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Il brutto anatroccolo

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Il brutto anatroccolo
Titolo originale Den grimme ælling
Duckling 03.jpg

Illustrazione di Vilhelm Pedersen

Autore Hans Christian Andersen
1ª ed. originale 1843
Genere fiaba
Lingua originale danese

Il brutto anatroccolo (Den grimme ælling) è una fiaba danese di Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta l’11 novembre 1843. La fiaba fu in seguito inclusa nel volume di Andersen I Nuovi racconti (Nye Eventyr1844).

Trama[modifica | modifica wikitesto]

All’interno di una nidiata di anatroccoli, se ne distingue uno dalle piume grigie, particolarmente grande e goffo. Sebbene la madre cerchi di accettarlo nonostante le sue differenze, il piccolo viene emarginato dai suoi simili: il duro trattamento che gli viene riservato lo induce ben presto a prendere la decisione di fuggire.

L’anatroccolo vaga senza meta e privo di ogni aiuto fino al calare dell’inverno, rischiando persino di morire congelato. Sopravvissuto miracolosamente, il protagonista giunge presso uno stagno dove vede nuotare un gruppo di splendidi cigni. Attratto dalla loro bellezza, gli si avvicina, e rimane enormemente sorpreso in quanto le eleganti creature gli danno il benvenuto e lo accettano: guardando il proprio riflesso nell’acqua, si accorge che lui stesso è diventato un bellissimo cigno bianco.

Analisi[modifica | modifica wikitesto]

Questa storia viene spesso considerata una metafora delle difficoltà che spesso bambini e adolescenti sperimentano durante la loro crescita. La fiaba viene spesso raccontata per rinforzare l’autostima dei bambini e far loro accettare eventuali differenze che li dividono dal “gruppo“; o addirittura, essere fieri di tali differenze, che potrebbero in realtà rivelarsi un dono.

È noto che Andersen metteva in relazione questa fiaba, e la sua morale, con la sua gioventù, nella quale egli si trovò spesso a essere emarginato e rifiutato come “diverso”, anche a causa delle prime manifestazioni della sua omosessualità.

La storia viene usata spesso per riferirsi a qualcosa o qualcuno che, inizialmente oggetto di disprezzo o disinteresse, alla fine ottiene l’apprezzamento e il rispetto dei più. In genere ci si riferisce a un progresso morale, ma talvolta anche fisico (per esempio per riferirsi a un bambino o una bambina “bruttini” da piccoli che diventano più belli crescendo).

Alla fiaba si può anche associare il messaggio che tutte le persone hanno un valore inerente, che esiste a prescindere dai contesti sfortunati e infelici in cui tale valore non può emergere o non può essere riconosciuto. Il fatto che i fratelli del brutto anatroccolo, che prima lo deridono, si scoprono poi essere “semplici anatre” che deridevano uno “splendido cigno”, introduce anche una chiave di lettura della fiaba in cui emerge un velo di elitarismo e classismo.

Il fatto che il brutto anatroccolo trovi sé stesso quando trova i suoi simili, infine, è stato talvolta letto come un’affermazione dell’importanza della famiglia e dell’appartenenza a un gruppo.

Adattamenti e riferimenti[modifica | modifica wikitesto]

Walt Disney ha realizzato due Sinfonie allegre basate su questa storia: L’anitroccolo eroico nel 1931 (in bianco e nero) e Il piccolo diseredato nel 1939 (in Technicolor). Il secondo è quello più notevole, e ha vinto il premio Oscar come miglior cortometraggio d’animazione. Nell’adattamento disneyano, le sofferenze del brutto anatroccolo sono notevolmente addolcite; egli infatti trova i suoi genitori dopo pochi minuti.

Il cartone animato del 1939 appare anche nel film Disney del 2002 Lilo & Stitch, in cui il protagonista (un esperimento genetico alieno privo di genitori) si immedesima nel brutto anatroccolo e nella sua ricerca di una famiglia. Il riferimento alla fiaba di Andersen viene qui ricollegato con l’ideale hawaiano della ohana (“famiglia”), che è il tema dominante del film.

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Estate

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Paesaggio rurale in estate.

L’estate è una delle quattro stagioni in cui è diviso l’anno. Si distingue in astronomica e meteorologica.[1]

Estate astronomica[modifica | modifica wikitesto]

Nell’emisfero boreale la stagione copre l’arco di tempo che va dal solstizio di giugno (20-21 giugno) all’equinozio di settembre (22-23 settembre) occupando in totale 92 giorni.[2][3]. In Italia, tradizionalmente, l’estate inizia il 21 giugno. In questo periodo dell’anno il Sole, che ha raggiunto il punto più alto rispetto all’orizzonte, comincia una discesa che termina con l’equinozio di autunno.[4] Le temperature raggiungono i loro livelli massimi, solitamente nel pieno della stagione.[5][6] Ciò rende molto più rare le precipitazioni, causando anzi siccità e secchezza.[7][8] Una conseguenza è rappresentata anche dalla maggior lunghezza del  rispetto alla notte.[9] L’eccessivo caldo porta, in vari Stati, alla sospensione delle attività scolastiche: tale periodo è noto come “vacanza”.[10]

Uno scorcio marittimo: durante la stagione estiva, la spiaggia è una delle principali mete turistiche.

Nell’emisfero australe è invece detta “estate” la fascia temporale dal 22 dicembre al 20 marzo, ovvero quando nella parte alta del globo è in corso l’inverno.[11] Qui ha una durata di 89 giorni, 90 nell’anno bisestile.[12]

Estate meteorologica[modifica | modifica wikitesto]

La meteorologia descrive invece l’estate come il periodo più caldo dell’anno, in opposizione all’inverno che è invece visto come il più freddo.[13] In questo senso la stagione va dal 1º giugno al 31 agosto.[14]

Le posizioni del Sole e della Terra nel corso delle stagioni.

Aspetto culturale[modifica | modifica wikitesto]

L’estate è vista come la stagione del gran caldo[15] e delle vacanze.[16] Concettualmente, tale periodo dell’anno può essere paragonato all’apice della vita e delle forze.[17][18]

Festività estive sono: la notte di San Giovanni (celebrata a ridosso del solstizio)[19], il giorno del Canada (1 luglio)[20], il giorno dell’indipendenza americano (4 luglio)[21], l’anniversario della presa della Bastiglia (14 luglio)[22], la notte delle “stelle cadenti” o di San Lorenzo (10 agosto)[23], il Ferragosto (15 agosto) e il Labor Day (ricorrente il primo lunedì di settembre). L’oroscopo colloca in estate i segni di Cancro (acqua), Leone (fuoco) e Vergine (terra).[24]

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

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Estate

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Paesaggio rurale in estate.

L’estate è una delle quattro stagioni in cui è diviso l’anno. Si distingue in astronomica e meteorologica.[1]

Estate astronomica[modifica | modifica wikitesto]

Nell’emisfero boreale la stagione copre l’arco di tempo che va dal solstizio di giugno (20-21 giugno) all’equinozio di settembre (22-23 settembre) occupando in totale 92 giorni.[2][3]. In Italia, tradizionalmente, l’estate inizia il 21 giugno. In questo periodo dell’anno il Sole, che ha raggiunto il punto più alto rispetto all’orizzonte, comincia una discesa che termina con l’equinozio di autunno.[4] Le temperature raggiungono i loro livelli massimi, solitamente nel pieno della stagione.[5][6] Ciò rende molto più rare le precipitazioni, causando anzi siccità e secchezza.[7][8] Una conseguenza è rappresentata anche dalla maggior lunghezza del  rispetto alla notte.[9] L’eccessivo caldo porta, in vari Stati, alla sospensione delle attività scolastiche: tale periodo è noto come “vacanza”.[10]

Uno scorcio marittimo: durante la stagione estiva, la spiaggia è una delle principali mete turistiche.

Nell’emisfero australe è invece detta “estate” la fascia temporale dal 22 dicembre al 20 marzo, ovvero quando nella parte alta del globo è in corso l’inverno.[11] Qui ha una durata di 89 giorni, 90 nell’anno bisestile.[12]

Estate meteorologica[modifica | modifica wikitesto]

La meteorologia descrive invece l’estate come il periodo più caldo dell’anno, in opposizione all’inverno che è invece visto come il più freddo.[13] In questo senso la stagione va dal 1º giugno al 31 agosto.[14]

Le posizioni del Sole e della Terra nel corso delle stagioni.

Aspetto culturale[modifica | modifica wikitesto]

L’estate è vista come la stagione del gran caldo[15] e delle vacanze.[16] Concettualmente, tale periodo dell’anno può essere paragonato all’apice della vita e delle forze.[17][18]

Festività estive sono: la notte di San Giovanni (celebrata a ridosso del solstizio)[19], il giorno del Canada (1 luglio)[20], il giorno dell’indipendenza americano (4 luglio)[21], l’anniversario della presa della Bastiglia (14 luglio)[22], la notte delle “stelle cadenti” o di San Lorenzo (10 agosto)[23], il Ferragosto (15 agosto) e il Labor Day (ricorrente il primo lunedì di settembre). L’oroscopo colloca in estate i segni di Cancro (acqua), Leone (fuoco) e Vergine (terra).[24]

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Primavera (Botticelli)

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Primavera
Botticelli-primavera.jpg
Autore Sandro Botticelli
Data 1482 circa
Tecnica Tempera su tavola
Dimensioni 203×314 cm
Ubicazione Galleria degli UffiziFirenze

La Primavera è un dipinto a tempera su tavola (203 x 314 cm) di Sandro Botticelli, databile al 1482 circa. Realizzata per la villa medicea di Castello, l’opera d’arte è conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Si tratta del capolavoro dell’artista, nonché di una delle opere più famose del Rinascimento italiano. Vanto della Galleria, si accostava anticamente con l’altrettanto celebre Nascita di Venere, con cui condivide la provenienza storica, il formato e alcuni riferimenti filosofici. Il suo straordinario fascino che tuttora esercita sul pubblico è legato anche all’aura di mistero che circonda l’opera, il cui significato più profondo non è ancora stato completamente svelato[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Flora

Il dipinto venne eseguito per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici (1463-1503), cugino di secondo grado del Magnifico di circa quindici anni più giovane, non sempre in ottimi rapporti con il cugino maggiore, incaricato de facto di governare Firenze[1]. Gli inventari di famiglia del 14981503 e 1516 hanno anche chiarito la sua collocazione originaria, nel Palazzo di via Larga, dove rimase prima di essere trasferita nella Villa di Castello, dove il Vasari riferisce di averla vista nel 1550, accanto alla Nascita di Venere[2]. Il titolo con cui è universalmente conosciuto il dipinto deriva proprio dall’annotazione del Vasari (“Venere che le Grazie fioriscono, dinotando Primavera”), dalla quale derivano anche le linee cardine su cui si sono mossi tutti i tentativi di interpretazione[1].

Nel 1815 si trovava già nel Guardaroba mediceo e nel 1853 venne trasferita alla Galleria dell’Accademia per lo studio dei giovani artisti che frequentavano la scuola; con il riordino delle collezioni fiorentine venne trasferita agli Uffizi nel 1919[3].

Se nella critica non vi è alcun dubbio circa l’autografia di Botticelli, piuttosto discordi sono le ipotesi sulla datazione. Gli estremi sono quelli della collaborazione presso i Medici, dal 1477 al 1490, con la sospensione del viaggio a Roma, per affrescare tre episodi biblici nella Cappella Sistina, degli anni 14801482. Lightbrown ipotizzò una datazione immediatamente successiva al rientro dalla Città eterna, nel 1482, coincidendo con le nozze del committente Lorenzo il Popolano con Semiramide Appiani[3]: l’allegoria di Venere, rappresentata al centro del dipinto, sarebbe anche legata a un oroscopo di Lorenzo, come risulta da una lettera di Marsilio Ficino a lui indirizzata, in cui il filosofo lo esortava a ispirare il proprio agire alla configurazione astrale che ne dominava il tema natale, cioè proprio Venere e Mercurio[2].

Questa ipotesi è oggi la più accettata dalla critica, sostituendo ormai quella al 1478, prima della partenza per Roma.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Zefiro

In un ombroso boschetto, che forma una sorta di semi-cupola di aranci colmi di frutti e arbusti sullo sfondo di un cielo azzurrino, sono disposti nove personaggi, in una composizione bilanciata ritmicamente e fondamentalmente simmetrica attorno al perno centrale della donna col drappo rosso e verde sulla veste setosa[1]. Il suolo è composto da un verde prato, disseminato da un’infinita varietà di specie vegetali e un ricchissimo campionario di fiori[1]nontiscordardiméirisfiordalisoranuncolopapaveromargheritaviolagelsomino, ecc.

I personaggi e l’iconografia generale vennero identificati nel 1888 da Adolph Gaspary, basandosi sulle indicazioni di Vasari, e, fondamentalmente, non sono più stati messi in discussione[1]. Cinque anni dopo Aby Warburg articolò infatti la descrizione che venne sostanzialmente accettata da tutta la critica, sebbene sfugga tuttora il senso complessivo della scena[1].

L’opera è, secondo una teoria ampiamente condivisa, ambientata in un boschetto di aranci (il giardino delle Esperidi) e va letta da destra verso sinistra, forse perché la collocazione dell’opera imponeva una visione preferenziale da destra[2]Zefiro, vento di sud ovest e di primavera che piega gli alberi, rapisce per amore la ninfa Clori (in greco Clorìs), mettendola incinta; da questo atto ella rinasce trasformata in Flora, la personificazione della stessa primavera rappresentata come una donna dallo splendido abito fiorito che sparge a terra le infiorescenze che tiene in grembo[1]. A questa trasformazione allude anche il filo di fiori che già inizia a uscire dalla bocca di Clori durante il suo rapimento. Al centro campeggia Venere, inquadrata da una cornice simmetrica di arbusti, che sorveglia e dirige gli eventi, quale simbolo neoplatonico dell’amore più elevato[1]. Sopra di lei vola il figlio Cupido, mentre a sinistra si trovano le sue tre tradizionali compagne vestite di veli leggerissimi, le Grazie, occupate in un’armoniosa danza in cui muovono ritmicamente le braccia e intrecciano le dita[1].

Chiude il gruppo a sinistra un disinteressato Mercurio, coi tipici calzari alati, che col caduceo scaccia le nubi per preservare un’eterna primavera[1].

Interpretazioni[modifica | modifica wikitesto]

Come succede per altri grandi capolavori del Rinascimento, la Primavera nasconde vari livelli di lettura: uno strettamente mitologico, legato ai soggetti rappresentati, la cui spiegazione è ormai appurata; uno filosofico, legato alla filosofia dell’accademia neoplatonica e ad altre dottrine; uno storico-dinastico, legato alle vicende contemporanee ed alla gratificazione del committente e della sua famiglia.

Queste ultime due letture, con le rispettive ramificazioni possibili, sono più controverse, ed hanno registrato i molteplici interventi di studiosi e storici dell’arte, senza tuttavia giungere a un risultato definitivo o almeno ampiamente condiviso.

Lettura legata al committente[modifica | modifica wikitesto]

Mercurio

Una prima serie di interpretazioni lega i personaggi mitologici del dipinto a individui fiorentini dell’epoca, come in una mascherata carnevalesca, e alla loro celebrazione tramite rappresentazioni simboliche delle loro virtù[2].

Partendo dall’inventario mediceo del 1498Mirella Levi D’Ancona ha ipotizzato che il dipinto possa essere l’allegoria del matrimonio tra Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici e Semiramide Appiani; Botticelli lo avrebbe oltretutto eseguito in due momenti successivi, perché l’opera era stata inizialmente commissionata da Giuliano de’ Medici in occasione della nascita del figlio Giulio (futuro papa Clemente VII), avuto con Fioretta Gorini che egli avrebbe sposato in gran segreto nel 1478.

Ma come è noto Giuliano morì nella congiura dei Pazzi ordita contro il fratello in quello stesso anno, un mese prima della nascita del figlio, per cui il quadro incompiuto venne “riciclato” dal cugino qualche tempo dopo per celebrare le sue nozze, inserendovi il suo ritratto e quello della moglie, che si diceva essere donna dall’estrema bellezza. Il gruppo di destra rappresenterebbe l’istintualità e la passionalità notoriamente condannate dal neoplatonismo perché portatrici di atteggiamenti irrazionali.

Secondo questa interpretazione i personaggi raffigurerebbero:

  • Venere = Fioretta Gorini (prima versione), poi l’Amore Universale
  • Mercurio = Lorenzo di Pierfrancesco
  • Tre Grazie = Amore humanus (la Grazia al centro ha le sembianze di Semiramide Appiani), cioè spirituale, puro, elevato, secondo i principi dell’umanesimo platonico
  • Zefiro-Cloris-Flora = Amore Ferinus (carnale)

I fiori presenti nella scena alluderebbero a vari significati matrimoniali: fiordalisi, margherite e nontiscordardimé alludono alla donna amata, i fiori d’arancio sugli alberi sono ancora oggi un simbolo di felicità matrimoniale, così come la borrana che si vede sul prato[4].

In base ad altri ritratti dipinti da Botticelli o da altri artisti della sua cerchia, nei vari protagonisti della rappresentazione sono stati individuati vari personaggi di casa Medici. Trattandosi però spesso di opere altamente idealizzate, si tratta per lo più di semplici ipotesi, più o meno suggestive.

In particolare nelle tre Grazie sono state riconosciute Caterina Sforza (a destra), confrontando con la Santa Caterina d’Alessandria(sempre di profilo) nel Lindenau-Museum di Altenburg, e Simonetta Vespucci (al centro), la fonte di ispirazione per la Nascita di Venere, che guarda sognante verso Mercurio-Giuliano de’ Medici[2].

Lettura storica[modifica | modifica wikitesto]

Secondo Horst Bredekamp, che data la tavola a non prima del 1485, oltre alle evidenti implicazioni filosofiche, si dovrebbe considerare il dipinto come allegoria dell’età medicea, intesa come età dell’oro, ma sotto la guida di Lorenzo di Pierfrancesco e non del Magnifico, confermandone così la committenza. La presenza di Flora sarebbe pertanto un’allusione a Florentia e dunque alle antiche origini della città.

Si tratta di un’interpretazione che tiene notevolmente conto di numerose implicazioni di carattere storico e politico dell’epoca e che riprende la generale tendenza degli ultimi decenni a “smitizzare” la figura del Magnifico in favore del ramo cadetto della famiglia, cui verrebbe attribuita un’importanza forse per molto tempo rimasta sconosciuta ma non ancora pienamente verificata.

Le altre figure sarebbero città legate in vario modo a Firenze: Mercurio-Milano, Cupido (Amor)-Roma, le Tre Grazie come PisaNapoli e Genova, la ninfa Maya come Mantova, Venere come Venezia e Borea come Bolzano.

Lettura filosofica[modifica | modifica wikitesto]

Sicuramente nella Primavera il mito venne scelto per rispecchiare verità morali, adottando un tema antico, quindi universale, ad un linguaggio del tutto moderno[5].

Il primo critico a mettere il dipinto direttamente in relazione con la cerchia di filosofici neoplatonici frequentata da Botticelli fu Aby Warburg nel 1893, che lesse la Primavera come la trasposizione di un distico di Agnolo Poliziano, ricco di citazioni letterarie antiche. Sarebbe quindi la rappresentazione di Venere dopo la nascita (raffigurata nell’altro celebre dipinto della serie), durante l’arrivo nel suo regno[2].

Ernst Gombrich, nel 1945, e, dopo di lui, negli anni cinquanta Wind e negli anni sessanta Panofsky, lessero la Primavera addirittura come il manifesto del sodalizio filosofico ed artistico dell’Accademia di Careggi. Vi si narrerebbe come l’amore, nei suoi diversi gradi, arrivi a staccare l’uomo dal mondo terreno per volgerlo a quello spirituale[2].

La scena si svolgerebbe nel giardino sacro di Venere, che la mitologia colloca nell’isola di Cipro, come rivelano gli attributi tipici della dea sullo sfondo (per es. il cespuglio di mirto alle sue spalle) e la presenza di Cupido e Mercurio a sinistra in funzione di guardiano del bosco, che infatti tiene in mano un caduceo per scacciare le nubi della pioggia (anche se egli viene insolitamente raffigurato in una posizione che lo rende estraneo al resto della scena). Le Tre Grazie rappresentavano tradizionalmente le liberalità, ma la parte più interessante del dipinto è quella costituita dal gruppo di personaggi sulla destra, con Zefiro, la ninfa Cloris e la dea Flora, divinità della fioritura e della giovinezza, protettrice della fertilità. Zefiro e Clori rappresenterebbero la forza dell’amore sensuale e irrazionale, che però è fonte di vita (Flora) e, tramite la mediazione di Venere ed Eros, si trasforma in qualcosa di più perfetto (le Grazie), per poi spiccare il volo verso le sfere celesti guidato da Mercurio[2].

Oltre alle teorie di Marsilio Ficino e la poetica del Poliziano, Botticelli s’ispirò anche alla letteratura classica (Ovidio e Lucrezio), soprattutto per quanto riguarda la metamorfosi di Cloris in Flora; tuttavia, il centro focale della composizione è Venere, che secondo l’ideologia neoplatonica sarebbe la rappresentazione figurata del suo mondo secondo il seguente schema:

Le tre grazie

  • Venere = Humanitas, ovvero le attività spirituali dell’uomo
  • Tre Grazie = fase operativa dell‘Humanitas’
  • Mercurio = la Ragione, che guida le azioni dell’uomo allontanando le nubi della passione e dell’intemperanza
  • Zefiro-Cloris-Flora = la Primavera, simbolo della natura non tanto intesa come stagione dell’anno quanto forza universale ciclica e dal potere rigenerativo.

Per Erwin Panofsky ed altri storici dell’arte, e non solo, la Venere della Primavera sarebbe la Venere celeste, vestita, simbolo dell’amore spirituale che spinge l’uomo verso l’ascesi mistica, mentre la Nascita raffigurerebbe la Venere terrena, nuda, simbolo dell’istintualità e della passione che ricacciano gli individui verso il basso[2].

Numerose sono le proposte di lettura per le Grazie. Il loro movimento di alzare e abbassare le braccia ricorda filosoficamente il principio base dell’amore (da Seneca), la Liberalità, in cui ciò che si dà viene restituito[4]. Esse possono rappresentare anche tre aspetti dell’amore, descritti da Marsilio Ficino: da sinistra, la Voluttà (Voluptas), dalla capigliatura ribelle, la Castità (Castitas), dallo sguardo malinconico e dall’atteggiamento introverso, e la Bellezza (Pulchritudo), con al collo una collana che sostiene un’elegante prezioso pendente e dal velo sottile che le copre i capelli, verso la quale sembra stare per scoccare la freccia Cupido[4]. Secondo Esiodo le tre fanciulle divine sono invece Aglaia, lo Splendore, Eufrosine, la Gioia e Talia, la Prosperità.Latinizzate divennero Viriditas, Splendor e Laetitia Uberrima ovvero l’Adolescenza, lo Splendore e la Gioia Piena, o Letizia Fecondissima (Marsilio Ficino nel “de amore”).

Claudia Villa (italianista contemporanea) è portata a considerare che i fiori, secondo una tradizione che ha origine in Duns Scoto, costituiscono l’ornamento del discorso e identifica il personaggio centrale nella Filologia, per cui riferisce la scena alle Nozze di Mercurio e Filologia rovesciando anche le identità dei personaggi che stanno alla nostra destra. Così la figura dalla veste fiorita è da vedersi come la Retorica, la figura che sembra entrare impetuosamente nella scena come Flora generatrice di poesia e di bel dire, mentre il personaggio alato, che sembra sospingere più che attrarre a sé la fanciulla, sarebbe un genio ispiratore.

In tale contesto interpretativo diventa difficile giustificare i colori freddi con cui è rappresentato il personaggio, a meno che l’autore non volesse affidare a questa scelta la smaterializzazione e il carattere spirituale dell’ispirazione poetica. Può risultare invece più comprensibile il disinteresse alla scena che sembra mostrare Mercurio, dio dei Mercanti.

IL SANTO NATALE

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Natale

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Natale
Giorgione - Adoration of the Shepherds - National Gallery of Art.jpg
Tipo di festa religiosa
Data 25 dicembre (per cattolici, protestanti e ortodossi che seguono il calendario gregoriano); 6 gennaio (per le chiese ortodosse orientali); 7 gennaio (per ortodossi che seguono il calendario giuliano); 19 gennaio (per la chiesa armena apostolica di Gerusalemme che segue il calendario giuliano)
Religione Cristianesimo
Oggetto della celebrazione Nascita di Gesù
Feste correlate Santo StefanoSanta FamigliaMaria Madre di DioEpifaniaBattesimo di Gesù
Tradizioni religiose Vegliapresepe
Tradizioni profane albero di Natale
Tradizioni culinarie Pandoropanettonepanfortetorronealtri
Data d’istituzione III secolo
Altri nomi Natività del Signore, Natale di Gesù

Il Natale è una festa cristiana che celebra la nascita di Gesù (“Natività“): cade il 25 dicembre per la maggior parte delle Chiese cristiane occidentali e greco-ortodosse; per le Chiese ortodosse orientali cade il 6 gennaio e il 7 gennaio per le Chiese ortodosseslave, che seguono il calendario giuliano.

Secondo il calendario liturgico è una solennità di importanza superiore all’Ascensione e alla Pentecoste, ma inferiore alla Pasqua, la festa cristiana più importante. È comunque la festa più popolarmente sentita tra i cristiani; tuttavia in tempi più recenti ha assunto tra le popolazioni di cultura occidentale anche un significato laico, legato allo scambio di doni, alla famiglia e a figure del folclore come Babbo Natale.

Sono strettamente legate alla festività la tradizione del presepe e dell’albero di Natale, entrambe di origine medioevale, la seconda più legata ai Paesi del Nord Europa.

Il termine italiano “Natale” deriva dal latino cristiano Natāle(m) per ellissi di diem natālem Christi (“giorno di nascita di Cristo”), a sua volta dal latino natālis, derivato da nātus (“nato”), participio perfetto del verbo nāsci (“nascere”).[1]

Il Natale nella tradizione cristiana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Tempo di Natale.

Adorazione del Bambino (1439-43), Beato Angelico.

Nella tradizione cristiana, il Natale celebra la nascita di Gesù a Betlemme da Maria. Il racconto ci è pervenuto attraverso i vangeli secondo Luca e Matteo, che narrano l’annuncio dell’angelo Gabriele, la deposizione nella mangiatoia, l’adorazione dei pastori, la visita dei magi. Alcuni aspetti devozionali (la grotta, il bue e l’asino, i nomi dei Magi) risalgono invece a tradizioni successive e a racconti presenti in vangeli apocrifi.

Il significato cristiano della festa risiede nella celebrazione della presenza di Dio. Con la nascita di Gesù, Dio per i cristiani non è più infatti un Dio distante, che si può solo intuire da lontano, ma è un Dio che si rivela ed entra nel mondo per rimanervi fino alla fine dei tempi.[2]

Per quanto riguarda la liturgia, nella Chiesa latina il giorno di Natale è caratterizzato da quattro messe:

  • la vespertina della vigilia;
  • ad noctem (cioè la messa della notte);
  • in aurora;
  • in die (nel giorno).

Come tutte le solennità, il Natale ha una durata maggiore rispetto agli altri giorni del calendario liturgico e inizia infatti con i vespri della vigilia: il tempo liturgico del Natale si conta a partire dai primi vespri del 24 dicembre, per terminare con la domenica del Battesimo di Gesù, mentre il periodo precedente al Natale comprende le domeniche di Avvento.

Il Natale al di fuori del cristianesimo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Villaggio di Babbo Natale (Korvatunturi).

Nel corso dell’ultimo secolo, con il progressivo secolarizzarsi dell’Occidente, e in particolar modo dell’Europa Settentrionale, il Natale ha continuato a rappresentare un giorno di festa anche per i non cristiani, assumendo significati diversi da quello religioso. In questo ambito, il Natale è generalmente vissuto come festa legata alla famiglia, alla solidarietà, allo scambio di regali e alla figura di Babbo Natale.

Al tempo stesso la festa del Natale, con connotazioni di tipo secolare-culturale, ha conosciuto una crescente diffusione in molte aree del mondo, estendendosi anche in Paesi dove i cristiani sono piccole minoranze, come in IndiaPakistanCinaTaiwanGiappone e Malesia.

Al di fuori del suo significato religioso, il Natale ha inoltre assunto nell’ultimo secolo una significativa rilevanza in termini commerciali ed economici, legata all’usanza dello scambio di doni. A titolo di esempio, negli Stati Uniti è stato stimato che circa un quarto di tutta la spesa personale venga effettuata nel periodo natalizio.[3]

Tradizioni natalizie[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Natale nel folklore.

Il Natale è una festa accompagnata da diverse tradizioni, sociali e religiose, spesso variabili da paese a paese.

Tra i costumi, le pratiche e i simboli familiari del Natale sono presenti il presepe, l’albero natalizio, la figura di Babbo Natale, il calendario dell’Avvento, lo scambio di auguri e di doni.

Il presepe, derivato da rappresentazioni medievali che la tradizione fa risalire a san Francesco d’Assisi, è una ricostruzione figurativa della natività di Gesù ed è una tradizione particolarmente radicata in Italia.

L’albero di Natale, altro simbolo del Natale, è un abete (o altra conifera sempreverde) addobbato con piccoli oggetti colorati (soprattutto palle di diversi colori), luci, festoni, dolciumi, piccoli regali impacchettati e altro. Le origini vengono in genere fatte risalire al mondo tedesco nel XVI secolo, sulla base di preesistenti tradizioni cristiane e pagane. Verso il secolo XI si diffuse nell’Europa del Nord l’uso di allestire rappresentazioni (sacre rappresentazioni o misteri) che riproponevano episodi tratti dalla Bibbia. Nel periodo d’Avvento, una rappresentazione molto richiesta era legata al brano della Genesi sulla creazione. Per simboleggiare l’albero «della conoscenza del bene e del male» del giardino dell’Eden si ricorreva, data la regione (Nord Europa) e la stagione, ad un abete sul quale si appendevano dei frutti.

Da quell’antica tradizione si giunse via via all’albero di Natale dei giorni nostri, di cui si ha una prima documentazione certa risalente al 1512 in Alsazia.

Babbo Natale, presente in molte culture, è un anziano dalla barba bianca che distribuisce i doni ai bambini, di solito la sera della vigilia di Natale. Deriva dalla figura storica di san Nicola di Bari, ma nella sua forma moderna si è diffuso a partire dal XIX secolo negli Stati Uniti: un ruolo importante nella definizione della sua figura ebbe la poesia A Visit from Saint Nicholas, pubblicata nel 1823 e attribuita allo scrittore neyorkese Clement Clarke Moore, nella quale Babbo Natale venne proposto ai lettori con le fattezze che oggi conosciamo.

Molte tradizioni natalizie sono infine legate alla musica (canti natalizi come Adeste fidelesTu scendi dalle stelleQuanno nascette NinnoJingle BellsLes anges dans nos campagnesAstro del CielO Tannenbaum), a particolari piante (l’agrifoglio, il vischio, la stella di Natale) e pietanze sia dolci (panettonepandoro e altri dolci natalizi) che salate (zamponecotechino).

La tradizione dei regali natalizi[modifica | modifica wikitesto]

La tradizione dei regali natalizi si riferisce alla consuetudine, alla mezzanotte del 25 Dicembre o nella mattinata del medesimo giorno, si scambiarsi regali tra familiari ed amici.

La tradizione di scambiarsi doni è molto antica, e presumibilmente è di origine pagana. Ad esempio, è certo che nei paesi del Nord Europa era abitudine scambiarsi doni il giorno del Solstizio d’Inverno, come forma d’augurio per l’inizio della stagione invernale.

Il Natale nell’arte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Natale nell’arte e nei media.

Il Natale, e in particolare la scena della Natività di Gesù, è uno dei maggiori temi dell’arte cristiana fin dalle sue origini. Nell’ultimo secolo la festività ha continuato a ispirare numerose opere che comprendono, oltre alle tradizionali pitture e sculture, anche film, musiche sacre e romanzi.

Alcune tra le opere più famose sono:

Origine della festività[modifica | modifica wikitesto]

Cristo rappresentato come Sol Invictus, mosaico rinvenuto presso la Necropoli vaticana. Relativamente a questa immagine, Robin M. Jensensuggerisce, nel I volume della Cambridge History of Christianity,[4]come tale immagine indichi un modo dei convertiti al Cristianesimo di esprimere la loro fede per mezzo di un simbolismo religioso già conosciuto[5].

Alcuni riferimenti poco certi sulla festività del Natale risalgono al IV secolo.[6] La prima menzione certa della Natività di Cristo con la data del 25 dicembre risale invece al 336[7][8][9], e la si riscontra nel Chronographus, redatto intorno alla metà del IV secolo[10] dal letterato romano Furio Dionisio Filocalo.[11]

Le origini storiche della festa non sono note[12] e sono state spiegate con varie ipotesi[13]. Probabilmente la sua data venne fissata al 25 dicembre per sostituire la festa del Natalis Solis Invicti con la celebrazione della nascita di Cristo, indicato nel Libro di Malachia come nuovo “sole di Giustizia” (cfr. Malachia III,20)[14][15][16]. Sono state proposte anche soluzioni diverse, sia in relazione ad influenze ebraiche[6] che a tradizioni interne al cristianesimo.[17] Le diverse ipotesi possono coesistere[18].

La tradizione cristiana si intreccia con quella popolare e contadina, dal momento che nello stesso periodo si celebravano una serie di ricorrenze e riti legati al mondo rurale: infatti nell’antica Roma dal 17 al 24 si festeggiavano i Saturnali in onore di Saturno, dio dell’agricoltura, durante i quali avvenivano scambi di doni e sontuosi banchetti.

Festività solari[modifica | modifica wikitesto]

Le stagioni

 

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Stagione

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ATTENZIONE: Immagine NON reale; per meglio comprendere l’illuminazione della Terra durante le quattro stagioni si immagini di “verticalizzarla” lungo l’asse di rotazione. Dall’alto a sinistra: primavera, estate, autunno e inverno. NB: l’illuminazione della Terra nella realtà è sempre rappresentabile immaginando di tagliare la Terra con un piano che sarà sempre a 90 gradi con il segmento Sole-Terra

La stagione è ciascuno dei periodi in cui è suddiviso l’anno solare. Esistono diversi modi di definire una stagione: quelli utilizzati più comunemente sono la suddivisione meteorologica e quella astronomica.

Secondo la suddivisione astronomica una stagione è l’intervallo di tempo che intercorre tra un equinozio e un solstizio. Si distinguono quindi 4 stagioni: primaveraestateautunnoinverno. Ciascuna di esse ha una durata costante di 3 mesi e ben definita nel corso dell’anno, indipendentemente dalla latitudine e dalla collocazione geografica.

La suddivisione meteorologica, invece, tiene conto dei mutamenti climatici e ambientali che avvengono in un dato luogo nel corso dell’anno, e per questo non coincide quasi mai con la suddivisione astronomica delle stagioni. Nelle zone temperate si distinguono in genere quattro stagioni meteorologiche approssimativamente simili a quelle astronomiche, ma la loro durata varia a seconda della latitudine e del microclima locale indotto dalla geografia circostante. Nelle regioni polari generalmente si distinguono due sole stagioni (spesso denominate sole di mezzanotte e notte polare, oppure semplicemente estate e inverno) determinate dalla presenza o meno del sole sopra l’orizzonte. Infine anche nelle zone tropicali si preferisce suddividere l’anno in due sole stagioni, definendole stagione delle piogge e stagione secca (anche se spesso sono presenti anche una stagione calda e una fredda), determinate dai principali mutamenti climatici annuali che investono la regione.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Cause ed effetti[modifica | modifica wikitesto]

Il fenomeno delle stagioni astronomiche, ovvero della diversa esposizione al calore e alla luce delle varie porzioni della Terra nell’arco di un anno, è causato dall’inclinazionedella Terra sul proprio asse di rotazione. L’inclinazione dell’asse di rotazione della Terra determina il cambiamento delle stagioni andando a mutare l’angolo di incidenza dei raggi solari che raggiungono la superficie. Quando un emisfero si trova in inverno i raggi solari colpiscono la superficie con una maggiore inclinazione rispetto all’orizzonte; come conseguenza si ha un minore grado di irraggiamento, l’atmosfera e la superficie assorbono meno calore e tutto l’emisfero risulta più freddo. Quando in un emisfero è estate, i raggi tendono al perpendicolo rispetto all’orizzonte e sia l’atmosfera sia la superficie assorbono maggior calore, con un conseguente aumento di temperatura. L’effetto delle stagioni è sempre più evidente a mano a mano che dall’equatore ci si sposta verso i poli perché, a causa della diversa inclinazione della superficie terrestre rispetto ai raggi solari, la differenza di calore assorbito tra la condizione di massimo irraggiamento e quella di minimo irraggiamento diventa sempre più grande con l’aumentare della latitudine. Il ciclo delle stagioni di un emisfero è l’opposto di quello dell’altro. Quando è estate nell’emisfero boreale è inverno nell’emisfero australe e quando è primavera nell’emisfero boreale è autunno nell’emisfero australe.

L’inclinazione è di circa 23°27′ rispetto alla perpendicolare al piano dell’eclittica. Se l’asse di rotazione fosse perfettamente perpendicolare al piano orbitale non esisterebbero le stagioni astronomiche, in quanto l’esposizione al calore e alla luce in una data porzione del pianeta sarebbe costante durante l’anno. L’equatore, con il sole perennemente allo zenit, avrebbe la massima insolazione, mentre i poli sarebbero sempre freddi, con il sole costantemente sulla linea dell’orizzonte; non si parlerebbe di tropici (le latitudini più vicine all’equatore in cui il sole può raggiungere lo zenit) e di circoli polari (le latitudini più vicine ai poli, in cui vi è almeno un giorno senza luce); il clima sarebbe di massima determinato solo dalla latitudine e non dal periodo dell’anno; la durata della notte sarebbe uguale a quello del dì in qualsiasi punto della Terra (in quanto non vi sarebbero solstizi, solo un perenne equinozio), eccezione fatta per i poli. Eventuali variazioni climatiche sarebbero dovute a spostamenti di masse d’aria dalle regioni a diversa temperatura, benché non si potrebbe definirle “stagioni meteorologiche” in senso stretto.

A causa dell’inclinazione terrestre, l’emisfero boreale riceve il massimo dell’irraggiamento solare (in termini di calore) il giorno del solstizio d’estate mentre l’emisfero australericeve il minimo irraggiamento solare nello stesso giorno e viceversa per il solstizio d’inverno. I solstizi però, nonostante rappresentino i massimi e i minimi in termini di irraggiamento solare, non coincidono, di solito, con il giorno più caldo o più freddo sulla Terra perché interviene lazione termoregolatrice del mare che fa riscaldare o raffreddare più lentamente il pianeta, ritardando leggermente le varie stagioni grazie all’altissima capacità termica dell’acqua che costituisce il 70,8% della superficie terrestre.

Inoltre essendo l’orbita terrestre ellittica (con eccentricità pari a 0,0167) con il Sole in uno dei suoi fuochi, durante l’anno la Terra passa da una distanza minima dal Sole (perielio) a una massima (afelio). Il perielio viene raggiunto approssimativamente all’inizio di gennaio, nell’inverno boreale; l’afelio è raggiunto all’inizio di luglio, nell’inverno australe. Questa situazione è destinata a cambiare nel corso dei prossimi millenni a causa della lenta precessione dell’orbita terrestre (precessione anomalistica), che compie un ciclo completo in 25.800 anni (cicli di Milanković).

Stagioni astronomiche[modifica | modifica wikitesto]

Posizione del Sole e della Terra nel corso delle stagioni

La linea dei solstizi e quella degli equinozi a essa perpendicolare dividono l’ellisse dell’orbita terrestre in quattro zone, non identiche, corrispondenti alle stagioni astronomiche. Attualmente la linea dei solstizi forma un angolo di 10° con l’asse maggiore dell’ellisse ma, per il già citato fenomeno della precessione anomalistica la posizione di equinozi e solstizi lungo l’orbita terrestre è destinata a cambiare nel corso dei prossimi millenni. Per la Seconda Legge di Keplero la velocità areolare della Terra nella sua orbita attorno al Sole è costante, quindi significa che aree più grandi dell’ellisse sono coperte in tempi più lunghi. Siccome le quattro zone dell’ellisse comprese tra equinozi e solstizi non sono uguali, allora anche la durata della corrispondente stagione astronomica è differente:

  • La primavera boreale corrisponde all’autunno australe: dal 21 marzo al 21 giugno
  • L’estate boreale corrisponde all’inverno australe: dal 22 giugno al 22 settembre
  • L’autunno boreale corrisponde alla primavera australe: dal 23 settembre al 21 dicembre
  • L’inverno boreale corrisponde all’estate australe: dal 22 dicembre al 20 marzo

Le stagioni autunnale e primaverile cominciano con l’equinozio, mentre quelle estiva e invernale hanno inizio con il solstizio. In occasione di un equinozio, le ore di luce e buio della giornata si equivalgono; nei solstizi prevaranno invece dì e notte, rispettivamente in estate ed inverno.[1]

Si ha quindi che l’emisfero boreale beneficia di una maggiore durata dell’insolazione in primavera ed estate. Questo fenomeno è parzialmente compensato dal fatto che durante l’estate boreale la Terra si trova nel punto della sua orbita più lontano dal Sole (afelio), quindi l’irraggiamento complessivo ricevuto dal pianeta è leggermente minore rispetto al perielio, in cui è estate nell’emisfero australe. Tenendo conto dei due effetti si stima che l’emisfero Nord riceva circa il 7 per cento di insolazione in più rispetto all’emisfero Sud, godendo quindi di inverni leggermente meno freddi e di estati leggermente meno calde. Si osservi comunque che fenomeni climatici globali, tra i quali la maggiore estensione degli oceani nell’emisfero sud (che, cedendo calore durante l’inverno rendono gli inverni meno freddi e le estati meno torride) e lo scambio di calore dall’equatore ai poli contribuiscono non poco a mitigare la differenza nelle escursioni climatiche tra i due emisferi indotta dal diverso tasso di insolazione.

Stagioni meteorologiche[modifica | modifica wikitesto]

Per una convenzione di carattere meteorologico, alle medie latitudini temperate le stagioni sono sfasate – in anticipo di circa 20 giorni – rispetto all’effettiva data di equinozi e solstizi. Mantenendo immutata la durata tipica di tre mesi si ha che:

Con questa suddivisione, infatti i mesi statisticamente più freddi, più caldi e intermedi sono proprio quelli identificati da tali periodi, con i mesi a medie termiche estreme (solitamente gennaio e luglio) che vengono a cadere nel mezzo ovvero come mese centrale della rispettiva stagione meteorologica. Questo aspetto si rifà all’oroscopo dove, in maniera simile all’opposizione dei segni zodiacali, ciascun mese ha il suo equivalente (opposto); più nel dettaglio: i mesi del primo semestre (gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio e giugno) equivalgono a quelli del secondo (luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre).[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Quando cambiano le stagioni?, su ilpost.it, 19 settembre 2010.
  2. ^ Astrologia, stagioni e segni zodiacali, su dichesegnosei.it.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

IL GELATO SECONDO NOI

Il gelato in inverno è ancora più buono

Ci sono mille motivi per amare il gelato in estate, ma lo avete mai provato al freddo?

22/02/2017

Non c’è estate senza gelato: fin qui tutti d’accordo. Ma il dolce più amato non va certo in letargo! Sapete che, sommando tutti i mesi dell’anno, ne consumiamo circa 380mila tonnellate?
Ci sono numerosi modi di godersi il gelato nelle stagioni più fredde. I gusti più apprezzati variano a seconda del periodo: l’autunno e l’inverno sono i migliori per le creme come cioccolato, nocciola e stracciatella.

Una golosità invernale è il parfait: consistenza cremosa e solida insieme, è un semifreddo che può essere lavorato insieme alla meringa, con tuorli d’uovo e zucchero.

Che dire invece dei dolci di montagna? Nei paesi nordici è molto popolare la Baked Alaska, una specie di omelette di gelato, pandispagna e meringa cotti al forno.
Pensate che in Svezia invece si distribuisce gelato a domicilio tutto l’anno!

Volete un’idea sfiziosa da preparare a casa? Basta un barattolo di gelato Rachelli Demeter alla vaniglia, pepite di cioccolato e zucchero. Sciogliete lo zucchero fino a formare il caramello, quindi ricoprite abbondantemente la vostra coppetta di gelato. Aggiungete le pepite e se gradite una spolverata di cannella. Il contrasto caldo-freddo è irresistibile!

NOTIZIE SPORT ECONOMIA DONNE L’importanza del contatto fisico – prima parte Condividi su Facebook + Il contatto fisico è fin dalla nascita un aspetto importantissimo tra neonato e genitori. Questa via di comunicazione permette di trasmettere non solo concetti ma anche il proprio sentire. Il corpo trasmette ciò che le parole spesso non riescono a tradurre. Per il neonato il bisogno di contatto corporeo è vitale, emerge da diversi studi come questo sia essenziale tanto quanto il nutrimento. Il corpo materno con il suo calore, odore, il contatto pelle a pelle, il battito cardiaco e il respiro permettono di far ritrovare quell’ambiente noto al bambino e a lui tanto caro capace di contenere le sue angosce. L’essere tenuto in braccio, cullato, accarezzato trasmette al bambino la sensazione di essere amato. PUBBLICITÀ inRead invented by Teads Se un neonato piange perchè vuole essere preso in braccio è un bisogno e non un capriccio o un vizio! Il bisogno di rannicchiarsi sul corpo materno è il bisogno di recuperare quell’involucro protettivo che è stato per nove mesi l’utero materno. La relazione madre-bambino si sviluppa per mezzo del contatto fisico nella quotidianità: dal cambio del pannolino, al bagnetto, al cullarlo o abbracciarlo prima della nanna, ecc. Sono momenti che vanno vissuti a pieno nel piacere dello stare insieme. Molto utili sono i corsi di massaggio infantile in cui si crea un momento di forte intimità con il neonato. Il massaggio ha effetti benefici fisici e favoriscono la conoscenza del proprio corpo da parte del bambino, oltre a favorire lo sviluppo di una buona relazione mamma-figlio. La presenza e vicinanza sono alla base della sicurezza del futuro adulto della sua capacità di essere indipendente. Consulenza scientifica della Dott.ssa Elisabetta Valtorta,