San Francesco e gli uccelli

Predica agli uccelli

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La predica agli uccelli
Giotto di Bondone - Legend of St Francis - 15. Sermon to the Birds - WGA09139.jpg
Autore Giotto
Data 12901295 circa
Tecnica affresco
Dimensioni 270×200 cm
Ubicazione Basilica superiore di Assisi, Assisi

La Predica agli uccelli è la quindicesima delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, attribuiti a Giotto. Fu dipinta verosimilmente tra il 1295 e il 1299. Misura 270×200 cm, più breve delle altre scene perché si trova sulla controfacciata (come la scena del Miracolo della sorgente).

Descrizione e stile[modifica | modifica wikitesto]

Questo episodio appartiene alla serie della Legenda maior (XII,3) di san Francesco: “Andando il beato Francesco verso Bevagna, predicò a molti uccelli; e quelli esultanti stendevano i colli, protendevano le ali, aprivano i becchi, gli toccavano la tunica; e tutto ciò vedevano i compagni in attesa di lui sulla via.”

Secondo la tradizione, la predica agli uccelli ebbe luogo sull’antica strada che congiungeva il castello di Cannara a quello di Bevagna[1]. Oggi il punto dove San Francesco d’Assisi fece il miracolo è segnalato da una pietra sita in località Piandarca nel Comune di Cannara in un’area ancora oggi incontaminata, raggiungibile attraverso un sentiero che inizia appena fuori il paese e si snoda attraverso i campi. Nei pressi della pietra e lungo l’attuale strada che porta a Bevagna (la SP403) è edificata anche una piccola edicola a ricordo del miracolo.

È una delle scene più famose del ciclo, perché racconta un episodio molto amato dalla devozione popolare: forse Bonaventura voleva alludere con questo episodio alla capacità di Francesco di parlare a poveri ed emarginati. Il santo è rappresentato invecchiato e il suo volto esprime una grande dolcezza. Gli alberi sono a grandezza naturale, a differenza di quelli dipinti nei paesaggi bizantineggianti di scene come l’Elemosina del mantello o il Miracolo della sorgente. Lo sfondo è di una semplicità accattivante, con alberi in primavera sullo sfondo del cielo di lapislazzuli; nella parte centrale il colore è in parte caduto lasciando un tono più chiaro.

Alla scena vennero dedicate numerosissimi studi esegetici e divagazioni letterarie, in particolare riguardo all’interrelazione tra la personalità di Giotto e le idee francescane. Danneggiata dall’umidità, della quale hanno sofferto anche altre scene della controfacciata, presenta lacune in corrispondenza degli uccelli poiché dipinti in larga parte a secco.[2]

Anche in questa scena, come in quelle vicine, gli incarnati rivelano i modi del “secondo capo bottega”, che alcuni indicano in Pietro Cavallini.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

nel dipinto ambientato in un paesaggio naturale compaiono in primo piano San Francesco, gli uccelli, un albero e un frate.

San Francesco è rappresentato con il suo solito vestito, scalzo, e con un’aureola sopra il capo, esso incontra uno stormo d’uccelli che non vola via subito e così il santo gli rivolge una predica.

gli uccelli attendono speranzosi le parole del santo e dopo essere benedetti volano via.

il frate posto al fianco del santo osserva sbalordito la scena.

in secondo piano troviamo un secondo albero posto dietro al frate e il cielo. i colori che caratterizzano l’affresco sono il marrone e l’azzurro

Note[modifica | modifica wikitesto]

Montagna

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Una montagna è un rilievo della superficie terrestre che si estende sopra il terreno circostante in un’area limitata. Secondo le convenzioni europee la sua altezza deve essere di almeno 600 metri sul livello del mare (s.l.m.) ed il suo aspetto deve essere almeno parzialmente impervio.[1] Analogamente si parla di montagna anche riferendosi ai rilievi che si incontrano sugli altri pianeti o sui loro satelliti.

È formata da un agglomerato di terra e roccia che si alza dalla superficie della Terra, raggiungendo a volte anche quote altimetriche molto elevate, e con caratteristiche geomorfologiche diverse per ciascuna montagna.

Definizione e terminologia[modifica | modifica wikitesto]

Il Colle San Bernardo (957 m s.l.m., a sinistra dove sono le pale eoliche), e il Monte Galero (1.708 m s.l.m., a destra), nelle Prealpi Liguri

A seconda delle varie necessità, ci sono tre definizioni di montagna: convenzionale, tradizionale e statistica.

Per ciò che riguarda la definizione convenzionale si ricorda che i requisiti indicati da essa (altezza di almeno 600 metri ed aspetto almeno in parte impervio) devono essere soddisfatti contemporaneamente. Infatti un’area della superficie terrestre posta al di sopra dei 600 m s.l.m., ma priva di asperità del terreno, viene definita altopiano e un rilievo che non raggiunge i 600 metri di altezza può essere definito collina[1].

Passiamo ora a considerare la definizione tradizionale. Nonostante le convenzioni, dobbiamo tener presente che, fin dalle epoche più antiche, la parola monte evoca nella mente dell’uomo un insieme di idee che prescinde dalla possibilità pratica di misurare l’altezza dei rilievi. Dunque quando l’uomo ha dato nome alle alture che lo circondavano, ha usato la parola monte in base alle idee che esse gli evocavano, come ad esempio la difficoltà di raggiungere la cima, la vicinanza al cielo, l’inaccessibilità di alcuni versanti.

Nella toponomastica italiana quindi sono detti “monti” alcuni rilievi aspri e dal carattere impervio, anche se non raggiungono l’altezza di 600 metri; sono inoltre chiamati “colli” anche rilievi superiori a 600 metri, quando questi non hanno pareti rocciose o forme dirupate. Esempi classici sono il Monte Circeo e il Monte Conero, promontori dall’aspetto aspro, considerati monti anche se per alcune decine di metri non raggiungono l’altezza convenzionalmente prevista. Esempio opposto è costituito delle Langhe, che superano i 600 m s.l.m., ma che non sono particolarmente impervie, né visibilmente sporgenti dal terreno e perciò sono considerate colline.

Infine ricordiamo la definizione statistica di montagna. Nella cartografia e nella statistica è necessario adottare criteri di semplificazione rispetto sia alla definizione convenzionale, sia alla toponomastica. In relazione alla classica tripartizione del territorio in montagna, collina e pianura, infatti, la legenda delle carte fisiche e gli studi statistici usano il termine montagna intendendo la parte di territorio posta al di sopra dei 600 m s.l.m., indipendentemente dal carattere impervio e dal nome tradizionale.

Un insieme di montagne vicine e collegate tra di loro prende il nome di gruppo montuoso, massiccio montuoso o catena montuosa. Infine si è soliti distinguere in bassa montagna ed alta montagna, indicando generalmente come quota di suddivisione i 1.500 m s.l.m.

Lo studio delle montagne, assieme a quello degli altri rilievi terrestri, rientra nella branca della geografia fisica nota come orografia.

Caratteristiche fisiche[modifica | modifica wikitesto]

Parti di una montagna[modifica | modifica wikitesto]

Per descrivere una montagna si ricorre a vari elementi che la possono formare:

  • vetta o cima secondo le definizioni date prima: una montagna può avere più vette o cime distinte;
  • anticime, sottocime, vette secondarie: elevazioni che non hanno la prominenza necessaria per essere chiamate vette;
  • spalla: fianco di una montagna particolarmente pronunciato;
  • cresta: approssimando una montagna ad una piramide la cresta corrisponde allo spigolo della figura geometrica;
  • gendarme: pinnacolo di roccia sul fianco o sulla cresta della montagna;
  • versante: sempre approssimando la montagna ad una piramide i versanti corrispondono alle facce della stessa; ognuno di essi avrà una diversa esposizione a seconda del proprio orientamento rispetto ai punti cardinali.
  • passo (o valico): il punto più basso tra due montagne che permette di attraversarle.
  • piede: punto più basso di una montagna
  • valle: il piano che circonda la montagna (potrebbe anche circondarle metà o una parte minore o maggiore)

Vetta di una montagna[modifica | modifica wikitesto]

Il Chimborazo visto da est

La parte più elevata della montagna viene generalmente chiamata vetta o cima. Una montagna può avere una o più vette. A tal proposito l’UIAA, utilizzando il concetto di prominenza topografica ha detto che si parla di vette (summits) distinte se la prominenza è almeno uguale a 30 m ed invece si parla di montagne (mountains) distinte se la prominenza è almeno uguale a 300 m. Vale quindi la seguente tabella:

Termine Prominenza
sottocima (o anticima) < 30 m
vetta 30 m o più
montagna 300 m o più

E’ micidiale

Bomba atomica

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Il fungo atomico, causato da “Fat Man” su Nagasaki, raggiunse i 19 km di altezza, 9 agosto 1945

Bomba atomica (“bomba A” secondo una terminologia originaria) è il nome comune della bomba a fissione nucleare, un ordigno esplosivo la cui energia è prodotta dalla reazione a catena della fissione nucleare. Si tratta di un processo di divisione del nucleo atomico tramite neutroni di un elemento detto fissile in due o più nuclei leggeri. Nella bomba atomica, se la quantità di materiale fissile è sufficiente, durante la fissione si liberano altri neutroni capaci, a loro volta, di colpire nuovi nuclei, creando una reazione a catena e liberando quindi una enorme quantità di energia in un tempo brevissimo.

Appartiene al gruppo delle armi nucleari, un insieme che include anche le armi basate sull’altro principio di reazione nucleare, cioè le bombe a fusione nucleare.

Nell’uso moderno il termine “bomba atomica” (talvolta “bomba nucleare“) viene usato anche per indicare armi di quest’ultimo tipo, in quanto sono quelle che formano quasi interamente gli arsenali nucleari di oggi. Questa voce descriverà principalmente le armi del primo tipo, cioè le bombe a fissione, il cui meccanismo costituisce comunque anche l’innesco delle bombe a fusione e quindi è contenuto anche in queste ultime.

La bomba atomica può essere un’arma di distruzione di massa, la comunità internazionale perciò limita e sanziona la produzione di tali armi con il Trattato di non proliferazione nucleare[1].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La reazione a catena di fissione dei nuclei avviene in forma “incontrollata” (cioè rapidissimamente divergente) in una massa di “materiale fissile”, in pratica uranio 235 o plutonio 239 con sufficiente grado di purezza. Questi particolari materiali, elementi radioattivi dal nucleo instabile, hanno la proprietà di generare una reazione nucleare a catena, cioè un fenomeno a cascata in cui lo spezzarsi di un nucleo atomico produce come effetto la scissione (rottura di un legame fisico) di altri nuclei di atomi vicini. Ciò avviene statisticamente solo quando il numero di atomi è sufficientemente grande cioè la quantità di materiale supera una certa “massa critica”. Nell’istante in cui la massa viene resa “super-critica” essa libera una quantità di energia enorme in un tempo brevissimo. L’esplosione è devastante proprio per le enormi quantità di energia liberate nelle reazioni nucleari, dell’ordine di milioni di volte superiori a quelle in gioco nelle reazioni chimiche.

La reazione incontrollata si differenzia dai processi nucleari a catena che avvengono in un reattore nucleare per la produzione di energia elettrica, per l’andamento del processo rispetto al tempo. In un reattore la reazione nucleare viene mantenuta sempre al di sotto di una soglia di criticità, in uno stato stabile, ovvero controllato, cioè in cui l’energia viene liberata in modo costante nel corso del tempo senza alcuna possibilità di esplosione.

Nell’uso comune talvolta il nome “bomba atomica” è impropriamente impiegato per altre armi nucleari, di potenza simile o superiore, includendo così anche le bombe che utilizzano l’altro tipo di reazione nucleare, la fusione termonucleare dei nuclei di elementi leggeri.

Il termine “bomba atomica” nella classificazione originaria di “bomba A” indicava propriamente solo le bombe a fissione. Quelle che invece utilizzano la fusione termonucleare sono chiamate bombe H o bombe all’idrogeno, o anche raggruppate nella definizione di “armi termonucleari”. Le armi nucleari presenti negli arsenali contemporanei sono praticamente tutte di quest’ultimo tipo. La bomba a fissione però è comunque una componente fondamentale delle armi termonucleari stesse, costituendone il cuore o l’innesco, le armi termonucleari sono perciò bombe a “due stadi”. Questo perché la fusione di nuclei leggeri può essere innescata solo con energie altissime, e la bomba a fissione è l’unico dispositivo capace di produrre gli altissimi valori di pressione e temperatura indispensabili per innescare la reazione di fusione termonucleare.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il fondamento teorico è il principio di equivalenza massa-energia, espresso dall’equazione E=mc² prevista nella teoria della relatività ristretta di Albert Einstein. Questa equivalenza generica suggerisce in linea di principio la possibilità di trasformare direttamente la materia in energia o viceversa. Einstein non vide applicazioni pratiche di questa scoperta. Intuì però che il principio di equivalenza massa-energia poteva spiegare il fenomeno della radioattività, ovvero che certi elementi emettono energia spontanea.

Successivamente, si avanzò l’ipotesi che alcune reazioni che implicano questo principio potevano effettivamente avvenire all’interno dei nuclei atomici. Il “decadimento” dei nuclei provoca un rilascio di energia. L’idea che una reazione nucleare si potesse anche produrre artificialmente e in misura massiccia, sotto forma cioè di reazione a catena, fu sviluppata nella seconda metà degli anni trenta in seguito alla scoperta del neutrone. Alcune delle principali ricerche in questo campo furono condotte in Italia da Enrico Fermi.[2]

Un gruppo di scienziati europei rifugiatisi negli Stati Uniti d’America (Enrico Fermi, Leo Szilard, Edward Teller ed Eugene Wigner) si preoccupò del possibile sviluppo militare del principio. Nel 1939, gli scienziati Fermi e Szilard, in base ai loro studi teorici, persuasero Albert Einstein a scrivere una lettera al presidente Roosevelt per segnalare che c’era la possibilità ipotetica di costruire una bomba utilizzando il principio della fissione ed era probabile che il governo tedesco avesse già disposto delle ricerche in materia. Il governo statunitense cominciò così a interessarsi alle ricerche.

Modello della prima bomba atomica al plutonio (nome in codice “The Gadget“) impiegata nel “Trinity test”.

Enrico Fermi proseguì negli Stati Uniti nuove ricerche sulle proprietà di un isotopo raro dell’uranio, l’uranio 235, fino a ottenere la prima reazione artificiale di fissione a catena autoalimentata: il 2 dicembre 1942, il gruppo diretto da Fermi assemblò a Chicago la prima “pila atomica” o “reattore nucleare a fissione” che raggiunse la condizione di criticità, costituito da una massa di uranio naturale e grafite disposti in maniera eterogenea.

Pochi mesi prima, nel giugno del 1942, in base ai calcoli fatti in una sessione estiva di fisica all’università della California guidata da Robert Oppenheimer, si era giunti alla conclusione che era teoricamente possibile costruire una bomba che sfruttasse la reazione di fissione a catena. La sua realizzazione tecnica richiedeva però enormi finanziamenti.

Gran parte dell’investimento sarebbe servito per produrre uranio sufficientemente “arricchito” del suo isotopo 235, o una quantità sufficiente di plutonio 239. I calcoli indicavano infatti che per produrre una massa critica occorreva una percentuale di arricchimento, cioè una concentrazione di isotopo fissile, molto più alta di quella necessaria per un reattore nucleare.

La prima bomba atomica fu realizzata con un progetto sviluppato segretamente dal governo degli Stati Uniti. Il programma assunse scala industriale nel 1942 (cfr. Progetto Manhattan). Per produrre i materiali fissili, l’uranio 235 e il plutonio 239, furono costruiti giganteschi impianti con una spesa complessiva di due miliardi di dollari dell’epoca. I materiali (escluso il plutonio prodotto nei reattori dei laboratori di Hanford nello stato del Washington e l’uranio prodotto nei laboratori di Oak Ridge) e i dispositivi tecnici, principalmente il detonatore a implosione, furono prodotti nei laboratori di Los Alamos, un centro creato apposta nel deserto del Nuovo Messico. Il progetto era diretto da Robert Oppenheimer e includeva i maggiori fisici del mondo, molti dei quali profughi dall’Europa.

“The Gadget” al “Trinity Site” in Alamogordo, New Mexico.

La prima bomba al plutonio (nome in codice “The Gadget“) fu fatta esplodere nel “Trinity test” il 16 luglio 1945 nel poligono di Alamogordo, in Nuovo Messico. La prima bomba, all’uranio, (“Little Boy“) fu sganciata sul centro della città di Hiroshima il 6 agosto 1945. La seconda bomba, al plutonio, denominata in codice “Fat Man“, fu sganciata invece su Nagasaki il 9 agosto 1945. Questi sono stati gli unici casi d’impiego bellico di armi nucleari, nella forma del bombardamento strategico.

L’Unione Sovietica recuperò rapidamente il ritardo; Stalin attivò la cosiddetta operazione Borodino che, grazie alla ricerca sovietica e anche all’apporto di spie occidentali, raggiunse inattesi successi. La prima bomba a fissione venne sperimentata il 29 agosto 1949, ponendo così fine al monopolio degli Stati Uniti d’America. La Gran Bretagna, la Francia e la Repubblica Popolare Cinese sperimentarono un ordigno a fissione rispettivamente nel 1952, nel 1960 e nel 1964. Israele costruì la prima arma nel 1966, si ritiene effettuò un test insieme al Sudafrica nel 1979, e il suo arsenale è tuttora non dichiarato. L’India effettuò il suo primo test nel 1974. Il Pakistan cominciò la produzione di armi nucleari nel 1983 ed effettuò un test nel 1998. La Corea del Nord effettuò un primo test nel 2006. Le testate nucleari, basate sia sul principio della fissione nucleare che della fusione termonucleare possono essere installate, oltre che su bombe aeree, su missili, proiettili d’artiglieria, mine o siluri.

Nel 1955 fu compilato il Manifesto di Russell-Einstein: Russel e Einstein promossero una dichiarazione invitando gli scienziati di tutto il mondo a riunirsi per discutere sui rischi per l’umanità prodotti delle armi nucleari.

Il Sudafrica, che aveva cominciato la produzione di bombe atomiche nel 1977, è stato l’unico paese a cancellare volontariamente il suo programma nucleare nel 1989, smantellando sotto il controllo dell’AIEA tutte le armi che aveva già costruito.

Principio di funzionamento[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Fissione nucleare.

Il principio della bomba atomica è la reazione a catena di fissione nucleare, il fenomeno fisico per cui il nucleo atomico di certi elementi con massa atomica superiore a 230 si può dividere (fissione) in due o più nuclei di elementi più leggeri quando viene colpito da un neutrone libero. La fissione si può innescare in forma massiccia, cioè come reazione a catena, se i nuclei fissili sono tanto numerosi e vicini fra loro da rendere probabile l’ulteriore collisione dei neutroni liberati con nuovi nuclei fissili. Gli isotopi che è possibile utilizzare nella pratica sono l’uranio 235 e il plutonio 239. Questi metalli pesanti sono i materiali fissili per eccellenza.

Quando un neutrone libero colpisce un nucleo di U235 o di Pu239, viene catturato dal nucleo per un tempo brevissimo, rendendo il nucleo composto instabile: questo si spezza entro 10−12 secondi in due o più nuclei di elementi più leggeri, liberando contestualmente da due a quattro neutroni. Circa l’uno per cento della sua massa viene convertita in energia sotto forma principalmente di fotoni ed energia cinetica dei nuclei leggeri residui e dei neutroni liberi, per un totale di circa 200 MeV.

I neutroni liberati dal processo possono urtare a loro volta altri nuclei fissili presenti nel sistema, che quindi si fissionano liberando ulteriori neutroni e propagando la reazione a catena in tutta la massa di materiale. Come già detto però la reazione a catena avviene se e solo se la probabilità di cattura dei neutroni da parte dei nuclei fissili è sufficientemente alta, cioè se i nuclei sono numerosi, molto vicini fra loro e le perdite per fuga dal sistema sono opportunamente ridotte. Questo si ottiene, tipicamente, mettendo insieme in una geometria a basso rapporto superficie/volume una certa quantità di uranio (o plutonio) metallico altamente “arricchito”, in cui cioè l’isotopo fissile è presente in concentrazione molto più alta di quella naturale, addirittura superiore al 90% del totale, in quantità tale da superare la cosiddetta “massa critica“.

Il valore esatto della “massa critica” dipende dall’elemento scelto, dal grado del suo arricchimento e dalla forma geometrica (una schermatura che circonda la massa stessa impedendo la fuga di neutroni può contribuire anch’essa a diminuirne il valore). Orientativamente è dell’ordine alcuni chilogrammi.[3]

Nella testata di una bomba atomica il materiale fissile è tenuto separato in più masse sub-critiche, oppure foggiato in una forma geometrica a guscio sferico cavo, che rende la massa sub-critica grazie all’alto rapporto superficie/volume tale da rendere sfavorevole il bilancio neutronico.

La bomba viene fatta detonare concentrando insieme il materiale fissile per mezzo di esplosivi convenzionali che portano istantaneamente a contatto le varie masse o fanno collassare il guscio sferico, unendo così il materiale in una massa super-critica. Al centro del sistema è collocato anche un “iniziatore”, un piccolo dispositivo in berillio contenente qualche grammo di una sostanza fortemente emissiva di neutroni come il polonio, un sistema che aiuta l’esplosione irraggiando la massa con un’ondata di neutroni al momento giusto. La testata è eventualmente rivestita esternamente con uno schermo in berillio, che riflette parzialmente i neutroni che altrimenti verrebbero persi all’esterno.

Energia e potenza dell’ordigno nucleare sono funzioni dirette della quantità di materiale fissile e della sua percentuale di arricchimento, così come della efficienza dell’arma (cioè la percentuale di materiale che effettivamente subisce la fissione) quest’ultima determinata dalla qualità o dalla taratura del suo sistema di detonazione.

La massa di materiale fissile in una bomba atomica è detta nòcciolo.

Reazione a catena[modifica | modifica wikitesto]

Esempio di reazione nucleare: un neutrone urta contro un atomo di uranio 235 formando un atomo instabil di uranio 236. Questo a sua volta si spacca in Cromo 92, Bario 141 e libera tre neutroni.

Diagramma della reazione nucleare.

La reazione nucleare a catena indotta da neutroni, in una massa di 235U avviene secondo uno schema di questo tipo:

235U + n → 236U "instabile" → 141Ba + 92Kr + 3 n + 200 MeV

Si hanno perciò i seguenti “prodotti di fissione”:

Elementi più leggeri. La formula esprime ciò che succede ad un nucleo di uranio (235U) quando viene colpito da un neutrone (n). L’effetto della cattura da parte del nucleo è la trasformazione di quest’ultimo in un isotopo più pesante (236U) che però dura solo un tempo brevissimo dopodiché l’elemento instabile si spezza formando due nuovi elementi. Gli elementi indicati nella seconda parte della formula sono il risultato relativamente più frequente della scissione, ma si possono formare anche elementi diversi a seconda del modo del tutto casuale in cui il nucleo si divide: accanto alla fissione dell’Uranio 235 in Bario 141 e Kripton 92 (riportata nel diagramma a fianco), se ne possono quindi verificare molte altre, ciascuna delle quali può comportare un numero di emissioni di neutroni che varia, di norma, da 2 a 4. Vediamo allora alcune delle reazioni nucleari che hanno luogo bombardando il nucleo dell’Uranio 235 con un neutrone, opportunamente rallentato, senza dimenticare però che le combinazioni possibili dei prodotti di fissione sono più di 40:

235U + n → 236U "instabile" → 137Te + 97Zr + 2 n + 200 MeV
235U + n → 236U "instabile" → 94Sr + 140Xe + 2 n + 200 MeV
235U + n → 236U "instabile" → 93Sr + 140Xe + 3 n + 200 MeV
235U + n → 236U "instabile" → 127Sn + 105Mo + 4 n + 200 MeV
(dove: Sr = Stronzio; Xe = Xeno; Te = Tellurio; Zr = Zirconio; Sn = Stagno; Mo = Molibdeno).

La maggior parte di questi elementi a loro volta sono isotopi instabili, perciò sono radioattivi e soggetti a ulteriore decadimento. Alcuni di questi risultano estremamente pericolosi per l’ambiente e la salute umana (frequenti sono il Cesio 137, lo Stronzio 90 e lo Iodio 131) data la facilità con cui tendono ad accumularsi nei tessuti degli esseri viventi.Fra i prodotti di fissione particolare importanza riveste lo Xeno 135, che viene generato sia come prodotto primario della fissione nucleare (nello 0.3% dei casi) sia più spesso (e cioè nel 5.6% delle fissioni termiche dell’Uranio 235) come decadimento del Tellurio 135, il quale subisce una serie di decadimenti beta, secondo il seguente schema:

135Te → 135I → 135Xe → 135Ce → Ba (stabile)

La sovraproduzione di Xeno 135 – o, più correttamente, l’incapacità degli ingegneri nucleari a interpretare correttamente tale dato – è stata una delle cause determinanti del disastro di Černobyl’. Lo Xeno 135, infatti, ha una elevata sezione di assorbimento per i neutroni termici, pari a circa 3.5×106 barn: tale sua caratteristica è in grado di “dissimulare” il livello reale della potenza della fissione nucleare in corso, determinando, in chi non conosce il comportamento di tale isotopo radioattivo, una sottovalutazione dello stadio della reazione a catena. A tal proposito è importante sottolineare come il procedimento di fissione nucleare che caratterizza la bomba atomica è il medesimo che consente la produzione dell’energia termoelettrica nei reattori nucleari civili: a conferma di ciò si osservi come il primo reattore nucleare civile – se si fa eccezione, naturalmente, per la Chicago Pile-1 sperimentata da Enrico Fermi il 2 dicembre 1942 per motivi di ricerca nell’ambito del Progetto Manhattan – è stato l’AM-1 (“Атом Мирный”, Atom Mirny, e cioè “Atomo Pacifico”, a riprova che sino a quel momento la fissione nucleare era stata impiegata esclusivamente a scopo bellico), costruito nel 1954 ad Obninsk, in Unione Sovietica, aggiungendo a un reattore nucleare militare “weapon-grade” (contenente cioè almeno il 90% di Plutonio 239) una turbina da 5MW.

Neutroni liberi. Ai nuovi elementi prodotti dalla reazione si aggiungono sempre da due a quattro neutroni liberi, che a loro volta possono venire catturati da altri nuclei fissili che si trovano all’interno della massa, e perciò li rendono instabili e contribuiscono a proseguire la reazione di fissione.

Energia. Per ciascun nucleo che si scinde, nel modo indicato dalla formula, si producono circa 200 MeV di energia, di cui circa 170 MeV sotto forma di energia cinetica dei prodotti di fissione e dei neutroni liberati. Più precisamente:

165 MeV per l'energia cinetica dei nuovi atomi formatisi a seguito della fissione;
5 MeV per l'energia cinetica dei neutroni;
8 MeV per l'energia della radiazione gamma istantanea;
5 MeV per l'energia di decadimento beta dei prodotti di fissione;
6 MeV per l'energia di decadimento gamma dei prodotti di fissione;
11 MeV per l'energia cinetica dei neutrini;

Questa rilevante produzione di energia è legato al fatto che la somma delle masse risultanti (frammenti di fissione e neutroni) è leggermente inferiore alla massa iniziale del nucleo e del neutrone che ha generato la fissione: una piccolissima percentuale di questa massa risulta perduta, “trasformata” in energia.La quantità di energia rilasciata dalle reazioni nucleari è molto più grande di quella delle reazioni chimiche in rapporto alla quantità di materia coinvolta. L’energia di legame all’interno dei nuclei (interazione forte) è molto più intensa di quella che lega tra loro gli elettroni esterni di due atomi. L’energia di legame all’interno dei nuclei è una misura di massa. Nel principio di equivalenza E=mc², poiché il secondo termine dell’uguaglianza è una grandezza enorme (a causa del valore della costante “c”, la velocità della luce nel vuoto, pari a 299 792 458 m/s) l’energia “E” risulta enorme in confronto ad una piccola massa “m”.Per confronto, in una molecola d’acqua il legame degli atomi di idrogeno può produrre una energia di circa 16 eV, dieci milioni di volte inferiore a quella liberata dal nucleo di uranio. Un grammo di U 235 che subisce interamente la fissione produce circa 8 x 1010 joule, ossia quanto la combustione di circa 3 tonnellate di carbone.

Un uccello rapace

Aquila

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Come leggere il tassobox

Aquila

GoldenEagle-Nova.jpg

Aquila chrysaetos

Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Superclasse Tetrapoda
Classe Aves
Sottoclasse Neornithes
Ordine Accipitriformes
Famiglia Accipitridae
Sottofamiglia Buteoninae
Genere Aquila
Brisson, 1760
Specie
Vedi testo

Le aquile (Aquila Brisson, 1760) sono un genere di uccelli rapaci della famiglia Accipitridae.[1]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Tutte le aquile sono caratterizzate da particolare robustezza e prestanza fisica: becco potente ed uncinato, testa grande, ali ampie, corpi generalmente ricoperti di piume sino al piede che presenta artigli robusti, ricurvi e affilati. Le aquile dispiegano un volo potente, spesso veleggiato e maestoso; piombano dall’alto rapidissime sulle prede per poi afferrarle a volo radente.

Come tutti i rapaci, le aquile, dopo aver immobilizzato la vittima, iniziano a divorarla ancora viva e, spesso, la inghiottono intera per poi rigettarne ossa, penne e piume che non riescono a digerire.

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Il cibo di questi rapaci è vario, ma sempre di origine animale. L’aquila reale preda marmotte, lepri, fagianidi, corvidi, tartarughe, piccioni, conigli, giovani cerbiatti. L’Aquila codacuneata, preda anche grossi pitoni, koala, opossum, canguri, wallaby, uccelli del paradiso e piccoli marsupiali.

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Il genere Aquila comprende le seguenti specie:[1]

Leggende, miti e simboli[modifica | modifica wikitesto]

L’aquila, grazie alle sue caratteristiche di grosso rapace, dalla vista acutissima, dal volo maestoso, dalla capacità di volare ad altezze irraggiungibili e piombare con velocità impressionante sulle prede, ha destato in tutti i popoli antichi il mito dell’invincibilità, paragonato ora al sole, ora al messaggero degli dei o allo stesso Dio. Se il leone è ritenuto il re degli animali terrestri, l’aquila è la regina dei volatili. Nell’antica arte sumerica si trovano reperti archeologici, che mostrano un animale con corpo d’aquila e testa di leone: emblema di sovranità sulla terra e sull’aria.[2] Simbolo celeste e solare, l’aquila indica pure acutezza mentale e d’ingegno, tanto che ancor oggi, parlando di una persona d’intelligenza mediocre, se non scarsa, si ricorre alla litote: «Quella persona non è certo un’aquila». A “canonizzare” questa metafora ci pensa Dante Alighieri, allorché nella sua Divina Commedia parla di Omero, che ai tempi del sommo poeta era considerato una delle più grandi menti mai esistite:

« Quel signor dell’altissimo canto, / che sovra gli altri com’aquila vola »
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, IV, 95-96)

D’altra parte anche l’antico proverbio latino

Aquila non capit muscas (L’aquila non cattura mosche)

che sta ad indicare come i grandi non si curino delle piccole cose, attribuisce automaticamente all’aquila il simbolo di grandezza.

Altra caratteristica dell’aquila, secondo antiche credenze, è quella di poter fissare con lo sguardo il sole senza che i suoi occhi ne patiscano. Conferma questa credenza anche Dante Alighieri, affermando nel I canto del Paradiso (vv. 46-48):

«…/ quando Beatrice, in sul sinistro fianco / vidi rivolta e riguardar nel sole:/ aquila sì non li s’affisse unquanco.»

L’aquila nelle tradizioni precristiane e precolombiane[modifica | modifica wikitesto]

Nello sciamanesimo asiatico l’aquila era il simbolo di un dio e presso il popolo degli Jakuti Siberiani il suo nome è il medesimo del Dio Creatore e gli sciamani, intermediari fra il popolo e la divinità, erano detti “figli dell’aquila”. È l’aquila infatti, secondo tale credenza, che trasporta l’anima dello sciamano durante la sua fase d’iniziazione.[3]

Secondo la mitologia greca, Zeus si trasformò in aquila per rapire Ganimede.[4]

Nella mitologia dei pellerossa l’aquila è la rappresentazione tangibile di Wakan Tanka, il Grande Uccello del Tuono, che elargisce i raggi solari ed è la manifestazione del Grande Spirito, la divinità suprema. Il diadema che ornava la testa dei grandi capi indiani era fatto di penne d’aquila, simbolo solare, e penne d’aquila, artigli e addirittura teste di questo regale uccello costituivano un corredo di amuleti indispensabile ad ogni guerriero.[5] Nella “Danza del Sole” i partecipanti indossavano piume di aquila ed un fischietto di osso dello stesso uccello.[6]

Nella mitologia azteca il dio-sole Tonatiuh era rappresentato da un’aquila, confermando anche qui la valenza solare che il mito assegna a questo uccello.

L’aquila fu anche considerata uccello aruspice, messaggero che portava i presagi dagli dei agli uomini. Nell’Iliade Priamo, prima di recarsi presso il nemico Achille per ottenerne il corpo del figlio Ettore, ucciso dall’eroe greco, offre a Zeus una libagione chiedendogli che gl’invii «…l’uccello che ti è caro fra tutti e che ha la forza suprema […] e il prudente Zeus ascolta la sua preghiera e subito lancia l’aquila, il più sicuro degli uccelli, il cacciatore fosco che è chiamato il nero.»[7]

L’aquila era, secondo la mitologia greco-romana, la portatrice dei fulmini di Giove e veniva anche raffigurata con i fulmini tra gli artigli.[8] E così, leggermente modificata, compare nell’emblema degli Stati Uniti d’America.[9]

Portatrice di fulmini ma anche protettrice da essi: secondo Plinio il Vecchio i greci antichi a questo fine inchiodavano aquile sulle porte delle loro case.[10]

Essa è nemica mortale del serpente, che attacca e uccide. Così viene mostrata su antiche monete greche e galliche, mentre in Siria la leggenda vuole che Etana, pastore divenuto re, abbia salvato l’aquila dalle spire del serpente cui l’uccello aveva divorato i figli. L’aquila, per ricompensarlo, lo avrebbe portato sulle sue ali fino in cielo.[2]

L’aquila nella mitologia norrena[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la mitologia norrena, l’aquila è l’eccelso tra gli uccelli, poiché sa volare molto in alto e può fissare il sole: è dunque emblema della percezione diretta della luce divina e della suprema sublimazione.
È altresì animale rapace, nemico dei serpenti, che strisciano sul terreno, e ciò ne accentua la simbologia di antagonista della materialità. Un’aquila con un falco tra gli occhi – immagine che simboleggia una straordinaria percezione visiva – è appollaiata sui rami dell’albero cosmico Yggdrasill e scambia continuamente cattive parole con il serpente Níðhöggr, che con altri ne rode le radici. La connessione dell’aquila con l’albero cosmico appare confermata non solo da un verso che recita «sui rami dei frassini si posano le aquile», bensì anche là dove si parla di un’aquila che si trova sopra la Valhalla, dimora di Odino, nello stesso luogo in cui cresce l’albero Læraðr, da identificare con l’albero cosmico.
L’aquila è dunque un uccello sacro, iniziatico e dotato di grande sapienza, e sul suo becco sono incise le rune. È estremamente sapiente perché è l’uccello delle origini, il primo che vola sul mondo ogni volta che un nuovo ciclo ha inizio. Dall’alto dello spazio e dall’alto del tempo, essa ha chiara percezione del mondo.
L’aquila è altresì uccello di Odino: sotto forma d’aquila egli compie il furto dell’idromele, che rende poeta chi lo beve; a tale mito alludono verosimilmente i suoi appellativi Arnhöfði, «testa d’aquila», e Örn, «aquila».
Come un sacrificio al dio dev’essere presumibilmente intesa anche la pratica crudele di mettere a morte i nemici incidendo la cosiddetta «aquila di sangue» (rista blóðörn): ciò consisteva nello staccare le costole dalla spina dorsale, aprirle come ali d’aquila ed estrarre i polmoni della vittima.
Alla definizione dell’aquila quale uccello di Odino non è estranea la qualità rapace dell’uccello, che si nutre di cadaveri: la metafora «rallegrare le aquile», «dare cibo all’aquila» vale «uccidere molti nemici».
La trasformazione magica in aquila non è tuttavia prerogativa esclusiva del dio: così, infatti, è detto dello jarl Fránmarr che vuole proteggere due donne dall’assalto di un esercito; così soprattutto è detto di taluni giganti quali Þjazi, il rapitore di Idunn, Suttungr, derubato da Odino del sacro idromele, o Hraesvelgr, che col battito delle sue ali possenti genera il vento sulla terra.[11]

L’aquila nell’iconologia e nel simbolismo cristiano[modifica | modifica wikitesto]

Nell’antico testamento il Libro di Ezechiele inizia con la descrizione di una visione del profeta-autore:

« Al centro apparve la figura di quattro esseri animati che avevano sembianze umane ed avevano ciascuno quattro facce e quattro ali. […] Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila. »
(Ezechiele, 1, 5-10)

Si tratta del Tetramorfo, figura ripresa da San Giovanni evangelista nell’Apocalisse:

« Il primo vivente era simile ad un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’un uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. »
(Apocalisse di San Giovanni, 4, 7)

L’aquila, simbolo cristologico[modifica | modifica wikitesto]

La sua funzione di psicopompa si è evoluta, dalla leggenda siriana di Etana, nota sicuramente alle prime comunità cristiane, in immagine di Cristo salvatore, che porta le anime in cielo. Così già il Deuteronomio, nel Cantico di Mosé, assimila la figura di Dio all’aquila:

«Come un’aquila incita la sua nidiata e aleggia sopra i suoi piccoli, così Egli spiega le ali, lo prende e lo porta sulle sue penne.»[12]

ove quell’Egli è il Signore.

Scrive Filippo di Thaon, monaco e poeta normanno del XII secolo:

« L’aquila significa / il figlio di Santa Maria, / che è un re di tutti gli uomini / senza alcun dubbio, / sta in alto e vede lontano, / sa bene che cosa deve fare »
(Filippo di Thaon, Bestiario[13])

seguendo quanto ancor più esplicitamente aveva detto Sant’Ambrogio in proposito, nel suo commento ad un passo dei Proverbi:[14]

«L’aquila si comprende come quella del Cristo che, col suo volo, è sceso in terra. Questo genere di animale non riceve cibo prima che la castità di sua madre sia dimostrata quando con gli occhi aperti, senza battere le ciglia, può contemplare il sole. È dunque a giusto titolo che questo animale è paragonato al Salvatore perché, quando vuole catturare qualche essere, non calpesta il suolo, ma elegge un luogo elevato: così il Cristo, sospeso all’alta croce, in un fracasso terribile ed in un volo tonante prende d’assalto gl’inferi e porta via verso i cieli i santi che ha afferrato.»[15]

L’aquila rigeneratrice[modifica | modifica wikitesto]

il fiore

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Rosa (botanica)

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Rosa

Rosa Asagumo 1.jpg

Rosa asagumo

Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Divisione Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Ordine Rosales
Famiglia Rosaceae
Sottofamiglia Rosoideae
Genere Rosa
L., 1753
Specie

La rosa (Rosa L., 1753), della famiglia delle Rosaceae, è un genere che comprende circa 150 specie, suddivise in numerose varietà con infiniti ibridi e cultivar, originarie dell’Europa e dell’Asia, di altezza variabile da 20 cm a diversi metri, comprende specie cespugliose, sarmentose, rampicanti, striscianti, arbusti e alberelli a fiore grande o piccolo, a mazzetti, pannocchie o solitari, semplici o doppi, frutti ad achenio contenuti in un falso frutto (cinorrodo); le specie spontanee in Italia sono oltre 30, di cui ricordiamo la R. canina (la più comune), la R. gallica (poco comune nelle brughiere e luoghi sassosi), la R. glauca (frequente sulle Alpi), la R. pendulina (comune sulle Alpi e l’Appennino settentrionale) e la R. sempervirens.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il nome generico deriva dal latino rosa, con tradizione dotta o semidotta (assenza di dittongo ascendente –uo– e pronuncia sonora della –s– anche nella parlata toscana), forse perché la tradizione della coltivazione di rose si era interrotta nell’Alto Medioevo ed era iniziata di nuovo in età carolingia[1]. Il latino rosa non è di origine indoeuropea, anche se ci sono collegamenti con il greco antico Ϝρόδον wródon e l’iranico *wr̻d- (cfr. persiano gul)[2], da cui[3] l’armeno vard[2]. È probabile un’origine mediterranea della parola[2], da una forma approssimativa wr(o)d(ya)-[3]. Rosa è poi passato al celtico insulare (irlandese rós) e al germanico (anglosassone róse, alto tedesco antico rosa)[1].

Uso[modifica | modifica wikitesto]

Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

Giardinaggio[modifica | modifica wikitesto]

Come pianta ornamentale nei giardini, per macchie di colore, bordure, alberelli, le sarmentose o rampicanti per ricoprire pergolati, tralicci o recinzioni, le specie nane dalle tinte brillanti e con fioriture prolungate per la coltivazione in vaso sui terrazzi o nei giardini rocciosi.

Industrialmente si coltivano le varietà a fusti eretti e fiori grandi, per la produzione del fiore reciso, che occupa in Italia circa 800 ettari, localizzati per oltre la metà in Liguria, il resto in Toscana, Campania e Puglia.

Uso in medicina[modifica | modifica wikitesto]

I petali vengono utilizzati per le proprietà medicinali, per l’estrazione dell’essenza di Rosa e degli aromi utilizzati in profumeria, nell’industria essenziera, nella cosmetica, pasticceria e liquoristica. È una delle basi immancabili più utilizzate in profumeria.

Come pianta medicinale si utilizzano oltre ai petali con proprietà astringenti, anche le foglie come antidiarroico, i frutti ricchi di vitamina C diuretici, sedativi, astringenti e vermifughi, i semi per l’azione antielmintica, e perfino le galle prodotte dagli insetti del genere Cynips ricche di tannini per le proprietà diuretiche e sudorifere.

In aromaterapia vengono attribuite all’olio di rosa proprietà afrodisiache, sedative, antidepressive, antidolorifiche, antisettiche, toniche del cuore, dello stomaco, del fegato, regolatrici del ciclo mestruale.[4]

Uso in cucina[modifica | modifica wikitesto]

Le giovani foglie delle rose spontanee servono per la preparazione di un tè di rosa. Le stesse foglie si possono consumare in insalata, mentre con il frutto della rosa si possono preparare confetture.

Profumeria e dermatologia[modifica | modifica wikitesto]

Estratti di rose nobili trovano impiego in profumeria e dermatologia.

Metodi di coltivazione[modifica | modifica wikitesto]

Si adatta a qualunque tipo di terreno purché lavorato in profondità, ben concimato con stallatico maturo. Le piante vengono collocate a dimora in autunno o alla fine dell’inverno nelle zone con forti geli, la concimazione si effettua all’inizio della ripresa vegetativa, incorporando nel terreno letame maturo.

La potatura delle piante è importantissima per una buona fioritura.

Le varietà rifiorenti non destinate alla forzatura si potano alla fine dell’inverno o inizio primavera, togliendo i rami vecchi e accorciando quelli nuovi e lasciando da 2 a 6 gemme per ramo a seconda del vigore e varietà; generalmente le potature energiche favoriscono la fioritura ad esclusione delle varietà molto vigorose per cui vale la regola contraria.

Nelle specie rifiorenti si eliminano man mano i rametti che hanno già fiorito per stimolare la produzione di nuovi fiori.

Le rose Polyantha vanno potate a fine inverno, dopo la prima fioritura di maggio e nelle fioriture successive fino all’autunno.

Le ‘rose sarmentose’ non rifiorenti, come gli ibridi di R. wichuraiana che hanno forti cacciate, lunghe anche alcuni metri, richiedono l’eliminazione dei rami di 3 anni, la curvatura delle cacciate di 1 anno, che fioriranno nell’anno successivo.

Le ‘rose rampicanti’ rifiorenti, vanno potate in base al vigore vegetativo, asportando i rami vecchi (legno vecchio) e raccorciando i rami nuovi.

La moltiplicazione avviene di norma per talea di getti dell’anno già lignificati e piantati in cassone a fine estate, o per innesto ad occhio vegetante in primavera estate.

Nelle coltivazioni industriali con le varietà coltivate per il fiore reciso, viene praticato l’innesto su soggetto R. indica var. major che fornisce al nesto il giusto vigore.

Per avere piante resistenti alla siccità o al gelo si utilizza come soggetto la R. canina ottenuta con la semina, ottenendo però oggetti poco vigorosi e a scarso sviluppo.

Avversità[modifica | modifica wikitesto]

Strade periciolose

Crash test: il pericolo è in agguato sulle strade di campagna

Dove il traffico è quasi inesistente e la velocità dovrebbe essere ridotta, sulle strade di campagna, il pericolo di decesso in moto è più elevato che sulle strade a percorrenza veloce. Ciò è dovuto al fatto che i motociclisti sottovalutano i rischi a cui possono andare incontro e commettono errori di valutazione alla guida, considerandosi immuni da ogni pericolo. Invece i rischi sono tanti e a dimostrarlo sono i crash test organizzati dall’assicuratrice Axa-Winterthur con Dekra.

DOVE SI RISCHIA

DOVE SI RISCHIA Curve dolci, strade poco trafficate, ampi orizzonti: ecco l’idilliaco scenario di una strada di campagna. Secondo uno studio eseguito da Axa-Winterthur, società assicuratrice franco-svizzera, in campagna gli utenti della strada si sentono più sicuri che in città o in autostrada. Non sempre, però, il pericolo percepito è proporzionale a quello reale: fuori dei centri abitati, infatti, perdono la vita, ogni anno, quasi lo stesso numero di persone che su tutti gli altri tipi di strada messi insieme. E questo è il tema dei crash test organizzati in collaborazione con Dekra, una delle più importanti società che si occupa di omologazione e revisioni, che da 25 anni illustra a Wildhaus, un piccolo paese svizzero, gli incidenti più frequenti nei vari scenari stradali per sensibilizzare gli utenti sui pericoli presenti sulle strade.

NUMERI INQUIETANTI


NUMERI INQUIETANTI
Nonostante l’Italia sia nel libro dei “buoni”, i numeri sono comunque impressionanti: nel 2007, l’ultimo anno per cui sono disponibili statistiche attendibili, sulle strade del nostro Paese hanno perso la vita 5.131 persone, di cui 2.336 su strade di campagna, pari al 45,5% del totale dei decessi. I numeri dicono che con 40 morti ogni milione di abitanti siamo i sesti in Europa ma, in valore assoluto, siamo secondi solo alla Polonia, che conta ben 5.583 decessi. Non stupisce che la fascia di gran lunga più a rischio sia quella dei 15-20enni, ovvero dei neopatentati, seguita a ruota da quella 20-25enni. Gli esperti hanno anche analizzato le condizioni particolari che portano le strade di campagna ad essere così pericolose: sorpassi azzardati, incroci, curve e sbocchi con poca visibilità e carreggiate non separate sono all’origine di gravi incidenti, da aggiungere alla manutenzione del fondo stradale spesso ben lungi dall’essere perfetta.

PERICOLO FRONTALE


PERICOLO FRONTALE
La collisione frontale, frutto di manovre di sorpasso azzardate, è una delle cause più frequenti di incidenti mortali che coinvolgono i motociclisti. Come rileva Jörg Ahlgrimm, responsabile analisi incidenti di Dekra, “I guidatori inesperti valutano in maniera errata il tratto di strada necessario per il sorpasso, o lo eseguono in condizioni di scarsa visibilità, per esempio in prossimità di una curva. Per limitare l’impulso al sorpasso nei tratti più trafficati, sarebbe meglio prevedere tratti con una corsia supplementare per questo tipo di manovre, come già accade in paesi come la Germania, la Francia e la Spagna. Se queste tratte fossero annunciate con segnali chiari e disposti con sufficiente anticipo, i guidatori più impazienti potrebbero rinunciare a manovre azzardate e aspettare di raggiungere la zona munita di corsia di sorpasso”. Questo è proprio uno dei crash-test organizzati a Wildhaus da Dekra: la situazione simula una collisione frontale, frutto di un sorpasso azzardato tra una moto da enduro stradale, che viaggia a 60 km/h, e un’auto che procede in senso inverso a soli 30 km/h. Durante l’urto, il conducente e il passeggero della moto vengono scagliati oltre il serbatoio e il manubrio sul veicolo in arrivo in direzione opposta. Gli impatti contro i montanti o lo spigolo del tetto della vettura sono quasi sempre fatali per il conducente della moto, mentre il passeggero può essere scagliato sulla carreggiata, oltre il veicolo in arrivo. Le foto sono eloquenti, anche in virtù delle velocità relativamente modeste dell’impatto, ma non rendono l’idea dell’impronta lasciata dal bacino del conducente sul serbatoio.

IMPREVISTI LETALI


IMPREVISTI LETALI
Anche gli ostacoli posti appena al di fuori della carreggiata sono pericoli sottovalutati. Prendiamo gli alberi, per esempio. Originariamente le loro radici servivano da protezione contro l’erosione delle strade, perlopiù sterrate. Oggi se ne devono rilevare soprattutto gli svantaggi: gli alberi aumentano il rischio di ferimento e decesso in caso di abbandono involontario della carreggiata, e diminuiscono l’efficacia degli eventuali guard-rail; con il sole, il passaggio repentino dalla luce all’ombra può azzerare per qualche secondo la visibilità dei conducenti, mentre con la pioggia le foglie bagnate rendono sdrucciolevole il fondo stradale.

STUDIARE PER PREVENIRE


STUDIARE PER PREVENIRE
Secondo uno studio condotto dall’Ufficio Svizzero per la Prevenzione degli Infortuni (UPI) sulla sicurezza nelle strade extraurbane, l’urto contro alberi e altri ostacoli al di fuori della carreggiata è responsabile di circa un terzo dei morti sulle strade di campagna e costituisce la causa più frequente di incidenti mortali. Il rischio di morire in seguito all’urto contro un albero è rispetto ad altri ostacoli per i motociclisti è addirittura triplo. “Nonostante gli evidenti svantaggi, ancora oggi vengono piantati alberi sui bordi delle strade, quando si potrebbero utilizzare cespugli che farebbero rallentare i veicoli che escono fuori carreggiata pur senza mettere in pericolo gli occupanti.”

INCROCIO PERICOLOSO


INCROCIO PERICOLOSO
Un ulteriore pericolo sulle strade di campagna è costituito dai frequenti incroci, spesso abbinati alla scarsa visibilità per via delle curve e della vegetazione. Soprattutto i motociclisti vengono avvistati troppo tardi a causa del loro limitato ingombro e dell’elevata capacità di accelerazione delle moto. Qui i veicoli agricoli possono sbucare inaspettatamente, attraversare la corsia di marcia o eseguire una manovra di svolta. Molti utenti della strada considerano innocui i veicoli agricoli per via della loro ridotta velocità, dimenticandone però le dimensioni. Se ci si imbatte in un mezzo di trasporto di tipo agricolo bisogna adeguare la propria velocità, verificando attentamente se è possibile attraversare la strada o sorpassare. In caso di urto le automobili e le motociclette finiscono infatti sotto il rimorchio, con il rischio mortale di rimanere schiacciati sotto la sponda di carico.

Pistola

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando l’omonima moneta, vedi Pistola.

Il termine pistola indica comunemente un’arma da fuoco di tipo convenzionale. Rientra nella categoria delle cosiddette armi da fuoco “corte”, che sono state inizialmente concepite per essere impugnate con una sola mano.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Pistole, a focile e a ruota

Le prime pistole (distinte dal precedente archibugio) comparvero verso la metà del Cinquecento, secondo alcuni in Toscana, a Pistoia, ove fiorivano botteghe di valenti armaioli e il termine deriverebbe proprio dal nome di quella città. L’etimologia ufficiale lo fa invece derivare dal ceco píšťala (“tubo, canna”), mentre secondo altri trarrebbe origine da pistoles, moneta spagnola di diametro uguale al calibro degli schioppi di allora.

Le prime pistole sfruttavano il sistema di accensione a ruota (pistola a ruota): sul fianco destro dell’arma era imperniato un dischetto di acciaio dal bordo zigrinato, caricato a molla e vincolato al grilletto. Premendo quest’ultimo il dischetto girava, sfregando contro una barretta di pirite, tenuta in posizione fra le ganasce di una morsa del cane. Dalla barretta di pirite si sprigionavano scintille che incendiavano la polvere d’innesco.

Il sistema a ruota, costoso e delicato, non offriva ampie garanzie di affidabilità, per cui gli artigiani dell’epoca sostituirono al dischetto ruotante il cane stesso, dotato di una pietra focaia stretta fra due ganasce. Arretrandolo, si comprimeva una molla e lo si agganciava al dente di scatto. Premendo il grilletto, il cane si abbatteva su una piastrina d’acciaio (batteria), sfregandovi contro con la pietra e producendo le scintille che incendiavano la polvere d’innesco.

Ai primi dell’Ottocento si scoprì che alcuni composti chimici esplodevano se sottoposti a percussione: un piccolo involucro (capsula) contenente fulminato di mercurio, clorato di potassio e solfuro di antimonio prese il posto dell’acciarino. La nascita del sistema a percussione, tuttora universalmente adottato, segna il definitivo ingresso nell’era moderna delle armi da fuoco: consente di ridurre enormemente le dimensioni fisiche dell’arma ed offre un’affidabilità di funzionamento pressoché totale.

Pistole a pietra focaia italiane e spagnole dei secoli XVII e XVIII

Per anni però il numero di colpi di un’arma coincise con quello delle canne di cui essa era dotata: generalmente una, spesso due, al massimo tre, salvo alcune esagerazioni poco diffuse, come le cosiddette “pistole a piede d’anitra” con quattro o più canne disposte a ventaglio su di un piano orizzontale. Queste pistole sparavano contemporaneamente da tutte le canne. Un altro esempio è il fucile a sette canne dell’inglese Manton. Nel 1836 Samuel Colt, ispirandosi alle rivoltelle dette “pepperbox” (dotate di varie canne che sparavano una per volta venendo ruotate dall’azionamento del grilletto), depositò il brevetto relativo alla pistola a rotazione ad avancarica del tamburo, in cui il fascio di canne delle “pepperbox” era ridotto ad un corto cilindro (il tamburo) che, ruotando intorno al suo asse dietro un’unica canna, presentava alla battuta del cane un colpo alla volta: era nata la rivoltella. Con l’invenzione della cartuccia metallica attribuita a Casimir Lefaucheux che depositò nel 1836 a Parigi un brevetto per una cartuccia con innesco laterale a spillo, il principio della retrocarica conobbe la sua definitiva affermazione, venendo universalmente esteso a tutte le armi corte.

Le prime pistole di Colt sparavano in “singola azione” (si doveva cioè armare il cane con il pollice prima di ogni colpo), ed avevano cinque o sei colpi. Con l’affermarsi della “doppia azione” la rivoltella raggiunse il punto massimo della sua evoluzione, rimanendo sostanzialmente inalterato fino ai nostri giorni. Il nuovo sistema consentiva infatti di sparare senza armare manualmente il cane ad ogni tiro, essendo sufficiente una decisa pressione sul grilletto per alzare il cane, far ruotare il tamburo ed esplodere il colpo. Nel 1880 la diffusione delle polveri senza fumo (smokeless), a base di nitrocellulose come cordite e balistite, oltre a ridurre drasticamente i problemi derivanti dall’accumulo di depositi carboniosi, consentì di fabbricare cartucce molto più potenti e generò la tendenza alla progressiva riduzione dei calibri in uso. Un calibro più piccolo consente infatti una maggior velocità del proiettile e la velocità è la prima responsabile dell’energia cinetica.

La retrocarica permise inoltre lo sviluppo dell’ultima grande innovazione nel mondo delle armi da fuoco portatili: il sistema di ripetizione semiautomatica, in cui l’energia cinetica del rinculo derivante dallo sparo viene utilizzata per far arretrare il carrello-otturatore, che espelle il bossolo vuoto, riarma il cane o il percussore, preleva una nuova cartuccia dal caricatore e la introduce in camera, aumentando significativamente la celerità di tiro. Un sistema simile era stato adottato per la prima volta nel 1884 da Hiram Maxim, inventore dell’omonima mitragliatrice.

Successivi miglioramenti vennero applicati alle armi corte da Hugo Borchardt, a cui si deve la nascita della prima pistola semiautomatica, la Borchardt-Luger, realizzata dal fabbricante austriaco Georg Luger.
Da questa nel 1897 derivò la famosa Luger Parabellum, poi mod. P. 08 (da: “Pistole 1908“), adottata da varie forze armate europee. Agli inizi del secolo Peter Paul Mauser brevettò un’altra rivoluzionaria pistola semiautomatica, con la sede del caricatore posta anteriormente al grilletto. In America invece gli studi di John Moses Browning diedero origine alla Colt Government 1911 in calibro .45 ACP, fino a pochi anni fa pistola d’ordinanza dell’U.S.Army e di molti corpi di Polizia, tuttora in produzione.
Alla fine dell’Ottocento inoltre furono concepite ed ideate le prime pistole semiautomatiche a singola azione come ad esempio la Brochard 1896.

Nel 1939 in Germania Karl Walther realizzò la famosa P.38 (da: “Pistole 1938“) in calibro 9 mm Parabellum, prima semiautomatica a sfruttare il principio della doppia azione, permettendo di tenere la cartuccia in canna e far fuoco alla semplice pressione del grilletto, senza arretrare preventivamente il carrello ed evitando così l’impiego di entrambe le mani.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Gli elementi che contraddistinguono una pistola (come categoria generale che comprende vari tipi di armi corte tra cui anche la rivoltella che altro non è che una “pistola a rotazione”) sono la presenza di un’impugnatura solitamente quasi perpendicolare all’asse della canna e dall’assenza di una calciatura fissa che in alcuni modelli può essere aggiunta per il cosiddetto “tiro in appoggio”, cioè imbracciando l’arma e poggiando il calcio contro il corpo.

La sua funzione è sempre stata quella di essere un’arma leggera e maneggevole, utilizzata soprattutto dalle truppe montate, dalle forze di polizia e gendarmeria e dai civili. Fino all’inizio del Novecento in molti Paesi europei, compresi gli Stati italiani preunitari, pistole dalla canna estremamente corta (sotto i 17 cm) erano vietate per legge poiché ritenute “armi insidiose”.

Le pistole fin quando furono ad avancarica solitamente erano usate in coppia specie dai militari (si pensi ai Carabinieri pre-unitari che avevano due pistole a pietra focaia come armi d’ordinanza) ciò poiché dopo aver sparato con una rimaneva comunque la seconda carica, sia nel caso in cui l’obiettivo non fosse stato neutralizzato, sia per garantirsi un’arma comunque funzionante mentre si ricaricava quella utilizzata.

Con l’avvento delle rivoltelle che consentivano una certa autonomia di fuoco prima di ricaricare questa prassi venne meno e la dotazione si ridusse a una sola pistola.

Principali tipi[modifica | modifica wikitesto]