadet et Roma;
cum cadet Roma cadet et mundus»
(IT)«Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma;
quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma;
quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo»
(Profezia di Beda il VenerabileVIII secolo)

Il Colosseo, originariamente conosciuto come Amphitheatrum Flavium ( in italianoAnfiteatro Flavio) o semplicemente come Amphitheatrum, è il più grande anfiteatro del mondo[1], situato nel centro della città di Roma. In grado di contenere un numero di spettatori stimato tra 50.000 e 75.000 unità, è il più importante anfiteatro romano, nonché il più imponente monumento dell’antica Roma che sia giunto fino a noi[2], conosciuto in tutto il mondo come simbolo della città di Roma e uno dei simboli d’Italia.

Inserito nel 1980 nella lista dei Patrimoni dell’umanità dall’UNESCO, assieme a tutto il Centro storico di Roma, le Zone extraterritoriali della Santa Sede in Italia e la Basilica di San Paolo fuori le mura, nel 2007 il complesso, unico monumento europeo, è stato anche inserito fra le Nuove sette meraviglie del mondo, a seguito di un concorso organizzato da New Open World Corporation (NOWC).

L’anfiteatro è stato edificato in epoca Flavia su un’area al limite orientale del Foro Romano. La sua costruzione fu iniziata da Vespasiano nel 72 d.C. ed inaugurato da Tito nell’80, con ulteriori modifiche apportate durante l’impero di Domiziano nel 90. L’edificio forma un ovale di 527 m di perimetro, con assi che misurano 187,5 e 156,5 m. L’arena all’interno misura 86 × 54 m, con una superficie di 3.357 m². L’altezza attuale raggiunge 48,5 m, ma originariamente arrivava a 52 m. La struttura esprime con chiarezza le concezioni architettoniche e costruttive romane della prima Età imperiale, basate rispettivamente sulla linea curva e avvolgente offerta dalla pianta ovale e sulla complessità dei sistemi costruttivi. Archi e volte sono concatenati tra loro in un serrato rapporto strutturale.

Il nome “Colosseo” si diffuse solo nel Medioevo e deriva dalla deformazione popolare dell’aggettivo latino “colosseum” (traducibile in “colossale”, come appariva nell’Alto Medioevo tra le casette a uno o due piani)[3] o, più probabilmente, dalla vicinanza della colossale statua bronzea di Nerone che sorgeva nei pressi.[4] Presto l’edificio divenne simbolo della città imperiale, espressione di un’ideologia in cui la volontà celebrativa giunge a definire modelli per lo svago e il divertimento del popolo.

Anticamente era usato per gli spettacoli di gladiatori e altre manifestazioni pubbliche (spettacoli di caccia, rievocazioni di battaglie famose, e drammi basati sulla mitologiaclassica). La tradizione che lo vuole luogo di martirio di cristiani è destituita di fondamento[5]. Non più in uso dopo il VI secolo, l’enorme struttura venne variamente riutilizzata nei secoli, anche come cava di materiale. Oggi è un simbolo della città di Roma e una delle sue maggiori attrazioni turistiche sotto forma di monumento archeologicoregolarmente visitabile.

Oggi le sue condizioni di salute destano preoccupazione, visto che studi sulla sua struttura hanno evidenziato oltre 3.000 lesioni e un esteso stato fessurativo[6]. Inoltre, nel 2012 è avvenuta la scoperta di un’inclinazione di 40 cm della struttura, probabilmente a causa di un cedimento della platea di fondazione su cui poggia[7].

Nel 2017 il circuito archeologico del Colosseo, Foro Romano e Palatino ha ottenuto 7 036 104 visitatori, risultando il secondo sito museale statale italiano più visitato, alle spalle del Pantheon[8].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

«Taccia la barbara Menfi il prodigio delle piramidi, né il lavoro degli Assiri esalti più Babilonia; né siano celebrati gli effeminati Ioni per il tempio di Diana; l’altare dei molteplici corni faccia dimenticare Delo; né i Cari portino più alle stelle, con lodi sperticate, il Mausoleo proteso nel vuoto. Ogni opera cede dinanzi all’Anfiteatro dei Cesari, la fama parlerà ormai d’una sola opera al posto di tutte»
(MarzialeLiber de spectaculis, 1-7-8)

Costruzione[modifica | modifica wikitesto]

Sesterzio con la rappresentazione del Colosseo e dei suoi giochi

Il foro romano sulla sinistra e sullo sfondo il Colosseo, in basso l’isola Tiberina, da un diorama del Museo della civiltà romana all’EUR.

La costruzione iniziò nel 71 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano, della dinastia flavia. I lavori furono finanziati, come altre opere pubbliche del periodo, con il provento delle tasse provinciali e il bottino del saccheggio del tempio di Gerusalemme (70 d.C.)[senza fonte]. Nel 1813 fu rinvenuto un blocco di marmo reimpiegato in epoca tarda, che recava ancora i fori delle lettere di bronzo dell’iscrizione dedicatoria, in origine posta sopra un ingresso: il testo è stato ricostruito nel modo seguente:

(LAImp(erator)] Caes(ar) Vespasianus Aug(ustus)/ amphitheatrum novum/ ex manubis fieri iussit» (IT)«L’imperatore Cesare Vespasiano Augusto fece erigere il nuovo anfiteatro con il provento del bottino.»
(CIL VI, 40454a2.)

L’area scelta era una vallata tra la Velia, il colle Oppio e il Celio, in cui si trovava un lago artificiale (lo stagnum citato dal poeta Marziale), fatto scavare da Nerone per la propria Domus Aurea.

Questo specchio d’acqua, alimentato da fonti che sgorgavano dalle fondazioni del Tempio del Divo Claudio sul Celio, venne ricoperto da Vespasiano con un gesto “riparatorio” contro la politica del “tiranno” Nerone, che aveva usurpato il terreno pubblico e lo aveva destinato ad uso proprio, rendendo così evidente la differenza tra il vecchio ed il nuovo principato[senza fonte]. Vespasiano fece dirottare l’acquedotto per uso civile, bonificò il lago e vi fece gettare delle fondazioni, più resistenti nel punto in cui avrebbe dovuto essere edificata la cavea.

Vespasiano vide la costruzione dei primi due piani e riuscì a dedicare l’edificio prima di morire nel 79[9]. L’edificio era il primo grande anfiteatro stabile di Roma, dopo due strutture minori o provvisorie di epoca giulio-claudia (l’amphiteatrum Tauri e l’amphiteatrum Caligulae) e dopo 150 anni dai primi anfiteatri in Campania.

Tito aggiunse il terzo e quarto ordine di posti e inaugurò l’anfiteatro con cento giorni di giochinell’80[10]. Poco dopo il secondo figlio di Vespasiano, l’imperatore Domiziano, operò notevoli modifiche, completando l’opera ad clipea (probabilmente scudi decorativi in bronzo dorato)[9], aggiungendo forse il maenianum summum in ligneis[11] e realizzando i sotterranei dell’arena: dopo il completamento dei lavori non fu più possibile tenere nell’anfiteatro le naumachie(rappresentazioni di battaglie navali), che invece le fonti riportano per l’epoca precedente.

Contemporaneamente all’anfiteatro furono innalzati alcuni edifici di servizio per i giochi: i ludi (caserme e luoghi di allenamento per i gladiatori, tra cui sono noti il Magnus, il Gallicus, il Matutinus e il Dacicus), la caserma del distaccamento dei marinai della Classis Misenensis (la flotta romana di base a Miseno) adibiti alla manovra del velarium (castra misenatium), il summum choragium e gli armamentaria (depositi delle armi e delle attrezzature), il sanatorium (luogo di cura per le ferite dei combattimenti) e lo spoliarum un luogo in cui venivano trattate le spoglie dei gladiatori morti in combattimento.

L’epoca imperiale[modifica | modifica wikitesto]

«Il Colosseo, la più bella rovina di Roma, termina il nobile recinto dove si manifesta tutta la storia. Questo magnifico edificio, di cui esistono solo le pietre spoglie dell’oro e de’ marmi, servì di arena ai gladiatori combattenti contro le bestie feroci. Così si soleva divertire e ingannare il popolo romano, con emozioni forti, quando i sentimenti naturali non potevano più avere slancio.»
(Madame de Staël)

Dettaglio interno del Colosseo.

Iscrizione apposta da Decio Mario Venanzio Basilioper celebrare i restauri del Colosseo, effettuati a sue spese dopo un terremoto (CILVI, 32094)

Nerva e Traiano fecero dei lavori, attestati da alcune iscrizioni[12], ma il primo intervento di restauro si ebbe sotto Antonino Pio[13]. Nel 217 un incendio, innescato presumibilmente da un fulmine, fece crollare le strutture superiori; i lavori di restauro fecero chiudere il Colosseo per cinque anni, dal 217 al 222, e i giochi si trasferirono al Circo Massimo[14]. I lavori di restauro furono iniziati sotto Eliogabalo (218222) e portati avanti da Alessandro Severo, che rifece il colonnato sulla summa cavea. L’edificio fu riaperto nel 222, ma solo sotto Gordiano III i lavori poterono dirsi conclusi,[15] come sembra anche dimostrare la monetazione di questi due imperatori.[16][17] Un altro incendio causato da un fulmine fu all’origine dei lavori di riparazione ordinati dall’imperatore Decio nel 250.[9]

Dopo il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti di Alarico, sul podio che circondava l’arena fu incisa un’iscrizione in onore dell’imperatore Onorio, forse in seguito a restauri. Onorio proibì i ludi gladiatori e da allora fu adibito alle venationes. L’iscrizione fu successivamente cancellata e riscritta per ricordare grandi lavori di restauro dopo un terremoto nel 442[18], ad opera dei praefecti urbi Flavio Sinesio Gennadio PaoloRufio Cecina Felice LampadioCostanzo II lo ammirò sommamente[19]. Altri restauri a seguito di terremoti si ebbero ancora nel 470[20], ad opera del console Messio Febo Severo. I restauri continuarono anche dopo la caduta dell’impero: dopo un terremoto nel 484 o nel 508 il praefectus urbi Decio Mario Venanzio Basilio curò i restauri a proprie spese[21].

Le venationes proseguirono fino all’epoca di Teodorico. Abbiamo i nomi delle più importanti famiglie senatorie dell’epoca di Odoacre iscritte sui gradus: tale usanza è molto più antica, ma periodicamente i nomi erano cancellati e sostituiti con quelli dei nuovi occupanti (anche a seconda del diverso grado tra clarissimispectabilis e illustres), per cui restano solo quelli dell’ultima redazione prima del crollo dell’impero.

Dal Medioevo all’epoca moderna[modifica | modifica wikitesto]

Il Colosseo rappresentato in una mappa della Roma medievale.

Dopo l’abbandono fu adibito nel VI secolo ad area di sepoltura e poco dopo utilizzato come castello. Tra il VI e il VII secolo fu fondata all’interno del Colosseo una cappella oggi nota come chiesa di Santa Maria della Pietà al Colosseo[22]. Sotto papa Leone IV fu gravemente danneggiato da un terremoto (847circa)[9]. Il grande terremoto del 1349 provocò il collasso dell’esterno lato sud, costruito su un terreno alluvionale instabile. A lungo utilizzato come fonte di materiale edilizio, nel XIII secolo fu occupato da un palazzo dei Frangipane, successivamente demolito, ma il Colosseo continuò ad essere occupato da altre abitazioni. I blocchi di travertino furono sistematicamente asportati nel XV e XVI secolo per nuove costruzioni, e blocchi caduti a terra furono ancora utilizzati nel 1634 per la costruzione di Palazzo Barberini e nel 1703, dopo un altro terremoto, per il porto di Ripetta.

Benvenuto Cellini, nella sua Autobiografia, raccontò di una spettrale notte tra demoni evocati nel Colosseo, a testimonianza della fama sinistra del luogo.

Incisione di Piranesiraffigurante il Colosseo con le edicole della “Via Crucis”.

Nel corso del Giubileo del 1675 assunse il carattere di luogo sacro in memoria dei molti martiri cristiani qui condannati al supplizio. Nel 1744 papa Benedetto XIV vi fece costruire le quattordici edicole della Via Crucis, e nel 1749 dichiarò il Colosseo chiesa consacrata a Cristo e ai martiri cristiani.

Nel 1787 durante il soggiorno di Goethe a Roma lasciò una descrizione enfatica del monumento visto di notte tra le pagine del suo Viaggio in Italia:

«Incantevole è soprattutto la vista del Colosseo, che di notte è chiuso; all’interno, in una cappelletta, vive un eremita e sotto le volte in rovina si riparano i mendicanti. Essi avevano acceso il fuoco sul terreno del fondo, e un venticello spingeva il fumo sopra tutta l’arena, coprendo la parte bassa dei ruderi, mentre le mura gigantesche torreggiavano fosche in alto; noi, fermi davanti all’inferriata, contemplavamo quel prodigio, e in cielo la luna splendeva alta e serena. A poco a poco il fumo si diffondeva attraverso le pareti, i vani, le aperture, e nella luce lunare sembrava nebbia. Era uno spettacolo senza l’uguale. Così si dovrebbero vedere illuminati il Pantheon e il Campidoglio, il colonnato di S. Pietro e altre grandi vie e piazze. E così il sole e la luna, non dissimilmente dallo spirito umano, hanno qui tutt’altra funzione che in altri luoghi: qui, dove il loro sguardo è fronteggiato da masse enormi, eppure formalmente perfette.»
(Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia)

Epoca contemporanea: i restauri ottocenteschi[modifica | modifica wikitesto]

Liberato in due grandi riprese, con gli scavi diretti da Carlo Fea, Commissario per le Antichità, nel 1811 e 1812 e con quelli di Pietro Rosa(18741875), agli inizi dell’Ottocento, oltre ad essere oggetto dei più fantasiosi progetti di riuso fino alla metà del Settecento, il Colosseo era staticamente compromesso, dopo esser stato per secoli abitato, adibito a luogo di culto cristiano ed utilizzato come cava di travertino. Uno dei principali e più evidenti problemi era l’interruzione brusca dell’anello più esterno nei lati in corrispondenza delle attuali via di San Giovanni in Laterano e via dei Fori Imperiali che furono non a caso oggetto dei restauri più importanti. Il Fea descrisse pure le possibili motivazioni della presenza di fori sulle pietre del monumento interpretandoli come sistema per rimuovere le grappe metalliche che tenevano unite le pietre.[23]

Partito politico

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Partito politico

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Partito” rimanda qui. Se stai cercando l’elemento araldico, vedi partito (araldica).
«Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale»
(Costituzione della Repubblica Italiana, art. 49)

Un partito politico è un’associazione tra persone accomunate da una medesima finalità politica ovvero da una comune visione su questioni fondamentali della gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici e particolari. L’attività del partito politico è volta ad operare per l’interesse nazionale, si esplica nello spazio della vita pubblica e, nelle attuali democrazie rappresentative, ha per “ambito prevalente” quello elettorale.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Definizioni e funzioni[modifica | modifica wikitesto]

Secondo Max Weber, «per partiti si debbono intendere le associazioni costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi e/o per il perseguimento di vantaggi personali»[senza fonte]. Nella definizione del politologo americano Anthony Downs il partito politico è «una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell’apparato governativo a seguito di regolari elezioni»[senza fonte]. Gli elementi centrali delle definizioni sono dunque:

  • Il partito è un’associazione;
  • Il fine del partito è indirizzare le decisioni pubbliche;
  • Gli scopi del partito sono ottenuti principalmente attraverso la partecipazione alle elezioni;
  • La strategia principale è l’occupazione di cariche elettive.

I partiti sono mediatori tra lo Stato e i cittadini. I partiti svolgono infatti la funzione di controllo dei governati sui governanti: poiché infatti i candidati si presentano all’interno di liste di partito, è più facilmente punibile un’eventuale rottura del patto di fiducia tra il candidato eletto e gli elettori che lo hanno votato (non votando più il partito di cui fa parte). I partiti strutturano il voto: questo perché i candidati alle elezioni sono prevalentemente membri di un partito, e perché il partito è l’entità con cui gli elettori si identificano. Esso svolge una funzione di socializzazione politica, poiché attraverso la loro azione i partiti educano gli elettori alla democrazia. Infine, mentre i gruppi di interesse articolano gli interessi dei cittadini, i partiti si occupano di aggregare questi interessi.

Sistemi partitici[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema partitico è l’insieme di partiti legati da una relazione logica. La distinzione classica proposta da Maurice Duverger li divide in sistemi monopartiticibipartiticimultipartitici.

Secondo le teorie di Duverger, i sistemi bipartitici sono influenzati dal sistema elettorale maggioritario a un turno e quelli multipartitici dal proporzionale.

Una teoria contraria a quella di Duverger è stata proposta da Giovanni Sartori. Il numero di partiti in un sistema non va calcolato semplicemente in base al numero effettivo di partiti esistenti, ma tramite un “conteggio intelligente” che considera solo i partiti dotati di due potenziali:

  • Potenziale di coalizione. Se il partito che è membro di una coalizione di governo è in un dato periodo di tempo necessario, almeno una volta, per determinare la maggioranza di governo.
  • Potenziale di ricatto. Se il partito ha un effetto sugli altri partiti del sistema, influenzandone le tattiche di competizione.

Sulla base di questa precisazione, e sull’importanza data al livello di polarizzazione ideologica del sistema partitico, Sartori ha dunque proposto una classificazione più articolata rispetto a quella di Duverger.

sistemi monopartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi:

  • Partito unico. Un solo partito è legale.
  • Partito egemonico. Legalmente esistono altri partiti, ma non sono che satelliti di quello principale: sono creati per rappresentare alcune minoranze o interessi. È il caso per esempio della Germania Est, della Cecoslovacchia e della Polonia comunista.
  • Partito predominante. Esistono vari partiti, ma nei fatti a vincere le elezioni è sempre uno solo di essi. Per essere “predominante”, si assume che questo partito abbia ottenuto la maggioranza assoluta almeno 3 volte consecutive nelle competizioni elettorali. Storicamente presente nei paesi Africani post-coloniali più recenti (es. AngolaSudafrica e Zimbabwe), nei paesi est europei post-comunisti (es. Russia e Bielorussia) e in alcuni stati sudamericani (es. il Messico, dove per 71 anni ha governato il Partito Rivoluzionario Istituzionale).

I primi due sono anche detti sistemi non competitivi, s’instaurano solo in regimi dittatoriali o totalitari (nel primo caso). Il terzo caso avviene invece anche in contesti democratici e pluralistici.

sistemi bipartitici. In questi sistemi non è necessario che vi siano solo due partiti, ma che esistano solo due partiti significativi, sulla base dei due potenziali sopra indicati.

sistemi multipartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi:

  • Pluralismo moderato. I partiti che contano non sono superiori a cinque, e vi sono governi di coalizione (ma non partiti antisistema). La struttura è bipolare nel senso che vi sono due coalizioni che competono l’una contro l’altra, tendendo a conquistare il sostegno dell’elettorato moderato di centro. La polarizzazione ideologica è scarsa, la meccanica è centripeta.
  • Pluralismo polarizzato. I partiti che contano sono superiori a cinque. Le caratteristiche sono: 1) presenza di partiti antisistema, cioè partiti che non cambierebbero, se potessero, il governo ma il sistema di governo stesso (partiti comunisti e fascisti); 2) presenza di due opposizioni bilaterali che non potrebbero mai allearsi tra loro; 3) il centro è occupato; 4) il sistema è ideologicamente polarizzato, con due poli (destra-sinistra) caratterizzati da posizioni estreme; 5) tendenza centrifuga; 6) emergono opposizioni irresponsabili a causa delle tendenza a fare promesse che non si possono mantenere da parte di quei partiti d’opposizione che non potranno mai salire al governo; 7) essendo costretto a restare al governo, il partito di centro avrà anch’esso scarsa responsabilità democratica. I casi tipici sono quelli della IV Repubblica Francese e della I Repubblica Italiana che, in seguito a riforme istituzionali ed elettorali (nel caso francese il passaggio dal sistema elettorale proporzionale al maggioritario a doppio turno e dell’attuazione nel 1962 del sistema semi-presidenziale; nel caso italiano l’istituzione del mattarellum e la fine della I Repubblica) sono divenuti sistemi a pluralismo tendenzialmente limitato e depolarizzato, pur continuando a costituire numericamente sistemi multipartitici estremi, cioè con un numero di partiti superiore a cinque.
  • Pluralismo atomizzato o segmentato. I partiti che contano sono nove o più, ma c’è bassa polarizzazione ideologica, alta frammentazione, presenza di coalizioni poco coese e dispersione del potere. È il caso delle giovani democrazie africane e latino-americane, nonché dell’India.

piano regolatore

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Piano regolatore generale comunale

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Il piano regolatore generale comunale (in sigla PRGC), nell’ordinamento giuridico italiano, è uno strumento urbanistico che regola l’attività edificatoria all’interno di un territorio comunale, di cui ogni comune italiano deve dotarsi, ai sensi di legge. Può essere adottato comunemente da più comuni; in questo caso si parla di piano regolatore generale intercomunale.

Cenni storici, struttura e contenuti[modifica | modifica wikitesto]

L’istituto del piano regolatore venne introdotto normativamente dalla legge 25 giugno 1865, n. 2359 ed era costituito da due parti:

  • un piano regolatore edilizio, il cui ambito d’intervento era il perimetro della città esistente;
  • un piano d’ampliamento, il cui ambito era il circondario esterno.

Le caratteristiche principali del PRG erano:

  • essere uno strumento che si può realizzare solo per i comuni con popolazione superiore alle 10.000 unità. Tali comuni devono fare apposita e motivata richiesta;
  • essere esteso al solo territorio urbano, nella campagna non si ha pianificazione;
  • essere direttamente attuativo, non ha bisogno di un ulteriore livello di attuazione;
  • avere durata limitata nel tempo di 25 anni;
  • la sua entrata in vigore aveva dichiarazione di pubblica utilità;
  • avere veste di tipo iconico, dettaglio fino alla scala architettonica, con la sua morfologia architettonica.

La legge 17 agosto 1942 n. 1150 introdusse un nuovo tipo di piano regolatore con una radicale trasformazione delle sue caratteristiche:

  • ne mutò il nome in “piano regolatore generale” ed è esteso all’intero territorio comunale;
  • è obbligatorio per comuni più importanti compresi in un elenco redatto dal ministero dei lavori pubblici (funzione che passerà alle Regioni con il DPR 15 gennaio 1972, n. 8);
  • non è direttamente attuativo, necessita di un ulteriore livello di attuazione;
  • non ha scadenza, così facendo si escludono vuoti normativi;
  • ha veste simbolica, i simboli fanno riferimento alla tipologia di fabbricazione sull’area.

Sulla base della normativa urbanistica del 1942 la dottrina è solita distinguere tra zonizzazioni e localizzazioni:

  • le zonizzazioni indicano la divisione del territorio in aree di carattere omogeneo: esse incidono sul regime giuridico dei beni nel senso che l’edificazione, che secondo la dottrina tradizionale inerisce al diritto di proprietà, è soggetta ad una disciplina di carattere pubblicistico a tutela di interessi generali (regime di altezze, volumi massimi ambili in relazione ai lotti edificabili, distanze tra costruzioni e rispetto ai confini ecc.);
  • le localizzazioni si riferiscono alla rete di servizi ed infrastrutture destinate alla generalità dell’utenza: la previsione di nuove strutture dà luogo a vincoli puntuali aventi contenuto sostanzialmente espropriativo.

Il PRG del 1942 nasce come strumento regolatore della crescita urbana ma intorno agli anni settanta divenne strumento di gestione dell’assetto del territorio.

È uno strumento redatto da un singolo comune o da più comuni limitrofi (piano regolatore generale intercomunale) e contiene indicazioni sul possibile utilizzo o tutela delle porzioni del territorio cui si riferisce.

  • Finalità: disegnare la crescita delle città, gestione dell’incremento urbano
  • Limiti spaziali: perimetro del territorio comunale
  • Cogenza: obbligatorio per comuni compresi nella lista delle regioni, negli elenchi del Ministero dei Lavori Pubblici e in quelli dichiarati stazioni di cura soggiorno e turismo
  • Validità: infiniti giorni
  • Contenuti principali:
    • rete principale delle infrastrutture
    • zonizzazione del territorio comunale
    • indicazione degli spazi destinati a spazi d’uso pubblico
    • indicazione delle aree destinate a fabbricati d’uso pubblico

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Elaborati[modifica | modifica wikitesto]

  • 1. Piano di inquadramento territoriale,
  • 2. Stralcio di P.T.C. (Piano territoriale di coordinamento), scala 1:25000
  • 3. Descrizione dello stato attuale, scala 1:25000
  • 4. Progetto di P.R.G. Il P.R.G. è una sorta di progetto architettonico a scala urbana e diventa poi legge. Comprende:
    • Piano di viabilità, scala 1:5000
    • Piano di azzonamento, zonizzazione, scala 1:5000
  • 5. Tavola di delimitazione e computo aree (residenze, attività produttive ed aree ad uso pubblico), scala 1:5000
  • 6. Tavola dei piani attuativi, localizzano le aree oggetto di strumenti attuativi.
  • 7. Edilizia scolastica oggetto del D.M. del 1975, scala 1:5000
  • 8. Norme tecniche di attuazione, consentono la specificazione e il dettaglio della zonizzazione
  • 9. Relazione tecnica illustrativa
  • 10. Stima sommaria dei costi, non prevista dalla legge

Il decreto interministeriale 2 aprile 1968 n. 1444 aggiunse altre due tavole:

  • 11. Zone omogenee oggetto della zonizzazione, perimetrate ed evidenziate
  • 12. Verifica del rispetto degli standards urbanistici.

Piani attuativi[modifica | modifica wikitesto]

I piani regolatori possono prevedere l’utilizzo di strumenti più dettagliati per definire i nuovi interventi previsti. I piani attuativi possono essere di vario tipo:

I piani attuativi quali P.L.C. e P.d.R. possono essere di iniziativa sia pubblica che privata, mentre i P.P., P.E.E.P., P.I.P., sono esclusivamente pubblici.

Nei bandi per l’assegnazione dei contributi, la regione stabilisce il prezzo massimo al metro quadro, che per legge deve essere inferiore ai valori di mercato. Il comune, quindi sempre in via amministrativa, stabilisce una convenzione con l’operatore economico che offre le case: la convenzione riporta il prezzo effettivo entro questi massimali regionali, nella convenzione sottoscritta con l’operatore che offre le case, e le aree edificabili messe a disposizione a prezzo calmierato dallo stesso comune.

Per evitare che le case costruite in edilizia convenzionata siano poi vendute a prezzi al m² maggiorati rispetto a quello stabilito nei bandi comunali o regionali, e che scontano realmente ai clienti il contributo pubblico, il comune o la regione impongono che per ottenere il pagamento del saldo del finanziamento pubblico, l’operatore economico deve presentare l’attestato di fine lavori, la convenzione sottoscritta con il comune e il rogito di compravendita dell’alloggio (o del contratto di affitto, in caso di immobile destinato alla locazione), accertando che nel rogito siano rispettati i prezzi al metro quadro fissati dal bando regionale e dalle convenzione del comune col costruttore.

L’inferno esiste?

Risponde il teologo
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L’inferno esiste?

Il card. Martini ha detto di sperare che la misericordia di Dio accolga tutti. Come dobbiamo pensare oggi a Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso? Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

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Luca Signorelli, anime dannate

«Morte, giudizio, inferno e Paradiso», i quattro «novissimi», cioè «ultimi» eventi cui l’uomo va incontro al termine della vita. Il cardinale gesuita Carlo Maria Martini ha detto: «Io nutro la speranza che presto o tardi tutti siano redenti. Sono un grande ottimista… La mia speranza che Dio ci accolga tutti, che sia misericordioso, è diventata sempre più forte… D’altra parte, è naturale, non riesco ad immaginare come Hitler o un assassino che ha abusato di bambini possano essere vicini a Dio. Mi riesce più facile pensare che gente simile venga semplicemente annientata».

Ora le parole di Gesù: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria… Allora il re dirà… “Venite, benedetti del Padre mio…” Poi dirà… “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno…” E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna” (Matteo 25,31-46). Questo è uno dei passi del Vangelo in cui Gesù parla dell’inferno eterno e dei «maledetti nel fuoco eterno». E questo è ciò che la Chiesa da sempre trasmette e insegna. Giusto?

Giovanni  Manecchia

Il Padre Bartolomeo de las Casas nelle sue memorie scrisse anche questo fatto. Hatuey, ultimo capo indigeno di Cuba, era stato testimone degli efferati crimini e violenze che gli spagnoli attuarono per distruggere la popolazione di Cuba. Vinto, fu condannato al rogo. Prima di essere bruciato il Padre Olmedo, francescano, gli chiese se voleva esser battezzato per andare in «paradiso». Hatuey non sapeva cosa fosse, però rispose: Anche gli spagnoli vanno in paradiso? Certamente, affermò P.Olmedo, sì che ci vanno! Hatuey concluse: no, allora non ci voglio andare, preferisco il posto dove non vanno gli spagnoli, non voglio più vedere tanta gente così crudele.

Mi sembra che il tono della domanda più o meno stia in questi termini. Il fatto che questo argomento – l’esistenza dell’inferno – ritorni spesso è segno che non è facile liberarsene, non solo perché, come scrive il lettore, lo dicono Gesù e la Chiesa, ma anche perché è evidente che il senso della vita, che cerchiamo di realizzare nella storia, ha valore se la vita umana ha una prospettiva futura, altrimenti implode nel non senso. Ora se tutti buoni e cattivi, come spera il cardinale Martini, vanno in paradiso… beh il significato non cambia: la vita avrebbe poco senso. O c’è una giustizia, come dice Gesù, o non c’è; se non c’è è inutile stare qui a discutere. Dunque è necessario che vi siano nell’al di là due separati luoghi: il paradiso e l’inferno. Fin qui niente da eccepire.

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Ma il problema, dopo la morte, non sta in questi termini, per lo meno spero, sennò sarà una catastrofe immane. Si consideri: Dio ci ha creato e si è incarnato ed è morto in croce per salvarci… poi andiamo nell’al di là e ce lo troviamo davanti col bilancino dove i nostri peccati sono talmente pesi che ci butterebbero subito all’inferno. E allora mi chiedo perché ci ha creati e si è incarnato ed è morto per noi quando quattro peccati sarebbero più forti di tutto il suo amore?

Io immagino la scena diversamente. Dio non vede l’ora che torniamo da lui. Non l’abbiamo fatto in questa vita, lo facciamo nella morte. In quel momento ci sciorina davanti tutti i nostri peccati. Noi tremebondi cerchiamo di giustificarci di fronte all’abisso di disperazione che ci si apre davanti e chiediamo pietà. Lui ci guarda con un sorrisetto benevolo e ci dice: paura eh?!? Ma per riguardo di mio Figlio Gesù straccio l’elenco dei peccati. A questo punto si apre il paradiso e ci dice: vuoi entrare? Ecco il momento formidabile: noi possiamo dire di no! Questo è l’inferno. Siamo noi che rifutiamo Dio e ci allontaniamo per sempre dalla sua presenza come il demonio. Dentro di noi si apre l’inferno della disperazione, dell’odio, del male e il nostro cuore è quella fornace ardente che ci brucia eternamente senza consumarci.

Se invece accettiamo l’invito ed entriamo, il paradiso sta in quell’abbraccio eterno tra noi e Dio che ne consegue, come il padre col figliol prodigo. E in quell’abbraccio d’amore saremo capaci e lieti di abbracciare chiunque ci sia: Nerone, Hitler, Stalin, duci, ducetti e boia vari. Perché l’amore ha per oggetto la salvezza e la comunione con l’altro e non la condanna. Infatti chi ama non guarda il male che c’è nell’altro, ma vuole con tutte le sue forze la salvezza dell’amato.

Il lettore dice: una punizioncina però ci sta bene! Si parla di purgatorio apposta. Colui che non rifiuta Dio passa per il purgatorio, più o meno lacerante e intenso a seconda di ciò che deve smaltire: è l’attesa di Dio, che è a questo punto sommamente amato ma non vicino, che ci purga, come l’attesa dell’amata brucia il cuore del fidanzatino. Il punto che non lascerei perciò è questo: se Dio dà la sua vita per salvarci, non può perderci per una manciata di peccati, a meno che noi – come il fratello del figliol prodigo – non rifiutiamo di entrare in casa.

Dunque anch’io sarei dell’avviso del padre Martini: speriamo di essere tutti abbracciati all’amore di Dio. Se Dio ci ha giudicati alla fine – dopo pene più o meno severe – degni di sé, dobbiamo essere lieti che anche gli aguzzini partecipino dell’amore di Dio. Troppo spaventosamente grande, atroce e orrenda è la lontanza da Dio, e non va desiderata per nessuno!

Fede in Dio Fede in Dio Sei qui: Dio >> Fede in Dio Fede in Dio – Una prospettiva Pura La nostra fede in Dio è supportata dall’evidenza ed è radicata in una vita trasformata. Comunque la semplicità della nostra fede è riassunta dall’innocenza di un cuore puro. Ecco un tema scritto da un bambino di 8 anni… Fede in Dio – Attraverso l’innocenza del Cuore di un Bambino Uno dei lavori principali di Dio è di creare esseri umani. Egli ne crea altri per sostituire quelli che muoiono, in modo che ci saranno abbastanza persone che porteranno avanti le cose sulla terra. Egli non crea persone adulte, ma bambini. Io penso perché sono piccoli e più facili da fare. In quel modo Egli non deve usare il Suo tempo prezioso per insegnare loro a camminare e a parlare. Egli lascia quel compito alle mamme ed ai papà. Il secondo lavoro più importante di Dio è ascoltare le preghiere. E questo è tanto lavoro, dato che alcune persone come predicatori e altra gente, prega la sera a letto. Dio non ha tempo di ascoltare la radio o la televisione per questo motivo. Dio vede ogni cosa, ascolta ogni cosa ed è ovunque, tenendosi piuttosto occupato. Perciò tu non dovresti sprecare il Suo tempo nell’andare a disturbare mamma e papà per chiedere qualcosa che loro ti hanno detto non puoi avere. Gli atei sono persone che non credono in Dio. Io non credo che ce ne siano nella mia città. Perlomeno non ne vengono nella nostra chiesa. Gesù è il Figlio di Dio. Egli faceva tutte le cose difficili come camminare sulle acque e fare miracoli, ma poi le persone erano stanche di sentirlo predicare e lo crocifissero. Ma Egli era buono e gentile, come Suo Padre ed Egli gli disse che loro non sapevano quello che stavano facendo e di perdonarli e Dio disse: “Ok.” Il Suo Papà (Dio) apprezzava ogni cosa che Lui aveva fatto e tutto il Suo duro lavoro sulla terra, così Gli disse di non andare più per le strade. Egli poteva stare in cielo, e così fece. Ed ora Egli aiuta Suo Padre ad ascoltare le preghiere, a vedere le cose che sono importanti per Dio e a prendersene cura e a fare quelle cose senza disturbare Dio. (Come una segretaria, solo un po’ più importante). Tu puoi pregare in qualunque momento e Loro sono sicuri di poterti aiutare, dato che sono organizzati in maniera tale che Uno di loro è a disposizione tutto il tempo. Dovresti sempre andare in chiesa la domenica perché così rendi Dio felice e se c’è qualcuno che tu vuoi rendere felice è Dio. Non evitare di andare in chiesa per fare qualcosa che tu ritieni sarà più divertente come andare in spiaggia. Questo è sbagliato ed inoltre il sole sulla spiaggia non esce fino a mezzogiorno, in ogni caso. Se tu non credi in Dio, oltre ad essere ateo, sarai molto solo perché i tuoi genitori non possono venire con te dappertutto, come al campo estivo, ma Dio può. E’ bello sapere che Egli ti è vicino quando hai paura del buio o quando non sai nuotare ed i ragazzi grandi ti buttano nelle acque profonde. Ma non dovresti solo pensare a quello che Dio può fare per te. Io credo che Dio mi abbia messo qui ed Egli mi può riprendere in qualsiasi momento Egli voglia. E…questo è il motivo per cui io credo in Dio. Fede in Dio – Prospettiva di Cristo La prospettiva semplice, della fede in Dio di un bambino è la chiave principale dell’insegnamento di Cristo. Noi dovremmo, costantemente, quell’innocenza meravigliosa e purezza di cuore quando ci avviciniamo a Dio per mezzo del dono di Suo Figlio Gesù Cristo. In quel mentre i discepoli s’accostarono a Gesù, dicendo: Chi è dunque il maggiore nel regno dei cieli?Ed egli, chiamato a sé un piccolo fanciullo, lo pose in mezzo a loro e disse: In verità io vi dico: Se non mutate e non diventate come i piccoli fanciulli, non entrerete punto nel regno dei cieli. Chi pertanto si abbasserà come questo piccolo fanciullo, è lui il maggiore nel regno dei cieli. E chiunque riceve uno di questi piccoli fanciulli nel nome mio, riceve me. (Matteo 18:1-5). Crssci di pie’ adesso!

destino

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Destino

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Destino (disambigua).
Nota disambigua.svg Disambiguazione – “Sorte” rimanda qui. Se stai cercando l’omonima frazione di Moena, vedi Sorte (Moena).

Con il termine destino ci si riferisce a un insieme d’inevitabili eventi che accadono secondo una linea temporale soggetta alla necessità e che portano ad una conseguenza finale prestabilita.

«In questo senso il fato differisce sia dal destino che riguarda le sorti umane e al quale si concede di essere modificabile, sia dal concetto di determinismo (connessione necessaria ma immanente delle cause tale da poter essere decifrata razionalmente).»[1][2] In altri autori il termine viene considerato sovrapponibile a quello di fato[3]

Il destino può essere dunque concepito come l’irresistibile potere o agente che determina il futuro, sia dell’intero cosmo, sia di ogni singolo individuo. Il concetto risale alla filosofia stoica che affermava l’esistenza di un ordine naturale prefissato nell’universo ad opera del Logos.

Rappresentazioni mitiche di fato e destino[modifica | modifica wikitesto]

Il Fato è termine di origine latina (fatum, ovvero ciò che è detto) e originariamente indicava la decisione irrevocabile di un dio.

Dal plurale della parola latina fatum, ovvero fata, derivano le moderne fate, in origine considerate dee del destino. Nel sesto libro dell’Eneide, la Sibilla rivolgendosi a Palinuro attribuisce i fata agli dèi, forse perché esecutori dei loro dettami. Dai romani fu identificato con le Parche, dalle quali dipendeva il destino degli uomini.

Nell’antica Grecia il Fato era un’entità soprannaturale, una forza cieca e misteriosa per un verso naturale alla quale niente può resistere e per altro verso divina poiché agisce liberamente ma che interveniva a modificare il corso della vita degli uomini senza alcuna precisa ragione [4]. Il Fato era invincibile e persino gli dei vi dovevano sottostare, come proclamò la Sibilla nell’Oracolo di Delfi. Persino Giove non era che un mero esecutore in quanto determinato dalla Necessità. Il Fato venne personificato dalle tre Moire, e in seguito fu usato per designare il Destino, figlio del Caos e della Notte.

Al tempo delle monarchie ellenistiche, dopo la morte di Alessandro Magno, si diffonde un’altra figura legata al destino: Tyche la divinità che garantiva la floridezza di una città e il suo destino. La dea veniva rappresentata con sul capo una corona di mura cittadine, immagine delle fortune di una città, che cercava di preservare la propria esistenza nella violenza caotica del periodo dei diadochi.

Nella mitologia norrena le Moire avevano la loro controparte nelle tre Norne. Il destino finale di tutti gli esseri viventi è il Ragnarǫk, la battaglia che persino Odino dovrà affrontare alla fine del mondo.

Fato e destino[modifica | modifica wikitesto]

Nel linguaggio moderno il termine fato è stato sostituito da quello di destino che nell’antichità però differiva nel suo significato da quello di fato. Questi infatti, indica l’essere sottoposti a una necessità che non si conosce, che appare casuale e che pure invece guida il susseguirsi degli eventi secondo un ordine non modificabile.

Il destino invece può essere cambiato poiché esso è inerente alle caratteristiche umane:[1] l’uomo «faber est suae quisque fortunae» (Ciascuno è artefice della propria sorte)[5] L’unico artefice del proprio destino è dunque l’uomo stesso: concezione questa ricorrente nella mentalità romana che si contrappone all’idea del fato (dominante nel mondo classico) e che considera il romano responsabile protagonista delle sue azioni e della lotta contro il bisogno e la miseria.[6]

Il concetto di fato inoltre va distinto da quello di determinismo secondo il quale la catena inesorabile e immodificabile degli eventi è immanente alle cose umane e quindi indagabile e conoscibile attraverso un’analisi razionale.[7]

Il destino può essere visto come preordinato dal Divino (ad esempio, il concetto protestante di predestinazione) o derivato dalla volontà umana.

Divinazione del destino[modifica | modifica wikitesto]

Nella maggioranza delle culture il proprio destino può essere conosciuto solo per tramite di uno sciamano, un profeta, una sibilla o un veggente. Nella Dinastia Shang, in Cina, venivano lanciati steli di millefoglie o intagliate ossa di tartaruga, molti secoli prima che I Chingfossero codificati. In Tracia si scagliavano frecce per leggere il destino.

Concezioni filosofiche moderne del destino[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fato.

Martin Heidegger è stato il pensatore che in epoca moderna meglio ha tematizzato il concetto di destino. È nel suo saggio Essere e tempo, pubblicato nel 1927, che il termine riceve una prima formulazione definita, ma anche nella sua riflessione posteriore il concetto riceve delle elaborazioni molto importanti, in una prospettiva che va però oltre l’esistenzialismo, e che, passando per il suo nuovo concetto di ontologiasi carica anche di suggestioni mistiche estremamente importanti e suggestive.

James Hillman, riprendendo la concezione eraclitea del destino[8] fa corrispondere l’idea di destino al nostro modo d’essere. Destino quindi determinato psicologicamente dalle scelte che noi facciamo dettate dal nostro stesso carattere o da quelle che altri fanno e che si ripercuotono su di noi condizionando il nostro futuro.[9]

Osho Rajneesh sostiene invece che «Accettare l’esistenza del fato comporta un suicidio, in quanto toglie ogni responsabilità all’essere.»[10]

Altri termini[modifica | modifica wikitesto]

Il termine equivalente a destiny (destino) nell’inglese antico era doom, come nel Domesday Book, il censimento dell’Inghilterra condotto dai Normanni nel 1086 d.C. Doom ha in seguito assunto i connotati sinistri del cataclisma universale della fine dei tempi (“Sorte avversa”, “Giudizio universale”).

Il Destino nella letteratura e nel teatro[modifica | modifica wikitesto]

Il destino è una fonte di ironia in letteratura; i personaggi possono agire senza realizzare il proprio destino, del quale però gli spettatori o i lettori sono già al corrente. Questa forma di ironia è importante nella tragedia greca, come lo è nel teatro di Schiller, nella Forza del destinodi Verdi, o in Thornton Wilder The Bridge of San Luis Rey. Il tema comune in queste opere è un protagonista che non riesce, per quanto ardentemente si sforzi, a sfuggire ad un destino già fissato.

Nell’Islam e nel mondo anglosassone[modifica | modifica wikitesto]

La parola “Kismet” (raro, “Kismat”) deriva dal termine arabo “qismah” ed è entrata nell’uso inglese tramite la parola turca “qismet” che significa sia “la volontà di Allah” sia “parte assegnata dal fato”. In inglese, il termine è sinonimo di “Fate” o “Destiny”.

“Kismet” viene spesso usata insieme ad “happenstance” (“coincidenza”) per stabilire una dicotomia tra ciò che è stabilito dal fato e ciò che avviene per puro caso, in circostanze fortuite. Per esempio, “Dopo che Bob si era rotto il braccio in un incidente e aveva incontrato la bella infermiera che sarebbe diventata sua moglie, non sapeva se ringraziare il fato (“Kismet”) o il caso (“Happenstance”). Tutto quello che sapeva era che dopo molti anni bui il suo mondo era nuovamente diventato un posto pieno di luce.”

Note